Le parole e le cose

Letteratura e realtà

30 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Addio Lugano bella

playlist di Italo Testa

[Questa playlist è ispirata da Il racconto della Svizzera, di Franco Buffoni, in Il racconto dello sguardo acceso, Marcos y Marcos, 2016 (it)].

Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Otello Profazio, Silverio Pisu, Addio Lugano bella (live@ “Questo e quello”, Rai, 1964)

 

Ivan Graziani, Lugano addio (live, 1981)

Milva, Addio Lugano bella (Tutto Milva, 2007)

 

Mauro Ermanno Giovanardi, Lugano addio (Tributo a Ivan Graziani, 2012)

Continua a leggere →

29 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
6 commenti

Moresco senza Moresco

cropped-giulio-paolini-2.jpgdi Carlo Mazza Galanti 

Ciò che mi colpisce dell’opera di Moresco non è tanto quello che Antonio Franchini, in una recente intervista, ha definito il carattere “estremo” e “massimalista” dello scrittore, quanto piuttosto la maniera in cui è Moresco stesso a voler continuamente sottolineare l’estremismo e massimalismo della propria scrittura, come spostando l’attenzione dall’opera in sé all’enunciazione che la sottende, e fino nello spazio infalsificabile della vita e della figura dell’autore. Un autore la cui ombra lunga incombe gelosamente sul testo, lo protegge, lo promuove, ne regola la ricezione. Salta all’occhio l’insistenza con cui Moresco sembra volerci persuadere del fatto che i suoi libri non sono semplici libri, che sono il prodotto di uno sforzo eccezionale e che richiedono un’attenzione di diverso genere: poiché Moresco è uno scrittore diverso. Non mi riferisco solo alle dichiarazioni esplicite, alla presenza diretta della voce narrante, ai paratesti o alle interviste. Quasi ogni pagina sembra volerci ribadire come quell’inchiostro ha vampirizzato un’intera esistenza, ed ora è lì, quell’esistenza, palpitante tra le nostre mani, a testimoniare se stessa. In Moresco sentiamo riaffiorare in forme esasperate il culto creazionistico dell’opera e la celebrazione romantica della personalità autoriale, rinata dalle ceneri delle poetiche testualiste, strutturaliste e post-strutturaliste della seconda metà del novecento.

La storia critica e la vicenda editoriale di Moresco rispecchiano questo ordine di idee. Dopo anni di scrittura solitaria, di rifiuti editoriali, di “clandestinità”, finalmente lo scrittore viene riconosciuto. Il discorso critico che lo riabilita riflette mimeticamente le caratteristiche della estetica moreschiana. Un autore inclassificabile, fenomenale, diverso da tutti gli altri. Biografia e opere si accavallano, si intersecano, si scambiano di posto surrettiziamente. La sfortuna iniziale alimenta il culto presente, come in un racconto agiografico. I rifiuti diventano paradossalmente le stigmate di una difformità che di per sé vale la lettura. Un libro come “Lettere a nessuno”, dove lo scrittore espone il suo difficile rapporto con il mondo editoriale, ha contribuito significativamente a costruire e diffondere questo tipo di narrazione. D’ora in avanti il discorso critico e promozionale su Moresco si farà carico di ribadirlo e rilanciarlo in un crescendo continuo, sempre meno controllato. Risvolti, commenti, giudizi saranno il controcanto che accompagna le sue dichiarazioni di poetica, implicite ed esplicite. Come risarcimento al passato disconoscimento, e in virtù della sua ormai conclamata incomparabilità, la sua grandezza diventa autoevidente: chiede solo che il lettore si faccia cassa di risonanza, che si lasci contagiare dal potere taumaturgico dell’opera. Molte delle critiche che sono state portate ai suoi libri, non di rado feroci, sarcastiche e umorali, riflettono involontariamente la temperatura emotiva che sprigiona dall’autore: ne esaltano il carisma. La parabola per così dire sociologica della scrittura di Moresco sembra consumarsi tra il paradigma vittimario e lo stato di eccezione. Il risultato, in parole povere, è che o lo si ama o lo si odia, spesso senza neppure averlo letto. Continua a leggere →

28 aprile 2016
Pubblicato da Claudio Giunta
0 commenti

Un piccolo esercizio filologico: confutare Tullio Gregory sul concorso per la scuola

cropped-Gregory-ILIESI.jpgdi Mariangela Caprara

Sul Sole 24 ore di domenica 24 aprile Tullio Gregory ha pubblicato una violenta accusa contro le modalità di svolgimento del concorso a cattedre per la scuola, intitolata Insegnerete il greco senza conoscerlo. Parlando di “liquidazione del greco e del latino, dato l’aziendalismo trionfante”, Gregory sostiene che “il decreto ministeriale ha soppresso ogni prova scritta, latino-italiano, greco-italiano, unico strumento serio di verifica della conoscenza delle lingue (sono infatti mantenute le prove scritte per le lingue moderne). Le prove scritte di greco e di latino sono sostituite da ‘quesiti’ volti a verificare la conoscenza di una fra quattro lingue straniere (francese, inglese, spagnolo, tedesco). Dunque i nuovi professori di letteratura greca e latina non dovranno mostrare per iscritto di conoscere le lingue antiche, bensì una moderna”.

Con grande imbarazzo, devo dire che mi sembra di trovarmi di fronte a quella circostanza che Manzoni deplora nel cap. XXXI dei Promessi Sposi affrontando la questione del metodo della ricerca e dell’esposizione storica: mi sembra, cioè, che si tratti “più di giudizi che di fatti”, in “un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori”.

Quello che scrive Tullio Gregory è infatti solo parzialmente vero. Riguardo ai programmi d’esame il bando recita: “al candidato si richiede di conoscere in lingua greca e saper tradurre e commentare, nel quadro di un profilo storico complessivo, testi significativi di varia epoca, riferibili ai diversi generi letterari”; quanto al latino, benché il riferimento alla traduzione sia meno esplicito, si legge che “il candidato deve altresì conoscere tecniche didattiche che privilegino gli aspetti linguistici fondamentali per la comprensione dei testi e offrano al contempo agli studenti un metodo rigoroso e solido per l’acquisizione delle competenze traduttive”. Riguardo alle prove scritte, è vero che nel bando di concorso non sono previste le traduzioni latino-italiano e greco-italiano (o greco-latino) nella forma di elaborato completo ed esclusivo, ma un’articolazione in otto quesiti da svolgere in 150 minuti: sei quesiti a risposta aperta riguardanti gli ambiti disciplinari, e due quesiti “articolati in cinque domande a risposta chiusa, volti a verificare la comprensione di un testo in lingua straniera (…) almeno al livello B2”.  Dunque non è vero che le prove relative alla conoscenza delle lingue antiche siano sostituite da quesiti per verificare la conoscenza di una delle quattro lingue straniere indicate (francese, inglese, spagnolo, tedesco): la conoscenza delle lingue moderne è solo un’aggiunta. Per di più, Gregory sembra ignorare che l’accertamento della conoscenza del latino e del greco viene effettuato in modo approfondito al concorso per l’ammissione al TFA, tra l’altro gestito dai suoi più giovani colleghi universitari. Certo, il fatto che nel concorso l’accertamento delle competenze disciplinari sia ridotto al livello dei quesiti stile terza prova di maturità, con solo con qualche riga da tradurre (così fu nel concorso del 2012), non è un buon segno né una buona pratica, ma bisogna considerare che il concorso è riservato ai soli abilitati; le prove scritte mirano pertanto più a testare le competenze didattiche dei candidati, cosa su cui sfido chiunque a sollevare sensate obiezioni. Le capacità traduttive dovrebbero essere state verificate, come dicevo, se non durante il corso di studi universitario, sicuramente al concorso di ammissione al TFA. All’Università di Firenze per il TFA della classe di concorso in questione (“Discipline letterarie, latino e greco nel liceo classico”, ossia ex A052, ora A13) sembra che abbiano perfino proposto la traduzione dal greco al latino come nei vecchi concorsi ordinari (e in nome di un’antica tradizione genuinamente umanistica). Continua a leggere →

28 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
1 commento

Il paziente crede di essere

cropped-the_chase_by_still_cg-d4r5fn1.jpgdi Marco Giovenale

[Da qualche settimana è uscito Il paziente crede di essere di Marco Giovenale (Gorilla Sapiens, 2016). Oggi verrà presentato da Fabrizio Miliucci alle 18,30 presso la libreria Fahrenheit 451 di Roma (Campo de’ Fiori 44). Queste sono sei delle prose che lo compongono]

E.

Uno biondo molto nervoso con gli occhiali aspetta fuori dal bar provando la coerenza di quanto vede con quanto gli dice l’auricolare. Canta un gallo registrato in un vicolo a fianco, sembrando però molto lontano. Il rumore del ferrarsi di supporti a un cuoio indica una bottega. L’altro, con i capelli neri, ha appena finito di pensare ora mi volto e esco. Non lo lasciano continuare. Un piccolo colpo di tosse discreto al primo piano, il disserrarsi di un portone. Gli sono sopra in cinque. La tv è senza audio, le velature azzurre sono progressive, tutte le macchine sono macchine che passano. Il pomeriggio trattiene tutta l’estate, la piazzetta vuota, l’acqua gettata dalla cannella, la più discreta. Non può finire, per questo finisce. Sul muro medievale scalzato via da un arco di selci, oltre le carcasse, è scritto quasi in spray completato dal gesso: Eraclito

Dei cerchi

A volte compaiono dei cerchi nell’aria, delle dolci sfere. Hanno una superficie lucida, cangiante, specchiante. Sono le bolle di sapone, scoppiano.

Se invece fanno scoppiare l’incauto osservatore, essi sono gli alieni, sono provvisti di spietate armi laser.

Ci si trova ad un bivio interpretativo

Continua a leggere →

27 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
3 commenti

Per Dio, per il Popolo. Calcio e politica nel secondo dopoguerra

cropped-141225019-06d69426-ecdd-4c81-9dc0-443364244255.jpgdi Fabien Archambault

[Professore associato di storia contemporanea all’università di Limoges, Fabien Archambault si interessa alla storia politica e sociale, in particolare dello sport. In questi giorni è in Italia per una serie di incontri legati alla rassegna  Prospettive critiche; pubblichiamo un suo intervento legato alle ricerche che Archambault ha condotto sulla storia sociale del calcio italiano dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta, confluite nel volume Le contrôle du ballon: les catholiques, les communistes et le football en Italie , apparso nel 2012 (gs)].

« Il primo goal lo segnò la ” Gagliarda ” e si levò un urlo che fece tremare il campanile. Peppone con la faccia stravolta si volse verso don Camillo stringendo i pugni per buttarglisi addosso. Don Camillo rispose mettendosi in guardia. Mancava un millimetro al cozzo, ma don Camillo vide con la coda dell’occhio che la gente s’era improvvisamente immobilizzata e tutti gli occhi erano fissi su di lui e su Peppone. ” Se ci picchiamo noi, qui succede la battaglia di Maclodio1 ” disse a denti stretti don Camillo. ” Va bene: lo faccio per il popolo ” rispose Peppone ricomponendosi. ” E io per la cristianità ” disse don Camillo. Non accadde niente. Però Peppone, finito dopo pochi istanti il primo tempo, radunò la ” Dynamo “. ” Fascisti ! ” disse con voce piena di disgusto » (Guareschi, p. 72).

Celebre episodio della serie dei Don Camillo, « La sconfitta » fu pubblicata nel maggio del 1947 nella rivista Candido prima di essere adattata due volte al cinema (Don Camillo, 1952 ; Don Camillo, 1983). Giovanni Guareschi vi mette in scena il confronto tra il curato e il sindaco di un paesello immaginario nel parmigiano ; in questo racconto due avversari politici si sfidano alla testa delle rispettive squadre di calcio, la cattolica « Gagliarda » e la comunista « Dinamo ». Su un tono deliberatamente comico, questo passaggio di un’opera immaginaria illustra due fenomeni assolutamente reali dell’Italia del dopoguerra.

Si assiste in quel tempo alla diffusione capillare nella società e nella cultura italiane dell’attaccamento alle squadre di football, un fenomeno sintetizzato in un neologismo forgiato negli anni 1920 e senza equivalenti in altre lingue: il tifo. Questo termine esprime una partecipazione affettiva che sfocia nella malattia, e deriva senza dubbio dall’aggettivo tifico, che qualifica chi è affetto dalle febbri tifoidi. Per estensione, il termine viene progressivamente a designare l’insieme delle forme di incoraggiamento di una squadra, dalla semplice dichiarazione di simpatia alla militanza di coloro che si recano allo stadio. Le manifestazioni esuberanti del presidente della Repubblica Sandro Pertini durante la finale della Coppa del mondo vinta dall’Italia nel 1982 illustrano questa febbre, che pervade persino la più alta carica dello Stato.

Parallelamente alla costruzione di questa cultura, comune a tutti i gruppi sociali, la pratica di massa del calcio è inquadrata dai movimenti politici secondo il modello del « collateralismo », vale a dire attraverso gli Enti di promozione sportiva. La parola « collateralismo » designa il funzionamento di una nebulosa di organizzazioni che, nel mondo associativo, lavorano nell’orbita di uno dei partiti politici. Qualunque sia il loro scopo – educativo, ludico o economico –, i militanti vi aderiscono generalmente a titolo individuale (cf. Manoukian). Emergono in tal modo da una parte l’Unione italiana sport popolare (Uisp), che si integra nelle strategie d’azione del Partito comunista italiano (Pci) e del Partito socialista italiano (Psi), e d’altra parte il Centro sportivo italiano (Csi), che si sviluppa nell’alveo dei movimenti cattolici. Continua a leggere →

26 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
1 commento

Giornate di Studio su Erich Auerbach

cropped-131209_r24357-1200-630.jpg

 

giornata_auerbach_pavia (1)

Continua a leggere →

26 aprile 2016
Pubblicato da Claudio Giunta
11 commenti

Mentalità aziendale tardiva

cropped-wiki1.pngdi Edoardo Lombardi Vallauri

[Questo intervento è uscito su «Il Mulino», marzo 2016]

In linguistica, la «Teoria delle Onde» del tedesco Johannes Schmidt (1843-1901) spiega come un cambiamento, irradiandosi da un centro, raggiunga la periferia dell’area che coinvolge. Ad esempio, l’uso di piuttosto che nel senso di «oppure» è partito da Milano negli anni Ottanta, e si è propagato per imitazione nella penisola; sicché adesso si può sentir dire a Napoli: vado sul Rettifilo e mi compro una canotta, piuttosto che dei leggings, piuttosto che un borsa. Spesso però accade che, mentre l’innovazione raggiunge la periferia, al centro le cose cambino di nuovo, cosicché l’innovazione diventa a sua volta una fase superata, che si conserva solo in luoghi marginali. Questo fu descritto da Matteo Bartoli (1873-1946) come Norma dell’area più recente: «L’area di più recente colonizzazione conserva la fase più arretrata».

Il fenomeno si osserva ad esempio nell’impero romano linguisticamente latinizzato. In diversi casi l’Italia attesta parole divenute di uso comune nel latino degli ultimi secoli, mentre le aree più periferiche conservano il termine del latino precedente, che le ha raggiunte quando a Roma si stava già imponendo un uso nuovo.

Questo fenomeno non riguarda solo la lingua, ma ogni attività umana in cui giochi un ruolo l’imitazione. Ad esempio, gli epigoni di un grande artista (scrittore, musicista, pittore o altro) tipicamente adottano elementi della sua arte che poi perpetuano in modo passivo, mentre il grande artista li supera in direzioni nuove. Cosicché quei modi espressivi sopravvivono negli epigoni anche quando il centro di irradiazione li ha sostituiti.

 La mentalità aziendale nella sua forma più pura sopravvive nell’università e nella scuola. Anzi, sta conoscendo in esse la sua stagione di maggior furore, mentre le aziende leading, che l’avevano creata alla fine del secolo scorso, ne hanno poi preso le distanze, e oggi ne adottano forme meno rozze. Propagandosi con l’onda dell’imitazione la fase più arretrata ha raggiunto di recente la periferia dell’impero, cioè la componente della società che era più lontana da quella aziendale: il sistema dell’istruzione; e ora, ad opera di chi lo governa, vi si dispiega senza freni.

Qui per mentalità aziendale non intendo l’insieme complesso di caratteristiche che informano l’agire di tutte e di ciascuna azienda; ma il loro aspetto più tipico: la precedenza data al parametro economico. Questo è ciò che caratterizza le aziende rispetto ad altre imprese umane, come le famiglie, le amicizie, i club sportivi, le associazioni di volontariato, verrebbe voglia di dire la politica, ma chissà se ancora si può. È la priorità del fine economico, e la prevalenza del quantitativo sul qualitativo. Le due cose sono collegate, perché il denaro, che rappresenta il centro dell’agire aziendale, è la realtà che per eccellenza espelle il giudizio qualitativo, per esprimere tutto in termini quantitativi. Il denaro nasce per sopprimere le differenze qualitative, e per permettere di tradurre tutte le cose nei termini di un’unica realtà, su cui la domanda «Quale?» perde ogni senso, lasciando solo la domanda: «Quanto?». Tutto può diventare denaro, e il denaro può diventare tutto, quindi l’unica cosa che rimane sensato chiedersi è: Quanto Denaro. Continua a leggere →

25 aprile 2016
Pubblicato da Daniele Balicco
4 commenti

“Un legittimo atto di guerra”. I partigiani a via Rasella

cropped-Lattentato-di-via-Rasella1.jpgdi Rosario Bentivegna

[Riportiamo qui di seguito un estratto dal libro Vite partigiane (Quodlibet, 2016), uscito da poche settimane in libreria. Il volume, che si apre con una prefazione di Daniele Balicco, raccoglie, in versione trascritta, cinque testimonianze orali sull’esperienza della guerra e della Resistenza antifascista. Cinque partigiani (Sergio Flamigni, Massimo Rendina, Rosario Bentivegna, Walchiria Terradura e Teresa Vergalli) hanno raccontato la loro vita di giovanissimi ribelli guerrieri in un ciclo di incontri pubblici organizzati, tra il 2007 e il 2014, dall’Associazione culturale Un punto Macrobiotico Roma, che di questo libro è ideatrice. Cinque documenti di storia orale, dunque. Ma, soprattutto, cinque racconti su cosa significa scegliere di essere persone libere. L’insegnamento più emozionante che si ricava dalla lettura di queste pagine bellissime, ricche di aneddoti, anche divertenti, è che perfino la paura si può trasformare in forza. Qui di seguito un brano tratto dalla testimonianza di Rosario Bentivegna sui fatti di via Rasella (dba)].

Passano i mesi e gli Alleati non arrivano a causa di errori strategici commessi dal generale che comandava l’armata americana. I Tedeschi riuscirono a contenere la testa di ponte di Anzio e io, il 4 di marzo, fui richiamato da Centocelle per portare a termine altre azioni che dovevamo fare. E le facemmo subito. I fascisti il 10 marzo fecero una grande manifestazione all’Adriano in onore di Mazzini. Ma come si permettevano di parlare di Mazzini, che è il padre della democrazia e della libertà in Italia?! E noi li attaccammo quando uscirono. Saranno state seicento, settecento persone che venivano avanti precedute da un reparto della Milizia Nazionale repubblichina. Armati fino ai denti, camminavano con passo marziale e noi, in quattro, gli tirammo addosso quattro bombe da mortaio modificate a bombe a mano: i nostri artificieri s’erano scafati, avevano imparato a fare il loro mestiere! Certo bisognava essere defilati, perché sennò beccavano pure a te: non erano infatti come le bombe Balilla, che anche se le tiravi a un metro non succedeva niente, né a quello che l’aveva ricevuta né a quello che l’aveva sparata! Erano invece bombe pesanti che esplosero in mezzo a questa compagnia, che immediatamente sparì. Altri compagni che circolavano intorno vedevano la gente che si fregava le mani tutta contenta: “Chi so’? So’ i comunisti che stanno sparando ai fascisti?” Quel giorno i Tedeschi proibirono ai fascisti di girare per la città perché provocavano la gente, che li odiava. E questa fu già una vittoria politica. Poi, mentre io ero nella zona di Centocelle, era stato preparato l’attacco a via Rasella. Continua a leggere →

24 aprile 2016
Pubblicato da Damiano Abeni
0 commenti

Questa selvaggia incompiutezza. Tre poesie

cropped-manichini.jpegdi Lynda Hull (traduzione di Damiano Abeni)

JACKSON HOTEL

A volte dopo ore di vino riesco quasi a vedere
…..la notte che plana, bassa alle spalle del porto
……….lungo le interminabili vie di vetrine

oltre i manichini dai gesti perfetti.
…..Lascio l’acqua fumante sul fornello a gas
……….e a volte riesco a sfuggire al mio corpo,

quasi trovo l’unica parola che evita le sere
…..che non assolvono niente, un inverno vissuto da sola
……….e al freddo. Stanze in cui in qualche modo sposi

i lutti di estranei che tremano
…..sulle pareti come le mani
……….della ballerina della porta accanto, luminosa

di metredina, che tamburella sui muri per ore
…..farfugliando dell’argento che giura
……….riveste l’edificio, i corridoi

dove ogni notte gli ubriachi biascicano
…..il solito rosario finché non ammutoliscono
……….sotto ai numeri ossidati, alle lampadine

che sono le stelle di ogni soffitto.
…..Vi devo dire che ho paura di starmene qui
……….a perdere me stessa nell’ora del lento cancellarsi

al punto di non riconoscere me stessa se non da questo peso
…..freddo, questa mano sul mio grembo, supina.
……….Voglio fermare le mani della ballerina

tra le mie, parlare del perdono
…..e di ciò che ci lasciamo alle spalle—facce
……….e città, i piccoli imprevisti

delle notti. Non dico niente, ma
…..appoggiata al davanzale, la guardo che esce
……….nel momento in cui

i primi taxi cominciano a muoversi appena
…..alle luci di Chinatown, alimentati
……….da un desiderio triste e umano. La guardo svanire

in fondo alla via finché è solo uno sbaffo
…..viola nel cerchio del mio fiato. Figura tanto minuta
……….che la potrei tenere nella coppa delle mie mani.

 

JACKSON HOTEL

Sometimes after hours of wine I can almost see
…..the night gliding in low off the harbor
……….down the long avenues of shop windows

past mannequins, perfect in their gestures.
…..I leave water steaming on the gas ring
……….and sometimes I can slip from my body,

almost find the sinlge word to prevent evenings
…..that absolve nothing, a winter lived alone
……….and cold. Rooms where you somehow marry

the losses of strangers that tremble
…..on the walks like the hands
……….of the dancer next door, luminous

with Methedrine, she taps walls for hours
…..murmuring about the silver she swears
……….lines the building, the hallways

where each night drunks stammer their
…..usual rosary until they come to rest
……….beneath the tarnished numbers, the bulbs

that star each ceiling.
…..I must tell you I am afraid to sit here
……….losing myself to the hour’s slow erasure

until I know myself only by this cold weight,
…..this hand on my lap, palm up.
……….I want to still the dancer’s hands

in mine, to talk about forgiveness
…..and what we leave behind – faces
……….and cities, the small emergencies

of nights. I say nothing, but
…..leaning on the sill, I watch her leave
……….at that moment

when the first taxis start rolling
…..to the lights of Chinatown, powered
……….by sad and human desire. I watch her fade

down the street until she’s a smudge,
…..violet in the circle of my breath. A figure
……….so small I could cup her in my hands.

* * * Continua a leggere →

23 aprile 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Il principe e i poveri. Imparare (o copiare) da Prince

cropped-WireAP_aefcedf6db96482881946fcfb7b51da4_16x9_1600.jpgplaylist di Gianluigi Simonetti

 

The WeekndRolling Stone  (Trilogy, 2012)

Britney Spears, I’m a Slave 4 U (Britney, 2001) Continua a leggere →