Le parole e le cose

Letteratura e realtà

28 febbraio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Le competenze di italiano: il ruolo della scuola e dell’università

di Massimo Palermo

Antefatto e fatto
Lo scorso 17 gennaio ho ricevuto un messaggio di posta elettronica dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità», che richiedeva la mia adesione a un documento allegato, dal titolo Contro il declino dell’italiano a scuola. Alcuni miei autorevoli colleghi hanno sottoscritto il documento, che è poi stato reso pubblico il 4 febbraio, con una buona risonanza mediatica. Comprendo le ragioni di quanti hanno aderito: siamo tutti colpiti dalla scarsa padronanza della produzione scritta che gran parte degli adolescenti e degli studenti universitari testimoniano. Personalmente non ho sottoscritto l’appello perché ritengo sia sbagliato: non nel problema che pone, ma nell’analisi e nelle ricette per risolverlo.
Il documento si apre così: «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». Come non essere d’accordo? Eppure qualcosa non mi tornava. Dov’era il tranello? Come accade in molti appelli che intasano i social e le nostre caselle di posta elettronica e che in genere invitano a condividere iniziative contro la guerra, la fame nel mondo, le brutte malattie e simili (come non essere d’accordo?), l’invito a sottoscrivere non convinceva nei dettagli: nell’analisi approssimativa della normativa scolastica (per es. si criticavano le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo senza padroneggiarne i contenuti) e, soprattutto, nell’individuazione dei segnali del declino, primo fra tutti la scorrettezza ortografica: «il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi» e la ricetta proposta per risolvere una volta per tutte il problema («momenti di seria verifica durante l’iter scolastico», tra i quali «il dettato ortografico»). Ora, il raggiungimento della competenza ortografica è un obiettivo importante, che va perseguito in ogni ordine di scuola. Tuttavia, immaginare di risolvere il vero problema, cioè l’incapacità delle nuove generazioni di leggere, scrivere e argomentare adeguatamente con periodici e severi dettati di ortografia è un po’ come tirare a lucido i pomelli di ottone del portone d’ingresso di un palazzo che presenti vistose crepe nei muri portanti. Continua a leggere →

27 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Commemorazione provvisoria del critico letterario

di Andrea Cortellessa 

Cinquant’anni sono pochi, per la storia; ma un’eternità nel tempo iper-accelerato in cui consumiamo, oggi, la nostra esistenza. Cinquant’anni fa, il 20 gennaio 1967, si consumava un’esistenza esemplare – o che tale è stata, nel formarsi psicoaffettivo della mia generazione; mentre è verosimile appaia del tutto aliena, “storica” come quella di un ussaro napoleonico o d’uno scriba egizio, ai “nativi digitali” di oggi. Moriva quel giorno colui che l’unico suo possibile rivale, Gianfranco Contini, definì «primo critico letterario italiano di questo secolo»: Giacomo Debenedetti.
Fra i non molti a ricordarlo è l’editore che – tanti passaggi societari dopo – a lui tutto deve, il Saggiatore. Anche se lo fa, con contraddizione non priva d’una sua torbida eleganza, al contempo chiudendo la collana a lui più direttamente ispirata, le «Silerchie». Vi esce infatti in questi giorni la sua quinta e ultima raccolta saggistica, Il personaggio-uomo (pubblicata postuma nel 1970). Fra i cultori di Debenedetti è classica la diatriba tra la perfetta calibratura “narrativa” dei saggi e la tessitura “conversativa” dei grandi corsi universitari (da “libero docente”, beninteso), a Messina e a Roma; ma proprio Il personaggio-uomo rappresenta, in tal senso, la sintesi perfetta: facendo precipitare nella forma-saggio la straordinaria apertura alla contemporaneità che caratterizzò il suo ultimo decennio di vita: quello coinciso, appunto, coll’avventura del Saggiatore di Alberto Mondadori (dal «narratore moderno» Michelangelo Antonioni all’«ingiustamente bistrattato Capriccio italiano di Edorardo Sanguineti», nella Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo: le quaranta straordinarie pagine del ’65 che danno il titolo alla silloge). Come dice Raffaele Manica nella bella prefazione del volumetto, è «il passaggio del testimone nella staffetta che salda il Debenedetti scritto al Debenedetti orale». Continua a leggere →

26 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La post-poesia. Un dibattito

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26 febbraio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Tutti gli abiti della regina. Jackie (Pablo Larraín, 2016)

di Daniela Brogi

«Un autoritratto scritto dal punto di vista dell’autore rischia di essere un po’ tendenzioso. Ma scritto dal punto di vista di qualcun altro sarebbe probabilmente così diminutivo che non m’interesserebbe più spedirlo. Non ho idea di come fare per descrivere me stessa, ma forse setacciando con cura posso produrre qualcosa di abbastanza preciso»[1]. È il 1951, e queste sono le prime righe dell’autoritratto in forma di essay con cui Jacqueline Bouvier vinse il Prix de Paris organizzato da “Vogue” – qualche anno più tardi avrebbe ricevuto il medesimo riconoscimento, avviando la propria carriera di scrittrice, anche Joan Didion. All’epoca Jacqueline ha ventidue anni, sarebbe diventata la Signora Kennedy nel 1953, e First Lady nel 1961, il venti gennaio, fino al 22 novembre 1963, quando il marito, il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, venne ucciso a Dallas. Quello che impressiona, già nelle prime righe come nell’intero testo premiato da “Vogue”, è la costruzione di una voce tutta concentrata sul controllo della propria immagine: chi scrive sente il bisogno di dichiarare come prima cosa di sé la scelta di non lasciare ad altri “punti di vista” – anche qui un dettaglio significativo – il potere di dire chi è («I would not care to send it in»).

È con questa determinazione a stare al centro, in uno spazio simbolico autodiretto, che dialoga il film di Larraín Jackie, perché, anche se stavolta il regista ha accettato di dirigere una sceneggiatura già scritta da Noah Oppenheim, il modo in cui se ne è impossessato prosegue con coerenza creativa un filo svolto già nei lavori precedenti. Anche in Post Mortem (2010), o in No – I giorni dell’Arcobaleno (2012), o in Neruda (2016), per limitarsi a questi soli esempi, appariva, infatti, un motivo che in Jackie non solo ritorna ma diventa il tema fondante, e che consiste nella scelta di occuparsi di un grande momento storico mettendo in scena non tanto i fatti, ma la maniera in cui quegli eventi sono passati alla storia occupando l’immaginario mediatico.

Jackie, infatti, non è – bisogna dirlo subito – un film sui quattro giorni successivi all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, bensì un film sulla creazione della leggenda di quell’evento: Continua a leggere →

25 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Parole, parole, parole…

playlist di Italo Testa

Catherine Deneuve et Françoise Dorléac, Les soeurs jumelles, da: Jacques Demy, Les demoiselles de Rochefort (1967)

Sabine Azéma, Rèsiste, da: Alain Resnais, On connait la chanson (1997)

Goldie Hawn & Woody Allen, I am Through with Love, da: Woody Allen, Everyone Says I Love You (1996)

Ryan Gosling & Emma Stone, City of Stars, da: Damien Chazelle, La La Land (2016) Continua a leggere →

24 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Interdisciplinary Italy

Il progetto di ricerca Interdisciplinary Italy 1900-2020: interart/intermedia, diretto da Clodagh Brook (Birmingham) con Giuliana Pieri (Royal Holloway), Florian Mussgnug (UCL) e Emanuela Patti (Birmingham) ha aperto su sito sul tema della creazione artistica collaborativa e dell’interdisciplinarità. Sono incoraggiate proposte di blog post scritte a quattro o più mani secondo le modalità descritte nel link sotto riportato:

http://www.interdisciplinaryitaly.org/2017/02/07/le-ragioni-dei-gruppi/

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24 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte

di Paolo Godani

Il saggio di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è senza dubbio uno dei testi filosofici più influenti del XX secolo, che ha non soltanto segnato la riflessione estetica sulla fotografia e sul cinema, ma anche rinnovato radicalmente la comprensione dei rapporti tra arte e politica.

Sono rarissimi i casi che hanno potuto evitare di confrontarsi con almeno una delle sue tesi. Tutti conoscono questo saggio o tutti, almeno, potevamo dire di conoscerlo prima di scoprire sino a che punto, nel segreto delle diverse versioni (cinque, per la precisione) scritte da Benjamin tra il 1935 e il 1939, si nascondessero intuizioni e formulazioni che, per i lettori di una qualche versione standard del testo, risultano ancora oggi radicalmente inattese. Negli ultimi decenni, parecchi studiosi hanno lavorato all’edizione critica delle diverse stesure del testo e alla loro traduzione italiana, fornendo un’immagine più precisa di questo classico del Novecento. Per questo diventa necessario tornare a leggerlo alla luce delle recenti acquisizioni, così come hanno iniziato a fare gli studiosi dell’Associazione italiana Walter Benjamin, con un ciclo di seminari dedicati, i cui atti sono ora raccolti nel volume Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte (a cura di Marina Montanelli e Massimo Palma, Quodlibet Studio, 2016), in cui si trova anche quella che, ad oggi, è l’unica traduzione italiana della prima versione del testo. L’essenziale di questa raccolta di studi (con contributi di Alessandra Campo, Fabrizio Desideri, Dario Gentili, Clemens-Carl Härle, Marina Montanelli, Massimo Palma, Andrea Pinotti, Mauro Ponzi, Franco Rella, Elena Tavani, Massimiliano Tomba, Francesco Valagussa) non risiede soltanto nella precisa ricostruzione filologica della genesi del testo benjaminiano, ma anche e soprattutto nella rilevazione di alcuni punti chiave della riflessione di Benjamin rimasti finora in ombra e capaci di aprire sull’Opera d’arte prospettive ermeneutiche inedite. Continua a leggere →

23 febbraio 2017
Pubblicato da Mauro Piras
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Ripensare il compito di italiano

di Francesco Rocchi

[Si parla molto in questi giorni della cosiddetta “Lettera dei 600”, un appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” promosso dal Gruppo di Firenze e firmato da seicento docenti universitari, che denuncia le gravi carenze degli studenti nelle competenze fondamentali di lingua italiana (ortografia, grammatica, sintassi, lessico) e propone di intervenire sulla Primo ciclo di istruzione per affrontare questa crisi. La Lettera ha suscitato molte risposte, più o meno pertinenti, tutte piuttosto teoriche. Questo testo suggerisce invece una risposta pratica, su un terreno determinante (mp)]

Il compito di italiano è sempre stato la prova principe dell’esame di Stato, tale da restare quasi del tutto immutato anche attraverso l’ultima riforma.
Nella sua versione tradizionale, il compito di italiano ha qualche cosa della lezione quodlibetica. Si dà un argomento, rivelato al momento della prova, e su quello ci si diffonde lungamente ostentando dottrina, buon senso e profondità critica. Da qualche lustro a questa parte lo sforzo declamatorio viene sostenuto da un corredo di materiali e di fonti che diano allo studente qualcosa di concreto su cui ragionare, mentre allo stesso tempo il ministero è diventato meno esigente in tema di lunghezza dell’elaborato, dato che il saggio, ora, deve essere breve, cosa mai richiesta al tema vero e proprio, che pure continua ad esistere, come opzione quasi residuale.

A parte certi eccessi declamatori, non è poi una prova pessima o particolarmente dannosa in sé. Se il fine è il semplice verificare che uno studente sappia scrivere in un italiano corretto, allora va bene. Quale che sia l’argomento, una persona che padroneggi un italiano decente avrà pur modo di far mostra della propria competenza linguistica, in un modo o nell’altro.
C’è un problema, però. Anzi, due. Il primo riguarda il fatto che la valutazione di uno scritto non riguarda solo la forma, ma anche la profondità del pensiero, l’originalità, la capacità di fare connessioni sensate e rivelatrici. Sono tutte cose bellissime, ma difficili da cavare dal cilindro in tre ore di compito standard, o anche nelle sei dell’Esame di Stato. È vero che ci sono apposta più tracce tra cui scegliere, ma rimane obbligatorio mostrare di avere delle idee, e pure originali. Non è una richiesta che possa oggettivamente definirsi realistica. Continua a leggere →

22 febbraio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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Kid A dei Radiohead come opera d’arte adorniana

di Simone Giorgio

Pur nella sua complessità, la posizione filosofica di Adorno nel campo dell’estetica e la sua concezione dell’arte lo rendono un pensatore imprescindibile per chi si accosta all’analisi e interpretazione di una qualsiasi opera artistica del Novecento. Musicista provetto, è proprio nella riflessione su questa forma d’arte e sui mutamenti che essa subì con l’avvento dell’era industriale che il suo pensiero estetico trova la più compiuta espressione. Accanto agli scritti di carattere filosofico e sociologico, infatti, Adorno perseguì per tutta la vita una profonda riflessione musicologica, i cui tratti salienti furono in grado di prevedere, con grande lungimiranza, molti degli aspetti che hanno contraddistinto lo sviluppo della musica occidentale di massa nella seconda metà del XX secolo. Per questi motivi, ancora oggi, Adorno è un punto di riferimento essenziale per gli studiosi di storia della musica, di musicologia e di estetica.
Prendendo spunto, come tutti i filosofi della scuola di Francoforte, dal marxismo, Adorno elaborò nel corso negli anni una teoria estetica che mirasse a liberare l’arte dall’idea che essa debba essere impegnata politicamente. Per Adorno, il problema non si pone, in quanto l’arte, se di vera arte si tratta, è intrinsecamente impegnata, è impegnata in quanto arte: il carattere socio-politico di un’opera sta nella sua stessa essenza, quanto più aderente (ovvero, quanta più verità contiene) è alla situazione storica che l’ha prodotta, senza però essere influenzata da essa. È una posizione complessa, ma ci aiuteremo con alcuni esempi, che riflettono bene i due modelli di arte che Adorno aveva in mente. Seguendo le indicazioni del filosofo, il teatro sociale di Bertolt Brecht non è arte, poiché falsamente impegnato: non si vuole, certamente, insinuare la buona fede del drammaturgo tedesco, che sicuramente sarà stato un convinto e sincero sostenitore del comunismo; tuttavia, proprio perché tratta delle condizioni socio-economiche dell’epoca in cui è stata realizzata, la sua arte è indissolubilmente legata al suo contesto. Continua a leggere →

21 febbraio 2017
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Le otto montagne di Paolo Cognetti

di Gianluigi Simonetti

[Quest’articolo è uscito sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»].

La storia dell’amicizia fraterna fra un bambino nato e cresciuto in un paese valdostano, Bruno, e un bambino di città – Pietro, il narratore – che in quel paese ci va solo d’estate, in vacanza; la storia del rapporto tra Pietro e suo padre, frustrato nella metropoli e felice nella solitudine delle vette alpine; e infine la storia della montagna in cui questi rapporti si sviluppano, moltiplicando in modo inatteso le paternità e le fratellanze, le separazioni e le riconciliazioni. Nelle Otto montagne, appena uscito presso Einaudi, Paolo Cognetti risolve un incastro narrativo non facile. Al suo primo romanzo – dopo molti racconti – l’autore sceglie di raccontare un tempo lungo e denso di cambiamenti che si svolge però in una relativa unità di luogo: la vicenda copre un arco di circa trent’anni, e si svolge interamente all’aperto, ad alta quota, in mezzo alla natura. Ma come puntualizza il montanaro Bruno, «siete voi di città che la chiamate natura: E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente». La montagna, precisa Pietro, parla una propria lingua, che è più precisa e affascinante di quella dei libri: «Il bosco era disseminato di questi scavi, cumuli, rottami, che Bruno traduceva per me come i segni di una lingua morta. E insieme ai segni mi insegnava un dialetto che trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua delle cose, adesso che le toccavo con la mano».

Sono passaggi rivelatori della poetica di Cognetti: scrittore di città che sente forte il fascino della wilderness – come si capiva del resto da alcuni suoi sforzi precedenti: il diario di montagna Il ragazzo selvatico, il saggio A pesca nelle pozze più profonde – e che arriva a scrivere un romanzo di montagna un po’ per gusto dell’azione, un po’ per forza di letture. Letture non generiche ma circostanziate, legate a una specifica tradizione romanzesca, non nazionale, non vernacolare e non libresca: la narrativa angloamericana d’avventura e grandi spazi che Cognetti ama e studia da anni (e che sembrano amare anche Pietro e Bruno, voraci lettori di Twain, Conrad, Stevenson, London). Così, invece di cercare per i suoi personaggi una lingua che tenga conto della loro estrazione sociale, culturale e linguistica, cioè della loro anima, Cognetti li fa parlare tutti allo stesso modo, e tutti come personaggi di Hemingway. Ne risulta un italiano senza orpelli, senza aggettivi. Un’espressione efficace, concreta, antisentimentale, al servizio di due soli padroni: la macchina narrativa e il paesaggio. Proprio alle descrizioni paesaggistiche sono legati i rari esercizi specificamente letterari presenti nel romanzo. Similitudini che esibiscono ripensamenti («Il lago laggiù assomigliava a una seta nera, con il vento che la increspava. Anzi no, era il contrario di un’increspatura»); emblemi prudenti, talvolta didascalici (il pino cembro salvato e trapiantato, che resiste e che non vuol morire). Né sarà casuale che tra i debiti letterari accusati dal narratore figuri un manuale tecnico di escursionismo («rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi»). Continua a leggere →