Le parole e le cose

Letteratura e realtà

6 dicembre 2016
Pubblicato da Massimo Raffaeli
0 commenti

Céline agli editori

di Massimo Raffaeli

[Questo articolo è uscito su «Alias – il manifesto»].

L’epistolario di Louis-Ferdinand Céline non è una didascalia né una integrazione dei romanzi ma ne è, viceversa, la traccia itinerante così come il banco di prova. Non è un caso che il suo maggiore studioso, Henri Godard, abbia nel 2009 curato per la Pléiade, in collaborazione con Jean-Paul Louis, il volume delle Lettres (1907-1961) che pur costituendone una scelta consta di qualcosa come duemila pagine. Esoso e sorprendente bilancio per un individuo bollato di tetraggine, di preconcetta ostilità agli umani e di inguaribile misantropia, il suo epistolario si profila come uno sfogatoio e, insieme, come una necessaria barra di appoggio, quasi una violazione del silenzio che intanto incuba il rancore, vero e proprio soundtrack della sua vita quotidiana e di una ispirazione che si manifesta per rigurgiti dell’odio. Scrisse infatti al momento dell’esordio, rendendo omaggio a Zola, tra i pochi cui riconoscesse l’onestà dello sguardo e una parola veridica, che la musica del suo stile, un argot da piccola gente, era potuta scaturire soltanto dall’odio. Il risentimento, il rancore, una aggressività che non trova requie e ha bisogno di mutare bersaglio di continuo (come sanno i lettori del Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e della terminale Trilogia del Nord, per tacere ovviamente dei pamphlet anni trenta, razzisti e antisemiti) insomma tutto il repertorio di una proclamata disumanità o comunque di una primitiva diffidenza nei riguardi degli uomini è la musa di Céline. O piuttosto, negli eccessi e negli improperi che non vogliono risparmiare nessuno, lì si celano i parafarnalia di una sensibilità ferita ab origine, di una condizione di minorità sociale e culturale (il figlio della merlettaia e di un modesto impiegato, l’autodidatta e il medico di banlieue) mai riscattata e in ogni caso mai accettata. Continua a leggere →

5 dicembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
3 commenti

La post-verità on-line

cropped-aae0c69948d7e65a33a5d486343fd00b.pngdi Manuel Peruzzo

Guardiamo il lato positivo: se non avesse vinto Donald Trump non discuteremmo dell’influenza dei social media sulla politica. In realtà il fenomeno era già stato oggetto dei primi studi di Pariser e Morozov sull’integrazione complessa e contraddittoria fra rete e politica, e riguarda più in generale la relazione ancora non approfondita fra rete e democrazia.

In principio fummo tutti tecnoentusiasti

Alla fine del 2008 il tipo di articoli che si potevano leggere a ridosso dell’elezione di Barack Obama erano quasi tutti positivi: «How Obama Won with Social Media», «The Machinery of Hope», e David Carr ci spiegava «Come Obama ha sfruttato il potere dei Social Network»: Carr sosteneva che «ci sono tutte le ragioni per credere che Obama userà la rete non solo per la campagna, ma per governare».

Nel 2009 Fast Company, esaltando il ruolo della community, dedicava la copertina a Chris Hughes, co-fondatore di Facebook e fra gli sviluppatori della comunità online di Obama my.Barackobama.com; il “Mit Technology Review” e le altre grandi università americane pubblicavano studi sull’uso dei big data per individuare i votanti e facilitare la chiamata al voto e la raccolta fondi, diversi articoli contribuivano a esaltare la figura del tech-nerd nel nostro immaginario (parte da qui, forse, il passaggio cruciale del nerd da incapace sessuale a eroe postmoderno, poi corroborata da serie tv e film), e nel frattempo il mito del presidente-innovator si diffondeva quasi senza attrito. (Piccolo appunto: se oggi il marito di Ivanka Trump, Jared Kushner, si fa sponsorizzare da “Forbes” in quanto tech-innovator che ha aiutato Trump nella vittoria è anche per questo motivo). Non che Obama non abbia utilizzato in modo nuovo, intelligente e inconsueto strumenti innovativi: ma la costruzione del suo mito si è strutturata grazie a una comunicazione più classicamente hollywoodiana – diremmo: reaganiana. Se Reagan è partito dal cinema ed è approdato alla casa bianca, Obama ha compiuto il passaggio inverso, ballando con i robottini di star wars, cantando, esibendosi in performance di politica pop. Leggere la sua vittoria come una vittoria social-mediale è stato più determinismo tecnologico che analisi politica. Solo che pochi anni fa non sembrava un problema.

Le cose sono un po’ cambiate, e al di là dell’ipocrisia liberal alcuni problemi vanno affrontati. Continua a leggere →

4 dicembre 2016
Pubblicato da Claudio Giunta
7 commenti

Versione sì, versione no. Piccolo manifesto per il greco (e non solo)

cropped-nike1.jpg

di Enrico Rebuffat

Si discute molto, in questi mesi, dello stato di salute del liceo classico e dei cambiamenti che eventualmente sarebbe opportuno introdurvi, con particolare riguardo alla disciplina che più lo caratterizza (se non altro perché si studia solo lì): il greco antico. Come spesso avviene il dibattito sembra aver preso capo dalla coda, cioè dalla prova scritta dell’esame di Stato, la temuta versione: esercizio che gli uni ritengono tuttora assai valido sul piano intellettuale e culturale, gli altri invece reputano eccessivamente formale e sostanzialmente arido; ugualmente persuasi, i primi e i secondi, che la contesa sulla prova d’esame prospetti rilevanti conseguenze sulla disciplina nel suo complesso, attesa la coerenza che deve sussistere tra i contenuti, la loro didattica e la loro verifica. I difensori della versione apprezzano l’impostazione tradizionale della materia, eminentemente linguistica, che a loro avviso è indispensabile per uno studio serio della letteratura e della civiltà della Grecia antica; i detrattori propugnano una trattazione meno sistematica e approfondita della lingua, fiduciosi che ciò non inficierebbe l’apprendimento degli aspetti più propriamente culturali anzi lo renderebbe meglio praticabile.

Assoluto silenzio finora sulle circostanze di fatto che determinano, in concreto, gravissime e spesso insormontabili difficoltà nel conseguimento dello scopo che l’attuale didattica del greco si prefigge: consentire agli allievi un approccio diretto alla letteratura e alla civiltà greca nelle sue voci originali (scopo che, si vuol credere, non può dispiacere ad alcuno). Sono circostanze perfettamente note a tutti i docenti della materia, e proprio per questo motivo, paradossalmente, vissute dagli addetti ai lavori come un fenomeno naturale ineluttabile. Invece ciascuna di esse è il frutto delle cattive scelte e delle decisioni sbagliate di ordine politico, gestionale e didattico operate negli ultimi anni; pertanto a ciascuna di esse sarebbe possibile porre rimedio con scelte buone e decisioni assennate. Su questo terreno i due opposti schieramenti, pro e contro la versione d’esame, hanno la possibilità di lottare a fianco a fianco per un obiettivo superiore. Continua a leggere →

3 dicembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

No future

cropped-banksy-no-future-london.jpgplaylist di Italo Testa

Tuxedomoon, No Tears (No Tears – EP, 1978)

Sex Pistols, Gode Save the Queen (Never Mind the Bollocks, 1977) Continua a leggere →

2 dicembre 2016
Pubblicato da Mauro Piras
14 commenti

Sul referendum costituzionale

cropped-panoramica_2005_b-1.jpgdi Mauro Piras

Il referendum costituzionale del 4 dicembre è diventato una specie di giudizio di Dio. Sembra che tutto si giochi lì: il governo, la stabilità economica, il destino del paese, persino della democrazia. A seconda di come penderà la bilancia, l’Italia potrà sprofondare nella deriva autoritaria o trovarsi per sempre condannata all’immobilità. Potrà corrompere la sua forma di governo, fino a soffocare la legittimità democratica, o cadere in balìa della speculazione finanziaria e della paralisi politica, o peggio dei populismi. La costruzione di scenari apocalittici fa parte del copione, si sa; in ogni confronto di questo genere i toni salgono facilmente sopra le righe. Ma questo gioco è diventato surreale, perché va troppo oltre la posta effettiva. Anche la tattica politica che lo accompagna e lo alimenta diventa, a ogni svolta, controproducente. Ritorna al mittente come un boomerang. Prima Renzi ha provato la carta del “mi gioco tutto”: questa riforma è il dna di questo governo, quindi non possiamo restare lì se viene bocciato. Aveva la presunzione di vincere grazie alla forza propulsiva del governo stesso, al dinamismo e al carisma del suo leader; e, sottotesto, l’idea che nel peggiore dei casi avrebbe perso bene, e sarebbe andato alle elezioni, quindi, con la campagna elettorale pronta: il cambiamento contro la conservazione. Poi, la tirata d’orecchi sulla “personalizzazione” del referendum istituzionale ha rivelato che quella strategia trasformava l’opposizione alla riforma in un “tutti contro Renzi”. E quindi, brusca frenata. Bisogna spersonalizzare, il governo non è in gioco, si vota per la Costituzione, per il paese, non pro o contro Renzi. Ma la macchina infernale ormai era lanciata, come fermarla? Le opposizioni hanno messo tutto insieme, come è giusto, e contro la riforma hanno mobilitato qualsiasi umore antigovernativo, anche il meno pertinente (come la politica ambientale o la riforma delle pensioni). La “spersonalizzazione”, il “discutiamo sul merito” non sono serviti a nulla (tranne per pochi dibattiti tra eletti). Non hanno aiutato il fronte del Sì a recuperare. E allora Renzi, in queste ultime settimane, si è ributtato sul suo stile preferito: o tutto o niente, o riforma o cade il governo. L’indiscriminata opposizione antigovernativa ritorna ora come un boomerang verso il fronte del No, perché rilegittima il radicalismo di Renzi, mobilita i suoi sostenitori, scalda i tiepidi e gli incerti, e forse ha stancato molti che cercavano davvero di “guardare al merito”. E così tra errori tattici da tutti i lati ci siamo goduti la peggiore campagna elettorale (sui media) degli ultimi anni; mentre si sono visti non pochi confronti interessanti e corretti nei piccoli dibattiti nei circoli, nei quartieri. Ma chissà quanto (poco) contano. Continua a leggere →

1 dicembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
1 commento

Una questione privata

cropped-h_00183101-U43060584597655gHD-U43250455441740FNB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-1.jpgdi Claudio Pavone

[Due giorni fa è morto Claudio Pavone. Nato il 30 novembre del 1920, è stato uno dei più grandi storici italiani del suo tempo, autore tra l’altro del saggio sulla Resistenza più importante degli ultimi anni, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991). Lo ricordiamo con alcune pagine tratte dal suo libro più privato, La mia resistenza. Memorie di una giovinezza, pubblicato l’anno scorso da Donzelli. Il brano che abbiamo scelto racconta i giorni immediatamente successivi all’otto settembre 1943. Una cerimonia di saluto avrà luogo oggi a Roma, in  Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, alle 17].

Sulla confusione regnante a Roma in quei giorni è stato scritto molto ed io non debbo qui ricostruire gli eventi in modo storicamente corretto. Racconto soltanto, per quello che ancora ricordo, come li ho vissuti io. Si disse che il maresciallo Caviglia stesse trattando con i tedeschi per raggiungere un accordo. Si disse che il generale Calvi di Bergolo, genero del re, trattasse a sua volta in vista del riconoscimento a Roma della condizione di città aperta, dichiarazione già fatta dal governo Badoglio. Le voci si accavallavano e si smentivano a vicenda.

Un fuggevole momento di distensione parve scaturire dalla divisione Piave, che si accampò in perfetto ordine a Villa Borghese ed in altre ville pubbliche, anche nei giardinetti della città. Ricordo quello davanti al liceo Giulio Cesare in corso Trieste. Vedere una divisione italiana bene inquadrata, con le divise in ordine, dava un senso di sollievo e fece pensare che si fosse raggiunto un serio accordo sulla città aperta e su chi la dovesse presidiare. Andare a Villa Borghese a vedere quelli della Piave divenne per un paio di giorni una passeggiata consolatoria. Durò poco perché la Piave fu ben presto disarmata dai tedeschi e i suoi uomini che non riuscirono a fuggire furono catturati.

Poco alla volta l’occupazione tedesca si mostrò qualcosa destinata a durare. I tedeschi cominciarono a organizzare i loro uffici e in corso Rinascimento apersero quello di reclutamento per il servizio del lavoro. Sulla strada si aprivano due sportelli: arruolamenti ed esenzioni. Passando di là notai con soddisfazione che al primo c’erano due o tre persone, al secondo una lunga fila. Arrivò una camionetta tedesca, si fermò e i soldati che la occupavano si misero a fotografare soddisfatti la lunga fila dello sportello esenzioni. Da quella uscì una voce: «quei fregnoni là se credono che annamo tutti ad arruolarci». Continua a leggere →

29 novembre 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
2 commenti

La carta delle arance

cropped-Schermata-2016-11-29-alle-23.22.10.png
di Pietro De Marchi

[È uscito il mese scorso per Casagrande La carta delle arance, terzo libro di versi di Pietro De Marchi, vincitore del premio svizzero Gottfried Keller 2016. Trascrivo di seguito cinque poesie della raccolta, tratte da quattro delle undici sezioni che la compongono].

Gente che parla

Laconico e scontroso, era un miracolo
se una volta su dieci ricambiava
il saluto dei passanti. Era selvatico,
dicevano: viveva solo, lavorava soltanto
se e quando ne aveva bisogno,
andava a caccia di frodo, metteva
le trappole per lepri e caprioli,
mangiava lumache, forse anche locuste
come il Battista.

Una volta che era giorno di festa,
mentre tutti facevano chiasso
e giocavano a tressette
dentro il fumo fitto dell’osteria,
un ragazzo osando gli chiese
perché lui non dicesse mai niente.
«Non ce n’è già abbastanza»
gli rispose «di gente
che parla?».

*

Il disincanto e la metrica

Now after so many years the other voice
doesn’t remember it and maybe believes I’m dead
E. Montale (trad. di Harry Thomas)

A Heathrow, all’aeroporto,
per ingannare l’attesa
leggo un Montale tradotto in inglese,
e mi ritorna in mente l’altra estate

quando mio padre al telefono ha chiesto
se era arrivata posta,
ma non cose per lui senza importanza,
bollette della luce o resoconti della banca.

«Cartoline, per caso?»
Mi dispiace, dicevo, non c’è niente,
e allora ha pronunciato quella frase

che adesso mi ridico senza sosta
(«Si vede che mi credono già morto»),
perfetto endecasillabo di sesta.

* Continua a leggere →

29 novembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Premio Volponi: XIII edizione (18 novembre-3 dicembre)

cropped-Paolo-Volponi.pngQuelli che seguono sono gli ultimi appuntamenti della XIII edizione del Premio Letterario Nazionale “Paolo Volponi. Letteratura e impegno civile”. I tre finalisti di quest’anno sono Rosa Matteucci con Costellazione familiare (Adelphi), Stefano Valenti con Rosso nella notte bianca (Feltrinelli) e Simona Vinci con La prima verità (Einaudi). Sabato 3 dicembre, a Porto San Giorgio, una giuria popolare decreterà il vincitore.

Mercoledì 30 novembre

MONTEGRANARO – Biblioteca comunale – ore 21.00

Proiezione del Film-documentario This Was Hasankeyf  (2015)

Regia: Tommaso Vitali
Ricerche e testi: Carlotta Grisi e Francesco Marilungo
Intervengono: Francesco Marilungo e Tommaso Vitali

Giovedì 1 dicembre

PORTO SAN GIORGIO – Sala Castellani – ore 18.00

Presentazione dei libri:
Angelo Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro (Chiarelettere)

Angelo Mastrandrea, Lavoro senza padroni (Baldini & Castoldi)

Conversazione tra gli autori Continua a leggere →

29 novembre 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
0 commenti

Il film che ha vinto il Torino Film Festival 34: Juan Zeng Zhe / The Donor (Qiwu Zang, 2016)

cropped-The-Donor-header.pngdi Daniela Brogi

Il lungometraggio che ha vinto il Concorso Internazionale del Torino Film Festival è l’opera prima di Qiwu Zang, giovane autore cinese che è stato assistente di Zhang Yimou. Si intitola, in traduzione, The Donor, “il donatore”, e la sua vittoria al TFF34 è coerente con la tradizione più forte di questa rassegna, nata nel 1982 come “Festival Internazionale Cinema Giovani”, e attenta, da sempre, a far vedere la contemporaneità come intreccio di sguardi e di polifonia, come occasione per sperimentare nuovi punti di vista sul mondo. The Donor, per esempio, era effettivamente uno dei lavori migliori, accanto al film americano Christine (diretto da Antonio Campos e interpretato da Rebecca Hall, premiata come miglior attrice, è ispirato alla storia di Christine Chubbuck, giornalista americana anni Settanta che si uccise in diretta); e assieme al film inglese di William Oldroyd Lady Macbeth, il più bello – dove si riadatta alla campagna inglese di metà Ottocento il racconto di Leskov Una lady Macbeth del distretto di Mtsensk (1865).

Ma, oltre a queste tre opere, si contendevano il premio coproduzioni argentine austriache e sudcoreane (Los Decentes; Las Lindas), francesi, cilene, polacche, tedesche, o serbe, come Vetar /Wind. Mentre, in parallelo con il Concorso, anche le altre sezioni, pure a costo di dare troppo, talora fino alla vertigine, hanno presentato più sguardi e più storie possibili. Un solo esempio: Nyai – A Woman from Java (Garin Nugroho, 2016), passato tra i lavori di “Onde”:

the-donor Continua a leggere →

28 novembre 2016
Pubblicato da Guido Mazzoni
46 commenti

Il salto nel buio. Una riflessione sulla politica contemporanea

cropped-10prima-trump-reuters-889.jpgdi Guido Mazzoni

1. Parole e metafore

Quello che è successo l’8 novembre era in larga misura inevitabile. È accaduto nel centro politico, economico e simbolico della Western way of life, e proprio per questo ci colpisce particolarmente; ma se non fosse accaduto negli Stati Uniti, sarebbe prima o poi successo in un altro grande paese occidentale. È un segno dei tempi e una frattura: occorre capire quanto sia profonda. Se ne possono isolare i tratti specifici e riflettere sull’ascesa delle nuove destre o la si può considerare nel quadro di una metamorfosi più larga che ha cambiato negli ultimi cinque anni l’assetto politico dell’Occidente. La Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National in Francia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, la destra in Olanda, Austria e Germania, il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’elezione di Trump negli Stati Uniti sono fenomeni politici molto diversi fra loro e forme di uno stesso evento.

Da quando la crisi ha cominciato ad avere effetti sulla vita quotidiana, una parte crescente delle classi popolari e delle classi medie ha cominciato a votare contro la logica politica ed economica che ha governato l’Europa occidentale e gli Stati Uniti negli ultimi decenni con un consenso largamente maggioritario. Di questa logica circolavano una versione liberalconservatrice e una versione liberaldemocratica, diverse nelle politiche ma unite da un presupposto di base: entrambe accettavano un sistema di valori, un principio di realtà che distingueva fra le cose che si potevano fare o dire e le cose che non si potevano fare o dire. In altri termini accettavano l’architettura di fondo della globalizzazione nella forma che ha assunto a partire dalla svolta neoliberale emersa in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, e poi in Europa continentale fra la fine degli anni Ottanta, il Trattato di Maastricht e la sequenza di accordi che definiscono l’architettura attuale dell’Unione Europea. A partire dagli anni Dieci questo sistema ha cominciato in vari modi a perdere consenso. Continua a leggere →