Le parole e le cose

Letteratura e realtà

22 novembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Malamilano

Enzo Jannacci, L’Armando (L’Armando/La forza dell’amore, 1964)

 

Dalla Guccini Vecchioni, Porta Romana Bella (live @Trattoria da Vito, Bologna, 1977)

 

Afterhours, I milanesi ammazzano il sabato (I milanesi ammazzano il sabato, 2008)

 

Falca Milioni & e Le Figure, Bovisa Blues (Falca Milioni & Le Figure, 2013)

21 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Autorialità reloaded. Qualche nota (e un’ipotesi) sul narratore del romanzo globalizzato

cropped-jaume-plensa.jpeg[Una versione più lunga di questo articolo è uscita sull’ultimo numero della rivista «Ticontre. Teoria Testo Traduzione»].

di Filippo Pennacchio

È ormai da diversi anni che si discute, e non solo tra gli addetti ai lavori, di romanzo mondo, di global novel e più in generale di letteratura globalizzata. Eppure non è affatto chiaro che cosa di preciso si designi con queste formule, né se si tratti di sinonimi, e non invece di etichette utili a indicare fenomeni ben precisi e circoscritti[1]. Limitandoci all’ambito italiano, si è definita «mondiale» la produzione degli scrittori migranti; ma con una formula in parte analoga, appunto romanzo mondo, si è parlato all’opposto di un romanzo «adatto alla lettura mondiale, perché calato in modelli riconoscibili ovunque o perlomeno a valenza transnazionale»[2]. E ancora, discutendo di global novel c’è chi ha posto l’attenzione su un romanzo capace di rispecchiare, nei temi e nelle forme, l’attuale panorama socio-culturale – e magari anche in grado di segnare una discontinuità rispetto al romanzo secondonovecentesco[3].

Tutte proposte suggestive, ma destinate forse a collassare di fronte alla plurivocità (e alle dimensioni, all’ampiezza) dei fenomeni che pretendono di descrivere. Se è infatti improbabile che la letteratura sia rimasta estranea alle attuali dinamiche socio-culturali e ai relativi mutamenti d’immaginario, meno ovvio è ipotizzare che ciò abbia dato vita a un nuovo tipo di romanzo, o addirittura a una nuova fase della sua storia (post)moderna. È possibile immaginare qualcosa del genere a fronte della coesistenza e del successo presso vaste platee di romanzi esteticamente complessi e di romanzi invece più tradizionali? E ha senso discutere di una nuova morfologia laddove, per dirne una, romanzi linguisticamente semplici (quindi, s’immagina, facilmente traducibili) circolano e vengono letti al pari di romanzi sotto questo punto di vista più ambiziosi (ma non per questo meno tradotti)? L’impressione, in altri termini, è che le questioni in gioco siano alquanto complesse, e che le categorie teoriche con le quali si cerca di inquadrarle possano sfaldarsi non appena messe alla prova. Come venirne a capo? Continua a leggere →

20 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Memorie per dopo domani. Franco Fortini 1917-1994

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Nel ventennale della morte di Franco Fortini, segnaliamo il ciclo di incontri 
Memorie per dopo domani. Franco Fortini 1917-1994, che si terrà a Siena e a Firenze a partire dal 20 novembre. L’iniziativa è a cura del Centro studi Franco Fortini dell’Università di Siena, in collaborazione con la Regione Toscana e  con l’Istituto Storico per la Resistenza di Siena. 

 

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20 novembre 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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House of Cards a Viale Trastevere. Su “La buona scuola”

di Claudio Giunta

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[Questo intervento è apparso su “Internazionale”]

All’inizio di House of Cards, prima serie seconda puntata, il malvagio Francis Underwood chiude un gruppetto di giovani geni della comunicazione in una stanza del Congresso perché scrivano un programma di riassetto dell’educazione scolastica: sarà la prima proposta di legge del neo-presidente degli Stati Uniti. Alla fine del lavoro, uno dei membri del gruppo chiede a Underwood: «History?», cioè «Abbiamo fatto la storia?». «History», risponde Underwood.

Qualche mese fa, il ministro Giannini ha fatto qualcosa del genere. Ha chiuso un gruppo di esperti, per lo più giuristi, in una stanza del ministero e ha chiesto loro di pensare e scrivere un dossier sulla scuola italiana: su com’è e su come va cambiata. Il risultato è un documento di 136 pagine che è stato messo online all’inizio di settembre. Contestualmente, il primo ministro Renzi ha chiesto ai cittadini di leggere e di dire la loro sul sito www.labuonascuola.gov.it. Domenica 16 novembre questa Grande Consultazione Popolare si è chiusa, e sul sito si possono leggere, oltre al testo del documento, i messaggi di centinaia di ‘gruppi di discussione’ sparsi per il paese, con i relativi like (uno potrebbe obiettare che la consultazione andava fatta prima di scrivere il documento, solo che sarebbe stato impossibile, e forse anche inutile se in testa alle proposte avanzate dai gruppi di discussione, a quota 467 like, c’è un capolavoro di concretezza come il seguente: «La scuola oltre la cultura deve formare la persona. Il voto deve comprendere anche una valutazione della persona, dell’impegno, della costanza e passione che impiega»). Continua a leggere →

19 novembre 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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L’artefice magico. Nel trentennale della scomparsa di Eduardo De Filippo

cropped-1407487240K104040.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo articolo è già uscito su «Alias/Il manifesto»]

«Solo quando vedo Eduardo capisco cos’è il teatro» diceva Pasolini. E mentre si celebra il trentennale della sua scomparsa, l’opera di Eduardo seguita a far capire cos’è il teatro agli spettatori più diversi, e seguita a sconvolgere le attese: radicatissima nel microcosmo partenopeo, ma trasposta con successo nelle lingue più varie; ritenuta inscindibile dalla verve di interprete del suo autore, ma, come attestano le messinscene contemporanee (su tutte quelle di Toni Servillo), riuscita a sopravvivergli ampiamente; dotata di una vitalità così spiazzante forse proprio perché spiazzante già in se stessa.

Le commedie eduardiane, infatti, sovvertono continuamente i canoni. Già nella fase farsesca che segue ancora la scia del padre naturale, Eduardo Scarpetta (risentendo però pure l’influsso di un amato padre elettivo, Pirandello), e sempre più nelle fasi successive, queste commedie scrutano la vita del popolo e della piccola/media borghesia, riproducono ritmi, umori, sapori e dissapori della quotidianità, intercettano cruciali svolte storiche; ma senza adagiarsi nei più prevedibili schemi del realismo, complicandoli anzi in modi vari: con impasti tra il comico e il tragico, certo già familiari al teatro moderno, ma particolarmente spericolati; con incursioni nel fantastico; con ricorsi, forti quanto insoliti, ai codici del melodramma.  Continua a leggere →

18 novembre 2014
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Piccola ecologia degli studi letterari

cropped-butterfly_802644i.jpgdi Jean-Marie Schaeffer

[È appena uscita l’edizione italiana della Petite écologie des études littéraires di Jean-Marie Schaeffer, che molto interesse ha suscitato nel dibattito culturale europeo sulla funzione della cultura umanistica: Piccola ecologia degli studi letterari. Come e perché studiare la letteratura?, trad. di Marina Cavarretta, Torino, Loescher (“QDR Didattica e Letteratura” n. 1), 2014. Pubblichiamo qui la premessa al volume seguita da uno scritto di Simone Giusti, docente e studioso di didattica della letteratura, co-direttore della collana “QDR”].

Viviamo in un’epoca che ama piangersi addosso. Il sottotitolo stesso della mia riflessione potrebbe far pensare che anche io mi stia avventurando su questa strada: fare un necrologio degli studi letterari e del loro oggetto – la letteratura – condannati come sono a periclitare in un mondo che, per come ci viene raccontato, diventa progressivamente più ostile alla cultura e alla letteratura in particolare.

Questo genere di lamento in realtà non è solo della nostra epoca: fa parte degli esercizi obbligati dei nostri Studi Umanistici da molti lustri. Tuttavia il fatto che si tratti di una figura ricorrente non la dequalifica in quanto tale. Il ventesimo secolo europeo ha conosciuto almeno due regimi politici, il nazismo e il comunismo, che si sono tradotti in un morbo culturale letale. Ma queste due forme di regime totalitario non hanno niente a che vedere con le attuali società occidentali, e questo dovrebbe immediatamente metterci in guardia quando attribuiamo ad esse gli stessi misfatti. Siamo davvero in grado di riconoscere nelle nostre società il germe di questa malattia? Non credo. I percorsi attuali della cultura umanista non sono più (solamente) quelli dell’educazione classica. Sono venute alla luce altre forme, che meritano lo stesso credito e la stessa attenzione di quelle antiche, senza che una debba per questo escludere l’altra. Continua a leggere →

17 novembre 2014
Pubblicato da Rino Genovese
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Napoli, o la mezza modernità

cropped-Scampia.jpgdi Mario Pezzella

[Questo intervento è uscito sul sito di «Il Ponte»]

Trent’anni dopo Mani sulla città, nel 1993, La Capria (sceneggiatore) e Rosi (regista) ne hanno girato un sequel documentario: la continuità è dichiarata fin dall’inizio, con una ripresa aerea di Napoli, che si ricollega a quella celebre del primo film1. L’immensa panoramica sulla speculazione edilizia vecchia e nuova si conclude alle Vele (allora non famose quanto oggi), dove atterriamo, per così dire, dalla visione d’insieme dell’elicottero.

Nella sequenza che segue, una fila di ragazzini lazzari e plebei, dediti allo spaccio e al furto, sono interrogati da un poliziotto, con fare civile, quasi da assistente sociale. Tra l’interrogante e gli inquisiti c’è un abisso incolmabile di incomprensione. Alla sollecitudine illuminista dell’uomo della legge, gli altri rispondono con frasi fatte, evidentemente prefabbricate, senza nascondere l’aria di scherno stampata in faccia. Ripetono i loro clichés difensivi, con tono di sfida (quasi a dire: vediamo se sei così fesso da crederci; un po’ come i “selvaggi” Dogon che – secondo M. Griaule – recitavano la sceneggiata etnologica, attesa e richiesta dall’“esperto” occidentale). Non usano la lingua per comunicare: il loro dialetto vagamente italianizzato è una concessione derisoria alle istituzioni, ma è soprattutto la maschera del loro silenzio reale, di fronte al poliziotto “buono”, per loro irriducibilmente estraneo. Più delle parole dice la fisiognomica dei volti. Rosi li riprende in primo piano, uno dopo l’altro, accomunati da una lontananza inespressiva, da una remota radice, difesa arcaica e indifferente a ciò che sta avvenendo. Pietrificati in assenza di storia, come immersi in un mimetismo inconsapevole con l’ambiente, che li renda invisibili ai colpi predatori. Continua a leggere →

16 novembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’Africa di Petrarca. Una nuova versione

cropped-Fabrizio-Farsetti-Monumento-a-Petrarca-Arezzo.jpgdi Lorenzo Carlucci e Laura Marino

[Francesco Petrarca considerava L’Africa il suo capolavoro, ma di questo poema in esametri latini non esiste una traduzione integrale recente in lingua italiana. Alla versione in endecasillabi di Agostino Barolo, pubblicata nel 1933, hanno fatto seguito soltanto versioni antologiche in prosa (Carrara, Martellotti, Bigi, Ponte, Fera), mentre esistono edizioni poetiche integrali recenti in inglese (Bergin & Wilson, 1977), russo (Rabinovic e Gasparov, 1992), francese (Lenoir, 2002, Laurens, 2006 libri I-V) e tedesco (Huss & Regn, 2007). Riguardo alle versioni poetiche italiane è difficile non concordare con il seguente giudizio espresso da Vincenzo Fera: “le versioni poetiche danno oggi un’idea fortemente distorta dell’Africa, con un dettato spesso iperclassicizzato e con un corredo lessicale che privilegia le linee della tradizione aulica della poesia italiana.” Non v’è dubbio che tale giudizio si applichi alla versione del Barolo, la quale si discosta con una certa libertà dal testo originale e mostra inoltre chiari segni di traduzione ideologica di regime. Le pesanti incrostazioni della retorica fascista non hanno peraltro giovato alla fortuna critica del poema negli ultimi decenni. La nostra traduzione è basata sull’edizione critica di Nicola Festa del 1926. È improntata a criteri di fedeltà all’originale e di leggibilità per il lettore moderno.

Abbiamo perseguito una stretta aderenza all’originale per ciò che riguarda il senso letterale (rinunciando in alcuni casi a sciogliere le ambiguità dell’originale), il tono, la scansione in versi, la scelta lessicale, le figure retoriche di posizione etc., senza sacrificare la leggibilità e la fluidità del dettato poetico. Abbiamo adottato la resa dell’esametro latino introdotta nella nostra tradizione poetica da Carducci e Pascoli. Questa scelta rende possibile una buona aderenza alla versificazione originale (si osservi che la versione di Barolo dei primi 102 versi del poema consta di ben 150 versi laddove la nostra versione ne conta soltanto 103) lasciando al contempo una notevole libertà formale rispetto a metri più rigidi. Intendiamo proseguire il lavoro portando a termine una versione completa del poema secondo i criteri esemplificati nell’estratto qui presentato]. Continua a leggere →

15 novembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Canzoni da spiaggia

cropped-Varosha.jpgUna playlist di Davide Colussi

Yannis Kyriakides, Varosha (Disco Debris) (Resorts & Ruins, 2013)

 

Brian EnoDunwich Beach, Autumn, 1960 (Ambient 4: On Land, 1982)

 

Palace, West Palm Beach (West Palm Beach/Gulf Shores 7′‘, 1994)

 

Pere Ubu, Surfer Girl (Ray Gun Suitcase, 1995)

[Immagine: Varosha Beach (it)].

14 novembre 2014
Pubblicato da Daniele Balicco
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Industria e preistoria. La scultura di Franca Ghitti

cropped-Ghitti-testata.jpgdi Daniele Balicco e Cecilia Canziani

Cedegolo è un piccolo paese quasi alla fine della Val Camonica. Pochi chilometri sotto, c’è Capo di Ponte dove i Camuni hanno inciso, per millenni, enormi massi di arenaria, raffigurando animali, schemi geometrici, scene di caccia, di guerra; e labirinti. Pochi chilometri sopra, il massiccio montuoso dell’Adamello sovrasta la valle come un’enorme e severa cattedrale gotica. E tuttavia, risalendo in macchina la statale, quello che più colpisce di questo territorio non è il paesaggio, non è il fiume, non sono le piccole chiese arroccate su strapiombi, né le pinete che si alternano alle rocce, quanto i segni del lavoro e della fatica. Arrivare a Cedegolo significa infatti attraversare una delle terre più industrializzate dell’Italia del Nord: un paesaggio stravolto e congestionato (Tir e capannoni ovunque) se si resta vicino alla statale, ma di nuovo integro e quasi selvaggio se, con lo sguardo, si risale verso i monti. Una buona ragione per spingersi fin quassù è quella di andare a visitare, all’interno del Museo dell’Energia Idroelettrica di Cedegolo, la mostra “ferro, terra, fuoco, legno” dedicata all’opera della scultrice Franca Ghitti e il museo che la ospita: un piccolo gioiello di archeologia industriale che merita da solo la visita. La struttura dell’edificio è quella di una ex centrale Idroelettrica costruita tra il 1909 e il 1910 dall’ingegnere Egidio Dabbeni, e in disuso dal 1962. Nel 2008 è stata restaurata e riconvertita in uno spazio museale modernissimo, elegante ed europeo: il museo dell’Energia Idroelettrica. Questo imponente edificio di inizio secolo, tutto cemento armato e mattoni, esperimento architettonico pionieristico per gli anni della sua costruzione, fa parte del sistema Musil (Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia e della sua provincia) che è una realtà museale composta da quattro musei, uno a Brescia città – ancora in costruzione – e tre in zone diverse della provincia, tutti dedicati alla cultura del lavoro e all’archeologia industriale. In particolare, questo museo è interessante proprio perché la sua struttura fisica – una centrale idroelettrica di inizio Novecento – e la sua collocazione geografica – in una zona di montagna periferica, ma ricca di testimonianze culturali fin dal Neolitico – racconta il conflitto chiave per capire la storia di questo territorio, e, forse, più in generale, del nostro stesso Paese: il conflitto fra una modernizzazione industriale accelerata (fatta di speranze, successi e disastri) e il permanere di culture locali, agricole, religiose, artigianali, sincretistiche, talora, come nel caso della Val Camonica, perfino ancestrali; e mai del tutto sradicate. Su questi temi precisi ruota la ricerca estetica di Franca Ghitti e della bella mostra qui allestita, a due anni di distanza dalla morte. Scegliere di presentare la mostra in questo spazio ha un significato preciso perché opera e luogo si specchiano l’una nell’altro. Continua a leggere →