Le parole e le cose

Letteratura e realtà

23 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Il giovane Roth

di Francesca Borrelli

[Ieri è morto Philip Roth (1933-2018). Per ricordarlo, ripubblichiamo questo pezzo di Francesca Borrelli, apparso il 25 ottobre 2017 in occasione dell’uscita del primo volume dei romanzi di Philip Roth nei Meridiani Mondadori: Romanzi 1959-1986 a cura di Elèna Mortara, autrice anche del saggio introduttivo, e di Paolo Simonetti].

Quando Philip Roth motivò il proprio addio alla scrittura con l’estenuazione che gli era costata la stesura dei suo romanzi, e antepose la fatica alla sua evidente passione, persino accampando una serie di irriproducibili frustrazioni causate dai vanificati sforzi consumati sulle versioni poi abbandonate, fu con incredulo stupore che si valutò, finalmente, lo iato tra la felicità degli esiti cui ci aveva abituato la sua straordinaria vocazione narrativa e il sudore della fronte che quella vocazione aveva implicato. Ma adesso che nel primo dei Meridiani dedicato allo scrittore americano viene ricostruita la genesi delle opere e troviamo riprodotte parti delle dichiarazioni via via rilasciate dallo stesso Roth, insieme a righe cruciali tratte delle introduzioni destinate alle edizioni a tiratura limitata, questo immane e preziosissimo lavoro di allestimento della cornice in cui si iscrive ogni romanzo evidenzia, fino a renderla tangibile, la lotta a volte stremante dello scrittore per trasformare in materiale narrativo i dati di realtà, alterando fino a stravolgerle tutte le occasioni di incontro, di scontro, di malattia, di innamoramento e di relativa disillusione che la vita gli ha messo davanti. “Credetemi ­– scrisse in occasione del discorso di accettazione del National Book Critics Circle Award che vinse per La controvita nel 1987 – L’immaginazione, questo macellaio, non perde tempo con gentilezze: bastona i fatti sulla testa, con gesto repentino taglia loro la gola e poi li eviscera a mani nude (…) credetemi, quando l’immaginazione ha finito con un fatto, questo non somiglia più a un fatto.”

Già il primo degli otto romanzi raccolti in questo Meridiano (cui ne seguiranno altri due), scritto fra i venticinque e i ventisei anni e titolato Goodbye, Columbus evidenzia un qualche travaglio: “… sento un coltellino al mio fianco mentre mi affretto a essere un ragazzo prodigio” scrisse Roth al suo editor George Starbuck, che avrebbe preferito un cambiamento nel finale e non lo ottenne. Continua a leggere →

22 maggio 2018
di Le parole e le cose
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L’Albanese

di Francesco Pecoraro

John ha escogitato un trucco per raccogliere l’acqua piovana che scorre nella canaletta della strada.
Gli serve, dice lui, per irrigare l’orto, cioè uno dei due nuovi orti che ha concesso, non so in base a quali accordi, al Peruviano e all’Albanese che gli danno una mano nell’opera di costruzione, controllo e mantenimento della porzione di natura di sua proprietà.
Vi dedica praticamente tutto il tempo che non passa a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica, a sbrigare faccende e commissioni in città, a cucinare zuppe di ortica, minestroni e altre cose vegetali.
Da quando si è trasferito a tempo pieno in campagna, John sta lentamente diventando un vegetariano empirico: per lui cucinare è solo un altro modo di occuparsi delle piante.

Sembra che le piante assorbano quasi tutta la sua attenzione, anche se spesso ne parla con una certa sufficienza se non addirittura con rudezza.
Questi due ettari di terreno magnificamente accidentato, con rocce e valletta solcata da torrentello, costretti dal suo costante accudimento a tenersi in bilico tra natura e artificio, sono uno schivo capolavoro, cui ha dedicato due decenni di controllo crescente, esercitato secondo il suo assoluto capriccio, albero dopo albero, cespuglio per cespuglio.
Qui sperimenta la piena libertà di fare o non-fare, di lasciar vivere o non-vivere tutto ciò che vi esiste in forma vegetale, secondo un’idea di paesaggio-nel-tempo, antropico e non, che è tutta nella sua testa e che sembra ristrutturarsi ogni giorno in modo impercettibilmente diverso. Continua a leggere →

21 maggio 2018
di Pierluigi Pellini
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Requiem per una pseudoscienza

di Pierluigi Pellini

[Dieci giorni fa è morto Gérard Genette, uno dei fondatori della narratologia. Questo tombeau è uscito sulle pagine culturali del “Manifesto”].

C’è tutto Genette, con la sua sferzante (auto-)ironia, nella definizione scherzosa che ha dato, una decina d’anni fa, della narratologia, la disciplina che più di ogni altro ha contribuito a fondare negli anni d’oro della teoria letteraria, intorno al 1970: «una pseudo-scienza perniciosa», il cui «gergo ha indotto disgusto per la letteratura in tutta una generazione di analfabeti». Dove il sarcasmo colpisce in modo equanime le pedisseque applicazioni scolastiche del suo metodo di analisi strutturale del testo narrativo e i pigri pregiudizi di studenti di per sé poco inclini ai piaceri della lettura. L’autore di Figure III, il libro che per almeno tre decenni è stato la bibbia di ogni matricola in lettere (oggi sta scomparendo dai programmi universitari), era il primo a farsi beffe del narratologically correct imposto dalle sue stesse opere e sciaguratamente diffuso, in Francia come in Italia, nelle scuole di ogni ordine e grado: parlando con libertà e passione della Recherche, l’opera su cui più assiduamente ha lavorato, gli capitava di dire Proust e non Marcel, confondendo autore e narratore, e lasciando di stucco interlocutori tanto ottusi da trasformare, come i manuali scolastici, le sue distinzioni teoriche e le sue categorie operative in soggetti di un’ontologia fantasma.

Gérard Genette, scomparso a ottantasette anni lo scorso 11 maggio, è stato innanzitutto un maestro di metodo. In tutta la sua opera, altro non ha fatto che insegnare l’arte del distinguo: proprio per questo sapeva che è più importante evitare di confondere un saggio critico con una conversazione, o un adolescente con un dottorando, piuttosto che una sillessi con una metalessi, o un racconto eterodiegetico con uno omodiegetico. Del resto, il gusto del paradosso, sempre ricondotto, in un lampo d’intelligenza, alla più limpida razionalità, non è peculiare dei soli scritti della vecchiaia: dell’impresa ciclopica che si era proposto, quella di mappare «la totalità del virtuale letterario», conosceva il fascino utopico ma anche la smisurata aleatorietà. Esattezza e ironia: questo il binomio, solo in apparenza ossimorico, che informa la scrittura, svelta e elegante nonostante i tecnicismi, di tutti i suoi libri. Nei quali voleva descrivere non solo i testi storicamente esistenti, ma anche quelli logicamente immaginabili: esattamente come Claude Lévi-Strauss ambiva a censire le forme di tutte le possibili società umane. Insieme al grande antropologo, Genette ha incarnato, dello strutturalismo, l’anima più concreta e razionale; Roland Barthes quella più inquieta e creativa. Forse c’entra il fatto che era figlio di un operaio tessile (l’autore dei Miti d’oggi, invece, di un capitano della marina mercantile); e se è un luogo comune, oggi, ripetere che le opere di Barthes invecchiano meglio, di certo sono gli strumenti di laboratorio messi a punto da Genette a rimanere indispensabili per chi è ancora convinto che la critica, come la letteratura, sia innanzitutto nobile artigianato. Continua a leggere →

20 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Quando conobbi Rossella Or

di Claudio Orlandi

[Rossella Or, attrice e poetessa, è stata protagonista dell’avanguardia teatrale romana fin dagli anni ’70. Ha lavorato con Memè Perlini, Simone Carella, Giuliano Vasilicò, Giorgio Barberi Corsetti, Leo De Berardinis, Mario Prosperi, e ha successivamente iniziato una serie di lavori in proprio di rara intensità (con recupero della parola) di cui ha curato, anche, testo e regia. Di lei scrisse qualche anno fa, a proposito di un suo spettacolo, il critico teatrale Nico Garrone: “Rossella, se venisse a patti con il galateo della rappresentazione, sarebbe una straordinaria Figliastra, o la delirante Contessa dei Giganti della Montagna. Ma ieri sera ci ha fatto pensare, o sognare, a qualcosa di più: ad un immaginario incontro nell’aldilà tra i fantasmi di Eleonora Duse e di Antonin Artaud.”
In campo cinematografico Rossella ha recitato nel film Regina Coeli, diretto da Nico D’Alessandria, ed è protagonista del film Estate Romana di Matteo Garrone.
La poesia di Rossella Or (che è sempre stata avulsa dalla letteratura come istituzione, come per una cura ossessiva della marginalità, ma legatissima, in una lunga frequentazione, alla parola scritta), si nutre dello studio attento e puntiglioso delle avanguardie teatrali e letterarie, della pratica ossessiva del gesto rigoroso e portato all’estremo (completamente calato, e possiamo dire, riversato e riconvertito nella parola), cui è collegato il sentimento straordinariamente vivo dell’esistenzialità, dell’assurdo, dell’ossimoro del vivere, dell’ambiguità felice della vita.
Un suo volume di versi (L’acqua tende alle rive) è di imminente uscita con l’editrice Dei Merangoli nella collana di poesia diretta da Maria Concetta Petrollo (Carlo Bordini)]

 

Quando ho conosciuto Rossella Or avevo 44 anni, era il gennaio del 2018. Viveva in una casa al primo piano di una palazzina di fronte la stazione di Labaro, sulla Flaminia.

Mi ero interessato a lei dopo aver visto il film Estate romana di Matteo Garrone, dove Rossella interpreta se stessa che, proveniente da non si sa bene dove, torna a Roma per salutare i vecchi amici della stagione del teatro off degli anni ‘70. Nel film, uscito nel 2000, (quindi 18 anni prima che io lo vedessi) sono vari i personaggi che interpretano se stessi, in particolare Simone Carella, ideatore del Festival dei poeti di Castelporziano – e di cui Rossella era stata compagna – e l’immancabile Victor Cavallo, che sarebbe morto poco dopo le riprese del film, proprio nel gennaio del 2000.

Ero rimasto molto colpito dalla sua voce, e in particolare da come la sua figura fosse cambiata nel corso degli anni. Nel Dvd del film era contenuto anche un piccolo documentario, dedicato ai protagonisti della scena underground romana degli anni ’60-‘70. Nel documentario, girato dal Garrone padre di Matteo, apparivano appunto Rossella, Victor, Simone, Ulisse Bendetti del Beat ’72 , ed anche alcuni spezzoni delle primissime uscite di Verdone, Benigni e si parla diffusamente di Carmelo Bene, che proprio in quelle cantine romane ottenne i suoi primi successi. Continua a leggere →

19 maggio 2018
di Le parole e le cose
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E voi di che cosa vi fate?

playlist di Italo Testa

CalcuttaParacetamolo(Paracetamolo2018)

I caniLexotan (Glamour, 2013)

Il Teatro degli OrroriBenzodiazepina(live @ TPO in Bologna 11/12/2015)

Prozac+,Pastiglie(Testa di plastica1996)

CCCP, Valium, Tavor, Serenase (Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, 1986)

Vasco Rossi,Valium(Siamo soli noi1981)

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18 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Le Lezioni di ballo di Bohumil Hrabal

di Valentina Parisi

[Questo articolo è uscito su «Alias»]

Redigendo nel 1970 quella travolgente dichiarazione di poetica che va sotto il titolo di Manuale di un apprendista stramparlone, Bohumil Hrabal si definì – oltre che  “allievo della cattedra di euforia” e “bevitore della luna” – “un signore incinto di giovinezza che invecchia già”. Etichette folgoranti che restituiscono efficacemente, oltre all’indole paradossale dello scrittore, anche l’identità dell’io narrante anonimo di Lezioni di ballo per anziani e progrediti, vertiginoso tour-de-force stilistico pubblicato nel 1964 e ora proposto da Giuseppe Dierna per Einaudi (pp. 108, euro 17,50) in una magnifica traduzione.

 Esaltazione, ebbrezza (forse anche nel senso non figurato del termine), nonché uno stupore quasi fanciullesco a dispetto dell’età anagrafica sono i tratti particolari che contraddistinguono il protagonista, un anziano ma vispo ex calzolaio che, con i suoi ricordi sul bel tempo che fu, si impegna a intrattenere una non meglio nota “signorina”, ennesima incarnazione dell’Eterno Femminino oltre che degna erede delle innumerevoli “belle sventolone” da lui amate in passato. Aneddoti strambi, ovviamente non verificabili e comunque estremamente inverosimili, si inanellano uno dopo l’altro in un profluvio ininterrotto che nulla concede né alla logica, né tantomeno al buon senso. Il risultato è un testo torrenziale dalla cui sintassi è bandito il punto fermo e dove l’impellenza del dire travolge ogni freno, sfociando in un delirio che irride alla possibilità stessa di uno sviluppo narrativo lineare. Al contempo, questa “fantasmagoria artistica” (così la definì l’autore), peraltro impietosamente sfrondata dagli interventi della censura cecoslovacca, è un esempio emblematico del metodo di lavoro di Hrabal e della sua predisposizione a tornare su quanto già scritto, ad assemblare testi propri e altrui mediante procedimenti analoghi a quelli del montaggio cinematografico o del collage. Continua a leggere →

17 maggio 2018
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Tutti a scuola! Una presentazione a Firenze

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17 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Sessantotto. Due generazioni

di Francesca Socrate

[Esce oggi, per Laterza, Sessantotto. Due generazioni di Francesca Socrate. La “generazione del ‘68” è uno stereotipo storiografico e un referente identitario forte che viene riproposto a ogni decennale. Muovendosi tra analisi sociale e storia orale, Francesca Socrate disarticola l’apparente omogeneità di quella generazione immaginaria e restituisce invece un Sessantotto plurale, in cui convergono soggetti diversi per cultura politica, esperienze, istanze di rivolta e modi della partecipazione. Soprattutto per età. La tesi di fondo del libro è che il Sessantotto è composto da due generazioni diverse, separate da un confine anagrafico che si colloca intorno al 1945. Spesso le giovani e i giovani nati prima di quella data si erano accostati alla politica attraverso una militanza nelle organizzazioni giovanili dei partiti. Benché molti fossero stati protagonisti di eresie e dissidenze, il loro modo di fare politica era ancora di tipo tradizionale e il loro modo di intendere il privato risentiva ancora dell’habitus borghese. I secondi e le seconde, che avevano vissuto da adolescenti le trasformazioni culturali della nuova società del benessere, arrivarono al Sessantotto senza una formazione politica tradizionale mentre aderivano alle istanze di liberazione individuale che circolavano nella cultura giovanile di quegli anni. Attraverso decine di storie di vita e lungo gli itinerari che dagli anni Cinquanta portarono migliaia di ragazze e ragazzi al Sessantotto, Socrate intreccia la ricostruzione storica con l’analisi della loro memoria autobiografica e del linguaggio usato per raccontarla].

 

Le differenze di storia e di esperienze, di quadri di riferimento e di valori fra le due generazioni si riflettono nella memoria? Nel modo cioè in cui il passato viene ricordato a distanza di decenni? Portano i racconti di oggi i segni di un’appartenenza generazionale che, per quanto basata su una distanza di pochi anni, aveva significato all’epoca una divaricazione di vissuti, di comportamenti e di attitudini? Conta ancora insomma quella distanza di pochi anni nell’atteggiamento verso la storia che si è vissuta?

A confrontare in questa luce le interviste che ho raccolto a uomini e donne che hanno partecipato al ’68 il risultato è sorprendente: le differenze ci sono e sono profonde. E profondi sono i legami che la ricerca di senso implicita nella narrazione istituisce tra il racconto di oggi e l’identikit generazionale di allora.

[…]

“Tra le forme linguistiche rivelatrici dell’esperienza soggettiva le più ricche sono quelle che esprimono il tempo”, scrive Émile Benveniste[1]. Vediamo allora nei vocabolari specifici delle due generazioni quali sono le persone e i tempi verbali rispettivi[2].

Da una parte, per i meno giovani, un predominio della terza persona singolare, concentrata nell’indicativo presente e nel passato prossimo: il racconto in terza persona, con chi narra in una posizione neutra.

Dall’altra, per i più giovani, una dominanza della prima persona singolare, distribuita tra l’indicativo presente, l’imperfetto e, in misura minore, il passato prossimo. Il racconto in prima persona, nella forma autobiografica.

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16 maggio 2018
di Le parole e le cose
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L’indifferenza naturale

di Italo Testa

[Esce domani, per Marcos y Marcos, L’indifferenza naturale, un libro di poesia di Italo Testa. Pubblichiamo qui sono sette testi tratti dalle undici sezioni della raccolta].

Il cuore pesato

come la favola del provinciale / perso nella grande città:
sul piazzale dove le vie convergono / si orienta guardando i tigli
lo stradario ramato delle macchie / che qui tempestano le foglie.
tutto è foresta, le torri d’acciaio / le pareti specchianti, i vetri
sono stagni fatati, rami e tronchi / percorsi da corvi parlanti;
sarà come la fiaba del ragazzo / che sposa la selva e tramuta
le vene in cavi d’acciaio, gli occhi / in biglie di vetro incolori:
se un passante per sbaglio lo sfiora / scioglie il sortilegio, lo lascia
cadere in pezzi, nei mille frantumi / degli aghi di pino del bosco.
così cammini, in trance, lungo i viali / macinando un solo pensiero
dopo giorni che nessuno ti parla / ti ammali di luce, di passi
votati alla strage, scagliati a caso / sulla mappa degli abitati,
la raggiera delle strade a scomparsa / dove il nulla ti ha invaso;
e passare l’incrocio che nessun dio / contadino guarda e protegge
è esporsi al vento gelato che spira / dall’ombra lunata del male:
o sarà come il bambino velato / dell’apologo che a tastoni
risale sulla cresta del cuscino / e incosciente si lascia andare
fino al giorno in cui avrà il cuore pesato / e gli occhi offerti su un altare
di nuvole, sino al nido del merlo / dove una corona di piume
sul fondo azzurro cupo dell’infanzia / lo inchioderà al suo dolore.

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15 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Il contro-Sessantotto di Luciano Bianciardi


di Raoul Bruni

Esauriti (o quasi) i due «Antimeridiani» Isbn Edizioni, le opere di Luciano Bianciardi tornano in libreria grazie a Il Saggiatore, che, sotto il titolo Il cattivo profeta (a cura di Luciana Bianciardi, pp. 1482, € 62,00), ripropone tutti i romanzi, i racconti, i saggi e i diari giovanili, con una bella prefazione di Matteo Marchesini. L’uscita del libro può essere una buona occasione per rileggere o approfondire Bianciardi, ma anche per tentare di stilare un bilancio sulla sua fortuna critica nel momento attuale. Perché Biancardi, pur rappresentando, specialmente per le ultime generazioni, un autore di culto, è ancora confinato ai margini del canone novecentesco? Per quali ragioni non ha beneficiato degli avalli critici e editoriali che hanno portato alla canonizzazione di un Pasolini o di un Calvino (per citare due autori esemplari della stessa generazione)? Prima che dalla vicenda umana sfortunata, di precario ante litteram, stroncata da una morte precoce, il mancato riconoscimento di Bianciardi sembra dipendere dalla sua indole inquieta, riluttante a ogni compromesso con le strategie di autopromozione ideologica. Bianciardi fu sempre un irriducibile anarchico e, come spesso accade in Italia a personalità come la sua, risultò sgradito sia ai reazionari sia ai fautori delle magnifiche sorti. Da questo punto di vista, il libro forse più rappresentativo di Bianciardi è anche uno dei meno fortunati: mi riferisco a Aprire il fuoco, il suo ultimo romanzo, e, per molti aspetti, il suo testamento letterario, scritto nell’anno fatidico 1968 e pubblicato nel ’69 (l’autore sarebbe morto due anni dopo). Chissà se qualcuno, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto, ricorderà questa singolare ucronia romanzesca? Spero di essere smentito, ma temo di no, perché Aprire il fuoco non ha nulla che potrebbe essere funzionale a una celebrazione storica: non potrebbe essere usato dai nostalgici del Sessantotto, perché con i giovani ribelli di allora è tutt’altro che tenero, ma neanche dagli anti-sessantottini, dato che è un romanzo troppo rivoluzionario (una volta tanto, questo abusato aggettivo può essere impiegato con pertinenza) per piacere ai tradizionalisti. Continua a leggere →