Le parole e le cose

Letteratura e realtà

29 maggio 2016
Pubblicato da Damiano Abeni
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Tre poesie da Cane metafisico

di Frank Bidart (nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan)

Cane metafisico

Belafonte, che rifaceva ciò che facevamo noi
non come atto di supina

imitazione, ma di sfida—

sedere sul divano e zampe anteriori a scavalcare
il vuoto appoggiate sull’ottomana, che abbaia fin quando

i padroni non gli puliscono i denti con il filo interdentario.

Come osa l’essere
conferirgli questo corpo.

Costretto davanti a uno specchio, veniva preso da convulsioni.

 

Metaphysical Dog

Belafont, who reproduced what we did
not as an act of supine

imitation, but in defiance –

butt on couch and front legs straddling
space to rest on an ottoman, barking till

his masters clean his teeth with dental floss.

How dare being
give him this body.

Held up to a mirror, he writhed.

* * * Continua a leggere →

28 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Fitter, Happier, More Productive

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playlist di Claudia Crocco

RadioheadParanoid Android (Ok Computer, 1997)

RadioheadIdioteque (Kid A, 2000)

RadioheadBurn The Witch (A Moon Shaped Pool, 2016) Continua a leggere →

27 maggio 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Sulle tracce di un poeta pazzo: Giovanni Antonelli

cropped-Copertina-Antonelli.pngdi Massimo Gezzi

[Esce oggi per Giometti & Antonello Il libro di un pazzo, l’autobiografia di Giovanni Antonelli, una delle figure più eccentriche, scomode e dimenticate della società letteraria italiana a cavallo tra Otto e Novecento. Nell’introduzione al libro, riprodotta qui di seguito, racconto qualcosa di questo strano personaggio, cui sono riuscito a restituire anche una data di nascita e di morte,  fino ad oggi ignote, rovistando negli archivi. L’introduzione è accompagnata da una pagina dell’autobiografia di Antonelli, quella relativa all’entrata nel manicomio di Fermo,  nel 1876, primo di una lunga serie (mg)].

Pochi conoscono Giovanni Antonelli, e chi lo conosce l’ha incontrato in modo fortuito. Chi scrive, per esempio, ha incrociato per la prima volta il suo nome in un libro di Giovanni Martinelli intitolato 100 illustri. Personaggi del fermano (Andrea Livi, Fermo 2010) dove si legge che Antonelli fu un poeta anarchico e antiborghese nato nel 1851 o 1852 a Sant’Elpidio a Mare e morto chissà dove dopo il 1909. Accanto alle righe di Martinelli campeggia un ritratto del personaggio, autore di un’autobiografia intitolata Il libro di un pazzo, da cui quel ritratto proviene. Sono bastate queste poche informazioni per accendere in me una profonda curiosità: chi era quel poeta, e perché un suo concittadino, che peraltro si interessava alla poesia da più di vent’anni, non ne aveva mai sentito parlare?

Da quel giorno la figura di Giovanni Antonelli mi accompagna e in qualche modo mi ossessiona, tanto che a lui ho dedicato un poemetto in uscita per la casa editrice svizzera Casagrande e intitolato Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta. Solo una preziosa e fortuita coincidenza mi ha permesso di scoprire che, mentre il libro di versi veniva impaginato a Bellinzona, Giometti & Antonello stavano allestendo a Macerata la pubblicazione che avete sottomano, e che finalmente rende giustizia a una delle figure più eccentriche, scomode e incomprensibilmente dimenticate della società letteraria italiana a cavallo tra Otto e Novecento.

Giovanni Antonelli fu, per usare alcune definizioni che gli sono state attribuite da chi lo conobbe di persona, un «genio da manicomio» (Enrico Morselli), un «poeta pazzo» (Giacinto Stiavelli), o ancora uno «zingaro poeta, pieno di ingegno» (Aldo   Barilli): un autodidatta inquieto e terribilmente vivace, nato in un paesello confitto nel cuore dello Stato pontificio e destinato, forse anche per questo, a sviluppare sin da giovanissimo una feroce allergia per i preti, per l’ordine e le convenzioni borghesi, per il conformismo e l’immobilismo della società del suo tempo. Incapace di adeguarsi e di trovare un posto nel mondo, Antonelli spese la sua vita girovagando disperatamente a piedi per l’Italia, entrando e uscendo di continuo da carceri e manicomi, come l’autobiografia che state per leggere, iniziata con buona probabilità nel 1890   in una cella del manicomio di Ancona, documenta fedelmente, spesso senza alterare la realtà degli eventi, e anzi dipigendola con straordinaria precisione (segno lampante, per un lettore avvertito, del fatto che spesso la follia è l’etichetta che la società ha avuto bisogno di attribuire a chi non aderiva al suo ordine e alla sua norma, come ci ha mostrato Foucault). Continua a leggere →

26 maggio 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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Sicilia Queer 2016

cropped-unnamed-1-1.pngDal 29 maggio al 5 giugno 2016, ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, si svolgerà la sesta edizione del Sicilia Queer – Festival internazionale di nuove visioni, diretta da Andrea Inzerillo.

Il Sicilia Queer  è un tentativo di raccontare le trasformazioni in atto nella società attraverso una riflessione sul futuro del cinema, con un occhio di riguardo per un pubblico ampio e uno sguardo attento a nuovi linguaggi e ai temi delle diversità”.

 L’edizione 2016 prevede diverse sezioni e due competizioni internazionali: il concorso di cortometraggi Queer Short (curato da Tatiana Lo Iacono e giunto alla sesta edizione) cui si aggiunge quest’anno una sezione competitiva di lungometraggi intitolata significativamente Nuove Visioni, che vuole restituire al termine queer tutte le sue sfumature, estendendo la ricerca verso nuovi autori e nuovi linguaggi.

La giuria, chiamata a scegliere le migliori opere tra 17 cortometraggi e 7 lungometraggi provenienti da tutto il mondo, è composta dallo scrittore palermitano Giorgio Vasta, affermatosi con i romanzi Il tempo materiale e Spaesamento; João Ferreira, direttore portoghese del festival Queer Lisboa; Roy Dib, videoartista libanese che ha vinto la sezione Queer Short dello scorso anno; Valérie Donzelli, attrice e regista francese, autrice e interprete del pluripremiato La guerra è dichiarata e presidente della giuria della Semaine de la  Critique di Cannes 2016; Victoria Schulz, giovane e promettente attrice tedesca.

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26 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Giorgio Caproni e gli altri

cropped-giorgio_caproni3-1.jpgdi Elisa Donzelli

[Esce oggi, per Marsilio, il saggio Giorgio Caproni e gli altri. Temi, percorsi e incontri nella poesia del Novecento di Elisa Donzelli. «È un libro sulla poesia di Caproni», si legge nel risvolto di copertina «e un libro su altri scrittori, artisti e intellettuali testimoni dell’eredità culturale di uno dei protagonisti della poesia europea del Novecento» – italiani (Mario Luzi, Vittorio Sereni, ma anche Libero Bigiaretti, Mario Mafai, Diego Valeri, Margherita Guidacci) e stranieri (Pierre J. Jouve, Antonio Machado, Federico G. Lorca, René Char, Maurice Blanchot). Il dialogo fra Caproni e gli altri viene letto e interpretato alla luce di un dettagliato lavoro d’archivio. Quello che segue è l’ultimo paragrafo del saggio]

Caproni, la fine e il principio. Poesia e autoritratto

Come ho fatto più distesamente per Sereni, dirò brevemente dove compaiono e si concentrano le occorrenze legate alla “paura” (“paure” ma anche “brivido” e “brividi”, “grido” e “gridi”, e così via) nell’opera in versi di Giorgio Caproni. E lo farò, in prima battuta, per mostrare che nell’ultimo Caproni, almeno dal 1975 in poi, il termine “paura” subisce una consistente tendenza alla sparizione e, come l’“io”, finisce tra i tanti segni da scrivere per inciso, se non addirittura da negare o segnare Tra parentesi: “Paura / […] del mio non aver paura” e “(Non è paura)”.

Ecco il cammino che segue la paura nei versi di Caproni.

La prima paura è l’“amore verace” di Cronistoria: “la mia rossa paura”, “la tua paura”, “un lutto d’innocenza / […] in cui tu sola resti  senza / paura”; a seguire compare la paura della guerra e della morte in Alba “Amore mio […] / che brivido attenderti!”, “una paura che conquide” nei Lamenti, un “tremito” “mentre monta / nel petto la paura” dentro la ballata Le biciclette dove questo sentimento esplode nel “grido / ch’è scoppiata la guerra” (e qui si vedano anche le quattro occorrenze “brivido e “brividi”); ed è ancora nelle Stanze della funicolare “la mia paura” dell’Interludio, accanto ai “gridi” e al “brivido” che accompagnano il viaggio dell’arca nelle gallerie di Genova; più avanti, tra le macerie del dopoguerra, la paura diviene quella della solitudine che provano gli “uomini miti” di All alone “E quando, / soli tra le vetrine, […] / […] la paura / perché confonde il labile contorno / del loro volto confuso”; come è “un segno della mia paura” anche il ricordo dell’iniziazione all’amore fisico da bambino di cui tratta Il becolino, e come lo sono i ricordi delle sassaiole d’infanzia nel verso “Ho avuto paura. ‘Zio!’ / ho chiamato” di Scalo dei fiorentini. Continua a leggere →

25 maggio 2016
Pubblicato da Italo Testa
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Parole come agnelli

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progetto didattico

mots comme des agneaux

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1. reading di Jean-Charles Vegliante

presentazione di Italo Testa

giovedì 26 maggio 2016, ore 15.30

aula 25, Accademia di Brera

2. laboratorio d’interazione arte-poesia

con Jean-Charles Vegliante e Italo Testa

venerdì 27 maggio 2016, ore 10.30

aula 25, Accademia di Brera

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25 maggio 2016
Pubblicato da Emanuele Zinato
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L’autore, il genere, il pubblico. Intervista con Vitaliano Trevisan

cropped-vitaliano-trevisan2-2.jpg[Tra l’autunno 2014 e la primavera 2015 la Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova ha ospitato un ciclo di incontri con narratori e poeti intitolato L’autore, il genere, il pubblico, organizzato da Pier Giovanni Adamo e Marco Malvestio, al quale ha partecipato anche Vitaliano Trevisan. Il testo che segue, preceduto dal questionario che introduceva ogni incontro, è la trascrizione dell’intervento nel corso del quale lo scrittore veneto anticipò e discusse alcuni brani di quello che sarebbe poi diventato il romanzo autobiografico Works, uscito da poco per Einaudi. L’intervista, condotta da Pier Giovanni Adamo, Marco Malvestio e Franco Tomasi, è un estratto di un volume in via di pubblicazione che comprenderà anche gli interventi di Franco Buffoni, Stefano Dal Bianco, Gabriele Frasca, Nicola Lagioia, Valerio Magrelli e Francesco Pecoraro].

Domande

1. Ha senso parlare di “fine dei generi”? Ovvero: pensa che la letteratura, a un secolo dalle avanguardie e dopo oltre trent’anni di importanti tentativi di dissoluzione, abbia ancora un bisogno pratico, non solo concettuale, delle forme?

2. Crede che oggi esista o debba esistere una specificità del genere letterario in relazione al contenuto espresso, come se forme privilegiate potessero veicolare esclusivamente determinati contenuti, altrimenti ineffabili? Due esempi: la poesia contemporanea, soprattutto italiana, è ancora eminentemente lirica? Il romanzo rimane l’epopea del mondo borghese o è semplicemente la possibilità di raccontare qualsiasi storia in qualsiasi modo?

3. Nel suo lavoro di scrittore, sia al momento della creazione autonoma dei testi sia nella prospettiva dell’orizzonte d’attesa dei lettori, ha dato peso all’idea dei generi letterari? Se sì, sarebbe in grado, anche con un esempio tratto dalle sue opere, di quantificare questa influenza?

4. Quanto conta, secondo la sua esperienza, nel rapporto tra un autore, le case editrici e il mercato la scelta di esprimersi in uno o più generi letterari, magari ibridandoli? Perché lei ha scelto quello/quelli che conosciamo?

5. Come si realizza, a suo parere, nella contemporaneità l’incontro tra la letteratura e altre forme discorsive, quali, ad esempio, la storia, la saggistica, l’autobiografia? Quali componenti formali, espressive, tematiche coinvolge, mutandole, questa contaminazione?

TOMASI: Vorrei cominciare questa discussione partendo dall’ultima domanda [1]. Mi permetterei inoltre di estendere l’idea di contaminazione non solo a forme discorsive letterarie ma anche ad altre, come per esempio la musica o l’arte pittorica, ricordando l’influenza, mi sembra, abbiano nel tuo lavoro.

TREVISAN: Per me si realizza sia nell’ascolto che nella pratica – soprattutto musicale. Ho suonato per venticinque anni la batteria, per cui tengo sempre molto presente la musica, che più recentemente è ravvivata da varie collaborazioni con musicisti classico-contemporanei. Quando si incrociano parole e musica di norma finisce che la parola acquisisca importanza a scapito della musica che diventa commento, e perché così non fosse l’ultimo lavoro collaborativo cui ho partecipato, Time Works, presupponeva un’improvvisazione da parte mia su uno spartito musicale concordato, e lì la sfida era togliere narratività ai testi, senza però ritrovarsi completamente sperduti. Lasciare una C’è una traccia di senso, ma non narrativa. Continua a leggere →

24 maggio 2016
Pubblicato da Mauro Piras
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L’idea di socialismo. Un sogno necessario

cropped-ha-del-que-no-No_1304279568_20567519_1233x815.jpgSEMINARIO DI FILOSOFIA POLITICA 2016

Il socialismo

giovedì 26 maggio 2016
h. 16:30-18:30 – Centro Einaudi, via Ponza 4/e

Libro in discussione: Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Milano, Feltrinelli,  uscita 5 maggio 2016

Relatore: Marco Solinas, Traduttore del volume

Discussant: Mauro Piras, Liceo Classico Gioberti di Torino, e Leonard Mazzone, Università degli Studi di Torino

Il capitalismo vive oggi nel paradosso. Da un lato sembra l’orizzonte non aggirabile della nostra esperienza sociale, dall’altro appare sempre più iniquo e privo di legittimità democratica o morale. La tradizione politica socialista, simmetricamente, appare del tutto in crisi: fallimentare nella forma rivoluzionaria, debole e compromessa nelle pallide incarnazioni riformiste. Tuttavia, lo sguardo della critica sociale non sembra potersi orientare se non in rapporto all’idea di socialismo. Le profonde diseguaglianze prodotte dal capitalismo finanziario degli ultimi decenni rendono più acute le aspirazioni all’eguaglianza, alla giustizia sociale, alla solidarietà. Honneth cerca di ritornare alla tradizione del socialismo, liberandola dalle più pesanti eredità ottocentesche, come l’idea di un progresso lineare della storia, o di una negazione totale del mercato. Si tratta di andare alla radice di una idea di libertà che si realizza dentro l’appartenenza sociale, cioè di una libertà solidale.

Il Seminario di Filosofia Politica, coordinato da Mauro Piras (docente del Liceo Gioberti di Torino), è un seminario aperto, non specialistico, rivolto a docenti di scuola e universitari, studenti universitari e di scuola superiore, studiosi di filosofia, cittadini interessati alla cosa pubblica.

Il suo intento è quello di riflettere su temi centrali della filosofia politica, affrontandoli in termini teorici e in rapporto ai problemi di politica pubblica posti dalla società contemporanea. La riflessione teorica viene interrogata per cercare risposte pratiche all’orientamento politico in società complesse e conflittuali. Allo stesso tempo, il seminario vuole perseguire un intento formativo, discutendo temi e testi classici della filosofia politica, in modo da permetterne la diffusione.

Il libro verrà presentato da un relatore del gruppo del seminario, e discusso da uno o più studenti. Il resto del tempo sarà dedicato alla discussione in sala, promossa da tutti i partecipanti a partire dalla propria lettura del testo. Continua a leggere →

24 maggio 2016
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Anna Maria Ortese e gli animali

cropped-d5652282a.jpgdi Niccolò Scaffai

Perché guardiamo gli animali? È la domanda che ci pone il libro (Why Look at Animals?, 2009, di recente tradotto in italiano per il Saggiatore), in cui John Berger ha riunito i suoi scritti sul rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Gli animali, osserva Berger, sono entrati nel nostro immaginario «come messaggeri e come promesse»; ma da quando abbiamo smesso di considerare la loro esistenza parallela e autonoma rispetto alla nostra, quella funzione originaria è esaurita. La sottomissione degli animali ne ha spezzato il legame dualistico con l’uomo, alterando l’equilibrio tra venerazione e controllo.

Berger non è il solo scrittore che, negli ultimi anni, ha riflettuto sul valore della vita animale, in sé e come paradigma della relazione individuo/società: da Coetzee a Foer e Franzen, il tema ha guadagnato una presenza crescente nella letteratura, divenendo anche oggetto di una corrente critico-teorica, gli Animal studies, già molto diffusa in ambito nordamericano. Anche nella letteratura italiana contemporanea ci sono esempi che si prestano a un’interpretazione di questo genere: limitandosi ai classici novecenteschi (ma non mancano casi più recenti, da Laura Pugno a Giordano Meacci), si possono citare Tozzi, Calvino, Volponi, Primo Levi. A questi nomi si aggiunge quello di una delle maggiori scrittrici italiane del Novecento, Anna Maria Ortese (1914-1998); il tema del distacco tra uomo e natura attraversa specialmente le sue ultime opere (da Il cardillo addolorato ad Alonso e i visionari e Corpo celeste), fino alla raccolta d’interventi sul tema che esce ora a cura di Angela Borghesi: Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti, Milano, Adelphi, pp. 271, euro 14,00.

Il volume comprende trentasei pezzi, tredici dei quali già apparsi a stampa ma finora mai raccolti; i restanti, selezionati dalla curatrice tra i materiali del Fondo Ortese presso l’Archivio di Stato di Napoli, risultano inediti. Non datati, i testi sono perciò organizzati nel libro in base a un criterio tematico: la prima parte – chiarisce la Nota al testo – accoglie quelli «d’ampio respiro filosofico-naturalistico, di critica culturale e di costume, o di carattere documentaristico-memorialistico»; la seconda i testi «d’impronta militante», percorsi cioè da più accesi sentimenti animalistici. Continua a leggere →

23 maggio 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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I film premiati al Festival di Cannes 69

cropped-20160418140729-i_danielblake_01.jpgdi Daniela Brogi

[La prima parte della rassegna si può leggere qui]

Ha vinto la Palma d’Oro I, Daniel Blake: una delle opere più intense e stilisticamente rigorose di Ken Loach; tra i suoi film migliori, almeno dai tempi di My name is Joe (1998), perché racconta, senza una nota patetica di troppo, senza che l’ironia abbassi mai la tensione, la vicenda di un carpentiere che, dopo un problema cardiaco, resta incastrato e ridotto alla povertà estrema da un inghippo burocratico che gli impedisce sia di lavorare sia di ricevere un sussidio d’invalidità:

I dialoghi, come mostra questa scena, sono spietati: nessuna pausa retorica, ma un’adesione ferma, con inquadrature altrettanto essenziali, al linguaggio ferocemente impersonale del neoliberismo. Nessuno si deve “intromettere”, altrimenti è “aggressivo”, s’impiccia di affari che non lo riguardano. Daniel, che reagisce a questo meccanismo, diventa un eroe non perché è povero – rimarrebbe, nel caso, una figura retorica di ribellione, come altri protagonisti meno riusciti di Loach; Daniel diventa un eroe per il modo in cui le situazioni – magari la fila in una mensa dei poveri, la ricerca inutile di un altro impiego, il tentativo di compilare una pratica on line, o la stesura di un curriculum, l’amicizia con  Rachel e i suoi due bambini – per il modo in cui tutte queste scene vengono messe in rapporto tra loro da una regia asciutta e referenziale, che non spiega mai, e che, se usa il registro sentimentale, come accade, lo fa per aderire meglio all’oggetto, non alla soggettività che lo ha ricreato.

Insomma, ha vinto, e non era affatto scontato, uno sguardo che fa vedere la povertà, vale a dire che non guarda e basta, o peggio ancora ammira, spettacolarizzandola, la gente che vive in miseria: magari attraverso stereotipi, ideologemi e anche scenari datati, come hanno fatto i fratelli Dardenne con La fille inconnue, che mette in scena la vicenda di una dottoressa che decide di continuare a fare il medico della mutua, anziché lavorare in una struttura privata, dopo che un paziente – un ragazzino che sta facendo la chemio – le fa una schitarrata di ringraziamento; ma, sentendosi in colpa per l’uccisione di una prostituta nera, avvia una battaglia corsara per ritrovare almeno il nome della morta sconosciuta – considerazione a latere: se uno specializzando, in presenza di un bambino con una crisi epilettica, si appanica e scappa, non va dissuaso dalla scelta, giudiziosa, di abbandonare la professione medica, perché volerlo convincere del contrario non è senso di responsabilità, ma ossessione). Continua a leggere →