Le parole e le cose

Letteratura e realtà

20 settembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Luci, ombre & penombre

Playlist di Alessandro Bellan

[Alessandro Bellan (1966-2014) aveva da poco inviato questa selezione di brani per Le parole e le cose, contando di continuare una collaborazione che aveva preso avvio con la playlist del 26 luglio. Con la sua prematura scomparsa, la filosofia italiana perde uno dei più lucidi e originali interpreti della teoria critica e della filosofia sociale contemporanea (it)].

Joy Division, Shadowplay (Granada TV 20.9.1978, poi in Unknown Pleasures, 1979)

 

Wim Mertens, Tout Est Illuminé (Integer Valor, 1999)

 

16 Horsepower, Cinder Alley (Secret South, 2000)

 

Toni Bruna, Pai de la luce (Formigole, 2013)

19 settembre 2014
Pubblicato da Adelelmo Ruggieri
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C’è qualcuno

cropped-Texas.jpgdi Renata Morresi

[Questa è la nona puntata della rubrica dedicata alle piazze a cura di Adelelmo Ruggieri. In precedenza erano usciti i testi di Enrico CapodaglioFranca MancinelliLinnio AccorroniEliana PetrizziMarilena RendaEnrico De VivoAntonella Anedda e Nadia Agustoni].

L’ho subito cercato, il posto dove ci si vede, trova. Nella mia testa ingenua doveva essere la piazza, la piazzetta, il corso, o almeno, come negli anni dell’adolescenza più opaca, il bar della stazione e, soprattutto, il cassonetto all’angolo. “Ci vediamo al buzzico”, “Ci troviamo là” – si diceva, forse persino un poco compiaciuti dello squallore (ma no, c’eravamo troppo nati per esserne coscienti). Non era la stessa cosa a Austin, Texas. Il primo giorno, dal quindicesimo piano della mia stanza allo studentato guardai nella notte sfolgorante di luce della capitale, così costellata di giallo e di rosso, così fiammeggiante di centomila radiazioni, così brulicante che sembrava bruciare tutti i petroli del South-West. Guardai il rettangolo celeste-ciano della piscina al piano terra, e i contorni squadrati d’un cielo di grafite e scie violacee, e i grandi lego imponenti montati in bilico su di uno sfondo ampio di deserto. Guardai persino il vetro, mi ricordo, pensando ad un acquario. Dal silenzio ronzante della mia stanza condizionata guardavo, guadavo la mente. Sarei andata lì, e lì, decisi, tracciandomi come una punta di matita per le strade, a vedere, trovare. Voleva tutto la testa tutta sola. Niente era così lineare. Il giorno dopo, da sotto, coi 105 Fahrenheit e il vento caldo e secco, ogni cosa era a un’altra distanza. Le strade larghe venti metri, il numero civico mille e oltre. L’unico negozio raggiungibile a piedi, lo store di una stazione di servizio, ciascun cibo un diverso colore luminescente. Per strada c’ero io, c’era qualche barbone. I marciapiedi lisci e lunghi come tappeti, privi di gradini, appoggi, maniglie, insenature, erano scivoli urbani. Palazzi e grattacieli sembravano non avere facciate, solo fianchi, finestre a specchio senza impugnature, oggetti impermeabili. Non vi era motivo di sostare. Neanche i vagabondi riuscivano a indugiare. Qui forse starebbe bene un pensiero su quanto scivola la vita (eppure è ispida, raspa). Scoprii poi che anche altri posti manifestavano la stessa istanza di liscezza, evasività. Appena fuori città leggevi lungo le grandi strade provinciali, filmicamente lunghe-lunghe: divieto di fermata, pericolo, no standing, trespassers will be shot. Dov’erano gli altri? Continua a leggere →

18 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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I tempi migliori (i tempi peggiori)

cropped-Klat_Alfredo_Jaar_Questions_3.jpgdi Nicola Lagioia

[Esce in questi giorni per Galaad Edizioni Nessuna militanza, nessun compiacimento. Poveri esercizi di critica non dovuta, il nuovo libro di Antonio Tricomi, con una prefazione di Nicola Lagioia e una postfazione di Goffredo Fofi. Quella che segue è la prefazione di Lagioia]

Quale può essere oggi, non solo in Italia, dopo la fine della modernità, il ruolo dell’intellettuale. E ancora più nello specifico, cosa dovrebbero fare o meglio essere, gli intellettuali nati in Italia dopo l’inizio degli anni Settanta, per non cedere alla tentazione di compensare con la falsa moneta del compiacimento (fosse anche quello della catastrofe) la perdita reale di terreno sotto i piedi che in questi anni si è prodotta in modo tanto lampante. Cosa fare, soprattutto, per conservare il rispetto di sé e rimanere vivi. Sono queste, tra le tante sollecitazioni, le domande che con più urgenza (o forse sono i casi in cui l’urgenza di lui che scrive e me che leggo coincidono con maggior forza) serpeggiano tra i saggi, le riflessioni, gli sfoghi (come lui chiama certe ferite aperte) contenuti nel libro di Antonio Tricomi che vi apprestate a leggere.

Un mondo ci è appena crollato alle spalle e non se ne vede un sostituto che non prometta miseria, solitudine, stoltezza dei grandi mediatori, forse violenza. Sembra quasi che Tricomi indaghi questo crollo per cerchi concentrici, facendone una questione privata non prima di aver inserito quest’ultima nella cronaca e sullo sfondo degli anni che stiamo vivendo: un’indagine sull’attuale stato delle cose a propria volta collocata in un contesto storico di portata assai più vasta. Continua a leggere →

17 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Jucci

cropped-P-10-08-02__Bernried_2010_1024x683_9ecd86c71f_54f622c6b3.pngdi Franco Buffoni

[È uscita ieri Jucci (Mondadori), la nuova raccolta di poesie di Franco Buffoni].

Quando dalle spalle mi sfilerai lo zaino

Quando dalle spalle mi sfilerai lo zaino
E’ troppo pesante, non lo puoi più portare
E con gesto deciso indicherai
Il luogo dell’approdo,
Cadrà neve d’agosto
Sarà sera
E lampada ai miei passi
Sarà la tua parola.

Ossa giunture tendini
L’intero armamentario
Sono qui finalmente non
Te li sottraggo più.

Protettore dell’orizzonte dio solare sfinge,
Se quercia fossi stato o alloro almeno,
Rose mirto viole le piante sacre
A Venere le avrei donato.

*

Dall’altro mondo

Ma sì ma sì fatina mia
Che hai chiuso gli occhi nell’altro millennio
Sono convinto anch’io che per capire
Davvero quello che dicevi
Ci voleva l’undici a New York
Ci voleva per me
Che non so dire…

Ma dovevi dirmela la storia delle Gorgoni,
Non tacere sempre perché poi
Me le sarei trovate davanti,
Come ora che cammino ansimante e giro al largo
Dalle ombre che trascinano
Sacchi pesanti tra i vecchi
Grattacieli di New York
Ingrigiti dal tempo.

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16 settembre 2014
Pubblicato da Guido Mazzoni
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Classicismo e sperimentazione. Intervista a Giovanni Raboni

cropped-Portrait001501.jpga cura di Guido Mazzoni

[Dieci anni fa moriva Giovanni Raboni. Una prima versione di questa intervista è uscita su «Allegoria» (IX, 25, 1997). In questi giorni Einaudi pubblica un volume, curato da Rodolfo Zucco, che raccoglie tutte le poesie di Raboni].

Nel corso degli anni Ottanta, fra Canzonette mortali (1986) e Versi guerrieri e amorosi (1990), lei scopre la forma chiusa, che non aveva mai impiegato nei suoi libri precedenti, e concepisce la scrittura poetica come una forma di anacronismo. È il suo cambiamento di poetica più rilevante e assomiglia a due esperienze letterarie molto diverse fra loro: alle scelte di alcuni poeti nati negli anni Cinquanta che hanno adottato le forme chiuse (Valduga, Held, Frasca e altri) e agli ultimi libri di Fortini.
Io sono più portato a parlare dell’aspetto formale, quello su cui la volontà ha agito più chiaramente. Per quanto riguarda lo spostamento tematico il discorso è più complicato. Sicuramente sono stato colpito dal lavoro di alcuni poeti molto più giovani di me che hanno recuperato la forma chiusa. Questi poeti, a loro volta, erano stati impressionati, per esempio, dall’Ipersonetto di Zanzotto e dallo stesso Fortini. Il lavoro di formalizzazione dell’informale che mi aveva interessato fino a quel momento mi sembrava, per quanto riguardava la mia poesia, un po’ esaurito e, in linea generale, mi sono convinto che lo stesso lavoro di liberazione metrica che attraversa tutto il secolo si sia a sua volta un po’ esaurito. Il ritorno alla prigione metrica significa fare un passo indietro per ritrovare uno slancio di libertà anche formale. Questa soluzione è stata in parte suggerita dal mio stesso lavoro, in parte dall’esempio di altri, e in parte da una riflessione di tipo teorico. È stato un avvicinamento graduale ma ha avuto il carattere complessivo di una svolta, prima formale e poi tematica, ed è approdato a quella teoria dell’anacronismo che ho mutuato da Goethe. Essa trova un’applicazione sostanziale in Versi guerrieri e amorosi. Il libro è una sorta di memoria della guerra volutamente spiazzata, con un piede nel passato e uno nel presente. In Versi e guerrieri e amorosi c’è anche qualcosa di giocoso e sperimentale. Nella fase successiva, in Ogni terzo pensiero (1993), questo aspetto è attenuato.
Il sonetto, comunque, è diventato il modo in cui io oggi penso la poesia. D’altra parte, quasi contemporaneamente ho cominciato a lavorare contro il sonetto. I miei sonetti rispettano lo schema ma allo stesso tempo cercano di disfarlo, di metterlo in discussione, per esempio con un gioco di accenti, di rime sulle particelle e sulle congiunzioni. Continua a leggere →

15 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Israele oggi

cropped-WaltzBashir3.jpgintervista a Eva Illouz

[Eva Illouz è una delle più importanti sociologhe contemporanee. Insegna all’Università ebraica di Gerusalemme, collabora con «Haaretz». Una versione più breve di questa intervista è uscita il 4 agosto 2014 sul sito di «Der Spiegel». Partendo da una riflessione sull’intervento militare nella Striscia di Gaza, Illouz descrive a un pubblico europeo la condizione attuale di Israele. L'intervista originale è in inglese]

Perché la guerra non si ferma?
Israele vuole una vittoria militare completa. Ci sono state molte operazioni simili negli ultimi anni e il fatto che si ripetano suggerisce che non sono definitive. Netanyahu pensa come un militare. Probabilmente crede di dover riportare una vittoria militare tangibile che gli dia tranquillità per un tempo lungo. Guardiamo al suo rapporto con Hamas: si è sviluppato solo in termini militari. Lo scambio di prigionieri e il cessate-il-fuoco sono stati, negli anni, la sola forma di scambio: una relazione puramente militare. Inoltre la coscienza di non essere riuscito a neutralizzare i tunnel probabilmente spinge Netanyahu a mostrare quanto sia grande la sua determinazione nel distruggere la capacità di combattere di Hamas. I tunnel sono stati uno choc notevole per Israele. L’idea che ‘loro’ stavano scavando sotto terra nel terreno e che sarebbero potuti sbucare al centro del tuo salotto o del tuo giardino ha contribuito molto a far crescere nella psiche israeliana l’idea di “farla finita con Hamas”.

Netanyahu è il leader militare di una società militarizzata. E’ per questo che la popolazione lo sostiene?
Israele è, a un tempo, una potenza militare coloniale, una società militarizzata e una democrazia. Questo vuol dire, per esempio, che l’esercito controlla i palestinesi attraverso una vasta rete di dispositivi coloniali: posti di blocco, tribunali militari governati da un sistema legale diverso da quello israeliano, punizioni di vario tipo come la concessione arbitraria di permessi di lavoro, demolizioni di case, sanzioni economiche. È una società civile militarizzata perché quasi ogni famiglia ha un padre, figlio o fratello nell’esercito, e perché il servizio militare ha un ruolo enorme nella mentalità dell’israeliano comune, è cruciale nelle decisioni politiche e nella sfera pubblica. Direi che la “sicurezza” è il concetto decisivo che governa la società e la politica israeliane. Ma Israele è anche una democrazia che garantisce diritti ai gay e consente a un cittadino di far causa contro lo Stato. Continua a leggere →

14 settembre 2014
Pubblicato da Mauro Piras
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La scuola di Renzi /1. Niente più precari?

cropped-image3.jpgdi Mauro Piras

Domani, 15 settembre, inizia l’anno scolastico. E inizia la consultazione online promossa dal governo sul piano di riforma della scuola (La buona scuola). Io non credo molto nelle consultazioni online. Né credo in questa orizzontalità falsamente democratica per cui si dovrebbero ascoltare le voci di tutti, messe tutte sullo stesso piano. La democrazia, invece, è la possibilità di far pesare, su una decisione, le voci dei gruppi interessati e competenti, per garantire la rappresentanza delle persone toccate da quella decisione. La presentazione del piano per la scuola da parte del governo offre questa occasione, ora: che associazioni e organizzazioni della scuola e della società civile si esprimano, non tanto online, quanto nelle sedi istituzionali, nel sistema politico e nei media, per portare a una revisione o correzione di questo piano. È importante che chi ha l’autorità e la competenza per farlo intervenga, in questi mesi, per farsi carico della possibilità di modificare profondamente alcuni assetti della scuola.

Il piano per la scuola del governo Renzi, infatti, è ambizioso. Al di là delle dichiarazioni altisonanti, forse esagerate, è indubbio che propone cambiamenti radicali. Se si facesse tutto quello che è previsto lì dentro, nonostante le lacune e le approssimazioni, la scuola italiana sarebbe rivoluzionata, al di là del giudizio che si può esprimere sull’operazione. L’errore più grande, quindi, sarebbe sottovalutare la portata di quello che sta accadendo, pensando che in fondo le novità non sono così grandi e che il governo non farà tutte quelle cose; perché in tal caso si rischierebbe di subire passivamente una trasformazione profonda e però squilibrata. Oppure, altrettanto sbagliato sarebbe ritenere che si tratta della solita operazione avventurosa sulla scuola, contro cui scagliarsi con il solito umore malmostoso di cui sono specialisti i docenti italiani; perché questo progetto di riforma cerca di attaccare alcuni nodi nevralgici molto sentiti dall’opinione pubblica e dallo stesso mondo della scuola, e sottovalutare questi problemi significa restare per sempre, sterilmente, sulla difensiva. Il piano di riforma va preso sul serio, nelle sue scelte politiche, che vanno esaminate una per una. Propongo qui un primo tentativo di analisi, ancora approssimativo, perché i due mesi della consultazione, che dovrebbero trasformarsi in due mesi di dibattito pubblico sulla riforma, offriranno sicuramente molte possibilità di chiarire meglio i problemi. Continua a leggere →

12 settembre 2014
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Il calzolaio Arnold

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di Earl Lovelace (trad. di Silvia Nicolini)

[Da oggi fino a domenica, a Bellinzona, si svolge Babel (qui il programma), Festival di letteratura e traduzione diretto da Vanni Bianconi. Quest'anno il festival è dedicato alle lingue delle Antille e ospiterà scrittori e scrittrici provenienti da Trinidad, Cuba, Giamaica, Martinique, Haiti, Repubblica Dominicana, Bahamas. Gli autori caraibici dialogheranno con traduttori e traduttrici italiani e svizzeri. Pubblichiamo in esclusiva un racconto di uno dei protagonisti del Festival, lo scrittore di Trinidad e Tobago Earl Lovelace].

Il calzolaio Arnold se ne stava sulla soglia della sua piccola bottega da calzolaio con le mani sui fianchi, impettito in quella caparbietà padronale mai sconfitta, come ad annunciare, non senza una certa soddisfazione, che se in vita sua non aveva trionfato, nemmeno il mondo lo aveva sconfitto. Sarebbe difficile, però, immaginare come sconfiggerlo, perché emanava un’irascibilità così salda, tenace e ostinata, sprigionava una tale disponibilità al conflitto, che se i Guai dovessero scegliere qualcuno con cui scontrarsi, quel qualcuno non sarebbe certo il calzolaio Arnold. Per lui il mondo era la sua bottega da calzolaio. Lì lui era il padrone, e chi entrava doveva arrendersi non solo alla sua opinione su scarpe, pelle e apprendisti calzolai, ma anche al suo punto di vista su politica, donne, religione, oggetti volanti, o la miriade di argomenti su cui decideva di dissertare, così che negli anni si era conquistato una posizione per cui nessuno degli abitanti del villaggio si prendeva il disturbo di contraddirlo, e a chi osava conservare un punto di vista contrario a quello che affermava lui faceva notare prontamente: «Questo posto è mio. Qui faccio come mi pare a me. Dico quello che voglio. Se non vi piace, quella è la porta». Continua a leggere →

11 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Tutti gli uomini del re

cropped-2006-10-30-ent_kings3.jpgdi Remo Ceserani

[Questo intervento è uscito su «Alias – il manifesto»].

È stata una buona idea quella delle case editrici 66thand2nd e Feltrinelli, di pubblicare nella nuova traduzione di Michele Martino il classico romanzo di Robert Penn Warren Tutti gli uomini del re, a suo tempo (1946) insignito del Pulitzer Prize e reso famoso da una trasposizione teatrale curata dall’autore stesso e messa in scena nel 1947 a New York dal grande regista tedesco Erwin Piscator, e poi da una trasposizione televisiva diretta da Sidney Lumet (seguita da altre di altri registi) e da due trasposizione cinematografiche, diverse ma entrambe interessanti, una più libera diretta nel 1949 da Robert Rossen con Broderick Crawford nei panni del protagonista e l’altra, più fedele al romanzo, diretta da Stevan Zaillian, con Sean Penn come attore principale (tre premi Oscar). Il romanzo era già uscito in traduzione italiana nel 1968 da Garzanti (ripreso dal Club degli editori), ma la nuova edizione ha il vantaggio di basarsi su una versione originale restaurata a cura di Noel Polk e pubblicata da Houghton Mifflin Harcourt. Essa è in più punti diversa da quella che abbiamo letto tutti, con un nome diverso del protagonista – non più Willie Stark ma Willie Talos –, con molte varianti e divisioni diverse dei capitoli. Continua a leggere →