Le parole e le cose

Letteratura e realtà

26 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La post-poesia. Un dibattito

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26 febbraio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Tutti gli abiti della regina. Jackie (Pablo Larrain, 2016)

di Daniela Brogi

«Un autoritratto scritto dal punto di vista dell’autore rischia di essere un po’ tendenzioso. Ma scritto dal punto di vista di qualcun altro sarebbe probabilmente così diminutivo che non m’interesserebbe più spedirlo. Non ho idea di come fare per descrivere me stessa, ma forse setacciando con cura posso produrre qualcosa di abbastanza preciso»[1]. È il 1951, e queste sono le prime righe dell’autoritratto in forma di essay con cui Jacqueline Bouvier vinse il Prix de Paris organizzato da “Vogue” – qualche anno più tardi avrebbe ricevuto il medesimo riconoscimento, avviando la propria carriera di scrittrice, anche Joan Didion. All’epoca Jacqueline ha ventidue anni, sarebbe diventata la Signora Kennedy nel 1953, e First Lady nel 1961, il venti gennaio, fino al 22 novembre 1963, quando il marito, il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, venne ucciso a Dallas. Quello che impressiona, già nelle prime righe come nell’intero testo premiato da “Vogue”, è la costruzione di una voce tutta concentrata sul controllo della propria immagine: chi scrive sente il bisogno di dichiarare come prima cosa di sé la scelta di non lasciare ad altri “punti di vista” – anche qui un dettaglio significativo – il potere di dire chi è («I would not care to send it in»).

È con questa determinazione a stare al centro, in uno spazio simbolico autodiretto, che dialoga il film di Larrain Jackie, perché, anche se stavolta il regista ha accettato di dirigere una sceneggiatura già scritta da Noah Oppenheim, il modo in cui se ne è impossessato prosegue con coerenza creativa un filo svolto già nei lavori precedenti. Anche in Post Mortem (2010), o in No – I giorni dell’Arcobaleno (2012), o in Neruda (2016), per limitarsi a questi soli esempi, appariva, infatti, un motivo che in Jackie non solo ritorna ma diventa il tema fondante, e che consiste nella scelta di occuparsi di un grande momento storico mettendo in scena non tanto i fatti, ma la maniera in cui quegli eventi sono passati alla storia occupando l’immaginario mediatico.

Jackie, infatti, non è – bisogna dirlo subito – un film sui quattro giorni successivi all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, bensì un film sulla creazione della leggenda di quell’evento: Continua a leggere →

25 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Parole, parole, parole…

playlist di Italo Testa

Catherine Deneuve et Françoise Dorléac, Les soeurs jumelles, da: Jacques Demy, Les demoiselles de Rochefort (1967)

Sabine Azéma, Rèsiste, da: Alain Resnais, On connait la chanson (1997)

Goldie Hawn & Woody Allen, I am Through with Love, da: Woody Allen, Everyone Says I Love You (1996)

Ryan Gosling & Emma Stone, City of Stars, da: Damien Chazelle, La La Land (2016) Continua a leggere →

24 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Interdisciplinary Italy

Il progetto di ricerca Interdisciplinary Italy 1900-2020: interart/intermedia, diretto da Clodagh Brook (Birmingham) con Giuliana Pieri (Royal Holloway), Florian Mussgnug (UCL) e Emanuela Patti (Birmingham) ha aperto su sito sul tema della creazione artistica collaborativa e dell’interdisciplinarità. Sono incoraggiate proposte di blog post scritte a quattro o più mani secondo le modalità descritte nel link sotto riportato:

http://www.interdisciplinaryitaly.org/2017/02/07/le-ragioni-dei-gruppi/

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24 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte

di Paolo Godani

Il saggio di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è senza dubbio uno dei testi filosofici più influenti del XX secolo, che ha non soltanto segnato la riflessione estetica sulla fotografia e sul cinema, ma anche rinnovato radicalmente la comprensione dei rapporti tra arte e politica.

Sono rarissimi i casi che hanno potuto evitare di confrontarsi con almeno una delle sue tesi. Tutti conoscono questo saggio o tutti, almeno, potevamo dire di conoscerlo prima di scoprire sino a che punto, nel segreto delle diverse versioni (cinque, per la precisione) scritte da Benjamin tra il 1935 e il 1939, si nascondessero intuizioni e formulazioni che, per i lettori di una qualche versione standard del testo, risultano ancora oggi radicalmente inattese. Negli ultimi decenni, parecchi studiosi hanno lavorato all’edizione critica delle diverse stesure del testo e alla loro traduzione italiana, fornendo un’immagine più precisa di questo classico del Novecento. Per questo diventa necessario tornare a leggerlo alla luce delle recenti acquisizioni, così come hanno iniziato a fare gli studiosi dell’Associazione italiana Walter Benjamin, con un ciclo di seminari dedicati, i cui atti sono ora raccolti nel volume Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte (a cura di Marina Montanelli e Massimo Palma, Quodlibet Studio, 2016), in cui si trova anche quella che, ad oggi, è l’unica traduzione italiana della prima versione del testo. L’essenziale di questa raccolta di studi (con contributi di Alessandra Campo, Fabrizio Desideri, Dario Gentili, Clemens-Carl Härle, Marina Montanelli, Massimo Palma, Andrea Pinotti, Mauro Ponzi, Franco Rella, Elena Tavani, Massimiliano Tomba, Francesco Valagussa) non risiede soltanto nella precisa ricostruzione filologica della genesi del testo benjaminiano, ma anche e soprattutto nella rilevazione di alcuni punti chiave della riflessione di Benjamin rimasti finora in ombra e capaci di aprire sull’Opera d’arte prospettive ermeneutiche inedite. Continua a leggere →

23 febbraio 2017
Pubblicato da Mauro Piras
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Ripensare il compito di italiano

di Francesco Rocchi

[Si parla molto in questi giorni della cosiddetta “Lettera dei 600”, un appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” promosso dal Gruppo di Firenze e firmato da seicento docenti universitari, che denuncia le gravi carenze degli studenti nelle competenze fondamentali di lingua italiana (ortografia, grammatica, sintassi, lessico) e propone di intervenire sulla Primo ciclo di istruzione per affrontare questa crisi. La Lettera ha suscitato molte risposte, più o meno pertinenti, tutte piuttosto teoriche. Questo testo suggerisce invece una risposta pratica, su un terreno determinante (mp)]

Il compito di italiano è sempre stato la prova principe dell’esame di Stato, tale da restare quasi del tutto immutato anche attraverso l’ultima riforma.
Nella sua versione tradizionale, il compito di italiano ha qualche cosa della lezione quodlibetica. Si dà un argomento, rivelato al momento della prova, e su quello ci si diffonde lungamente ostentando dottrina, buon senso e profondità critica. Da qualche lustro a questa parte lo sforzo declamatorio viene sostenuto da un corredo di materiali e di fonti che diano allo studente qualcosa di concreto su cui ragionare, mentre allo stesso tempo il ministero è diventato meno esigente in tema di lunghezza dell’elaborato, dato che il saggio, ora, deve essere breve, cosa mai richiesta al tema vero e proprio, che pure continua ad esistere, come opzione quasi residuale.

A parte certi eccessi declamatori, non è poi una prova pessima o particolarmente dannosa in sé. Se il fine è il semplice verificare che uno studente sappia scrivere in un italiano corretto, allora va bene. Quale che sia l’argomento, una persona che padroneggi un italiano decente avrà pur modo di far mostra della propria competenza linguistica, in un modo o nell’altro.
C’è un problema, però. Anzi, due. Il primo riguarda il fatto che la valutazione di uno scritto non riguarda solo la forma, ma anche la profondità del pensiero, l’originalità, la capacità di fare connessioni sensate e rivelatrici. Sono tutte cose bellissime, ma difficili da cavare dal cilindro in tre ore di compito standard, o anche nelle sei dell’Esame di Stato. È vero che ci sono apposta più tracce tra cui scegliere, ma rimane obbligatorio mostrare di avere delle idee, e pure originali. Non è una richiesta che possa oggettivamente definirsi realistica. Continua a leggere →

22 febbraio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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Kid A dei Radiohead come opera d’arte adorniana

di Simone Giorgio

Pur nella sua complessità, la posizione filosofica di Adorno nel campo dell’estetica e la sua concezione dell’arte lo rendono un pensatore imprescindibile per chi si accosta all’analisi e interpretazione di una qualsiasi opera artistica del Novecento. Musicista provetto, è proprio nella riflessione su questa forma d’arte e sui mutamenti che essa subì con l’avvento dell’era industriale che il suo pensiero estetico trova la più compiuta espressione. Accanto agli scritti di carattere filosofico e sociologico, infatti, Adorno perseguì per tutta la vita una profonda riflessione musicologica, i cui tratti salienti furono in grado di prevedere, con grande lungimiranza, molti degli aspetti che hanno contraddistinto lo sviluppo della musica occidentale di massa nella seconda metà del XX secolo. Per questi motivi, ancora oggi, Adorno è un punto di riferimento essenziale per gli studiosi di storia della musica, di musicologia e di estetica.
Prendendo spunto, come tutti i filosofi della scuola di Francoforte, dal marxismo, Adorno elaborò nel corso negli anni una teoria estetica che mirasse a liberare l’arte dall’idea che essa debba essere impegnata politicamente. Per Adorno, il problema non si pone, in quanto l’arte, se di vera arte si tratta, è intrinsecamente impegnata, è impegnata in quanto arte: il carattere socio-politico di un’opera sta nella sua stessa essenza, quanto più aderente (ovvero, quanta più verità contiene) è alla situazione storica che l’ha prodotta, senza però essere influenzata da essa. È una posizione complessa, ma ci aiuteremo con alcuni esempi, che riflettono bene i due modelli di arte che Adorno aveva in mente. Seguendo le indicazioni del filosofo, il teatro sociale di Bertolt Brecht non è arte, poiché falsamente impegnato: non si vuole, certamente, insinuare la buona fede del drammaturgo tedesco, che sicuramente sarà stato un convinto e sincero sostenitore del comunismo; tuttavia, proprio perché tratta delle condizioni socio-economiche dell’epoca in cui è stata realizzata, la sua arte è indissolubilmente legata al suo contesto. Continua a leggere →

21 febbraio 2017
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Le otto montagne di Paolo Cognetti

di Gianluigi Simonetti

[Quest’articolo è uscito sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»].

La storia dell’amicizia fraterna fra un bambino nato e cresciuto in un paese valdostano, Bruno, e un bambino di città – Pietro, il narratore – che in quel paese ci va solo d’estate, in vacanza; la storia del rapporto tra Pietro e suo padre, frustrato nella metropoli e felice nella solitudine delle vette alpine; e infine la storia della montagna in cui questi rapporti si sviluppano, moltiplicando in modo inatteso le paternità e le fratellanze, le separazioni e le riconciliazioni. Nelle Otto montagne, appena uscito presso Einaudi, Paolo Cognetti risolve un incastro narrativo non facile. Al suo primo romanzo – dopo molti racconti – l’autore sceglie di raccontare un tempo lungo e denso di cambiamenti che si svolge però in una relativa unità di luogo: la vicenda copre un arco di circa trent’anni, e si svolge interamente all’aperto, ad alta quota, in mezzo alla natura. Ma come puntualizza il montanaro Bruno, «siete voi di città che la chiamate natura: E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente». La montagna, precisa Pietro, parla una propria lingua, che è più precisa e affascinante di quella dei libri: «Il bosco era disseminato di questi scavi, cumuli, rottami, che Bruno traduceva per me come i segni di una lingua morta. E insieme ai segni mi insegnava un dialetto che trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua delle cose, adesso che le toccavo con la mano».

Sono passaggi rivelatori della poetica di Cognetti: scrittore di città che sente forte il fascino della wilderness – come si capiva del resto da alcuni suoi sforzi precedenti: il diario di montagna Il ragazzo selvatico, il saggio A pesca nelle pozze più profonde – e che arriva a scrivere un romanzo di montagna un po’ per gusto dell’azione, un po’ per forza di letture. Letture non generiche ma circostanziate, legate a una specifica tradizione romanzesca, non nazionale, non vernacolare e non libresca: la narrativa angloamericana d’avventura e grandi spazi che Cognetti ama e studia da anni (e che sembrano amare anche Pietro e Bruno, voraci lettori di Twain, Conrad, Stevenson, London). Così, invece di cercare per i suoi personaggi una lingua che tenga conto della loro estrazione sociale, culturale e linguistica, cioè della loro anima, Cognetti li fa parlare tutti allo stesso modo, e tutti come personaggi di Hemingway. Ne risulta un italiano senza orpelli, senza aggettivi. Un’espressione efficace, concreta, antisentimentale, al servizio di due soli padroni: la macchina narrativa e il paesaggio. Proprio alle descrizioni paesaggistiche sono legati i rari esercizi specificamente letterari presenti nel romanzo. Similitudini che esibiscono ripensamenti («Il lago laggiù assomigliava a una seta nera, con il vento che la increspava. Anzi no, era il contrario di un’increspatura»); emblemi prudenti, talvolta didascalici (il pino cembro salvato e trapiantato, che resiste e che non vuol morire). Né sarà casuale che tra i debiti letterari accusati dal narratore figuri un manuale tecnico di escursionismo («rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi»). Continua a leggere →

20 febbraio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Studiare o lavorare. Sull’alternanza scuola-lavoro

di Lorena Currarini

La legge 107/2015 introduce l’obbligo dell’alternanza scuola-lavoro con questa formulazione: «l’alternanza scuola lavoro rappresenta una metodologia didattica per attuare modalità di apprendimento flessibili ed equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo (…), che colleghino sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza pratica; arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche sul mercato del lavoro (…)».

Si prevede che ogni allievo del triennio di liceo affronti per circa 70 ore nell’arco di ogni anno scolastico un’esperienza di lavoro, ‘sistematicamente’ in armonia con l’offerta formativa della scuola frequentata. Per i tecnici e i professionali le ore raddoppiano: quattrocento, circa centrotrenta l’anno. Un’eternità. Questa parte della legge ha cominciato a dispiegare i suoi effetti nell’anno scolastico 15/16 e in questo, rivelando nella pratica quotidiana di funzionare anche peggio di quanto si poteva immaginare.

1. Il lavoro non c’è

La formulazione è tanto vaga quanto velleitaria.

Cosa significa esattamente ‘alternanza scuola lavoro’ non l’ha precisato nessuno. Certo non la legge, che si limita a imporla. Lo scorso anno scolastico le scuole hanno letteralmente inventato le forme con cui assolvere l’obbligo di legge, ricorrendo a soluzioni fantasiose e improvvisate, o delegando il tutto agli studenti, andate e fate. L’assunto implicito è che i ragazzi abbiano bisogno di un bagno di realtà. Basta con tutte quelle ore in classe, diamo un taglio a tutti quei discorsi di cui vi riempiono la testa, andate a lavorare. Preoccupa un po’ che il ministero dell’istruzione consideri l’istruzione una specie di orpello e ritenga necessario rimediare iniettando robuste dosi di sana concretezza produttiva. Continua a leggere →

19 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

Martedì 21 febbraio 2017, ore 18,00

Fondazione Corriere della Sera

Sala Buzzati, via Balzan 8, Milano

Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

Ne discutono Aldo Grasso, Guido Mazzoni, Walter Siti

Coordina Oliviero Ponte di Pino

Diretta streaming sul sito del «Corriere della Sera».