Le parole e le cose

Letteratura e realtà

25 giugno 2017
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Il romanzo-saggio

di Stefano Ercolino

[La versione italiana del libro di Stefano Ercolino Il romanzo-saggio è stata da poco pubblicata da Bompiani (l’originale era uscito in inglese per Palgrave Macmillan). Verrà presentata da martedì 27 giugno alle ore 19,30 presso la libreria Assaggi Letterari, via degli Etruschi 4, a Roma. Massimo Fusillo, Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Marchese ne discuteranno con l’autore].

Innanzitutto, va capito cosa “fa” il saggio nel romanzo-saggio, ossia, va chiarita la sua specifica funzione narrativa, o, meglio nel nostro caso, la sua funzione anti-narrativa. Il saggio rallenta il flusso della narrazione. L’inserimento di una forma non narrativa e atemporale, il saggio, in una intrinsecamente narrativa e temporale, il romanzo,[1] frena il dipanarsi dell’intreccio, determinando un effetto di sospensione, di dilatazione, di rarefazione, o, in certi casi, anche un’esplosione dell’intreccio. Già in Controcorrente di Huysmans, possiamo osservare chiaramente quelli che sono generalmente riconosciuti come alcuni dei maggiori risultati sperimentali del modernismo letterario: la disgregazione dell’intreccio e la revisione della categoria di tempo narrativo. In Controcorrente non succede nulla. L’intero racconto verte sulla segregazione di des Esseintes e sulle sue performances. C’è un personaggio solo, una sola ambientazione. Con la parziale eccezione dell’“Antefatto”, di alcune analessi e di due tentativi di lasciare Fontenay, il mondo è rigorosamente tenuto fuori dal claustrofobico romanzo di Huysmans. La “pura narrazione”[2] di cui ha parlato Moretti a proposito di Illusioni perdute di Balzac è svanita, la forza propulsiva della narrativa balzachiana si è esaurita. L’intero mondo frana su un singolo personaggio, su un singolo luogo; il movimento della narrazione si cristallizza nell’immobilità della reclusione di des Esseintes.

La pressione del tempo storico era oramai divenuta intollerabile. La confusa proliferazione di oggetti sociali – di “contenuti”[3] materiali e culturali – che si intensificò a partire dalla metà del XIX secolo, negli anni ottanta e novanta produsse un’onda d’urto che si abbatté con violenza sul sistema delle arti. La crisi del pensiero hegeliano; la nascita e l’ascesa della cultura positivista (dalla sociologia di Comte, alla teoria dell’evoluzione di Darwin); la diffusione parallela e sotterranea di filosofie irrazionalistiche, culminante nella beatificazione di Schopenhauer e di Nietzsche nella cultura europea di fine secolo; lo sviluppo del materialismo storico di Marx e l’organizzazione della sinistra internazionale; il nazionalismo; il messianismo; la musica di Wagner; il pragmatismo di Peirce e di James; lo spiritualismo e l’occultismo: un elenco disordinato e ampiamente incompleto, che può servire, però, a dare un’idea, anche solo approssimativa, dell’eccezionale aumento di complessità culturale verificatosi negli ultimi decenni del XIX secolo. Continua a leggere →

23 giugno 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Pussy Galore

playlist di Italo Testa

 [Questa playlist è dedicata a evoluzioni e filiazioni del blues abrasivo di Jon Spencer].

Pussy Galore, Alright (Right Now, 1987)

Boss Hog, What the Fuck (Boss Hog, 1995)

Heavy Trash, Dark Hair Rider (Heavy Trash, 2005)

The Jon Spencer Blues Explosion, Black Mold (Meat + Bone, 2012)

Bud Spencer Blues Explosion, Mama (BSB3, 2014)

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23 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Inconscio personale e inconscio fotografico. Su Marina Ballo Charmet

di Sabrina Ragucci

Ogni artista agisce spinto da alcune domande ossessive che attraversano tutta la propria opera, e quindi la propria vita. Quelle di Marina Ballo Charmet potrebbero sintetizzarsi in: Quando e dove nasce l’immagine? Con quale meccanismo si coniuga l’inconscio personale con l’inconscio fotografico? Per focalizzare meglio il proprio lavoro, l’artista ha da poco pubblicato una raccolta di testi e immagini, Con la coda dell’occhio. Scritti sulla fotografia (Quodlibet, 184 pp., euro 20). In appendice una conversazione con Jean-Francois Chevrier e un testo di Stefano Chiodi, già curatore di Sguardo terrestre, la personale dell’artista al Macro, nel 2013. Marina Ballo Charmet ha lavorato per più di trent’anni come psicoterapeuta nei servizi territoriali pubblici milanesi, soprattutto con l’infanzia. È un’artista che attraverso fotografia e video, fluttua nell’esperienza del mondo, cercando di svelare quel qualcosa annidato al margine dello spazio e della coscienza privata e collettiva. Questa attenzione sociale non si è risolta tanto nei temi e nei soggetti del suo fotografare, quanto nel ragionamento che si manifesta nel suo stile; l’esperienza del vedere è sempre la sintesi di un concetto. Nella serie intitolata Primo campo, Ballo Charmet ha fotografato il campo visivo di un bambino appollaiato sulle braccia di un adulto. “È un’esperienza che non appartiene al codice comune del vedere ma in qualche modo lo precede”. In effetti è come se – guardando le pieghe dell’epidermide, le rughe del collo, il bottone di una camicetta, il modo in cui la pelle scompare sotto il tessuto di una maglietta – il bambino riuscisse a decifrare per intero l’identità apparente della persona, associando la visione alla “esperienza di un’intimità tattile e olfattiva”. In questo lavoro, così come negli altri, Ballo Charmet ha sempre usato un obiettivo “normale”, per avvicinarsi il più possibile a ciò che vede l’occhio umano; ha evitato dunque di distorcere l’immagine, e preferito piuttosto il “fuori fuoco”, per restituire lo sguardo mobile della visione, “la percezione del periferico”, e suggerire che le immagini si originano poco prima della coscienza e “ricordano ciò che vediamo a occhi socchiusi”; gli occhi vedono molte più cose di quanto la mente riesca a decifrare, viviamo immersi nell’infinito ci ricordava Cartesio, un assoluto che non ci abbandona mai.

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22 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La carne del desiderio

di Paolo Godani

La filosofia francese del Novecento ha ripreso in vario modo il tema cristiano della carne. Talvolta, come in Michel Henry, ci si è limitati a rivendicare la carnalità come arma da opporre ad una presunta smaterializzazione del corpo avvenuta in età moderna e post-moderna. In altri casi, per esempio quando Merleau-Ponty, nel Visibile e l’invisibile, fa della nozione di chair un concetto fondamentale della sua ultima fenomenologia, della carne è rimasta poco più che la metafora: la “carne delle cose” è solo un sinonimo di “essere grezzo”, di un essere che si dà solo in una pienezza opaca, prima della separazione di un soggetto che percepisce e di un oggetto percepito, in un’esperienza al contempo originaria e impura. Oppure, ancora, si denuncia, come accade a Deleuze, il “carnismo” cristiano a cui sembra approdata certa estetica fenomenologica francese, opponendo provocatoriamente, a una chair pia e devota, l’immagine pietosa della carne macellata (viande, meat) che popola le opere di Francis Bacon. In mancanza delle Confessioni della carne, ultimo volume programmato della Storia della sessualità che Foucault non è riuscito a portare a compimento, si può dire che l’unico autore del XX secolo capace di fare un utilizzo al contempo letterale e nuovo della nozione di carne sia stato probabilmente Jean-Paul Sartre, quando nell’Essere e il nulla descrive l’incarnazione di sé e dell’altro che si realizza grazie al desiderio sessuale.
In pagine profondamente ispirate, Sartre spiega che nel momento in cui desideriamo un corpo si produce una trasformazione radicale nei modi in cui normalmente ci rapportiamo all’altro: non vogliamo fare uso del corpo altrui per giungere al nostro godimento, né limitarci a possederlo, riducendolo semplicemente a un oggetto in sé, ma entriamo nel campo di una relazione assoluta, nella quale il nostro corpo e il corpo dell’altro si mutano simultaneamente in corpi di carne.
L’estasi del puro desiderio sessuale, che sarà presto sopraffatta dal bisogno di entrare nel corpo altrui facendo uso di forze e movimenti che riportano inesorabilmente la relazione nel contesto di un rapporto tra mezzi e fini, sospende per un tempo indeterminato l’esercizio volontario delle facoltà e consente così l’accesso a una sorta di sentire puro. Le nostre capacità senso-motorie naturalmente restano intatte, ma la loro funzionalità è ridotta all’unico fine del sentire. Perché ciò accada è però necessario che il corpo dell’altro si sia a sua volta immerso in quello stato nascente, simile al sonno, nel quale tutto viene sentito, mentre nulla sta accadendo. Perché io riduca il mio corpo al suo sentire, è necessario che la relazione assoluta abbia portato anche l’altro a uscire da sé, per fare del suo stesso corpo un essere meramente senziente. È questa estasi relazionale che Sartre chiama incarnazione. Continua a leggere →

21 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Letteratura dell’inesperienza. Il romanzo della Dopostoria

di Antonio Scurati

[Questo saggio fa parte di un’appendice all’Enciclopedia Italiana Treccani, intitolata Il contributo italiano alla storia del pensiero. Letteratura]

Per comprendere cosa sia la “letteratura dell’inesperienza” bisogna condurre un esperimento mentale.
Si chieda a un uomo nato in Italia al principio degli anni ’70 quale esperienza abbia della guerra. Di primo acchito risponderà: nessuna. Poi, dopo un attimo di riflessione, dovrà ammettere che ne ha parecchia: la sua prima ‘esperienza’ di guerra l’ha fatta a vent’anni, la notte del 17 gennaio del 1991 quando gli aerei della coalizione anti-Saddam bombardarono Baghdad in diretta televisiva. Certo si trattava di una ‘inesperienza’, cioè di un’esperienza deprivata dei tratti caratteristici dell’esperienza vissuta: la continuità, l’irreversibilità, la fatidicità. Dopo aver assistito allo spettacolo di morte e distruzione, si poteva spegnere la tv e andarsene a letto. Anzi, lo si doveva fare. Non c’era alternativa all’assurdo: per quel giovane uomo la guerra è stata una serata trascorsa davanti alla televisione sorseggiando birra fresca. Al pari di buona parte della sua rimanente vita pacifica. Tutti i grandi eventi storici e planetari cui la vita di quell’uomo ha preso parte dopo di allora – l’11 settembre, le catastrofi ambientali, le migrazioni dei popoli – sono stati per lui innanzitutto eventi mediatici. Il suo mondo è la sintesi disgiuntiva di una pluralità di mondi immaginari.

La Prima guerra del Golfo stabilì il paradigma della odierna prevalenza dell’immaginario imponendo un rapporto di proporzionalità inversa tra spettacolarità e visibilità: a un aumento esponenziale delle immagini di guerra, corrisponde una progressiva diminuzione della capacità del telespettatore di stabilire, attraverso l’esercizio della vista, una presa conoscitiva sulla realtà che sia anche di base all’agire politico e sociale (A. Scurati, Televisioni di guerra, p. 18). Ma, proprio in virtù di questo paradosso, quella guerra fu un grande successo politico e mediatico per i suoi promotori: la guerra come spettacolo televisivo per famiglie crea un lobo immaginario rispetto al quale il discernimento tra vero/falso diventa arduo perché la distinzione tra reale e finzionale viene proposta come irrilevante o, meglio ancora, impertinente. E’ il trionfo del nuovo statuto dell’immaginario, è ciò che si potrebbe definire fictual, una crasi della nuova confusione normativa (non facoltativa) tra fictional e factual. Il fictual sorge dalle macerie di Baghdad, la prima guerra della storia ‘inesperita’ in diretta televisiva da un pubblico globale. Continua a leggere →

20 giugno 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Un gioco di specchi. Jean Baudrillard, Michel Houellebecq e il presente

di René Capovin

Se gli uomini fossero più felici nei secoli passati, questo l’interrogativo da doccia che spinge Daniel1, di professione comico, a compiere un rapido giro d’orizzonte sulla storia della nostra civiltà. Il personaggio di La possibilità di un’isola[1] riconosce che si potrebbe disquisire a lungo della difficoltà dei sentimenti amorosi, evocare l’apparizione della democrazia, la perdita del senso del sacro, lo sfilacciarsi del legame sociale. A tali temi, del resto, egli stesso ha dedicato numerosi sketch. Ma si potrebbe addirittura continuare e rimettere in causa il progresso scientifico e tecnologico, chiedendosi per esempio se il miglioramento delle tecniche mediche non sia stato pagato con una crescita del controllo sociale e una diminuzione globale della gioia di vivere. Insomma, tutto si può dire, soprattutto se si tratta di far ridere. Quello che appare incontestabile, l’unica cosa su cui non ha nemmeno senso scherzare, è il consumo: niente, in nessun’altra civiltà, in nessun’altra epoca, potrebbe essere comparato alla perfezione di un centro commerciale contemporaneo funzionante a pieno regime.

La società dei consumi è basata su questa convinzione auto-promozionale, come Baudrillard riconosce all’inizio di La società dei consumi: «Vi è oggi attorno a noi una specie di evidenza fantastica del consumo e dell’abbondanza, costituita dal moltiplicarsi degli oggetti, dei servizi, dei beni materiali, e che costituisce una sorta di mutazione fondamentale dell’ecologia della specie umana»[2].

Effettivamente, la seconda metà del XX secolo ha significato, almeno per molti europei e americani, l’uscita dalla Scarsità. Questo fatto ha sconvolto la vita materiale e psichica di milioni di individui, ma ha avuto effetti relativamente modesti sulla condotta di chi cerca di tradurre la realtà in concetti, possibilmente veri, o almeno plausibili. Certo, trattandosi di un’evidenza, quasi nessuno ha potuto fare a meno di registrare il dato, eppure relativamente pochi sono stati coloro che hanno deciso di approfondire significati e conseguenze del vivere in un mondo che era o appariva, almeno per una fetta dell’umanità, non più segnato dal ‘non-avere-mai-abbastanza’[3]. La specificità di Baudrillard consiste nel non fornire un’apologia, ma nemmeno soltanto una delle molte critiche, più o meno radicali, del proprio tempo. Baudrillard ha saputo cogliere come pochissimi altri i significati di un mondo segnato dal mito dell’Abbondanza. Continua a leggere →

19 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La documentalità e il web. Un dialogo con Maurizio Ferraris

a cura di Angela Condello

[Maurizio Ferraris è uno dei più importanti filosofi italiani. Negli ultimi anni i suoi saggi hanno suscitato una discussione molto ampia, in particolare la sua opera maggiore, Documentalità (2009), e il Manifesto del nuovo realismo (2012). Ferraris sta lavorando sul rapporto fra documentalità e nuovi media. In autunno, presso il Collège d’Études Mondiales della Maison des Sciences de l’Homme a Parigi, inaugurerà una cattedra dedicata alla “documedialità”. Negli anni scorsi il CEM ha organizzato due convegni su questo ambito di problemi, Total Mobilization (2015) e Dans la toile du web (2016)].

1) Tu sostieni che la documentalità sia il carattere costitutivo della società. Che funzione hanno i documenti e qual è la radice filosofica delle tue nozioni di “documento” e “traccia”?

Traccia è ovviamente qualcosa che, per me, viene da Derrida, e forse prima ancora dall’ossessione di Proust per il tempo e la memoria. Un’idea che mi porto dietro da tempi immemorabili (si fa per dire, ovviamente), basti considerare che il mio secondo libro, nel remoto 1983, si intitolava Tracce.

A sua volta, in Derrida la traccia era la rielaborazione di motivi husserliani (la ritenzione del passato e la protensione verso il futuro come elementi essenziali della nostra esperienza del tempo e della coscienza) che non per caso si materializzano perfettamente nella nozione di “traccia”, che è insieme ciò che resta del passato (le tracce di una civiltà scomparsa, le tracce lasciate da un animale) e qualcosa che si protende verso il futuro, come nell’espressione “traccia di un discorso”: gli appunti per quello che diremo l’indomani, seguendo una temporalità complessa e che fa riflettere.

Ricordo di aver visto molti anni fa un documentario sui kamikaze. Prima di partire per l’ultimo volo, lasciavano in una cassettina i loro capelli e le loro unghie, i loro resti anticipati: erano ancora vivi, ma, al tempo stesso, si erano, per dir così, portati avanti con le tracce. I documenti sono la versione sociale e civilizzata della traccia, dicono chi siamo e in molti casi (dalla cassettina del kamikaze al biglietto del treno per il giorno dopo) anticipano quello che faremo. Continua a leggere →

18 giugno 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Trouble in Paradise

playlist di Claudia Musso e Costanza Musso

Bad Suns, Salt (Language and Perspective,2014)

Priory, Put ‘em up (Need to know2014) Continua a leggere →

17 giugno 2017
Pubblicato da Italo Testa
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A casa di Hilde

playlist di Elisabetta Stella

Francesco De Gregori, La casa di Hilde (Alice non lo sa, 1973)

Anton Karas, Liebchen (Der Dritte Mann [50 Jahre Kinopremiere], 2008) Continua a leggere →

16 giugno 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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Paesaggi del trauma

di Matteo Giancotti

[È uscito in queste settimane Paesaggi del trauma (Bompiani) di Matteo Giancotti. Ne presentiamo alcune pagine dall’introduzione e dalla seconda parte, intitolata Lo spazio della Resistenza. Ringraziamo l’autore e l’editore]. 

La Prima guerra mondiale e la Resistenza sono due degli eventi che più hanno contribuito a modificare le strutture psichiche e culturali su cui, nel secolo scorso, si fondavano la coscienza dei singoli e i sistemi di valori delle società. E’ proprio questa, in effetti, la caratteristica principale degli eventi che si possono definire traumatici: la capacità di forzare le difese della coscienza e di stravolgere gli equilibri degli individui e delle comunità. Oggi noi viviamo in un’epoca che è stata definita – fin dal titolo di un importante saggio di Daniele Giglioli – «senza trauma»: un’epoca nella quale, paradossalmente, l’assenza di trauma produce una letteratura ricercatamente violenta e “traumatica” [1]. Nel secolo scorso, invece, il rapporto fra trauma ed espressione era sbilanciato in senso opposto: i traumi, effettivamente subìti, erano legati all’idea dell’indicibilità, dell’impossibilità di rappresentazione, della rimozione. E’ quindi possibile che siano stati i silenzi e i vuoti, più che le parole della letteratura di testimonianza, a esprimere compiutamente quei traumi, poiché spesso il trauma è rimasto, per usare un’espressione di Andrea Cortellessa, un «trauma muto – mai completamente espresso ma sempre immanente, sottotraccia»[2]. Per il caso della Grande guerra, per esempio, proprio Cortellessa ha richiamato l’attenzione dei lettori su un emblematico libro “sommerso”, mai venuto alla luce: il libro che Clemente Rebora aveva progettato e in parte scritto sulla sua esperienza della Prima guerra mondiale, senza però mai riuscire a concluderlo[3]; e si potrebbe ricordare, a proposito, che le opere maggiori di Beppe Fenoglio, oggi ritenuto il più grande scrittore della Resistenza, sono state pubblicate postume e incompiute.

Non si sbaglierebbe se, per verificare che esiste una sorta di migrazione o transizione sotterranea dei significati traumatici dall’interno della psiche ai fatti esteriori, si cercassero le tracce di quei due traumi epocali anche nel sovvertimento dei generi che la letteratura della Grande guerra e della Resistenza hanno prodotto, quasi che quegli eventi avessero richiesto, per essere rappresentati, una nuova organizzazione delle forme e degli statuti letterari. Allo stesso modo, dovrebbe risultare plausibile il tentativo di verificare la presenza del trauma nella visione e nella concezione del paesaggio che emerge dalle scritture di guerra, come se proprio al paesaggio toccasse esprimere, infine, nella forma più autentica, il nucleo indicibile della violenza della storia. Questo sempre ricordando che, nella prospettiva sociologica, semiologica e letteraria che qui interessa, ciò che conta non è tanto il trauma effettivo, ma la sua elaborazione culturale, il suo emergere ed eventualmente il suo imporsi nel discorso pubblico e nella memoria pubblica[4]. Continua a leggere →