Le parole e le cose

Letteratura e realtà

26 novembre 2014
Pubblicato da Claudia Crocco
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Poesia lirica, poesia di ricerca. Su alcune categorie critiche di questi anni a partire da due libri recenti

di Claudia Crocco

Ho cara la tua carne; l’ammasso
d’alberi e vento che dentro te
scorre vene. C’è il sonno; il giorno e poi
il movimento che propaga
vita faccia e sangue
per tutte le cose che fai.
Si racconta che alcuni animali
si nascondano al momento giusto, vadano via
per morire invisibili. Tu invece mostri
come la tua carne sempre sia
foglia, neve; tu non hai paura
ogni giorno di fronte a me
di cadere.

Questo testo fa parte della seconda sezione di Tua e di tutti (Faloppio, Lietocolle, 2014), l’ultimo libro di Tommaso Di Dio. Come nelle altre poesie della raccolta, chi parla usa la prima persona: descrive un mondo quotidiano, spesso nomina luoghi riconoscibili di Milano (la stazione, un parco, un supermercato); tuttavia ricorre anche a cortocircuiti fra astratto e concreto (vv. 1-2 «[…] l’ammasso / d’alberi e vento che dentro te / scorre vene»). Di Dio si serve di parole referenziali e mimetiche («piazza», «slip», «cemento», «pallone»), ma anche di molte che conservano una tensione al metafisico e alla vaghezza («natura», «vero», «male», «tempo», «grazia», «amori»). Dei tredici versi di cui si compone la poesia, soltanto uno ha una struttura endecasillabica (il v. 3); gli altri hanno forme variabili, che vanno dalle quattordici (v. 8) alle quattro sillabe (v. 13). Nonostante l’assenza di versi canonici, si percepisce una scansione prosodica coerente: il ritmo deriva da un lavoro di simmetrie fra sintassi, accenti, enjambement ed emissione di fiato, come Bernardo De Luca suggerisce in una accurata analisi della raccolta uscita su puntocritico.

«Ho cara la tua carne»: chi dice io, già dall’incipit, presuppone un interlocutore. Si può pensare che il destinatario sia una donna, poiché all’interno della seconda sezione di Tua e di tutti ci sono molti riferimenti a un tu femminile. Se si accetta questa ipotesi, il senso della poesia è molto semplice: l’armonia fra chi parla e la persona alla quale si rivolge sublima anche la paura di fronte alla morte. La vita umana, «tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona» (p. 27), d’altronde, è forse la protagonista di tutta la raccolta di Di Dio. Ma su questo torneremo a breve. Tenendo a mente queste poche note sul testo, consideriamo ora una situazione apparentemente analoga, di confronto fra un uomo e una donna, tratta da un altro libro pubblicato nell’ultimo anno.

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25 novembre 2014
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Oltre il muro del reale. Intervista a Laurent Mauvignier

cropped-Jörg-Sasse-_Untitled_March20040.jpgdi Giacomo Raccis

[Laurent Mauvignier è uno degli scrittori più interessanti nell’attuale panorama della letteratura francese. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia, I passanti (uscito per Del Vecchio), racconta la storia di una violenza su una donna. In occasione della giornata nazionale contro le violenze sulle donne, ho intervistato l’autore, il quale in tutti i suoi romanzi – da Degli uomini (Feltrinelli 2010) a Lontano da loro (Zandonai 2012), da Storia di un oblio (Feltrinelli 2009) a Dans la foule (2006, non ancora tradotto in Italia) – affronta da diverse prospettive la questione della violenza e del trauma (G. Raccis)]

I suoi romanzi affrontano sempre la questione del “male”, che può assumere forme diverse: quella della violenza omicida o sessuale, quella dell’autodistruzione suicida, quella dell’indifferenza o dell’odio. Lei racconta situazioni estreme, ma senza esasperare i toni: utilizza infatti le parole in maniera chirurgica, per penetrare il male, per mostrarne la carne viva, ma anche per addomesticarlo per renderlo dicibile. Perché, per parlare dell’uomo bisogna parlare del male di cui è capace? L’impressione, inoltre, è che resti sempre un nodo oscuro che non si può tradurre in parole…

Io scrivo sempre di qualcosa, un nodo oscuro, in effetti, che non può essere ridotto alle parole, e che queste cercano di individuare. Non so se questo si chiami il “male”. Si tratta piuttosto di qualcosa al tempo stesso più concreto e misterioso. Io cerco di parlare di qualcosa di indefinibile, che spinge gli uomini e le donne a uscire da se stessi; qualcosa che appartiene all’ordine delle pulsioni, del desiderio di uscire di sé, di scappare da sé. Tutti i miei personaggi hanno in comune il fatto di dover confrontare i loro sogni, i loro fantasmi, i loro desideri, con una realtà spesso brutale, prosaica. In altre parole, esiste un “muro del reale” contro il quale sogni e desideri si schiantano. Senz’altro, in alcuni casi, l’impossibilità di vivere la vita sognata produce nei personaggi la tentazione della violenza, per infrangere questa impossibilità.

 Si sente di far parte di quella schiera di scrittori francesi – tra i quali ci sono Emmanuel Carrère, Laurent Binet, ma anche, sul versante autobiografico, Philip Forest – che s’interrogano sulla sostanza e sulla rappresentabilità del male? Crede che questa coincidenza di percorsi sia un sintomo di un bisogno di dare senso all’assurdo che ci circonda?

Non lo so. È vero che il lavoro dello scrittore, anche se non consiste necessariamente nel tentare di dare un senso all’assurdo, consiste nel cercare di osservare, di formulare ciò che non si comprende. È vero che molti scrittori francesi sono sensibili a questo genere di questioni, ma credo che non sia un fatto specificamente francese. Continua a leggere →

24 novembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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La metrica dopo la metrica

cropped-Carla-Accardi8.jpg[Giovedì 27 e venerdì 28, all’Università di Padova, si terrà il convegno La metrica dopo la metrica. L’incontro si propone di fare il punto sui metodi per l’analisi metrica della poesia italiana del secondo Novecento].

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[Immagine: Un dipinto di Carla Accardi (gm)].

24 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Marxismo andino

cropped-Morales.jpgdi Gabriella Saba

[Questo articolo è uscito sull’ultimo numero di «Il Reportage»]

L’immagine “slavata” di Alvaro Garcia Linera ha registrato una svolta radicale nell’agosto del 2011, quando il vicepresidente della Bolivia, noto nel Paese come El Vice, ha confessato in un infiammato discorso pubblico di essere innamorato della giovane leader studentesca cilena Camila Vallejo. Da evanescente ed emaciata è diventata, quell’immagine, scoppiettante e allegra, metaforicamente colorata, perfino maliziosa. Linera, naturalmente, si riferiva alla carica idealistica e al carisma, non ha accennato se non velatamente agli occhi verdi e al profilo perfetto della bella studentessa, ma la dichiarazione è finita nelle prime pagine di tutti i giornali latinoamericani, è stata ripresa da molti media europei e il viso esangue del “Jacobino” (un nick che si è dato lui stesso), ha bucato per la prima volta un pubblico ben più ampio di quello che si appassiona alle disquisizioni sull’empate catastrofico di gramsciana memoria spesso citato dal cinquantatreenne Linera nei suoi discorsi e saggi.

Già, perché a differenza del presidente Evo Morales, ex sindacalista aymara di pochi studi e pastorello di lama, da bambino, nel dipartimento andino di Oruro, Garcia Linera è matematico e sociologo e ha insegnato presso la Universidad Mayor de San Andrés di La Paz, nonché scritto decine di libri di cui l’ultimo è Las tensiones creativas de la revolución. La quinta fase del proceso de cambio en Bolivia. In una parola, Linera è considerato, dalla gran parte degli analisti, il vero cervello dell’éra Morales, l’ideologo dell’evismo e, in qualche modo, il contraltare al presidente: un bianco dai modi raffinati e dalla solida, borghese, famiglia criolla, teorico di un “vigoroso marxismo andino”, che contrappone a quello “cadaverico” degli anni Cinquanta e Settanta, accusato di non essersi mai unito alle mobilitazioni recenti. Continua a leggere →

23 novembre 2014
Pubblicato da Damiano Abeni
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L’orso

cropped-01.-Polar-Bear.jpgdi Galway Kinnell (nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan)

[Galway Kinnell (1927-2014) ha vinto il Premio Pulitzer e il National Book Award per la poesia con i suoi Selected Poems (1982). L’orso è una delle sue poesie più famose].

1
A fine inverno
mi capita di intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.

2
Appuntisco la costola di un lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.

E quando è sparita
mi metto sulle tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.

Allora parto
di corsa, seguo le chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi in avanti con i coltelli da orso in pugno.

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22 novembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Malamilano

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Enzo Jannacci, L’Armando (L’Armando/La forza dell’amore, 1964)

 

Dalla Guccini Vecchioni, Porta Romana Bella (live @Trattoria da Vito, Bologna, 1977)

 

Afterhours, I milanesi ammazzano il sabato (I milanesi ammazzano il sabato, 2008)

 

Falca Milioni & e Le Figure, Bovisa Blues (Falca Milioni & Le Figure, 2013)

[Immagine: Renata Vallanzasca i suoi complici in un giornale del 1972 (it)].

21 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Autorialità reloaded. Qualche nota (e un’ipotesi) sul narratore del romanzo globalizzato

cropped-jaume-plensa.jpeg[Una versione più lunga di questo articolo è uscita sull’ultimo numero della rivista «Ticontre. Teoria Testo Traduzione»].

di Filippo Pennacchio

È ormai da diversi anni che si discute, e non solo tra gli addetti ai lavori, di romanzo mondo, di global novel e più in generale di letteratura globalizzata. Eppure non è affatto chiaro che cosa di preciso si designi con queste formule, né se si tratti di sinonimi, e non invece di etichette utili a indicare fenomeni ben precisi e circoscritti[1]. Limitandoci all’ambito italiano, si è definita «mondiale» la produzione degli scrittori migranti; ma con una formula in parte analoga, appunto romanzo mondo, si è parlato all’opposto di un romanzo «adatto alla lettura mondiale, perché calato in modelli riconoscibili ovunque o perlomeno a valenza transnazionale»[2]. E ancora, discutendo di global novel c’è chi ha posto l’attenzione su un romanzo capace di rispecchiare, nei temi e nelle forme, l’attuale panorama socio-culturale – e magari anche in grado di segnare una discontinuità rispetto al romanzo secondonovecentesco[3].

Tutte proposte suggestive, ma destinate forse a collassare di fronte alla plurivocità (e alle dimensioni, all’ampiezza) dei fenomeni che pretendono di descrivere. Se è infatti improbabile che la letteratura sia rimasta estranea alle attuali dinamiche socio-culturali e ai relativi mutamenti d’immaginario, meno ovvio è ipotizzare che ciò abbia dato vita a un nuovo tipo di romanzo, o addirittura a una nuova fase della sua storia (post)moderna. È possibile immaginare qualcosa del genere a fronte della coesistenza e del successo presso vaste platee di romanzi esteticamente complessi e di romanzi invece più tradizionali? E ha senso discutere di una nuova morfologia laddove, per dirne una, romanzi linguisticamente semplici (quindi, s’immagina, facilmente traducibili) circolano e vengono letti al pari di romanzi sotto questo punto di vista più ambiziosi (ma non per questo meno tradotti)? L’impressione, in altri termini, è che le questioni in gioco siano alquanto complesse, e che le categorie teoriche con le quali si cerca di inquadrarle possano sfaldarsi non appena messe alla prova. Come venirne a capo? Continua a leggere →

20 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Memorie per dopo domani. Franco Fortini 1917-1994

cropped-fortini.jpg
Nel ventennale della morte di Franco Fortini, segnaliamo il ciclo di incontri 
Memorie per dopo domani. Franco Fortini 1917-1994, che si terrà a Siena e a Firenze a partire dal 20 novembre. L’iniziativa è a cura del Centro studi Franco Fortini dell’Università di Siena, in collaborazione con la Regione Toscana e  con l’Istituto Storico per la Resistenza di Siena. 

 

programma_memorie

20 novembre 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
8 commenti

House of Cards a Viale Trastevere. Su “La buona scuola”

di Claudio Giunta

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[Questo intervento è apparso su “Internazionale”]

All’inizio di House of Cards, prima serie seconda puntata, il malvagio Francis Underwood chiude un gruppetto di giovani geni della comunicazione in una stanza del Congresso perché scrivano un programma di riassetto dell’educazione scolastica: sarà la prima proposta di legge del neo-presidente degli Stati Uniti. Alla fine del lavoro, uno dei membri del gruppo chiede a Underwood: «History?», cioè «Abbiamo fatto la storia?». «History», risponde Underwood.

Qualche mese fa, il ministro Giannini ha fatto qualcosa del genere. Ha chiuso un gruppo di esperti, per lo più giuristi, in una stanza del ministero e ha chiesto loro di pensare e scrivere un dossier sulla scuola italiana: su com’è e su come va cambiata. Il risultato è un documento di 136 pagine che è stato messo online all’inizio di settembre. Contestualmente, il primo ministro Renzi ha chiesto ai cittadini di leggere e di dire la loro sul sito www.labuonascuola.gov.it. Domenica 16 novembre questa Grande Consultazione Popolare si è chiusa, e sul sito si possono leggere, oltre al testo del documento, i messaggi di centinaia di ‘gruppi di discussione’ sparsi per il paese, con i relativi like (uno potrebbe obiettare che la consultazione andava fatta prima di scrivere il documento, solo che sarebbe stato impossibile, e forse anche inutile se in testa alle proposte avanzate dai gruppi di discussione, a quota 467 like, c’è un capolavoro di concretezza come il seguente: «La scuola oltre la cultura deve formare la persona. Il voto deve comprendere anche una valutazione della persona, dell’impegno, della costanza e passione che impiega»). Continua a leggere →

19 novembre 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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L’artefice magico. Nel trentennale della scomparsa di Eduardo De Filippo

cropped-1407487240K104040.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo articolo è già uscito su «Alias/Il manifesto»]

«Solo quando vedo Eduardo capisco cos’è il teatro» diceva Pasolini. E mentre si celebra il trentennale della sua scomparsa, l’opera di Eduardo seguita a far capire cos’è il teatro agli spettatori più diversi, e seguita a sconvolgere le attese: radicatissima nel microcosmo partenopeo, ma trasposta con successo nelle lingue più varie; ritenuta inscindibile dalla verve di interprete del suo autore, ma, come attestano le messinscene contemporanee (su tutte quelle di Toni Servillo), riuscita a sopravvivergli ampiamente; dotata di una vitalità così spiazzante forse proprio perché spiazzante già in se stessa.

Le commedie eduardiane, infatti, sovvertono continuamente i canoni. Già nella fase farsesca che segue ancora la scia del padre naturale, Eduardo Scarpetta (risentendo però pure l’influsso di un amato padre elettivo, Pirandello), e sempre più nelle fasi successive, queste commedie scrutano la vita del popolo e della piccola/media borghesia, riproducono ritmi, umori, sapori e dissapori della quotidianità, intercettano cruciali svolte storiche; ma senza adagiarsi nei più prevedibili schemi del realismo, complicandoli anzi in modi vari: con impasti tra il comico e il tragico, certo già familiari al teatro moderno, ma particolarmente spericolati; con incursioni nel fantastico; con ricorsi, forti quanto insoliti, ai codici del melodramma.  Continua a leggere →