Le parole e le cose

Letteratura e realtà

27 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Madchester

plsylist di Italo Testa

New Order, Blue Monday (Power, Corruption, and Lies, 1983)

Happy Mondays, Grandbag’s Funeral (Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches, 1990)

The Stone Roses, She Bangs the Drums (The Stone Roses, 1990)

Inspiral Carpets, This is How it Feels (Life, 1990)

The Charlatans, The Only One I Know (Some Friendly, 1990)

James, Sit Down (Gold Mother, 1990)

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26 maggio 2017
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La leggenda privata di Michele Mari

di Gianluigi Simonetti

[Questo intervento è uscito sul «Sole 24 ore»].

Strano libro, il nuovo di Michele Mari, intitolato Leggenda privata e da poco uscito nei «Supercoralli» Einaudi. Probabilmente il suo migliore. In apparenza si regge su una associazione brillante e inconsueta; nel profondo racconta una scissione violenta, dolorosa. Il tema del doppio, che è tipico di Mari, si apre in Leggenda privata a una schiera di antitesi; le simmetrie e le dissociazioni che questo autore ama accumulare rivelano stavolta, e meglio che mai, la disarmonia primaria che le origina.

Ma andiamo con ordine, e cominciamo dall’associazione. In Leggenda privata Mari accosta due strutture narrative diverse e per molti versi opposte, che di rado coabitano armonicamente. La cornice del romanzo infatti è fantastica, di impostazione gotica, con venature horror e ramificazioni in sottocategorie per specialisti, come lo splatter e il gore – una delle immagini più affascinanti del libro consiste in una scarpa da donna abbandonata in fondo a un corridoio silenzioso e deserto, circondata da schegge di vetro e ricolma di sangue («Non macchie di sangue: sangue abbondante, liquido, come in una salsiera»). Il telaio narrativo predispone insomma a digressioni visionarie, che sollecitano reazioni dallo spaventato al comico. Tuttavia la vicenda narrata in Leggenda privata è quella di una famiglia vera: la famiglia Mari, spiata dagli occhi di Michele bambino e adolescente. E’ una storia dolorosa, a volte anche drammatica, snocciolata attraverso la rievocazione frammentaria di aneddoti quasi sempre molto divertenti ma non di rado anche incredibilmente crudeli. E che gli episodi siano autentici lo certificano la precisione dei ricordi e il rimando ai documenti: testimoni, disegni, soprattutto molte fotografie, bellissime e inquietanti. Continua a leggere →

25 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’utilità e il danno del passato per la letteratura e per le nostre vite. Su Pierre Michon

di Paolo Tamassia

Tutti i testi di Pierre Michon sono rivolti al passato. Le storie e gli eventi che racconta, i personaggi – siano essi individui anonimi, «minuscoli», oppure scrittori celebri e artisti consacrati – fanno sempre parte della storia o dei suoi margini, dell’«inverso della storia»[1]. Come ha notato Pierre Bergounioux, l’opera di Michon: «è tutta rivolta verso ciò che non c’è più, è ossessionata dalla morte possibile dei possibili, è dominata dal potere e dalla gloria dei lavori passati, ed è corrosa dall’eventualità del proprio nulla»[2].

All’origine di questo percorso diretto verso il passato c’è senz’altro un profondo senso di assenza. Come appare evidente fin dal suo primo libro, Vite minuscole (1984), questo sentimento è provocato dalla fuga del padre (dato biografico e tema ricorrente nell’opera di Michon) che genera una mancanza di consistenza nel figlio abbandonato. Si tratta in realtà di una vacuità ontologica che finisce per estendersi al mondo intero, il quale infatti sembra sempre sul punto di scomparire, come aspirato da una sorta di vuoto pneumatico[3]. Parlando di suo padre, il narratore di Vite minuscole dice: «L’Assente era lì, abitava il mio corpo devastato […]»[4]. E ancora, descrivendo il proprio stato d’animo quando viveva nella casa dei suoi nonni:

Lì potei toccare le assenze che minavano quei muri, il passato incolmabile e i figli ingrati del tempo ingrato, mio padre, io stesso, e alla fine il mondo intero del quale avevamo preso il posto, tutti spettri per i due vecchi spettri, tutte assenze che un tempo si portavano dietro fino a Mourioux, e che formavano intorno a loro come un’aura che nemmeno la troppo breve e sporadica presenza dei cari lontani bastava più a dissipare a Mazirat era il cuore di quell’«assenza compatta», quasi palpabile; solo i morti ne varcano la soglia; e i vecchi si alzavano con gli occhi sgranati, barcollando, ti stringevano fra le braccia come per riscaldare coloro che ormai più nulla avrebbe potuto riscaldare (VM, p. 70). Continua a leggere →

24 maggio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Qual è il posto dei bambini? Sulle opere di Cannes 70 a partire dal film L’intrusa (Leonardo di Costanzo, 2017)

di Daniela Brogi

Leonardo Di Costanzo, che ha presentato ieri a Cannes, nella sezione “Quinzaine des réalisateurs”, il film L’intrusa, da sempre vive per la gran parte del tempo fuori da Napoli – a Parigi, per esempio, dove insegna agli Ateliers Varan; ma da sempre ambienta i suoi film a Napoli: per riuscire, così, a non parlare soltanto di Napoli.
Sembra un gioco di parole, e invece è una cifra artistica decisiva per il suo cinema, che è anzitutto da intendersi come messa all’opera di un documentarismo inteso come costruzione artigianale fatta di pazienza e manualità, per ottenere, reinventare una visione capace di conquistare una distanza, una condizione di spaesamento creativo proprio là dove un’ulteriore narrazione sembrava diventata impossibile, quasi una “carta conosciuta”, come si direbbe a Napoli, da quanto quello spazio, che di solito è una periferia, un mondo ai margini, pareva abitato da forme ormai consumate, immagini già viste troppe volte che lo avevano ridotto alla condizione generica di non-luogo.
Nel film presentato a Venezia nel 2012, L’intervallo, per esempio, una scuola dismessa si trasformava nell’universo fittizio e interstiziale dove poteva riflettersi (i riflessi sono uno stilema costante in Di Costanzo) un’esperienza nuova di racconto, tanto per i due ragazzini protagonisti quanto per gli spettatori:

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23 maggio 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Sommerso dalla zona grigia. Giovanni Falcone venticinque anni dopo

di Corrado Stajano

[Venticinque anni fa morivano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questo articolo è uscito sul supplemento domenicale del «Sole24 ore»]

Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica. Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi.

Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, legati ai polsi e alle caviglie come capretti, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine. Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno. Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina. Continua a leggere →

22 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Che cos’è un romanzo? Un dialogo con Lakis Proguidis

di Olivier Maillart

[Lakis Proguidis è il direttore dell’Atelier du roman, rivista edita a Parigi dal 1993. In Francia sono usciti diversi suoi  saggi, tra cui Un écrivain malgré la critique (dedicato all’opera di Gombrowicz), La conquête du roman (che esplora la tradizione che permette di congiungere Papadiamantis a Boccaccio) e De l’autre côté du brouillard (sul romanzo francese contemporaneo), nonché il volume Guerres et roman, scritto con Michel Déon. Presentiamo la traduzione italiana dell’intervista a Proguidis realizzata da Olivier Maillart per la rivista PHILITT all’indomani della pubblicazione dell’ultimo saggio di Proguidis,  Rabelais. Que le roman commence! (Pierre-Guillaume de Roux, 2017). La traduzione dal francese è di Simona Carretta].

Olivier Maillart: Potrebbe cominciare a presentarsi e a spiegarci di cosa tratta la rivista di cui è il direttore e il fondatore, L’Atelier du roman?

Lakis Proguidis: Sono stato a lungo assalito da un interrogativo: che cos’è un romanzo? Non saprò mai spiegare davvero perché questo interrogativo e non un altro. In ogni caso, più il tempo passava, più esso diventava pressante, s’impadroniva della mia vita. Orientava le mie letture, presiedeva ai miei gusti letterari, mi guidava nelle scelte di vita da prendere e, certamente, decideva di tutti i miei progetti di studio e delle mie prove di scrittore.
Non è quindi un caso se, ventiquattro anni fa, ho fondato L’Atelier du roman e se il principale obiettivo di questa rivista letteraria trimestrale è quello di «instaurare un dialogo estetico sull’arte del romanzo condotto in primo luogo dagli stessi romanzieri». Mi piace osservare i romanzieri, leggerli, interrogarli e commentarli. In un certo senso, L’Atelier du roman è il mio atelier di saggista. Alla fine del libro ringrazio gli amici e i collaboratori della rivista. Senza saperlo, hanno partecipato alla mia ricerca. Ma, beninteso, L’Atelier du roman è molto più di un laboratorio ad uso personale. Oggi, pensando all’insieme del lavoro svolto, agli ottantotto numeri già pubblicati, lo definirei come un caffè letterario composto da articoli. Coloro che lo frequentano, gli autori o i lettori, si dilettano a trascorrere ogni tanto un momento in compagnia per discorrere di cose che non apportano nulla, tranne un po’ di intelligenza al cospetto degli enigmi del mondo.

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22 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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In una biblioteca c’è tutto l’universo

di Mathias Énard

[Mathias Énard sarà nei prossimi giorni a Milano e Firenze, ospite del ciclo Prospettive critiche organizzato dall’Istituto francese.  Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice E/O, pubblichiamo un estratto dal suo ultimo e fortunato romanzo,  Boussole (Premio Goncourt 2015), recentemente tradotto in italiano. Ci troviamo all’interno dell’Istituto francese di Teheran, dove alcuni studiosi discorrono di Rimbaud].

Dell’esploratore dell’Harar e dello Scioa, dell’“uomo dalle suole di vento”, Sarah recitava interi brani:

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un sughero ho danzato sui flutti
Che eternamente avvolgono i corpi delle vittime,
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari![1]

E tutti ascoltavano, in quelle comode poltrone iraniane dove lo stesso Henry Corbin aveva dissertato con altri luminari a proposito della luce orientale e di Suharawardi; osservavi Sarah trasformarsi in Battello, in pizia rimbaudiana:

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l’acqua turchese; dove, come un relitto,
Scende estatico un morto pensoso e illividito[2]. Continua a leggere →

21 maggio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Cannes 70 L’Aids non è una metafora. 120 battements par minute (Robin Campillo, 2017)

di Daniela Brogi

Siamo a Parigi, agli inizi degli anni Novanta – quando trionfavano le sonorità martellanti, da centoventi battiti al minuto, dell’House-music. In una delle prime scene del film, Sean (Nahuel Perez Biscayart), che ha ventisei anni e sta tornando coi suoi amici da una missione dimostrativa, sposta la sua attenzione, e il nostro sguardo, dai discorsi degli altri alla visione del cielo rosa imbrunito sulla Senna, scorrendolo dai finestrini della metro; nel frastuono delle battute che si accavallano Sean, a un certo punto, parlando ai suoi compagni, ma tenendo gli occhi assorti, come se pensasse tra sé e sé, dice: quanta bellezza, quanta vita, quanto mondo in più mi ha fatto vedere la malattia. Restano in silenzio, sia Sean che gli altri: quasi tutti sono sieropositivi e fanno parte di Act Up, il movimento impegnato a organizzare incontri, atti di rottura, azioni provocatorie per scuotere l’opinione pubblica dall’indifferenza, per protestare contro il silenzio insensibile con cui i laboratori non comunicavano i risultati delle ricerche, dando più valore agli interessi delle case farmaceutiche che ai bisogni di essere informati e rassicurati dei malati; Act Up irrompeva nelle scuole per combattere l’ignoranza e informare i giovani sull’uso dei preservativi; o per reagire all’aperta ostilità con cui, negli anni Novanta, il mondo rimuoveva o emarginava l’Aids: quasi fosse una colpa, un’eclatante conferma dell’omosessualità in quanto condizione oscena e contronatura. Una metafora morale per tracciare i confini della società. Continua a leggere →

20 maggio 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Mass, velocity, time

playlist di Carlos Otero Álvarez 

The Go-Betweens, Cattle and Cane (Before Hollywood, 1983)

The Feelies, Loveless Love (Crazy Rhythms, 1980)

Sonic Youth, Tokyo Eye (Experimental Jet Set, Trash and No Star, 1994)

Shellac, Steady As She Goes (Live. Original: Excellent Italian Greyhound, 2007)

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19 maggio 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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Song to Song. L’universo diviso di Terrence Malick

di Pietro Bianchi

Tutte le filosofie moderne sono catene che legano e imprigionano; il cristianesimo è una spada che separa e rende liberi. Nessun altro filosofo permette a Dio di gioire della divisione dell’universo in anime viventi. Ma secondo l’ortodossia cristiana, questa separazione tra Dio e l’uomo è sacra, perché è eterna. Affinché un uomo possa amare Dio, è necessario che non ci sia solo un Dio da amare, ma che esista anche un uomo che lo ami. Tutte queste vaghe menti teosofiche per le quali l’universo è un immenso crogiolo, sono le stesse menti che fuggono istintivamente dalla parola dei nostri Vangeli, sconvolgente come un terremoto, secondo la quale il Figlio di Dio non è venuto per portare la pace, ma una spada affilata.” Queste parole scritte da G. K. Chesterton in Ortodossia, uno delle più belle e radicali riflessioni sul nocciolo perturbante e non pacificato del cristianesimo, mostrano come la domanda sull’esistenza del cristianesimo non potrà mai andare verso un’idea di ri-congiunzione al cosmo, ma semmai come un’assunzione definitiva della sua separazione. Amare in senso cristiano non può voler dire riproporre l’Uno del senso, ma attraversarne fino in fondo la sua divisione, la sua differenza, l’abisso del non senso, anche nel caso questa divisione non riguardi l’uomo ma Dio stesso. L’Universo non sta insieme: è tagliato in due, è scisso, è inconsistente. E l’uomo ne è stato gettato fuori.

Non è particolarmente à la page pensare di portare al cinema oggi riflessioni di questo tipo sull’Universo, o sulla domanda di senso (o di non-senso) dell’uomo nel suo stare al mondo. Troppo forte l’ingiunzione al “racconto di storie”, troppo dominante l’idea di un cinema “minimo” che si deve limitare a guardare il mondo che ha davanti agli occhi, magari raccontando i margini del visivo come fa la gran parte della produzione indipendente di oggi seguendo i dettami dell’umanitarismo democratico. L’idea di dare al cinema un compito speculativo (cioè di conoscere la realtà, prima ancora di rappresentarla come fa il tradizionale cinema di finzione) non può che provocare una fragorosa risata che è più o meno quello che sistematicamente accade ogni volta che raggiunge la distribuzione in sala un film di Terrence Malick (e se ancora riesce ad accadere il miracolo di riuscire a vedere questi film non è certo per le potenzialità commerciali del suo cinema, ma solo perché l’eccezionalità del suo status gli permette di usufruire di un cast stellare a prezzo del minimo sindacale). Continua a leggere →