Le parole e le cose

Letteratura e realtà

28 aprile 2017
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La La Land, o l’eutanasia dell’amore

di Filippo Bruschi

Ora che ha quasi esaurito il suo corso nei cinema europei, due parole su La La Land.

La La Land non è un film sull’amore; La La Land è un film sul successo. Lo scintillio che emana non è quello dell’amore ma quello della brillantezza-denaro, e del suo potere di trasformare la vita in una fluida opera d’arte. A dirla tutta La La Land celebra piuttosto l’eutanasia dell’amore, il suo superamento, ne veicola ideologicamente la fine. Ideologicamente perché questa finis amoris è instillata sotto pelle, resa apparentemente naturale, come pare accada con le visioni ideologiche[1]. E non sarebbe d’altronde assurdo che un film che doveva “rendervi felici” lo faccia raccontando un amore inconcluso? Non spezzato, no, inconcluso. Perché? Molti se lo stanno ancora chiedendo: “Perché si lasciano?”. Tutto accade nella scena in cui Mia e Sebastian, sono seduti sulla collina dell’osservatorio Griffith che domina Los Angeles. Mia ha appena ottenuto, anche grazie alla dedizione di Sebastian, la parte per un film da girare a Parigi. Mia ce l’ha fatta: partirà per Parigi, per il set, sarà un’attrice. Guardando il crepuscolo, serena come dopo un orgasmo a lungo cercato, chiede a Sebastian:

– E noi due ?
Lui risponde qualcosa come:
– A Parigi dovrai concentrarti sul tuo lavoro…

Nella scena successiva, cinque anni dopo, Mia è una star mondiale sposata a un belloccio dalle grandi mascelle, forse un produttore. L’amore tra lei e Sebastian fa parte del passato. Nel frattempo, tutte le opzioni classiche della rottura amorosa sono state eluse: lui non ha lasciato lei; lei non ha lasciato lui; né la malattia né la carriera li hanno obbligati a separarsi. Dobbiamo rassegnarci al fatto che sia stato Sebastian, per non intralciare la carriera di Mia, ad aver scelto di estinguere a malincuore il loro rapporto. Tramite i puntini di sospensione. La natura elegiaca e quasi volatile della scena ha generato domande smarrite: “Si lasciano per qualche mese che lei passa a Parigi? Non esistono gli aerei? Non potrebbe seguirla?” Invece è proprio la gratuità dell’atto eutanasico a essere significativa, riflesso dell’ideologia in silenziosa espansione al di qua dello schermo, specchio dei tempi. Continua a leggere →

27 aprile 2017
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Il latino? Parliamolo

di Mariangela Caprara

Latine loqui corrumpit ipsam latinitatem, tuonava Francisco Sánchez de Brozas nell’anno del Signore 1600, denunciando il rischio che i suoi contemporanei umanisti si servissero di un latino grossus, corrotto proprio dal suo abuso nel parlato. Fino al XIX secolo, infatti, il latino si imparava parlandolo e lo si usava nella comunicazione scritta, giacché era una lingua veicolare e viva. Lo strumento didattico principale erano, anche per il greco antico, i colloquia, ossia dialoghi inventati ad arte (celeberrimi quelli di Erasmo da Rotterdam), del tutto affini a quelli utilizzati oggi per l’apprendimento delle lingue moderne: in un sapiente gioco di domande e risposte, inserite in contesti specifici e attinenti tutti gli aspetti della vita quotidiana, gli allievi apprendevano dai maestri le strutture della lingua e il lessico.

Nel corso dell’Ottocento la continuità di questo metodo, che si definisce induttivo-contestuale, viene messa in crisi dall’ingresso in scena del metodo traduttivo-grammaticale, effetto dell’affermarsi della filologia classica come scienza autonoma, sopratutto in Germania. Nella scuola dell’Italia unitaria questo metodo trionfa, intrecciandosi con le posizioni idealiste crociane, ed è fino ad oggi dominante, benché minacciato da un agguerrito nemico: il metodo ‘naturale’.

Uno studente del liceo classico italiano, al termine di un quinquennio in cui ha studiato latino e greco per molte ore alla settimana, traduce un testo di circa 15 righe in un paio d’ore, con l’ausilio del vocabolario. Due ore, dopo cinque anni di studio anche matto e disperatissimo, per una pericope di testo veramente minima, nella cui traduzione compariranno magari anche diversi errori, mi sembrano un fallimento su tutta la linea. Non ci si azzardi ad invocare questioni di monte ore nel curricolo del classico: il latino al biennio copre ben 5 ore, contro le 4 dell’italiano e le 3 di geostoria; 4 sono al biennio anche le ore di greco. Al triennio, 4 latino e 3 greco. Il tempo c’è. Ma forse la testa è altrove. Continua a leggere →

26 aprile 2017
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Tre tipi di racconto. Su Bruciare tutto di Walter Siti. Seguito da Tre tipi di critica? Una postilla

di Gianluigi Simonetti

[La prima parte dell’articolo è uscita, in versione ridotta, sulla «Domenica» del «Sole 24 ore». La seconda parte, o postilla, è stata scritta per Le parole e le cose e discute le prime recensioni che il libro ha ricevuto, quelle di Michela Marzano, Veronica Raimo, Emanuele Trevi e Alessandro Zaccuri].

Quando leggiamo narrativa contemporanea tendiamo spontaneamente a immaginarla come una categoria unitaria, al cui interno c’è il bello, il meno bello e il brutto. Ogni tanto appaiono dei libri che ci ricordano che non è proprio così. Esistono oggi almeno tre tipi diversi di racconto letterario (diversi in partenza per peso e ambizione, indipendentemente dalla riuscita dei singoli esemplari in cui si spicciolano). C’è una narrativa che ha lo scopo esclusivo di distrarre il lettore; un’altra che mentre lo intrattiene gli fornisce informazioni, identità e valori, confermando le opinioni socialmente più autorevoli e più glamour; una terza che mentre diverte sfida le certezze del lettore, cercando di portarlo dove lui non vuole andare (mentre la prima e la seconda lo lasciano dov’è).

In Exit strategy, apparso due anni fa, Walter Siti (il personaggio, non l’autore) raccontava una crisi d’identità. I nudi maschili che lo ossessionano da sempre smettono di «generare parole», si rivelano dèi falsi e bugiardi; simmetricamente, la forma umile e provvisoria del diario rimpiazza l’«autobiografia di fatti inventati», o autofiction, con cui l’autore si era affermato in precedenza. Il romanzo si chiudeva mimando una conversione: nell’ultima pagina il narratore si inginocchia davanti ad una croce e prega, sia pure «senza sapere Chi».

«Di solito chi si converte lo fa in nome di una fede più alta», ammoniva Exit strategy. Il protagonista del nuovo romanzo di Siti, Bruciare tutto, si chiama Leo Bassoli, ha trentatré anni e fa – guarda caso – il prete. A differenza di Walter sperimenta una fede autentica, che non ha bisogno di surrogati: lui in Dio crede veramente, ogni tanto ne sente ronzare la voce. La sua conversione non è quindi metaforica, ma letterale e sincera, anzi estremistica. «Certi preti sembra sempre che succhiano una caramella, scendono dal pulpito facendo le fusa…»: Leo invece provoca conflitti, pensa che non possa esistere una religione moderata («se è moderata non è religione»). Fa con i suoi mezzi quello che dovrebbe fare ogni forma di autentica cultura: mette il prossimo di fronte all’evidenza di un «estremo», uno scandalo che ci circonda, ma che ci sforziamo in mille modi di ignorare. Il che risulta imbarazzante per molti dei suoi parrocchiani, lì dove Leo predica, nel cuore borghese, benestante e progressista di Milano. Più che confessare i fedeli, li psicanalizza; più che assolverli li inchioda e li condanna. Continua a leggere →

25 aprile 2017
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Le Memorie di un rivoluzionario timido di Carlo Bordini: una presentazione a Milano

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25 aprile 2017
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Morire il 25 aprile

di Federico Bertoni

[È uscito in questi giorni Morire il 25 aprile (Frassinelli), primo romanzo di Federico Bertoni. Ambientato tra la guerra civile e i primi anni Zero, il libro risale al tempo della Resistenza sull’Appennino emiliano per confrontarsi con la storia italiana. Il protagonista indaga su un episodio della Resistenza che coinvolge la sua famiglia e un amico appena morto, più vecchio di lui. Mentre cerca di ricostruire quegli eventi, s’interroga sui tempi che si trova a vivere, i primi anni Zero del nuovo millennio. «Mettere ordine nella vita di un padre putativo», si legge nel risvolto di copertina «sembra il requisito per orientarsi nella propria». Presentiamo il secondo capitolo, intitolato La casa. Ringraziamo l’editore che ci ha dato il permesso di pubblicarlo].

La casa

Adesso che è morto e sepolto posso finalmente passare all’azione. Non aspettavo altro. È il giorno dopo, domenica 29 aprile 2001, le 10.30 della mattina. Il cielo è azzurro, il barometro alto, l’aria insolitamente fresca e asciutta per questa pianura fetente. Così salto in macchina e mi avvito sui tornanti fino alla sua vecchia casa di pietra, a cavallo di un crinale tra le colline, i calanchi smagriti e tutta la pianura che si perde verso nord nelle giornate limpide come questa, quando in fondo spuntano le Alpi. Eccola lì, ed è proprio vero: non c’è oggetto più scopertamente letterario di una vecchia casa. Ho appena iniziato e sono già intrappolato nei cliché. I muri di pietra coperti di edera dai rami nodosi; le finestre schierate in facciata con le inferriate e gli infissi cadenti; i camini bizzarri che svettano nell’aria; gli abbaini come grandi occhi sul tetto; il balcone con la ringhiera di ferro panciuto; e intorno la cancellata che abbraccia il giardino di vecchi alberi e cespugli incolti. La sua casa è così, non posso farci niente. Almeno non devo perdere troppo tempo a descriverla, anche perché le descrizioni sono una gran noia, aveva ragione Stendhal.
Mi sono fatto dare le chiavi da sua figlia, Teresa, una tardona tutta faccende domestiche e fiction in tv. Le ho detto che volevo solo dare un’ultima occhiata alla casa, proprio come lui l’ha lasciata, debiti sentimentali, pellegrinaggi della memoria, cose del genere. Mi ha detto di non toccare niente e io ho fatto gli occhioni, l’aria stupita da agnellino innocente, ma certo: fidati di me: nemmeno trovassi il tesoro del capitano Flint!
Ovviamente la porta cigola. Si apre su un corridoio buio che al capo opposto termina con un’altra porta, come se una cannonata geometrica avesse bucato la casa da parte a parte. Porte chiuse sui lati e la scala che sale ai due piani superiori. La prima porta dà sulla cucina, l’idea di uno spazio freddo e inospitale. Puzzo di umido e rancido, forse resti di cibo avariato. Sono anni che non metto piede qui dentro. La moglie era morta da tempo e lui viveva da solo; odiava amici e parenti e adesso anche lui è morto, e solo le cose sfoggiano la loro brutale persistenza: lo stesso odore, la stessa umidità pungente. Continua a leggere →

24 aprile 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Il politico e l’utopia. Dialogo con Miguel Abensour

[Miguel Abensour (1939-2017), già professore all’Université Paris VII-Denis-Diderot, ha tentato di conciliare nel suo lavoro filosofico l’idea di democrazia – intesa come « democrazia contro lo Stato » – con l’idea di utopia, ripensata in termini dialogici. Ha prestato particolare attenzione a autori quali Emmanuel Levinas, Martin Buber, Hannah Arendt, Claude Lefort, Saint-Just, Pierre Leroux, Blanqui, e ha diretto dal 1974 l’importante collana « Critique de la Politique » (Payot & Rivages), che ha contribuito alla ricezione della teoria critica in Francia. Tra i suoi libri pubblicati in italiano La democrazia contro lo Stato (Cronopio), Per una filosofia politica critica (Jaca Book), Della compattezza. Architetture e totalitarismi (Jaca Book), Hannah Arendt contro la filosofia politica (Jaca Book) (it)].

Daniele Gorgone: Anzitutto devo chiederle alcune informazioni di carattere biografico: non è facile, infatti, trovare informazioni su di lei. Può tracciare un quadro del suo rapporto con le istituzioni universitarie?

Miguel Abensour: Sì lo so, in effetti sono un uomo piuttosto discreto. Ho iniziato a 23 anni come assistente di Scienze politiche a Dijon, ma ho lasciato dopo due anni l’incarico perché non sopportavo la gerarchia universitaria: a quell’epoca era terribile. Mi spostai così al CNRS[1] per i successivi 10 anni, dove svolsi la mia tesi di dottorato sulle forme dell’utopia social-comunista nel XIX secolo e il suo rapporto con Marx. Ottenni l’abilitazione in Scienze Politiche e iniziai a insegnare a Reims fino al 1985 quando venni eletto presidente del Collège International de Philosophie[2], carica che tenni due anni allorché dovetti dimettermi per ragioni di salute. Ripresi l’insegnamento nel 1991 all’Université Paris-Diderot e andai in pensione nel 2002 dopo quasi quarant’anni di insegnamento e ricerca. Andai negli Stati Uniti nell’estate del 1968 e in quella del 1970 dove conobbi Marcuse. All’epoca infatti la scuola di Francoforte era molto studiata oltre oceano ma quasi sconosciuta qui in Francia. Sono tornato negli Stati Uniti recentemente (maggio 2011) per tenere una lezione sull’anarchia nel pensiero di Levinas presso la New School for Social Research di New York. Oltre alla carriera accademica un altro elemento importante del mio lavoro è rappresentato dalla direzione della collana Critique de la politique presso l’editore Payot[3]: dal 1974 sono stati pubblicati oltre ottanta volumi.

La collana Critique de la politique, in effetti, ha contribuito notevolmente alla diffusione del pensiero della scuola di Francoforte in Francia. Prima di allora qual era lo stato dell’arte della sua ricezione? Erano già presenti traduzioni?

Molto poche. Alcuni libri di Adorno erano già stati tradotti, ma all’epoca era considerato più che altro un musicologo. Si iniziò a conoscere la scuola di Francoforte attraverso il successo delle opere di Marcuse (in particolare Eros e civiltà e L’uomo a una dimensione che vennero tradotti quasi subito in francese). Per farle capire la situazione, Adorno venne a Parigi nel 1961 al Collège de France invitato da Merleau-Ponty: ad assistere alla sua lezione non c’erano neanche dieci persone. Una possibile spiegazione di questa tardiva diffusione francese della scuola di Francoforte (in Italia e perfino nella Spagna franchista i loro testi vennero tradotti ben prima che in Francia) risiede a mio avviso nell’opposizione del Parti communiste française che non vedeva di buon occhio quella corrente di pensiero radicale ed eterodossa. Continua a leggere →

23 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La buona volontà del post-docente. Notizie dalla scuola ad uso di chi vive nel mondo là fuori

cropped-iStock-Classroom.jpgdi Daniele Lo Vetere

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Questo articolo è apparso il 26 ottobre 2016].

Comico suo malgrado è il colmo del comico.
Spesso patetico fu il comico con intenzione.
Tragico suo malgrado è il solo possibile
esito imprevedibile della commedia.

Non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione

(Giovanni Giudici, Mi piacerebbe ma non vorrei essere un poeta tragico)

Con un poco (più) di zucchero la pillola va giù

Settembre è il mese più crudele. Le nuove classi le stai ancora soppesando di sottecchi, le vecchie ancora non si sono riprese dalla sacrosanta apatia estiva, e ti tocca farti volenteroso architetto dell’anno scolastico: sarai fattivo nella riunione di Dipartimento? Sarai collaborativo nel Consiglio di classe? Ti sei ricordato di segnare in agenda, con colori diversi, la riunione sui BES e i DSA? «Collega, tu non fai come quegli altri, vero, verrai al GLIC?». «Sì, verrò». «Ah, grazie, grazie!». «Dovere, dovere».

Ma, come è giusto in un’organizzazione complessa della società della complessità, esiste un’ordinata gerarchia delle sigle e tutti gli impegni-acronimi si riassumono in uno: approvazione del POF, Piano dell’Offerta formativa. Va detto che con il POF si rivede ogni anno il nuovissimo Piano triennale dell’offerta formativa ovvero PTOF (dio egizio o nibelungico, a seconda degli interpreti).

Il Collegio dei docenti di revisione del PTOF (quattro ore e mezza, quest’anno) incombe sui docenti con un senso di ansia e ineluttabilità da profezia di Nostradamus: forse, non approvando il POF (pardon: non rivedendo annualmente il PTOF), la realtà scomparirebbe, il mondo ammutolirebbe. In effetti le attività e i progetti non “inseriti”, cioè linguisticamente non proferiti (nel Piano), non esistono (nella realtà). Nel senso che non si fanno. Scordateli. Se sono assenti nella programmazione del POF (ri-pardon: del PTOF annualmente rivisto), non si fanno nemmeno nel Dipartimento disciplinare. E se sono assenti nella programmazione del Dipartimento disciplinare, non si fanno nemmeno nel Consiglio di classe. E se sono assenti nella programmazione del Consiglio di classe, guai a te, docente, se ti viene in mente di inventare qualcosa a marzo. Certo, puoi sempre e solo fare quello che più conta: la tua materia in classe. Ma è ovvio. E l’ovvio stucca. Continua a leggere →

22 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Gli effetti di realtà. Un bilancio della narrativa italiana di questi anni

di Gianluigi Simonetti 

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Questo articolo è apparso il 21 novembre 2016 e fa parte di Nuovi Realismi: il caso italiano. Definizioni, questioni, prospettive (a cura di Silvia Contarini, Maria Pia De Paulis-Dalembert e Ada Tosatti, Transeuropa). I saggi riuniti nel libro provano a definire e analizzare  la nozione di “ritorno al reale”, che ricorre tanto nella creazione artistica e letteraria quanto nella riflessione critica e filosofica dagli anni Novanta ad oggi.  Tra i contributi raccolti nel volume, un articolo che elenca e discute alcuni tra i principali effetti di realtà elaborati dalla narrativa italiana degli ultimi anni: ne pubblichiamo il primo paragrafo (nei successivi ci si sofferma sull’uso della prima persona, sull’esibizione di documenti e dati, sul ricorso all’ibridazione di generi letterari e paraletterari, sulla ricorrenza di scelte linguistiche e temi specifici)].

1. Gli epistemologi spiegano che la realtà è un mito, un mito occidentale – forse il più potente della cultura moderna[1]. I teorici della letteratura ricordano che il realismo è una convenzione, «uno spazio di transizione tra universi non omogenei»[2] – non un oggetto specifico ma qualcosa di relativo e storicamente determinato. Per quanto mi riguarda non parlerò né di realtà, né di realismo, e nemmeno di poetiche realistiche; parlerò di effetti di realtà: quelle convenzioni formali, marche linguistiche, scelte tematiche e dettagli apparentemente inutili che dall’interno di un testo, o intorno ad esso – perché molto conta, in questo campo, il paratesto – dicono al lettore: «noi siamo la realtà»[3].

Non è facile stabilire se la letteratura italiana degli ultimi anni sia stata più o meno autenticamente realista di quella che l’ha preceduta. Dipende da cosa si intende per realismo, naturalmente, e anche da quante contraddizioni siamo disposti a sopportare. Quello che sicuramente si può dire è che:

a) sul piano della storia degli intellettuali sembra tornata in circolo un’esigenza peraltro molto variegata di partecipazione alla vita pubblica (che pure non sempre e anzi raramente prende le forme di una poetica esplicitamente realistica)[4]; Continua a leggere →

21 aprile 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Quer pasticciaccio brutto delle Olimpiadi a Roma

Daniele Balicco

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Questo articolo è apparso il 30 settembre 2016].

Ieri l’Assemblea capitolina ha deciso di ritirare la candidatura della città di Roma per la corsa alle Olimpiadi del 2024. La motivazione principale del rifiuto, avanzata dalla sindaca del M5s Virginia Raggi, deriva dalla mole di sovra-costi che la manifestazione, una volta terminata, trascinerebbe con sé. Poco importa che quasi la metà dei finanziamenti, se le città avesse vinto, sarebbe stata sostenuta dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO); e poco importa che l’altra metà sarebbe stata coperta attraverso un investimento diretto dello Stato. Roma – si dice – ha un debito pubblico “mostruoso”. La nuova amministrazione non vuole lasciare in eredità, alle generazioni future, un debito ancora più alto. “Saremmo degli irresponsabili”.

La scelta di ritirare la candidatura di Roma dalla corsa per le Olimpiadi 2024 potrebbe sembrare un fatto di cronaca fra i tanti. Merita invece un’attenzione particolare per almeno due ragioni. La prima è politica e riguarda un preoccupante cortocircuito ideologico, di cui il M5s è persuasore permanente. La seconda è invece simbolica e ci parla del destino della Capitale d’Italia.

Partiamo dalla discussione sul dossier per la candidatura della città di Roma alle Olimpiadi del 2024. Il progetto – targato Malagò, Montezemolo (e Renzi) – era contestabile per mille ragioni. Nel metodo, per la scelta originaria di non coinvolgere in alcun modo il comune di Roma nell’elaborazione del dossier (sembra incredibile, ma è andata proprio così). Nel merito, perché imponeva di impegnare più di 800 milioni, dei finanziamenti previsti, nell’area di Tor Vergata, non prevedendo in realtà nuove opere infrastrutturali di rilievo, in una città ormai al collasso perché quasi del tutto priva di un moderno sistemo di trasporto pubblico intermodale. Continua a leggere →

20 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Anni Ottanta Ideali Eterni

di Andrea Cortellessa

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Questo articolo è apparso il 10 ottobre 2016].

«Lo so a cosa pensate tutti, gli anni Ottanta sono finiti. Bei momenti, tutto era possibile. Fatturato alle stelle, ci siamo divertiti, siamo andati a letto tardi. Oggi c’è la crisi, è vero, e qui a Publitalia la raccolta pubblicitaria è in calo. Ma gli anni Ottanta sono uno stato mentale, possono tornare e durare per sempre, dipende solo da voi». Non sono sempre di questo livello, ma la battuta che rivolge a Marcello Dell’Utri Leo Notte (copywriter di fantasia – interpretato dall’ideatore della serie, Stefano Accorsi – che “inventa” il brand «Forza Italia») è fra quelle memorabili di 1992, andata in onda su Sky l’anno scorso e su La7 qualche settimana fa. La battuta s’ispira a una realmente pronunciata – ma senza la berlusconiana coazione all’ottimismo – da Gianni Agnelli, all’assemblea degli azionisti Fiat, il 29 giugno 1990: «Signori, la festa è finita».

Nel ’92 la festa stava davvero finendo, ma è altrettanto vero che da allora uno stato mentale o, anche e meglio, un modello culturale – e insomma, una metafora – sono stati gli Eighties. Anni Ottanta Ideali Eterni, si può dire, sono il Sottofondo italiano di cui parla Giorgio Falco: «il senso di prigionia di una nuova stagione ritmata dai jingle, dalle promozioni», nel quale «crediamo ancora di governare la superficie ininterrotta, che invece ci compone». In un ricco libro recente di Paolo Morando (che dà annalistico seguito al sorprendente Dancing Days) spicca la sintonia, casuale e perciò significativa, fra gli editoriali di Michele Serra sulla Repubblica e Massimo Gramellini sulla Stampa, il giorno dopo la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, il 31 maggio 2011: «Ieri sono finiti per sempre gli anni ottanta italiani». Entrambi insistendo sulla loro lunghezza: se il Novecento è stato il «secolo breve», iniziato con 14 anni di ritardo (colle pistolettate a Sarajevo) e finito con 11 d’anticipo (col crollo a Berlino), gli Ottanta sono stati «il decennio più lungo della storia del mondo» (Serra), prolungandosi un ventennio oltre la sua conclusione. Sul fatto però che siano finiti, gli anni-metafora, concorda pure chi li giudica all’opposto, Carlo Freccero, che ancora nel 2015 perseverava: «una vera rivoluzione di costume, una liberazione e un godimento in cui, con dieci anni di ritardo, si ottiene quel che si sperava nel ’68. Si dimentica l’impegno e si comincia a ballare. Tutto ciò, mai come oggi, si tinge di nostalgia. È come un Eden perduto». Continua a leggere →