Le parole e le cose

Letteratura e realtà

28 maggio 2015
di Le parole e le cose
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Dialogo con Milo De Angelis

di Claudia Crocco

[Il 1 giugno esce in libreria il nuovo libro di Milo De Angelis, Incontri e agguati, nella collana Lo Specchio di Mondadori. Alcuni testi si possono leggere in anteprima qui. Per l’occasione pubblichiamo una lunga intervista con De Angelis, uscita sul numero LI di «Semicerchio», che si conclude con una poesia tratta dalla nuova raccolta.
Questo testo è il risultato di un dialogo stratificato in un paio d’anni, fatto di incontri dal vivo e scambi di email. Rileggendo le mie osservazioni, alcune mi sono sembrate un po’ ingenue. Anche le interviste portano il segno del tempo: oggi farei domande diverse, e renderei più precise alcune mie considerazioni critiche. Ma dedicarsi allo studio di poeti contemporanei vuol dire anche ammettere i limiti della critica come esegesi ed interpretazione senza per questo svalutarla. De Angelis è uno dei poeti più citati e antologizzati degli ultimi quarant’anni, eppure la sua opera rimane ancora scarsamente commentata, in parte oscura. Il successo di pubblico e la fortuna critica non sono andati di pari passo con la comprensione del suo ruolo nella storia della poesia del Novecento
 (cc).]

 CC: Di recente alcuni studiosi, anche molto giovani (fra questi, Lorenzo Babini e Damiano Springhetti), e un esperto della tua poesia, Luigi Tassoni, hanno iniziato uno studio variantistico dei tuoi testi[1]. Vorrei iniziare da qui. La vulgata critica considera la tua poesia quanto più distante possibile dal lavoro a tavolino presupposto dalla variante. Tu stesso spesso racconti di avere scritto in uno stato di trance (soprattutto negli anni Ottanta, dunque Millimetri e Terra del viso). Eppure, le tue poesie presentano molte differenze fra le loro diverse edizioni[2], che testimoniano un certo labor limae. Non mi soffermerò sulle varianti, sulle quali altri lavorano e stanno lavorando; ma vorrei provare a fare alcune considerazioni che mi sembrano utili a chiarire il ruolo della tua poesia nella letteratura italiana del Novecento.

C’è un capitolo di Poesia e destino intitolato «Andare a capo (Autobiografia)», nel quale questa contraddizione sembra ricomporsi e trovare senso. Vorrei citarne un passo che mi sembra significativo:

Poi, dopo gli anni del liceo e dell’università, ho cercato qualcos’altro: un andare a capo ancora più lontano dal senso […], che fosse innalzabile da una specie di dettatura, la quale imponeva di spezzare una frase senza spiegazioni e di amare questa spaccatura in una visione totale della poesia, non di quella poesia […]. Allo stesso modo: il termine ‘dettatura’ non esclude minimamente le infinite correzioni e varianti, scrupolosamente impegnate a ripetere fedelmente ciò che è stato dettato. La variante non è così una disobbedienza – questo mai, pena lo sperimentalismo – ma al contrario un tendersi più acuto dell’orecchio al comando, un «udito ineccepibile».[3] Continua a leggere →

27 maggio 2015
di Le parole e le cose
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Popular Poetry. Rock e poesia

di Giulia Sarno

cropped-1QbcdE7zksMH_gwX-vee4w.jpeg[Esce oggi Appunti di rock 2. Dai Beatles ai Radiohead (Il foglio letterario), a cura di Andrea Gozzi. Ne fa parte il saggio di Giulia Sarno Lou Reed: American “Poet”, di cui pubblichiamo i primi due paragrafi].

Poeti di ieri, poeti di oggi

«Il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni». Se questa affermazione di Pier Vittorio Tondelli poteva suonare provocatoria nell’Italia della fine degli anni ’80 (Poesia e rock è un saggio datato 1987-1989), oggi l’opinione che gli autori di canzoni meritino (e il verbo non è usato a caso) l’appellativo di poeti è estremamente popolare. Dalla fantomatica candidatura di Bob Dylan al nobel per la letteratura, che regolarmente torna a scatenare dibattiti sempre uguali, ai discorsi da bar in cui De André viene incoronato massimo poeta del Novecento italiano, ai necrologi di Lou Reed, immancabilmente salutato come poeta del rock. Tondelli gongolerebbe nel mondo di oggi. Vero è che le smentite abbondano: critici letterari e (etno)musicologi si sbracciano in ogni sede possibile, dalle aule universitarie ai saggi specialistici agli interventi pubblici più disparati, per correggere il tiro, per mettere in guardia sulle semplificazioni, fornendo prove difficilmente controvertibili del fatto che identificare testi musicali e poesie è un grossolano atto di ingenuità critica. E in verità non è necessaria una preparazione accademica specifica per capire che le differenze sono enormi, e che schiacciarle significa non rendere giustizia né all’una né all’altra forma artistica. Non è neanche necessario, anche se molto utile, tracciare una storia della testualità per musica, forma compositiva dalla storia millenaria che corre parallela a quella della poesia, non di rado con questa intrecciandosi. Il rapporto archeologico[1] che lega parola e musica ha assunto nel corso del tempo innumerevoli configurazioni: ripercorrerle tutte, dalla lirica greca al madrigale cinquecentesco, alla librettistica d’opera, al lied tedesco, alla chanson francese fino alla nostra popular music, è un’esperienza chiarificatrice, nonché utile per sfatare tanti miti (un solo esempio, quello dei trovatori provenzali come cantautori ante litteram), ma è un’esperienza di cui, in questa sede, dobbiamo per forza di cose fare a meno. D’altronde, appunto, questo percorso cronologico non è strettamente indispensabile, perché basta mettere a fuoco e confrontare sincronicamente poesia e canzone per rendersi conto della distanza tra le due forme. Ciò che caratterizza il testo musicale è la sua natura intrinsecamente orale-performativa: un testo musicale nasce per essere cantato, dunque esposto oralmente attraverso quella particolare forma di esecuzione che è il canto. Cantare un testo vuol dire eseguirlo melodicamente, intonandolo secondo una successione determinata di suoni musicali, ovvero utilizzando i fonemi che compongono le parole per comporre un movimento melodico. E non solo: il testo musicale viene cantato sopra una musica, è parte integrante della composizione musicale, dunque a questa deve accordarsi in modo tale da formare quel tutto che chiamiamo canzone.

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26 maggio 2015
di Le parole e le cose
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Del lavoro, del capitale e degli alberi. Passeggiando negli spazi della 56esima Biennale

cropped-4-Celeste-Boursier-Mougenot-revolutions-2015-640x426.jpgdi Sandra Burchi

Inizia con una citazione da Angelus Novus di Benjamin il catalogo dell’ultima Biennale Arti visive di Venezia con i pensieri sull’angelo della storia, una creatura che ad ali spiegate si allontana da quello che vede, dai tempi rovinosi e catastrofici del suo presente, per spingersi, travolto da una tempesta, verso il futuro. Da questa immagine parte una riflessione sul senso di una mostra come la Biennale. L’arte non è obbligata a tenere conto della storia, né tanto meno a redimerla, ma – è questo che sembra essere alla base delle scelte del curatore di questa edizione il nigeriano Okwui Enzewor – in questi nostri tempi è impossible pensare a una grande esposizione restando indifferenti a quello che accade nel mondo. Se ogni artista ha diritto al disimpegno e a una presa di distanza radicale dalla realtà, se nei gesti di ogni artista può farsi spazio un rifiuto del mondo, non può muoversi così chi si prende la responsabilità di come riunire i loro lavori e ordinarli in uno stesso spazio : Enzewor ha pensato a un allestimento aperto, dialogante, molto pensoso. Una « arena » fa da perno all’intero percorso. Un’ARENA al centro del padiglione centrale, in cui un programma fitto di performances lascia che parola, gesti, voci facciano da « intervallo » (come lo intenderebbe Deleuze) al lungo guardare degli spettatori. Continua a leggere →

25 maggio 2015
di Mauro Piras
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Perché La Buona Scuola è meglio della vecchia

cropped-MATTEO-RENZI.jpgdi Mauro Piras

Perché la scuola si oppone alla riforma del governo Renzi? Lo sciopero del 5 maggio scorso, che per la prima volta dopo molti anni ha unito i tre sindacati confederali, ha rivelato che la stragrande maggioranza del personale della scuola non vuole questa riforma. Le ragioni devono essere forti, se si è raggiunta un’adesione (65%) superiore agli scioperi contro i tagli operati dalla Gelmini sotto Berlusconi. La stratificazione di queste ragioni è complessa.

Non va dimenticato che la percentuale conta anche il personale non docente, che questa volta, diversamente dal solito, ha partecipato massicciamente alla protesta. C’è una ragione trasversale che riguarda tutto il personale, il rinnovo del contratto, bloccato dal 2009. Questa, da sola, non sarebbe bastata, ovviamente, ma per tutti è difficile accettare riforme che richiedono sforzi e, forse, generano precarietà, sapendo che le retribuzioni sono bloccate da anni. Il personale non docente è inoltre probabilmente ostile al rafforzamento dei poteri dei dirigenti scolastici, e all’introduzione di una logica premiale tra i docenti, che potrebbe poi estendersi.

C’è poi la questione del piano straordinario di assunzioni. Questo riguarda solo una parte dei precari che lavorano oggi nella scuola. Un’altra parte, consistente (forse circa 80.000 persone, se non di più) ne è esclusa. Tanto più che tra chi invece viene assunto ci sono persone che non lavorano con continuità nella scuola. Quindi i criteri di inclusione e esclusione da questo piano e la prospettiva di un concorso per molti che già adesso lavorano nella scuola hanno mobilitato tutti questi precari. Continua a leggere →

24 maggio 2015
di Daniela Brogi
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Festival di Cannes 2015. Se una magnifica ossessione tra due donne diventa un’esperienza universale: Carol (Todd Haynes, 2015)

cropped-Carol.jpgdi Daniela Brogi

La prima immagine su cui si apre Carol mostra subito quanto la messa in spazio sia la procedura formale privilegiata dal film, attraverso la composizione delle scene e per via della fotografia. L’inizio di Carol ci mostra infatti, in un lento primo piano, un geometrico intreccio di linee che formano un elegante riquadro: sembra un pannello, un arabesco, ma intanto l’occhio della macchina si allarga, restituisce il misterioso oggetto al contesto circostante, facendo scoprire alla vista che si tratta della grata di un tombino. La bellezza era nel colpo d’occhio dell’attimo, era un’illusione pronta a trasformarsi in una nuova immagine che, anziché l’idea di una situazione stabile e completa in sé stessa, comincia invece a insinuare la possibilità narrativa di una gabbia, di qualcosa sotto cui potrebbe celarsi, andando oltre, una situazione oscura, nascosta, magari addirittura un reato. Siamo a New York, è il Natale 1951, e spostandoci all’interno di un elegante ristorante adesso ci avviciniamo, di spalle, a due donne sedute a un tavolo, ma la suspense della scoperta del loro dialogo, come nel più classico dei copioni, è interrotta da un uomo che saluta la donna più giovane (Rooney Mara), la distrae dalla conversazione, e induce l’altra donna, più adulta e sofisticata, Carol (Cate Blanchett), a uscire dal locale. Da questo punto in poi, fino quasi al termine del film, ha inizio, in flashback, il racconto della vicenda di Carol, vale a dire la relazione amorosa nata dal casuale incontro tra una ragazza assunta nel reparto giocattoli dei grandi magazzini durante le feste di Dicembre, e una sorta di elegantissima e sofisticata Venere in pelliccia, Carol, entrata nel negozio per acquistare il regalo alla propria bambina. Continua a leggere →

22 maggio 2015
di Pietro Bianchi
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Festival di Cannes 2015. La Cina del capitalismo reale: Mountains May Depart di Jia Zhang-Ke

cropped-Mountains-May-Depart.jpgdi Pietro Bianchi

In uno degli scritti di Mao Zedong, il leader comunista cinese menziona una celebre favola cinese, quella de “il vecchio Yukong che spostava le montagne”. In questa storiella ci viene raccontato come un vecchio saggio si trovò ad affrontare un problema letteralmente insormontabile: due grandi montagne si trovavano proprio fuori da casa sua e gli bloccavano l’entrata. Decise allora di provare a “spostarle” usando un semplice scalpello: un po’ per volta, pezzettino per pezzettino e con l’aiuto dei suoi figli, pensava che le montagne in questo modo sarebbero state tolte dalla sua vista. Il suo vicino di casa quando lo vide cimentarsi in quest’impresa cominciò a prenderlo in giro e a dirgli che mai sarebbe stato in grado di portare a termine un’idea tanto folle. Ma Yukong gli rispose: “Quando morirò, ci saranno i miei figli. E poi le generazioni successive che continueranno. Dopo ogni colpo di scalpello le montagne diventeranno impercettibilmente un poco più piccole, perché dunque non dovrebbero appiattirsi definitivamente alla fine?” Un Dio, commosso dalla dedizione di Yukong, decise allora di aiutarlo e di mandare sulla terra due geni celesti che si presero le montagne sulle spalle e se le portarono via. A questa conclusione Mao aggiunge: “il nostro Dio non sono altro che le masse del popolo cinese. Sono loro che sono capaci di portarsi persino una montagna sulle spalle”.

Ci è venuta in mente questa storiella – che tra l’altro dà il titolo a uno dei documentari più belli sulla Rivoluzione Culturale, Comment Yukong déplaça les montagnes di Joris Ivens e Marceline Loridan – vedendo Mountains May Depart di Jia Zhang-Ke, presentato l’altro ieri in concorso al Festival del Cinema di Cannes e considerato da molti qui sulla croisette come uno dei grandi capolavori dell’edizione di quest’anno. E non si tratta solo del titolo – che letteralmente vorrebbe dire “le montagne possono essere spostate”, proprio come quelle di Yukong – quanto più in generale della riflessione che il film propone sulla modernizzazione capitalistica cinese e sulle conseguenze che provoca soggettivamente nella vita delle persone. È paradossalmente proprio per il successo delle “masse del popolo cinese” – e di quel Partito Comunista fattosi stato, che di Mao continua anche oggi a considerarsi continuatore – che il divenire-capitalistico della Cina è giunto a questo livello, a un tempo di successo e di devastante squilibrio. E che questa potenza di trasformazione – che è stata capace di fare l’impossibile, persino di “spostare le montagne” – è stata in grado di cambiare nel profondo la vita di miliardi di uomini e donne, influenzando le loro biografie, il loro modo di relazionarsi e persino la loro percezione del tempo e dello spazio. Continua a leggere →

21 maggio 2015
di Le parole e le cose
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Dante dopo l’Apocalisse

cropped-dante_at_santa_croce__florence_by_miketurner79-d30gjwu.jpgdi Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul Domenicale del «Sole 24 ore»].

Dante Alighieri si sarebbe molto meravigliato se gli avessero detto che nel 2015 gli italiani avrebbero festeggiato il suo settecentocinquantesimo compleanno.

Non che avesse dubbi circa il proprio valore, o circa la durata della propria fama: non che non sapesse di essere un genio, e non che questa consapevolezza fosse temperata dalla modestia. Chi l’ha letto conosce bene le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova promette di dire un giorno di Beatrice «quello che mai non fue detto d’alcuna»; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio si assume il compito di illuminare «coloro che sono in tenebre e in oscuritade», e per farlo commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, con la stessa serietà e con lo stesso rigore con cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. E non pensava soltanto di possedere un talento fuori del comune, pensava anche che gli fosse stato riservato un destino fuori del comune, e cioè che la sua esistenza personale trascorresse all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza andava molto al di là della sua semplice persona: nella canzone Amor che movi spiega che il suo amore è fatto della stessa materia di quell’Amore universale che governa l’universo, che è un raggio della luce divina; nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute spiega che il suo esilio è la prova di un generale imbarbarimento del mondo, il tramonto di tutte le virtù che un tempo erano in onore: Carità, Giustizia, Temperanza, Generosità; e la Commedia, naturalmente, è da cima a fondo il percorso di un iniziato, di un uomo toccato dalla grazia. Continua a leggere →

20 maggio 2015
di Claudia Crocco
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TFA E DDL – Ancora un passo verso la scuola dell’amarezza

cropped-CE6h-AyVAAAVkfT1.png-large1.pngdi Daniele Visentini

[In questi giorni alla Camera si attende la votazione finale sul disegno di legge della riforma scolastica, la Buona Scuola. Il ddl del ministro Giannini è stato duramente criticato per svariati motivi; fra questi c’è anche l’esclusione dal piano assunzioni degli abilitati attraverso il TFA. Daniele Visentini, autore dell’articolo che pubblichiamo, dopo un dottorato di ricerca sta finendo il TFA a Padova (cc)].

Un’ora al massimo: il tempo dedicato alla stesura del presente articolo è (deve essere) questo. Durante la mattinata ho trascorso a scuola cinque ore. Nel pomeriggio dovrò compilare due relazioni sulle osservazioni in classe, un glossario, qualche pagina di diario di bordo; questo, mentre le quattro ore di corsi previste dalle 15:00 alle 19:00 si disperdono, inascoltate, tra le mie dita compulsanti e lo schermo del pc.

La brevità, la dozzinalità, la brutalità di quanto state leggendo, dunque, è in sé il TFA stesso; meglio, è il suo prodotto più evidente, che consiste nell’avvicinamento progressivo e inesorabile del futuro corpo docente ai meccanismi aziendali della scuola 2.0. Qualora si pretendesse di far tutto – e mettere in pratica le consegne e protestare le stesse – si esaurirebbe di fatto, già solo in fase di computo delle ore, la propria giornata intera. Qualora, con disimpegno del tutto giustificabile, si evadessero invece i compiti di Tirocinio, letteralmente si disimparerebbe a essere un buon docente: ci si deresponsabilizzerebbe, allora, e si scriverebbero programmaticamente relazioni di 10 righe; e ancora e sempre, si ricorrerebbe al mantra del non-mi-si-dà-e-non-do, che tanto ha paralizzato la scuola e tanto ancora la paralizza. E se ha ragione Miya Tokumitsu, che in un noto articolo apparso su «Internazionale» (2014, n.1042) avverte circa la pericolosità della stereotipa massima di Steve Jobs “fare ciò che si che si ama e amare ciò che si fa”, d’altro canto è bene riflettere sulla pericolosità dell’ipotesi contraria: il disamore non fa, non deve fare tutt’uno con il disimpegno, ma semmai veicolare una presa di coscienza sempre più forte circa il proprio ruolo, al fine di curare incessantemente ciò che si fa e, nel contempo, di sostenere senza mezzi termini la denuncia di ciò che illegittimamente non ci è riconosciuto.

Ed è già trascorsa mezz’ora… Continua a leggere →