Le parole e le cose

Letteratura e realtà

30 agosto 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Wikipedia e la «tradizione aperta»

di Claudio Lagomarsini

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 4 settembre 2012].

Tra i fenomeni della cultura testuale contemporanea nessun processo – nessuna struttura – è tanto profondamente “medievale” quanto Wikipedia. Se un qualsiasi copista poteva prendersi la libertà di riscrivere o aggiornare parti più o meno ampie del Trésor di Brunetto Latini, tanto più, e talora con meno competenze, un redattore anonimo di Wikipedia può rimaneggiare interi periodi di una voce scritta da un altrettanto sconosciuto autore. Quando utilizzo Wikipedia (spesso, devo ammettere), cerco di tener ben presente che ciò che sto leggendo, mentre lo sto leggendo, mi sfugge. Il testo che mi è dato in quel momento è il risultato di una stratificazione d’interventi disomogenei, ed anzi, mentre leggo, l’ennesimo redattore starà già riscrivendo frasi che ho sotto gli occhi. Più o meno, per quel che riguarda il movimento che è già stato, è la stessa cosa che cerco di tenere a mente quando consulto un testo medievale in uno dei manoscritti che lo tramandano. Le riflessioni che seguono riguardano alcuni aspetti del funzionamento di Wikipedia, la sua natura di sistema testuale in movimento e la possibilità di descrivere un portale digitale con gli strumenti della filologia.

0. La celebre Wikipedia, «l’enciclopedia libera» fondata nel 2001, ha giustamente attirato l’interesse degli scienziati e degli intellettuali di formazione più varia[1] (non dei medievisti, a quanto ne so) ed il dibattito si è incentrato fin dall’inizio sul paradosso più macroscopico: il plusvalore di un’enciclopedia creata e gestita dai suoi lettori-utenti – numero esorbitante di voci, gratuità, aggiornamento costante – da quali garanzie è bilanciato in termini di affidabilità? Come può il sistema proteggersi da un utente burlone (o semplicemente ignorante o anche in malafede) che modifica ed àltera una voce in modo dove più dove meno evidente? Continua a leggere →

29 agosto 2014
Pubblicato da Rino Genovese
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La famiglia italiana

cropped-cropped-Famiglia1.jpgdi Rino Genovese

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 3 settembre 2012].

La famiglia in Italia non è un semplice sottosistema all’interno del più ampio sistema della società, secondo una definizione tipica della teoria sociologica. E neppure un istituto da studiare nei termini della celebre triade hegeliana famiglia-società civile-Stato. È molto di più: è il cuore stesso di quella che può essere detta l’ideologia italiana.

Che cosa s’intende per ideologia? Ci sono significati del termine differenti tra loro, e qui sarebbe impossibile prenderli in esame. L’uso che ne propongo è comunque circoscritto. Ideologia sono le abitudini e i costumi più o meno tradizionali in quanto vissuti emotivamente dall’interno, così da permeare la vita sociale degli individui. Se il concetto di cultura, nel suo senso antropologico, descrive le usanze e i costumi mediante uno sguardo dall’esterno, nelle loro differenze o analogie rispetto a quelli di altre culture, l’ideologia considera queste usanze e questi costumi come un orizzonte intrascendibile, avvertito in quanto tale dagli individui stessi: un insieme di credenze per lo più tacite, scontate, mai messe in questione, che fanno da sfondo alla loro identità.

In Italia l’orizzonte intrascendibile è dato dalla famiglia. Negli altri paesi europei ci si trova di fronte a una molteplicità di elementi riconducibili, in fin dei conti, all’individualismo occidentale moderno, spesso di matrice protestante, capace di staccare il singolo dai vincoli della parentela per proiettarlo nella società. Inoltre l’istituzione statale, configurando le relazioni sociali in modo giuridico astratto, raffredda le forme di vita permeate affettivamente, come in genere quelle comunitarie. Invece in Italia – risultato di una storia di lunga durata sedimentata in una peculiare antropologia culturale (si pensi, ed è fin troppo ovvio, al modo in cui si è costituito lo Stato unitario, senza un’autentica partecipazione popolare, con un’immediata e ormai irrimediabile frattura tra il Nord e il Sud del paese) – l’individualismo occidentale moderno ha sempre contato poco, nonostante nei manuali di storia si legga che il Rinascimento fu la prima affermazione dell’individuo; laddove, più precisamente, si dovrebbe dire del particolarismo inteso come sentimento forte dell’ambiente familiare e del proprio patrimonio. Il familismo italiano, infatti, così come ancora oggi lo conosciamo, proviene dal Rinascimento. Continua a leggere →

28 agosto 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Un ordinario stato d’eccezione: le biblioteche in Italia

cropped-british-muzeum-london-114221.jpgdi Claudio Giunta

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 10 luglio 2012].

Come tutti sanno, l’Italia non dà il suo meglio nell’ordinaria amministrazione (dove son buoni tutti) ma nelle emergenze, quando invece di una grigia, insapore affidabilità occorre il nostro garibaldino Eroismo. Come nel caso della Costa Concordia, per fare un esempio. O come nel caso del penultimo terremoto, quando L’Aquila 1 non era ancora crollata e già si lavorava, nottetempo, alla costruzione di L’Aquila 2. I problemi cominciano quando lo stato di emergenza s’incancrenisce a tal punto da diventare ordinaria amministrazione. Molte delle biblioteche italiane, e quasi tutte le biblioteche universitarie che conosco, si trovano in questa non piacevole situazione.

La scorsa settimana la sede centrale della Biblioteca Universitaria di Pisa ha chiuso i battenti «a tempo indeterminato» a causa di problemi strutturali che il recente terremoto ha aggravato e reso più allarmanti, ma che evidentemente preesistevano al terremoto. Il danno è evidente. Si tratta della biblioteca più grande della città, una città che ha un numero esorbitante di studenti, moltissimi libri sparsi in molti indirizzi diversi e nessuna vera grande biblioteca che possa contenere insieme gli studenti e i libri (Pisa è un caso di scuola: come non far diventare un campus universitario una città che è, per così dire, un campus universitario naturale). La scorsa settimana ha chiuso anche Palazzo Maldura, la sede della biblioteca della facoltà di Lettere di Padova: anche qui, rischi strutturali, anche qui preesistenti al terremoto, ma che il terremoto ha reso non più ignorabili. E anche qui il danno è evidente: è probabile che si stoccheranno in magazzini fuori città alcuni chilometri di libri, e alla riapertura la biblioteca si troverà ad essere più povera e meno funzionale. Continua a leggere →

27 agosto 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un meridiano per le poesie di Fortini

cropped-Fortini.jpgdi Romano Luperini

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 19 giugno 2012.

Nell’autunno scorso, sul “Sole 24ore”, si era aperto un dibattito sul canone della letteratura contemporanea proposto dai “Meridiani” Mondadori. In quell’occasione Romano Luperini aveva scritto questo intervento, che non è mai stato pubblicato (gm)].

Vedo da “Il Sole 24 ore” di domenica 6 novembre 2011 che giustamente si propone un meridiano per Sandro Penna e che sono in preparazione altri due meridiani per Amelia Rosselli e Maria Luisa Spaziani. Mi stupisce però che nessuno abbia proposto un meridiano per le poesie di Fortini (che, fra l’altro, è stato assiduo collaboratore proprio del “Sole 24 ore” per vari anni). Forse i lettori che hanno risposto all’inchiesta del “Sole” sono stati ingannati dal fatto che un meridiano dedicato a Fortini esiste?

Il fatto è che la situazione editoriale di Fortini è paradossale: il Meridiano che lo riguarda, curato da Luca Lenzini e uscito nel 2003, non contiene le raccolte poetiche ma solo i saggi e gli epigrammi. Le sue poesie, che indubbiamente costituiscono la parte più notevole della sua produzione e del suo lascito storico, sono introvabili da anni, dato che Einaudi non ha più pubblicato né le singole raccolte né, soprattutto, l’ultima complessiva, Versi scelti 1939-1989 (che, uscita nel 1990, offriva un panorama completo sino al 1989) né Composita solvantur, pubblicata nel 1994, poco prima della morte. Insomma da diciassette anni nessun editore ha più pubblicato un solo libro di poesie di Fortini. La conseguenza è che i suoi libri sono spariti dalle librerie, è impossibile acquistarli via internet, sono, insomma, introvabili. Chi vuole leggere Fortini saggista non ha problemi, chi vuole leggere Fortini poeta (e poeta ampiamente antologizzato sia nelle sillogi più autorevoli, quelle che fanno canone, sia nei manuali scolastici) non può farlo e deve ricorrere a qualche pubblica biblioteca.  Continua a leggere →

26 agosto 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Leggere Primo Levi

cropped-Birkenau.jpgdi Niccolò Scaffai

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 6 giugno 2012].

Quali sono stati, e quali sono adesso, i lettori di Primo Levi? Gli specialisti (e dei migliori, da Cesare Segre e Pier Vincenzo Mengaldo a Marco Belpoliti, Domenico Scarpa e Sergio Luzzatto) e gli studenti; i lettori ‘forti’ e quelli occasionali. A quante generazioni appartengono? In senso lato, almeno a tre: quella di chi c’era e ha visto, o ha saputo poco tempo dopo; quella dei figli, nati mentre Levi era ad Auschwitz o negli anni immediatamente successivi; quella dei nipoti, che andavano ancora a scuola o all’università quando Levi è morto. Perché, e in che modo, le tre generazioni hanno letto Se questo è un uomo? Per i primi, è stato il libro «fatale» (così si espresse Umberto Saba, in una lettera all’autore), il libro necessario che qualcuno doveva scrivere. Per i secondi, Levi ha incarnato la testimonianza, fino ad assumere – certo anche suo malgrado – il ruolo di patrono laico nella religione della memoria. Per gli ultimi, per quelli che appartengono grosso modo alla mia generazione, Primo Levi e le sue opere hanno rappresentato anche qualcosa di diverso: la Storia e la Scrittura, unite dal filo sottile ma resistente di una morale implicita, che la scuola e l’università italiane hanno a lungo trasmesso. Leggere Primo Levi, cioè, serviva a imparare quello che era successo e ad assimilare l’economica efficacia, l’altissimo decoro stilistico con cui tutto ciò veniva raccontato. Il massimo risultato con il minimo ingombro. Continua a leggere →

25 agosto 2014
Pubblicato da Mauro Piras
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Straniera in patria

cropped-shaarawy-balotelli-italia-201472.jpgdi Ikram Labouini

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 25 giugno 2013.

Ikram Labouini è una studentessa del Liceo Classico-Linguistico “V. Gioberti” di Torino. Nel 2012-13 ha frequentato la 4H, dell’indirizzo linguistico. Non è una mia allieva, ma l’ho conosciuta in diverse occasioni. Qualche anno fa, facendo delle supplenze nella sua classe, in alcune vivaci discussioni sull’attualità politica. Poi, quest’anno Ikram ha partecipato alle Olimpiadi di Filosofia. E abbiamo avuto un confronto, insieme ad altri studenti, sui test Invalsi. Tutte occasioni di studio e di dibattito politico comuni agli altri studenti dell’istituto. Anche una scuola come il Gioberti ha ormai una presenza visibile di immigrati di seconda generazione, nati in Italia, socializzati nella nostra lingua, nella nostra cultura e nella nostra scuola. Ikram quest’anno ha compiuto diciotto anni, e ha scoperto che, paradossalmente, la sua situazione è peggiorata. Per questo ha scritto una lettera a Repubblica, che il 30 maggio ne ha pubblicato solo una piccola parte. Questo è il testo integrale (mp)].

Una foto di Mentone, le mie compagne in fila a riproporre al festival di strada lo spettacolo che abbiamo allestito a scuola. Le foto sono arrivate stasera, alla fine della gita. Avendo già fatto teatro, mi è stato affidato il ruolo di narratore. Presento le mie compagne, chiudo lo spettacolo. Non so se fossi adatta al ruolo, ma mi è piaciuto farne parte. Ogni compagna ha un ruolo e così io; ognuna di noi si è trovata una parte. Lo spettacolo è piaciuto. È piaciuto ai nostri professori, e ai nostri compagni, sebbene non si possa dire che siamo tutte amiche, tutte legate o che saremo tutte vincolate al ricordo della nostra esistenza insieme per qualche anno di scuola; la cosa che è piaciuta è stata che partecipassimo tutte, nessuna esclusa. Chi non riteneva che il teatro gli fosse congeniale ha retto un telo, pensato alla musica, preparato le locandine.

Avevamo preparato lo spettacolo per recitarlo di fronte a una platea di compagni – più o meno della nostra età – europei. L’abbiamo proposto nell’ambito di un progetto che prevedeva la serata conclusiva di un ciclo di due anni qui, a Torino. Dato il lavoro, l’insegnante che ci ha aiutato ad allestirlo ha pensato di portarci tutte in gita a Mentone per riproporlo al festival del teatro di strada. Eravamo contente e non contente. Contente perché saremmo andate altrove e ci saremmo prese una pausa dall’asfissiantissimo mese di maggio con le sue frustranti prove. Non contente perché la partenza era prevista alle sei del mattino. Contente perché avremmo potuto fare il bagno nell’ora di pausa, forse poco contente perché avremmo dovuto ripassare le parti in pullman e, nel peggiore dei casi, studiare per le interrogazioni dei giorni successivi. Ma oltre a queste contentezze o tristezze che pure sono proprie di una gita, abbiamo accolto il progetto con entusiasmo. Continua a leggere →

24 agosto 2014
Pubblicato da Massimo Raffaeli
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Cinema e lavoro: Daniele Segre

cropped-Coal-worker.jpgdi Massimo Raffaeli

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 6 luglio 2012].

I suoi film passano di rado in televisione, nonostante Daniele Segre sia uno dei maggiori cineasti italiani, un artista straordinariamente singolare per l’originalità dello sguardo e la coerenza di un percorso finalmente suggellato dall’uscita in libreria del cofanetto Vivere e morire di lavoro (Feltrinelli, “Real Cinema”, € 19.90), quattro film cui è allegata una brossura, introdotta da una nota puntuale di Tullio Masoni, con un saggio di Peppino Ortoleva dal titolo che non potrebbe somigliargli di più, Un cinema sul lavoro/un cinema del lavoro. Qui va fatta una premessa, perché Segre non è autore la cui produzione possa dirsi in senso stretto documentaristica pure se basterebbe un solo fotogramma, nella sua esattezza frontale e icastica persino, a evocare i nomi di Robert Flaherty e di Joris Ivens.

Se è vero, infatti, che la sua macchina da presa aderisce alla realtà rugosa e porosa, ai segni graffiti sulla superficie delle cose o incisi sul volto degli uomini, è vero altrettanto che una simile grammatica, basale o elementare, viene poi di regola trattata secondo un codice drammaturgico e iscritta dentro una sintassi d’autore il cui disegno è elicoidale: una porzione di realtà che se da un lato è mantenuta alla giusta distanza, perfettamente oggettivata, dall’altro è però direttamente compulsata quasi in un corpo a corpo. Il cinema di Segre è un cinema ad altezza d’uomo, un “cinema della realtà” (così nell’intervista rilasciata a Silvana Silvestri in “Alias” dello scorso 9 giugno) ovvero è un cinema che si propone di “rendere espressivo il reale”, come l’ha definito il regista in persona nel corso di un colloquio con una sua attenta studiosa, Angela Gregorini (poi in Una sensibile lettura di sintomi, incluso nel volume collettivo Etica e metodo. Considerazioni sull’antropologia visuale, a cura di P. Chiozzi, Bonanno editore 2011). Continua a leggere →

23 agosto 2014
Pubblicato da Angelo Ferracuti
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Mario Dondero: fotografia dalla parte dell’uomo

cropped-tbmDonderoSamuelBeckettc.jpgdi Angelo Ferracuti

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito l'8 luglio 2012].

Nel catalogo Dalla parte dell’uomo (Il Canneto editore), memoria e titolo della mostra di Mario Dondero da poco inaugurata a Genova a Palazzo Ducale, Letizia Lodi ricorda quello che questo straordinario narratore per immagini ha detto molte volte, cioè che a Cuba chi fa il suo lavoro viene definito “colui che scrive con la luce”. Niente di più vero per un fotografo che del racconto ininterrotto di istantanee ha fatto anche il romanzo vivente della sua vita artistica ed umana, e dove quello che lui chiama “l’arte dell’avvicinamento” è parte fondamentale della tramatura dell’opera. Una cosa che una volta mi raccontò in questo modo: “Se posso dire, anche io ho una tendenza alla lunga durata. Uso un termine di Braudel, longue durrée, che è la garanzia della serietà. E’ nello spazio lungo che si approfondiscono le situazioni, si capiscono tante cose.”

E, come ha affermato più di una volta, tanto per precisare la sua postura intellettuale e un sorta di pratica poetica (e natura profondamente politica): “a me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono.” Una condotta che ricorda un altro grande reporter a cui spesso viene accostato, Ryszard Kapuscinki, inventore dell’etnoreportage. Entrambi toccati dal “virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”, come la definisce l’autore di Impero. Il suo bianco e nero, diversissimo da quello dei fotografi leziosi, dei perfezionisti della camera oscura, i fotoamatori da lui tanto poco amati, dove l’aspetto formale tende a prevalere, pare nascere da un conio con una velatura di classico, con un nero più gravido, più materico, inequivocabilmente realista, e ha davvero quella luce particolare dove il soggetto prevale sulla tecnica usata per riprodurne la sua immagine, emerge dal contesto il suo esserci antropologico e sempre gestuale, assolutamente simbolico. Continua a leggere →

22 agosto 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Dante speaks English. Studiare Dante in Inghilterra

cropped-Dante_and_beatrice1.jpgdi Alessio Baldini e Anna Pegoretti

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 17 luglio 2012].

Le riflessioni che seguono nascono da un’esperienza di insegnamento in Inghilterra. Quello che vorremmo comunicare è il senso di una differenza. Ci interessa il confronto fra due modi di insegnare e di intendere la letteratura: quello italiano da una parte, quello inglese dall’altra.[1] Quanto diremo sarà schematico e parziale; la nostra speranza è che possa comunque risultare interessante. Abbiamo deciso di parlare di un corso di introduzione a Dante, tenuto in un’università inglese e pensato per studenti di una laurea triennale in inglese o in letterature classiche – i testi venivano dunque letti in traduzione. Secondo noi si tratta di un caso su cui vale la pena riflettere, almeno per le seguenti ragioni. Anzitutto, l’insegnamento di base trasmette ciò che è considerato fondamentale in una disciplina, ciò su cui al momento non si discute o su cui c’è l’accordo dei più. Per farsi un’idea degli studi letterari e di cosa si intenda per “letteratura” in Inghilterra, guardare cosa accade in un corso di base è sicuramente un buon modo. Inoltre, per la sua importanza nella cultura europea, Dante si presta bene a rappresentare per metonimia la letteratura tout court. Infine, essendo pensato per studenti di letteratura e non di lingue e letterature straniere, forse questo corso rappresenta meglio l’idea inglese di insegnamento della letteratura in generale. Continua a leggere →

21 agosto 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il tempo sospeso. Sul cinema di Aleksandr Sokurov

cropped-Arca-russa.jpgdi Mario Pezzella

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento, che riproduce i primi tre capitoletti dell'introduzione di Mario Pezzella al libro I corpi del Potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov(Jaca Book 2014), curato dallo stesso Pezzella insieme con Antonio Tricomi, è uscito il 15 giugno 2012].

Dissonanze

Walter Benjamin considerava la ricezione distratta come una caratteristica decisiva della nuova arte cinematografica; l’opera di Sokurov potrebbe intendersi – al contrario – come una lotta senza quartiere contro la distrazione, prodotta dal flusso fascinatorio e ipnotico del cinema spettacolare[1]. I film del regista russo richiedono una inedita presenza di spirito da parte dello spettatore, inquietato da immagini discontinue, segnate da una specificità irriducibile, attraversate da linguaggi discordi. Sokurov pone costantemente a confronto il movimento labile dei gesti e dei raccordi, che compongono un “piano” cinematografico, con la durata e la consistenza dell’antica immagine figurativa. È come se la contemplazione – il lento calarsi dell’attenzione entro lo spazio immaginario e immutabile di un quadro – dovesse ora esercitarsi sul terreno ad essa inadatto ed ostile dell’inquadratura: applicarsi a ciò che comunque e inevitabilmente è destinato a sfuggire allo sguardo e a dissolversi nel tempo. Questo paradosso o conflitto permanente della percezione inquieta lo spettatore come una nota dissonante e perturbante, e distrugge ogni forma di passiva identificazione con le immagini.

Il tempo dell’inquadratura può rallentare in Sokurov fino al limite dell’arresto (senza mai poterlo realmente raggiungere): dall’azione quasi sospesa, dal divenire quasi interrotto, nasce l’immagine-quadro caratteristica del suo cinema. Oppure il regista ricorre a un procedimento apparentemente opposto: fotografie e opere figurative sono attraversate e – per così dire – riportate in vita dal movimento della macchina da presa: «Il cinema di Sokurov tende a modificare la registrazione mimetica del paesaggio, per ridipingerlo con le modalità di un quadro, “abitato” dallo sguardo del cineasta»[2]. L’illusione mimetica, l’effetto di realtà, che donano una posticcia consistenza alle immagini del cinema spettacolare, sono quasi sempre disgregati nei suoi film, composti non da azioni, ma da allegorie e visioni[3]. Continua a leggere →