Le parole e le cose

Letteratura e realtà

19 agosto 2018
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Il contro-Sessantotto di Luciano Bianciardi

di Raoul Bruni

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 15 maggio 2018].

Esauriti (o quasi) i due «Antimeridiani» Isbn Edizioni, le opere di Luciano Bianciardi tornano in libreria grazie a Il Saggiatore, che, sotto il titolo Il cattivo profeta (a cura di Luciana Bianciardi, pp. 1482, € 62,00), ripropone tutti i romanzi, i racconti, i saggi e i diari giovanili, con una bella prefazione di Matteo Marchesini. L’uscita del libro può essere una buona occasione per rileggere o approfondire Bianciardi, ma anche per tentare di stilare un bilancio sulla sua fortuna critica nel momento attuale. Perché Biancardi, pur rappresentando, specialmente per le ultime generazioni, un autore di culto, è ancora confinato ai margini del canone novecentesco? Per quali ragioni non ha beneficiato degli avalli critici e editoriali che hanno portato alla canonizzazione di un Pasolini o di un Calvino (per citare due autori esemplari della stessa generazione)? Prima che dalla vicenda umana sfortunata, di precario ante litteram, stroncata da una morte precoce, il mancato riconoscimento di Bianciardi sembra dipendere dalla sua indole inquieta, riluttante a ogni compromesso con le strategie di autopromozione ideologica. Bianciardi fu sempre un irriducibile anarchico e, come spesso accade in Italia a personalità come la sua, risultò sgradito sia ai reazionari sia ai fautori delle magnifiche sorti. Da questo punto di vista, il libro forse più rappresentativo di Bianciardi è anche uno dei meno fortunati: mi riferisco a Aprire il fuoco, il suo ultimo romanzo, e, per molti aspetti, il suo testamento letterario, scritto nell’anno fatidico 1968 e pubblicato nel ’69 (l’autore sarebbe morto due anni dopo). Chissà se qualcuno, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto, ricorderà questa singolare ucronia romanzesca? Spero di essere smentito, ma temo di no, perché Aprire il fuoco non ha nulla che potrebbe essere funzionale a una celebrazione storica: non potrebbe essere usato dai nostalgici del Sessantotto, perché con i giovani ribelli di allora è tutt’altro che tenero, ma neanche dagli anti-sessantottini, dato che è un romanzo troppo rivoluzionario (una volta tanto, questo abusato aggettivo può essere impiegato con pertinenza) per piacere ai tradizionalisti. Continua a leggere →

18 agosto 2018
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«I gelati sono buoni». Cantare l’eroina senza nominarla (Italia, 1979-1983)

playlist di Gianluigi Simonetti

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questa playlist è stata pubblicata il 7 aprile 2018.]

Miguel Bosè, Bravi ragazzi (singolo, 1982)

Alice, Per Elisa (Alice, 1981) Continua a leggere →

17 agosto 2018
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Perché sono su Instagram/5. Helena Janeczek

a cura di Maria Teresa Carbone

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 13 marzo 2018.
Secondo rilevazioni già obsolete – settembre 2017 – Instagram avrebbe 800 milioni di utenti nel mondo. Più donne che uomini, più urbani che rurali, più giovani che anziani. Così sta scritto nella voce di Wikipedia dedicata all’applicazione di condivisione delle immagini (questo è Instagram: un’app, non un social), ma i dati sono così vecchi – 2014, quando la popolazione instagrammica era meno della metà di quella attuale – da suonare inconsistenti.
In fondo, degli abitanti di questa entità sovranazionale più popolosa dell’intero continente europeo sappiamo solo che hanno un congegno per fotografare – uno smartphone, per lo più – e che lo usano ogni volta che vedono un oggetto degno di attenzione: se stessi, i loro gatti e i loro cani, la torta di compleanno, il sole al tramonto, la stazione di servizio illuminata di notte, la hall dell’aeroporto in attesa dell’imbarco. E sappiamo che questa massa di immagini (circa cento milioni di foto caricate ogni giorno, pare) non è neutra. Di certo sta cambiando il mondo – le facce, i vestiti, le architetture, gli arredi, oggi sono curati per essere instagrammabili al meglio. Ma forse cambia anche gli occhi degli adepti di questa neofotografia, nella misura in cui lo scatto, prima, e il confronto con gli altri scatti, poi, guidano lo sguardo a una maggiore attenzione. (Non a caso una ricerca britannica del 2017 condotta su 1500 adolescenti ha concluso che Instagram è massimamente ansiogeno).
Nasce da qui l’idea di una piccola indagine condotta presso scrittori, fotografi e cultori a vario titolo della materia. Dopo gli interventi di
Francesco Pecoraro, Emmanuela Carbé, Sabrina Ragucci e Hypermediacy, ecco il dialogo con Helena Janeczek. La sua pagina Instagram è questa].

Perché sei su Instagram? Da quando? Eri già su Facebook o altri social?

Ero già su Facebook e Twitter, anche se Twitter l’ho sempre usato in modo sopratutto passivo. Ho cominciato a sbirciare Instagram, perché ero attratta dall’uso nuovo della fotografia, colpita che molti dimostrassero questa capacità di far convergere una sensibilità estetica acquisita in altri campi – in primis quello letterario – sulle loro immagini. Ho controllato: la mia prima foto l’ho postata il 30 dicembre 2016. Continua a leggere →

16 agosto 2018
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Euridice

di Francesco Terzago (testo e foto)

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 12 febbraio 2017].

Dal 14 dicembre al 19 del 2016 ho visitato Istanbul in compagnia di una delle poche persone che mi sono care; lei, in quei giorni, era ospite di un festival di poesia under 30. Queste sono le foto e le riflessioni che ho raccolto in quella città dai confini mobili e dall’identità eterodossa. Ho attraversato in sua compagnia, entrambi guidati dal Virgilio Luis Miguel Selvelli, i sedimenti millenari di culture, lingue e popoli che con il loro rimescolamento, e in alcuni casi la loro assoggettazione, hanno dato vita a questo paesaggio affollato di suggerimenti e di simboli, dove ogni singola pietra si può considerare il punto dove si sovrappongono storie ed epoche tra loro distanti.

Queste parole sono per lei.

1.

Il centro culturale del distretto degli ulivi, è qui che lei farà la sua prima lettura. Ci dicono che dobbiamo aspettare un paio d’ore perché si concluda un altro evento. Ci mettono in una stanza senza finestre, solo luce al neon. Gli organizzatori stanno con noi, fanno qualche battuta. Il tempo qui potrebbe trascorrere come all’interno di un guscio metallico scagliato nel cosmo, una volta che l’ultima porta è stata chiusa alle nostre spalle si sta lì, si attende il controllo dei sistemi e l’accensione dei razzi. Fumano tutti. L’aria si trasforma in gelatina verde. Ci portano dolcetti secchi, una decina di tipi diversi. Ci sono tre tipi diversi di succhi di frutta, e un cocktail analcolico. Chiedo se mi possono dare quello al melograno, mi rispondono che quello lo preparano per strada. In strada non ci posso andare. Fino a qualche anno fa avrebbero portato un po’ di vino, birra. Adesso le cose sono cambiate. Dovessi stare davvero due ore qui, seguendo questo regime dietetico, immerso in questa coltre di sigaretta, qualcosa in me cambierebbe in modo irreparabile. La mente ha i suoi tarli, uno dei miei è: “The Drive-In” di Lansdale. Vedo già i miei compagni tramutarsi in mostri tentacolari di saccarosio che eruttano miele e baklava dalle orecchie. Tutti ma non lei. Lei i dolci secchi li detesta, e non va matta nemmeno per il succo di frutta. Uno degli organizzatori interrompe questa mia catena di pensieri dicendomi che, se lo desideriamo, possiamo andare di là, per assistere al culmine dell’altra iniziativa. Gli chiedo di che si tratti. Risponde una conferenza sull’Islam. Bene, perché no. In che lingua? Dice, in turco.

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15 agosto 2018
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Il denaro e i suoi inganni

di  John R. Searle, Maurizio Ferraris e Angela Condello

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 30 aprile 2018.

È da poco uscito Il denaro e i suoi inganni (Einaudi), di John Searle e Maurizio Ferraris, a cura di Angela Condello, che ha tradotto il saggio di Searle e scritto il saggio conclusivo. Searle e Ferraris sono due tra le voci più autorevoli nel campo dell’ontologia sociale e, almeno apparentemente, le loro teorie sembrano complici e rivali. Per Searle, la realtà sociale è creata dai soggetti perché pensata, rappresentata e riconosciuta collettivamente come tale. Per Ferraris, l’intenzionalità collettiva non è sufficiente a spiegare la realtà sociale: sono le tracce, i documenti e le registrazioni a depositare il senso dello scambio che, prima e oltre l’intenzionalità, costituisce il mondo sociale.

In questo libro i due filosofi affrontano gli inganni del denaro (Searle) e l’enigma del suo fondamento (Ferraris): dal confronto emerge un «soprannaturale moderno» (la definizione è di Walter Siti) che per Searle esiste solo nella misura in cui un’entità è pensata e rappresentata in quanto denaro. Per Ferraris invece esiste un livello ontologico che precede la rappresentazione e ne spiega il senso. Angela Condello riprende gli aspetti salienti delle due teorie mettendole in relazione].

*

Che cos’è il denaro

di John R. Searle

Quali sono le ragioni per cui il pezzo di carta che ho davanti è considerato denaro? Per rispondere a questa domanda bisogna affrontare una serie complessa di questioni di filosofia del linguaggio ordinario.

[…]

Ci si può deliberatamente discostare dagli usi, ma se l’investigazione mira ad essere filosoficamente rilevante, allora deve essere incardinata nel linguaggio ordinario. Fanno eccezione questioni strettamente tecniche, per cui se si cerca di definire l’implicazione filosofica del principio di sovrapposizione nella meccanica quantistica, l’uso ordinario di termini come «sovrapposizione», «meccanica» e «quantistica» sarà verosimilmente inutile. Al contrario, per questioni filosofiche tradizionali come la verità, la causazione, la virtú non vi è alcuna via d’uscita dal linguaggio ordinario. Continua a leggere →

14 agosto 2018
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Promuovere per rimuovere? Sandro Penna nei «Meridiani»

di Walter Siti

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 4 settembre 2017].

Ecco dunque il Meridiano Mondadori dedicato a Sandro Penna, buon ultimo dopo quelli (se ci limitiamo ai poeti nati dopo il 1900) dedicati a Quasimodo, Bertolucci, Caproni, Sereni, Luzi, Fortini, Zanzotto, Pasolini, Rosselli, Raboni e perfino Spaziani. Il ritardo è dovuto probabilmente a due fattori convergenti: da un lato la difficoltà di fare ordine nel pasticcio delle edizioni penniane (spesso non organizzate e non amate dall’autore, con testi difficilmente databili e continue aggiunte di inediti tenuti a lungo nel cassetto), dall’altro l’imbarazzo che la cultura italiana ha sempre provato nei confronti di una grandezza che fa un po’ vergognare. La prima difficoltà è stata risolta puntando al male minore: si è scelta, come testo base, l’edizione Garzanti del 1973 – l’unica che l’autore abbia strutturato e approvato (“quello che io lascerei ai posteri se posteri esisteranno”). Obbedire all’ultima volontà d’autore (soprattutto se l’autore è capriccioso) è un criterio spesso discutibile, ma in questo caso nelle circa 160 pagine di quella raccolta c’è davvero ‘il Penna che conta’; nelle circa 400 che seguono, qui nel Meridiano (cioè tutto il resto della produzione in versi, presentata in ordine cronologico), si trova al massimo una quarantina di testi che andrebbero idealmente aggiunti al Penna migliore (alcuni giocosi-ironici, alcuni sentenziosi, alcuni di grazia stridula e senile). L’ordine cronologico della seconda parte è frutto dell’ottimo lavoro del curatore Roberto Deidier, che ha fornito ogni testo di un ricco ed esauriente apparato di note. Ma dalle tanto sospirate date non si ricava molto, in fondo, se non l’ovvio: cioè una maggior durezza e cinismo con l’avanzare dell’età. Non per questo la congerie di iuvenilia, di poesie ripetitive, di altre meno riuscite è inutile – come tutt’altro che inutili sono le pagine giovanili di diario (qui edite per la prima volta in modo sistematico e completo), o i passi epistolari e i frammenti autobiografici contenuti nella bella Cronologia di Elio Pecora. Tutto questo materiale serve a sottolineare da che ammasso di nevrosi, di mezza filosofia, di prove ed errori, di acute riflessioni critiche nasca la leggerezza delle poesie che amiamo. Continua a leggere →

13 agosto 2018
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Fine del mondo come fine dell’umano. Sei ipotesi post-apocalittiche dal 1901 al 2006

di Giulia Massini

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 4 luglio 2018].

Il paradosso post-apocalittico del Novecento.

Nella cosiddetta letteratura post-apocalittica del Novecento il paradosso è presentato già nel nome. Esso presuppone una testimonianza impossibile: almeno un uomo, o più uomini che assistano alla fine della propria specie[1]. L’assolutezza dell’apocalisse biblica, invece, non permetteva testimoni, se non in forma indiretta almeno, cioè attraverso visioni del futuro e rivelazioni, come quella di Giovanni. L’apocalisse di Giovanni è tale da porre fine al tempo cronologico, da riunire, in un solo respiro, passato, presente e futuro di questo mondo, e semmai trasferirli in un altro, in una Gerusalemme celeste e in un ambito di trascendenza, dove il Bene e il Male che fino a quel momento agivano nella storia trovano un posto stabile e duraturo nell’eterno. La visione di Giovanni non contempla alcun dopo sulla Terra; sta come un punto al termine di una linea. Stando ai versetti neotestamentari, anzi, l’apocalisse incarna proprio la speranza che il tempo storico abbia un termine: oltre il supplizio della vita, l’apocalisse garantisce il superamento dell’ingiusto, del mortale, dell’irrisolto e infatti quella giudaico-cristiana è un’idea ambivalente della “fine”, che oscilla tra il senso della “conclusione” e il senso dello “scopo”: la morte vi è messa in scena per attribuire un escaton alla vita[2]. Quella del Novecento, invece, è un’apocalisse che avrebbe il suo più preciso corrispettivo biblico nella vicenda di Noè e nel racconto del diluvio, dal momento che col tempo il termine “apocalisse” è passato a indicare eventi come disastri biologici, cataclismi naturali, esplosioni atomiche, epidemie. Ma sarebbe più corretto definire questa letteratura post-catastrofica, per meglio rendere la progressiva spoliazione di ogni tipo di speranza escatologica nel suo declinarsi, nonché di ogni divina azione cosmogonica che invece era alla base della vicenda diluviana. Continua a leggere →

12 agosto 2018
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Masscult e Midcult

di Dwight Macdonald

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 16 aprile 2018.

È uscita da poco, per Piano B edizioni, una nuova edizione italiana di Masscult e Midcult (1960) di Dwight Macdonald, a cura di Mauro Maraschi, che è autore della traduzione e della prefazione. Il volume contiene anche uno scritto su Macdonald di Umberto Eco pubblicato in Apocalittici e integrati.
Masscult e Midcult è un testo fondamentale per capire la sociologia della cultura contemporanea. Ciò che rimane decisivo e illuminante è soprattutto la categoria di Midcult. «Più di trent’anni dopo, possiamo ammetterlo: il Midcult ha vinto», scriveva Vittorio Giacopini nel 1996, in una frase che Maraschi riprende nella prefazione. «È diventato la norma della nostra cultura, il suo ventre molle. Midcult – oggi – sono (quasi tutte) le pagine culturali dei quotidiani e i programmi colti della televisione. Midcult sono l’università, il giornalismo, il lavoro culturale». Le pagine che seguono contengono una definizione di questo concetto]

Oggi, ovviamente, ci troviamo in un’epoca più sofisticata. […] dal 1929 sono state costruite tante di quelle fabbriche e aziende che il problema non è più la produzione quanto il consumo. La settimana lavorativa si è accorciata, gli stipendi sono aumentati, e mai prima d’ora la percentuale di persone con un tenore di vita elevato è stata alta come negli Stati Uniti a partire dal 1945. Al momento gli iscritti all’università sono oltre quattro milioni, tre volte quelli del 1929. Soldi, tempo libero e conoscenza, i requisiti base della cultura, non sono mai stati così abbondanti ed equamente distribuiti.

In un’epoca così avanzata, la Cultura Alta non è più minacciata dal Masscult, quanto da quell’ibrido nato dai rapporti contro natura che la Cultura Alta ha intrattenuto con esso. Si tratta di una variegata cultura intermedia che minaccia di assorbire entrambi i genitori. Questa forma – che chiameremo Midcult – ha le stesse caratteristiche fondamentali del Masscult (la formula, le Reazioni Controllate, il rifiuto di qualsiasi standard qualitativo a favore della popolarità) ma le nasconde per pudore sotto una foglia di fico qualitativa. Nel Masscult il trucco è scoperto: piacere al pubblico con ogni mezzo. Il Midcult, invece, attira il pubblico in due modi diversi: da un lato finge di rispettare i canoni della Cultura Alta, dall’altro, a conti fatti, li annacqua e li volgarizza. Continua a leggere →

11 agosto 2018
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Sanguineti per musica

playlist di Italo Testa

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2018]

Margot Galante GarroneLa ballata delle donne (Il vespero vermiglio, 2012)

Luciano BerioLaborintus II,  per voci, strumenti e nastro magnetico (Laborintus II1965)

Edoardo Sanguineti & Elio e le Storie TeseReading (Live in Pavia, 2006)

Edoardo Sanguineti & Stefano ScodanibbioPostkarten 1 (Postkarten, 1999)

Edoardo Sanguineti & Andrea LiberoviciRap (@Teatro della Tosse, Genova, 1996) Continua a leggere →

10 agosto 2018
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Anafore. Per una teoria della poesia

di Italo Testa

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2018.
Questo saggio fa parte del volume Teoria&Poesia, a cura di Paolo Giovannetti e Andrea Inglese, Biblion, Milano, 2018, in uscita nella prima metà di giugno]

 Poesia e pratiche. Quando si parla di teoria della poesia, non mi interessa identificare un insieme di condizioni necessarie e sufficienti che ne definiscano e identifichino essenzialmente l’oggetto. Preferisco guardare alla poesia come a un insieme di pratiche e quindi metterne in luce la dimensione non solo linguistica ma anche il legame con le strutture dell’azione. Non si tratta di definire l’essenza della poesia, ma di fare emergere un aspetto focale verso il quale tendono a convergere aspetti rilevanti della famiglia delle pratiche poetiche in una prospettiva di lunga durata. In tal senso prenderò le mosse dalle strutture della ripetizione e dell’iterazione – atti di linguaggio che siano sia iterabili che inaugurali. Fenomeni quali allitterazione, rima, refrain, schema metrico regolare, ripetizione della forma delle strofe, ritmo; forme di ripetizione astratte – piede, ritmo, verso – e concrete – l’assonanza e l’allitterazione a inizio parola, la consonanza e la rima a fine parola; ripetizioni di tipo lessicale e frasale quali anafora e epistrofe. Di recente alcuni teorici hanno riportato l’attenzione sui tali fenomeni della ripetizione e la loro importanza per la comprensione della poesia. Ad esempio Jonathan Culler in Theory of the Lyric (Harvard UP 2015) definisce in chiave retorica la poesia lirica quale discorso memorabile tale da essere riattivato e ripetuto dai lettori. Invece Anna Christina Ribeiro in Intending to Repeat: A Definition of Poetry (“The Journal of Aesthetics and Art Criticism” 65/2, 2007) offre una definizione essenzialista, di tipo intenzionale, della ripetizione quale tratto universale della poesia: il testo poetico sarebbe definito dall’intenzione di appartenere alla tradizione poetica riprendendo, rigettando o trasformando le tecniche di ripetizione che hanno caratterizzato tale tradizione. In quanto segue mi confronterò con entrambe le posizioni, prendendo le distanze sia dall’approccio retorico che da quello intenzionale, e proverò a sviluppare una differente prospettiva pragmatica basata sulla figura dell’anafora e sulla nozione di ‘antecedente assente’. Continua a leggere →