Le parole e le cose

Letteratura e realtà

3 settembre 2015
Pubblicato da Guido Mazzoni
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Sul romanzo contemporaneo /2. Roberto Bolaño

di Guido Mazzoni

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo, uscito in una prima versione su «Alias», è apparso il 30 aprile 2014].

Negli ultimi due decenni pochi scrittori hanno la fortuna letteraria di Roberto Bolaño, pochi hanno suscitato la stessa forma di culto postumo. Se la morte precoce ha contribuito a costruire un mito, com’è accaduto con David Foster Wallace, è indubbio che Bolaño e Wallace avrebbero ricevuto la stessa attenzione anche se non fossero morti a quarantasei o a cinquant’anni. In maniere molto diverse, entrambi sono riusciti a fare quello che ci si aspetta dagli scrittori che giudichiamo classici: hanno dato una forma plausibile al paesaggio psichico e morale di un’epoca, e lo hanno fatto in una prospettiva che è al tempo stesso radicata in un luogo ed extraterritoriale, comprensibile in Messico, in Cile, in California o in Europa. In questi giorni Adelphi pubblica una nuova traduzione italiana de I detective selvaggi (1998) a cura di Ilide Carmignani, che nel 2007-2008 aveva tradotto l’altro capolavoro di Bolaño, 2666, uscito postumo nel 2004. I detective selvaggi è il romanzo che ha reso famoso Bolaño (la prima traduzione italiana, curata da Maria Nicola, era stata uscita nel 2003 per Sellerio), 2666 è il romanzo che lo ha consacrato. Perché le sue opere hanno questa forza di rivelazione? Perché molti considerano Bolaño il più importante scrittore vissuto fra il XX e il XXI secolo?

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2 settembre 2015
Pubblicato da Mauro Piras
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Il Gay Pride, Torino, la democrazia

cropped-Gay-Pride-Torino.jpgdi Mauro Piras

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è apparso il 30 giugno 2014].

Sono stato al Gay Pride, ieri. Nulla di nuovo, ci sono stato già più volte. Da diversi anni a Torino si tiene un Gay Pride, e se ho tempo ci vado. La prima volta fu in occasione di quello nazionale del 2006, che fu un evento, per la cultura politica di questa città. Quello che colpì, allora, fu la partecipazione collettiva: incontravo a ogni angolo i miei studenti, le mie studentesse, i miei colleghi, le amiche e gli amici del sindacato, persone di ogni tipo; le famiglie si affacciavano ai balconi e applaudivano; coppie di vecchietti sorpresi e incuriositi osservavano, perplessi, ma sorridevano. Da allora il Gay Pride è diventato un rito, qui, più o meno partecipato a seconda degli anni. Riflette gli umori politici della città. Ieri, per esempio, alcuni cambiamenti significativi.

Intanto, la Regione ha dato il suo patrocinio, che era stato tolto dal 2010, cioè da quando si era insediata la Giunta di centrodestra guidata da Cota. Chiamparino, nuovo Presidente dal 25 maggio, ha invece restaurato l’impegno della Regione nella difesa delle differenze sessuali. Poi, era presente uno striscione del Pd, ben grosso e visibile. Fino all’ultimo mi sono detto: il Pd farà la sua solita figura meschina, aderisce, ma poi va lì quasi di nascosto, non manda dirigenti, non ha uno striscione. Invece c’era lo striscione, un carro dei giovani democratici decisamente rumoroso, e Chiamparino in prima fila, nell’apertura istituzionale, con alcuni assessori del comune. Ovviamente, però, mancavano i segretari regionale e provinciale. Che vuoi fare, un po’ di viltà ci vuole sempre. Continua a leggere →

1 settembre 2015
Pubblicato da Daniela Brogi
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La memoria e lo sperpero. Su “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

cropped-05_sabrina_ferilli_la_grande_bellezza_foto_di_gianni_fiorito_6.jpgdi Daniela Brogi

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è apparso su LPLC il 3 marzo 2014, nel giorno in cui La grande bellezza vinse l’Oscar come Migliore film straniero. L’intervento era già uscito su «Between», III, 5, 2013].

Qual è il soggetto della Grande bellezza? Di cosa parla il film, mentre racconta come sta al mondo Jep Gambardella? Ripartiamo dalla traccia narrativa: Jep si è trasferito a Roma da giovane, in cerca di successo – come tanti, come tutti – per occupare il centro della mondanità e diventarne imperatore, tanto da essere distolto dalla cura del proprio talento (a venticinque anni aveva conquistato la fama col suo primo e unico romanzo L’apparato umano); quarant’anni più tardi, lo guardiamo vivere: essenzialmente senza far nulla, mentre divaga continuamente, tra feste in terrazza, incontri, passaggi onirici e camminate solitarie sul Tevere; intanto giunge la notizia della morte della donna di cui era stato innamorato da ragazzo. Qual è, dunque, la storia più vera messa in scena? Quella di un’ambizione implosa? Quella dello sperpero esistenziale della mondanità capitolina? Quella di una crisi d’identità e del tentativo di ritrovare una spiritualità? Quella di Roma? Proviamo a muoverci tra le varie ipotesi con minore affanno rispetto alle stroncature e alle accoglienze preventive che si sono buttate addosso al film, spesso al medesimo ritmo frenetico dei balli di gruppo in mezzo ai quali trionfa Jep.

Per dare attenzione al film che Sorrentino ha definito – direi con ragione – il suo lavoro più maturo, è opportuno ripartire da com’è fatta quest’opera.

La grande bellezza non è un film su Roma, e nemmeno è un remake de La dolce vita. Anzitutto perché il documentarismo e il rifacimento sono due moduli estranei alla poetica e al modo di lavorare di un regista che fin dagli esordi (penso al cortometraggio L’amore non ha confini, 1998) si è principalmente ispirato al grottesco e all’allegorismo, eleggendo Antonio Capuano a maestro originario. (Di questi aspetti, e di molto altro, parla la bella monografia su Sorrentino La maschera, il potere, la solitudine, scritta da Franco Vigni, Aska edizioni, 2012). Continua a leggere →

31 agosto 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il beneficio dell’influenza. Conversazione con Michele Mari

cropped-Michele-Mari.jpgdi Walter Nardon

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è apparso su LPLC il 17 aprile 2014. Riportiamo anche la didascalia originale.

È uscito in questi giorni il nuovo romanzo di Michele Mari, Roderick Duddle (Einaudi). Pubblichiamo di seguito la conversazione tenuta a Trento nell’ambito del quarto Seminario Internazionale sul Romanzo (SIR.IV 2011-2012), i cui lavori sono usciti a fine 2013 (Avventure da non credere. Romanzo e formazione, a cura di Walter Nardon, Editrice Università degli Studi di Trento)].

Walter Nardon: In un passo della Vita di Benvenuto Cellini (Libro I, cap. 12) si accenna alla “scuola del mondo”, vale a dire alla famosa vicenda in cui Michelangelo e Leonardo furono incaricati di affrescare ciascuno una parete nella Sala del Maggior Consiglio – poi Sala dei Cinquecento – in Palazzo Vecchio a Firenze. I due maestri cominciarono il lavoro, prepararono i cartoni, ma non conclusero mai le loro opere. Cellini ricorda che, finché i due lavori “gli stettero in piè, furno la scuola del mondo” perché tutti quelli che volevano intraprendere un mestiere nelle arti dovevano recarsi copiare le opere in progress. Le intenzioni dei maestri, come pure i due lavori incompiuti, sono noti oggi solo dalle copie che gli allievi realizzarono. Una copia famosa della Battaglia di Anghiari di Leonardo è opera di Rubens, che naturalmente la disegnò a partire da un’altra copia. La sala fu infatti conclusa seguendo un nuovo progetto: Giorgio Vasari ebbe l’incarico di risistemarla e di dipingerla, così gli abbozzi dei due lavori furono ricoperti e andarono perduti (anche se gli Americani li stanno ancora cercando). La vicenda, cui si ispira questo seminario, ricorda che chiunque voglia impegnarsi nell’arte deve confrontarsi con le opere dei maestri e deve cominciare a farlo fin dagli anni della sua formazione, oggi diremmo da quelli dell’istruzione scolastica. Quale forma prende, però, questo rapporto? In che modo ci si confronta con i maestri? Cosa resta di questo confronto? Molti anni fa, riflettendo su questo tema, Harold Bloom parlò di angoscia o ansia dell’influenza: The Anxiety of Influence. Scegliendo di intitolare questo incontro Il beneficio dell’influenza, tu hai espresso l’intenzione di partire da una prospettiva che si oppone decisamente al libro di Bloom. Ti ringrazio e ti cedo dunque subito la parola.

Michele Mari: Partirò dall’occasione contingente che mi ha fatto venire in mente questo titolo. Ero stato invitato da Marcello Fois a tenere una lezione in una scuola di scrittura, a studenti che avevano già superato numerosi corsi ed esami. Preciso che non ho mai voluto insegnare in una scuola di scrittura, perché non credo che la scrittura letteraria sia una materia insegnabile, perché non credo di essere la persona adatta, perché non saprei da che parte cominciare. Quando invece mi si chiede di parlare delle mie idiosincrasie, o del modo in cui io lavoro, allora rispondo: se vi interessa ve lo racconto, ma senza alcuna ambizione cattedratica e senza alcuna intenzione esemplare. Continua a leggere →

30 agosto 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Mad Men e la nostalgia

cropped-madmen_widescreen_artwork_smoke_desktop_1680x1050_hd-wallpaper-13283.pngdi Gianluigi Rossini

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è apparso su LPLC il 13 aprile 2014. Riportiamo anche la didascalia originale.

 Oggi va in onda negli Stati Uniti la prima puntata dell’ultima stagione di Mad Men. Rendiamo omaggio a questa serie televisiva, una delle più importanti mai girate, con due saggi. Il primo è di Gianluigi Rossini, che da alcuni anni si occupa di generi, forme e tipologie narrative delle serie televisive contemporanee. Una versione più lunga di questo articolo è uscita sull’ultimo numero di «Contemporanea. Rivista di studi sulla letteratura e sulla comunicazione», 10 (2012) ]

Due delle principali critiche che Mad Men ha ricevuto, soprattutto durante la prima stagione, riguardavano la sfera della nostalgia: secondo alcuni la serie suscitava un ingiustificato autocompiacimento per la società contemporanea; secondo altri mirava furbescamente a far rimpiangere un periodo in cui i ruoli di genere erano ben stabiliti ed era possibile molestare le segretarie senza temere di essere denunciati[1]. Eppure è difficile dire che Mad Men idealizzi gli anni ’60, considerando che ne mette in primo piano proprio la parte più inaccettabile per lo spettatore contemporaneo: tra le prime cose che saltano all’occhio ci sono la rappresentazione cruda e sfacciata di sessismo, razzismo, omofobia, il soffocante conformismo dei suburbs e perfino una condotta genitoriale per lo più irresponsabile.

È interessante notare che Vera Dika (2003), ad esempio, arrivi a conclusioni simili analizzando Grease (1978): è una fantasia utopica, ritagliata sullo spettatore contemporaneo e ambientata in anni tanto innocenti e divertenti quanto immaginari. I costumi sociali e il vestiario anni ’50 sono parodiati «con delicatezza», e lo spettatore è invitato a considerare, «con un sorrisetto autocompiaciuto», quanto ci si è evoluti nel frattempo. Ma in Mad Men c’è ben poco di parodico e ben poco di delicato: piuttosto, lo spettatore si trova a oscillare costantemente tra seduzione e ripugnanza. Continua a leggere →

29 agosto 2015
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Incanto e disincanto della notte. Sette quadri su letteratura e illuminazione cittadina

cropped-Parigi-di-notte.jpgdi Paolo Zanotti

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo saggio, già uscito in Studi di letterature comparate in onore di Remo Ceserani. II. Letteratura e tecnologia, a cura di Pierluigi Pellini (Vecchiarelli 2003), pp. 127-149, è apparso su LPLC il 2 aprile 2014].

1. Tra incanto e disincanto: le luci della città. L’illuminazione elettrica, secondo una famosa tesi di Ernst Bloch[1], ha contribuito più di Voltaire a cacciare dal nostro mondo spettri, coboldi e ombre minacciose. Dall’altra parte, il perfezionamento dell’illuminazione ha dato vita a un altro tipo di incanto, più mondano, della notte: il mito della ville lumière, lo sviluppo della vita notturna come tempo di un loisir accessibile a una porzione gradualmente crescente di abitanti. Questo nuovo incanto mondano ha origine nell’alleanza prima impensabile di due tradizioni di illuminazione nettamente distinte. La prima illuminazione stradale realmente pubblica, iniziata nel Seicento, veniva gestita dalla polizia e obbediva più a esigenze di controllo simbolico che non di reale vivibilità notturna della città. I punti di luce erano solo dei punti di orientamento, vaghe indicazioni di portolano all’interno di quel mare che era la notte. Ogni notte era un coprifuoco percorso da ronde: chi usciva di casa era comunque persona sospetta e, se lo faceva per motivi leciti, si faceva spesso accompagnare da portatori di fiaccole, affittabili come le carrozze[2]. L’illuminazione ‘incantata’ nasce contemporaneamente a quella stradale, ma si tratta di tutt’altra tradizione, quella celebrativa delle feste notturne barocche[3]. Nell’Ottocento, il gas prima e l’elettricità poi rendono possibile un dispiegamento permanente di luci a scopi festosi o seduttivi prima ottenibile solo momentaneamente e a costi molto gravosi.

L’idea seicentesca secondo cui l’illuminazione serve soprattutto a dare un’ordine alla città notturna persiste nel Settecento: a mano a mano che le lanterne a olio vengono perfezionate, il numero dei lampioni cittadini viene diminuito, come se non ci fosse una reale esigenza di illuminazione consistente delle strade[4]. Le premesse per una vera e propria illuminazione stradale vengono poste in fabbrica: è lì che per la prima volta la notte diventa giorno. Quel gas che non era altro che un prodotto di scarto della cokefazione del carbon fossile inizia a essere impiegato per l’illuminazione delle nuove industrie inglesi di inizio Ottocento[5]. Il processo di illuminazione a gas della città di Londra inizia nel 1814, quello di Parigi nel decennio successivo, a partire, significativamente, dai passages, quindi a scopi di incanto commerciale. Non bisogna comunque pensare all’illuminazione stradale ottocentesca come a qualcosa di paragonabile a quella delle città contemporanee: a seconda dei quartieri, i lampioni potevano essere molto rari e comunque era solo in periodi molto limitati dell’anno che rimanevano accesi tutta la notte[6]. Si può parlare di una reale illuminazione stradale solo a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, con il trionfo della luce elettrica, inizialmente impiegata – a causa del costo e della scarsa regolabilità – soltanto per l’illuminazione di grandi ambienti, monumenti, vie commerciali[7]. Continua a leggere →

28 agosto 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lo stordito e la ninfomane. Su Nymphomaniac di Lars von Trier

cropped-chapter_2_photo_by_Christian_Geisnaes.jpgdi Pietro Bianchi

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è stato pubblicato il 6 aprile 2014].

1.
Sul sito web del magazine americano di costume Vice qualche tempo fa veniva riportata l’esistenza di un tumblr – cioè di un blog costituito da sole fotografie – dal titolo alquanto curioso: Indifferent Cats in Amateur Porn.[1] L’autore di questo incredibile blog aveva passato il tempo a raccogliere svariate immagini di siti porno amatoriali di ambientazione casalinga dove improvvisamente e involontariamente irrompeva sulla scena il gatto di casa. Indifferente alle improbabili performance erotiche che stavano accadendo attorno a lui, il gatto in questione facendosi tranquillamente i fatti suoi, creava un effetto di distanziazione alquanto comico. In un genere dove lo sguardo è di solito completamente attratto dagli organi sessuali, la comparsa di un gatto vendicava la presenza della scena riportandola in primo piano ed esponendo la performance sessuale a un involontario e irresistibile effetto ridicolo.

Un simile effetto di esposizione della sessualità al ridicolo ce l’abbiamo guardando la celebre locandina di Nymphomaniac, che da mesi rimbalza per migliaia di siti web e social network, dove si vedono i volti in primo piano dei personaggi del film nel momento dell’orgasmo. Quando vediamo messe in serie l’una accanto all’altra quelle strane espressioni facciali che sembrano sfigurate dal piacere, facciamo esperienza di una strana decontestualizzazione della sessualità dalla sua intimità, che la fa apparire come qualcosa a metà tra il comico e il disgustoso. Una volta lo scrisse anche Slavoj Žižek, parlando di quell’esperienza “probabilmente nota a molti, quando accade che, mentre si è impegnati in un’attività sessuale, tutto ad un tratto ci si sente stupidi; si perde il contatto con essa… Come a dire ‘mio dio, cosa ci faccio qui, a fare questi stupidi movimenti ripetitivi?’.”[2] Continua a leggere →

27 agosto 2015
Pubblicato da Italo Testa
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La politica tra disillusione e cambiamento

cropped-Pablo-Zulueta-Zahr1.jpegdi Italo Testa

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2014.

L’intervento, tenuto in occasione del ciclo di incontri Vite che cambiano, Parma, Cinema Astra, 3 marzo 2014, sviluppa motivi del saggio “Dissenso e legittimità democratica”, pubblicato su «Il ponte», n. 11-12, 2013, e nel volume Tolleranza e riconoscimento, a cura di Paolo Costa, EDB, 2014]

  1. Stendhal e l’abitudine della diffidenza.

Nel settimo capitolo della Certosa di Parma Fabrizio Del Dongo, il giovane protagonista del romanzo di Stendhal, viene ricevuto, grazie alla sollecita intercessione della zia, La Duchessa Sanseverina, da Ernesto IV, sovrano assoluto del Principato di Parma. Durante l’udienza il principe si diverte a mettere alla prova Fabrizio, cercando di portare il discorso su di un terreno scivoloso che finisca per farlo inciampare in qualche opinione giacobina, ma non ottiene che risposte irreprensibili e quanto mai pieni di riguardo. Verso la fine del colloquio, che verte sui principi della politica assolutista, Fabrizio, più realista del Re, pronuncia le seguenti parole: “Le parole libertà, giustizia, benessere della massa, sono infami e delittuose: esse dànno alle menti l’abitudine della discussione e della diffidenza. Una camera dei deputati diffida di ciò che quelli chiamano ministero. Una volta contratta questa fatale abitudine della diffidenza l’uomo nella sua debolezza comincia ad applicarla a tutto, arriva a diffidare della Bibbia, degli ordini della Chiesa, della tradizione e così via; da quel momento è perduto. Quand’anche questa diffidenza verso l’autorità dei principi stabiliti da Dio desse all’uomo la felicità durante i venti o trenta anni di vita cui ciascuno di noi può pretendere – e il dire ciò, come è falsissimo, altrettanto è criminale – che cosa rappresenta un mezzo secolo ed anche un intero secolo paragonato ad una eternità di supplizi? – E seguitò su quel tono”i.

Le parole di Fabrizio sono forse, ex negativo, la migliore introduzione possibile ai principi e alle pratiche della politica democratica, che egli oppone a quella assolutista, basata sulla cieca obbedienza e la fiducia assoluta. La sottile intelligenza di Stendhal riesce così a rappresentare plasticamente in poche battute un aspetto della politica democratica che tutt’ora fatichiamo a cogliere nella sua pregnanza. La politica democratica non è semplicemente caratterizzata e legittimata da principi normativi – libertà, giustizia, benessere delle masse – ma è invece una forma di vita in cui tali principi sono sostanziati dall’”abitudine alla discussione e alla diffidenza”. Un insieme di pratiche e abitudini improntate non solo alla libera discussione tra eguali ma insieme alla critica, e ai sentimenti negativi – la diffidenza – che ad essa si accompagnano, costituisce l’elemento centrale della democrazia come forma di vita e di soggettivazione: l’abitudine alla discussione critica e alla diffidenza è l’habitus dell’uomo democratico. Continua a leggere →

26 agosto 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Elizabeth Bishop: una lettura

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[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014.

Questa lettura di Elizabeth Bishop , già apparsa su LPLC l’8 marzo 2014, fu registrata il 10 ottobre 1977 al 92nd Street and Y di New York. La pubblichiamo insieme alla prima poesia letta da Bishop, The Map, e alla relativa traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti e Ottavio Fatica tratta da Miracolo a colazione, Adelphi 2006].

La carta geografica

La terra sta sull’acqua, ombrata in verde.
Le ombre, o sono secche?, vi ricalcano
la linea di scogliere invase d’alghe
che dal blu schietto inclinano al verde.
O la terra si china a sollevare il mare dal profondo
e senza batter ciglio se ne avvolge?
Lungo il banco di sabbia fulvo
la terra tira il mare dal profondo?

L’ombra di Terranova è stesa immobile.
Il Labrador è giallo dove l’ha lubrificato
l’ eschimese lunare. Possiamo carezzare queste baie
leggiadre sottovetro come dovessero sbocciare
o far da gabbia pulita a pesci invisibili. I nomi
delle località costiere sfociano nel mare,
i nomi delle città attraversano i monti circostanti
– e il tipografo in preda a un’emozione
spropositata qui va in visibilio.
Le penisole palpano l’acqua tra i polpastrelli
come fanno le donne con gli scampoli.

Sulla carta le acque sono più quiete della terra,
ne informano la forma con le onde:
e la lepre Norvegia scappa a sud a nascondersi
I contorni scandagliano il mare, in cerca della terra.
Sono assegnati o sta ai paesi scegliere i colori
che al carattere o alle acque proprie meglio si confanno?
E’ imparziale la topografia; Ovest o Nord equidistanti stanno.
Con più delicatezza degli storici, scelgono i cartografi i colori.

* * * Continua a leggere →

25 agosto 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Sull’uso imperialistico della lingua inglese

cropped-Angeli.jpgdi Valerio Magrelli

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questa intervento, che era già apparso su «il Reportage», è uscito il 3 marzo 2014].

A partire dal 2001, ogni 26 settembre viene dedicato alla celebrazione delle lingue europee. L’Europa possiede infatti un tesoro linguistico, tanto che si possono contare ventiquattro lingue ufficiali e oltre sessanta comunità autoctone che parlano una lingua regionale o minoritaria (senza dimenticare le lingue parlate dai cittadini originari di altri Paesi). Per attirare l’attenzione su questa immensa ricchezza, l’Unione europea e il Consiglio d’Europa decisero che il 2001 fosse proclamato Anno europeo delle lingue. Dal successo dell’iniziativa è nata dunque la Giornata europea delle lingue, un appuntamento con cadenza annuale e con il triplice obiettivo di sensibilizzare il pubblico al plurilinguismo in Europa, coltivare la diversità culturale e incoraggiare l’apprendimento delle lingue da parte di tutti, dentro e fuori il contesto scolastico.

Non può, tuttavia, passare sotto silenzio il fatto che, pochi giorni prima della felice data, ha avuto luogo un altro evento, in questo caso assai più problematico. Venerdì 6 settembre 2013 si è infatti celebrato il Settantennale del cosiddetto “discorso-manifesto di Harvard”, in cui Winston Churchill (in occasione della laurea honoris causa) spiegò i piani volti all’affermazione di un imperialismo “per via linguistica”, ossia basato sulla capillare diffusione dell’inglese. Come segretario dell’Associazione radicale “Esperanto”, Giorgio Pagano ha di recente denunciato questa sorta di invasione culturale, parlando di un autentico genocidio dell’italiano: a suo parere, sin dal 1943, americani e inglesi puntarono alla dominazione linguistica, più che all’antica e screditata pratica dell’occupazione coloniale. Ma ascoltiamo i passi salienti della breve ma incisiva conferenza in questione. Continua a leggere →