Le parole e le cose

Letteratura e realtà

22 giugno 2018
Pubblicato da Italo Testa
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After Lorca

di Jack Spicer

[Anticipiamo alcuni brani da After Lorca (1957) di Jack Spicer, Edizioni Gwynplaine, collana Argo, 2018. Con una introduzione di Federico Garcia Lorca. Traduzione e Nota di Andrea Franzoni, Post-fazione di Peter Gizzi, A cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini – Rivista ARGO. La traduzione italiana del libro è legata ad un progetto di crowdfunding, consultabile qui. After Lorca (1957) è un testo dialogico, in cui Spicer (1925-1965), una delle figure più controverse del modernismo americano, sceglie come interlocutore privilegiato un poeta simbolo di libertà quale Federico Garcia Lorca. Spicer elargisce una vera e propria lezione-dichiarazione di poetica in un susseguirsi di poesia e prosa, alternando traduzioni e riscritture di testi lorchiani a poesie proprie, mascherandole da false traduzioni, e lettere programmatiche, rivolte allo stesso poeta spagnolo. A Lorca, seppur martirizzato circa venti anni prima, nel 1936, dai miliziani franchisti, Spicer affida l’introduzione al suo libro].

Introduzione

Francamente sono rimasto alquanto stupito quando il signor Spicer mi ha domandato di scrivere un’introduzione a questo volume. La mia reazione al manoscritto inviatomi (e alla serie di lettere che ora ne fanno parte) era e resta fondamentalmente negativa. Mi sembra lo spreco di un considerevole talento, per qualcosa che non vale la pena di essere fatto. Tuttavia, io non ho avuto più contatti con la poesia negli ultimi vent’anni. La generazione di poeti più giovane potrà forse allora guardare con favore l’esecuzione, da parte del signor Spicer, di ciò che ritengo essere un lavoro difficile e poco gratificante. Continua a leggere →

21 giugno 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Christoph Ransmayr, Cox o il corso del tempo

di Luca Crescenzi

[Questo articolo è uscito su “Alias”].

“Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi?”, pensa Tony Webster, all’inizio di quel capolavoro sui non negoziabili rapporti fra il passato e il presente che è Il senso di una fine di Julian Barnes. “Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano”. L’idea dell’ultimo romanzo di Christoph Ransmayr pubblicato da Feltrinelli nella traduzione – bisogna ben dire – perfetta di Margherita Carbonaro, sembra derivare direttamente da questa riflessione. Ma a differenza di Barnes, che la declinava ironicamente in un romanzo tragico e lieve allo stesso tempo, un vero prodigio di equilibrio formale e stilistico, Ransmayr – rimasto fra i pochi narratori di lingua tedesca capaci di raccontare una storia senza sentire il bisogno di imporle continue deviazioni, di concettualizzarla con riflessioni più o meno congrue e di immergerla nella rarefatta sfera dell’astrazione – sceglie decisamente la via seria, secondo la prospettiva che gli detta la grande tradizione di cui è, forse, l’ultimo legittimo erede.

La vicenda, stringata e ridotta quasi alle dimensioni di un apologo, è tutta incentrata su un’immaginaria visita del celebre orologiaio e inventore di automi Alister Cox (alter ego romanzesco del vero James Cox) nella Cina della seconda metà del XVIII secolo, compiuta allo scopo di realizzare per l’imperatore una serie di orologi capaci di misurare il tempo secondo le diverse forme della sua percezione: il tempo del bambino, quello del moribondo o quello, più di tutti impossibile da realizzare, dell’imperatore stesso, il “signore dei diecimila anni”, che vive al di là e al di sopra del tempo e sembra non conoscere infanzia né fine possibile.

L’idea, come si vede, si racchiude facilmente in poche righe, ma è l’arte di Ransmayr a svolgerla abilmente secondo due diverse direttrici, una più estrinseca – la lotta dell’orologiaio e dei suoi collaboratori per realizzare il desiderio dell’imperatore – e una solo apparentemente secondaria che si sviluppa tutta nell’interiorità di Cox, marito infelice di una moglie lontana che ama non ricambiato e che la morte dell’unica figlia ha rinchiuso in un mutismo incontrovertibile. Continua a leggere →

20 giugno 2018
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Il viaggio continua


di Franco Beltrametti

[E’ uscito da poco per L’orma editore, nella collana fuoriformato diretta da Andrea Cortellessa, Il viaggio continua. Opere scelte 1970-1995, un corposo volume a cura di Anna Ruchat, con la collaborazione di Pietro Giovannoli e Stefano Stoja, che contiene una scelta delle opere di Franco Beltrametti. Pubblichiamo alcuni testi, ringraziando Anna Ruchat e l’editore per averceli concessi].

da Uno di quella gente condor (1970)

UN UCCELLO? UN’AQUILA?
se non ti spiace mi sembra un condor
Gymnogyps californanius,
quasi estinto
(dice una guida d’ornitologia da campo)
un condor, visto con occhio indiano:
uno di quella
gente
condor

*

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Vecchio Coyote stava dormendo nelle colline.
Vecchio Coyote stava dormendo a casa sua.
La sera era dietro sul dietro delle colline.
In una valle, una valle via dietro le colline.
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Jaime de Angulo

Come i 33 anni di lavoro di Simon Rodia
vorrei costruire
un giocatolo n-dimensionale.
Eppure son contento
accarezzando una scaglia di serpentina.
O facendo finta di leggere nel sole
sotto il pepe morto
o l’eucalipto.
O ricevendo amici,
scrivendo loro,
friggendo melanzane
da mangiare con riso
e prugne salate
a cena.

* Continua a leggere →

19 giugno 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Ordem e progresso. Archeologia del futuro, dall’altra parte del mondo

di Andrea Cortellessa

Sono tempi duri per il futuro. L’ultimo e testamentario libro di Zygmunt Bauman – il logoteta più fortunato della nostra epoca – conia un termine esemplare, Retrotopia, a designare un sentimento diffuso di «dietrofront»: un «cammino a ritroso, verso il passato», che il passato appunto identifica miticamente come paradossale terra promessa; come controveleno nei confronti dei «danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente». Una negazione perentoria dell’Utopia, insomma, è quella che capovolge l’immagine, tanto splendida quanto logorata dall’uso, dell’Angelo della Storia di Walter Benjamin. Se quello volava verso il futuro con gli occhi rivolti alle proprie spalle, fissi sulle «rovine» accumulate dallo slancio distruttivo di un’umanità magnetizzata dal «progresso», oggi – sostiene il sociologo polacco – quello stesso sguardo orripilato lo rivolgiamo verso le immagini del futuro che già tanto ci illusero, e che tante rovine hanno prodotto, mentre sempre più irreparabilmente ci affrettiamo verso il passato.

Ma l’ideologico discredito in cui è tenuta l’Utopia non è una novità del nostro tempo («tempinuovi» si chiama, con un quanto di paradossalità, la collana laterziana che propone quest’ultimo testo di Bauman). A riprendere in mano un classico come la Storia dell’utopia di Lewis Mumford, ora ristampato da Feltrinelli, ci si rende conto che già nel 1922, alle grandi immagini del futuro (a partire da quella per antonomasia di Thomas More, 1516), non si poteva che gettare uno sguardo retrospettivo. La catastrofe della Grande Guerra, all’indomani della quale scriveva questo suo primo testo il futuro grande urbanista e sociologo americano, sodale di Frank Lloyd Wright, proiettava già un’ombra sostanziale sull’«entusiasmo del grande XIX secolo». Così, quarant’anni dopo, annotava lo stesso Mumford: riflettendo sulle catastrofi dei totalitarismi “utopistici” che di lì a poco avrebbero messo a ferro e fuoco la vecchia Europa, scrivendo dall’«equilibrio del terrore» nucleare che a quelle catastrofi era seguito. Eppure oggi, che siamo reduci da un trentennio abbondante di annichilente TINA (come ai tempi di Margaret Thatcher si designò il “realismo” socio-economico per cui «There Is No Alternative»), insorge un nuovo desiderio di utopia – per parafrasare il titolo italiano di uno splendido libro di Fredric Jameson, Archaeologies of the future, purtroppo solo in parte tradotto da Feltrinelli – che, per paradosso eloquente, non può che ripercorrere i sentieri interrotti dei futuri sognati dal nostro passato più o meno recente. Anche il «ritorno al futuro», dice Bauman, è parte del nostro tempo «retrotopico»; e già il Mumford degli anni Sessanta riconosceva che «il passato è origine di utopie come lo è il futuro». Continua a leggere →

18 giugno 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’imitazione degli affetti: spunti per una teoria del desiderio in Spinoza e Girard

di Gianfranco Mormino

[Pubblichiamo il primo paragrafo di un articolo di Gianfranco Mormino sul tema del desiderio mimetico in Spinoza e Girard. La questione verrà affrontata, insieme ad altre connesse ai “Moti di imitazione” tra critica e teoria letteria, psicoanalisi e neuroscienze, nella summer school organizzata da Ugo Fracassa a Roma Tre (17 e 18 settembre 2018). Interverranno tra gli altri, oltre a Gianfranco Mormino, Massimo Salgaro, Felice Cimatti, e la neuroscienziata del team parmense Maria Alessandra Umiltà.
La versione integrale dell’articolo di Gianfranco Mormino è stato pubblicata in Ordo e connexio: spinozismo e scienze sociali, a cura di N. Marcucci, Milano, Mimesis, 2012, pp. 93-106].

Già numerosi lettori hanno notato le affinità tra la teoria girardiana del desiderio mimetico e la spinoziana imitatio affectuum; l’accostamento pare in effetti imporsi quando consideriamo che, secondo Spinoza, tale imitazione comporta il prodursi in noi della «Cupidità di una certa cosa […] per il fatto che immaginiamo che altri a noi simili abbiano la stessa Cupidità»[1]. La formulazione di Etica III è molto più che una ripresa del classico tema della forza contagiosa dell’immaginazione: con una mossa teorica assai impegnativa Spinoza non si limita ad affermare che l’uomo prova il medesimo affetto che immagina nell’altro — ad esempio la gioia o la tristezza — bensì colloca l’imitazione nel cuore stesso della vita affettiva, quella cupiditas che è espressione consapevole, nella mente e nel corpo, dell’attuale essenza dell’uomo e del suo sforzo di perseverare nel proprio essere. Precisamente come René Girard, dunque, Spinoza teorizza una mimesi non meramente rappresentativa bensì appropriativa (o acquisitiva), che ci spinge ad agire per impossessarci dell’oggetto verso il quale si è già diretta la mano altrui: ciò che imitiamo è il desiderio (reale o anche solo immaginato) dell’altro, il quale diviene così il modello che produce il nostro desiderio e che, come vedremo, sotto determinate condizioni può anche ostacolarlo. Continua a leggere →

17 giugno 2018
Pubblicato da Italo Testa
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Il dolore


di Vladimír Holan (trad. di Vlasta Fesslová e Marco Ceriani)

Eva

A Marie Tomášová

Fu col vino novello… L’autunno
già intrecciava bottiglie con verghe spezzate
e il serpente, non più sulla pietra ma sotto l’erica,
si sdraiò sulla pancia e si coperse con la schienuzza.

“La bellezza distrugge l’amore, amor la bellezza!” mi disse.
E come allora alle antiche dee di laggiù
si sacrificava in numero dispari,
pensava lei nel frattempo soltanto a sé stessa,
immaginandosi con indifferenza
l’eternità senza l’immortalità…

Era così bella, che se qualcuno mi avesse chiesto
dove con lei andassi, certo non avrei parlato di contrade
(non per questo, no, che sentivo tutta l’impotenza della parola
e che sillabare il silenzio
lo potrebbe appena la pioggia che cade sul penitenziario).
Era così bella, che volli
viver di nuovo, ma del tutto diversamente.
Era così bella, che la follia della mia passione
attese ancora tutta, tutta la pazzia…

 

L’appuntamento

Pioggia senz’alberi… Fieno bagnato…
Apertura del gas… Nuvola fritta sulla padella della luna…
Muover d’occhi… Sbatter di ciglia… Svanir di forme…
Ci mancò un soffio che non inciampassero nella carriola per l’argilla del cimitero…
“Mi volete bene?” – Sì!
“Mi amate?” – No!

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16 giugno 2018
Pubblicato da Italo Testa
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Per una fenomenologia dell’altrove


Luigi Tenco, In qualche parte del mondo (Ti ricorderai di me…, 1967)


U2, I Still Haven’t Found What I’m Looking For (The Joshua Tree, 1987) Continua a leggere →

14 giugno 2018
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Lo scatto mancato di Mario Dondero

[È appena uscito il numero 4 della nuova serie di «nostro lunedì», periodico di scritture, voci e immagini ideato e diretto da Francesco Scarabicchi. Il numero è interamente dedicato alla memoria e all’opera di Mario Dondero (lo si può richiedere all’editore, scrivendo a info@nostrolunedi.it). Pubblichiamo, tra i molti, i contributi di Massimo Raffaeli e di Enrico Capodaglio].

Lo scatto mancato

di Massimo Raffaeli

Non è che Dondero fosse seduttivo, perché era ammaliante. Si trattava di un talento nativo, prima che elettivo, quasi l’effetto di ricaduta della sua semplicità o di una forma di umiltà capace di disporlo all’incontro con gli esseri umani senza il diaframma di alcun pregiudizio. Semplicemente lui era curioso della umanità dell’altro e all’altro devolveva la propria nella forma di un dono fortuito, tanto gli era naturale farlo. E nessuno, nessuno, sapeva resistergli e chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo ne possiede la prova tangibile. Che Dondero fosse un individuo la cui humanitas era letteralmente persuasiva (“soave” è l’aggettivo che ne richiama infatti l’etimologia) deve averlo provato su di sé, per esempio, lo scrittore impenetrabile per eccellenza, un nemico dichiarato del genere umano, impassibile e algido nella sagoma grifagna e quasi spettrale, ovviamente Samuel Beckett.

L’aneddoto tante volte reiterato da Dondero (perché l’epica affabulatoria, qui va detto, era parte integrante della sua leggenda di fotografo nomade e di uomo ubiquitario) vuole che un giorno egli si appostasse davanti a un villino della banlieue parigina spiando o forse solo indovinando i gesti di un uomo acquattato, il quale tentava invano di abbassare le tapparelle di casa e così di rendersi invisibile al di là del cancello. Quell’uomo era Beckett ma (e non si sa dopo che genere di abboccamenti e parlamenti o di miti trattative: Dondero in effetti non trattava ma semmai, ammaliando, si imponeva) fatto sta che cedette e si lasciò fotografare. Dondero deve avergli prestato, per l’occasione, o deve avere proiettato su di lui una quota della propria mitezza e simpatia, tant’è che i suoi ritratti beckettiani, del tutto anticonvenzionali, ritraggono un individuo posato, distratto e come arreso al contesto quotidiano. (Vale a dire un Beckett in qualche modo postumo rispetto al cipiglio da uccello rapace, un Beckett che pare più vecchio dei suoi anni o sembra un qualunque anziano finalmente liberatosi della corazza). L’altro scatto che Dondero vagheggiava da sempre tuttavia lo mancò. Continua a leggere →

14 giugno 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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I due corpi del testimone. Primo Levi e Anna Frank

di Maria Anna Mariani

[Da qualche giorno è uscito per Carocci Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura, di Maria Anna Mariani. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prima parte del capitolo 6, I due corpi del testimone. Il capitolo sosta sul vuoto squarciato dal suicidio di Levi – non per farne uno strumento euristico, ma per provare a mappare lo spazio letterario che prende forma dopo la morte del testimone. Questo spazio sta gradualmente popolandosi di romanzi e fumetti che si accostano alla figura postuma dello scrittore trasformandolo in personaggio, in modo simile a quel che ormai da anni accade con Anna Frank. Che cosa accade quando i testimoni più importanti della Shoah vengono introdotti in un romanzo e lasciati convivere con esseri di pura finzione, privi di controparte nel mondo reale?]

Era una tremula ipotesi che ha finito per coagularsi in fatto: il suicidio di Levi[1]. Brandire ora questo fatto e leggerlo come il punto di sfinimento estremo della sua testimonianza: chi può arrischiarsi a impugnare questa ipotesi? Come se il suicidio di Levi servisse a dimostrare qualcosa, come se dovesse provare quanto per il sopravvissuto sia difficile vivere un’esistenza autonoma, senza lo spettro di altre presenze che guidino internamente la condotta, che carichino ogni gesto di una responsabilità sconfinata, al punto che diviene impossibile sostenerne il peso. Ma per esporre il fardello della sopravvivenza non è necessario strumentalizzare un’azione estrema. Non serve imprimere sulla biografia di Levi uno strato di parole e fomentare così «l’industria discorsiva della morte»[2].

Eppure ecco, mio malgrado l’ho appena fatto: ho impresso sulla sua biografia uno strato di parole, ho fomentato l’industria discorsiva della morte. E a cosa è servito? Prendere in considerazione il suicidio di Levi altera forse la lettura della sua opera, sfigura o conferma quello che il testo rivela? È una domanda di Berel Lang, da trascrivere e contemplare. Lang la agita sulla soglia d’accesso della sua monografia su Primo Levi[3], una monografia che inizia proprio soffermandosi sul suicidio – ma solo per espellerlo dall’analisi, per azzerare la rilevanza critica di questo gesto come figura testuale che incombe sull’opera dello scrittore[4]. La lettura di Levi non è intaccata dall’esito estremo della sua biografia, scrive Lang: che del suicidio non si parli più dunque.

Eppure parlarne sembra necessario, ma non per fare del suicidio uno strumento euristico, non con la pretesa di comprendere più lucidamente il testo di Levi proiettandovi sopra le circostanze della sua morte, scrutando dentro il come o il perché di questo gesto. Quello che c’è da chiedersi smette di brancolare tra le ipotesi e si aggrappa invece al dato empirico delle conseguenze: che cosa accade quando Levi muore? È sul vuoto squarciato dalla sua scomparsa improvvisa che occorre sostare. Occorre provare a capire come reagisce chi resta, soprattutto come reagiscono i sopravvissuti, che d’un tratto vedono estinguersi il residuo cosciente della degradazione comune patita nel lager. Levi parlava per tutti, per i vivi e per i morti: cosa ne diviene, alla sua morte, di quella funzione testimoniale che così pienamente incarnava? E una domanda ancora: come diventa possibile accostarsi alla sua figura, quando diviene postuma? Continua a leggere →

13 giugno 2018
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Un rivoluzionario in parrucca. Lenin secondo Malaparte

di Raoul Bruni

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

Chi si è occupato finora di Malaparte ha quasi sempre cercato di etichettarlo politicamente: a seconda della fase storica di riferimento, lo si è potuto definire proto-fascista, fascista, anti-fascista, liberale, filo-comunista. Se da un lato questa alternanza di definizioni ha alimentato il mito camaleontico del personaggio Malaparte, d’altra parte ha finito per metterne un po’ in ombra l’opera. Visto anche il recente revival editoriale, sembra sia venuto il momento giusto per cambiare prospettiva, leggendo non più (o non solo) Malaparte nel quadro della politica del secolo scorso ma, viceversa, la politica del Novecento nell’opera di Malaparte. Con questa modalità di sguardo si potrà forse comprendere meglio il valore intrinseco di Malaparte, anche come scrittore politico. Le tre opere centrali, da questo punto di vista, sono Intelligenza di Lenin, Tecnica del colpo di Stato e Il buonuomo Lenin, appena pubblicato da Adelphi per l’attenta cura di Mariarosa Bricchi («La collana dei casi», pp. 311, € 20,00). Il libro – che insieme agli altri due compone una sorta di trilogia sulla rivoluzione russa – uscì per la prima volta a Parigi, per Grasset, nel 1932, con il titolo Le bonhomme Lénine, mentre la prima edizione italiana, a causa di varie vicissitudini, fu stampata da Vallecchi soltanto nel 1962 (cinque anni dopo la morte dell’autore). Il titolo dell’edizione Vallecchi, Lenin buonanima, fu suggerito dallo stesso Malaparte; tuttavia il significato dell’espressione buonanima («persona defunta») si distacca sensibilmente da quello della parola francese bonhomme, che significa appunto uomo buono o uomo semplice. Nella nota al testo, in cui spiega le ragioni del nuovo titolo, Mariarosa Bricchi ipotizza che Malaparte abbia preferito tradurre bonhomme con il termine più neutro buonanima per evitare di essere considerato troppo filo-russo, in un momento storico (lo scrittore propose questo titolo nel 1939) in cui i rapporti politici tra Italia e Russia erano estremamente tesi (potrebbe essere una modifica «tattica», come quando Malaparte mutò il titolo del suo esordio Viva Caporetto! in La rivolta dei santi maledetti). Ma aldilà di questa ipotesi, rimane il fatto che l’espressione buonanima è in stridente contrasto con l’accezione che in tutto il libro ha la parola bonhomme come epiteto-chiave di Lenin. Continua a leggere →