Le parole e le cose

Letteratura e realtà

6 febbraio 2016
Pubblicato da Italo Testa
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playlist di Italo Testa

You have reached our answering machine. We can’t come to the phone right now but we should be back soon, so leave a message after the beep and we promise we’ll call back…because you wanted to talk to Martha, Doc or to Mark…and not Pierre Boulez…not Pierre Boulez, he’s not here and never was. You must have the WRONG NUMBER!”

 

Frank Zappa, Pierre Boulez is Not Here (818 Barkin Pumpkin Records Answering Machine message Unknow year)

Bob Dylan & The Band, I’m not There (I’m Not There, 2007)

Afterhours, Quello che non c’e’ (Quello che non c’e’, 2002).

 

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5 febbraio 2016
Pubblicato da Damiano Abeni
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Appunti da una bottiglia trovata sulla spiaggia a Carmel

cropped-50471663.jpgdi Evan S. Connell (traduzione di Damiano Abeni)

«Allo State College di San Francisco vado a trovare James Schevill che con Evan Connell jr è il miglior poeta californiano d’oggi […]. Tipici poeti da “piccole riviste”: hanno pubblicato ora le raccolte che m’hanno emozionato di più dopo le “cotte” per Gunn e per Lowell. Di Connell, Notes from a Bottle Found on the Beach at Carmel, un ampio poema di duecentocinquanta pagine fra l’Eliot della Death by Water e il Pound dei primi Cantos e le vaste tappezzerie liriche-tropicali di Saint-John Perse, con una folla di riferimenti eruditi e citazioni storiche ed etnologiche e simboli presi da J. G. Frazer e da Jessie Weston. Fa venire in mente anche abbastanza Sanguineti».

Alberto Arbasino, In cerca di poeti, in America amore, Adelphi 2011, p. 493.

Cosa dirò in seguito?

Parlerò di cumuli di tesori
e di donne che odiano e temono il mare,
che si entusiasmano alla vista del corallo
e non si stancano mai di accumularne
e ne rinchiudono i rami in portagioie
che raramente vengono aperti per mostrarli.

Descriverò il sole che s’arroventa con inverosimile
furia, le nevi polari che si sciolgono e ribollono, i venti riarsi
che imperversano sul globo e gli incredibili panneggi di fiamma
celestiale che lievitano su montagne sgretolate. Gli oceani si corrugano
a farsi crateri che gorgogliano incandescenti. Queste faccende mi aspetto,
queste dovremmo attenderci.

Affermo di aver visto l’Unicorno
e di aver saputo di dromedari oltre il fiume
in cui una volta nuotavo, e ribadisco la mia convinzione
che il regno del Khan non sia lontano.

Ho meditato su tre regni
che sono chiamati Marata, Acus e Totonteac,
perché so come arrivarvi. Ti prego di accompagnarmi
alla loro ricerca. Se arriverai a credere
che non li troverò mai
non esiterai a tornare. Ma se ci riesco,
se dovessimo entrare a Totonteac
al suono dei flauti indigeni – in una città
brulicante di pappagallini, luminosa di pendenti
di topazio e conchiglie – dimmi, se lo sai,
come faremo a restarvi, e ne ritorneremo mai?

Né questo è tutto. Continua a leggere →

4 febbraio 2016
Pubblicato da Daniele Balicco
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Figures of the Other

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GENOA SCHOOL OF HUMANITIES

 

4th – 9th April 2016

FIGURES OF THE o/OTHER: BROTHER, NEIGHBOUR, STRANGER, ENEMY

 

Organized by:

Lorenzo Chiesa

Raffaello Palumbo Mosca

 

Speakers / Seminar Leaders:

 

Sergio Benvenuto

Giorgio Cesarale

Lorenzo Chiesa

Raffaello Palumbo Mosca

Andrea Tarabbia

Davide Tarizzo Continua a leggere →

4 febbraio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Dopo l’annuncio del Grande Onanista

cropped-josephbeuys242-1200x1387.jpgdi Massimo Rizzante

[È uscito in queste settimane il nuovo libro di Massimo Rizzante, Un dialogo infinito. Note in margine a un massacro (Effigie). È composto di saggi, interviste a romanzieri (Saramago, Fuentes, Kundera, Oe, Goytisolo, Bergsson), traduzioni, documenti. Questo è uno degli scritti che ne fanno parte]

 

Quello che più mi indigna è di vedere continuamente messi sullo stesso piano
un capolavoro e un’opera di nessun valore.
Si esaltano i piccoli e si abbassano i grandi.
Non c’è nulla di più sciocco e immorale

Gustave Flaubert

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Chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che le fiction televisive americane ci hanno formato durante la nostra adolescenza più della lettura dei Sonetti di Shakespeare?

O a stabilire che una ballad dei Pink Floyd, grazie alla quale i nostri sensi si accendevano per qualche minuto come falò benigni in mezzo alle sparato- rie del «Belpaese della Politica» (Goffredo Parise), ha avuto su di noi la stessa forza d’urto di un quadro di Francis Bacon?

Chi è stato quel bellimbusto, quel figlio di puttana, quel genio incompreso che per farsi largo fra i palinsesti infernali del paradiso della comunicazione ha dettato all’umanità la Suprema Equazione: Tutto è uguale a Tutto? «Il problema del valore è un problema ormai superato dalla cancellazione effettiva e irreversibile delle divisioni tra cultura alta e cultura bassa, postulata e messa in opera nell’epoca mass-mediologica postmoderna». Ecco: chi è stato a dare la stura ad analisi definitive come quella qui riportata in uno dei tanti manuali da uno dei tanti apparatčik della critica degli inizi del XXI secolo?

2

Dopo tale annuncio, a una gran fetta dell’umanità non è parso vero di giustificare la sua impotenza, la sua disfatta, il suo sollievo: basta con l’Arte! Basta con l’ardua difficoltà dell’Opera Moderna! Evviva la New Epic Salsa! Evviva la Lap Poetry!

Da quel momento si è scatenata una gara a minimizzare le vette, a innalzare i deretani alle cosiddette pressioni editoriali; a mostrare, di performance in performance, la fine della parola scritta; a celebrare con tanto di lauree honoris causa creatori di celebri motivetti su quattro accordi; a esaminare con i bisturi della «neuroestetica» l’apporto esperienziale della ricezione dei manga in Occidente; a coprire con il velo di Maya del New Historicism, per il quale documento e monumento sono la stessa cosa, le vergogne di una letteratura incarcerata nell’ideologia, sia essa yankee, orientalista o aborigena…

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3 febbraio 2016
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Sul Figlio di Saul di Laszlo Nemes

cropped-SonOfSaul.jpgdi Emiliano Morreale

[Alcuni paragrafi di questo articolo sono apparsi, rimaneggiati, sull’ «Espresso»]

1.

Si può mettere in scena Auschwitz? Si può dare forma estetica alla Shoah? Bisogna affidarsi alla parola, all’astrazione, e mantenere un’austerità assoluta, come ammoniscono filosofi (Adorno) e documentaristi (Lanzmann)? Oppure divulgare, far piangere e far ridere a fin di bene, secondo la linea che va dallo sceneggiato Holocaust a Benigni?

Sorpresa dell’ultimo festival di Cannes, favorito agli Oscar come miglior film straniero, l’opera prima di Laszlo Nemes, trentottenne ungherese, rilancia su un piano altissimo uno dei grandi dilemmi etici ed estetici contemporanei, inventandosi un dispositivo rigoroso. Il protagonista del suo film è un membro del Sonderkommando, aiuta i nazisti nei compiti più abietti: accompagnare gli altri prigionieri nelle camere a gas, portare i cadaveri nei forni. Ed è sempre al centro della scena, a fuoco, mentre negli angoli dell’inquadratura l’orrore è appena intravisto, sullo sfondo, non a fuoco o fuori campo. La radicalità di questa scelta visiva si sovrappone a una struttura quasi da fiaba. Il protagonista decide di compire un gesto gratuito, folle: dare sepoltura al corpo di un bambino, che lui dice essere suo figlio (ma non sapremo mai se è vero). Da qui cominciano una serie di tappe alla ricerca di un rabbino che possa recitare il Kaddish funebre.

Il film è girato in pellicola, con un unico obiettivo e con un formato quadrato. Un apparato di scelte estetiche funzionali alla creazione di un punto di vista che coincide con quello di un agente-osservatore, ma che in parte sembra avere lo stesso valore di gesto, simbolico, apotropaico, del protagonista che sfida ogni pericolo per seppellire un unico corpo. Così dichiara Nemes ad Antoine de Baecque:

“Era il solo modo di preservare una instabilità nelle immagini e quindi di filmare in modo organico questo mondo. La posta in gioco era toccare le emozioni dello spettatore – cosa che il digitale non permette. Tutto ciò implicava una luce il più semplice possibile, diffusa, e rendeva necessario filmare con lo stesso obiettivo, un 40 mm, con un formato ristretto, e non il formato panoramico che amplia lo sguardo, e sempre all’altezza del personaggio, intorno a lui”.

Alle spalle di Nemes c’è anche la lezione di Bela Tarr, con cui il regista ha collaborato. L’autore di Satantango, artefice di straordinarie esplorazioni sulla temporalità cinematografica, di visioni apocalittiche dell’umanità mostrate attraverso autentici tour de force della temporalità cinematografica. Al fondo del cinema di Tarr, infatti, c’è una paradossale fiducia nell’occhio della macchina da presa, nella forza che questa ha, a partire da un grado zero dell’umanità e della storia, di reinventarle liricamente, guidando l’occhio dello spettatore con sinuosi movimenti di macchina, con musiche che cadenzano la danza macabra dei personaggi in una paradossale nerissima bellezza. Continua a leggere →

2 febbraio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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«Se questa è vita»: scuola e università

cropped-giant-chalkboard-in-classroom.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo saggio è uscito su «Between»]

1. La scuola raccontata

«Ora io mi chiedo se questa è vita. È tutto distorto… Ah, buon Dio, se l’istituto volesse liberarci dal suo amoroso abbraccio!»: nei Buddenbrook l’adolescente Kai si lascia andare a questo sfogo mentre passeggia con l’amico Hanno durante l’intervallo tra una lezione e l’altra: i due sono gli eccentrici, gli artisti in erba della classe, peraltro diversissimi, il primo scrittore volitivo, smanioso di affrontare la realtà, il secondo musicista fragile, tendente invece a rifuggirla; ma per entrambi, come per i rudi borghesi loro compagni, la scuola è una prigionia soffocante, gli insegnanti zimbelli ridicoli, i programmi di studio un’inutile zavorra, non stimolo ma intralcio alle aspirazioni che li animano.

Se si allarga lo sguardo, le cose non cambiano molto. Dai foschi collegi dickensiani, a quello militare dei Turbamenti del giovane Törless, dall’istituto Benjamenta dell’Jakob von Gunten di Walser che inibisce anziché guidare la formazione, agli istituti religiosi del Dedalus joyciano (teatro di punizioni corporali e sermoni morali ancor più traumatizzanti), fino ai licei descritti da Sartre, Beauvoir, Vittorini, Bassani, malgrado le tante variazioni dei contesti, malgrado le tinte più forti o più sfumate, il Leit-Motiv non cambia: la visione della scuola resta sempre negativa.

Beninteso, a livelli diversi di complessità. Ad esempio, la critica si fa lancinante nei cosiddetti “romanzi dell’adolescente”, in cui il racconto delle transizioni all’età adulta filtra quello di altrettanto delicate transizioni storiche: davanti all’inquieta precocità e alle divaricazioni sociali o razziali dei ragazzi di Un anno di scuola di Stuparich minacciati dalla grande guerra, di quelli del Garofano rosso di Vittorini affascinati dal fascismo agli albori, di quelli della Trilogia del ritorno di Uhlman stretti nella morsa del nazismo, l’istituzione scolastica risulta vistosamente scricchiolante, drammaticamente inefficace. Ma anche in opere di tutt’altro, ben più accomodante tenore, il quadro non è tanto più armonico: persino gli amenissimi o edificanti classici per l’infanzia riservano parecchie sorprese.

La tetralogia iniziata con Piccole donne di Louisa Alcott prende le distanze dal sapere istituzionale, non solo con il terzo e il quarto volume, che mettono in scena un collegio dai metodi innovativi, ma ancor più con i primi due, in cui le quattro sorelle coltivano un rapporto tutto autonomo e gioioso con la lettura e con le arti. Nel Gianburrasca di Bertelli/Vamba né la famiglia, né il collegio riescono a domare il ragazzino che smaschera sistematicamente le ipocrisie della neonata società unitaria, e la loro unica risorsa è chiuderlo in una casa di correzione. E la connivenza con l’ingiustizia sociale della scuola di Cuore – in cui gli alunni poveri siedono accanto ai ricchi ma senza godere dello stesso trattamento, e il terribile Franti proviene da una realtà di terribile miseria –, prima di essere derisa da Umberto Eco, è forse già avvertita dallo scafato e poliedrico De Amicis, che se qui la ammanta di retorica melensa, la raffigura più direttamente in altre opere: ad esempio La maestrina degli operai, che ha come protagonista maschile una specie di Franti cresciuto, un giovane fuorilegge per cui la scuola serale sarà inutile quanto quella elementare per il suo omologo bambino. Continua a leggere →

1 febbraio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Oltre Carl Schmitt

cropped-After_leonardo_da_vinci_The_Battle_of_Anghiari_palazzo_vecchio_florencel.jpgdi Gabriele Pedullà

Quattro nuovi libri di Carl Schmitt in neanche sei mesi: i numeri parlano da soli. Di fronte a questa messe di pubblicazioni il primo pensiero è che non si tratti soltanto del doveroso recupero di un geniale pensatore politico troppo a lungo emarginato per la sua compromissione con il nazionalsocialismo. Deve esserci qualcos’altro. E alcuni dei curatori dei volumi in questione lo rivendicano esplicitamente: Carl Schmitt non sarebbe mai stato così attuale come oggi.

Se l’insistenza sulle capacità profetiche del giurista tedesco suona a volte un poco stucchevole (come quando sembrava che la grandezza di Tocqueville consistesse nell’aver scritto en passant che Stati Uniti e Russia erano destinati a contendersi un giorno la supremazia planetaria), è innegabile che alcuni dei concetti coniati o abbozzati da Schmitt appaiono particolarmente cruciali per spiegare l’ordine, o meglio il disordine, internazionale affermatosi con la caduta dell’Unione Sovietica e manifestatosi per la prima volta esplicitamente nei suoi aspetti più cupi con l’attentato alle Torri Gemelle.

Sin dagli anni Quaranta Schmitt aveva denunciato infatti il pericolo di un mondo globalizzato e dominato dalla tecnica, uniformato dal primato del Capitale sulla politica all’ombra di una sola grande potenza, segnato dalla sostituzione delle vecchie guerre tra stati con nuove operazioni di polizia internazionale indirizzate contro i tentativi di resistenza alla omologazione ma allo stesso tempo esposto agli attacchi “dall’interno” di un partigiano-terrorista come inevitabile correlativo dialettico della scomparsa dei vecchi confini e delle vecchie distinzioni culturali, etniche, politiche. Questo sarebbe il segno della definitiva vittoria del mare (principio di mobilità incarnato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti) sulla vecchia tradizione giuridica continentale (Schmitt, che era un ottimo conoscitore di Hermann Melville, doveva sicuramente apprezzare il capitolo XIV di Moby Dick, dove si saluta ambiguamente la nascita di un nuovo imperialismo marino e fondato sulle baleniere).

Non è strano che le categorie di Schmitt abbiano esercitato tanto fascino negli ultimi anni, ispirando nuove domande, al punto che alcuni dei migliori saggi di filosofia politica del nuovo secolo non hanno fatto che prolungare i suoi ragionamenti. Per esempio, in due libri acuti, Peter Sloterdijk ha scritto pagine acutissime sulla guerra chimica e batteriologica come sviluppo estremo della non irreggimentabile guerra marina e area (Terrore nell’aria, Meltemi 2006); mentre Daniel Heller-Roazen (Il nemico di tutti. Il pirata contro le nazioni, Quodlibet 2010) ha reinterpretato le guerre anti-terroristiche di George W. Bush condotte contro un presunto «nemico dell’umanità» attraverso le categorie della guerra al pirata così come l’aveva teorizzata il diritto romano (in entrambi i casi i filosofi sono partiti da spunti offerti principalmente da Il nomos della terra).

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31 gennaio 2016
Pubblicato da Italo Testa
112 commenti

L’utero (in affitto) è solo delle donne?

cropped-5b049d4a1f030d8340be1d7131c40878.jpgdi Gianfranco Pellegrino

[Questo articolo è uscito sulla rivista «il Mulino»]

Si dà per scontato (si veda ad esempio qui) che nella discussione sulla liceità della gravidanza per altri, meglio conosciuta come utero in affitto, e sulle unioni civili ci siano interessi in conflitto. Secondo alcuni, l’interesse delle coppie gay e lesbiche ad avere figli biologici si contrapporrebbe all’interesse delle donne a non essere preda di sfruttamento o di mercificazione del proprio corpo. Secondo altri, anche l’interesse dei figli nati da gravidanze per altri, ed eventualmente ceduti, sarebbe in conflitto con l’interesse delle coppie che sollecitano queste gravidanze: in questo caso, la gravidanza per altri lederebbe l’interesse delle madri e dei loro nascituri. E, volendo continuare, pure gli interessi dei bambini già nati e in cerca di genitori adottivi si potrebbero vedere come in conflitto con quelli di chi evita l’adozione, preferendo a un figlio totalmente adottivo il figlio biologico di almeno uno dei due membri della coppia. (Quest’ultima cosa non viene detta spesso, almeno in Italia, dal momento che sarebbe un’argomentazione a favore della completa liberalizzazione dell’adozione per le coppie gay e lesbiche.) Vorrei concentrarmi qui sulla prima idea, cioè sulla tesi secondo cui la gravidanza per altri lederebbe gli interessi delle donne, e quindi – assumendo che la legge sulle unioni civili in discussione in questi giorni incentivi o faciliti in qualche modo il ricorso alla gravidanza per altri (un assunto non dimostrato, però) – questa legge in qualche modo tutela gli interessi di una minoranza ledendo gli interessi di una maggioranza, le donne.

Ciò che trovo sospetto è la tesi implicita di chi la pensa così, la tesi secondo cui la gravidanza per altri lederebbe esclusivamente gli interessi delle donne. Trovo sospetta questa tesi perché mi sembra che di tutte le argomentazioni usate contro la gravidanza per altri nessuna o quasi riguardi esclusivamente le donne, e le poche che riguardano solo le donne non sono buone argomentazioni, come vedremo. Continua a leggere →

30 gennaio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Beatles o Rolling Stones?

cropped-beatles-v-stones-sound-opinions.jpgplaylist di Italo Testa 

 

The Beatles (Anonimo playing), Eleanor Rigby (Revolver, 1966)

The Rolling Stones, Paint it Black (live, June 1966)

The Beatles, Back in the U.S.S.R. (The Beatles, 1968)

The Rolling Stones, Street Fighting Man (Beggars Banquet, 1968)

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29 gennaio 2016
Pubblicato da Giorgio Falco
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Preghiera tra parentesi. Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa

cropped-geco-ragucci.jpgdi Giorgio Falco

Ne vale la pena? Continuare a scrivere, a dipingere, a fotografare il paesaggio lungo i bordi di città per tentare di dare dignità all’ultimo dei mattoni, dei pali della luce, degli animali che vivono dentro gli interstizi, dove patiscono il dolore che noi non siamo più in grado di riconoscere e provare? (se non quello momentaneo, smemorato, a comando digitale?)

La domanda, in fondo, è la stessa che si pone Federico Morpio, uno dei personaggi dell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, 336 pagine, € 20 ).

Il libro racconta le vicende di due esseri che vivono a Milano. Federico Morpio ha trentanove anni, abita da solo, in un “bilocale camera e cucina di ventotto metri quadrati” (è necessario essere così precisi: trenta metri quadrati sarebbe un annuncio immobiliare, una conversazione tra amici; ventotto metri quadrati è il catasto che diviene letteratura, due metri quadrati in più farebbero comodo, si potrebbero fare molte cose in quei due metri quadrati mancanti, ma questa assenza è sorgiva, è il personaggio: i ventotto metri quadrati sono i trentanove anni di Morpio); Adele Cassetti, ventinove anni, vive “da sola in un appartamento al sesto piano, in zona Lorenteggio”. Una piccola casa in affitto, nel quartiere della zona sud ovest della città. Subito dopo inizia Corsico, l’hinterland, il Parco Agricolo Sud di Milano. La donna lavora come impiegata, in una di tante ditte dai nomi intercambiabili, nomi anonimi nel loro disperato tentativo di visibilità (e fanno del loro essere aziende qualunque, ditte medie a cominciare dai nomi, la loro parvenza di affidabilità e successo). Thermodigma: “azienda lombarda” che produce soprattutto “bicchierini usa e getta da caffè, piatti per picnic, vaschette alimentari” (il lettore consapevole, il lettore che legge e riscrive il libro assieme allo scrittore, coglierà anche questo dettaglio, perché nei libri come quello di Scarpa, ogni dettaglio, anche il più apparentemente insignificante, concorre alla creazione di un mondo composto dalla sedimentazione di fondamentali minuzie). Un’azienda che esporta bicchierini usa e getta in tutto il mondo, e per questo motivo Adele conosce quattro lingue (o meglio: poiché conosce quattro lingue, lavora alla Thermodigma), ma tutto questo non le basta, lei è alla ricerca di qualcosa di più grande, ancora non sa bene cosa, dove indirizzare la propria inquietudine (un piccolo appunto: per soddisfare una mia ossessione, avrei voluto maggiore insistenza nel ritrarre Adele all’interno della Thermodigma. Quanta fede religiosa e quanta nell’arte riesce a sopravvivere nei luoghi di lavoro?). Continua a leggere →