Le parole e le cose

Letteratura e realtà

30 luglio 2016
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La TV prima delle serie TV. Nascita e morte del teledramma negli Stati Uniti

di Gianluigi Rossini

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 14 settembre 2015.
Una versione più lunga di questo intervento è uscita su Between].

Siamo ormai abituati a sentire che la televisione contemporanea si trova in una sorta di età dell’oro, un momento di creatività elevatissima e di risultati straordinari. Normalmente questo tipo di affermazioni fa riferimento a alcune serie TV, una forma televisiva particolare che è diventata un po’ il prodotto televisivo per eccellenza, in particolare per quanto riguarda la fiction. I personaggi ricorrenti che diventano quasi membri della famiglia, la possibilità di costruire un racconto che si dipana lungo un numero di ore improponibile per qualsiasi altra forma visuale, la tensione tra ripetizione e innovazione in ogni episodio: la serie sembra sfruttare al meglio alcune delle caratteristiche intrinseche del medium.

Eppure quando la televisione ha iniziato a diffondersi, tra la fine degli anni ’40 e la prima metà degli anni ’50, la serie era solo una delle forme possibili di racconto televisivo e non era né la più diffusa  né la più prestigiosa. Come ben sa chi ricorda l’invasione dei “telefilm americani” negli anni ’80, la serie TV è una forma che ha avuto il suo laboratorio e il suo centro di irradiazione negli Stati Uniti. Le televisioni europee hanno continuato per lungo tempo a preferire le serate-evento o le miniserie in una manciata di puntate. Come ha scritto Todd Gitlin nell’ancora fondamentale Inside Prime Time (1983): «Non c’è nessun imperativo tecnologico dietro alla serie di lunga durata [long-running series]. Serie limitate a sei o tredici episodi sono comuni in Europa. Perché i personaggi ricorrenti non sono sempre e comunque alla base della cultura popolare? Forse gli americani hanno più bisogno di figure familiari rispetto agli inglesi, che hanno nei reali la continuità di una quasi-famiglia? Le teorie che partono dalle richieste dell’audience si trovano sempre in conflitto con il fatto che il gusto popolare non nasce spontaneamente, viene costruito». La serie TV è il risultato di una certa evoluzione dell’industria televisiva. Può essere utile, quindi, ricordare che anche negli Stati Uniti, in un certo momento storico, ci sono state altre forme di racconto televisivo che hanno raggiunto grande successo e prestigio. Continua a leggere →

29 luglio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’importanza di essere piccoli (2-6 agosto 2016)

cropped-locandina-con-programma-1.jpgL’importanza di essere piccoli

Poesia e musica nei borghi dell’Appennino
VI edizione dal 2 al 6 agosto
un progetto associazione arci “SassiScritti”

locandina-con-programma

 


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29 luglio 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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Contro Lang Lang

cropped-cropped-Lang_Lang.jpgdi Guglielmo Pianigiani

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 26 luglio 2015].

Nelle recenti settimane la televisione italiana ha diffuso, in diretta, alcuni concerti del giovane pianista cinese Lang Lang. Oltre all’inaugurazione dell’Expo di Milano, Lang Lang si è esibito a Firenze, Roma, Torino, e di nuovo a Milano (Teatro degli Arcimboldi). Ormai non si può parlare più di giovane promessa: il pianista trentatreenne è una delle star più richieste e contese fra le sale concertistiche e gli eventi musicali del pianeta. Ciò che vorrei provare a indagare è la natura, a mio avviso paradossale, di questo successo. La tesi di fondo è che Lang Lang risponde in toto all’estetica del postmoderno, nei pregi e soprattutto nei difetti. Vi è sempre un momento, nello star-system globalizzato, in cui l’immagine supera il contenuto, il marketing l’effettivo valore, l’apparenza la sostanza. Per rimanere nell’ambito della musica “colta”, è il caso di fenomeni difficilmente spiegabili quali Bocelli e Allevi, in cui si manifestano – da un lato – una voce artificiosa e intubata (termine tecnico) e – dall’altro – una personalità infantile e di scarsa profondità musicale (minimalista e new-age).

Il caso Lang Lang, tuttavia, mi appare più interessante, anche perché il livello dell’artista è senza dubbio superiore a quello degli due appena citati. Per entrare nel suo mondo credo che risultino assai utili alcuni riferimenti alle Lezioni americane di Calvino, pubblicate postume e incompiute nel 1988. Con quel testo Calvino tracciava le coordinate ideologiche e mentali del postmoderno, individuando costanti e ambiti di dominio categoriale. Una sorta di asse cartesiano di topoi in grado di far leggere la nostra epoca sotto il reagente di elementi-chiave, potenti come formae mentis imprescindibili e diffuse: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Risulta sorprendente come ciascuna di esse sia del tutto compatibile con lo stile esecutivo di Lang, al punto da costituirne un inconsapevole presupposto ideale, oppure da far ipotizzare nel pianista la loro concretizzazione (e banalizzazione) postuma. Analizziamole una per una. Continua a leggere →

28 luglio 2016
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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L’umorismo non è donna: un made in Italy intramontabile

cropped-cropped-Sophia-Loren.jpgdi Clotilde Bertoni

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 5 giugno 2015].

[Una prima versione di questo saggio è uscita sul numero 68 di «Allegoria»].

Nel più insolito film di Francesco Rosi, l’incantevole C’era una volta, la popolana Isabella, interpretata da Sophia Loren, subisce un torto che minaccia di distruggerla; ma in suo soccorso arriva un santo molto eccentrico, lo scalcinato e spassoso San Giuseppe da Copertino, il quale le raccomanda di non ascoltare le prediche sulla virtù della rassegnazione e sulle gioie dell’aldilà che stanno per rivolgerle santi più canonici, e la incita invece a ribellarsi, a cercare la felicità e la giustizia in questo mondo: Isabella saprà dargli retta e trovare il modo di reagire. Uscito nel 1967, il film, a dispetto della sua strutturazione fiabesca, esprime intensamente la pressione della metamorfosi, i fermenti delle proteste in corso: come gli altri film del regista, come tanti film di quel tempo. Ma fa anche qualcos’altro, impernia la forza della rabbia, l’importanza della ribellione, su un personaggio femminile; e per classico che sia l’intreccio (fine ultimo di questa ribellione è il topico matrimonio con un principe), si tratta comunque di una scelta insolita per il cinema italiano: in cui le donne sono condannate alla dimensione che il femminismo di matrice esistenzialista definisce “relativa”, cioè vincolate alla prospettiva e agli interessi maschili, schiacciate in una condizione di passività, prive dell’energia desiderante per definizione molla propulsiva dei grandi intrecci[1]. Continua a leggere →

27 luglio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Declino e fine della letteratura “di una volta”

cropped-cropped-COOLCAR.jpgdi Gianluigi Simonetti

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 18 maggio 2015].

[Una prima versione più estesa di questo saggio è uscita su «Ricomporre l’infranto». Si tratta della sbobinatura di un intervento orale. Pubblico qui una sintesi della prima parte, che conserva comunque lo stile un po’ sbrigativo imposto dalle circostanze in cui il testo era nato. Di qui anche l’assenza di note e di bibliografia].

1. Innanzitutto due parole sul titolo scelto per questo incontro. Quella di letteratura “di una volta” è categoria anche un po’ ironica: allude a un rimpianto molto diffuso, soprattutto nelle università o nei licei, per quell’antropologia letteraria all’ingrosso moderna e in particolare postromantica, otto-novecentesca, che conferisce all’arte un ruolo di rilievo assoluto nell’educazione sentimentale dei cittadini, alla letteratura un posto chiave all’interno del sistema delle arti. La letteratura sarebbe il linguaggio artistico per eccellenza, quello in cui più forte sopravvive il mandato etico e quasi religioso che la modernità gli aveva conferito; nel linguaggio letterario si sedimentano i valori per vivere bene in società e conoscere l’esistenza nel più profondo dei modi.

Accanto a questa idea nobile e forte di letteratura naturalmente c’è sempre stato uno spazio grande per la letteratura di consumo. Ma i due aspetti non si contraddicevano, anzi si legittimavano a vicenda, sia perché erano teoricamente separati, sia perché si riferivano a due tipi di lettore che potevano occasionalmente sovrapporsi ma che restavano a priori diversi:

– La grande letteratura forma le coscienze, interpreta il mondo (compreso quello che non si vede) e insegna a vivere e attraverso una forma, uno stile e un determinato uso della lingua. Il piacere di leggere fa parte integrante di un atto conoscitivo e non è separabile da esso.

– La letteratura di consumo è mero intrattenimento. Non c’è niente da scoprire o da imparare, anzi il divertimento può nascere dalla ripetizione dell’uguale, o da qualche innocua variazione sul tema. Continua a leggere →

26 luglio 2016
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La realtà. Hegel oggi

cropped-cropped-Untitled-1.jpgIntervista a Luca Illetterati, a cura di Alberto Gaiani

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 3 giugno 2015].

Wirklichkeit è una delle parole tedesche che significano realtà ed è una delle parole-chiave della filosofia di Hegel. Su questo concetto si terrà dal 3 al 5 giugno a Padova un importante convegno internazionale. Vi parteciperanno, tra gli altri, studiosi della filosofia classica tedesca del calibro di Robert Pippin, Jean-François Kervégan, Birgit Sandkaulen. Ne abbiamo parlato con Luca Illetterati, che, con Francesca Menegoni, è l’organizzatore del convegno.

Sembra che Hegel sia tornato, se non al centro della scena, perlomeno sulla scena. Siamo di fronte a un neo-neoidealismo? A una Hegel-Renaissance in senso generale?

Non credo si possa parlare di una Hegel-Renaissance. Tanto meno di un neo-neoidealismo (che rimane comunque, soprattutto nella sua versione gentiliana, per quanto sostanzialmente non studiato, l’apice della filosofia italiana degli ultimi centocinquant’anni). C’è però indubbiamente a livello internazionale una rinascita di interesse nei confronti della filosofia di Hegel. Molto è dovuto ai cosiddetti neohegeliani di Pittsburgh, John McDowell e Robert Brandom, che hanno ‘usato’ Hegel all’interno di dibattiti e contesti tradizionalmente ostili o indifferenti nei confronti della filosofia dell’idealismo tedesco. Al di là di questo è però interessante che in varie parti del mondo siano attivi in questo momento progetti di ricerca che connettono la filosofia di Hegel alle dinamiche del mondo contemporaneo. Un esempio può essere la grande discussione sul tema del riconoscimento. L’idea che le soggettività si costituiscano all’interno di un processo di riconoscimento è una tematica hegeliana ed è una tematica di grandissima attualità, si pensi alle discussioni sul multiculturalismo. Su questo lavorano gruppi di ricerca a New York, alla Columbia, in Brasile, a San Paolo, in Finlandia, in Italia, in Francia. In questo senso credo si possa parlare forse di un neohegelismo nell’ambito dell’analisi dei fenomeni sociali. Io ritengo che la grande attenzione che oggi viene dedicata al problema dell’ontologia sociale possa essere letta come una rinascita di interesse nei confronti di quello che Hegel chiamava lo spirito oggettivo. E ritengo che il concetto hegeliano di spirito oggettivo non sia ancora stato ‘sfruttato’ adeguatamente nell’ambito delle ricerche di ontologia sociale. Continua a leggere →

25 luglio 2016
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Unibo’s Got Talent. L’università nell’epoca del talent show

cropped-cropped-cropped-Got-talent-world-stage-2.jpg[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 21 aprile 2015].

di Federico Bertoni

Qualche giorno fa ricevo un messaggio indirizzato a tutti i dipendenti e agli studenti dell’Università di Bologna, e da quanto capisco anche a un indirizzario di contatti molto più ampio (l’ufficio marketing di Unibo adora i grandi numeri, spiattellati su siti e brochure: 3.000 docenti e ricercatori; 8.000 convenzioni con aziende e istituzioni; 15.000 laureati all’anno; 500.000 laureati negli ultimi trent’anni, praticamente una città…). Il mittente si chiama “ReUniOn”. L’oggetto: “Il primo raduno mondiale dei laureati dell’Alma Mater”. In calce al messaggio il marchio dell’evento, contatti Facebook e Twitter, poi il logo dell’Università di Bologna: “Alma Mater Studiorum A.D. 1088”. Non mi avventuro in polemiche sui risvolti economici del progetto, anche se una kermesse che costerà centinaia di migliaia di euro è uno strano modo per celebrare anni trascorsi a piangere sulla contrazione dei finanziamenti all’università pubblica (meno servizi, meno personale, meno borse di studio, meno progetti di ricerca ecc.). Mi limito a immaginare gli autorevoli membri del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo che approvano un piano di fattibilità crivellato di target, format, fundraising e via dicendo. Ma per ora mi interessano soprattutto gli aspetti comunicativi e – diciamo così – estetici della questione.

Innanzitutto, ReUniOn è giovane e dinamica (forse è un’amica di Matteo Renzi, ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico). E infatti mi dà subito del tu: “Il 19, 20 e 21 giugno a Bologna c’è un appuntamento che non puoi perdere: ReUniOn, il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna. L’Alma Mater festeggia con tre giorni di incontri, dibattiti, musica e spettacoli nelle piazze della città. Iscriviti e rimani informato:http://www.reunion.unibo.it”.

Di media e tv non capisco granché, ma negli ultimi tempi ho intuito (ho pur sempre due figli adolescenti) che qualcosa è cambiato: il modello egemone non è più il reality ma il talent show. ReUniOn lo sa: “Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in tanti modi: Se la tua passione è la musica, ReuniONmusic è il palcoscenico per te! ReuniONmusic è l’evento aperto a docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti dell’Ateneo di oggi e di ieri che praticano la musica a livello amatoriale di qualità e desiderano esibirsi dal vivo, in gruppo o singolarmente. Candidati per suonare o cantare in piazza, nei giorni dell’evento: www.reunion.unibo.it/reunionmusic/ (Leggi il regolamento ed inviaci la tua candidatura compilando il modulo di iscrizione entro il 20 aprile)”. Continua a leggere →

24 luglio 2016
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Popular Poetry. Rock e poesia

cropped-1QbcdE7zksMH_gwX-vee4w.jpegdi Giulia Sarno

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 27 maggio 2015].

Esce oggi Appunti di rock 2. Dai Beatles ai Radiohead (Il foglio letterario), a cura di Andrea Gozzi. Ne fa parte il saggio di Giulia Sarno Lou Reed: American “Poet”, di cui pubblichiamo i primi due paragrafi].

Poeti di ieri, poeti di oggi

«Il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni». Se questa affermazione di Pier Vittorio Tondelli poteva suonare provocatoria nell’Italia della fine degli anni ’80 (Poesia e rock è un saggio datato 1987-1989), oggi l’opinione che gli autori di canzoni meritino (e il verbo non è usato a caso) l’appellativo di poeti è estremamente popolare. Dalla fantomatica candidatura di Bob Dylan al nobel per la letteratura, che regolarmente torna a scatenare dibattiti sempre uguali, ai discorsi da bar in cui De André viene incoronato massimo poeta del Novecento italiano, ai necrologi di Lou Reed, immancabilmente salutato come poeta del rock. Tondelli gongolerebbe nel mondo di oggi. Vero è che le smentite abbondano: critici letterari e (etno)musicologi si sbracciano in ogni sede possibile, dalle aule universitarie ai saggi specialistici agli interventi pubblici più disparati, per correggere il tiro, per mettere in guardia sulle semplificazioni, fornendo prove difficilmente controvertibili del fatto che identificare testi musicali e poesie è un grossolano atto di ingenuità critica. E in verità non è necessaria una preparazione accademica specifica per capire che le differenze sono enormi, e che schiacciarle significa non rendere giustizia né all’una né all’altra forma artistica. Non è neanche necessario, anche se molto utile, tracciare una storia della testualità per musica, forma compositiva dalla storia millenaria che corre parallela a quella della poesia, non di rado con questa intrecciandosi. Il rapporto archeologico[1] che lega parola e musica ha assunto nel corso del tempo innumerevoli configurazioni: ripercorrerle tutte, dalla lirica greca al madrigale cinquecentesco, alla librettistica d’opera, al lied tedesco, alla chanson francese fino alla nostra popular music, è un’esperienza chiarificatrice, nonché utile per sfatare tanti miti (un solo esempio, quello dei trovatori provenzali come cantautori ante litteram), ma è un’esperienza di cui, in questa sede, dobbiamo per forza di cose fare a meno. D’altronde, appunto, questo percorso cronologico non è strettamente indispensabile, perché basta mettere a fuoco e confrontare sincronicamente poesia e canzone per rendersi conto della distanza tra le due forme. Ciò che caratterizza il testo musicale è la sua natura intrinsecamente orale-performativa: un testo musicale nasce per essere cantato, dunque esposto oralmente attraverso quella particolare forma di esecuzione che è il canto. Cantare un testo vuol dire eseguirlo melodicamente, intonandolo secondo una successione determinata di suoni musicali, ovvero utilizzando i fonemi che compongono le parole per comporre un movimento melodico. E non solo: il testo musicale viene cantato sopra una musica, è parte integrante della composizione musicale, dunque a questa deve accordarsi in modo tale da formare quel tutto che chiamiamo canzone.

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23 luglio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Ibridazioni. Intervista a Valerio Magrelli

cropped-cropped-CABA09551.jpg[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 6 maggio 2015].

a cura di Francesca Santucci

Francesca Santucci: Cominciamo da una domanda sulla scrittura. A partire da Ora serrata retinae, la sua scrittura evolve in una parabola sempre più vicina alla prosa (penso alla sua terza raccolta, Esercizi di tiptologia, per cui qualcuno ha parlato di “proesia”); viceversa, nei libri di prosa, troviamo spesso innesti di alcuni versi (c’è un meccanismo di ready made linguistico di cui lei ha parlato anche ne L’enigmista e l’invasato). A proposito di questa ibridazione tra prosa e poesia, qual è il discrimine (se lei ritiene che esista), tra la sua produzione poetica e prosastica?

Valerio Magrelli: Si tratta davvero di un’ibridazione. Non c’è un compromesso, una via di mezzo: la poesia e la prosa sono proprio due correnti che si intersecano; certo, la seconda nasce successivamente, esattamente dodici anni dopo che avevo pubblicato i versi: i primi versi sono dell’80, le primi prose del ’92. Dopo dodici anni, scopro una strada per la prosa, una soluzione che mi evita l’invenzione di personaggi. FS: Ne ha parlato come di “saggismo autobiografico”. MV:Esatto. Io le chiamo “prose”, ma mi trovo bene nella definizione di “saggismo autobiografico” e, perfettamente, anche con la tanto famosa autofiction. Se vogliamo, è quella strada maestra del Novecento da cui vengono sia Proust che Céline. Curiosamente, lessi una bellissima intervista a Claude Lévi-Strauss, che disse “il mio piacere di scrittore è Proust e Céline”: lui non solo univa i due più grandi romanzieri del Novecento francese, ma anche i due più segnati dall’auto-finzione; quindi, in un certo senso, non è casuale che l’antropologo sia stato così attento: erano due esempi di scrittura etnografica. Insomma, dal ’92, nasce l’idea, la scoperta di una possibilità per la prosa, attraverso dei racconti autobiografici: quelli di Esercizi di tiptologia; racconti talmente autobiografici, che i primi due hanno per titolo un anagramma. FS: Alle lagrime, roviVM: E Rivelarmi al gelo, esattamente. Quindi, c’è una potentissima radice autobiografica, in questi scritti. Esistono dei racconti precedenti (che, naturalmente, ho bruciato tra le fiamme perché ritenuti particolarmente brutti), in cui cercavo una strada senza futuro, quella dei nomi propri: per me dire “Sergio” o “Stefano” vuol dire paralizzarmi immediatamente. C’è un po’ la vecchia idea di Paul Valéry dell’arbitrarietà del narrato, il quale, al contrario, ha una potente necessità, ma di natura diversa. Ancora oggi continuo a intrecciare le due cose, poesia e prosa, ma anche con altre dimensioni. Mi piace molto l’idea di un libro 3d: per esempio, in Geologia di un padre, ci sono le poesie, ci sono le prose, ma ci sono anche i disegni. Sono tre dimensioni con cui mi piace giocare, però, da un certo momento in poi, prosa e poesia si distinguono decisamente dal disegno. C’è un nuovo libro che deve uscire tra uno o due anni che, curiosamente, parla dei disegni di Fellini. È un libro su commissione, ma in realtà è molto autobiografico, per mille motivi; e, chissà, di nuovo ci saranno poesia, prosa e disegni, però questi ultimi non saranno miei. Continua a leggere →

22 luglio 2016
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La cultura dell’eccezione. Un sabato mattina alla Biblioteca Nazionale

cropped-cropped-sala_multimediale1.jpgdi Clizia Carminati

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 28 aprile 2015].

Roma, 11 aprile 2015

Sono arrivata alla Biblioteca Nazionale di Roma alle 9 di sabato mattina. Il sabato mattina la Biblioteca è aperta dalle 8.30 alle 13.30. Arrivo fiduciosa: devo consultare libri recenti, generalmente prestabili e fotocopiabili. Dopo anni passati su materiale antico, inamovibile e non riproducibile se non a costi altissimi, è un sollievo.

Desidero consultare un’edizione critica, fuori catalogo e non acquistabile. Un’edizione critica, com’è noto, fissa il testo, offrendo le varianti redazionali di un’opera. Volendo a mia volta offrire ai miei studenti alcune di quelle varianti, e il confronto tra di esse e il testo ormai acquisito, disponibile in molte edizioni tascabili, voglio introdurmi in biblioteca con il mio tascabile, sul quale segnare le varianti. Non si può entrare nella biblioteca nazionale con libri propri, salvo motivate eccezioni debitamente autorizzate: chiedo l’eccezione, mi mandano in un ufficio, il responsabile mi ascolta e mi firma un foglio.

Entro nella biblioteca semideserta. Ho ordinato tre libri da internet. Di quei libri devo vedere il contenuto: ma, come ogni ricercatore sa, capita che a volte un libro risulti poco utile per la ricerca; o che ne risultino utili solo poche pagine. Dei tre libri che ho ordinato, uno è quasi inutile: mi bastano 10 fotocopie. Gli altri due invece sono fondamentali: poiché non li posso acquistare, decido di fotocopiarne l’introduzione e gli apparati, per un totale di 117 fotocopie. Alle 9.23 mi presento al servizio riproduzioni, unica utente: fanno i conti, mi fanno pagare 16 euro e 10, e mi dicono candidamente che le fotocopie potrò ritirarle la prossima settimana, perché oggi è sabato e non si fanno così tante fotocopie. Guardo l’orologio e chiedo se il servizio non è aperto, come recita l’orario, sino alle 13. Mi dicono di sì, certo, ma aggiungono che così tante fotocopie non si possono fare entro l’una. Formulo a voce bassa la domanda che in Italia è sempre più rara: «Perché?». Imbarazzata, la dipendente non risponde, ripete a mezza voce: perché siamo in due, è sabato, non si fanno così tante fotocopie. Continuo a guardare l’orologio e con tono piangente chiedo un’eccezione, perché lavoro a Bergamo (anche se abito a Roma). La signora mi concede l’eccezione, pregandomi però di non azzardarmi a presentarmi al bancone se non pochi minuti prima delle 13, perché prima non ce la fanno. All’Università ho una fotocopiatrice molto meno evoluta della loro, e molta meno esperienza e familiarità di chi gestisce per mestiere un centro fotocopie: 117 copie si fanno in una mezz’ora. Continua a leggere →