Le parole e le cose

Letteratura e realtà

22 luglio 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Le cose belle. Intervista a Giovanni Piperno

di Paola Di Gennaro

[Incontro Giovanni Piperno, il regista che insieme ad Agostino Ferrente ha diretto lo splendido film documentario Le cose belle. Un film sulla bellezza triste che le città come Napoli si ostinano a conservare, e che ammutolisce le mani degli spettatori in sala (pdg)].

Questo film nasce da un progetto molto particolare, ce lo spieghi?

Nel 1999 la Rai ci commissionò un documentario per la prima serata, e partimmo subito con il casting. Facevamo annunciare in spiaggia e nei parchi acquatici che la Rai cercava ragazzi per un film, e ovviamente tutte la madri ci mandavano i figli a frotte. Impiegammo la maggior parte del tempo a individuare le persone giuste, e ci rimase relativamente poco tempo per fare il film. Avevamo voglia di approfondire le vite dei quattro ragazzini tra i 12 e i 14 anni che alla fine avevamo scelto – Adele, Enzo, Fabio e Silvana – così insegnammo loro a usare la telecamera, e per due o tre anni si filmarono da soli nella vita di tutti i giorni. Nessuno di loro era ed è attore, e ciò che vediamo è come sono loro realmente. Un film che è l’esito della fiducia totale che abbiamo investito l’uno nell’altro; una fiducia che si è mantenuta grazie al rapporto di amicizia che siamo riusciti a instaurare con i ragazzi, e che ci ha permesso di tornare a filmarli dieci anni dopo, nel 2009, quando grazie al cofinanziamento della Regione abbiamo avuto la possibilità di continuare questo progetto, che ormai immaginavamo concluso, per altri quattro anni. Li seguivamo per due, tre, quattro giorni, e poi li lasciavamo alle loro esistenze, che nel frattempo avevano messo nelle nostre mani, così come noi avevamo fatto con le nostre. Questo film è uno specchio della vita, e con esso abbiamo sperato di poter smuovere qualcosa nelle vite di questi ragazzi, anche solo la voglia di scuotersi e uscire dalla paralisi, per dare qualcosa in più sia alla narrazione sia alla realtà. E bisogna dire che nel medio e lungo periodo – il documentario è stato presentato a Venezia già nel 2012 – il film ha fatto bene a tutti. Continua a leggere →

21 luglio 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Chi dovrebbe essere pagato di più, a scuola?

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di Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul domenicale del «Sole 24 Ore»].

La scuola e l’università italiane sono quei posti in cui si entra in ruolo tardissimo, a quaranta, cinquant’anni (dopo ogni concorso c’è il servizio TV sul tale che vince la cattedra a un giorno dalla pensione), ma una volta entrati in ruolo si è praticamente inamovibili, nel senso che per essere licenziati bisogna perlomeno uccidere, e si è quasi immoti, nel senso che la poca carriera che si fa è legata soprattutto (e a scuola esclusivamente) all’anzianità di servizio. Specie a scuola, dove gli stipendi sono più bassi e il lavoro più stressante, non è davvero una buona strategia per ottenere insegnanti zelanti, coscienziosi e aggiornati. Dopo un po’, vedendo che la virtù non viene premiata e il vizio non viene punito, uno smette di dannarsi l’anima e fa quel che deve fare, niente di più.

Il disegno di legge del governo di cui ha parlato il sottosegretario Reggi in un’intervista a Repubblica si propone di intervenire su questo e altri problemi. “Tutte le ricerche internazionali – ha detto Reggi – concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni”. Lascio da parte i due primi punti e mi soffermo sul terzo: fare carriera significa insomma ricevere uno stipendio più alto rispetto ad altri colleghi, e senza che questo privilegio sia legato necessariamente all’anzianità. Mi pare una cosa giusta: nella scuola ci sono insegnanti bravissimi e insegnanti pessimi, e non si vede perché i primi non dovrebbero guadagnare più dei secondi, anche molto di più. Se non è solo effetto-annuncio, il fatto che il ministero intenda operare in questo senso è un’ottima notizia. Non è invece una buona notizia quella relativa ai criteri alla luce dei quali dovrebbero essere assegnati questi fondi: “premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Questo è infatti un errore, e non piccolo. Continua a leggere →

20 luglio 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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La generazione Telemaco e la critica letteraria. Su due libri di Stefano Ercolino

cropped-ul12.jpgdi Remo Ceserani

[Questo articolo è apparso su «Alias»]

Mi chiedo se si stia affacciando la generazione Telemaco anche sulla scena degli studi di teoria letteraria e nella pratica critica. Sembrerebbe di sì. La risposta positiva la suggerisce il caso di un giovane studioso, ventinovenne, che si chiama Stefano Ercolino e viene da San Giovanni Rotondo (Foggia). Specialista straordinariamente agguerrito di storia e teoria del romanzo, egli è stato allievo di Massimo Fusillo nell’Università dell’Aquila e di Franco Moretti in quella di Stanford: due padri-Ulisse, quindi, ma senza che ci fosse alcun bisogno di ribellarsi contro di loro, semmai, con il loro consenso, di superarli in prontezza di riflessi e qualche spavalderia.

Nonostante il cognome, che sembra echeggiare in diminutivo il nome del mitico personaggio dalle tante fatiche, Ercolino si presenta senza diminutivi, avendo costruito il suo profilo di studioso del romanzo a tappe forzate e superando brillantemente molteplici prove: buoni studi classici e moderni, cinque lingue, amplissime letture, carriera veloce, da generazione Telemaco: laurea magistrale nel 2009, dottorato nel 2013, numerose scuole di specializzazione e borse di studio (la Fulbright a Stanford, la Humboldt alla Freie di Berlino); un primo libro ricavato dalla tesi di laurea sul romanzo “massimalista”, uscito in inglese da Bloomsbury nel 2014 con il titolo The Maximalist Novel. From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolano’s 2666 (187 pagine, $ 110)di prossima uscita in italiano presso Bompiani; un secondo libro, ricavato dalla tesi di dottorato e appena uscito in inglese da Macmillan con il titolo The Novel-Essay, 1884-1947 (194 pagine, Ł 55). Continua a leggere →

19 luglio 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Lollipop

Serge Gainsbourg & France Gall, Les Sucettes (@ ina.fr, 16 gennaio 1966)

 

Afterhours, Strategie (Germi, 1995)

 

The Smiths, Reel Around the Fountain (The Smiths, 1984)

 

Azealia Banks, 212 (ft. Lazy Jay) (212, 2011)

 

Khia, My Neck, My back (Lick it) (Thug Misses, 2002)

18 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’attesa amorosa

cropped-Erwin-Olaf.jpgdi Elisabetta Abignente

[Nelle settimane scorse è uscito presso Carocci il saggio di Elisabetta Abignente Quando il tempo si fa lento. L’attesa amorosa nel romanzo del Novecento: M. Proust, Th. Mann, G. García Márquez. Presentiamo alcune pagine tratte dal primo capitolo].

È giunto il momento di definire il preciso oggetto di questo studio: l’attesa amorosa, ovvero l’attesa della persona amata. Ad accompagnarci lungo questo percorso sarà un testo che, prendendo in prestito un’espressione del suo stesso autore, potrei definire come “texte-tuteur”[1]. Si tratta dei celebri Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, alla cui lettura è fortemente legata la genesi di questo lavoro. Non c’è forse definizione migliore di quella offerta da Barthes nel suo “dizionario” per indicare cosa si intende qui con l’espressione “attesa amorosa”: «attesa. Tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, ritorni)»[2].

La riflessione che Barthes dedica, a più riprese, alla “figura amorosa” dell’attesa comincia ben prima della stesura dei Frammenti, che non rappresentano se non l’ultima, definitiva versione, destinata a un incredibile successo di pubblico, di un percorso iniziato dal Barthes professore alcuni anni prima della loro pubblicazione nel 1977. Il discorso amoroso era stato infatti l’argomento di due anni di seminari tenuti all’École pratique des hautes études nel biennio 1974-76. La pubblicazione, piuttosto recente, del vastissimo materiale di preparazione ai due corsi[3] – appunti, schemi, riflessioni teoriche e un nutrito gruppo di figure inedite – offre la possibilità di penetrare con profondità nel laboratorio dei Frammenti per ricostruirne l’interessante genesi, e rivela come, ben più di quanto emerga dal testo finale, inclassificabile eppure in fondo piuttosto vicino, nella lettura, a un vero e proprio romanzo, dietro la versione del ’77 si celi una lunga e profonda riflessione teorica. Continua a leggere →

17 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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La scuola non serve a niente

cropped-Magyar-Squares1.jpgdi Mariangela Caprara

[Questo articolo è apparso sulla rivista «il Mulino»].

Sul finire dell’anno scolastico è apparso, nella serie iLibra di Laterza e “la Repubblica”, un piccolo libro sulla scuola che contiene un saggio inedito di Andrea Bajani, articoli già pubblicati su temi scolastici a firma di vari autori (è la sezione In questione) e brani di romanzi ambientati nella scuola (la sezione Cronache dal fronte), per finire con due dossier (I numeri della scuola, che raccoglie dati statistici, e Cronologia delle riforme).

Sotto l’insegna di un titolo paradossale, ma con vellutato savoir faire e tinte stilistiche pastello, Bajani inchioda gli insegnanti a una responsabilità fondamentale: quella di accettare in pieno la relazione con i propri studenti. I temi sfiorati, in un pamphlet che non ha un taglio saggistico, ma piuttosto diaristico (e dunque è criticabile per la sua soggettività), gravitano tutti intorno alla questione del dialogo docenti/discenti, a detta dell’autore fortemente compromesso e paragonabile alla situazione dei separati in casa (titolo del capitolo 2). Lo sguardo esterno su situazioni scolastiche tipiche e routinarie coglie un diffuso sentimento di sfiducia reciproca tra i due poli della relazione di apprendimento: ma Bajani assolve l’adolescente svogliato e/o riottoso, quando non addirittura apertamente violento contro la scuola, mentre condanna l’insegnante che, stigmatizzando l’allievo come colui che viene a scuola a scaldare la sedia (cap. 3), rinuncia a cogliere una sfida, a esprimere una testimonianza umana e civile, prima ancora che professionale. Continua a leggere →

16 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Giustizia in panne

friedrich-dc3bcrrenmatt_21di Antonio Tricomi

Pubblicato per la prima volta nel 1956 e da poco riproposto in traduzione italiana, La panne (Adelphi, Milano 2014, pp. 87, € 10,00) è uno spietato apologo nel quale Friedrich Dürrenmatt sembra muovere dal Kafka sia del Processo sia del Castello per interrogarsi sulla labilità di qualsivoglia etica individuale e di ogni legge socialmente condivisa che ambiscano a pretendersi inderogabili in un mondo in cui «non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia». In un mondo, cioè, nel quale possono riaffiorare forme esclusivamente grottesche o paradossali, e proprio per questo sovente estremistiche, di verità, di autocoscienza e addirittura di «grazia», in un solo caso: quando «un semplice contrattempo si dilata involontariamente a fenomeno universale». Soltanto allora torna ad imporsi agli uomini non il sensato rispetto di una ragionevole moralità pubblica e privata, ma la cieca ubbidienza a un surreale codice etico assoluto che all’origine di ogni nefasta casualità, come pure alla base di qualsiasi realizzazione sociale, scorge la traccia di un criminogeno disegno, o l’esito di una sconcia aspirazione, di questo o quel soggetto: in altri termini, un’ontologica colpa individuale che, appena accertata, suggerisce al reo di ritenersi egli per primo degno di un’inappellabile condanna a morte. Continua a leggere →

15 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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I muri del lungo ’68

cropped-Corteo-_-1968.jpgdi William Gambetta

[Il Sessantotto ha trasformato radicalmente la comunicazione politica, riscoprendo lo strumento del manifesto. I muri del lungo ’68. Manifesti e comunicazione politica in Italia di William Gambetta, da poco uscito per DeriveApprodi, ricostruisce il modo in cui la grafica politica si trasforma fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta sotto la spinta dei nuovi modelli iconografici inventati dal Sessantotto. Presentiamo l’introduzione al libro].

Negli ultimi decenni, ha osservato Peter Burke, la necessità di indagare nuovi terreni di studio – come la storia delle mentalità  e dell’immaginario, della vita quotidiana  e delle relazioni  sociali – ha spinto la ricerca storica ad ampliare notevolmente il proprio repertorio di fonti. Così, accanto ai documenti scritti, anche la storia contemporanea si è da tempo avvicinata all’analisi della documentazione iconografica  e materiale.  Eppure, la storiografia  sembra  avere ancora qualche difficoltà nel comprendere  fino in fondo le potenzialità di queste fonti, e spesso si limita a utilizzarle come «semplici illustrazioni» per argomentare conclusioni cui è giunta «per altre vie» e «non per fornire nuove risposte o per porsi nuovi interrogativi»[1]. Anche quegli studiosi che tentano di interpretare il passato attraverso documenti iconografici si muovono con fatica, perché non ancora attrezzati nella loro critica, e se ne servono spesso «in modi che possono apparire ingenui, banali e da incompetenti alle persone interessate a livello professionale ai problemi visivi»[2]. Continua a leggere →

14 luglio 2014
Pubblicato da Daniele Balicco
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Nessun futuro senza uno stato bi-nazionale. Edward Said sul conflitto fra Israele e Palestina

cropped-Muro-Israele.jpgdi Daniele Balicco

[Questo saggio è uscito su «Allegoria»].

I don’t think you can have understanding, any more then you can have understanding between people, in abstract sense. [1]
E.W.Said

Quel che la natura vorrebbe invano, lo compiono le opere d’arte: esse aprono gli occhi.[2]
Th.W. Adorno

I.

In una delle sue ultime interviste rilasciate in vita[3], la sola per un giornale israeliano, l’Ha’aretz Magazine, Edward Said descrive il conflitto fra Israele e Palestina come una maestosa sinfonia. Costruito su uno svolgimento complicatissimo di stratificazioni storiche, di non risarcibili sofferenze individuali, di tragici errori politici, di responsabilità nazionali e internazionali, quel conflitto potrebbe essere sciolto solo da una mente grandiosa come quella di Johan Sebastian Bach. Ci vorrebbe una politica portata a quell’altezza di narrazione e di comprensione del reale; una diplomazia educata all’arte del contrappunto e per questo capace di organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di riconoscimento. Proprio come nelle Variazioni Goldberg: senza annullare le differenze, senza farle reciprocamente deflagrare.

Dicevo l’altra sera a Daniel Baremboim: Pensa a questa catena di eventi: l’antisemitismo, il bisogno degli ebrei di trovare una patria, l’idea originaria di Herzl, decisamente colonialista, e poi la sua trasformazione nelle idee socialiste del moshav e del kibbutz, la situazione drammatica sotto Hitler e persone come Yizhak Shamir che erano realmente interessate a cooperare con lui, poi il genocidio degli ebrei in Europa e le azioni contro i palestinesi nella Palestina del 1948”. Quando pensi a tutto questo, quando pensi a ebrei e palestinesi non separatamente ma come parti di una stessa sinfonia, c’è qualcosa di incredibilmente maestoso. Una storia molto ricca, anche molto tragica e per molti versi disperata, una storia di estremi – di opposti in senso hegeliano – che ancora deve ottenere il giusto riconoscimento. Quello che hai davanti, quindi, è una sorta di grandezza sublime: una sequenza di tragedie, perdite, sacrifici, dolori che richiederebbero la mente di un Bach per riuscire a ricomporla.[4] Continua a leggere →

13 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Di calcio non si parla

cropped-Cresci-Mario_Salandra-Matera-19822.jpgdi Francesca Serafini

[Oggi non è un giorno qualsiasi. Oggi si gioca la finale dei Mondiali. Qualche settimana fa Francesca Serafini ha pubblicato Di calcio non si parla (Bompiani 2014): ne presentiamo alcune pagine. Sono tratte dal capitolo L’amore per la maglia].

È per Zeman che sono tornata a seguire la Roma nel 1997, dopo il buco nero degli anni di Ciarrapico (che poi mi aveva tenuta distante anche in quelli immediatamente successivi). Per la spettacolarità del suo gioco: la dimensione sanamente ludica che prova imporre a ogni partita. Anche se ormai, con tutto l’affetto per l’allenatore boemo e l’esaltazione autentica che ci hanno procurato certe partite della sue squadre, sarebbe forse il caso di mettere in discussione il suo mito e i suoi integralismi – e non me ne voglia Manlio Cancogni – perché con l’oltranzismo delle teorie, a dispetto della pratica, si può finire a preferire (ma qui siamo alla sua seconda panchina romanista: e nel calcio i ritorni raramente hanno successo) un ordinario lavoratore del pallone come Panagiotis Tachtsidisa uno dei centrocampisti italiani più forti di sempre – il campione del mondo Daniele De Rossi – con tutti i rischi che comporta, come abbiamo già accennato, mortificare il talento, se non gli capita subito dopo di incontrare sulla sua strada Rudi Garcia (ripagato della fiducia – sarà pure un caso – già nella partita d’esordio del suo primo campionato italiano, con un gol che a De Rossi era mancato in tutti i mesi della sua messa in discussione). Continua a leggere →