Le parole e le cose

Letteratura e realtà

23 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Il sublime e il modernismo

di Elena Munafò

[È da poco uscito Il sublime e il modernismo di Elena Munafò. «Il sublime è tradizionalmente legato a una concezione dell’uomo che viene profondamente messa in discussione nel Novecento», si legge nel risvolto, «tanto da spingere alcuni autori a constatarne la morte. Se il sublime eroico di stampo romantico ha esaurito il suo tempo, quello religioso viene messo in crisi dal rifiuto del divino, mentre si allontana anche la possibilità del sublime naturale, basato sull’armonia tra l’essere umano e il mondo esterno». Il sublime e il modernismo cerca invece di mostrare che il sublime è un elemento vivo della letteratura del primo Novecento. Quello che segue è un estratto del libro].

Nel 1920, Ezra Pound dichiara in Hugh Selwyn Mauberley che mantenere il sublime «in the old sense»[1] non è più possibile per un poeta che scriva all’inizio del Novecento. Pound sta raccontando in versi la fine della sua esperienza di artista estetizzante e decadente, inaugurando una nuova stagione della propria poesia. In questo percorso, la rinuncia al sublime, o meglio la sua condanna a morte, riveste un ruolo fondamentale: inseguirlo, scrive Pound, è stato un errore sin dal principio, «wrong from the start», così come lo è stato il tentare di ripercorrere le strade della poesia precedente. L’affermazione di Pound, esplosiva nei toni e provocatoria nei contenuti, può essere interpretata come la pars destruens di un complesso processo di rielaborazione del sublime letterario che prende forma nelle opere degli autori modernisti negli anni Venti del Novecento. Se infatti Pound sembra rimanere, almeno in questa fase, solo a un livello distruttivo, altri autori della sua generazione raccolgono la sfida, dando vita nelle loro opere a una forma specifica e nuova di sublime, profondamente legata al contesto storico del periodo tra le due guerre, che chiameremo il sublime modernista.
A partire da questa ipotesi, il libro studia le forme assunte dal sublime nelle opere di tre autori canonici di quegli anni, T. S. Eliot, James Joyce e Virginia Woolf. L’indagine riguarda quindi la pars construens della rinascita del sublime, andando ad analizzare in particolare cosa succede in tre opere pubblicate tra il1920 e il 1930, scelte per il ruolo esemplare che rivestono all’interno della letteratura modernista: The Waste Land, Ulysses e Mrs. Dalloway. Dal momento che nessuno degli autori presi in esame sviluppa un’esplicita teoria del sublime, mi concentrerò sulle rappresentazioni del sublime che compaiono nelle tre opere e, a partire da esse, arriverò a ipotizzare le caratteristiche principali del nuovo sublime. In questo senso, lo scopo non è quello di delineare una teoria del sublime modernista, ma di seguirne le tracce attraverso i testi, concentrandosi quindi sul fenomeno più che sulla sua definizione. Continua a leggere →

22 novembre 2017
di Mauro Piras
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Don Milani alla Scuola Normale

«La lezione di Don Milani». Alla Normale Giornata di studio e proiezione del docufilm Barbiana ’65.

Alla Scuola Normale giornata su Don Lorenzo Milani, nel cinquantenario della morte. La figura del sacerdote ed educatore verrà ricordata a margine della proiezione del film documentario, presentato all’ultima mostra cinematografica di Venezia: “Barbiana ’65. La lezione di don Milani”. L’ingresso alla visione del film è gratuito.

Intervengono alla giornata, sabato 25 novembre a partire dalle ore 16.30, il regista del docufilm, Alessandro D’Alessandro, che ha restaurato e integrato con ulteriori contributi il documentario girato nel 1965 dal padre Angelo sul priore di Barbiana e la sua scuola): il professor Andrea Milani Comparetti, nipote di Don Milani; la storica della chiesa Bruna Bocchini CamaianiFrancesco Gesualdi, ex allievo di Don Milani alla scuola di Barbiana, scrittore e attivista ; Mauro Piras, storico e docente di scuola. Gli interventi saranno introdotti dal Direttore della Normale, Vincenzo Barone e dal professore di storia contemporanea della Normale, Daniele Menozzi.

Più informazioni qui. Continua a leggere →

22 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Lo sguardo dal di fuori. Gli ambienti spaziali di Fontana

di Andrea Cortellessa

[Una prima versione di questo articolo è uscita su «Alias»].

Fontana ha toccato la luna, titola nel febbraio del 1949 la rivista «Tempo». Scrive Raffaele Carrieri: «È la prima o l’ultima notte del nostro pianeta? In un cielo spettrale […] una forma tentacolare e incompiuta. Un dinosauro calcificato? La spina dorsale di un mammut? […] L’ambiente creato da Fontana in via Manzoni a Milano ci ha avvicinato alla luna assai più e meglio di qualsiasi cannocchiale». A venire così descritto è l’Ambiente spaziale a luce nera alla Galleria del Naviglio: il titolo della personale dell’artista e, insieme, dell’unica opera che vi era esposta. La quale infatti, come dice il titolo, coincideva con l’ambiente che la ospitava. L’anno prima, allestendo il cinema Arlecchino, Fontana aveva potuto sperimentare la lampada di Wood a luce ultravioletta (prima impiegata solo a scopi scientifici), che disconnette i colori dalle forme creando l’illusione di presenze tridimensionali nel vuoto. Così la scultura in cartapesta, sospesa nel buio fluorescente del Naviglio, sembra fluttuare nell’oscurità e proiettare essa stessa, come una presenza aliena, la luce violacea in cui è immerso chi la contempla.

Questa del ’49 è la prima tappa, in ordine cronologico, dello straordinario montaggio di attrazioni in cui sono stati trasformati gli immensi spazi dell’Hangar Bicocca, a Milano, dalla mostra Ambienti/Environments (fino al 25 febbraio, a cura di Marina Pugliese, Barbara Ferriani e Vicente Todolì, catalogo Mousse di prossima pubblicazione): che per la prima volta espone organicamente un’ampia selezione dei sedici Ambienti realizzati da Lucio Fontana fra appunto il ’49 e l’anno della morte, il ’68. Tanto negli scritti teorici che nelle interviste o nelle lettere, l’artista si mostra ben consapevole di come proprio questa fosse la parte della sua opera più ricca di futuro; ma sino a oggi è stata sempre trascurata. Anche per motivi pratici: tranne uno, infatti (al Musée d’Art Contemporain di Lione), gli Ambienti – che pongono ovvi problemi di immagazzinamento – non sono stati conservati, e già negli anni Settanta Jan van der Marck sottolineava come l’assenza di questi lavori dalla retrospettiva di Fontana al Guggenheim contribuisse alla sua (tuttora) scarsa fortuna critica negli Stati Uniti (il contesto artistico, cioè, in cui – fra environment, happening e minimal – maggiormente gli Ambienti hanno fatto scuola). Continua a leggere →

21 novembre 2017
di Massimo Gezzi
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Prevenzioni del tempo

di Luigi Socci

[Prevenzioni del tempo di Luigi Socci ha vinto il Premio Ciampi Valigie Rosse 2017. Pubblichiamo quattro poesie del libro, indicando le relative sezioni].

da Imprevisti e probabilità

Sei rimasto seduto
dove stavi seduto da prima
senza il cappello per tenere il posto
che comunque nessuno vuole.

Ti attieni ai fatti.
Te li tieni stretti.
Guardi sembrare immobile
l’acqua dei rubinetti.

*

Ce n’è un po’ in ogni cosa: il panorama
che è possibile
vedere solo sporgendosi, le dita
annidate nel palmo della mano
un attimo prima di cominciare
timidamente ad irradiarsi.

(ce n’è per tutti, uomini e fantocci:
gente che lascia su letti sfatti
calchi di corpi
in cui fatica a identificarsi)

* Continua a leggere →

21 novembre 2017
di Italo Testa
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Poesia, autofiction e biografia. L’Ulisse XX: una presentazione a Milano

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20 novembre 2017
di Gianluigi Simonetti
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Rileggere Francesco Orlando​

di Gianluigi Simonetti

[Una versione più breve di questo articolo è apparsa sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»; una discussione più ampia e dettagliata del Soprannaturale letterario di Francesco Orlando uscirà invece sul prossimo numero della «Nuova Rivista di Letteratura Italiana»]

Chi possiamo considerare il più sottovalutato, isolato e in definitiva inascoltato fra i grandi studiosi di letteratura che hanno operato in Italia negli ultimi decenni? Un nome possibile è quello di Francesco Orlando, francesista prima e poi comparatista, scomparso a Pisa nel 2010; la cui lezione, osservava qualche settimana fa Franco Cordelli sul «Corriere della Sera», «è ormai solo un ricordo». Un po’ esagerato, ma in sostanza giusto. Naturalmente è facile, per chi si occupa di letteratura, associare il nome di Orlando a quello di tanti suoi libri importanti, quali Per una teoria freudiana della letteratura, Illuminismo, barocco e retorica freudiana e Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Naturalmente, Orlando ha lasciato un metodo, e una schiera di allievi. E naturalmente non sono mancate importanti traduzioni straniere delle sue opere più aggiornate e esportabili (come quelle, in inglese e francese, degli Oggetti desueti). Ma l’impressione, oggi, è che non si sia riflettuto abbastanza non tanto sul metodo di Orlando, a volte irrigidito da scommesse un po’ ingegneristiche – quanto sulla qualità delle sue letture testuali, e sulla concezione stessa che aveva della letteratura. Che insomma sia mancato un ascolto attento e profondo, anche critico purché intelligente, delle sue parole.

L’occasione per una verifica della figura di Orlando è offerta oggi dall’apparizione del suo primo saggio postumo, finalmente pubblicato da Einaudi (peraltro nella stessa collana, la Piccola Biblioteca, che aveva ospitato anche alcuni suoi precedenti lavori; e che si spera possa accoglierne altri, inediti, che sappiamo in circolazione). Il soprannaturale letterario condensa una ricerca durata vent’anni, articolata, com’era abitudine di Orlando, in diversi cicli di corsi universitari. I tre curatori del libro – Stefano Brugnolo, Luciano Pellegrini e Valentina Sturli – si sono serviti in particolare delle registrazioni complete di un corso tenuto nella primavera del 2006, integrato con sbobinature dell’anno precedente e appunti dettagliati presi per le lezioni. Il risultato è un saggio che nutre la ambizione di verificare – attraverso l’analisi di singoli testi esemplari – i diversi statuti che il racconto del soprannaturale ha assunto durante i secoli, e più in generale i rapporti che ha intrattenuto con la realtà ordinaria rappresentata nelle opere. Orlando riflette insomma sul modo in cui la letteratura ha reagito alla pressione che le leggi di realtà, in situazioni storiche date, hanno opposto alla tentazione umana di credere all’incredibile. Interrogandosi sui diversi statuti del soprannaturale Orlando cerca evidentemente di emanciparsi da categorie più circoscritte, come il fantastico, il meraviglioso o il fiabesco; cerca insomma di decifrare il funzionamento di un grande codice letterario, capace di attraversare i secoli declinandosi attraverso analogie e differenze, costanti e varianti. Il tutto chiaramente in stretta relazione con l’intuizione teorica di una letteratura continuamente sospesa tra obbedienza alle regole imposte dalla società e trasgressione di quelle stesse regole: una letteratura come «formazione di compromesso» tra ciò che è lecito e non è lecito, di volta in volta, scrivere o dire; tra le istanze imposte da una determinata epoca storica e quelle atemporali della psiche. Continua a leggere →

19 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Fenoglio e i fratelli Taviani: Una questione privata

di Lorenzo Marchese

È inevitabilmente complesso e non lineare il rapporto fra un prodotto cinematografico (o seriale) e un romanzo che per intero appartiene alle retoriche letterarie – un’opera cioè non concepita sin dall’inizio dal suo autore come appendice di prodotti d’intrattenimento audiovisivo, o composta con un occhio già rivolto a una sua potenziale e vantaggiosa convertibilità. Se nel ‘900 libri e cinema, anche nella produzione non d’intrattenimento, si scambiano strumenti e linguaggi di continuo, e nella letteratura recente possiamo trovare ingenti prestiti letterari contratti nei confronti dei linguaggi massmediatici (non solo il grande schermo, ma anche i format televisivi, la pubblicità, i videogiochi), è quasi impossibile che da un romanzo vero possa uscire una trasposizione cinematografica fedele: i due linguaggi non sono ancora, per adesso, complanari. Ci sono strategie, tecniche e discorsi che rendono unici e poco appetibili per un pubblico di spettatori testi come quelli di Roth, Wallace, Houellebecq o, restando all’Italia contemporanea, Casanova di se stessi di Busi, Via Gemito di Starnone, Il contagio di Siti. Anzi, il fallimentare adattamento di Botrugno e Coluccini del 2017, sin dal trailer che cerca invano di incanalare Siti nella crime series made in Cattleya, è di per sé una grande prova a supporto della tesi dell’irriducibilità.

E poi, naturalmente, ci sono le eccezioni. Una questione privata di Beppe Fenoglio[1], uscito postumo nel 1963, ne è l’esempio più straordinario. Il romanzo, che leggiamo nella sua terza redazione, potrebbe essere descritto senza problemi pescando dal linguaggio cinematografico. La narrazione è fatta di blocchi staccati, una vera e propria serie di riprese, alternati a flash-back raccontati dalla viva voce dei personaggi o semplicemente ricordati da Milton (la sua coscienza è il filtro esclusivo usato dal narratore per raccontarci la storia). Anche l’alternanza di frequenti dialoghi serrati e azioni risolte in modo fulmineo, accompagnate da segmenti narrativi quasi didascalici, va nella stessa direzione. Si tratta di un romanzo essenzialmente visivo, in cui Fenoglio ci porta nel corso della lettura a crearci nell’immaginazione una sorta di “film interiore” della sequenza di avvenimenti, inscritti in un vero e proprio montaggio di spezzoni di racconto che si alternano a blocchi di pensieri angosciati di Milton. Continua a leggere →

18 novembre 2017
di Le parole e le cose
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The Battle of the Sexes

playlist di Barbara Carnevali e Marco Santoro

[In omaggio al caso Weinstein, una battaglia di canzoni italiane ispirata al match tra Billie Jean King e Bobby Riggs. I brani – più numerosi del solito perché la lista è doppia – risalgono al periodo metà anni Settanta-inizio anni Novanta, età dell’oro della guerra sessuale nella musica italiana.
Da ascoltare nell’ordine dello scambio di colpi].

Ricky Gianco et al., Piacere e potere (Disco dell’angoscia, 1975).

 

Patty PravoJohnny (Miss Italia, 1978).

 

ElioEssere donna oggi (Italian, rum casusu cikty, 1992).
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17 novembre 2017
di Daniela Brogi
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Classici gay, letture queer

di Tommaso Giartosio

[Da poche settimane è uscito il libro Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer, di Tommaso Giartosio. Su consenso della casa editrice Quodlibet, che ringraziamo, anticipiamo alcune pagine tratte dall’Introduzione (dbr)].

Tradizione

Poco prima della sua morte dannatamente precoce Paolo Zanotti, acuto critico e scrittore straordinario, ha curato un’antologia intitolata Classici dell’omosessualità. Il titolo non voleva essere provocatorio (Paolo, come ha scritto Gabriele Pedullà, non si pensava come scrittore d’avanguardia, e non si è mai interessato di provocazioni); ma di fatto lo era. Tra i poli di quel titolo scoccava una scintilla.

Più avanza l’accettazione sociale e culturale dell’omosessualità, più la cruda constatazione del peso storico dell’omofobia e soprattutto della sua cocciuta persistenza (a partire da quella parola, “accettazione”) viene guardata con fastidio, come una pedanteria vittimista. Dovrò ora correre questo rischio. Fare quello che forse sembrerà un discorsetto di prammatica. E ricordare che la condizione omosessuale – per usare ancora una volta questo aggettivo prolisso e medicalizzante, che sempre più suona come una versione spregiativa di “gay” – è stata lungamente considerata eccentrica rispetto a ogni norma classica e a ogni canone esemplare, e censurata e rimossa quando si annidava nel cuore del canone stesso – nel Simposio, nei Sonetti di Shakespeare. Storia d’altri tempi, si dirà. Non credo. Provate a parlare di “classici della letteratura devozionale” o “italiana” o “trecentesca” o “amorosa” e nessuno protesterà; accennate ai “classici della letteratura gay” e assisterete a un silente, furioso incresparsi di sopracciglia. Sembra una definizione angusta; non lo è, perché la condizione gay è tuttora qualcosa che caratterizza in modo determinante la vita personale e sociale degli individui (non meno di un’appartenenza linguistica o etnica); ma lo sembra, perché definisce un ambito che sentiamo angusto e soffocante, proprio in quanto è ancora stigmatizzato. Ci piace credere che almeno nel mondo della cultura il pregiudizio omofobico sia stato ormai superato. Neanche questo è vero. Perfino oggi che in buona parte dell’Occidente la normalizzazione gay è tanto avanzata da suscitare sospetti (ora legittimi ora strumentali) di conformismo, “la tematica” – come la si chiamava, con ellissi ansiosa, in tempi ancora più difficili – innesca effetti più o meno evidenti di imbarazzo e di scandalo. Un minimo esempio: da anni mi interesso di omosessualità e letteratura, eppure accade ancora spesso che qualcuno mi segnali un libro a tema gay evitando di dirmi che è a tema gay: «Dovrebbe interessarti», «È nelle tue corde», «Vedrai, fa per te»… Interrogato, un amico mi spiega che «per un bizzarro bon ton non si sta a sottolineare troppo gli interessi specifici». Ma mi pare chiaro che se questi interessi specifici avessero per oggetto il Friuli-Venezia Giulia, o Beethoven, o gli inca, si direbbe tranquillamente: «…E poi ti piacerà perché è un libro che parla di Pordenone / della Patetica / del Perù!» Forse la persecuzione omofobica un giorno sparirà; ma sorrisini e teneri stupori ce li terremo per un bel pezzo (almeno finché la nostra visione del mondo, e dunque il nostro mondo, saranno così profondamente radicati nella divisione in due generi opposti e complementari: l’omofobia non è il sessismo, ma è radicata nel sessismo). E ci teniamo anche la persecuzione, ovviamente: basta entrare in qualsiasi scuola per constatarlo. Ci teniamo, insomma, la buona vecchia “devianza”, magari chiamandola “diversità”. Continua a leggere →

16 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Paesaggio con manichini

di Paolo Zanotti

[​Esce oggi in libreria  L’originale di Giorgia e altri racconti (Pendragon) di Paolo Zanotti. Queste pagine sono un estratto dal racconto Paesaggio con manichini. Ringraziamo l’editore per averci concesso di pubblicarle].

La finta fantascienza, partita come un gioco d’infanzia, per noi era presto diventata un automatismo, nessun bisogno di sforzarsi, di strizzare gli occhi finché non si riempiono di piccole esplosioni, stelle filanti, cuccioli di ippopotamo. Mi accorgo che è difficile spiegare quella che è fondamentalmente una questione di sguardo. Forse si tratta di una delle poche varietà di fantasticheria (ammesso che si tratti solo di questo: potremmo anzi chiamarla una filosofia) che è più facile vivere che descrivere. A parole anzi è del tutto impossibile. La chiesa del tuo quartiere, se la guardi sotto la giusta angolatura e nella notte, puoi benissimo prenderla per un manufatto alieno attorno al quale il quartiere si è prudentemente rannicchiato. La più insulsa scena di colazione (il caffè sul fuoco, il coltello che stende la marmellata) può celare interessi insospettati non appena ce la fai a convincerti che si tratta di riti sopravvissuti: il caffè e la marmellata non sono reali, non sono nemmeno nutrienti, sono solo rami secchi della storia, riti che non siamo riusciti ad abbandonare a mille anni dalla scomparsa dell’ultima fetta di pane, dell’ultimo frutto marmellatizzabile.

Quel che voglio dire è che è solo in base a questa specie di automatismo, a questa abitudine di messa a fuoco, che io sono riuscito a vedere subito, a credere quasi, anche se si trattava di qualcosa di scriteriato, in quello che Alex e Sofia stavano facendo. Da quanti mesi è iniziata la nostra navigazione (a vista, messianica) in questa stanza? Cinque? Sei? Per quanti mesi Alex non ha messo neanche il naso fuori? Per quanti mesi Sofia non ha cambiato quel suo ridicolo abito da sposa, ormai una tavolozza di macchie e piagnistei?
Li guardo. Dormono rettilinei sui materassi trascinati in soggiorno. Confronto con i corpi orizzontali le loro rispettive versioni in cera. Grazie al mio sguardo interstellare li posso vedere come due astronauti ibernati, ma anche, contemporaneamente, come due anime perse in una sterile catatonia, in attesa di nemmeno loro sanno cosa e che, certo con altre intenzioni, ma sono stato io a innescare. Sono come ipnotizzati, mi dico, perduti nell’attesa e, forse, a modo loro, sideralmente felici. Continua a leggere →