Le parole e le cose

Letteratura e realtà

20 ottobre 2014
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Dire l’individuale. Tra poesia, romanzo e filosofia

Un dialogo tra Andrea Inglese, Guido Mazzoni e Italo Testa

[Questa conversazione si è tenuta in occasione di “Parma Poesia Festival”, venerdì 22 giugno 2012 nell’Auditorium della Casa della Musica, a Parma. La trascrizione è di Martina Fortunati, rivista dagli autori. Sta uscendo sul numero 50 di «La società degli individui»]

Italo Testa – L’individuale è tema d’incontro e scontro. La nominazione del­l’individuale, l’ipotesi di accedervi conoscitivamente è una questione in­tor­no alla quale poesia, romanzo e filosofia, intese come differenti forme espressive, ordini di discorso e tradizioni, convergono a discutere, mettendo in campo strategie che si diversificano, entrano in conflitto, mutano nel tem­­po. La nostra idea è di parlarne tra le righe, nel transito, senza dare per scon­tato che vi sia già un territorio, un ordine aggiudicato, definito a priori, ma anzi cercando di vedere se non vi siano degli slittamenti, dei confini mo­bili, una qualche porosità tra queste forme espressive.

Andrea Inglese – Comincerò leggendo una poesia. Forse in quasi tutti i te­sti poetici la questione dell’individualità è fondamentale; in questo lo è in mo­do particolare. Dopo averlo letto cercherò di far emergere qualche ele­mento che potrebbe essere utile alla nostra discussione.

Si tratta di un testo tratto da un libro del 2011 che si chiama Commiato da Andromeda, un libro che include sia testi in prosa che poesie.

Questa vita intera
che io ho perso, perdendo
Andromeda, perché non volevo più,
non potevo, schiavo, continuare
a lottare ogni attimo per non
definitivamente
crollare,
………………………………….questa vita
è interamente stata,
e interamente tolta,
non pesa niente,
nemmeno la vita che è rimasta
qui, quella di ora,
se ci penso bene, se alla luce
di quanto, se allora tutto
il nuovo avvenire, e il presente,
non è neppure questo,
– ora che lo vivo –
un peso, un fatto, con il suo
inconfondibile colore: che ci sia
Hélène, come la persona più reale,
a fianco, nella trattoria quasi vuota,
dove tentiamo sereni di pranzare,
e da un lato una tovaglia di carta,
la saliera, il cestino del pane, la lavagna
con lo scarabocchio in gesso del piatto
del giorno, e dall’altro noi due,
a preoccuparci, a rivedere le date, a ricontare
i soldi, a tracciare itinerari migliori,
a cambiare latitudine ai divani,
tutto questo precipitoso starci vicino,
mettere mano alle cose, fare frasi
sopra frasi, anche risate, polemiche,
silenzi ostili, questo tenerci assieme
dentro una trattoria, un luogo
fisico, non serve, ci tradirà
di nuovo, entrambi,
tu, con la tua giacca blu, sul vestito bianco,
io, con la mia giacca blu, sulla maglia rossa. Continua a leggere →

19 ottobre 2014
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Leopardi didascalico. Il giovane favoloso di Mario Martone

cropped-Elio-Germano-ne-Il-giovane-favoloso-3.jpgdi Luca Illetterati

“Un libro, di solito, se è buono lo capisci dall’incipit”, diceva il mio vecchio e saggio libraio. E lui raramente sbagliava, devo dire. Una volta, lo ricordo bene, era il 1990 ed io ero un giovane dottorando piuttosto saccente, per dimostrarmelo mi lesse l’inizio di La Chimera di Sebastiano Vassalli, che era appena arrivato in libreria e che nessuno dei due aveva ancora letto:

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente.

“Capisci?”, mi disse, “il libro sarà buono, vedrai. E ricordati di queste righe, perché qui c’è la chiave del romanzo, di tutte le pagine successive.”

Io presi in mano il libro e lo sfogliai. E con l’alterigia di quegli anni dissi:

“Virgilio” (si chiamava così il mio libraio) “l’incipit che hai letto appartiene alla Prefazione. Non è il vero incipit del romanzo!”.

Lui riprese in mano il libro; andò al primo capitolo e con tono un po’ spazientito lesse:

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca quasi un mostro. Continua a leggere →

17 ottobre 2014
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Sotto la pelle della lingua

cropped-René-Magritte-La-Condition-Humaine-1933.jpgdi Andrea Cortellessa

[Si è tenuto dal 10 al 12 ottobre, a Pieve di Soligo, Solighetto e Cison di Valmarino, il convegno Andrea Zanzotto, la natura, l’idioma, a cura di Francesco Carbognin. Domani ricorre il terzo anniversario della morte di Zanzotto. Le parole e le cose lo ricorda pubblicando una versione ridotta dell’intervento al convegno di Andrea Cortellessa].

Zanzotto, poeta dantesco, non si può non leggerlo per trilogie. Proprio come per un altro autore quanto mai dantesco, Samuel Beckett, nelle rispettive opere la Trilogia che tutti definiamo tale – se non altro perché così la chiamavano gli autori stessi, anche se Zanzotto com’è noto vi preponeva l’avvertenza del prefisso pseudo- – è una sola. Nel caso di Beckett quella romanzesca, cioè – se quest’aggettivo si può ancora impiegare per testi come L’Innommable –, degli anni Cinquanta. Per Zanzotto, invece, quella costituita dal Galateo in Bosco, da Fosfeni e da Idioma: le raccolte, rispettivamente pubblicate nel 1978, nell’83 e nell’86, in cui si dispongono – seguendo ordinamenti risolutamente non cronologici – le poesie composte fra la metà degli anni Settanta e quella del decennio seguente. Ma per Beckett si parla anche, poi, usando in questo caso una definizione apocrifa, di una “seconda trilogia”: riguardo a testi brevi e tardi da lui stesso in ogni caso raccolti – l’anno stesso della morte, il 1989 – nel volume Nohow On (ciclo ricostruito in italiano solo nel 2008, da Gabriele Frasca, col titolo In nessun modo ancora). Anche per Zanzotto si è potuto parlare di una “seconda trilogia” – Stefano Dal Bianco ha usato l’espressione suggestiva «trilogia dell’oltremondo» – riguardo alle ultime tre raccolte uscite fra il 1996 e il 2009, Meteo, Sovrimpressioni e Conglomerati. Che, come nel caso della prima degli anni Settanta-Ottanta, è una pseudo-trilogia: in quanto dispone i propri tasselli in tracciati che deviano dall’ordine cronologico di composizione. Ma che ha la sua cifra unificante, come la “seconda” beckettiana, in quello che si può definire – con formula resa celebre da Edward Said – lo «stile tardo» dell’autore. Uno stile dell’indefinito rastremarsi e assottigliarsi, di un “levare” che non è neppure più sprezzatura, da parte dell’artista, bensì il suo incauto esporsi alla crudeltà del tempo, a un vento dell’esistere che lo spoglia sino all’essenziale, sino a quella condizione esausta che Gilles Deleuze, in pagine mirabili, ha descritto a proposito proprio dell’ultimo Beckett. Continua a leggere →

16 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Scrivere come un ricamo. Il lenzuolo-diario di Clelia Marchi

cropped-Clelia-Marchi-Il-tuo-nome-sulla-neve-Gnanca-na-busia2.jpgdi Paola d’Agostino

Dalla città dei diari tracciata in mezzo all’Appennino tosco-emiliano, quello della Linea Gotica, per intenderci, cancellata dai bombardamenti e poi riscritta, sono tornata in aereo con le mani letteralmente aggrappate alla copertina di un libro, che poi libro non è. Gnanca na busia, neanche una bugia, si chiamava il lenzuolo-diario che Clelia Marchi, contadina del mantovano, regalò nel 1986 a Saverio Tutino, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Poi la Fondazione Mondadori trascrisse il lenzuolo in un libro, ripubblicato in seguito dal Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Dove l’autrice ricostruisce la propria biografia di nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia. Materia. Nella cultura contadina tutto ciò che è valido deve essere materia. E perciò Clelia nel suo diario-lenzuolo dice: “Venitemi à trovare che ò: 15.chili di carta scritta che ò incominciato nel .1972.a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male”.

Male, sì, perché Clelia era semi-analfabeta, la scrittura le si era disegnata dentro come necessità di raccontare, ma regole ne conosceva poche: “non offendeteVi; che sono andata à scquola, solo in 2a elementare [...] si sa che quando poco a scquola poco si va; poco si sa!” Continua a leggere →

15 ottobre 2014
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La trattativa troppo facile di Sabina Guzzanti

cropped-16162_orig.jpegdi Emiliano Morreale

Dal 1992 al 1994, l’Italia è in preda alla confusione politica e istituzionale: Tangentopoli, i governi tecnici, l’arrivo di Forza Italia. Sullo sfondo, l’escalation violenta di Cosa Nostra: dall’omicidio di Lima al picco degli attentati a Falcone e Borsellino, alle bombe di Roma, Firenze, Milano. Qualche anno fa, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, ha sostenuto l’esistenza di un “papello” contenente le richieste dei mafiosi, e che sarebbe stato l’oggetto di una trattativa, gestita dai Ros dei carabinieri, prima con Riina e poi con Provenzano (dopo la cattura del primo, facilitata dunque da Cosa Nostra per far procedere più speditamente la trattativa). Una serie di pagine oscure, tra depistaggi, falsi pentiti, mancate indagini e documenti spariti, su cui è ancora in corso un processo. E’ questo il materiale in cui il film La trattativa di Sabina Guzzanti, ibrido di documentario e finzione, cerca di trovare un filo.

Si può discutere su cosa la trattativa sia stata, su cosa si debba intendere per “Stato” in quella occasione, chi siano stati gli interlocutori, quali i terreni di scambio e i vantaggi effettivamente ottenuti. Il film sembra optare per un’ipotesi massima: furono coinvolti i vertici delle istituzioni, i mafiosi ottennero quel che volevano, e venne la pace, e la rovina. Ipotesi forte e ovviamente opinabile, sulla quale ha scritto pagine utili Salvatore Lupo nel libro La mafia non ha vinto (Laterza). Ma non è questo il punto. È soprattutto la scelta estetica, di fare un racconto, anzi a tratti un racconto per bambini (specie nelle spiegazioni declamate dall’attrice) che il film mostra i suoi limiti. Se il miglior cinema d’inchiesta è spesso problematico, inquieto, qui fila tutto liscio, i pezzi del puzzle vanno a posto, e la spiegazione arriva facile-facile, anche quando i passaggi non sembrano così lineari come vengono presentati. Continua a leggere →

14 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le persone e le cose

cropped-Tunick-Monaco.jpgdi Luca Illetterati

[Una prima versione di questo intervento è uscita su «Alias»].

La metafora organica ha un ruolo fondamentale all’interno della teoria politica. Le istituzioni sono spesso considerate come forme di organismo; il sistema del diritto viene pensato in termini di corpo delle leggi, le parti dell’organismo statale vengono definite perlopiù in termini funzionali, nello stesso modo in cui le parti di un vivente vengono descritte nel loro rapporto con il tutto di cui sono, appunto parti. Secondo Kant, ad esempio, se uno stato dispotico può essere paragonato a un mulino a braccia, per cui coloro che fanno funzionare la macchina agiscono sotto il giogo dell’imposizione e per uno scopo che non li vede di fatto coinvolti, uno stato costituzionale lo si può paragonare invece a un corpo organico, nel quale ogni parte è se stessa solo in relazione alle altre parti e il tutto è tale solo attraverso l’azione integrata delle sue varie parti. La metafora organica, presente in realtà già nella tradizione classica, diventa dopo Kant una sorta di luogo comune nel descrivere il rapporto fra il tutto e le parti di quegli enti sociali che sono gli stati. Un invasato Hans Castorp, il giovane protagonista dellla Montagna incantata (o magica, nella nuova traduzione) di Thomas Mann, all’interno di una lunga e strepitosa discussione sul concetto di vita in senso biologico giunge addirittura a dire che la città, lo stato, in generale le comunità organizzate in base alla suddivisione del lavoro non sono semplicemente da paragonare alla vita organica, perché si tratta a tutti gli effetti di corpi che replicano la vita dei corpi biologici. L’aspetto interessante che in qualche modo rimbalza nelle stesse pagine di Mann è che da una parte il ‘900 è certamente il secolo della critica delle teorie politiche di tipo organicistico, lette come elementi di dominio della totalità sugli individui, dall’altra, sempre il ‘900 è altrettanto certamente il secolo in cui la vita, nel suo aspetto fisico e biologico, diventa l’oggetto stesso della pratica politica. Continua a leggere →

13 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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La pratica del commento: un convegno

cropped-Occasioni.jpgdi Pietro Cataldi

[Il 14. 15 e 16 ottobre si terrà presso l’Università per Stranieri di Siena un convegno dedicato alla pratica del commento ai testi letterari. Anticipiamo la locandina e la prima parte dell’intervento introduttivo di Pietro Cataldi. (db)]

Nella generale perdita di prestigio della critica letteraria, la pratica del commento può costituire un genere particolarmente meritevole di riflessione. Se la perdita di prestigio della critica dipende innanzitutto dalla crisi delle mediazioni, e dalla pretesa di gestire la relazione fra scrittura e lettura in forma dunque ingenua e appunto immediata, il genere critico del commento insiste proprio sullo snodo che coinvolge testo, interprete e destinatario, creando una triangolazione che configura una scommessa di socialità. Il commentatore non è uno che si frappone tra emittente e destinatario, come il senso comune talvolta obietta; ma qualcuno che si confronta con la complessità della trasmissione del senso. La sfida del commentatore non sta solo nel confronto con il testo che commenta, ma più ancora nel confronto con i destinatari della propria mediazione di senso. Lavorare a un commento comporta innanzitutto chiarezza su questo punto: un commento ha un destinatario da misurare pragmaticamente con il testo. E d’altra parte un commento è la figura di un dialogo con gli altri commentatori esistiti, la cui voce sta al commentatore di valorizzare facendola risuonare nella propria. Lo sguardo del commentatore deve dirigersi dunque, strabicamente, verso il passato degli interpreti che lo hanno preceduto, dialogando con le loro voci, e verso il presente di destinatari in attesa di una provvisoria ultima parola; deve raccogliere e rilanciare; deve dubitare e proporre. Continua a leggere →

13 ottobre 2014
Pubblicato da Rino Genovese
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Quando finirà il PD?

cropped-renzi-dalema-presentazione-libro1.jpgdi Rino Genovese

[Questo articolo è uscito sul sito di «Il Ponte»]

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo? Continua a leggere →

12 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il nemico di classe

cropped-classenemy2.jpgdi Stefano Guerriero

[Questo articolo uscirà sul prossimo numero della rivista «Gli asini»].

Il bel film Class enemy, diretto dallo sloveno Rok Biček e uscito in questi giorni nelle sale italiane, sembra fatto apposta per far discutere, con i suoi assunti problematici e controcorrente.

Come in una pièce teatrale, quasi tutto accade dentro una scuola, che nonostante le suppellettili invidiabili per qualsiasi istituto italiano, nonostante il decoro, diventa subito un luogo claustrofobico. Il nemico di classe è il nuovo insegnante di tedesco, il professor Zupan (Igor Samobor, veramente bravo), che sembra apparentemente non interessarsi al lato umano del suo mestiere, non si preoccupa di essere affettuoso e comprensivo con gli studenti, come fanno invece tutti gli altri intorno a lui. Considera anzi la condizione di studente un privilegio di cui essere all’altezza, specie al di fuori degli anni dell’obbligo, e l’adolescenza l’età in cui si inizia a trattare ed essere trattati da adulti. Ma questo lo spettatore lo capisce via via, all’inizio è portato a solidarizzare con la classe, che lo considera uno spietato nazista.

Catalizzatore degli eventi è il suicidio di Sabine, la studentessa che al suo primo incontro con Zupan aveva posto la domanda basilare e inevasa di qualsiasi adolescente (“perché si vive?”), senza ottenere risposta (troppo bello se il senso della vita si potesse trovare in una semplice risposta). In seguito il professore la riprende duramente per la sua scarsa preparazione in tedesco: non impegnarsi per lui vuol dire non sapere cosa si vuole fare e essere, cosa inaccettabile. Contemporaneamente, avendola per caso sentita suonare Mozart, le riconosce un talento e le dà un consiglio (“continua a suonare il piano, quello lo sai fare”). Se non risponde a domande dirette, tuttavia comunica. Sabine però esce dall’edificio scolastico e scompare (telecamera impallata nel bianco). Continua a leggere →