Le parole e le cose

Letteratura e realtà

24 ottobre 2014
Pubblicato da Massimo Raffaeli
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De Roberto e l’amore

di Massimo Raffaeli

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

Aveva detto di lui Benedetto Croce, in una delle sue più celebri stroncature, che un ingegno così prosaico era incapace sia di illuminare l’intelletto sia di far battere il cuore. Croce si riferiva ovviamente all’occhio vitreo che sorveglia la macchina de I Viceré sottacendo le parti che in quel grande congegno polifonico trascendono la prosa esatta o glaciale del naturalismo e omettendo oltretutto di citare le zone di inventiva più sbrigliata che segnano, quando non intaccano, la più vasta e diseguale produzione di Federico De Roberto, a cominciare da un romanzo, una crime story travestita da love story o viceversa, dal titolo emblematico, Spasimo, del 1896. Infatti De Roberto, per paradosso speculare, fu un uomo non soltanto afflitto in vita sua dagli insuccessi commerciali e da una ambigua ricezione critica, ma anche un individuo di carattere emotivo, insicuro, sentimentalmente irrisolto, soggetto a disturbi neurovegetativi e psicosomatici fino alla morte sopraggiunta per trauma da svenimento, nel luglio del ’27, quando aveva appena sessantasei anni e da tempo era tornato a Catania, per sempre disilluso e scettico, contentandosi di scritture laterali ed erudite da cui comunque fuoruscivano, a sbalzo o per soprassalto di un’arte sovrana, schegge di assoluta perfezione quali per esempio la novella La paura, oggi celebrata come un capolavoro e, sia pure firmata da un mite patriota, come un potenziale manifesto di antimilitarismo. Continua a leggere →

23 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Latenza

cropped-sugimoto1.jpgdi Remo Ceserani

[Questo articolo è già uscito su «La Ricerca»].

La parola latenza (dal latino “lătēre”, stare nascosto, imparentato con il greco “lethe”, oblivio, e con lontane radici indoeuropee) è presente in tutte le lingue occidentali (è invece specificamente italiana la parola latitanza, dal latino latitare; forse perché siamo un paese di banditi e fuorilegge?).

Il primo a lanciare la parola sul piano culturale è stato, nel 1904, Sigmund Freud, prendendola dal linguaggio medico (latenza di una malattia) per indicare, in psicoanalisi, il periodo che va dai cinque anni alle prime manifestazioni della pubertà, contrassegnato da una desessualizzazione delle relazioni oggettuali e dalla nascita di sentimenti come il pudore e la repulsione e di aspirazioni etiche ed estetiche, conseguenti a un blocco dell’evoluzione sessuale del soggetto. Da allora la parola ha esteso il suo campo di applicazioni: nel 1909 l’antropologo francese Anton Van Gennep ha distinto, nei riti di passaggio delle società primitive, tre fasi: la separazione o «morte» della precedente condizione, il momento di «latenza» e l’aggregazione o «seconda nascita». Nel 1951 il sociologo americano Talcott Parson, fondatore della scuola struttural-funzionalista, nel libro Il sistema sociale, ha chiamato latenza una delle quattro funzioni nei sistemi sociali del cosiddetto AGIL: accanto alla funzione adattiva, quella del raggiungimento dei fini, quella dell’integrazione, la funzione del mantenimento del modello latente. In anni recenti il termine si è esteso ad altre discipline: in fisiologia sperimentale, tempo di latenza è lo spazio di tempo che intercorre fra l’applicazione di uno stimolo e la manifestazione della corrispondente reazione; in informatica, latenza di risposta viene chiamato il tempo impiegato da un’informazione per passare da un’unità all’altra di un sistema, in particolare da un sensore al relativo elaboratore. Continua a leggere →

22 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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“I promessi sposi” alla prova, di nuovo

cropped-052.jpgdi Francesco de Cristofaro

[Pubblichiamo un estratto dal saggio di Francesco de Cristofaro, Il romanzo sul tavolo da gioco, che introduce la nuova edizione dei Promessi Sposi da lui curata in collaborazione con Giancarlo Alfano, Nicola De Blasi, Matteo Palumbo e Marco Viscardi, e in uscita in questi giorni per la BUR]

1.

Si racconta che il principe dei comici, Charlie Chaplin, ospite nel 1972 d’una soirée in suo onore al Festival di Venezia, si sia imbattuto in un Vittorio De Sica singolarmente sulla difensiva, che s’era infine deci­so ad accoglierlo al solo scopo di non far la figura del pu­sillanime parroco manzoniano; e che, oltremodo incuriosito, gli abbia chiesto: «Who’s don Abbondio?». A tale domanda, il nostro regista avrebbe repli­cato: «Era un prete che per paura di un capitalista evitò di celebrare il matrimonio di due proletari. Ma si tratta di una storia antica e troppo lunga e gliela risparmio. Le dico soltanto che da noi don Abbondio è diventato sinonimo di chi non fa il proprio dovere per paura dei potenti, delle associazioni di categoria, o semplicemente per paura di essere considerato out, fuori gioco»[1].

L’aneddoto è, naturalmente, inventato di sana pianta. Lo escogitò Ennio Flaiano per stigmatizzare, con satira sferzante, il conformismo vagamente snob che in quegli anni era tra le cifre più tipiche del­la nostra intelligencija. Ma ciò che conta è la prontezza e la duttilità con cui un personaggio di finzione si fissa non tanto in icona del costume di casa, quanto in metafora della mancata mediazione sociale, di quell’infamia che condanna ancor più i poveri ed eleva ancor più i ricchi. Se nella famosa parodia di Guido da Verona il parroco congedava il povero Renzo col saluto romano[2] (ed era il 1930), qui diviene, insieme, il baluardo dei «capitalisti» e il boia dei «proletari». Per paradosso, l’ana­cro­­ni­stico, assurdo lessico usato dallo pseudo-De Sica ci mostra in corpore vili come l’oper­a del «Gran Lom­bardo» sia sempre in grado – a dispetto di letture ideologiche e retrive che ancora proliferano – di parlare alla nostra sensibilità, illuminando i conflitti del presente. Perché I Promessi Sposi sono forse il romanzo più radicato nella propria epoca, e insieme più capace di oltrepassarla, che sia mai stato scritto in Italia. Continua a leggere →

21 ottobre 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Libertà di riproduzione nelle biblioteche e negli archivi

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di Mirco Modolo

[Questo intervento è uscito su "Il Giornale dell'Arte", n. 345, settembre 2014]

La nuova norma introdotta dal decreto ArtBonus, che prevede la liberalizzazione delle riproduzioni nei musei, sarà pure una novità interessante per le migliaia di turisti che potranno ora sbizzarrirsi con le foto ricordo, ma per la realtà della ricerca rappresenta purtroppo una delle tante occasioni perse che oggi faremmo volentieri a meno di collezionare. Ce ne accorgiamo subito se confrontiamo il testo definitivo della legge con quello, davvero rivoluzionario, del decreto nella sua formulazione originaria che liberalizzava la riproduzione per finalità di studio dell’intero universo dei beni culturali, compreso dunque quel materiale documentario conservato negli archivi e nelle biblioteche, che invece un emendamento della Camera dei Deputati ha deciso di escludere, stroncando l’iniziale entusiasmo dei ricercatori.

Il decreto ArtBonus, entrato in vigore il primo giugno, nel rendere libere e gratuite le riproduzioni tramite mezzo proprio aveva garantito un notevole risparmio, in termini di tempo e denaro, a tutti quei ricercatori e professionisti dei beni culturali che, nonostante le difficoltà economiche e le incertezze lavorative ancora svolgono attività di ricerca e valorizzazione di beni culturali. Si poneva fine a un vero e proprio commercio delle riproduzioni sulle spalle dei ricercatori: prima dell’entrata in vigore del decreto alcuni istituti consentivano l’uso della propria fotocamera dietro pagamento di un canone (che poteva giungere sino ai 2 euro a scatto), altri negavano invece tassativamente il ricorso al mezzo proprio per garantire il massimo del profitto alle ditte private cui era stato concesso l’appalto del servizio di riproduzione in esclusiva, secondo un regime di concessione introdotto dalla legge Ronchey nel 1993. Continua a leggere →

20 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Dire l’individuale. Tra poesia, romanzo e filosofia

cropped-thomas-ruff-portraits-photography.jpgUn dialogo tra Andrea Inglese, Guido Mazzoni e Italo Testa

[Questa conversazione si è tenuta in occasione di “Parma Poesia Festival”, venerdì 22 giugno 2012 nell’Auditorium della Casa della Musica, a Parma. La trascrizione è di Martina Fortunati, rivista dagli autori. Sta uscendo sul numero 50 di «La società degli individui»]

Italo Testa – L’individuale è tema d’incontro e scontro. La nominazione del­l’individuale, l’ipotesi di accedervi conoscitivamente è una questione in­tor­no alla quale poesia, romanzo e filosofia, intese come differenti forme espressive, ordini di discorso e tradizioni, convergono a discutere, mettendo in campo strategie che si diversificano, entrano in conflitto, mutano nel tem­­po. La nostra idea è di parlarne tra le righe, nel transito, senza dare per scon­tato che vi sia già un territorio, un ordine aggiudicato, definito a priori, ma anzi cercando di vedere se non vi siano degli slittamenti, dei confini mo­bili, una qualche porosità tra queste forme espressive.

Andrea Inglese – Comincerò leggendo una poesia. Forse in quasi tutti i te­sti poetici la questione dell’individualità è fondamentale; in questo lo è in mo­do particolare. Dopo averlo letto cercherò di far emergere qualche ele­mento che potrebbe essere utile alla nostra discussione.

Si tratta di un testo tratto da un libro del 2011 che si chiama Commiato da Andromeda, un libro che include sia testi in prosa che poesie. Continua a leggere →

19 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Leopardi didascalico. Il giovane favoloso di Mario Martone

cropped-Elio-Germano-ne-Il-giovane-favoloso-3.jpgdi Luca Illetterati

“Un libro, di solito, se è buono lo capisci dall’incipit”, diceva il mio vecchio e saggio libraio. E lui raramente sbagliava, devo dire. Una volta, lo ricordo bene, era il 1990 ed io ero un giovane dottorando piuttosto saccente, per dimostrarmelo mi lesse l’inizio di La Chimera di Sebastiano Vassalli, che era appena arrivato in libreria e che nessuno dei due aveva ancora letto:

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente.

“Capisci?”, mi disse, “il libro sarà buono, vedrai. E ricordati di queste righe, perché qui c’è la chiave del romanzo, di tutte le pagine successive.”

Io presi in mano il libro e lo sfogliai. E con l’alterigia di quegli anni dissi:

“Virgilio” (si chiamava così il mio libraio) “l’incipit che hai letto appartiene alla Prefazione. Non è il vero incipit del romanzo!”.

Lui riprese in mano il libro; andò al primo capitolo e con tono un po’ spazientito lesse:

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca quasi un mostro. Continua a leggere →

17 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Sotto la pelle della lingua

cropped-René-Magritte-La-Condition-Humaine-1933.jpgdi Andrea Cortellessa

[Si è tenuto dal 10 al 12 ottobre, a Pieve di Soligo, Solighetto e Cison di Valmarino, il convegno Andrea Zanzotto, la natura, l’idioma, a cura di Francesco Carbognin. Domani ricorre il terzo anniversario della morte di Zanzotto. Le parole e le cose lo ricorda pubblicando una versione ridotta dell’intervento al convegno di Andrea Cortellessa].

Zanzotto, poeta dantesco, non si può non leggerlo per trilogie. Proprio come per un altro autore quanto mai dantesco, Samuel Beckett, nelle rispettive opere la Trilogia che tutti definiamo tale – se non altro perché così la chiamavano gli autori stessi, anche se Zanzotto com’è noto vi preponeva l’avvertenza del prefisso pseudo- – è una sola. Nel caso di Beckett quella romanzesca, cioè – se quest’aggettivo si può ancora impiegare per testi come L’Innommable –, degli anni Cinquanta. Per Zanzotto, invece, quella costituita dal Galateo in Bosco, da Fosfeni e da Idioma: le raccolte, rispettivamente pubblicate nel 1978, nell’83 e nell’86, in cui si dispongono – seguendo ordinamenti risolutamente non cronologici – le poesie composte fra la metà degli anni Settanta e quella del decennio seguente. Ma per Beckett si parla anche, poi, usando in questo caso una definizione apocrifa, di una “seconda trilogia”: riguardo a testi brevi e tardi da lui stesso in ogni caso raccolti – l’anno stesso della morte, il 1989 – nel volume Nohow On (ciclo ricostruito in italiano solo nel 2008, da Gabriele Frasca, col titolo In nessun modo ancora). Anche per Zanzotto si è potuto parlare di una “seconda trilogia” – Stefano Dal Bianco ha usato l’espressione suggestiva «trilogia dell’oltremondo» – riguardo alle ultime tre raccolte uscite fra il 1996 e il 2009, Meteo, Sovrimpressioni e Conglomerati. Che, come nel caso della prima degli anni Settanta-Ottanta, è una pseudo-trilogia: in quanto dispone i propri tasselli in tracciati che deviano dall’ordine cronologico di composizione. Ma che ha la sua cifra unificante, come la “seconda” beckettiana, in quello che si può definire – con formula resa celebre da Edward Said – lo «stile tardo» dell’autore. Uno stile dell’indefinito rastremarsi e assottigliarsi, di un “levare” che non è neppure più sprezzatura, da parte dell’artista, bensì il suo incauto esporsi alla crudeltà del tempo, a un vento dell’esistere che lo spoglia sino all’essenziale, sino a quella condizione esausta che Gilles Deleuze, in pagine mirabili, ha descritto a proposito proprio dell’ultimo Beckett. Continua a leggere →

16 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Scrivere come un ricamo. Il lenzuolo-diario di Clelia Marchi

cropped-Clelia-Marchi-Il-tuo-nome-sulla-neve-Gnanca-na-busia2.jpgdi Paola d’Agostino

Dalla città dei diari tracciata in mezzo all’Appennino tosco-emiliano, quello della Linea Gotica, per intenderci, cancellata dai bombardamenti e poi riscritta, sono tornata in aereo con le mani letteralmente aggrappate alla copertina di un libro, che poi libro non è. Gnanca na busia, neanche una bugia, si chiamava il lenzuolo-diario che Clelia Marchi, contadina del mantovano, regalò nel 1986 a Saverio Tutino, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Poi la Fondazione Mondadori trascrisse il lenzuolo in un libro, ripubblicato in seguito dal Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Dove l’autrice ricostruisce la propria biografia di nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia. Materia. Nella cultura contadina tutto ciò che è valido deve essere materia. E perciò Clelia nel suo diario-lenzuolo dice: “Venitemi à trovare che ò: 15.chili di carta scritta che ò incominciato nel .1972.a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male”.

Male, sì, perché Clelia era semi-analfabeta, la scrittura le si era disegnata dentro come necessità di raccontare, ma regole ne conosceva poche: “non offendeteVi; che sono andata à scquola, solo in 2a elementare [...] si sa che quando poco a scquola poco si va; poco si sa!” Continua a leggere →

15 ottobre 2014
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La trattativa troppo facile di Sabina Guzzanti

cropped-16162_orig.jpegdi Emiliano Morreale

Dal 1992 al 1994, l’Italia è in preda alla confusione politica e istituzionale: Tangentopoli, i governi tecnici, l’arrivo di Forza Italia. Sullo sfondo, l’escalation violenta di Cosa Nostra: dall’omicidio di Lima al picco degli attentati a Falcone e Borsellino, alle bombe di Roma, Firenze, Milano. Qualche anno fa, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, ha sostenuto l’esistenza di un “papello” contenente le richieste dei mafiosi, e che sarebbe stato l’oggetto di una trattativa, gestita dai Ros dei carabinieri, prima con Riina e poi con Provenzano (dopo la cattura del primo, facilitata dunque da Cosa Nostra per far procedere più speditamente la trattativa). Una serie di pagine oscure, tra depistaggi, falsi pentiti, mancate indagini e documenti spariti, su cui è ancora in corso un processo. E’ questo il materiale in cui il film La trattativa di Sabina Guzzanti, ibrido di documentario e finzione, cerca di trovare un filo.

Si può discutere su cosa la trattativa sia stata, su cosa si debba intendere per “Stato” in quella occasione, chi siano stati gli interlocutori, quali i terreni di scambio e i vantaggi effettivamente ottenuti. Il film sembra optare per un’ipotesi massima: furono coinvolti i vertici delle istituzioni, i mafiosi ottennero quel che volevano, e venne la pace, e la rovina. Ipotesi forte e ovviamente opinabile, sulla quale ha scritto pagine utili Salvatore Lupo nel libro La mafia non ha vinto (Laterza). Ma non è questo il punto. È soprattutto la scelta estetica, di fare un racconto, anzi a tratti un racconto per bambini (specie nelle spiegazioni declamate dall’attrice) che il film mostra i suoi limiti. Se il miglior cinema d’inchiesta è spesso problematico, inquieto, qui fila tutto liscio, i pezzi del puzzle vanno a posto, e la spiegazione arriva facile-facile, anche quando i passaggi non sembrano così lineari come vengono presentati. Continua a leggere →