Le parole e le cose

Letteratura e realtà

26 settembre 2016
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Roma contemporanea: la città fallita

di Francesco Pecoraro

In questi ultimi anni è stato un coro. Roma fa schifo, è ai minimi storici. Il giornalista medio, così come il cittadino medio, e come il politico medio, spacchettano il disastro praticamente in sole tre voci: Mondezza, Trasporti, Buche (MTB). Qualcuno aggiunge: Palazzinari. Altri: Mafia Capitale.

Nessuno, nemmeno chi scrive, è in grado di andare molto più in là della narrazione sul corrotto Mondo di Mezzo (siamo tutti noi?) e della percezione quotidiana di forte degrado fisico che, fin dai tempi dell’Allegoria del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti, denota cattiva gestione politica della civitas.

Ma al di là di MTB dovremmo tutti ricordare che, a partire dal Secondo Dopoguerra, Roma soffre di mali ormai divenuti strutturali. Sono nozioni apparentemente sdate, da tutti condivise, applicate ai meccanismi storici di espansione speculativa della città, che però mai sono stati davvero indagati nel loro continuo adeguarsi ai tempi, pur continuando a produrre quella che senza mezzi termini definirei città di merda.

Avercela con Roma è facile, così come argomentare contro Roma. Tutti i libri che sono stati scritti sulla Roma contemporanea, e non solo, erano contro questa città, a partire da quella bibbia del Bravo Urbanista che è Roma moderna di Italo Insolera, dove si espone la tesi inoppugnabile che l’Urbe di oggi sia frutto, oltre che di urbanisticamente criminali (non sempre, non ovunque) interventi fascistici, anche, soprattutto, di incultura tecnica & incultura tout court, speculazione, corruzione, cattiva amministrazione, mancanza di pianificazione, sciatteria amministrativa e ovviamente «potenti» lobby locali. Continua a leggere →

25 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’uomo negato. Frantz (François Ozon, 2016)

cropped-frantz_pierre_niney_anton_von_lucke_jpg_1003x0_crop_q85-659x438.jpgdi Daniela Brogi

Al termine della Prima guerra mondiale – come si leggeva nel Catalogo dei film in concorso a Venezia 73 -, in una cittadina tedesca, Anna si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte in Francia. Un giorno incontra Adrien (Pierre Niney), un giovane francese anche lui andato a raccogliersi sulla tomba dell’amico. La presenza dello straniero nella cittadina tedesca susciterà reazioni sociali molto forti e sentimenti estremi.

Intanto Anna e la famiglia del suo defunto fidanzato si affezionano a Adrien, e si illudono, rispecchiandosi nei suoi racconti o ascoltandolo suonare il violino, di rivivere un simulacro di presenza di Frantz. Quando Adrien, dopo aver confessato di aver mentito e aver rivelato nuovi dettagli a Anna, tornerà in Francia, la ragazza dapprima si chiuderà nella depressione e poi, spinta anche dai suoceri, andrà a cercarlo:

 

 

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24 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le ossessioni del Prof. Walter Lapini

cropped-alex-andy-2.jpgdi Maurizio Bettini

[Mercoledì scorso LPLC ha pubblicato un articolo nel quale Walter Lapini attaccava il Centro di Antropologia del Mondo Antico (AMA) dell’Università di Siena e le sue posizioni sull’esame di maturità e sull’insegnamento delle lingue classiche. Oggi pubblichiamo la replica di Maurizio Bettini, direttore del Centro].

Del tutto inaspettatamente il Centro AMA (Antropologia e Mondo Antico) dell’Università di Siena, si è guadagnato un aedo. Proprio così, un aedo, come quelli che cantavano le imprese degli antichi eroi celebrandole in ogni piazza, perché di questi eroi tutto sapevano – passato, presente, futuro. Il nostro aedo si chiama Walter Lapini, professore di greco all’Università di Genova. Naturalmente il nostro aedo Lapini – d’ora in avanti lo chiameremo : l’AMAedo – anima le piazze virtuali, non quelle reali, è un aedo dei nostri tempi. Comunque non c’è incontro, convegno o altra iniziativa promossa dal Centro AMA, che non trovi l’AMAedo pronto a farne immediatamente rimbombare l’eco su tutti i blog o siti che gli vengano messi a disposizione. Solo che già lo diceva Solone (non a caso considerato uno dei sette saggi): πολλὰ ψεύδονται ἀοιδοί “molte cose false dicono gli aedi”. E in questo l’AMAedo conferma in pieno l’antica regola, purtroppo. La cosa va così.

Da alcuni anni il Centro AMA dell’Università di Siena sta promuovendo numerose iniziative nella direzione di un auspicabile (e auspicato) rinnovamento nell’insegnamento delle materie classiche nella scuola. Abbiamo già organizzato quattro Summer School, a Siena, cui hanno partecipato ogni volta sessanta e più insegnanti selezionati su oltre centocinquanta domande. Per ovviare ai notori e molteplici impegni dei docenti, la scuola si tiene ogni anno a fine Agosto, il che significa che (mentre l’AMAedo fa il bagno a Genova) i professori del Centro e tanti insegnanti appassionati discutono di Omero, di retorica antica, di linguistica latina, di “reception studies”, di antropologia del mondo antico e così via, a dispetto dei trenta gradi all’ombra. Oltre a ciò, anche quest’anno abbiamo promosso incontri in numerose città Italiane, del Nord, del Centro, e del Sud, seguiti da laboratori didattici in cui gli insegnanti di materie classiche discutono assieme dei loro progetti, dei loro problemi e delle soluzioni che hanno sperimentato: cosa che normalmente non hanno l’opportunità di fare. L’adesione a queste iniziative è stata sempre più massiccia: a Bologna (22 Settembre) abbiamo dovuto cambiare sede, perché l’aula da cento posti, inizialmente prevista, non bastava per gli oltre duecento docenti che chiedevano di partecipare; a Palermo (l’incontro si terrà il 29 – 30 – 1) dopo poche ore dall’apertura delle iscrizioni i posti erano andati già esauriti, gli insegnanti che chiedono di venire sono talmente tanti che anche qui abbiamo dovuto cambiare sede, per poi rassegnarci a chiudere comunque le iscrizioni. Ma non intendo certo enumerare le cose che abbiamo fatto e che facciamo, ce ne sarebbero in realtà molte altre. In ogni caso, tutte le nostre attività sono registrate sul sito del Centro AMA sul quale è attivo anche un “Blog della Summer School” in cui centinaia di docenti continuano a scambiarsi materiali, opinioni, esperienze. Continua a leggere →

23 settembre 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani

cropped-IMG_6375-1-1.jpgdi Giorgio Vasta e Ramak Fazel

[E’ appena uscito per Quodlibet Humboldt Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel. Ne propongo un estratto].

Diciassette
10 ottobre

Lasciato l’Ufo Museum di Roswell ci dimentichiamo di voler raggiungere il cratere dell’ufo crash, passiamo dal New Mexico al Texas e arriviamo ad Allamoore. Lungo la strada ci siamo fermati in un drugstore dove Ramak e io, furtivi, fingendo che Silva non se ne accorgesse, abbiamo comprato una torta fluorescente e due candeline nascondendo poi tutto nel portabagagli.

Silva ci ha spiegato che Allamoore si chiama così dal nome di un’impiegata dell’ufficio postale, Alla R. Moore, che cominciò a lavorare qui nel 1888; fino ad allora questo luogo si chiamava Acme, che era a sua volta il nome del primo ufficio postale aperto nel 1884. Non si sa se fu la postina a decidere d’imperio che Allamoore prendesse il suo nome, o se a determinare lo slittamento onomastico sia stata invece, più umilmente, la consuetudine per cui chi andava a ritirare la posta da Alla Moore prese a identificare il luogo con la persona. All’inizio la presenza umana ruotò intorno alle miniere di rame e argento; tra il 1960 e il 1971 vennero aperte due fabbriche di talco che chiusero nel giro di pochi anni. Oggi vivono qui venticinque persone, e anche nei tempi migliori gli abitanti non sono mai stati più di cento. Eppure c’è ancora una scuola, la Allamoore School, bianca celeste e vuota, i vetri delle finestre rotti e la porta d’ingresso bloccata da una serratura nuovissima. Ad accompagnarmi intorno all’edificio ci sono due cuccioli di cane che quando poco fa sono passato davanti a una delle poche case abitate mi sono corsi incontro abbaiando innocui. Ce ne stiamo un po’ a giocare intorno a un’altalena rotta, io che tengo un ramo sollevato, loro che corrono saltano e lo afferrano, lo spezzano, lo abbandonano e tornano a supplicare gioco, più e più volte, fino a quando non mi ricordo di Bombay Beach, prendo un pezzo di legno massiccio, mi inarco e lo scaglio così lontano che i cani inseguendolo spariscono nel deserto. A questo punto Ramak mi fa cenno che è ora. Fin qui lui e Silva sono andati in giro a fotografare; adesso, mentre lei continua a scattare, noi due torniamo alla jeep, infiliamo le candeline nella torta fluorescente e le accendiamo, ce la nascondiamo dietro le spalle e chiamiamo Silva. Mentre ci raggiunge, dalle fabbriche di talco abbandonate si solleva una tempesta, le particelle bianche vorticano mescolate alla sabbia offuscando ogni cosa. Lo stesso, inflessibili, appena intravediamo Silva ci mettiamo a cantare Happy birthday to you, la polvere negli occhi, le gole che bruciano, lei che si rannicchia nel tentativo di proteggersi dal vento, e quando le porgiamo la torta le candeline sono volate via così come una parte della fluorescenza, il resto della glassa si sta riempiendo di sabbia. Ugualmente lei soffia sulla torta sfaldata e ci ringrazia, dice che è commossa, ma il luccichio negli occhi è per la polvere; poi Ramak la costringe a montare sul retro arrugginito di un vecchio treno merci, la torta in equilibrio su una mano. Continua a leggere →

22 settembre 2016
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Parise e Pasolini

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di Gianluigi Simonetti

[Nel numero di “Riga” appena uscito, dedicato a Goffredo Parise a trent’anni dalla morte (ne abbiamo parlato qui), è presente tra l’altro una sezione di saggi inediti, disposti in forma di sillabario e in ordine alfabetico. Presentiamo le pagine iniziali della voce che, nel numero di “Riga”, si intitola Pasolini].

1.

Era una persona che molti in quegli anni ritenevano importante, o meglio, che molti giudicavano segno della propria importanza ritenere importante. Ma aveva una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca dentro un incavo osseo come certi sdentati e soprattutto aveva occhi mobilissimi che non si fermavano mai negli occhi della persona con cui parlava.[1]

Raffaele La Capria è stato il primo, credo, a identificare nel personaggio dalla «voce dolcina» schizzato nella prima parte di Antipatia una caricatura di Pasolini[2]. Corrispondono in pieno, certo, i tratti fisici – la faccia «a forma di pugno», la bocca «dentro un incavo osseo», gli occhi mobili e sfuggenti. Corrisponde la postura intellettuale onnivora e aggressiva del personaggio, come pure il suo vasto riconoscimento pubblico – «l’importanza» di Pasolini («era riuscito ad afferrare una grande quantità di nozioni senza qualità ma correnti in quegli anni, che gli avevano procurato la fama di persona importante», OP2, 228). Quando poi il personaggio-Parise risponde «può darsi, non me ne intendo» al petulante interlocutore che gli dà del fascista, beh anche quel «non me ne intendo» rinvia – per antifrasi – a Pasolini, la cui figura incarna, agli occhi di Parise, quella del letterato che si intende di tutto, che padroneggia e anzi “divora” la cultura: alla fine di Antipatia l’antipatico sarà descritto nell’atto di trangugiare pane e pommes soufflées («due cose che non vanno d’accordo», ibid.). Una disinvoltura che non può piacere a chi, come Parise, ha fatto del dilettantismo una divisa; una bulimia che si oppone alle dosi omeopatiche con cui Parise ha sempre assunto la cultura. Quello che non torna, però, sono le parole che pronuncia quella voce antipatica; la lingua, particolare non secondario nella costruzione letteraria di un personaggio, e soprattutto di un personaggio intellettuale. L’amico di Antipatia è costruito implicitamente come l’emblema della deriva linguistica contro la quale i Sillabari reagiscono:

Il libro nasce così: negli anni tra il ’68 e il ’70, in piena contestazione ideologica e in tempi così politicizzati, udivo una gran quantità di parole che si definiscono comunemente difficili. Difficili anche a pronunciare, per esempio: Rivoluzionarizzare. Ecco, non esprime nulla[3]. Continua a leggere →

21 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Milano crocevia di culture, Milan crossroad of cultures

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21 settembre 2016
Pubblicato da Claudio Giunta
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L’autunno caldo della maturità

cropped-Seconda_C_1965_66-1.jpgdi Walter Lapini

Per il prossimo autunno-inverno i riformatori degli studi umanistici in Italia, fra cui non pochi membri dell’AMA (l’AMA di Siena, cioè Antropologia del Mondo Antico, non l’AMA di Firenze o Roma), hanno calendarizzato una serie di incontri e dibattiti nei quali si dimostrerà che la seconda prova della maturità classica va cambiata o magari abolita. Ci sono addirittura degli zeloti che percorreranno lo Stivale scuola per scuola. Sarà come nelle primarie americane: la squadra arriva, si accampa, mette in scena il suo numero e riparte. E via così fino alla convention finale. Il tour insisterà presumibilmente sui seguenti concetti: la traduzione di un brano dal greco o dal latino è un esercizio sterile, che non educa al bello, e che peraltro i ragazzi copiano da internet. Occorre dunque proporre traduzioni più brevi, precedute da cappelli introduttivi che spieghino circostanze e contesto e seguite da domande di verifica. Cosicché il maturando non sarebbe valutato solo in base alla capacità di tradurre, ma anche – attenzione – in base alle conoscenze generali sul mondo antico che appunto emergerebbero dall’esercizio di verifica.

Naturalmente nessuno sano di mente metterebbe in piedi un programma-monstre di convegni e di missioni apostoliche solo per promuovere una miglioria tecnica a un esame di diploma. E infatti la posta in gioco non è questa. La miglioria tecnica cela in realtà un attacco mortale alla versione in quanto tale, alla traduzione in quanto tale, poiché è chiaro che azzoppare la lingua alla prova di maturità significa azzopparla per tutto il quinquennio. Nessuno si allena a correre i 100 metri se il comitato olimpico decide che ne bastano 50. E scatterà l’effetto-domino, l’effetto-Baliverna: rapida recessione dell’insegnamento vivo e vero del greco e del latino e avanzata impetuosa della letteratura-senza-lingua e del metodo dei testi ‘compresi’. Con il che l’anticlassicismo trinariciuto che da mezzo secolo serpeggia come la peste nera nella scuola italiana avrà raggiunto il suo scopo: quello di eliminare lo studio delle lingue antiche dai nostri licei riparandosi dietro l’accattivante lessico del rilancio, del rinnovamento, della modernità. L’attacco per ora non è alle letterature, bensì proprio alle lingue, a quelle lingue che nessuno, si dice, sa più insegnare e imparare. Ma da una cosa all’altra il passo è breve, poiché un’Antike disgiunta dal lavoro sui testi si ridurrà ben presto a intrattenimento e aneddoto, a florilegio di mirabilia per gli «oh» e i «wow» di scolaresche mitridatizzate da un facilismo succhiato col latte. Dopodiché, liberata dalla zavorra del documento scritto, la civiltà greca e latina si leverà come una mongolfiera verso il mondo dei sogni. Questa e non altra è la vera posta in gioco, ed è bene che ne siamo tutti coscienti. Continua a leggere →

20 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Complotti, apocalissi e visioni postcinematografiche

 cropped-b338089809d016cc642cdecc347fc83a.jpgdi Mirko Lino

Apparizioni digitali

 La diffusione di tecnologie digitali immersive, come gli headset per la Realtà Virtuale (VR) e le app come Aurasma per la Realtà Aumentata (AR), promettono l’esplorazione di realtà “altre” dove la fruizione passiva viene riconfigurata in pratiche immersive e performative. Infatti, indossando i visori VR ci si troverà immersi in una realtà esperibile a 180° o 360°, costruita con tecniche di computer graphic in 3D, in cui gli ambienti grafici e le figure (avatar e bot) che popolano questi mondi sintetici compaiono “miracolosamente” davanti ai nostri occhi; alla stessa maniera, puntando il nostro smartphone su un marker Aurasma, immagini e brevi video di 30-40 secondi compariranno sullo schermo sovrapponendosi agli spazi fisici in cui ci troviamo. Non sembra allora esagerato parlare di immagini che appaiono come piccole epifanie provenienti da livelli ontologici differenti e integrati, che si mescolano con quelle esperibili negli spazi fisici, richiedendo all’utente una serie di azioni e ricomposizioni, o che ci traggono fuori dallo spazio reale e materiale, offrendo all’utente immerso livelli profondi di intrattenimento. Se da un lato, come è ormai noto, questo mercato ha trovato nella pornografia[1] e nel videoludico le officine per sperimentare diversi livelli di coinvolgimento emozionale e fisico, garantendo l’immersione dell’utente in porno-mondi virtuali, o in ambienti videoludici totali – grazie all’implementazione della soggettiva tipica del porno “gonzo” e degli “sparatutto” – dall’altro lato, queste nuove tecnologie stimolano anche la sperimentazione di modelli narrativi complessi, con cui elaborare simbolicamente la complessità dell’odierna società digitale, chiamando spesso in causa immaginari del complotto e dell’apocalisse.

In quest’ultimo caso si tratta di storie in cui le immagini che ci appaiono sono capaci di innescare una sensibilità mistica a partire da veri e propri miracoli ipermediali generati da una trasfigurazione digitale di ambienti reali. Continua a leggere →

19 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Critica letteraria e spazi postmoderni

cropped-P6020123.jpg21-23 settembre – Meeting Room del Santa Chiara Lab, via Valdimontone, 1 – Siena.
Il programma ufficiale del convegno si trova  qui.

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19 settembre 2016
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Contro la Theory. Una provocazione

cropped-IMG_1486-1-1.jpgdi Barbara Carnevali

Un simulacro di filosofia, la Theory, si aggira per i dipartimenti del mondo intero. Non stiamo parlando dell’opera di un autore particolare, dal momento che molti acclamati theorist sono pensatori a tutti gli effetti, e nemmeno dell’autorevole scuola filosofica che ha rivendicato l’appellativo di Teoria Critica; ma di quella specie di scolastica postmoderna nota a chiunque insegni una materia umanistica all’università: un amalgama di idee e formule di varia provenienza disciplinare (prevalentemente filosofia, psicanalisi e sociologia), estratte da un canone di autori disparati ma accumunabili in una generica postura radicale (Marx, Nietzsche, Lacan, Foucault, Deleuze, Bourdieu, Agamben, Said, Spivak, Butler, Žižek, l’onnipresente Benjamin, l’uscente Derrida, la new entry Latour…), fuse in un solo crogiolo e ridotte a un’agenda tematica angusta: il potere, il bios, il genere, il desiderio e il godimento, il soggetto e le moltitudini, la coppia dominanti-dominati, il capitale e lo spettacolo, etc.

Che sia chiaro da subito. L’obiettivo polemico di quest’articolo non è un autore, un libro e nemmeno una specifica corrente teorica. È una modalità di pensiero, una scolastica, appunto, che nel corso degli ultimi decenni si è declinata in combinatorie variabili conservando una forma costante. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, la Theory ha attraversato diverse fasi, dall’originaria sintesi di marxismo e psicanalisi, al mix di decostruzione, heideggerismo, cultural e post-colonial studies, fino alle metamorfosi più recenti, nutrite di foucaultismo, gender e queer studies, biopolitica e lacanismo[1]. L’invenzione recente di un’«Italian Theory», come la Nottola di Minerva, ha segnato il passaggio in cui questo processo, prima latente e ricostruibile solo a posteriori, non solo è venuto alla luce – il disvelamento si è compiuto nell’intelligente libro di François Cusset[2] – ma è diventato addirittura programmatico. Continua a leggere →