Le parole e le cose

Letteratura e realtà

25 aprile 2015
di Le parole e le cose
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Il libro di Johnny

di Beppe Fenoglio, a cura di Gabriele Pedullà

[Esce in questi giorni, per Einaudi, Il libro di Johnny di Beppe Fenoglio, un’edizione radicalmente nuova del più importante romanzo sulla Resistenza italiana. In un primo momento Fenoglio aveva ideato un’unica grande storia che aveva come protagonista Johnny. Partiva dagli anni del liceo ad Alba e proseguiva con il corso ufficiali, l’8 settembre, il ritorno in Piemonte, l’adesione alla guerra partigiana, il passaggio dai garibaldini ai badogliani. Poi, su indicazioni editoriali, riscrisse la prima parte di questo progetto trasformando Primavera di bellezza in un libro autonomo: tagliò le prime ottanta pagine e aggiunse tre capitoli finali facendo morire Johnny al primo scontro a fuoco. La seconda parte, riscritta più volte, fu recuperata postuma col titolo Il partigiano Johnny. In questa edizione Gabriele Pedullà ricostruisce la struttura del grande romanzo così come Fenoglio lo aveva pensato. Pubblichiamo il primo capitolo, che è assente dalle edizioni di Primavera di bellezza e del Partigiano Johnny, e le prime pagine del saggio introduttivo di Gabriele Pedullà, dedicate alla storia letteraria ed editoriale di questo capolavoro del Novecento].

Dall’alto della torre medievale la sirena ululò nella notte di giugno. Subito la madre lo chiamò con la sua voce imperterrita: – Johnny? L’UNPA –. Johnny rotolò da un ciglio all’altro del letto, sospirando vestí una parte dei suoi leggeri indumenti estivi. Poi passò nella camera dei genitori, torrida. Suo padre giaceva in un sonno inviolabile, con un fendente di luce lunare attraverso il viso. – Posso frugare nelle tasche di papà per una sigaretta? – bisbigliò, rivolto all’angolo di buio assoluto in cui era coricata sua madre. Non poteva affrontare senza tabacco ore e ore di vagabondo servizio UNPA. Trovò nelle tasche del padre una sigaretta, deformata dalla pressione di un mazzo di chiavi.

Fuori, la notte premeva concreta e vischiosa, non meno lugubre nelle radure di chiaro di luna; e giusto in quel momento vi si iniettava il rumorio dei bombardieri, flebile e smarrito, interamente patetico.

Davanti al municipio, alcune guardie civiche stavano infilandosi la giubba sulle braccia sudate e rimproverando vanamente i borghesi che allo smorire del primo sibilo si erano affacciati alle finestre sulla piazza, grasse macchie bianchicce effondenti a distanza odore di sonno faticoso e di carne surriscaldata. – Quando si renderanno conto che siamo in guerra? – deprecò un civico, finendo d’abbottonarsi tutto. – E che gli inglesi ci volano sulla testa? – aggiunse un altro dalla tenebra dei portici. Poi sbucarono i pompieri dai loro misteriosi recessi, in divisa militaresca, fiutando l’aria, l’aria elettrica eppure estenuata delle notti di allarme aereo. E già mendicavano svergognatamente da fumare, da questo la cartina e da quello la presa di tabacco. Buona parte erano uomini della città, fattisi accettare nei vigili del fuoco per non voler conoscere altro fronte che l’interno; ad occhio li distinguevi dai comuni pompieri d’estrazione contadina per la minor mole fisica e la superiore attillatezza dell’uniforme. Continua a leggere →

24 aprile 2015
di Clotilde Bertoni
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Émile Zola e l’amore liquido

cropped-erwin_olaf_-_irene.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo articolo è uscito su “Alias-Il Manifesto”].

A furia di parlare di “amore liquido”, di labilità dei rapporti, di timore di impegnarsi, si fa facilmente confusione. Soprattutto, perché si dimentica che quelle incoerenze e ambiguità dei sentimenti su cui stiamo tanto ad affannarci, non sono novità dei nostri tempi di libertà sessuale e separazioni veloci, ma caratterizzano già le epoche più varie, beninteso represse a lungo dalla morale e dalle istituzioni, sempre invece messe a nudo dalla letteratura: dal teatro classico come dalla novellistica, da Shakespeare come dal romanzo libertino, fino alle tante opere che lungo l’Ottocento sfatano sia le mitologie romantiche più ingenue, sia gli interdetti e i tabù scudo della famiglia borghese.

Ne costituisce un ulteriore, pregnante esempio un libro tra i più dimenticati di Émile Zola, Naïs Micoulin e altri racconti, che esce ora da noi (Pellegrini, pp. 280, E 18, 00), tradotto da Paolo Fontana e corredato di un’acuta prefazione del miglior studioso italiano dell’autore, Pierluigi Pellini, curatore anche di un’imponente edizione delle sue opere principali, attualmente in corso d’uscita per i “Meridiani”. Pubblicato alla fine del 1883, Naïs Micoulin assembla – come un volume dell’anno prima, pure ripresentato di recente ai lettori italiani, con il titolo Per una notte d’amore, sempre tradotto da Fontana e introdotto da Pellini – alcune novelle composte tra il 1875 e il 1880 per la rivista pietroburghese «Viestnik Evropy» («Il Messaggero d’Europa»). Si tratta di sei novelle, di taglio molto differente, che mettono però tutte l’accento sui guasti e sulle contraddizioni dei rapporti amorosi, e che tutte prendono una piega avvincente in Zola insolita: il maestro del naturalismo, così ostile agli intrecci macchinosi e stereotipati, così attento a evitarli nel grande ciclo dei Rougon-Macquart, qui invece – mosso forse dalla necessità di cattivarsi alla svelta un pubblico straniero ma forse pure dalla libertà di variare e di osare che la forma breve spesso sollecita – attinge a piene mani ai copioni del melodramma e della pochade, allinea vicende trascinanti di amori illeciti, nozze senza amore, adulteri veri o presunti, delitti commessi o vagheggiati: a volte scivolando in effettacci di repertorio, a volte ottenendo effetti di intensa originalità, comunque dando al tema sentimentale nuovo energico impatto. Continua a leggere →

23 aprile 2015
di Pierluigi Pellini
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Scarpette rosse

cropped-Scarpette-rosse.jpgdi Giacomo Magrini

[Da qualche settimana è in libreria una raccolta di Saggi critici di Giacomo Magrini, pubblicata a Pisa da Pacini. Proponiamo uno dei contributi più agili (e più belli) fra quelli che compongono il volume, dedicato alla poesia di Amelia Rosselli e uscito per la prima volta nel 1999]

In una delle Variazioni del libro Variazioni belliche di Amelia Rosselli, leggiamo: «Dentro / della notte che non chiudeva mai finestra vi era un calzolaio / che rimava anche lui a perfezione».

Come intendere quest’ultima proposizione? Viene spontaneo di svilupparne il sottinteso: anche lui, il calzolaio, rimava, come coloro cioè il cui mestiere è rimare, come i poeti. Anche il calzolaio è un poeta. Per di più, si dice, rimava a perfezione.

Ma in che senso il calzolaio è un poeta?

Forse nel senso di Hans Sachs, il poeta-calzolaio del Cinquecento, che diventa protagonista dei Maestri cantori di Norimberga di Wagner? Si guardi, in quest’opera, come la doppia attività di Sachs venga posta in primo piano ed esplorata in tanti suoi risvolti. Ma la concezione artigianale dell’arte, di qualsiasi arte, dominante nei Maestri cantori, blocca tutte quelle variazioni sul fare scarpe e versi in un arcaismo apologetico.

Amelia Rosselli non vuole proporci, né qui né in generale, una concezione artigianale dell’arte, col suo inevitabile alone di apologia dell’arcaico. Il suo calzolaio rimante a perfezione, che cioè fa combaciare e accorda le parti di cui si compongono le scarpe, e anche le scarpe fra loro, la destra e la sinistra per esempio, il suo calzolaio non sta chiuso nella propria bottega, ma «dentro della notte che non chiudeva mai finestra». La chiusura propria del rimare è accompagnata, anzi è preceduta, da questa apertura illimitata. Continua a leggere →

22 aprile 2015
di Gianluigi Simonetti
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Veltroni, il midcult, i bambini

cropped-Pasolini-Veltroni-Adornato-in-evidenza-1200x480.jpgdi Emiliano Morreale

[Questo articolo è uscito sul «Sole 24 Ore»].

“I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta.” Dopo questa citazione dal Piccolo principe appare il primo piano di un bambino e la voce off di Walter Veltroni annuncia: “Marius ha otto anni e vive a Torino. Nella sua vita non ha mai visto la sabbia e il mare. Fino ad oggi”. Parte un sontuoso movimento di macchina, da musical anni ’30, e una roboante musica di Danilo Rea, a scoprire il bambino che, grazie al regista, vedrà finalmente il mare. Stacco. Altro bambino. Veltroni chiede: “Cosa serve nella vita per essere felici?” Risposta: “Sognare”. Seguono, sempre inondate dalla musica, sequenze di bambini che corrono, tratte da vari film: Kitano, Comencini, Germi, Salvatores, ovviamente I 400 colpi di Truffaut, e Kaos dei Taviani.

Le prime scene del documentario di Walter Veltroni, I bambini sanno, sono eloquenti. Già nelle prove artistiche precedenti (specie in quelle letterarie) Veltroni era un perfetto esempio di quello che una volta si chiamava midcult. Esaltazione delle piccole cose della vita, prosa sognante, culto del genio e del sublime quotidiano, intreccio di drammi personali e tragedie collettive. Ma in questo film c’è qualcosa d’altro, e di peggio. C’è uno sguardo sull’infanzia che unisce la superficialità giornalistica, il ricatto del patetico e le ambizioni della poesia. Continua a leggere →

21 aprile 2015
di Le parole e le cose
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Unibo’s Got Talent. L’università nell’epoca del talent show

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di Federico Bertoni

Qualche giorno fa ricevo un messaggio indirizzato a tutti i dipendenti e agli studenti dell’Università di Bologna, e da quanto capisco anche a un indirizzario di contatti molto più ampio (l’ufficio marketing di Unibo adora i grandi numeri, spiattellati su siti e brochure: 3.000 docenti e ricercatori; 8.000 convenzioni con aziende e istituzioni; 15.000 laureati all’anno; 500.000 laureati negli ultimi trent’anni, praticamente una città…). Il mittente si chiama “ReUniOn”. L’oggetto: “Il primo raduno mondiale dei laureati dell’Alma Mater”. In calce al messaggio il marchio dell’evento, contatti Facebook e Twitter, poi il logo dell’Università di Bologna: “Alma Mater Studiorum A.D. 1088”. Non mi avventuro in polemiche sui risvolti economici del progetto, anche se una kermesse che costerà centinaia di migliaia di euro è uno strano modo per celebrare anni trascorsi a piangere sulla contrazione dei finanziamenti all’università pubblica (meno servizi, meno personale, meno borse di studio, meno progetti di ricerca ecc.). Mi limito a immaginare gli autorevoli membri del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo che approvano un piano di fattibilità crivellato di target, format, fundraising e via dicendo. Ma per ora mi interessano soprattutto gli aspetti comunicativi e – diciamo così – estetici della questione.

Innanzitutto, ReUniOn è giovane e dinamica (forse è un’amica di Matteo Renzi, ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico). E infatti mi dà subito del tu: “Il 19, 20 e 21 giugno a Bologna c’è un appuntamento che non puoi perdere: ReUniOn, il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna. L’Alma Mater festeggia con tre giorni di incontri, dibattiti, musica e spettacoli nelle piazze della città. Iscriviti e rimani informato: http://www.reunion.unibo.it”.

Di media e tv non capisco granché, ma negli ultimi tempi ho intuito (ho pur sempre due figli adolescenti) che qualcosa è cambiato: il modello egemone non è più il reality ma il talent show. ReUniOn lo sa: “Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in tanti modi: Se la tua passione è la musica, ReuniONmusic è il palcoscenico per te! ReuniONmusic è l’evento aperto a docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti dell’Ateneo di oggi e di ieri che praticano la musica a livello amatoriale di qualità e desiderano esibirsi dal vivo, in gruppo o singolarmente. Candidati per suonare o cantare in piazza, nei giorni dell’evento: www.reunion.unibo.it/reunionmusic/ (Leggi il regolamento ed inviaci la tua candidatura compilando il modulo di iscrizione entro il 20 aprile)”. Continua a leggere →

20 aprile 2015
di Le parole e le cose
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Le vite del romanzo

cropped-walleyes.jpgdi Thomas G. Pavel

[Thomas G. Pavel è uno dei maggiori teorici del romanzo contemporanei. Esce in questi giorni la traduzione italiana della sua opera maggiore, Le vite del romanzo. Una storia (traduzione di Daria Biagi e Carlo Tirinanzi de Medici, a cura e con una postfazione di Massimo Rizzante, Mimesis, Milano-Udine 2015). Pubblichiamo alcune pagine dell’Introduzione. Oggi Pavel parteciperà al Seminario internazionale sul romanzo organizzato dall’Università di Trento].

L’evoluzione del romanzo è la storia di un successo straordinario. Fin dalle sue umili origini il romanzo ha dimostrato una capacità senza pari di adattarsi, diffondersi e imporsi. In ogni momento di svolta ha saputo trovare i modi più intelligenti ed efficaci per riaffermare il suo posto in un quadro culturale più ampio. La sua nascita e la sua ascesa, tuttavia, sono ancora oggetto di discussione. Secondo una versione diffusa, il romanzo, in quanto espressione letteraria della modernità, emergerebbe relativamente tardi nella storia: se l’Illuminismo spazza via dogmi ormai obsoleti, così il romanzo prende il posto delle modalità narrative arcaiche. Se le narrazioni più antiche – talvolta indicate con il termine romance – osservano la vita attraverso lenti distorte e ritraggono personaggi idealizzati e inverosimili, il romanzo, si dice, inizia a rivolgere la sua attenzione alle vite delle persone reali nel mondo reale. Alcuni affermano addirittura che a innescare l’importante trasformazione sarebbe stato un singolo autore, il quale, in un lampo di genio, avrebbe realizzato il primo vero (ovvero moderno) romanzo. Come Copernico ha rivoluzionato la cosmologia, così Miguel de Cervantes o Mme de Lafayette o Daniel Defoe o Samuel Richardson – secondo chi racconta la storia – avrebbe dato inizio a una nuova era della prosa narrativa. Sarebbero questi elementi a fare del romanzo un genere mo- derno, ovvero polemico, ribelle, realistico e nato da una singola grande penna. In una certa misura è così. Opere influenti come Pamela (1740) e Clarissa (1748) di Samuel Richardson, ritraendo minuziosamente l’esperienza vissuta, rappresentano senza dubbio una rottura rispetto ai metodi narrativi precedenti. Altrettanto vero è che alcuni romanzieri – François Rabelais e Laurence Sterne, ad esempio – adottano una postura ribelle e che i romanzi aspirano spesso a descrivere realisticamente la vita sociale e infine che, come ogni impresa umana, lo sviluppo del genere è spesso legato al talento di individui eccezionali. Continua a leggere →

19 aprile 2015
di Daniela Brogi
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Prepararsi alla fine del mondo. The Fighters – Addestramento di vita (Les Combattants, Thomas Cailley, 2014)

cropped-copertina-11.pngdi Daniela Brogi

A circa mezz’ora dall’inizio di The Fighters, assistiamo a una delle scene più intense del film – una delle migliori, anche in senso tecnico, perché l’effetto finale della sua semplicità è il risultato di una rigorosa costruzione per linee essenziali dell’inquadratura. È estate, e siamo al mare. Arnaud (Kevin Azaïs) e Madeleine (Adèle Haenel), i due giovani protagonisti, si trovano su una barchetta a qualche centinaio di metri dalla sponda da cui si riprende la scena in campo lungo. I due si sono incontrati qualche giorno prima: la ragazza sta per partire per uno stage di addestramento per paracadutisti; si trovano lì proprio perché Madeleine vuole allenarsi a nuotare portando quattordici chili sul dorso. Il paesaggio domina la composizione: la parte inferiore dell’azzurro del mare e quella superiore del cielo sono separate dalla linea verde degli alberi sull’altro bordo della costa:

Foto da inserire nel testo su Les Combattants

Pur rimanendo così lontani, udiamo perfettamente il dialogo che si sta svolgendo sulla barca: potrebbe essere l’ultima volta che i due si vedono, dunque Arnaud tenta l’estrema carta: « – Pensavo: che fai stasera? Perché usciamo con alcuni amici, e magari ti piacerebbe venire – »; «- Perché? –» replica lei con aria distratta, guardando da un’altra parte e preparandosi al tuffo. «- Perché siccome lunedì parti…- »; « – Come vuoi – » risponde lei in tono sbrigativo, con una scontrosità che quasi ci commuove, da quanto è goffa e tutta di quell’età, cioè tutta del corpo: tanto vera, e violenta, quanto scollata dall’intenzione. E poi si butta in acqua. Mentre noi, che abbiamo udito e seguito il dialogo come se ci trovassimo su quella barchetta, in realtà continuiamo a guardare i due giovani attraverso il campo lungo, come se fossero due figurine immerse in un paesaggio di Nicolas Poussin. Massima adesione, attraverso il suono, e massima distanza attraverso lo sguardo: è precisamente questo effetto di sdoppiamento della percezione, o se si vuole di compresenza paradossale di familiarità e lontananza che rende Les Combattants – secondo il titolo originale – un film bello e riuscito sull’adolescenza. Perché sa raccontarla senza spiegarla, senza addomesticarla alle didascalie elegiache, senza mascherarla di finti intellettualismi, ma lasciandola parlare ed esistere nella sua enigmatica reticenza; perché ci siamo passati tutti da quel terrore di essere perduti nel mondo: tutti nello stesso modo, eppure tutti a modo proprio. E così, il rapporto tra figure e paesaggio definito dalla scena, la sproporzione tra i volumi, definisce anche un ambiente mentale: un’ansia di perdita di contorni, una possibilità di scomparire che fissa sia una paura che un desiderio. Arnaud e Madeleine rappresentano simultaneamente ciò che più conosciamo e ciò che più ignoriamo. Continua a leggere →

17 aprile 2015
di Italo Testa
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Il caso Moro: o della difficoltà dell’etica pubblica nel discorso italiano

cropped-slide_305887_2635891_free.jpgdi Gianfranco Pellegrino

[Proponiamo un estratto dal volume di Gianfranco Pellegrino, Etica pubblica. Una piccola introduzione (Luiss University Press, 2015) (it)].

In questo capitolo analizzo il rapimento di Aldo Moro nel 1978. L’obiettivo è mostrare che nella discussione pubblica che si sviluppò in quei giorni c’è un tratto comune, che è la messa in questione del paradigma dell’etica pubblica. […] La caratteristica più rilevante del discorso pubblico che ricostruisco fu un’oscillazione inquieta fra moralismo e realismo, e quasi l’incapacità di adottare coerentemente e permanentemente la posizione intermedia rappresentata dall’etica pubblica. L’etica pubblica affiora talvolta, ma non viene mai adottata chiaramente e coscientemente come prospettiva. È come se gli italiani trovassero difficile, in un certo senso, fermarsi in quella posizione mediana fra gli estremi che è l’etica pubblica.

  1. L’affaire

[…] Dopo tredici giorni dal suo sequestro, […] Moro scrive due lettere, una a Cossiga (recapitata il 29 marzo), l’altra a Benigno Zaccagnini, segretario della Dc (recapitata il 4 aprile). […] Moro suggerisce di intavolare una trattativa segreta con i brigatisti. Sa benissimo, in questo momento, che la segretezza è un elemento essenziale per la riuscita della trattativa e per la sua personale salvezza. […] La posizione che emerge nelle due lettere a Cossiga e a Zaccagnini è la seguente. Non è in ballo una vita umana soltanto, ma la salvezza dello Stato, che potrebbe essere messa a repentaglio dalle cose che Moro sa e potrebbe essere costretto a dire ai terroristi […]. Ecco le sue parole:

io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, […] avendo tutte le conoscenze […] che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Continua a leggere →