Le parole e le cose

Letteratura e realtà

18 luglio 2018
Pubblicato da Italo Testa
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Nell’Antropocene. Etica e politica alla fine di un mondo

di Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola

[Il 21 giugno scorso per DeriveApprodi è uscito Nell’Antropocene. Etica e politica alla fine di un mondo, di Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola. Ne pubblichiamo l’inizio].

Alla fine di febbraio del 2018, mentre eravamo impegnati a scrivere questo libro, a Roma ha nevicato. Per due o tre giorni, la temperatura media è stata di – 4°C. Le medie stagionali a Roma fra febbraio e marzo oscillano fra 4-5°C e 13-14°C. L’ultima neve era caduta nel 2011 e 2012, e prima ancora nel 2005 e nel 2001. Negli stessi giorni, in altre parti dell’Europa del nord faceva molto più freddo che nei tre anni precedenti nello stesso periodo. Una settimana prima della neve romana, ancora più a nord, in Groenlandia, la stazione meteorologica di Capo Morris Jesup aveva registrato per quasi un giorno una temperatura superiore allo zero. Il picco è stato di 6,1°C, circa sette gradi sopra le massime stagionali. In realtà già nei tre anni precedenti al Polo nord c’erano state temperature massime superiori alla media.

I due fenomeni potrebbero essere collegati. Il cosiddetto vortice polare – un’area di bassa pressione che di solito separa i venti gelidi del Polo Nord da quelli temperati che soffiano più a sud – sta diventando meno stabile. Per questa ragione al Polo Nord si accumula aria calda, che spinge a sud quella fredda.

Ma non è sicuro che la neve a Roma e il caldo al Polo Nord siano legati: potrebbe essere ancora troppo presto per dirlo – dobbiamo aspettare altre osservazioni, altri inverni. Forse la neve a Roma ci ha sorpreso tanto perché gli inverni a queste latitudini sono ormai molto più caldi di prima. Continua a leggere →

17 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Dietro l’invisibile

di Corrado Benigni

[Nel Complesso Monumentale di Astino (Bergamo), fino al 31 agosto 2018, è visitabile la mostra “Franco Fontana. Dietro l’invisibile”, a cura di Corrado Benigni e Mauro Zanchi. Il testo che segue fa parte del catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, che conclude la trilogia dedicata al tema del paesaggio iniziata con Luigi Ghirri nel 2016 e proseguita nel 2017 con Mario Giacomelli].

Di cosa parliamo quando parliamo di paesaggio? In questa domanda s’inscrive oggi la questione che riguarda il nostro modo di osservare la realtà e insieme il linguaggio della fotografia come arte del vedere e del far vedere. Proprio intorno alla riflessione sul paesaggio si concentra l’immaginario poetico di Franco Fontana, la sua opera, da sempre tesa a mostrare l’enigma dell’invisibile che si cela nel visibile. Come ha scritto Giorgio Agamben: «Si comprende cos’è il paesaggio solo se si intende che esso rappresenta, rispetto all’ambiente animale e al mondo umano, uno stadio ulteriore».[1] In questo senso possiamo cercare di penetrare l’opera di Fontana: solo accettando l’idea che la fotografia non è registrazione del reale, non è la riproduzione fedele dell’istante in cui un certo avvenimento è accaduto, ma è una traccia, un indice. Franco Fontana è tra i maestri di quel rinnovamento della fotografia che, a partire dagli anni settanta, ha posto come centro d’indagine il paesaggio scardinandone ogni visione precostituita, consapevole che quello contemporaneo è uno scenario complesso, che non si manifesta più in categorie rassicuranti, ma si frammenta in un’infinità di segni di difficile definizione. Egli rifiuta la funzione mimetica, di pura registrazione del dato, della fotografia, affermando invece la sua funzione di mezzo per stimolare la ricerca, per costruire altre possibilità, altri mondi. Così la camera diviene elemento che unisce due spazi: quello visibile raffigurato nell’immagine prodotta dal fotografo e quello invisibile che sta alle sue spalle. Nel momento in cui la fotografia è guardata si crea un legame attraverso l’oggetto visibile con lo spazio invisibile. Continua a leggere →

16 luglio 2018
Pubblicato da Claudio Giunta
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Exit Renzi

di Claudio Giunta

Senza escludere che possa avere un futuro, ne parleremo al passato.

Mariano Rumor, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1937 con una tesi su Giuseppe Giacosa, non aveva, sui problemi dell’Italia, idee più raffinate o più profonde di quelle che aveva Matteo Renzi. E non le aveva neppure Emilio Colombo, Presidente del Consiglio dall’estate del 1970 al febbraio del 1972. E neppure le avevano Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini. Loro non ne sapevano di più, lui non ne sapeva di meno. Anzi, dato che Renzi, a differenza di alcuni di quelli che ho citato, ha lavorato nella politica e nella pubblica amministrazione sin dalla post-adolescenza, è probabile che l’eventuale deficit di esperienza, di conoscenza dei problemi, non vada messo a suo carico.

Ma Rumor assomigliava al preside del mio liceo classico, un mite sessantenne torinese esperto di Tucidide, mentre Renzi aveva una somiglianza impressionante, sia nel fisico sia nell’atteggiamento sia nel linguaggio, con un tale che incontro spesso nella mia palestra di Firenze, un tale che in palestra ci va soprattutto per chiacchierare, per dire la sua, per lo più a vanvera, nei crocchi che si formano attorno agli attrezzi o negli intervalli tra un corso di aerobica e un corso di pilates. Continua a leggere →

15 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Vita contro letteratura

di Paolo Gervasi

[Paolo Gervasi ha appena pubblicato per luca sossella editore il libro Vita contro letteratura. Cesare Garboli: un’idea della critica. Pubblichiamo di seguito un estratto dalla conclusione].

L’Apostolo ci dice che in principio era il Verbo. Non ci dice nulla per quanto riguarda la fine.

George Steiner, Linguaggio e silenzio, 1985

Ho dato a questo libro un titolo dissonante, sghembo, anacronistico nella scelta lessicale e nella formula nettamente oppositiva, irricevibile se intesa letteralmente. Si potrebbe quasi dire un titolo provocatorio, se la definizione non suonasse ridicola a causa dell’assoluta mancanza di qualcuno disposto, di questi tempi, a lasciarsi provocare per cosí poco. Comunque un titolo che, arrivati alle ultime pagine, richiede forse qualche spiegazione ulteriore.

Vita contro letteratura mi è sembrato un titolo sbagliato nello stesso modo in cui sbagliati appaiono quasi tutti i saggi di Garboli se guardati frontalmente, se non inclinati alla ricerca di un’immagine nascosta. E quindi è diventato un titolo giusto perché riproduce l’effetto ottico della critica di Garboli, che vista obliquamente rivela un significato diverso da quello che appare secondo una prospettiva centrale. Applicare alla saggistica di Garboli la stessa inclinazione conoscitiva che egli applicava alle opere letterarie era del resto la mossa interpretativa di apertura di questo lavoro. Continua a leggere →

14 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Migranti economici

Playlist di Italo Testa

Francesco Guccini, Amerigo (Amerigo, 1978)

Rino Gaetano, Agapito Malteni, Il ferroviere (Ingresso libero, 1974) Continua a leggere →

13 luglio 2018
Pubblicato da Claudia Crocco
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Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti

di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo

[È appena uscito Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo (Raffaello Cortina Editore). Il suono cerca di scoprire cosa si nasconde dietro la percezione uditiva, ed è il risultato di anni di ricerche nell’ambito della filosofia della mente. Pubblichiamo un estratto dall’introduzione, ringraziando l’editore].

Per celebrare il World Hearing Day 2018, la Mimi Hearing Technologies, società nota per aver commercializzato l’applicazione Hearing Test, ha progettato “How the World Hears”, un indicatore statistico che monitora lo stato di salute dell’udito a livello globale. Stando ai dati raccolti dalla società, Guangzhou, in Cina, sarebbe la città con il più alto tasso di inquinamento acustico al mondo, seguita da Il Cairo, Parigi, Pechino e Nuova Delhi. Gli abitanti della capitale indiana, in particolare, hanno registrato in media il tasso più alto di ipoacusia, ovvero una diminuzione della capacità uditiva conseguente a un danno di una o più parti del sistema uditivo. L’Organizzazione mondiale della sanità ha messo in guardia dal sottovalutare i potenziali rischi di un’esposizione costante all’inquinamento acustico, che può causare non solo perdita dell’udito, ma anche problemi cardiovascolari, disturbi neurocognitivi, stress e depressione, e potrebbe influire su patologie come ipertensione, diabete e obesità.

Non occorre un grande sforzo immaginativo per avere conferma della bontà di questi dati: rumori molesti, come quello delle automobili nel traffico cittadino, la musica costante dei centri commerciali, i cellulari che squillano ad alto volume quando viaggiamo in treno, ci spingono talvolta a desiderare di vivere in un mondo privo di suoni. Possiamo provare a immaginare come sarebbe vivere in un mondo di questo tipo oppure farne esperienza diretta, entrando nella camera anecoica – cioè priva di eco – progettata dagli Orfield Laboratories in Minnesota, negli Stati Uniti. Si tratta di una stanza da Guinness dei primati costruita con materiali in fibra di vetro, acciaio e calcestruzzo. Nella stanza non è possibile sentire alcuna vibrazione, alcuno scricchiolio o fruscio perché i rumori vengono assorbiti al 99,99%. Questa particolarità rende la camera anecoica il luogo ideale per condurre studi sulla sordità e per analizzare la resa sonora di alcuni prodotti prima che vengano messi sul mercato, come il rumore dell’accensione del motore di automobili o quello di elettrodomestici progettati per funzionare di notte. Continua a leggere →

12 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lasciarli cadere nell’acqua. L’ostilità primaria e l’odio verso i migranti

di Achille Castaldo 

L’enorme quantità di odio riversata di recente su coloro che provano a migrare verso l’Europa non si lascia spiegare facilmente. Il discorso pubblico trova senza sforzo le motivazioni più disparate: la paura della “gente comune” vessata dalla crisi, la perdita del welfare, le condizioni economiche in costante peggioramento. Eppure, le crisi sono parte del sistema in cui ci troviamo. Quanto al welfare, sarebbe necessaria una rigorosa analisi della retorica attraverso cui è stato vissuto negli scorsi decenni. Sembra probabile che una simile indagine lascerebbe emergere l’ininterrotta percezione del declino, del peggioramento, della paura appunto.

Non intendo negare che questo odio, così come il razzismo montante di cui si alimenta, abbia un’origine socioeconomica, che sia cioè determinato da, e funzionale a una certa fase del capitalismo. È però necessario, per comprenderne lo sviluppo e il funzionamento, analizzare le disposizioni psicologiche su cui fa presa, indagare i complessi cui si lega per diffondersi con tanta rapidità. Se proviamo dunque a esaminare il modo in cui il discorso xenofobo è cresciuto fino a farsi ragion di stato, almeno in Italia, l’aspetto più evidente è dapprima il senso di sgomento legato all’intrusione di un elemento visto come estraneo e minaccioso, il migrante, e poi la percezione di un’ingiustizia rappresentata dal fatto che chi avrebbe l’autorità per impedire questo fenomeno si sottrae al proprio dovere di protettore. Non solo questa autorità si renderebbe colpevole di un vero e proprio tradimento. Anziché proteggere dall’intruso, si metterebbe ad aiutarlo, a concedergli le proprie attenzioni (gli hotel di lusso, i 30 euro al giorno, i cellulari e tutte le altre leggende che sono state ripetute ad nauseam), sottraendo cure a chi ne avrebbe diritto. Ne derivano rabbia, frustrazione, delusione. E’ stato questo uno dei principali argomenti della retorica populista e del nuovo governo. Continua a leggere →

11 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Attenzione: la Svizzera

di Max Frisch

[È appena uscito, per Meltemi editore, Attenzione: la Svizzera. Una proposta d’azione di Max Frisch, un pamphlet in cui lo scrittore elvetico prende di mira alcuni aspetti della mentalità della sua nazione. Ne pubblichiamo il capitolo 3, intitolato Viviamo in maniera provvisoria, ringraziando l’editore]

Se prendiamo in considerazione un qualsiasi ambito che potrebbe rivelare quale spirito ci contraddistingue – ad esempio l’urbanistica svizzera –, nessuno potrà affermare che la questione vitale, la questione relativa a quale aspetto debba avere la Svizzera di domani o anche soltanto di oggi, sia stata risolta. Anzi, al cospetto di una simile domanda ci troviamo quasi impotenti. L’urbanistica non è l’unico problema, sicuramente no. Ma limitiamoci all’urbanistica. È un problema più evidente di altri. Ed è un problema di carattere generale: ogni svizzero deve avere un’abitazione, ogni svizzero deve andare al lavoro, a piedi o con un mezzo, ogni svizzero è mortale e quindi nutre il desiderio di non essere investito, e inoltre non vorrebbe trascorrere un’ora al giorno in mezzo al traffi co bloccato. Vorrebbe vivere, e precisamente vivere come gli piace, vivere una vita che gli sembri degna di essere vissuta. In altre parole: vorrebbe una città che corrisponda alla sua forma di vita – e una simile città c’è sempre meno.

Anzitutto, l’enorme aumento del traffico stradale non è un tratto tipico dell’essenza del nostro paese. Si tratta di un fenomeno internazionale. C’è da chiedersi quali soluzioni si cercano nei vari paesi. Le soluzioni americane, ad esempio, ci aiutano solo parzialmente, perché noi viviamo in vecchie città che vennero create molto prima dell’avvento dei motori. E noi non vogliamo abbandonare e demolire queste città che appartengono alla nostra essenza storica. Il che significherebbe: noi rinunciamo alla nostra indipendenza, diventiamo il vassallo di una forma di vita altrui… Continua a leggere →

10 luglio 2018
Pubblicato da Pierluigi Pellini
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Erudizione snob

di Pierluigi Pellini

[Questo articolo è uscito su “Alias”].

Nel ricorrente, e in anni recenti un po’ stracco, dibattito sull’identità europea, e sull’esistenza di una letteratura del vecchio Continente capace di nutrire un immaginario condiviso, non di rado viene evocata, come possibile modello positivo, la cosiddetta Repubblica delle Lettere: una comunità sovranazionale di scrittori e filosofi, collezionisti e filologi, che dal Cinquecento di Erasmo al Settecento degli Illuministi ha coltivato la dotta urbanità del dialogo erudito, a dispetto delle guerre innumerevoli (religiose e no) che in quei tre secoli hanno insanguinato quasi ogni angolo di terra, fra l’Atlantico e gli Urali. Grandi epistolografi in lingua franca (latino e poi francese), i membri di questa comunità extraterritoriale si scambiavano idee e aggiornamenti scientifico-culturali, e così tenevano in vita un ideale di universalismo del sapere e di pax litteraria (meno irenica, in realtà, di quanto spesso si pensi), prima che le rivoluzioni di classe e i nazionalismi ottocenteschi accentuassero divisioni e contrapposizioni anche nelle élite colte, costringendo i savants a prendere partito, a rinunciare al privilegio aristocratico di un sapere super partes, insomma a diventare, con neologismo affermatosi durante l’affaire Dreyfus, ‘intellettuali’: più o meno organici, più o meno impegnati, ma in ogni caso consapevoli del fatto che nessuna conoscenza è neutrale, nessun valore di cultura privo di rapporti con la politica, l’economia, la storia.

Proprio il rifiuto di questa consapevolezza novecentesca è il centro intorno al quale gravitano i saggi – di argomento in realtà disparato: le forme della conversazione nell’Europa delle Corti, la nascita delle Accademie, l’epistolografia umanistica, il genere letterario delle Vite – raccolti nell’ultimo libro di Marc Fumaroli, La Repubblica delle lettere, uscito in Francia nel 2015 e ora tradotto da Adelphi (pp. 464, euro 32). Duplice è infatti lo scopo della nostalgica rievocazione della comunità dei dotti d’ancien régime, «permanente concilio degli spiriti» e «cittadinanza ideale» astratta dai conflitti della storia: da un lato il richiamo ai valori condivisi di una tradizione umanistica che ha consentito il dialogo oltre le differenze di religione e nazione, e ancora oggi può costituire un punto di riferimento per i processi di integrazione europea; dall’altro l’affermazione militante dell’«unità dell’Europa cristiana» e classicista, sulla scia di una tradizione di pensiero nobilmente reazionario (da Novalis a Valéry). Non senza una rivendicazione snobistica dei privilegi del letterato puro, avulso da ogni compromissione con l’engagement politico. Continua a leggere →

9 luglio 2018
Pubblicato da Claudio Giunta
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Una notte che non si preannuncia breve

di Nicola Pedrazzi

[Questo articolo è uscito sulla rivista «Il Mulino»].

Marzo 2018, Bologna centrale, Frecciarossa Milano-Roma. Sono appena salito a bordo, davanti a me zoppica una signora sovrappeso con la pelle nera, accompagnata da due pesanti valigie che ne rendono ancor più goffe le movenze. Sto per chiederle se per caso non voglia una mano, quando un asciutto ragazzino sulla ventina mi anticipa con il suo accento toscano: si alza di sua sponte, le va incontro sorridente e mentre sistema i bagagli scherza sul fatto che tanto lui è abituato ai pesi, quando viaggiano la sua ragazza fa anche di peggio. “Sei un tesoro”, lo ringrazia la signora, accomodandosi di fianco al suo giovane cavaliere. “Ci mancherebbe”, le risponde lui. Io mi siedo dietro di loro, e mentre il treno riparte sento che i due continuano a chiacchierare. Il riflesso sullo schermo spento del mio pc mi consente di leggere la chat di gruppo su cui il ragazzo sta digitando. Cito a memoria ma testualmente: “E chi mi arriva di fianco a Bologna? Anche stavolta, una negra cicciona. Puzza come un cassonetto, ma perché sempre a me?”. Risposta dell’amico: “Lol” – smiley che ride – “dalle fuoco!” – smiley con la lingua fuori. Contro-risposta: “Eh, ci ho pensato, ma puzzerebbe ancora di più, maledizione” – catena di smiley che piangono lacrime. Fine episodio.

Tra l’indignazione di chi, dall’alto del suo “antirazzismo”, è pronto a collocare il giovane chattante nel girone degli elettori leghisti (magari, perché no, regalandoglielo) e le spallucce di chi, assolvendo la condotta virtuale con quella avuta nella realtà fisica, non ritiene lo scambio con l’amico meritevole di riflessione, c’è a mio giudizio un problema contemporaneo da riconoscere: siamo di fronte a un giovane che dispone con disinvoltura di diversi linguaggi, codici che è in grado di usare a brevissima distanza l’uno dall’altro, in base al contesto sociale in cui è chiamato a esprimersi (gli adolescenti leggano: a volersi integrare). Si può osservare che da sempre gli esseri umani sono multipli, ma nell’era di internet i tempi della schizofrenia si sono accorciati: i nostri smartphone ci consentono di scrivere agli amici sul lavoro e di lavorare mentre siamo con gli amici, di essere uno, nessuno e centomila, in base al gruppo o alla cerchia con cui decidiamo di interfacciarci, magari simultaneamente. Continua a leggere →