Le parole e le cose

Letteratura e realtà

29 giugno 2016
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La terra del divertimento

di Emmanuela Carbé

[Il testo di Emmanuela Carbé fa parte di Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi, da poco uscito per Exorma a cura di Andrea Cortellessa].

L’antropologo francese Marc Augé nel 1997 pubblicava L’impossible voyage. Le tourisme et ses images, in Italia tradotto due anni dopo col titolo Disneyland e altri nonluoghi. Il volume faceva seguito al suo studio appunto sui non luoghi del 1992, che teorizzava l’esistenza di spazi di transito, senza storia identità e relazione, in cui l’unico principio funzionale è spendere, consumare, vivere attraverso la transazione di denaro: aeroporti, stazioni, centri commerciali, parchi di divertimento. L’impossible voyage partiva da una visita a Disneyland Paris per tornare sul tema, immaginando la Parigi del 2020 data in gestione alla Disney Corporation.

L’Alcor Life Extension Foundation, Arizona, è una delle ormai numerose società che spara gli uomini nel futuro per qualche mila euro. Infila dentro silos i corpi di persone appena morte, li crioprotegge, li riempie di liquido criogenico e li immerge in nitrogeno liquido – 196 gradi celsius forever. Loro solo potranno ripartire dal via quando nel giorno del giudizio gli scienziati saranno capaci di resuscitare cellule, cuore, neuroni, fegato, milza, ricordi (forse), globuli bianchi, rossi, batteri, polmoni, saliva, organi riproduttivi che si spera possano riprodurre. I corpi di queste persone, che hanno speso una fortuna per entrare nei silos, sono oggi gli unici non luoghi esistenti al mondo.

La prima volta che andai a Gardaland da adulta mi resi conto di aver vissuto già tutto, morte, ibernazione e resurrezione, e seppi esattamente cosa proveranno i non luoghi quando ci sarà lo scioglimento dei ghiacci in Arizona.

La superstrada per il lago era piena di cartelli che presagivano l’esistenza del nuovo mondo: Caneva Aquapark, Cavour, Baia delle Sirene, Gardaland, Gardaland Sea Life, Movieland, Medioeval Times, Riovalli, Busatte Adventure, Natura Viva, Picoverde, Giardino Sigurtà, Jungle Adventure, South Garda Karting, Terme di Sirmione, Terme Villa dei Cedri. Molti di quei parchi, certo, c’erano già quando io ero bambina, ma nell’insieme, uno dopo l’altro, erano diventati un’enorme terra del divertimento senza soluzione di continuità. Nei pressi di Castelnuovo del Garda, in macchina per Gardaland, sulle stradine di collina, con cartelli «qui biglietti per Gardaland», «qui agriturismo notte più biglietto a Gardaland», io pensai davvero che nel 1983 nacqui nella terra del divertimento, e che non me ne ero mai accorta. Continua a leggere →

28 giugno 2016
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Diffrazioni. Incontri di poesia

cropped-tumblr_o4s4jeVYnv1rb0omuo1_1280.jpgPisa, Teatro Lux, Piazza Santa Caterina, 6

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28 giugno 2016
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Autopsia di uno scandalo. American Psycho venticinque anni dopo

cropped-7df2038b36af996dbf41e57675e12ae7.jpgdi Luca Mirarchi

Sarebbe quasi rassicurante, per certi versi, poter ritornare a parlare di American Psycho, a venticinque anni dall’uscita, come se si trattasse dell’anniversario di un libro controverso di enorme successo che ha saputo fotografare, come forse nessun altro, New York e l’America del turbocapitalismo sul finire degli anni Ottanta. Certo, tutto questo è vero, ma si tratterebbe dell’ennesimo inquadramento riduttivo di un romanzo che continua a polarizzare senza compromessi i lettori e la critica: lo si ama o lo si odia, quasi sempre lo si travisa. Perché avviene? Cercheremo di rispondere più avanti. Quello che conta, per adesso, è sciogliere le riserve sulla distanza temporale dell’opera rispetto al nostro tempo, una distanza che si assottiglia progressivamente più ci si addentra nella (ri)lettura di quelle pagine che suscitarono riprovazione e strepiti all’inizio degli anni Novanta, e che suonano ancora oggi come una tragica allegoria del mondo a venire.

Tutti i romanzi di Bret Easton Ellis hanno un’architettura narrativa imperniata sul personaggio principale/voce narrante. Quando Ellis riesce a trovare quella voce, il romanzo prende vita e assume la forma di una rigorosa e dettagliata raffigurazione della realtà — nel modo in cui viene percepita da quel dato protagonista. In AP si tratta del più celebre antieroe che la sua immaginazione abbia prodotto, Patrick Bateman, una delle figure più incisive nella letteratura americana degli ultimi trent’anni.

Patrick Bateman[1], di giorno, è un bel ragazzo di successo che lavora a Wall Street, ossessionato dai capi firmati e da tutti i dettami consolidati dell’upper class; di notte, si trasforma nel più spietato dei serial killer. Il germe dell’idea nacque in Ellis dalla frequentazione di quegli yuppie — e del jet set culturale di Manhattan — che avevano trovato un’incarnazione filmica nell’archetipico Gordon Gekko/Michael Douglas di Wall Street (1987), diretto da Oliver Stone. Ellis sublimò il senso di alienazione e di rabbia verso un ambiente che lo attraeva — e che al tempo stesso detestava — facendo di Bateman un emblema della violenza più cieca e insondabile — come del resto cieche e insondabili appaiono le fluttuazioni dei titoli di borsa che indirizzano i nostri destini.

Era il tempo di Ronald Reagan e di Sylvester Stallone/Rocky Balboa che mettevano al tappeto l’Unione Sovietica, erano gli eccessivi e luccicanti anni Ottanta, una decade irripetibile, una decade che forse non è mai davvero finita. Ed è certamente singolare, alla luce degli sviluppi più recenti delle Presidenziali negli Stati Uniti, notare come, da una cernita delle occorrenze dei nomi di personaggi celebri elencati nel libro — una delle marche stilistiche dell’autore — il nome di Reagan ricorra solo quattro volte, mentre quello di un tale Donald Trump, imprenditore spregiudicato e forte presenza mediatica, venga citato addirittura in trenta passaggi del libro. Trump era infatti uno degli idoli di Bateman, che lo vedeva come un modello e considerava il suo libro best seller, The art of the Deal, un vademecum per la riuscita sociale[2]. Oggi Mr Trump è il candidato ufficiale dei Repubblicani alla Casa Bianca, e il suo slogan principale, Make America great again, è diventato popolarissimo fra gli elettori. Già, ma a quale America si riferisce? Esiste un’epoca immune da eterni ritorni? Il Black Monday di Wall Street nel 1987 ha forse prodotto anticorpi per scongiurare i processi che hanno portato alla bancarotta di Lehman Brothers, nel settembre 2008?

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27 giugno 2016
Pubblicato da Daniele Balicco
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Cos’è il M5S, cosa può e cosa non può fare nella situazione politica italiana

cropped-Beppe_Grillo-e1346315633785.jpgdi Marco Maurizi

[In passato LPLC ha pubblicato interventi molto critici nei confronti del Movimento Cinque Stelle. È probabile che lo faccia anche in futuro. Proprio per questo ci sembra interessante ospitare un punto di vista diverso e argomentato su un partito che rappresenta un fenomeno radicalmente nuovo nella vita politica italiana (gm)]

Oltre le reazioni epidermiche e le analisi generiche e consolatorie

La recente vittoria alle amministrative di Roma e Torino del M5S necessita di una riflessione attenta sulla natura del movimento creato da Grillo e ciò che esso rappresenta nel panorama politico italiano. Non si può liquidare con una scrollata di spalle un fenomeno che catalizza il 40% del voto operaio e raggiunge percentuali del 70% in quartieri popolari, raccogliendo l’adesione di una fetta importante di popolo della sinistra: da dirigenti FIOM ad attivisti No TAV. Purtroppo per anni, invece di tentare un’analisi seria, sine ira et studio, del movimento, militanti ed elettori hanno pensato di poter semplicemente catalogare il fenomeno in concetti preconfezionati, dedicandogli battutine sarcastiche ed altri esorcismi assortiti[1]. Al riparo della propria superiorità intellettuale e culturale, il “populismo” diventa la comoda categoria entro cui racchiudere tutto ciò che non viene compreso e che pertanto spaventa, sigillandolo là in attesa che tempi migliori siano propizi a scenari politici più graditi. E tuttavia elettori e classi sociali non aspettano i nostri tempi e se mai un tempo nostro ci sarà, potrà nascere solo dall’attiva preparazione con cui ne predisponiamo la maturazione.

Così, ad ogni tornata elettorale il voto per il M5S diventa un grosso problema di coscienza per chi a sinistra vorrebbe trovare una propria rappresentanza politica e se non trova (più) una forza adeguatamente rappresentativa delle proprie istanze, fa fatica a dare il proprio contributo all’affermarsi elettorale di un movimento “anti-sistema” che sente come ambiguo, forse “di destra”, se non addirittura “pericoloso” per la democrazia. Questo dubbio assale ovviamente non chi si colloca nell’area del PD, né tantomeno chi si accontenta dell’identificazione rituale e consolatoria con micro-formazioni politiche di estrema sinistra che raggiungono lo 0,1%. Quindi il testo che segue non riguarda costoro ma coloro che al di fuori del recinto del PD vorrebbero una trasformazione, magari una rottura in senso progressivo del sistema italiano e sono abbastanza lungimiranti da sapere che ciò può avvenire solo in progresso di tempo e con il concorso di aggregazioni di forze sociali e politiche diverse. Il presente contributo cerca di capire, in modo ragionato e senza banalizzazioni, cosa è, cosa non è, cosa può e cosa non può fare il M5S in una prospettiva di questo tipo. Cercherò prima di analizzare gli aspetti del movimento che solitamente vengono criticati e che, a mio parere, vengono criticati in modo superficiale, erroneo e contraddittorio per poi passare ad una disamina di quelli che mi sembrano essere invece i suoi reali limiti. Solo a partire da qui mi pare si possa trarne una visione generale adeguata di ciò che sta accadendo nella politica italiana, degli scenari che si aprono e delle possibilità efficaci di intervento. Continua a leggere →

26 giugno 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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La genesi di Spoon River

cropped-vintage-female-mug-shots-33-1.jpgdi Edgar Lee Masters

[Nel centenario della prima uscita dell’Antologia di Spoon River (1916) Il Saggiatore ha pubblicato una nuova edizione, nell’aprile scorso, a cura di Pietro Montorfani. Oltre alla traduzione e a un’introduzione di Antonio Porta, il volume comprende tre scritti di Edgar Lee Masters inediti in Italia, tra cui La Genesi di «Spoon River», di cui riproponiamo, per gentile consenso della casa editrice, alcune pagine (dbr)].

[…]

Dal 29 maggio 1914 al 5 gennaio 1915, più o meno, ho riversato epitaffi nel Mirror, dopo aver scritto a Reedy che se davvero era questo che voleva, potevo dargli tutto quello che era in grado di stampare. Attorno alla metà dell’estate i pezzi iniziarono a venire citati e parodiati in tutta l’America, ed erano giunti anche in Inghilterra. A quel tempo mi stavo occupando di un difficile caso presso la Corte Suprema dell’Illinois, e curavo gli interessi del Sindacato delle Cameriere in un caso di ingiunzione, cosa che mi costringeva a stare in tribunale quasi ogni giorno. Però questa attività di consulenza mi metteva in contatto con aspetti della natura umana, e con storie dell’umana sofferenza, che tenevano le mie emozioni al livello massimo, e le lenti di ingrandimento del mio sguardo interiore lucide e pulite.

Tutta questa frenesia lavorativa mi ha costretto a scrivere l’Antologia a orari insoliti, come il sabato pomeriggio o la domenica. Temi, personaggi, drammi mi venivano in mente più in fretta di quanto riuscissi a scriverne. Per questo avevo preso l’abitudine di appuntarmi le idee, o persino le poesie, sul retro delle buste, sui margini dei giornali, mentre mi trovavo in tram, o in tribunale, oppure a pranzo, o di notte quando ero già andato a letto. Ampliavo poi queste note e le copiavo per esteso su grandi fogli di carta, che il lunedì mattina portavo sempre in ufficio dove il mio segretario, Jacob Prassel, un giovane tedesco intelligente, mi attendeva sorridendo per vedere cosa avevo combinato; infine, prendendo i fogli, si voltava verso la macchina da scrivere e produceva un dattiloscritto di impeccabile fattura.

Se stessi componendo un saggio tecnico potrei affrontare il problema della prosodia nell’Antologia. Potrei allora fare riferimento alla prosa nuda e solida dell’Antologia Palatina nell’edizione Bohn, e creare parallelismi tra quella e brani ritmici come Thomas Trevelyn e Isaiah Beethoven, e in rapporto a questo potrei ricordare il fatto che la Spooniade è in blank verse, cioè un metro piuttosto tradizionale, mentre l’Epilogo è in rima. Potrei mostrare come ci siano sessantasette composizioni che sono basate sia sul ritmo che sul metro; o come io abbia inventato una trama ritmica per pezzi quali Henry Tripp, che sono caratteristici del libro ed espressione dell’atmosfera che lo ha suscitato. Potrei appellarmi alla Poetica di Aristotele, cui si deve la massima secondo la quale la differenza tra poesia e prosa è la differenza tra la letteratura che imita azioni ed emozioni, e la letteratura che non imita nulla, come i dibattiti e cose simili. Quale giustificazione per la libertà che mi sono preso, e per la ribellione che ho sostenuto contro le foreste dei tecnicismi accademici, potrei appellarmi al consiglio di Goethe di utilizzare in poesia le allitterazioni, le false rime e le assonanze, come nel 1831 ammise di voler fare, se soltanto avesse potuto tornare giovane. Continua a leggere →

25 giugno 2016
Pubblicato da Italo Testa
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Goodbye Great Britain

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Billy Bragg, Take Down the Union Jack (England, Half-English, 2002)

 

The Clash, This is England (Cut the Crap1985) Continua a leggere →

23 giugno 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Telepatia

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di Gian Mario Villalta

[È appena uscito Telepatia, il nuovo libro di poesia di Gian Mario Villalta che inaugura la collana «Gialla Oro» di pordenonelegge.it & Lietocolle. Propongo due dei diciannove poemetti che compongono il libro: il primo, L’invenzione di un passato, e il decimo, Serate memorabili (mg)].

L’invenzione di un passato

I.

Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all‟orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell‟albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

 

II.

Non la affronta più, lascia correre, osserva.
La guarda giocare con la bambina,
sorveglia che il bene fluisca a circuito chiuso.

Le telefona, dopo, per sentirla gridare
che non sopporta quelle telefonate
troppo presto di mattina o quando è già a letto.

La ascolta in silenzio. Che sia esasperata
e inveisca minacciandolo
di sparire per sempre, lo rassicura. Continua a leggere →

23 giugno 2016
Pubblicato da Italo Testa
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Direi di no

cropped-ilovegreeninsp_light_sentence.jpgdi Enrico Donaggio

[Esce oggi per Feltrinelli Direi di no. Desideri di migliori libertà di Enrico Donaggio. «Siamo diventati incapaci di un gesto elementare: dire di no», si legge nel risvolto di copertina. «Come è stato possibile fino a ieri dire di no? In quale misura potrebbe tornare a esserlo? Quanta radicalità ci è concesso esprimere nel nostro agire quotidiano? Di quanta integrità siamo ancora capaci?». Presentiamo le prime pagine del libro]

Compagni per caso

Si scrive sempre intorno a delle ossessioni. In equilibrio sul margine, quando è concesso uno stato di grazia. O precipitandoci dentro, nel resto dei casi. Una volta sul fondo, ci si arrangia con la fortuna, le armi e l’intelligenza a disposizione. Ogni diversità tra i generi di un testo – saggio, fiction, autobiografia – risulta irrilevante da quella prospettiva. E ha poco senso pure per chi legge. Si accumula carta per spegnere un incendio. Per non bruciare soli tra privatissime fiamme.

Questo libro non fa eccezione. Nasce dal bisogno di verificare alcuni punti fermi della mia linea di condotta. Chiodi fissi che hanno finora tenuto abbastanza bene insieme coerenza e libertà, regalando soddisfazioni e qualche momento felice. Ma che di recente si stanno trasformando in sostanze tossiche per la vita. Facendomi sentire, in svariati contesti, uno degli ultimi a pensare, pretendere o sperare certe cose. Ovvietà che sino a poco tempo fa, per capirsi in fretta e a occhi chiusi, si sarebbero dette di sinistra. E che oggi, con l’estinzione di questo modo di stare al mondo, risultano quasi solo stranezze fuori luogo e tempo massimo. Roba inutile e nociva, se le si resta ancora troppo attaccati.

Nulla a che vedere con squalifiche o messe al bando. Semmai un senso di appartenenza postuma. Non cercato e imprevisto per uno che mai si è ritenuto particolarmente socialista o comunista, nemmeno anarchico o radicale. Combinato allo stupore per la diserzione in massa di chi, sino a ieri, tale invece si proclamava. Per la miseria delle alternative a cui ha aderito e l’ignoranza di queste posizioni da parte dei più giovani. Un sentimento che la crisi di questi anni – scontata quella biografica, con l’ingresso nella mezza età; più interessante quella d’epoca, con il capitale che riprende a trattare il nostro lembo privilegiato d’Occidente come una qualsiasi delle sue colonie – mi ha imposto di precisare meglio. Continua a leggere →

22 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Che cos’è la poesia

 

Con Milo De Angelis

Giovedì 23 giugno, ore 18.30
la Triennale – Teatro Agorà
viale Alemagna 6 – Milano

De Angelis poesia Continua a leggere →

22 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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“Avverare la realtà”. Letteratura e orizzonte politico

cropped-14-dicembre_09-1.jpgdi Silvia Albertazzi, Federico Bertoni, Emanuela Piga, Luca Raimondi, Giacomo Tinelli

[Con questo saggio si apre il numero di Between intitolato L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia]

Questo numero di Between raccoglie gli atti del convegno annuale di Compalit, L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia, che si è svolto a Bologna nel dicembre del 2014[1]. È stato un convegno molto ricco e partecipato, che ha fatto convergere interessi e competenze molteplici, secondo quell’idea di sapere dinamico, aperto e trasversale con cui l’Associazione interpreta da sempre un campo di studi tanto stimolante quanto magmatico come la comparatistica.

La scommessa iniziale era intercettare una nebulosa di tendenze, sensibilità artistiche e posture critiche che segnano l’orizzonte culturale contemporaneo. Era innescare un cortocircuito virtuoso tra sguardo archeologico e critica del presente. Dunque fare il punto sull’antichissimo nesso tra politica e letteratura, seguirne le tortuose evoluzioni storiche attraverso varie letterature, generi, media e procedimenti espressivi per interrogare e rimettere a fuoco la situazione in cui ci muoviamo oggi, in un orizzonte che cerca di ritrovare una prospettiva ma che tende a descriversi in termini fatalmente postumi: fine della storia, fine dell’ideologia, fine del postmoderno, senso incombente della crisi, stato di minorità, nostalgia dell’agency, eclissi del nesso epico tra destini privati e destini generali[2]. Se osserviamo le cose a posteriori, dopo la chiusura del convegno e ancor più oggi, suggellando questo volume, la scommessa sembra vinta, almeno nella sua posta in gioco immediata. Undici relazioni plenarie, più di cento comunicazioni organizzate in sessioni parallele, la presentazione di Between e del manuale di Letterature comparate curato da Francesco de Cristofaro, un’intensa e affollata conversazione serale con due membri del collettivo Wu Ming. E ora questo ricchissimo numero della rivista in cui è confluita gran parte delle relazioni tenute a Bologna. Ovviamente molte cose sono cambiate rispetto al progetto originario e all’elaborazione progressiva del convegno: prospettive inedite, nuovi spunti di riflessione, nodi problematici emersi nel vivo delle sessioni e delle discussioni che ne sono seguite. Ed è giusto così. Forse l’unica vera ragione per cui vale ancora la pena di incontrarsi per mettere in comune ricerche e passioni. Continua a leggere →