Le parole e le cose

Letteratura e realtà

19 ottobre 2017
Pubblicato da Niccolò Scaffai
0 commenti

Letteratura e ecologia

di Niccolò Scaffai

[Esce oggi per Carocci Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa. Al centro del saggio è la relazione tra la tematica ambientale e i dispositivi formali che la modellano. Le prospettive ecologiche presenti in opere rappresentative della letteratura mondiale sono messe a confronto con l’idea di natura ereditata dalla tradizione. Il testo che segue è tratto dall’introduzione].

 Arte e natura

Il legame tra arte e natura è antico quanto l’umanità. Le prime tracce “artistiche” lasciate dai nostri antenati rappresentano soggetti naturali, come gli animali stilizzati nelle pitture rupestri di Chauvet, Altamira o Lescaux. Le scene raffigurate sulle pareti di quelle “grotte dei sogni dimenticati” imitano e al tempo stesso inventano la natura. L’aspetto per così dire “creativo” e il potenziale in un certo senso “narrativo” di quegli arcaici manufatti sono evidenti specialmente nelle figure ibride realizzate nel periodo della cosiddetta “rivoluzione del Paleolitico superiore”, che uniscono caratteri antropomorfi e teriomorfi, ed esprimono perciò un grado avanzato di sviluppo cognitivo. Fin da epoche remote, perciò, la raffigurazione della natura ha unito mimesi e invenzione, umano e animale, coinvolgendo due sentimenti opposti ma implicati l’uno con l’altro: il timore e il dominio, la venerazione e il controllo.

Gli stessi elementi e tensioni hanno continuato fino a oggi a incidere nella relazione tra l’uomo e il suo ambiente, trovando in varie forme d’arte il terreno ideale per la loro rappresentazione. In questo libro vedremo come una di quelle arti, la letteratura, esprime tale relazione; vedremo, cioè, come le opere letterarie (soprattutto narrative) entrano in rapporto con l’ecologia, intesa come studio dei legami tra gli organismi viventi e il loro ambiente. Tornerò più avanti su questo e altri significati della parola “ecologia”, e sui possibili esiti letterari delle sue diverse declinazioni semantiche. Ma, prima ancora di soffermarsi su tali accezioni, occorrerà precisare altri termini e concetti, distinguendo – come si farà nel capitolo 1 – l’idea di ambiente da quella di paesaggio, che pure per certi tratti si sovrappongono. Letteratura e ecologia non è infatti una storia letteraria del paesaggio, né dello sguardo sulla natura (per quanto un capitolo, il secondo, sia qui dedicato alla ricostruzione storica delle prospettive sul rapporto tra uomo e natura), ma prende in considerazione le opere che raccontano o illustrano le relazioni tra gli individui e l’ambiente circostante. La natura fa parte di questo sistema di relazioni, ma è spesso modificata dall’opera dell’uomo e confusa negli spazi artificiali del paesaggio urbano. Continua a leggere →

18 ottobre 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
2 commenti

Italiano scritto 2.0

di Massimo Palermo

[È appena uscito per l’editore Carocci il libro di Massimo Palermo Italiano scritto 2.0 Testi e ipertesti. Il libro si compone di quattro parti, rispettivamente intitolate Breve storia delle tecnologie della parola; Il testo, i testi; I testi nella rete: verso una destrutturazione?; Il ruolo della scuola. Il brano che proponiamo qui è tratto dalla Premessa e dalla prima parte (dbr)]

 È una vera e propria epidemia, ovunque si vedono «lettori e lettrici che si alzano e si coricano con un libro in mano, ci si siedono a tavola, lo tengono accanto a sé sul posto di lavoro, lo portano a passeggio». Siamo in Turingia, nel 1796, e in Europa tira aria di rivoluzione. L’autore è un sacerdote tedesco che tuona contro l’abitudine – di importazione francese – di leggere compulsivamente e ostentare l’oggetto del desiderio, il libro. Sostituite al libro lo smartphone o il tablet e alla lettura le mille operazioni consentite dall’interazione touch e la reprimenda può calzare a pennello per stigmatizzare le abitudini degli odierni millennials o di coloro, invero più attempati, che fingono di esserlo per sentirsi al passo coi tempi.

La rivoluzione digitale è l’ennesima (terza, quarta o quinta a seconda dei punti di vista) tra quelle che hanno interessato il nostro modo di comunicare. Il passaggio che stiamo vivendo è di tale portata da far ipotizzare un passaggio dall’homo tipographicus – la cui identità si è definita nei secoli della modernità – all’homo digitalis, che naviga nelle acque della società globale dell’informazione. Un semplice dato aiuta a capire la portata del fenomeno: secondo il VNI (Visual Networking Index) elaborato dalla Cisco, a fine 2016 gli utenti del web risultano essere quasi cinque miliardi, all’incirca i due terzi della popolazione mondiale, mentre il numero di dispositivi connessi in mobilità già supera (con 8 miliardi) gli abitanti del Pianeta e si prevede arriverà a 11,6 miliardi nel 2021. Tuttavia l’homo digitalis non è nato all’improvviso: il suo modo di relazionarsi con la conoscenza è stato preparato nella seconda metà del secolo XX dalla cultura elettronico-analogico-televisiva. Continua a leggere →

17 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

The Bold Bard Contest. Quando la poesia fa spettacolo in televisione

di Igor De Marchi

«Potremmo andare al Maurizio Costanzo Show».

Stavamo attraversando la piazza deserta dopo la presentazione del libro e la cena, non ricordo che paese fosse. Era marzo del 2003, questo me lo ricordo bene. Aveva appena smesso di piovere, tutti i bar erano chiusi. Stanchi, non vedevamo l’ora di tornare a casa, e YX se ne esce con quella proposta: potremmo andare al Maurizio Costanzo Show.

Con potremmo intendeva potresti, cioè io; lì per lì sperai che stesse parlando con qualcun altro, ma in giro c’eravamo davvero solo noi due. Mi spiegò che c’era la possibilità di andare a promuovere il libro in televisione, che aveva un contatto interessato alla cosa. Ero molto ammirato.

Resoconto su reddito e salute era uscito da un paio di mesi e YX (che aveva organizzato e presentato la serata) fiutava l’affarone. Il momento era propizio: la novità delle tematiche (i versi parlavano di zone industriali e autostrade, di lavoro e soldi) andava a nozze con la sovraesposizione mediatica del Nordest. I brutti e operosi veneti erano al centro del mondo. Le potenzialità commerciali erano evidenti, bisognava battere il ferro finché ancora rovente. Un passaggio in televisione era quello che ci voleva. Al Maurizio Costanzo Show.

Io rifiutai scandalizzato. Già mi vedevo a leggere timido e impacciato poesie di ironica amarezza su capannoni e autostrade in mezzo a Sgarbi, Morelli, Platinette, Alessia Merz e il caso umano di turno – sempre che ce ne fosse stato uno, altrimenti il caso umano sarei stato io. Continua a leggere →

16 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
12 commenti

Il tra-le-lingue, l’Europa e lo spirito della traduzione

di Camille de Toledo

[Camille de Toledo ha fondato nel 2008 la Société européenne des auteurs (www.seua.org), un’istituzione che incoraggia una “poetica ed una politica del tradurre” in Europa. Tra i suoi lavori,  l’opéra-vidéo, « La Chute de Fukuyama », nel 2013, con l’orchestre Philharmonique de Radio France o, nel 2015, a Leipzig, presso il Centre d’Art de la Halle 14-Spinnerei, il ciclo di « L’Exposition potentielle », « History Reloaded », e « Europa – Eutopia». Ha scritto cinque romanzi e quattro saggi, tra cui Les Potentiels du temps (Manuella éditions), apparso nel settembre 2016. Il suo nuovo romanzo, Le livre de la faim et de la soif, è stato pubblicato nel febbraio 2017 (Gallimard). Toledo sarà in Italia nei prossimi giorni: a Forlì, Palermo e Roma].

Dopo un lungo ciclo di regressione identitaria e di ricostruzione delle frontiere, come possiamo concepire una politica, una poetica e una pedagogia della riapertura ai mondi, alla molteplicità dei mondi? Come possiamo pensare un mondo senza l’altro, in cui la differenza tra il Sé e l’Altro non sia più essenzializzata, vale a dire idealizzata dai fautori della differenza ed esacerbata dai sostenitori dell’identità? Che cosa succede se concepiamo lo spazio politico – ossia ciò che costituisce il «noi» – a partire dalla meta-lingua del «tradurre», una lingua la cui grammatica e la cui sintassi siano volte per l’appunto a creare legami, a collegare ciò che non può essere collegato? È proprio di questa concezione della «traduzione-come-lingua», tra entità umane (le culture) ed entità non umane (i legami tra cultura e natura) che l’Europa del ventunesimo secolo può – e dovrebbe – essere il laboratorio, il luogo di sperimentazione.

Nel corso degli ultimi vent’anni due grandi sfide hanno, in qualche sorta, colpito lo spazio europeo: da una parte il ri-armamento identitario in una situazione di crisi mondiale in cui rifugiati, migranti e profughi forzano le frontiere e costringono gli spazi politici nazionali a ri-pensarsi, culturalmente, non come spazi omogenei ma come spazi eterogenei di traduzione: tra lingue, culture, codici religiosi e, più in generale, tra codici di esistenza. In questo contesto il punto è far fronte a questa eterotopia, a questa eterogeneità, non limando le differenze, né assimilando – con la violenza –, o peggio ancora respingendo dietro frontiere invalicabili, ma elaborando, ovunque sia possibile, delle politiche di traduzione, della politiche traducenti, a partire da una nuova concezione del «cittadino-traduttore»: un legame di cittadinanza che non viene più pensato esclusivamente sulla semplice base dell’appartenenza alla comunità nazionale – quindi secondo una condivisione dei valori acquisiti – ma secondo i termini di uno sforzo nuovo, che abbia come scopo, tra gli altri, quello di creare legami, collegarsi. In questo contesto ci troviamo ancora tra culture umane. Continua a leggere →

16 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
2 commenti

“Lavoratori creativi”. Copywriting, comunicazione, marketing

Intervista a Claudia Rualta

[Questa intervista è uscita su una nuova rivista, «Figure», che si interessa alle retoriche e agli immaginari del presente. Non è una rivista immediatamente politica, ma la politica è il suo orizzonte. Il primo numero affronta il concetto di creatività, che è ambiguo perché rappresenta un’aspirazione del soggetto e, nello stesso tempo, una categoria economica neoliberista. Vi sono ospitati saggi di analisi, critica militante, reportage e interviste. Quella che segue è la conversazione con Claudia Rualta, lavoratrice creativa].

Per iniziare, ti chiedo in che cosa consiste il lavoro di cui ti occupi adesso, e di cui ti sei occupata in passato.

Io sono un copywriter, ma non solo. Soprattutto lavorando in azienda mi sono occupata della produzione di contenuti pubblicitari. Contenuti pubblicitari e definizione dei canali: un lavoro di marketing, insomma. Da quando lavoro in proprio invece, cerco – per quanto mi è possibile, perché comunque bisogna campare – di prediligere lavori in cui, oltre a questo, entra in gioco anche un altro tipo di concetto: non fare pubblicità e basta, ma di cercare di dare una voce a chiunque voglia tentare di raccontarsi, e non ci riesce. In questo, forse, rientra più il concetto di creatività, o anche semplicemente di lavoro che a me piace fare.

C’è il marketing di base, e poi c’è l’idea dello storytelling. Questo, in particolare, deve necessariamente avere a che fare con i social, con cui io lavoro molto…  Dico sempre, quando un’azienda mi chiede come si deve fare, che la strada è quella di raccontare delle storie: ormai siamo eccessivamente sollecitati dai prodotti e dalle cose, che sono ovunque. L’unico modo che c’è per lasciare una traccia è quello di raccontare una storia… Continua a leggere →

15 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Le piaghe d’Egitto

di Emmanuelle Pireyre

[Emmanuelle Pireyre sarà in Italia il 23 e il 24 ottobre, rispettivamente a Roma e Genova, per incontrare i lettori italiani. Ha pubblicato libri ai confini tra poesia e narrativa, tra cui Congélations et décongélations (Maurice Nadeau, 2000), Mes vêtements ne sont pas des draps de lit (Maurice Nadeau, 2001) e  Comment faire disparaître la terre ? (Seuil, 2006); il suo ultimo romanzo à Féerie générale (Incantesimo generale, Gremese, 2013). Presentiamo una canzone da lei scritta per la performance Chimère: testo originale, traduzione in italiano di Francesca Bononi e link alla traccia audio. Chimère nasce da un articolo inizialmente scritto per «Le Libé des écrivains» su un tipo di maïs geneticamente modificato autorizzato dalla Commissione europea].

Il Signore dice: il fiume brulicherà di rane, usciranno dall’acqua, entreranno nelle case francesi, nelle camere dove dormono i Francesi, sopra i loro letti.

Il Signore dice che le rane saliranno anche sui Tedeschi.

I pesci del fiume moriranno, il fiume diverrà fetido, e gli Ungheresi non potranno più bere l’acqua del Danubio.

La Commissione europea concederà l’autorizzazione e la vegetazione attorno verrà distrutta dai semi venduti con il diserbante corrispondente. L’erbaccia diventerà tollerante al glifosato, gli agricoltori sloveni porteranno il cappello.

Le cliniche catalane si riempiranno di stafilococchi dorati resistenti agli antibiotici.

Le specie vicine saranno contaminate. In tutti i paesi baltici un sottile pulviscolo provocherà sugli uomini e sulle bestie ulcere ricoperte di pustole. E nemmeno i maghi potranno nulla, perché saranno anche loro colpiti dalle pustole, come tutti i Ciprioti.

(Ma non prima di 8 anni, rassicura l’azienda Novartis.) Continua a leggere →

15 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
5 commenti

Ghost in the Machine. Pasolini oltre il mito

di Andrea Cortellessa

Non è un caso, credo, che quasi tutte le cose più interessanti lette su Pasolini, in questi anni, le abbiano scritte studiosi italiani sì, ma che lavorano fuori. Penso ai libri di Manuele Gragnolati, che ora è tra Berlino e Parigi (Amor che move, uscito dal Saggiatore nel 2013), o di Emanuela Patti, che lavora a Birmingham (Pasolini after Dante, Legenda 2016). Con numerate eccezioni, al suo nome più che un’opera si lega da noi – a partire dall’«atrocissimo fait divers» dell’Idroscalo di Ostia, come lo definì Contini – un culto: un culto funebre, come quelli demartiniani che suscitavano il suo contrastato interesse. E che di lui ha fatto un «mito», come già nel 2005 doveva constatare Walter Siti: una vera e propria macchina mitologica – per dirla con Furio Jesi – che, dal fait divers in avanti (sintomatico che di PPP, nel paese degli anniversari, si celebri sempre la morte e mai la nascita), si alimenta sempre più di speculazioni, rivendicazioni, autoattribuzioni.

Non so se pensasse al cadavere ancora caldo di Pasolini (col quale invano aveva tentato di mettersi in relazione) Elvio Fachinelli, quando nel ’78 scriveva pagine sferzanti dal titolo Cultura e necrofagia (le ha raccolte Dario Borso nella bella antologia di suoi scritti politici uscita l’anno scorso da DeriveApprodi, Al cuore delle cose): come nei «gruppi arcaici», nel nostro modo d’interpretare la cultura «un gruppo di morti-viventi» continua a «svolgere una funzione normativa». E in effetti, ancora oggi, non c’è morto vivente quanto Pasolini. Un vero zombi, ha scritto non senza esasperazione qualche anno fa il giovane poeta e studioso Gian Maria Annovi: «da più parti e spesso a sproposito, in una specie di esercizio negromantico, una sorta di rito da santeria molto postmoderna, si parla a Pasolini, o lo si vorrebbe far parlare da morto come se fosse vivo: “Cosa direbbe oggi PPP?”». In altri termini, proprio Pasolini – che questo bon mot di Giorgio Pasquali aveva fatto suo in Uccellacci e uccellini – non riusciamo a mangiarlo «in salsa piccante», come invece si deve fare coi maestri (e come invocava Marco Belpoliti, nel 2010, nel suo Pasolini in salsa piccante appunto), al fine di metabolizzarne davvero l’insegnamento. Non riusciamo ancora a nutrirci dell’opera di Pasolini, impegnati come siamo a divorare il suo corpo insepolto.   Continua a leggere →

14 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Into the Great Wide Open

playlist di Italo Testa

Tom Petty & the HeartbreakersFree fallin’ (live @ Hollywood Bowl 25 settembre 2017)

Tom Petty & the HeartbreakersLearning to Fly (Into the Great Wide Open1991) Continua a leggere →

13 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Ben Lerner e il linguaggio della violenza

di Giuseppe Carrara

Sangue finto sulla neve. Così finisce l’ultimo verso di Le figure di Lichtenberg raccolta di esordio di Ben Lerner che finalmente arriva in Italia con la traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan per Tlon Edizioni. È un libro che si chiude con un’immagine che da un lato richiama la violenza (il sangue sulla neve) e dall’altro la consapevolezza della mediazione della scrittura (il sangue è finto) che, nel saggio Odiare la poesia, Lerner descriverà attraverso una dialettica fra attuale e virtuale costitutiva a ogni atto poetico. Sono questi i due poli su cui gravitano Le figure di Lichtenberg che sin dal titolo racchiude tutte le caratteristiche principali di questo libro: una struttura centrifuga, quasi rizomatica, costruita su un modello frattale che ripropone la tematica della violenza a ogni livello compositivo: le figure di Lichtenberg possono infatti apparire sulla pelle delle persone colpite da un fulmine e sono talvolta rappresentate come la rottura dei capillari. La raccolta, allora, già dal titolo, sembra preludere il sangue finto sulla neve su cui si concluderà. A questa galassia di significato è associata soprattutto Topeka, la città natale del poeta, che diventa quasi l’emblema di un certo tipo di violenza maschile, spesso gratuita, apparentemente insensata; quel tipo di violenza maschilista spesso implicita nella comunicazione quotidiana; ma anche la violenza che esplode improvvisamente alla Columbine High School cui rimanda il personaggio di Orlando Duran sul quale vengono a convergere i connotati della vittima e del carnefice: «Ho picchiato Orlando Duran con un cric finché non gli è uscito il sangue da un occhio» ci dice l’io poetico in uno dei primi testi. E poco più avanti: «scopro il mio corpo tra i binari dismessi di North Topeka. / Orlando Duran mi sovrasta, gli sanguina un occhio. Non so più distinguere // tra i modi verbali che denotano fiducia e quelli che esprimono incertezza». Fino ad arrivare al momento in cui «Orlando mi ha impregnato il corpo di significato erotico / percuotendolo con una pistola». Il legame fra il personaggio di Orlando Duran, Topeka e la violenza è esplicito. Oltre a una certa gratuità del gesto («Stasera / Orlando Duran è impazzito»), è significativo anche il sottile legame che si crea fra la violenza e un certo soddisfacimento erotico-perverso. A confermare l’importanza della tematica si può osservare la ripetizione ossessiva della parola «sangue» (non a caso) e del campo semantico che la contorna: Continua a leggere →

12 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
3 commenti

Lettere agli amici ignoti. Che cosa resta di Calvino

di Massimo Rizzante

[È uscito il nuovo saggio di Massimo Rizzante. Si intitola Il geografo e il viaggiatore. Lettere, dialoghi, saggi e una nota azzurra sulla prosa di Italo Calvino e Gianni Celati (Effigie). Ne pubblichiamo alcune pagine].

1

Trent’anni dopo la sua morte, siamo agli inizi del millennio che Calvino non ha conosciuto. Che cosa resta dei suoi valori letterari? Dei suoi amori? Delle sue lettere inviate agli amici ignoti che noi siamo?

Nel 1984 l’Università di Harvard invita Italo Calvino a tenere sei conferenze durante l’anno accademico 1985-1986. Calvino si mette al lavoro. Il tema è libero. Gran problema la libertà in arte. Soprattutto per Calvino, che da tempo ha imparato l’importanza delle contraintes. La letteratura è un gioco che ha le sue regole. Meglio, che deve inventare ogni volta le sue regole. Mi domando: le regole da inventare sono formali o toccano anche i temi? Si può inventare un tema? Dipende da quello che intendiamo per tema. In questo caso Calvino non ha bisogno di cercare molto lontano.

Vuole parlare di letteratura e, in particolare, di alcuni valori letterari che dovrebbero essere conservati nel prossimo millennio. Scrive cinque conferenze (Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità), mentre la sesta (Consistency) resta incompiuta. La morte sopraggiunge nel settembre del 1985, un mese prima della partenza per gli Stati Uniti. Le Lezioni americane usciranno postume nel 1988.

Continua a leggere →