Le parole e le cose

Letteratura e realtà

5 agosto 2015
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Exit auctor. Sull’autofinzione contemporanea

di Lorenzo Marchese

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013. Questo articolo è stato pubblicato il 4 settembre 2013].

Perché “Exit auctor”? L’intenzione sarebbe di prendere due esempi di autofiction considerati all’unanimità tali, sebbene essi declinino strategie di fiction e di confessione autobiografica partendo da modelli diversi e volgendo a scopi del tutto eterogenei. Troppi paradisi (2006) di Walter Siti e Lunar Park (2005) di Bret Easton Ellis sono testi che, per essere analizzati esaurientemente, meriterebbero un saggio a parte. Qui mi limiterò a constatare che entrambi presentano, e in qualche modo presuppongono (proprio a causa di ciò che raccontano), una fine dell’autore-personaggio, una sua uscita di scena che è anche una morte testuale, secondo quanto esposto alla fine del capitolo precedente; e ad analizzare l’articolazione di questa “estinzione” tutt’altro che pacifica.

Per prima cosa va precisata la natura della differenza strutturale fra TP e LP, certo profonda. Walter Siti è, in Italia, uno degli intellettuali che più ha riflettuto sul genere dell’autofiction, usandone consapevolmente gli strumenti con risultati elaborati e difficili da inquadrare a una prima occhiata Continua a leggere →

4 agosto 2015
Pubblicato da Claudio Giunta
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Vale solo la pratica. Sulla filologia d’autore

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di Claudio Giunta

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013. Questo articolo è stato pubblicato l’8 luglio 2013].

Delle varianti d’autore, del loro interesse per la critica, Edmund Wilson pensava questo: «Io non leggo quasi mai varianti, e credo che la pubblicazione e il confronto tra le varie stesure dell’opera di uno scrittore sia per lo più perfettamente futile. I resti, i trucioli della scrittura stanno quasi sempre bene nell’immondizia. Se li lasci in giro, finiscono per essere pubblicati o commentati nelle tesi degli accademici, che invece dovrebbero occuparsi di cose più serie». Wilson scriveva queste cose in una lettera del 1943. In una paginetta scritta appena quattro anni dopo, Benedetto Croce mostrava di pensarla più o meno allo stesso modo: «Confronti e disquisizioni sulla prima e l’ultima stesura [sono il] pascolo di tutti i professori ed accademici che non sanno far né critica né storia […]. Io non vieto niente, né la soddisfazione della curiosità, né l’intrattenersi delle inezie quando pur premono cose maggiori; ma sgonfio l’una e le altre quando pretendono di essere critica affinata o integrazione della critica seria».

Non si può davvero dire che alle scomuniche di Wilson e di Croce si sia prestato molto ascolto.

Da un lato, le edizioni degli scrittori, anche degli scrittori moderni e contemporanei, hanno dato sempre più spazio alla storia elaborativa di poesie e romanzi, agli «scartafacci» appunto. Ciò ha fatto emergere molte cose interessanti, ha dato molte occasioni per imparare, ma ha anche comportato qualche eccesso di zelo, che ha messo capo alla pubblicazione di edizioni pletoriche, feticistiche (le foto dei documenti originali, la riproduzione ‘mimetica’ degli autografi, apparati critici tre volte più lunghi dei testi) e oltremodo costose. Dall’altro lato, le prime edizioni critiche comprendenti varianti d’autore (Ariosto, Petrarca, Leopardi) hanno contribuito a far nascere un nuovo o quasi nuovo metodo critico, la cosiddetta critica delle varianti, un metodo frequentato soprattutto da studiosi italiani e, tra questi, splendidamente, soprattutto da Gianfranco Contini. Continua a leggere →

2 agosto 2015
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Il più attore dei registi: Vittorio De Sica

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di Clotilde Bertoni

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013. Questo intervento di Clotilde Bertoni è apparso il 14 marzo 2013. Una prima versione era stata pubblicata su «Alias»].

La battuta più nota del Terzo uomo di Reed è inserita nel copione da un Orson Welles presente nel cast come interprete; buona parte della grandezza di Viale del tramonto di Wilder si deve all’Eric von Stroheim che, nel ruolo di un geniale regista del muto distrutto dal sistema hollywoodiano, mette praticamente in scena, con cupo sarcasmo, la sua storia; ovviamente si potrebbe continuare. I registi-attori che non si limitano a ribadire meglio la propria cifra dirigendo se stessi, ma sprigionano potenzialità impensate recitando in film altrui, esercitano sul cinema un’incidenza particolare; magari anche quando lo sprigionamento sconfina nella dispersione, le loro ragioni sono delle più materiali e le loro scelte non delle più oculate.

Forse nessun caso lo dimostra quanto quello di Vittorio De Sica, attore innanzitutto e sempre: negli anni Venti-Trenta nome di punta del teatro leggero e del cinema dei Telefoni bianchi (con pellicole brillanti esplosivamente fantasiose come Tempo massimo di Mattòli o La mazurka di papà di Biàncoli, oppure nutrite di ambizioni realistiche come Gli uomini che mascalzoni…, Il signor Max e I grandi magazzini di Camerini); poi, dopo l’affermazione come regista, poco incline a comparire nei film suoi, ma spinto invece da motivi finanziari a collezionare una filmografia di interprete follemente eterogenea, in cui Il generale della Rovere di Rossellini si affianca a Totò, Vittorio e la dottoressa di Mastrocinque, polpettoni insipidi come Caroline Chérie di La Patellière si avvicendano ai Gioielli di Madame de… di Ophüls, commedie sfavillanti di Blasetti, Comencini e Monicelli sono seguite a ruota da gemmazioni fiacchissime (peraltro non di rado opera di quei registi stessi), che nei titoli – Vacanze a Ischia, Vacanze d’inverno – sembrano a volte sinistramente anticipare, sebbene la qualità sia comunque ben diversa, i cinepanettoni oggi di un altro De Sica regno incontrastato. Continua a leggere →

31 luglio 2015
Pubblicato da Claudia Crocco
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Woman up – Essere volentieri una fighetta

cropped-lit5orig_main.jpgdi Alessandro Giammei

Li ho persi molto presto, ahimè, ma quando ero ragazzino ero fissato coi miei capelli e tendevo a farli crescere — e a curarli, niente capellonismo pasoliniano. Alle medie però, proprio i primi mesi, cominciarono a prendermi in giro con il goffo imbarazzo della pre-adolescenza (un bullismo in fondo mite, da Roma sud) e ritrovai il coraggio di portare i capelli da femmina solo intorno ai sedici anni, quando praticamente già esistevano gli emo. C’era un gioco per soli maschi (le cui dinamiche mi restano in sostanza oscure ancora oggi) che si chiamava teschio e consisteva appunto nel gridare teschio mentre si toccava rapidamente l’inguine di un altro ragazzino, il quale doveva piegarsi per schivare il colpo e poi passarlo a qualcun altro ancora. Non saprei dire chi alla fine vinceva, o cosa. La prima e unica volta che fui coinvolto, pensando di agire in modo assai coatto (come si diceva), mi contrassi per cercare di rimanere impassibile all’arrivo del teschio: chi me lo passava reagì dicendo che ovviamente restavo fermo non perché fossi particolarmente mascolino, ma anzi perché tra le gambe avevo una fica invece che le palle. A quel punto cominciai a tagliarmi i capelli corti e continuai, come dicevo, per cinque anni almeno.

Ho ripensato al mio banalissimo trauma del teschio qualche settimana fa, quando su tumblr mi sono imbattuto in un meme con la classica operaia russa da propaganda sovietica e la frase «Why do people say “grow some balls”? Balls are weak and sensitive. If you wanna be tough, grow a vagina. Those things can take a pounding». Malgrado l’elementare stratagemma verbovisivo che lo connota politicamente nella versione che trovai, google attribuisce largamente il ragionamento a Betty White, un’icona dello spettacolo che si è sempre pronunciata tiepidamente sul femminismo ma che qualcuno definisce oggi feminist role model. Googlando ‘grow a vagina’ si raggiungono un’enormità di meme diversi (quelli, appunto, esplicitamente veterofemministi, quelli neutri delle ecards, quelli neo-feminist con glitter e pupazzette, e finalmente anche quelli con la faccia o almeno il nome di White) e anche thread di forum in cui ci si interroga genuinamente sul cortocircuito tra parola e cosa nell’uso metaforico dei genitali. L’elemento più interessante di tali epifanie lessicali in rete è la tendenza — non maggioritaria, ma inquietantemente diffusa — a tornare a soluzioni logiche da fisiologia medievale: la vagina in realtà è debole perché è un pene ‘interiore’ o non formato, i testicoli in realtà sono forti perché producono ormoni che danno forza, la vagina predispone naturalmente le femmine all’aggressione dei maschi e così via. La verità ovviamente è che i miei compagni delle medie avevano inavvertitamente fatto centro ed erano, in fondo, sulla linea di Betty White. Continua a leggere →

30 luglio 2015
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Il tempo con la t minuscola: I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefánsson

cropped-2945689-jon-kalman-stefansson.jpgdi Andrea Bajani

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

Il dolore, nei romanzi di Jón Kalman Stefánsson che abbiamo letto sin qui, era un sasso che il destino metteva sulla schiena degli uomini indicando loro la salita da fare. Nella trilogia che l’ha rivelato ai lettori italiani nel 2011 con la pubblicazione di Paradiso e inferno, cui sono poi seguiti La tristezza degli angeli e Il cuore dell’uomo (tutti Iperborea, tutti nell’elegante ed empatica traduzione di Silvia Cosimini), la sofferenza stava dentro la vita degli uomini come un’artrosi di cui era tanto impossibile quanto inutile liberarsi. In quel mondo primario, fatto di mare e di pesca, di paure e speranze, di attese e scoperte, agli uomini spettava il misero compito di un attraversamento: quello di una passerella di tempo in un Tempo più grande. Vivere, nei romanzi della trilogia (che valse a Stefánsson la finale nei premi Bottari Lattes Grinzane e Von Rezzori nel 2012), non era che questo passaggio tra il primo e l’ultimo giorno di un’esistenza scandita dai giorni. La morte arrivava così, come l’inevitabile accidente che semplicemente dava la misura alla lunghezza della passerella. Era quello che fermava il cronometro, certificava la durata dell’attraversamento. Questo era la morte, questo era la vita.

Il dolore era il resto: il peso da portare, una fitta inseparabile dal respirare. Nel tempo in cui i tre romanzi sono ambientanti, che è un punto imprecisato e tutto sommato atemporale del secondo Ottocento, soffrire era un aspetto del vivere di pertinenza del Fato. Non era dato all’uomo sapere il come liberarsi dalle catene, né in fin dei conti il pensiero che lo si potesse fare davvero. La prosa lirica di Stefánsson era la corda a cui si aggrappavano nella salita gli uomini e le donne delle sue storie senza sapere dove avrebbe portato la strada. Così l’incipit di Paradiso e inferno: “I monti incombono sulla vita e sulla morte e su queste case che si stringono una sull’altra sulla lingua di terra. Viviamo nel fondo di una conca, il giorno passa, si fa sera, si riempie a poco a poco di tenebre, poi si accendono le stelle. Brillano in eterno sopra di noi, come se portassero un messaggio urgente, ma quale, e da parte di chi? Cosa vogliono da noi, o forse piuttosto: cosa vogliamo noi da loro?”. L’uomo che racconta Stefánsson nella triologia sta lì, in questa domanda senza interlocutore, perché l’uomo non domanda ai monti e in ogni caso non aspetta risposta. E se anche chiede qualcosa alle stelle sono desideri più che spiegazioni, coincidenze di luce che segna uno sbrego nel buio e speranze umanissime e fragili. La natura islandese (inevitabile e quanto mai feconda per noi l’eco di Leopardi che risuona in questo paradiso miltoniano perduto due volte) era l’evidenza di questa sordità alle vicende dolorose degli uomini.

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29 luglio 2015
Pubblicato da Italo Testa
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Lo scisma dell’idea. Figurazione e conoscenza in Milo De Angelis

cropped-De-Angelis-milo..jpgdi Italo Testa

[Questo articolo è apparso su «Italianistica. Rivista di Letteratura Italiana», XLIII; 1]

Uno sciame nero, un manipolo di lampeggianti creature attraversa come una corrente magnetica i versi di Milo De Angelis. In Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), l’ultima, potente agnizione di questo “drappello di solitari”[1] è costituita da un’“armata di corpi” che ora “attendono nascosti[2], “si stringono a un palo”; ora si disseminano, “dispersi ai bordi della terra”[3]; ora si possono vedere “[…] verso le tangenziali / chiedere silenzio con un dito sulle labbra”; ora, convocati, non rispondono all’appello; ora si annunciano, premono un citofono[4], e vanno oltre.

La pagina-lastra di De Angelis registra così un’esposizione nel tempo:

…allora mi chiamò un drappello
di anime sole… scostarono la tenda, bisbigliando,
si avvicinarono alle grandi vetrate del tempo…
una salmodia di numeri e vento… quello fu l’atto
…il solo consentito…
quell’andarsene dei cortili nel buio…[5]

L’esposizione sulla lastra di Chronos non ha il carattere di uno svolgimento uniforme, di una progressione, ma accade piuttosto come rottura del continuum, cortocircuito che interrompe la sequenza lineare, introducendo un elemento ricorsivo. Questo manifestarsi sulle grandi vetrate del tempo è anche un ritorno al punto d’inizio della poesia di De Angelis, all’esordio di Somiglianze (1978) che fissava le coordinate, il cerchio rigoroso di una fenomenologia poetica.

In Le vendette incerte, un testo di Somiglianze significativamente ripreso in Necessità dell’anatomia (2007) – il libro fotografico di Viviana Nicodemo che De Angelis ha messo in tensione con una scelta antologica di proprie poesie – si leggono i versi seguenti:

(Oppure pensava: apparsi nel tempo
ci siamo visti prima di annullarci. Nient’altro.
Ripetilo in ginocchio) [6] Continua a leggere →

28 luglio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un’inverosimile prosa “di Montale” proveniente (come al solito) da Lugano

cropped-Montale1.jpgdi Federico Condello

1. Premessa

Un mini-parapiglia, piuttosto farsesco, si è scatenato a margine del mio vecchio intervento La dodicesima busta, dedicato al cosiddetto Diario postumo pseudo-montaliano (http://www.leparoleelecose.it/?p=17068). Poiché nel corso della discussione qualche anonimo lettore ha confessato di trovare nel Diario postumo «barlumi di poesia, pur rari ed opachi» – ma sufficienti ad accecarlo, a quanto pare – forse è il caso di provare con la prosa.

Nel 2006 il Melangolo ha pubblicato un inedito che avrebbe dovuto suscitare scalpore: una lunga recensione di Eugenio Montale dedicata alla prima raccolta poetica di Annalisa Cima, Terzo Modo[1]. Essa fu addirittura anticipata dal «Corriere della Sera», 27 gennaio 2006. In tempi più recenti, la prosa è stata rilanciata dalla «Nuova Antologia» (2011)[2]. Mi sembra, però, che il testo non abbia ricevuto l’attenzione che merita: come vedremo, esso non manca di riservare sorprese. Il lettore può gustarselo in versione integrale all’indirizzo http://annalisacima.com/n_presentazioni_12.htm, e lo preghiamo di affrontare la lettura – serve un po’ di coraggio – prima di proseguire.

Di cosa si tratta, in generale? Questa desolante sequenza di svenevolezze, sparate inverosimili e sgrammaticature assortite è o vorrebbe essere un lungo e ispirato peana della Cima neo-poetessa: per Montale, si direbbe, il più notevole talento lirico dell’epoca. La recensione sarebbe stata scritta nel 1969, in seguito al rapimento o turbamento suscitato in Montale dalla lettura di Terzo Modo («Montale le disse: “Ho letto il tuo libro e non mi ha lasciato dormire”»[3]); egli avrebbe voluto pubblicare i suoi incontenibili elogi nientemeno che sul «Corriere della Sera»; ma la Cima, con ammirevole modestia, si sarebbe opposta, e avrebbe preferito conservare per sé il prezioso cimelio («lo pregai di lasciarmi camminare sulle mie gambe: perciò, pur essendogli riconoscente, desideravo tenerlo per me sola. Sarebbe stato il nostro segreto»[4]). Fino, appunto, al 2006, esattamente dieci anni dopo la pubblicazione, per Mondadori, del Diario postumo. Una data certo non casuale, che rinnova i fasti del centenario[5]. Continua a leggere →

27 luglio 2015
Pubblicato da Claudia Crocco
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Letteratura e critica. Sei domande a scrittori e critici nati negli anni Ottanta / 9

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[La prima parte del questionario su letteratura e critica termina oggi. A settembre pubblicheremo un intervento conclusivo, nel quale si cercherà di fare un bilancio sulla base delle interviste raccolte. Le prime risposte al questionario si possono leggere qui e nei post a seguire.]

Lorenzo Alunni

1. Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Spero di sbagliarmi, perché vorrebbe dire che le mutazioni delle categorie critiche sapranno ancora sorprenderci – o ancora deluderci – e cambiare imprevedibilmente, ma i tre nomi che indicherei sono Antonio Moresco, Michele Mari e Filippo Tuena. Credo che leggeremo Moresco perché confido sul fatto che prima o poi qualcuno o qualcosa ci farà prendere sul serio la sua opera – mi riferisco alla trilogia degli Increati (Gli esordi, Canti del caos e Gli increati), cioè il Moresco “maggiore”, per così dire – e scoprirne il potenziale euristico e la forza esploratrice. Inoltre, indico Moresco perché la polarizzazione che scatena sempre a ogni sua uscita – chi lo deride con odioso sarcasmo e chi lo santifica con acritico trasporto – è, credo, segno che le sue opere e la sua presenza nel dibattito letterario tocchino dei nervi scoperti, cosa preziosa.
Credo poi che leggeremo Filippo Tuena perché mi sembra che il suo Ultimo parallelo è un libro che, sotto più punti di vista, non ha ancora finito di mostrarci la sua importanza (compreso agli editori stranieri).
Infine, credo che leggeremo Michele Mari perché il suo ritorno a certe forme e scelte stilistiche del passato va ben al di là di passatismo, letterarietà fine a se stessa o tantomeno post-modernismo. Mi pare piuttosto qualcosa che si avvicina a un’idea di rovina del passato, con tutta l’aura e il fascino denso che questa esercita (Caspar Friedrich e Walter Benjamin ce l’hanno insegnato bene, no?).  Lo leggo e penso che quell’ultimo soldato giapponese rimasto a difendere l’isolotto in cui l’esercito l’aveva lasciato – non sapeva che la guerra era finita e ha continuato a difenderlo per anni e anni – in realtà del mondo ne sapeva più di noi. Continua a leggere →