Le parole e le cose

Letteratura e realtà

21 luglio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
0 commenti

Love, Girls. Rappresentazione del femminile e serie TV

di Claudia Crocco

Nelle serie TV e nel cinema di oggi, anche soltanto rispetto a dieci anni fa, si fa molta più attenzione a garantire una rappresentazione bilanciata fra uomini e donne. Non importa che stia lavorando al nuovo Star wars o alla decima serie Netflix del mese: uno sceneggiatore contemporaneo sa bene che i suoi testi verranno valutati anche in base a quante donne sono in scena, e che il film o la serie verrà considerato accettabile e non sessista soltanto se sono presenti almeno due donne di cui si conosce il nome, se parlano almeno una volta fra loro, e non di uomini. Rispettare questi tre princípi non equivale a fornire una rappresentazione estetica adeguata delle donne, ma vuol dire superare il test di Bechdel, così chiamato dal nome della fumettista Allison Bechdel, che lo inventa in una vignetta del 1985 intitolata The rule.

Se oggi, riguardando serie degli anni Novanta come Friends, Seinfeld Will&Grace, si può provare imbarazzo per il sessismo implicito in alcuni dialoghi, non stupisce che persino produzioni già avviate e famosissime si mettano al riparo dal politicamente scorretto con ipercorrettismi e deviazioni della trama talvolta forzate (per le quali si parla di pinkwashing), come nel caso della penultima stagione di Game of Thrones: dopo anni di critiche alla serie (la più famosa è quella della scrittrice inglese Danielle Henderson), accusata di sessismo e misoginia, nella settima stagione le scene di sesso e di nudo sono dimezzate, e le protagoniste diventano improvvisamente decisive per l’intreccio, talvolta in modo prevedibile (Daenerys Targaryen), in altri casi del tutto inaspettatamente (Lyanna Mormont). Anche il cinema di massa ci ha ormai abituati a vedere eroine più che eroi, adeguando intrecci e casting allo spirito dei tempi: la nuova versione di La bella e la bestia, ad esempio, propone una Belle molto più artefice del proprio destino di quanto non accadesse nella vecchia versione Disney; mentre in Wonderwoman la classica trama del film americano di supereroi ha una protagonista femminile (interpretata da Gal Gadot). Continua a leggere →

20 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
9 commenti

Francesco Sole e la #poesia

di Simone Burratti

L’uscita di Ti voglio bene (Mondadori, 2017), libro di poesie di Francesco Sole (noto agli adolescenti soprattutto come autore di video e post-it motivazionali, agli youtuber come cavia del “progetto Monarch” di Selvaggia Lucarelli e Francesco Facchinetti), sembra aver suscitato più ilarità che perplessità. Questo perché non è difficile comprendere le operazioni con cui Mondadori riesce a tenere in piedi la baracca, né tantomeno il relativismo di mercato che condiziona ormai anche i premi letterari e parte della critica: ci si può ridere sopra, continuare a fare altro con la coscienza a posto. A volerla dire tutta, però, è innegabile che negli ultimi anni sia venuta a crearsi, con ritardo rispetto al romanzo, una sorta di variante “di genere” della poesia, basata sulla vulgata “espressione di sentimenti personali attraverso una lingua evocativa”, o più banalmente su un vocabolario del cuore. Nel caso in questione, per esempio, un utente di Facebook ha giustamente fatto notare come il libro di Francesco Sole non sia una raccolta di poesie, ma di #poesie: può sembrare una sfumatura ironica e niente più, ma bisogna tenere presente che se un lettore di poesia percepisce la distanza tra Sole e un qualsiasi altro autore contemporaneo a livello macroscopico, per un lettore qualunque, che non ha idea di cosa si scriva in versi dagli anni Settanta in poi, il confronto tra i due ha poco o nulla di imbarazzante.

La mancanza di prospettiva da parte del lettore qualunque non è dovuta a ignoranza o superficialità, quanto piuttosto all’assenza nelle librerie e nei mass-media della poesia cosiddetta alta, istituzionale – ma soprattutto alla diffusione della variante di genere di cui sopra. Continua a leggere →

19 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Il grande innocente

di Gabriel Del Sarto

[È da poco in libreria, pubblicata da Aragno, la nuova raccolta poetica di Gabriel Del Sarto. Si intitola Il grande innocente. Pubblichiamo una breve scelta di liriche. Ringraziamo l’autore e la casa editrice].

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
………………….(Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
………………………………………….è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

* Continua a leggere →

18 luglio 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
5 commenti

“E poi cose, cose, cose…”

di Nunzio La Fauci

“Scaffali, corsie, carrelli. E poi cose, cose, cose…” dice la voce narrante di un annuncio pubblicitario che incessantemente passa in questi giorni sugli schermi televisivi italiani.

È già il buio della sera. Per la regia di Pupi Avati, la macchina da presa inquadra l’angolo di un portico. Sui due lati, esso esibisce insegne accese e dai colori caldi. Al di là degli archi, l’ingresso vetrato di un punto-vendita (come oggi si dice) di una “società cooperativa attiva nella grande distribuzione organizzata”. In Italia, questa ne conta a migliaia e, a differenza di altre concorrenti, inseriti in aree commerciali di quartiere. In incipit, le insegne declinano il nome di tale società. Continua a leggere →

17 luglio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
2 commenti

Kafka a Berlino

di Claudio Giunta

Ci si era appena ripresi dalla meraviglia di Questo è Kafka? la biografia in 99 frammenti scritta da Reiner Stach (recensito sul Sole da Domenico Scarpa), si avevano ancora gli occhi lucidi, ed ecco che al Martin-Gropius-Bau di Berlino fino al 28 agosto espongono il manoscritto del Processo. Ora, la mostra è una mostrina, due salette, venti minuti di visita, e non c’è niente che il Devoto di Kafka che abbia sfogliato l’edizione critica del manoscritto curata da Roland Reuss e Peter Staengle non abbia già visto o non possa vedere in biblioteca, ma il Devoto che si trova a Berlino o deve andarci quest’estate non può astenersi dal pellegrinaggio.

La prima sorpresa, per il visitatore ignorante, è scoprire che il Martin-Gropius-Bau non è un edificio Bauhaus bello squadrato a parallelepipedi bianchi e neri, perché quello del Bauhaus era Walter Gropius. Questo invece è il prozio Martin, anche lui geniale architetto, artefice nel 1881 di questo palazzone magnifico, assolutamente degno di visita, già Museo delle Arti applicate e oggi dirimpettaio, senza sua colpa, del sito urbano che è stato sobriamente ribattezzato Topographie des Terrors in memoria dei crimini dei nazisti, che qui avevano il loro quartier generale. Dimenticate queste tristezze, salite al primo piano. Allineate sottovetro, ecco tutte le pagine autografe del Processo (tutte, cioè la metà, perché se ne può vedere solo una facciata, e per esempio le ultime cinque righe del romanzo stanno a faccia in giù: forse, con tanto spazio a disposizione, si poteva trovare un modo migliore per esporle). Sono fogli non rigati, senza margini, che Kafka riempie per intero di una scrittura molto corsiva ma quasi sempre leggibile; dove non si legge bene, l’amico Max Brod è intervenuto in calce, riscrivendo il passo a beneficio del tipografo. Continua a leggere →

16 luglio 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
2 commenti

Ipotesi di felicità

di Alberto Pellegatta

[È uscito da poco per Lo Specchio Mondadori il nuovo libro di poesia di Alberto Pellegatta, Ipotesi di felicità. Ne presento alcuni testi].

Anabasi

Invece che lasciare a altri –
invidiosi o stregati – il compito
di scrivere una motivazione
preferisco dirvi io stesso perché
prendere in considerazione il mio lavoro.
Non solo questo travestimento finale.
Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile.

O invece erano in gabbia gli uccelli?
Considerati i tuoi precedenti, anche
il cibo ti mangerà le frasi. Mediante ebollizione
le gocce più intelligenti dell’acqua
confermano: per vivere serve qualcosa di più.

*

L’apprendista

Avremo la felicità del capriolo.
Sassi – ormai castori – scali
in sfacelo. La pioggia notturna
indebolisce le parole che rimangono.
Tre gradi in più e saremmo morti.

Il lago emette luce nel disinteresse,
una frizione quasi melodica.
Parla pure, anche se è sconveniente,
per dirmi almeno come imprimerla.
Se le bufere del passato abbiano incrociato le stelle.

La notte nebbiosa degli ortolani
trasporta cori di lupi intonati.
Potremmo vederci da te alle tre e mezzo e basta
da quelle parti l’acqua uccide i poeti romantici

e le abitudini si moltiplicano insostenibili.

* Continua a leggere →

15 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

Satori in FM. Una playlist per Pier Vittorio Tondelli

di Salvatore Renna

[Satori in FM” è un’espressione che usa lo stesso Tondelli in un breve racconto contenuto nella raccolta L’Abbandono (più precisamente 1982. Radio on, all’interno di Quarantacinque giri per dieci anni)].

Nina Simone, Wild is the Wind (Wild is the Wind, 1966)

Velvet Underground, Heroin (The Velvet Underground & Nico, 1967)ù

Continua a leggere →

14 luglio 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
0 commenti

L’altra Napoli. Mistero napoletano di Ermanno Rea

di Mario Pezzella

Mistero napoletano è un romanzo in stile di diario e di inchiesta; ma è lo stesso Rea a metterci sull’avviso: “La forma diaristica delle pagine che seguono è solo un inganno letterario? Penso di poter rispondere di no. Ma essendo persona scrupolosa devo ammettere che si tratta di una mezza finzione…L’inganno non investe mai i dettagli, sempre verificati. Può essere che investa il libro nella sua totalità”(5). Qual è allora questo inganno “totale”? Nei personaggi storicamente “veri” Rea incarna tuttavia le sue immagini di sogno e e il “documento” è spesso invaso dalla sua vena onirica e visionaria: quella che si mostra apertamente nel Sorriso di Don Giovanni e in Fuochi fiammanti a un’hora di notte. Il passato a cui torna il narrante è intriso di possibilità perdute (Nostalgia è il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore) e rievocate dalla memoria in forma di inchiesta. A Rea interessa il fondo oscuro e sommerso della storia, non quella attestata e celebrata dai vincitori. Questa visione soggettiva è dichiarata nel Sorriso di Don Giovanni, in cui dice della protagonista: “Adele sono io (il grande Flaubert mi perdoni)”; ma la stessa cosa vale per tutte le grandi figure femminili dei suoi romanzi. Le donne incarnano il fondo più doloroso e oscuro degli eventi. E’ così per Rosa La Rosa in Napoli ferrovia, per Marcella nella Dismissione, che racconta la fine della grande industria a Bagnoli (“che tu, con la tua bellezza, con la tua età acerba, il tuo destino mostruoso, simboleggi in maniera così inquietante”[1]), e naturalmente per Francesca in Mistero napoletano (e nella Comunista, il racconto in cui lei appare ormai esplicitamente come un fantasma del desiderio). Rea riflette i suoi sentimenti più inquieti in un animo femminile, il solo che abbia la forza di portare all’estremo quanto resta indeterminato o incompiuto negli altri protagonisti del romanzo. Il “narratore di storie vere“ descrive sobriamente desideri aspri e violenti; l’inchiesta è scossa dalle passioni in cui i personaggi si esaltano e si distruggono; per lo più è un vortice oscuro, dal quale affiorano i bagliori di ciò che avrebbe potuto o potrebbe essere.

Continua a leggere →

13 luglio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
17 commenti

Le antologie di poesia italiana del XXI secolo

di Claudia Crocco

[È appena uscito l’ultimo numero della rivista «Enthymema», intitolato Effetto canone. La forma antologia nella letteratura italiana, a cura di Carmen Van den Bergh e Paolo Giovannetti. Pubblichiamo una versione modificata dell’intervento di Claudia Crocco. L’intero numero si può leggere qui].

  1. Nuove antologie.

Questo percorso inizia nel 2005: è l’anno in cui escono tre antologie importanti, che rinnovano l’antologia d’autore: Parola plurale, Dopo la lirica, La poesia italiana dal 1960 a oggi. Hanno punti di partenza simili, ma non identici: il 1960 per Piccini e Testa; il 1975 per gli otto curatori di Parola plurale. Le differenze nella scelta di un terminus post quem indicano una diversa periodizzazione del Novecento, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo quarto di secolo.
Nell’organizzazione della sua antologia, Piccini prende a modello Poeti italiani del Novecento. I testi sono raggruppati per autore, dunque divisi in diciannove sezioni; ognuna è preceduta da un ampio profilo critico e bibliografico. L’ordine in cui sono presentati i poeti segue la data di pubblicazione del loro primo libro importante: la scelta di Mengaldo, che a fine anni Settanta alimentava molte critiche, è ormai diventata una prassi antologica comune.
Il punto di partenza dell’antologia è il 1960, che viene ritenuto un discrimine per due motivi: la rottura creata dalla Neoavanguardia, a partire dai Novissimi; le opere decisive della generazione dei poeti nati tra anni Venti e Trenta (Giudici, Zanzotto, Raboni). Il punto d’arrivo è il 2000, anche se la bibliografia critica è aggiornata fino al 2004. Piccini vorrebbe riproporre l’impianto d’autore dell’antologia di Mengaldo. Per questo ritiene fondamentale compiere scelte critiche «a-ideologiche», ossia non imperniate sulla centralità di tendenze e correnti, ma piuttosto sull’analisi delle forme testuali, delle singole personalità poetiche, del loro rapporto con la tradizione. Un valido strumento è considerato commento: commentare i testi è considerato un modo per misurarne la storicizzabilità. Continua a leggere →

12 luglio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
1 commento

Fantozzi l’impolitico

di Claudio Giunta

 [Questo articolo è uscito sul «Sole 24ore»]

 Per capire bene la pernacchia alla Corazzata Potëmkin, nel Secondo tragico Fantozzi, prima libro (1974) poi film (1976), bisogna darle un minimo di contesto, altrimenti si montano delle querelle culturali (Villaggio contro Ejzenštejn, il cinema popolare contro il cinema d’autore, l’insulto alla memoria di un film che non è affatto «una cagata pazzesca») che non stanno né in cielo né in terra. Quarant’anni fa c’erano in Italia due cose che oggi non ci sono quasi più. Prima cosa: la grande azienda ‘buona’ che pensava non solo alla vita lavorativa dei suoi dipendenti ma anche alla loro crescita culturale e morale, e quindi organizzava il loro tempo libero inventandosi conferenze, gite aziendali, cineforum. A Villaggio, ex impiegato Italsider, non doveva mancare quel genere d’esperienza. Seconda cosa: il dibattito e gli intellettuali da dibattito, che venivano presi sul serio e ascoltati dagli aspiranti intellettuali e dai non-intellettuali, che non capivano e si annoiavano ma non avevano il coraggio di dirlo. All’intersezione tra questi due mondi, l’azienda-madre e l’intellettualità, sta il professor Guidobaldo Maria Riccardelli, il quale è due cose insieme: uno dei capi dell’azienda in cui Fantozzi lavora e un intellettuale cinefilo, cioè uno che sa che il Doktor del film è Caligari e non Caligaris e che pronuncia Griffith ‘come si pronuncia’, cioè in modo (per Fantozzi) inintelligibile. Questa seconda natura di Riccardelli (il suo essere professore) è più importante della prima (il suo essere dirigente): la sua mania per il cinema non è come la mania per il ciclismo del visconte Còbram, o la mania per il biliardo del conte Catellani, o quella per il gioco d’azzardo del duca conte Semenzara, perché tutte queste non sono occupazioni intellettuali, non servono a migliorare la mente e lo spirito di chi le pratica. Invece il professor Riccardelli vuol fare precisamente questo: migliorare la mente e lo spirito dei suoi impiegati. Perciò non li costringe soltanto alla visione della Corazzata ma poi, dal palco, li stimola al dibattito. Continua a leggere →