Le parole e le cose

Letteratura e realtà

17 agosto 2017
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L’Italia di De Sanctis

di Raoul Bruni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 1 marzo 2017, ed è precedentemente apparso in forma integrale nel numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana” (I, 2017) dedicato a Francesco De Sanctis, in occasione del bicentenario della nascita].

Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis viene pubblicato a puntate in appendice alla «Gazzetta di Torino» nel 1875, dunque esattamente quattordici anni dopo l’atto di nascita del nuovo Stato unitario. Sebbene il libro si svolga quasi tutto in Irpinia, è impossibile negare che quello spicchio di Penisola rifletta alcuni dei caratteri più tipici dell’intera nazione, cosicché l’itinerario desanctisiano assume senz’altro un valore paradigmatico, fornendo un’icastica istantanea dell’Italia di allora.
Non solo: mentre racconta Italia degli anni settanta dell’Ottocento De Sanctis coglie con largo anticipo alcuni tratti fondamentali del nostro carattere nazionale che sarebbero emersi con più chiarezza nel futuro della storia italiana. In questo senso, il Viaggio desanctisiano non è soltanto un ‘classico del meridionalismo’ (come pure, giustamente, è stato definito), ma, più in generale, un classico dell’italianità letteraria,[1] da collocarsi idealmente nella gloriosa scia di Machiavelli e Guicciardini, e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (che sarebbe uscito soltanto dopo la morte di De Sanctis ma che presenta non poche consonanze ideali con Un viaggio elettorale). Né si dimentichi che De Sanctis scrive il Viaggio pochi anni dopo aver portato a termine la sua Storia della letteratura italiana (1870-1871), cioè uno dei più fondamentali contributi alla storia della civiltà, non solo letteraria, italiana.

Del resto, nei decenni che seguono l’Unificazione, escono alcuni viaggi letterari attraverso lo stivale improntati agli ideali patriottici risorgimentali: i più organici e importanti sono Il bel paese di Antonio Stoppani, che viene pubblicato nel 1876 (in concomitanza con l’uscita in volume, presso Morano, del Viaggio elettorale desanctisiano) e Il viaggio per l’Italia di Giannettino di Carlo Collodi, pubblicato in tre volumi, tra il 1880 e il 1886. Rispetto a queste due opere monumentali, De Sanctis si concentra su un’area ben più limitata, ma egli stesso si dimostra ben consapevole della portata esemplare del suo racconto, tant’è che, dopo aver scritto che «avev[a] imparato più in quei paeselli che in molti libri», aggiunge che la storia confluita in quel libro non è più soltanto «storia mia; è storia di tutti, ci s’impara molte cose».[2] Continua a leggere →

16 agosto 2017
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La seconda guerra dei Trent’Anni (1914-1949). L’Europa secondo Ian Kershaw

di Vincenzo Lavenia

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 1 marzo 2017. Una prima versione più breve di questo intervento è uscita su «Alias»].

Non sono solo il climax sanguinario e l’abilità narrativa anglosassone di Ian Kershaw a dare al lettore la sensazione di percorrere una storia sinistra lunga mezzo secolo. Perché il volume che grazie all’ottima traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti è ora disponibile per i lettori italiani (All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, Laterza, Roma-Bari, 2016, pp. 654), se non aggiunge nulla a ciò che è noto circa la prima metà del XX secolo, mette in ordine una serie di dati e di fatti che finisce per sconcertare e costituisce una delle più efficaci e dolorose sintesi della catastrofe in cui precipitò quello che l’autore, come Mark Mazower, chiama il «continente buio» (p. 237). Si tratta della prima parte di una storia dell’Europa nel Novecento, destinata a un pubblico non specialista, di cui si attende il secondo atto: quella risalita dagli inferi che nelle pagine finali del racconto è solo abbozzata. Ma, come annuncia il titolo, e come ben sappiamo, l’età messa a fuoco in questo ponderoso pannello del dittico non fu né la più gloriosa né la più pacifica, ed è il tempo che Kershaw, eminente studioso del nazismo celebre anche in Italia per una monumentale biografia di Hitler (2 voll., Milano, Bompiani, 1999-2001), conosce più a fondo per averne indagato diversi momenti cruciali, e soprattutto gli aspetti di mobilitazione, violenza e sterminio. Per definire quest’epoca Kershaw usa parlare di ‘seconda guerra dei Trent’Anni’, e in effetti così ci appare il periodo compreso tra la Grande Guerra e il 1949. Continua a leggere →

15 agosto 2017
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Il borghese e lo stile

di Federico Bertoni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 27 marzo 2017. Una prima versione di questo articolo era uscita su «Alias»].

Che fine ha fatto il borghese, quel personaggio che ha inventato l’organizzazione capitalistica del lavoro, e ha reso il nostro mondo quello che è? Sembra essersi fatto di nebbia. È da questo apparente paradosso che muove l’ultimo libro di Franco Moretti, Il borghese. Tra storia e letteratura, uscito in inglese nel 2013 e ora tradotto da Giovanna Scocchera per Einaudi. Pensiamo che la nostra forma di vita corrisponda all’ultima fase evolutiva della borghesia, ma in realtà il borghese è scomparso: «Anche se il capitalismo è più potente che mai (soprattutto in termini distruttivi, degni di un golem), la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla», scrive Moretti. Non resta che evocarlo con quell’atteggiamento «negromantico» sul quale insisteva Michel de Certeau: la scrittura della storia come rito di sepoltura, dialogo con i morti, cerimoniale simbolico che risuscita il passato. Studiando le forme letterarie, nota infatti Moretti, «entriamo in un regno di ombre, dove il passato riacquista la sua voce e continua a parlarci». È questo il «possibile contributo» della storia letteraria «alla conoscenza storica».

Dunque un libro di storia? Un libro in cui l’analisi dei testi è strumentale alla ricerca storiografica, in cui la letteratura è solo un pretesto per parlare d’altro? A prima vista sembrerebbe di sì, ma è una impressione sbagliata. Il borgheseriserva belle sorprese. L’impianto è articolato ma perfettamente chiaro: introduzione teorica; primo capitolo sul prototipo per eccellenza dell’uomo borghese, Robinson Crusoe, con dialogo a distanza tra Defoe e Weber; secondo capitolo sul «secolo serio», l’Ottocento, momento trionfale della letteratura borghese (forse il più discutibile, riscrittura di un saggio del 2001, dove Moretti cerca di ricondurre tutto il romanzo ottocentesco a un’unica dominante formale, i «riempitivi»); terzo capitolo sulla cultura vittoriana, baricentro ma anche punto di svolta del libro; quarto capitolo che si allarga «verso i margini del sistema mondiale moderno» (Brasile, Italia, Spagna, Polonia e Russia), dove la coesistenza di ancien régime e capitalismo produce mostri, vere e proprie «malformazioni nazionali»; ultimo capitolo su Ibsen dove va in scena il «regolamento di conti» del secolo borghese. Disseminate tra i capitoli due serie di rubriche fisse, intitolate Prosa e Parole chiave, che restituiscono la vera ossatura concettuale (ma anche metodologica) del libro. Continua a leggere →

14 agosto 2017
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Sul declino dell’italiano a scuola: che cosa fare

di Mauro Piras

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 6 marzo 2017. Una prima versione di questo articolo era uscita sul sito della rivista «Il Mulino»].

L’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze, e sottoscritto da seicento docenti universitari (http://gruppodifirenze.blogspot.it/2017/02/contro-il-declino-dellitaliano-scuola.html), ha aperto una importante discussione, a volte segnata da toni polemici. Questo perché solleva un problema reale. Le competenze di scrittura in lingua italiana (e anche di lettura e comprensione) degli studenti di scuole e università sono insoddisfacenti, su questo la percezione diffusa è concorde. Il dibattito, però, si è polarizzato in maniera eccessiva. È nota la posizione del Gruppo di Firenze, che si dichiara “per la scuola del merito e delle responsabilità”, insistendo da tempo su un ritorno a metodi didattici tradizionali e a una maggiore selettività dei percorsi scolastici. Alcuni toni dell’appello risentono di questa impostazione, perché additano nelle più recenti scelte ministeriali (in particolare nelle Indicazioni nazionali per il Primo ciclo) la responsabilità di questa situazione. Ciò ha provocato delle reazioni che si sono concentrate sulla impostazione nostalgica di questo appello (http://www.rivistailmulino.it/item/3767), e altre che hanno individuato le cause del problema in fenomeni opposti, cioè nella mancata apertura della scuola e dell’università italiane all’innovazione didattica (https://www.tuttoscuola.com/gruppo-firenze-ragazzi-barbiana-due-lettere-confronto/).

È forse possibile, però, trarre alcune prime conclusioni, cercando di mettere a fuoco una soluzione condivisa. Le guerre più o meno ideologiche tra passatisti e innovatori servono a poco. Continua a leggere →

13 agosto 2017
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Carol Rama: una regina del Novecento

di Alessandra Sarchi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 25 gennaio 2017].

È in corso alla Gam di Torino, fino al 5 febbraio, una grande retrospettiva: La passione secondo Carol Rama, a cura di Paul B. Preciado e Teresa Grandas. La mostra è la più grande a oggi organizzata sull’artista venuta a mancare nel 2015, con duecento opere esposte comprese tra il 1936 e il 2005.
Ideata nel 2014 dal Museu d’art contemporain di Barcelona e dal Musée d’art moderne de la ville de Paris, l’esibizione è stata ospitata a Barcellona, a Dublino e a Parigi per approdare nell’ottobre 2016 a Torino, città natale dell’artista.
Tanta visibilità e tanto spazio in istituzioni consacrate all’arte moderna e contemporanea sono un fenomeno abbastanza eccezionale, concesso a nomi di grande richiamo pop, si pensi ad esempio al tour mondiale della mostra su David Bowie curata dal Victoria and Albert Museum, o alla grande esibizione organizzata nel 2007 in onore di Louise Bourgeois alla Tate Gallery di Londra, poi migrata in altre prestigiose sedi.
D’altronde, ben prima che le fosse riconosciuto il Leone d’oro, consegnato dal ministro Urbani a Venezia nel 2003, e ancor prima che nel 2010 il presidente della Repubblica Napolitano le conferisse il premio alla carriera, su invito dell’Accademia di San Luca, un critico rigoroso e finissimo come Paolo Fossati aveva detto di Carol Rama che “s’iscrive nel Novecento da regina”.
Basterebbero il lunghissimo arco temporale in cui si estende la sua produzione (1936-2007), la varietà dei materiali e delle tecniche sperimentate, all’interno di una ricerca originale nei temi e dagli esiti estetici sempre potenti, a farne un’artista di primo interesse nel quadro del Novecento italiano ed europeo.
Eppure, al di fuori del coro di alcuni storici dell’arte e critici come Paolo Fossati, Marco Vallora, Giuliano Briganti, Lea Vergine, Vittoria Cohen e Maria Cristina Mundici, e dell’amico di una vita, Edoardo Sanguineti, che hanno commentato e accompagnato le sue opere, riconoscendone la poetica visionaria e l’intelligenza, Carol Rama è rimasta finora una regina sconosciuta, al grande pubblico almeno.
Per molti, e non solo fra quelli appartenenti alle generazioni più giovani, la mostra torinese può costituire un’occasione di scoperta. Continua a leggere →

12 agosto 2017
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A nuclear era, but I have no fear

Playlist di Maria Anna Mariani​

The Clash, London Calling

Kraftwerk, Radioactivity (live) Continua a leggere →

11 agosto 2017
Pubblicato da Francesco Pecoraro
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A scuola dai preti

di Francesco Pecoraro

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 13 marzo 2017].

La scuola cattolica, il romanzo di Albinati che ha vinto il premio Strega 2016, mi ha fatto ripensare al liceo che per volontà illusione e irresponsabilità dei miei genitori, frequentai dal ’59 al ’64 del Novecento, in una costosa scuola-collegio di preti, tutta maschile, annidata – e quasi invisibile – nel nucleo storico di Roma. Un segreto luogo di tormento nascosto tra la via del Babuino e il Pincio, nel cuore del Tridente, che allora era ancora il centro artistico e culturale della città.

La memoria di quegli anni mi perseguita. Erano preti vestiti di nero, avevano al collo una specie di corto bavaglino bifido, non erano abilitati a dire messa, e stancamente insegnavano nozioni (conformiste cattolicanti arretrate) ai figli dei ricchi o comunque degli agiati. A quel tempo i romani benestanti e quelli che volevano sembrare tali (era il caso dei miei), mandavano i figli in queste scuole religiose, che, tranne forse l’eccezione del qualificato e gesuitico collegio Massimo, erano di fatto molto peggiori delle scuole pubbliche.

L’abbaglio era che lì si formasse la classe dirigente cittadina e si costruissero rapporti inter pares tra privilegiati, che poi sarebbero tornati utili nella vita. L’idea era che a partire da quelle scuole si entrasse in contatto con gli ambienti borghesi giusti, dove magari trovare una moglie di buona famiglia. Era un’idea sbagliata: la classe dirigente vera si formava altrove, nei licei di scuola pubblica come il Tasso, il Mamiani, il Virgilio, il Visconti, il Righi, l’Avogadro, eccetera, e non certamente in scuole come la mia. In realtà gli istituti cattolici privati erano all’epoca frequentati dalla schiuma dei parvenu del recente boom economico, i nulla-facenti figli di imprenditori e negozianti, di professionisti in fase ascendente e di qualche politico democristiano, cioè in pratica dalla progenie del generone, con l’aggiunta di rampolli di nobili poco avveduti e di quattrinari emergenti. Continua a leggere →

10 agosto 2017
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Infamia e biografia

di David Watkins

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 2 marzo 2017].

È sufficiente scorgerne i titoli per constatare che il genere letterario della biografia, nell’Antichità, ruota attorno alla figura dell’uomo illustre: Cesare o condottiero, modello di virtù, antonomasia di un vizio, o eccellenza di una data professione, le biografie greco-romane – da Ermippo di Smirne, a Cornelio Nepote, a Svetonio – sviluppano il motivo del De viris illustribus, titolo che, nella biografia premoderna, ricorre con generalità e frequenza  analoghe al Perí Physeos dei filosofi presocratici. Filosofi o pittori, da Diogene Laerzio al Vasari, martiri o santi, nella cristianità, le vite che i biografi hanno tramandato, per lunghi secoli, pur differenziandosi notevolmente e inevitabilmente tra loro, tendono a rispondere ad un’esigenza condivisa: quella di costituire, nel loro insieme, un patrimonio comune ed eminente dell’umanità, una serie di tratti umani che, essendosi distinti nel corso della loro storia, si sono guadagnati un posto nella storia tout court.

Già Plutarco, tuttavia, in Vite parallele (e più precisamente nell’incipit della Vita di Alessandro), esplicita una differenza fondamentale che distingue l’arte del biografo dal lavoro dello storico: «noi non scriviamo storie, ma vite, né nelle imprese più famose è insita in assoluto una chiara manifestazione di virtù o di vizio, ma spesso un breve fatto o una frase o un semplice scherzo offrono una dimostrazione del carattere molto più che battaglie con migliaia di morti e grandissimi spiegamenti di forze e assedi di città». È dunque caratteristico del biografo lasciare «ad altri le grandezze e le contese», per concentrarsi sulle minuzie e sui particolari, sul dettaglio che rivela il tratto specifico di una vita. Continua a leggere →

9 agosto 2017
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Commemorazione provvisoria del critico letterario

di Andrea Cortellessa 

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 27 febbraio 2017].

Cinquant’anni sono pochi, per la storia; ma un’eternità nel tempo iper-accelerato in cui consumiamo, oggi, la nostra esistenza. Cinquant’anni fa, il 20 gennaio 1967, si consumava un’esistenza esemplare – o che tale è stata, nel formarsi psicoaffettivo della mia generazione; mentre è verosimile appaia del tutto aliena, “storica” come quella di un ussaro napoleonico o d’uno scriba egizio, ai “nativi digitali” di oggi. Moriva quel giorno colui che l’unico suo possibile rivale, Gianfranco Contini, definì «primo critico letterario italiano di questo secolo»: Giacomo Debenedetti.
Fra i non molti a ricordarlo è l’editore che – tanti passaggi societari dopo – a lui tutto deve, il Saggiatore. Anche se lo fa, con contraddizione non priva d’una sua torbida eleganza, al contempo chiudendo la collana a lui più direttamente ispirata, le «Silerchie». Vi esce infatti in questi giorni la sua quinta e ultima raccolta saggistica, Il personaggio-uomo(pubblicata postuma nel 1970). Fra i cultori di Debenedetti è classica la diatriba tra la perfetta calibratura “narrativa” dei saggi e la tessitura “conversativa” dei grandi corsi universitari (da “libero docente”, beninteso), a Messina e a Roma; ma proprio Il personaggio-uomo rappresenta, in tal senso, la sintesi perfetta: facendo precipitare nella forma-saggio la straordinaria apertura alla contemporaneità che caratterizzò il suo ultimo decennio di vita: quello coinciso, appunto, coll’avventura del Saggiatore di Alberto Mondadori (dal «narratore moderno» Michelangelo Antonioni all’«ingiustamente bistrattato Capriccio italiano di Edorardo Sanguineti», nella Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo: le quaranta straordinarie pagine del ’65 che danno il titolo alla silloge). Come dice Raffaele Manica nella bella prefazione del volumetto, è «il passaggio del testimone nella staffetta che salda il Debenedetti scritto al Debenedetti orale». Continua a leggere →

8 agosto 2017
Pubblicato da Pierluigi Pellini
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La lingua dei giovani accademici

di Claudio Lagomarsini

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 17 febbraio 2017].

Il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea Piva (Apocalisse da camera, Einaudi 2006) è Ugo Cenci, un giovane cocainomane, sessuomane e dottorando in Filosofia del diritto. In una delle scene meglio riuscite del romanzo, Ugo sta per entrare in aula per fare esami, quando si rende conto che gli manca un accessorio fondamentale. Torna di corsa nello studio, recupera l’accessorio e, finalmente tranquillizzato, scende in aula. L’oggetto di cui aveva un disperato bisogno è una semplicissima borsa di cuoio, totalmente vuota (qualche cartaccia impedisce l’afflosciamento che svelerebbe il bluff). Con la borsa, Ugo sente di potersi distinguere dagli studenti suoi coetanei. Con la borsa, riesce anche a darsi un aplomb e un ruolo che i soli titoli di “dottorando” e “cultore della materia” non lo aiutano ad assumere.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come l’italiano scritto sia malamente padroneggiato dagli studenti universitari. Vorrei portare l’attenzione sul fatto che tra quelle fila c’è una delle prossime generazioni di ricercatori e professori. Alcuni di quegli studenti diventeranno ben presto accademici juniores (dottorandi, cultori, assegnisti, borsisti). Da una decina d’anni mi trovo a far parte di questa fauna post-laurea e post-doc che, linguisticamente parlando, non mi sembra molto più in salute di quella pre-laurea. Osservandola dall’interno, ho l’impressione che la lingua dei giovani accademici sia come la borsa vuota di Ugo Cenci: simulando pienezza vorrebbe illudere di essere piena. Infarcita di clichés accademici rassicura anche gli wannabes di essere – o di poter ben presto essere − dei veri accademici. Continua a leggere →