Le parole e le cose

Letteratura e realtà

31 marzo 2015
di Le parole e le cose
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Finzioni, fatti, crimini. Una breve riflessione sul romanzo

di Massimo Rizzante

«Tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso, epoca in cui elaborò e scrisse Finzioni (uscito nel 1944), Borges visse nella sua persona e nella sua opera una delle conversioni letterarie ancor oggi decisive: la nozione di originalità si convertì in quella appunto di “finzione”. Egli, come afferma Alan Pauls nel suo El factor Borges (un saggio non ancora tradotto in Italia), si sentì libero di «trasportare un certo materiale già esistente dal suo contesto e inserirlo in uno nuovo». La frontiera tra finzione e realtà da allora si è fatta sempre più irrisoria e i confini tra originale e copia sempre più labili. La grande fame di realtà, tuttavia, non si è spenta. Anzi. Solo che oggi ci troviamo di fronte a un sentiero che si biforca: da una parte non riusciamo più a immaginare la realtà se non attraverso “finzioni” di prima, seconda, terza mano, dall’altra voltiamo le spalle all’immaginazione, preferendo affrontare la realtà all’arma bianca. Un tempo non molto lontano – ancora in quegli anni trenta e quaranta del secolo scorso –, ad esempio, il romanzo inglobava il saggio. Oggi, sembra avvenire il contrario: è il saggio che ingloba il romanzo. Mi chiedo: ciò dipende dal fatto che la nostra immaginazione non riesce più a concepire un romanzo come luogo ludico? La serietà dei fatti ha vinto sulla non serietà dell’arte? È per questa ragione che gli scrittori oggi preferiscono il saggio narrativo, il reportage, il memoir, l’inchiesta, il racconto documentaristico? Bisognerebbe anche chiedersi se questa riduzione del romanzo a cronaca e a registrazione dell’attualità non sia la conseguenza del nostro disincanto rispetto alla possibilità di dialogare con le forme letterarie del passato. O forse il bisogno dell’arte di nutrirsi di realtà documentaria è da intendersi come una forma di moralità, di testimonianza: un desiderio di dimensione autenticamente tragica contro l’irresponsabilità degli effetti speciali di una cultura altamente disneyizzata. O come una nuova forma di engagement… Siamo davvero sicuri poi che un reportage ci dica di più sulla realtà di quanto possa fare un romanzo?». Così scrivevo qualche anno fa. Non ho cambiato avviso. Anzi. Continua a leggere →

30 marzo 2015
di Le parole e le cose
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C’era una volta l’editoria italiana

cropped-LOGO-PUNTOEINAUDI.jpgdi Niccolò Scaffai

1. Nei periodi di cambiamento è inevitabile guardarsi indietro; accade tanto alle persone quanto alle comunità, obbligate o disposte a ridefinire i propri valori. La cultura è il campo privilegiato in cui la riconfigurazione può interessare contemporaneamente i singoli e la collettività: gli uni trasferiscono all’altra idee ed esperienze, ricevendo in cambio, dal confronto e dal negoziato, altre idee e altre esperienze. Il ruolo delle istituzioni culturali, come la scuola e l’editoria, dovrebbe essere quello di garantire questa dialettica; non è un caso perciò che, in tempo di crisi o rinnovamento politico-economico, la cultura sia evocata come emblema della svolta o corpo del sacrificio (in Italia è stata spesso l’una e l’altra cosa insieme). In questi mesi, le sorti dell’editoria italiana sono all’ordine del giorno, non solo nell’agenda finanziaria: prima a causa del ridimensionamento drastico di case editrici storiche, poi in vista della probabile fusione tra i maggiori gruppi del Paese.

Effetto collaterale e segno premonitore di questa riconfigurazione in atto è l’interesse per i protagonisti e i costumi del mondo di ieri; in un contesto tanto mutato, e tutt’ora in trasformazione sul piano globale, si sono infatti moltiplicate negli ultimi anni le pubblicazioni sulle imprese editoriali del passato e sulle figure illustri – fondatori, autori, consulenti – di quella gloriosa civiltà del libro: basti citare le lettere di Alberto Mondadori (recensite in questo numero di «Alias»), le raccolte dei verbali einaudiani, le expertises dei lettori eccellenti (Calvino, Sereni, Cases). Appartiene al filone anche il recente volume Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991, a cura di Tommaso Munari. Prefazione di Ernesto Franco, Torino, Einaudi, 2015, pp. 443.

È inevitabile, dicevo, volgersi all’indietro. Ma è anche utile? Se l’è chiesto, recensendo proprio Centolettori, già Sebastiano Vassalli, che con Giulio Einaudi ebbe un rapporto diretto (rievocato ora in appendice alla nuova edizione del suo L’oro del mondo) e che all’insegna dello Struzzo ha pubblicato per decenni. La domanda è legittima, ma la risposta non può essere tutta idiosincratica; occorre prima chiedersi: che cos’è Centolettori? Prima di tutto è un libro prezioso per la storia della cultura italiana del Novecento: tra i consulenti ci sono Giaime Pintor e Ernesto de Martino, Massimo Mila e Norberto Bobbio, Roberto Bazlen e Gianfranco Contini, Ludovico Geymonat e Carlo Ginzburg, oltre ai molti scrittori della redazione Einaudi. La cura affidabile di Munari (sua anche l’edizione in due volumi degli einaudiani Verbali del mercoledì), che ha selezionato poco meno di duecento pareri in un corpus più vasto conservato presso l’Archivio della casa editrice e in altri fondi pubblici e privati, fa inoltre del volume un contributo importante di storia dell’editoria, corollario agli studi di Turi o Mangoni. Continua a leggere →

29 marzo 2015
di Le parole e le cose
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Sulla genesi del Diario postumo: incongruenze e dubbi

cropped-B_QmoGgW8AAJFDu1.jpgdi Alberto Casadei

[Questo contributo è stato ricavato da uno più ampio, a firma di Alberto Casadei e Veronica Ribechini, in corso di stampa sulla rivista “Italianistica” (fascicolo 1/2015)].

1. La questione dell’autenticità del Diario postumo di Eugenio Montale, che aveva suscitato così tante polemiche soprattutto a partire da un articolo di Dante Isella del 20 luglio 1997, quindi a distanza di poco più di un anno dall’uscita integrale delle poesie, in un volume a cura di Annalisa Cima e con apparato critico di Rosanna Bettarini[1], è rimasta piuttosto sopita sino a pochi anni fa, quando sono stati indicati per la prima volta nuovi elementi degni di valutazione. È stato definitivamente accertato che l’idea di una preparazione in vita per un’opera postuma era già contenuta in vari racconti montaliani di difficile reperibilità prima dell’edizione nei Meridiani: e per ironia della sorte, come ricordava Angelo Marchese nella sua ancora ignara Prefazione al Diario (p. xv), proprio a Dante Isella Montale, nel 1969, aveva confessato che avrebbe voluto pubblicare Satura solo postuma[2]. Tutto ciò non è peraltro sufficiente a garantire che l’intera raccolta del Diario sia stata organizzata dall’autore. Molte infatti erano e sono le incongruenze materiali e stilistiche che restano inesplicabili: in particolare, gran parte dei presunti autografi esibiscono una vistosa somiglianza con i testi giovanili montaliani, e una notevole diversità con tutti quelli dell’ultima fase, quanto meno dalla fine degli anni Sessanta in avanti. Naturalmente, la possibilità di controllare la situazione dei presunti autografi, di fatto mai concessa dalla Cima, sarebbe una premessa indispensabile per qualunque ulteriore considerazione; tuttavia, almeno alcuni casi interessanti possono essere già segnalati in base ai materiali a disposizione. Per esempio, si possono considerare due testi di Emily Dickinson, I Have no Life but this e To see her in a Picture, che sarebbero stati tradotti insieme dal poeta e dalla Cima: la riproduzione dell’‘autografo’ è presente nella nuova edizione del volumetto Incontro Montale, curato dalla stessa Cima e pubblicato per la prima volta da Vanni Scheiwiller nel 1973, e poi, dopo la pubblicazione integrale del Diario postumo, nel 1996[3]. La riproduzione si trova a p. 41 e mostra due grafie apparentemente diverse, ma in realtà accomunate da tratti del tutto simili. I due testi compaiono uno di seguito all’altra e sono firmati in calce a sinistra “E.Montale / 1975” e a destra “Annalisa Cima / 1975”. Si nota subito che i numeri 1 e 9 della data hanno la stessa configurazione nei due casi. I versi presentano alternativamente due grafie, prima quella presunta di Montale, poi quella della Cima, ma non possono nascondere tratti similari, per esempio nella fattura delle m, n, r, u minuscole. Un’analisi capillare di questi elementi potrebbe risultare molto significativa, soprattutto quando verranno messi a disposizione gli originali[4].

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27 marzo 2015
di Le parole e le cose
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Tommaso Landolfi: una storica sfortuna editoriale

cropped-AGNES-PRESZLER_ritratto.tommaso_landolfi.jpgdi Raoul Bruni

[Questo articolo è uscito in forma abbreviata e rimaneggiata su “Alias/ il manifesto”].

Ogni appassionato di Tommaso Landolfi sa bene quanto deve a Idolina, la figlia primogenita dello scrittore scomparsa prematuramente nel 2008. A sua volta scrittrice, traduttrice e critica letteraria, Idolina Landolfi dimostrò una dedizione assoluta nei riguardi dell’opera paterna, di cui curò la ripubblicazione prima per Rizzoli (si devono a lei i due fondamentali volumi dell’edizione delle Opere, che purtroppo non poté essere portata a compimento) e poi per Adelphi (accompagnando spesso alle ristampe impeccabili note editoriali). Né si possono dimenticare i convegni di studi e i non pochi contributi critici che consacrò al padre.

A tutto ciò si aggiungono ora due ricchi volumi postumi, editi da Cadmo sotto il titolo «Il piccolo vascello solca i mari». Tommaso Landolfi e i suoi editori - Bibliografia degli scritti di e su Landolfi (1929-2006) (pp. 292 + 379, € 60,00). A dispetto di quanto potrebbero lasciare intendere i sottotitoli, non si tratta di una delle solite opere accademico-erudite, magari utili ma più o meno noiose alla lettura. Lo stesso secondo volume, efficacemente introdotto da Giovanni Maccari, offre una bibliografia, per così dire, non convenzionale, dato che non solo riferisce le coordinate editoriali degli scritti di e su Landolfi, comprese le numerose traduzioni in lingua straniera, ma indica anche il numero delle tirature dei libri e delle copie effettivamente vendute, e dà inoltre conto delle trasposizioni teatrali e cinematografiche. I dati sulle tirature e sulle vendite sono preziosi per ricostruire la, per molti aspetti, sfortunata carriera editoriale di Landolfi, a cui è dedicato il primo volume, per scrivere il quale Idolina ha ampiamente attinto ai carteggi del padre, ancora largamente inediti.

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26 marzo 2015
di Clotilde Bertoni
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Fa ancora Senso

cropped-boito-bertoni.jpgdi Clotilde Bertoni

[Esce in questi giorni, per Manni, la nuova edizione di un volumetto del 2002 dedicato al racconto più celebre di Camillo Boito, Senso: comprende, oltre al testo, un’introduzione e un saggio di Clotilde Bertoni, che riservano ampio spazio anche alla trasposizione di Luchino Visconti a cui l’opera deve principalmente la sua fama. Proponiamo qui l’introduzione, in versione abbreviata e alleggerita delle note] 

Senso compare nel secondo volume di narrativa di Camillo Boito, la raccolta intitolata Senso. Nuove storielle vane, edita da Treves nel 1883. È l’unico racconto dell’autore non pubblicato in rivista; e, per la trasgressività dei suoi contenuti (non indifferente se rapportata all’orizzonte dell’epoca), rischia di non essere pubblicato affatto. In una lettera del 10 agosto 1883 al più celebre fratello Arrigo, Camillo dichiara: “scriverò una storiella per sostituirla all’ultima del volume – Senso – che al Treves sulle bozze di stampa è parsa scandalosa – e a ragione”. Fortunatamente la cautela dell’autore risulta superflua, le perplessità dell’editore rientrano; il racconto, come previsto, compare nella raccolta. Ma non suscita gli scandali temuti, semplicemente perché non ottiene grande risonanza; il successo del volume, come quello del precedente (Storielle vane) è circoscritto, le recensioni sporadiche. Continua a leggere →

25 marzo 2015
di Massimo Gezzi
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L’ossessione per gli ultimi

cropped-org_pfile141527_activity9139.jpgdi Paolo Febbraro

Sembra un’ossessione. O forse meno, una moda, o una maniera di autoassolversi. Qualche anno fa, Giulio Ferroni ha pubblicato un libro intitolato Gli ultimi poeti. Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto. Lo scorso settembre 2014 Paolo Di Stefano ha ricordato il decimo anniversario della scomparsa di Giovanni Raboni designandolo come l’«ultimo maestro». E sul recente numero 285 della rivista «L’immaginazione» Romano Luperini ha salutato un benvenuto Oscar Mondadori delle poesie di Franco Fortini, ovvero dell’«ultimo fra i grandi poeti-intellettuali del secondo Novecento», anzi «una figura di poeta intellettuale che oggi non esiste più».

Lo stesso Luperini, del resto, in una nota apparsa sempre su «L’immaginazione» (n. 283, settembre-ottobre 2014), aveva attirato l’attenzione su una poesia di Valerio Magrelli, «poeta fra i maggiori, forse il maggiore, degli ultimi trent’anni», intitolata Invettiva sotto una tomba etrusca, che a suo dire comunica «una impressione di chiusura senza scampo, di un orizzonte tappato, di una morte che si reclude in se stessa e non lascia intravedere alcun possibile spiraglio di vita e nessuna alternativa. È l’alfabeto dei padri che è morto, è morta la lingua della poesia. Che la poesia e il suo linguaggio appartengano al passato, a un mondo scomparso o in via di scomparsa è stato detto più volte, da Leopardi sino, per esempio, a Fortini».

Sulla sequenza Leopardi-Fortini-Magrelli è impossibile pronunciarsi. Dico solo che argomentare sulla morte della poesia grazie ai versi di un autore che si ritiene “forse il maggiore degli ultimi trent’anni” è quantomeno paradossale. Tanto da farmi tornare subito alla contagiosa ossessione per “gli ultimi”, alla sua aura di tramonto romantico, alla sua enfasi nobilitante, al suo hegelismo insieme catastrofico e sbandierato. Continua a leggere →

24 marzo 2015
di Le parole e le cose
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Made in Italy

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di Daniele Balicco

[Il numero 68 della rivista «Allegoria» è dedicato allo studio dell’identità italiana contemporanea, e in particolare a un punto di forza della storia italiana recente, il Made in Italy come fenomeno storico, economico e culturale, studiato in una prospettiva multidisciplinare che comprende economia, moda, design, pubblicità, agroalimentare, musica, cinema, letteratura, filosofia. Questa è l’introduzione del curatore del numero, Daniele Balicco]

Gli italiani hanno fatto una scoperta che è la scoperta definitiva degli esseri umani: hanno scoperto che esiste soltanto una vita.

Gabriel García Márquez (1987) [1]

L’Italia sta attraversando, da almeno due decenni, un periodo di profondo smarrimento culturale. Usando la terminologia di Ernesto De Martino, potremmo sostenere che la nostra nazione si trovi in una vera e propria “crisi della presenza”. Una crisi cioè che non colpisce solo alcuni aspetti della nostra società (l’economia, il governo dello Stato, la cultura, l’istruzione di massa, l’ambiente, il riconoscimento internazionale), ma le forme elementari che regolano il senso di appartenenza di una popolazione ad un territorio; e alla sua storia.

Il sintomo più evidente di questa radicale crisi d’identità è riscontrabile in un doppio movimento conoscitivo sempre più comune nella rappresentazione che giornali, media, cinema, letteratura e, pamphlet vari danno del nostro paese: da un lato, una feroce attitudine auto-demolitoria; dall’altro, un’esterofilia sempre più cieca. Se questo tipo di descrizione è anche solo parzialmente verosimile, risulta evidente che fra differenziate percezioni internazionali dell’Italia, immagine auto-percepita e realtà sociale ed economica effettiva si aprono ampi spazi di non coincidenza e di contestazione, che crediamo sia quanto mai utile approfondire.

Per questa ragione, l’obiettivo del nuovo numero della nostra rivista è un obiettivo anzitutto conoscitivo. Il numero 67 è stato integralmente dedicato alla figura di Edward Said come intellettuale politico. Facendo propria la lezione più importante di Orientalismo, la redazione di «Allegoria» ha deciso di provare a studiare l’“italianismo” contemporaneo, vale a dire la costruzione simbolica dell’immagine dell’Italia oggi così come appare se osservata fuori dei confini nazionali. In particolare, ci interessava capire come il nostro paese sia riuscito, soprattutto in questi ultimi quattro decenni, ad imporre con forza, attraverso il brand Made in Italy, un’immagine di Sé come modernità godibile. Un’immagine di Sé sempre più riconoscibile e forte, e che radicalmente confligge con l’auto-percezione che buona parte della cultura italiana, soprattutto umanistica, ha della propria modernità come fallimento istituzionale e catastrofe antropologica. Continua a leggere →

23 marzo 2015
di Isabella Mattazzi
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La voce e lo sguardo: un’intervista a Emmanuel Carrère regista

1p-mad152r-1jpgdi Isabella Mattazzi

[Questa intervista è uscita sul «Manifesto»]

Di Emmanuel Carrère scrittore, in Italia in questi giorni per presentare il suo nuovo romanzo Il Regno appena uscito per Adelphi, sappiamo pressoché tutto. Meno nota invece è la sua passione per il cinema, così come la sua attività di regista. Il festival di Locarno, che tra il 19 e il 22 marzo si presenta nella terza edizione della sua sezione primaverile, ha dedicato questi quattro giorni di proiezioni a Carrère chiedendo allo scrittore non solo di presentare i suoi due film, ma di comporre lui stesso un programma fatto di proiezioni che siano in qualche modo significative del suo immaginario.

I.M. Il cinema è stato da sempre un centro di interesse molto forte per lei. Ha pubblicato una monografia su Werner Herzog, all’inizio della sua carriera ha lavorato come critico cinematografico per la rivista “Positif” e ha scritto diverse sceneggiature per la televisione. Nel 2003 ha deciso di girare un suo primo film “Ritorno a Kotelnich”, cosa niente affatto scontata per chi scrive e si occupa di cinema, per quale motivo ha sentito il bisogno di passare dall’altra parte dello schermo?

E.C. A dire la verità l’idea di fare un film non è nata da una volontà precisa. Nel 2000, appena pubblicato L’Avversario, mi sono trovato in un periodo abbastanza caotico della mia vita, ero completamente svuotato, senza una direzione precisa in cui andare. Mi hanno proposto un soggetto per un reportage – la storia di un soldato ungherese fatto prigioniero in Russia e rimasto lì per 55 anni dopo la guerra, una specie di Kaspar Hauser rinchiuso in un ospedale psichiatrico in un paesino a 800 km da Mosca – e ho accettato. Il reportage non sarebbe stato qualcosa di scritto, come da sempre ero abituato a fare, ma un breve documentario per una trasmissione televisiva. È stato così che sono partito per Kotelnich con un cameraman e un fonico per un paio di settimane e ho scoperto che lavorare in équipe – per me che sono da sempre abituato alla solitudine della scrittura – mi piaceva moltissimo. Nella vita degli abitanti di Kotelnich c’era qualcosa che mi attirava, qualcosa di non ben definito, ma che mi era immediatamente sembrato importante cogliere, una sorta di “materiale romanzesco”. Continua a leggere →

22 marzo 2015
di Le parole e le cose
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Saperi

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Poetitaly al Palladium

Cinque appuntamenti dal 23 febbraio all’8 giugno 2015 al Teatro Palladium di Roma, piazza Bartolomeo Romano, 8 – tel. 06 57067761.

 

Lunedì 23 marzo 2015

Saperi

in collaborazione con Università di Roma Tre e Teatro Palladium

ore 17:30 omaggio a Elio Pagliarani

partecipano Cetta Petrollo Pagliarani, Andrea Cortellessa, Andrea Inglese, Arturo Mazzarella, Francesco Pecoraro e Marco Piazza. Coordina Paolo D’Angelo,

ore 20:30 letture con Durs Grünbein, Andrea Inglese, Vincenzo Ostuni, Anna Maria Carpi, Marco Giovenale e Francesco Pecoraro Continua a leggere →