Le parole e le cose

Letteratura e realtà

31 ottobre 2014
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Scene e temi del riconoscimento in letteratura. Sull’ultimo libro di Piero Boitani

di Remo Ceserani

[Questo articolo è uscito su «Alias»]

Mi è capitato più volte di spiegare che la critica tematica ha delle basi teoriche abbastanza fragili, nonostante i tentativi di trasformarla in un metodo rigoroso e scientifico compiuti da varie parti (soprattutto da semiotici e storici della cultura come Lotman, Shcheglov e Ziolkowski). La sua forza, secondo me, sta nella sua stessa fragilità, e nell’essere una libera avventura fra i testi, nel dipendere da una scelta soggettiva, quasi arbitraria, del tema da indagare. Quando funziona bene, producendo un lavoro interessante e chiarificatore, deriva da una felice intuizione, a volte addirittura da una scelta casuale.

In una situazione così labile e incerta, l’unica raccomandazione che si può fare a chi voglia fare scoperte interessanti, per se stesso e per i propri lettori, è di scegliere bene il tema da studiare, applicando semmai un’unica, importantissima regola: che il tema abbia una sua densità semantica, profonde radici culturali e anche una possibilità di incarnarsi in procedimenti e forme nuove e sorprendenti; un tema che sappia diventare procedimento e valendosi di procedimenti che facilmente si tematizzano.

È il caso, per esempio, di due bei libri recenti: Feticci (Il Mulino, 2012) di Massimo Fusillo, per i molti collegamenti che il tema ha con l’antropologia, le rappresentazioni simboliche e il mondo delle merci e con le pratiche della riproduzione visiva, della messa in scena, dell’installazione; e Il paradosso di Proteo. Storia di una rappresentazione culturale da Omero al postumano (Carocci, 2012) di Attilio Scuderi, che ricostruisce la fitta rete metamorfica della figura del vecchio dio marino, approdato in terra egiziana dalle profondità arcaiche e preolimpiche del mito, e ricomparso, proteiforme, con una presenza costante, quasi ossessiva e perturbante, in tutta la letteratura mondiale a partire dalle prime rappresentazioni in Omero via via fino a Joyce, Barth, Borges, allo Zelig di Woody Allen e all’illusionismo dei Momix. Continua a leggere →

30 ottobre 2014
Pubblicato da Isabella Mattazzi
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Echenoz e la guerra

cropped-Jean-Echenoz.jpgdi Isabella Mattazzi

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

Aby Warburg definisce la Prima guerra mondiale la Urkatastrophe, la Catastrofe originaria. Per lui, la trasformazione dell’assetto politico europeo che tra il 1914 e il 1918 costerà la vita a più di 9 milioni di soldati sui campi di battaglia, è l’evento radicale per eccellenza. La sospensione del tempo della Storia e il ritorno dell’uomo alla violenza muta delle origini. A Warburg, la guerra porterà in dote tre anni di ricovero in clinica psichiatrica (ma anche, a ben guardare, la creazione di Mnemosyne). Ad altri – Apollinaire, Céline, Paulhan, Cendrars… – la coscienza di un cambio di paradigma, la necessità di un nuovo linguaggio, di una nuova parola per narrare l’innominabile.

Come si fa a “dire” la guerra? Con che voce si può raccontare quella perdita totale del senso in cui Freud vedrà, non a caso, la spoliazione da parte dell’uomo di ogni traccia di civilizzazione?

Se ogni mutamento dell’esperienza richiede un cambiamento di metodo, ogni mutamento di esperienza richiede anche e necessariamente un cambio di linguaggio. Chi ritornerà vivo dalle trincee – che sia scrittore, giornalista, poeta poco importa – non potrà, da quel momento in poi, che trasformare la propria voce. Che si tratti di Ho ucciso di Cendrars, scritto con una lingua a scoppio come uno sparo, o della sconvolgente prosa visionaria di Céline, la guerra terminata (davanti alla Storia), ma nello stesso tempo interminabile (davanti alla Memoria) richiederà sempre un intervento linguistico, domanderà sempre una riflessione sulla parola ancora prima che sulla narrazione degli eventi stessi. Continua a leggere →

29 ottobre 2014
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Foucault oltre Foucault

cropped-4682853488_c4b6a43ba8.jpgdi Sandro Chignola

[Esce oggi, presso DeriveApprodi, Foucault oltre Foucault. Una politica della filosofia di Sandro Chignola. Presentiamo alcune pagine tratte dal primo capitolo e dedicate al concetto di governamentalità e al suo rapporto col mercato].

La genealogia muove sempre dalla fine, vale forse la pena di ricordarlo. Ed essa è materialmente immersa nella storia, come sappiamo. Essa spezza linearità ed effetti di continuità propri alla rappresentazione volgare della storia. La genealogia non rintraccia origini, ma porta alla luce punti di innesto tra logiche eterogene che determinano deviazioni, rotture, nuovi inizi nella connessione tra saperi e poteri. Il genealogista, ricorda Foucault, ha bisogno della storia – degli archivi in cui si sedimentano pratiche, della memoria degli scontri e dei conflitti tra libertà e potere, del campo di battaglia che l’analitica del quotidiano rivela – proprio per scongiurare la chimera dell’origine[1].

 Di nuovo, quindi, il punto di partenza dell’analitica foucaultiana dei biopoteri dev’essere l’urgenza del presente. Il filosofo illuminista, colui che lavora nella lucida consapevolezza che un fuori della storia non c’è, è sull’oggi al quale appartengono il suo lavoro di riflessione e la sua parola, che deve prendere posizione. Fare la genealogia della governamentalità significa assumere a problema la trasformazione della politica che si determina con l’imporsi ad essa di un nuovo principio di realtà, con il suo appaesarsi nell’indisponibile «Umwelt» degli interessi sociali. Governamentalità è l’insieme delle istanze che adeguano l’esercizio del potere alla centralità dell’economia e non del diritto. Ma essa è anche la «linea di forza», così Foucault, che conduce alla preminenza di una funzione – il governo – rispetto ai meccanismi della sovranità e della disciplina; ed è infine il punto di vista che esorcizza lo spettro dello Stato, e l’effetto di «survalorisation» che lo investe tanto nella forma lirica del «mostro freddo» la cui presenza incombe sulle nostre relazioni, quanto in quella, paradossale perché apparentemente riduttiva, che di esso fa la sovrastruttura di processi di riproduzione che lo attraversano e che lo rendono tanto più importante da attaccare e da conquistare in quanto garante dell’assetto generale del dominio[2]. Continua a leggere →

28 ottobre 2014
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L’esperienza del silenzio

cropped-sugimoto.jpgdi Luca Illetterati

Filosofia e musica si rincorrono, diceva un vecchio professore che insegnava magnificamente filosofia e avrebbe voluto invece passare tutto il suo tempo ad ascoltare e a pensare la musica.

 Il tentativo filosofico di svelare l’indicibile, di andare oltre la dimensione ordinaria del discorso, di indicare ciò che può essere davvero portato a parola e ciò che non può essere invece detto, ma magari solo mostrato o indicato, appare in effetti come una sorta di sfida che la ragione concettuale intrattiene con quella forma peculiare di pensiero che è la musica, con quella produzione di senso, mai riducibile a categoria intellettuale, che è la musica.

Altrettanto la musica nelle sue forme più profonde e articolate tenta sempre di liberarsi della propria riduzione a sfondo, a ornamento o a svago, per mostrarsi piuttosto, attraverso la geometria dei suoni e le aritmetiche dei silenzi, come significato, come concetto in forma di suono, come pensiero di ciò che non può essere semplicemente articolato nella forma del discorso. E se questo carattere attraversa tutta la grande tradizione musicale, esso si fa evidente nel momento in cui l’epoca moderna, a partire dal XIX secolo, si fa pensiero di sé, si fa cioè autoriflessione e cerca di portare a evidenza le fratture e le lacerazioni che la attraversano, fino a diventare, nel XX secolo, esperienza esplicita del dolore, della perdita, dello straniamento, dell’impossibilità di dire, dentro una qualche forma di ordine rassicurante, l’esperienza che l’uomo fa di se stesso e del mondo.

Viene da pensare al rapporto fra filosofia e musica leggendo questo piccolo e prezioso libro di Mario Brunello, Silenzio, inserito da il Mulino nella collana ‘Parole controtempo’. Continua a leggere →

27 ottobre 2014
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Papa Francesco e l’avanguardia omosessuale

cropped-LaChapelle-Jesus.jpgdi Fabián Ludueña Romandini

[Fabian Ludueña Romandini è filosofo, ricercatore al CONICET e professore alla Universidad de Buenos Aires. Tra i suoi libri La comunidad de los espectros I (Buenos Aires 2010) e H.P. Lovecraft. La disgiunzione nell'essere, di prossima pubblicazione in Italia presso Quodlibet. La traduzione di questo intervento è di Emanuele Coccia, che ci ha segnalato il testo e che ringraziamo]

All’attenzione di un “joyful man

I.

Scrivere sulla Chiesa dal punto di vista di una filosofia pratica che resti estranea alla sua fede significa riconoscere che la predicazione apostolica ecclesiastica non riguarda solo la vita dei cattolici perché, come istituzione politica, essa presenta la vocazione di operare su scala planetaria nello spazio pubblico dell’ordine geopolitico, anche se come attore molto particolare. Riconoscere quest’azione della Chiesa non significa accettare la sua dogmatica teologica, ma al contrario analizzare la sua pastorale come una forma di intervento sociale e culturale che deve essere sottomessa a giudizio anche da parte di chi rivendica posizioni proprie del repubblicanesimo laico. A volte, in origine, la Chiesa cristiana aveva saputo mantenere una miscela di pratiche democratiche associate con la struttura delle figure proprie dell’impero. Oggi, i concili e i sinodi conservano, in modo archeologico, alcuni resti di questo passato. Si assiste in questi giorni al Sinodo della Famiglia a Roma. Come è noto i sinodi non cambiano i dogmi: hanno una funzione esclusivamente consultativa per il sommo pontefice. Essi però riflettono, per la loro stessa natura, uno stato del dibattito nel seno della Chiesa cattolica. Continua a leggere →

26 ottobre 2014
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Adolescenza e nostalgia. Su Boyhood di Richard Linklater/2

cropped-Copertina-BOYHOOD1.jpgdi Antonio Bibbò

Ospite al Daily Show di Jon Stewart, Richard Linklater ha svelato forse il segreto della naturalezza di un film come Boyhood. Quando il conduttore del programma satirico gli ha chiesto se il film avesse in qualche modo condizionato la vita degli attori, che per almeno dodici anni della loro vita sono stati “sotto i riflettori”, lui gli ha spiegato che, no, non era stato così, perché di solito la pressione (dei media, della famiglia, dei colleghi) è forte soprattutto perché si ha una scadenza vicina, un’uscita in sala che rende tutto più teso e importante. Questo, in Boyhood, è mancato per oltre dieci anni e gli attori e la troupe si incontravano quasi ogni estate per girare qualche spezzone della vita di un teenager americano e della famiglia (allargata e spezzettata) che gli sta intorno, «quasi come se si trattasse di una colonia estiva». Ci sono voluti circa dodici anni, infatti, per girare Boyhood: il film è incentrato sulla vita di Mason Jr., figlio di genitori separati (Patricia Arquette e Ethan Hawke) e fratello di Samantha (Lorelei Linklater), dai sei anni al primo giorno di college; è stato girato in tempo reale, impiegando sempre gli stessi attori, e ne ha seguito le (talvolta sorprendenti) evoluzioni fisiche e sentimentali con una naturalezza sottilmente ingannevole, ma mai esagerata al punto da fingere di avere come oggetto una realtà documentaria. Sullo sfondo gli Stati Uniti cambiano ma non troppo: l’attenzione sembra incentrata (ma senza indulgervi in maniera eccessiva) sui mutamenti della moda e della tecnologia più che su quelli della politica, e Linklater ha ragione nel dire che fare questo film è stato come girare un period drama contemporaneo, chiedendosi in ogni momento come il presente sarebbe sembrato dopo un certo numero di anni. Continua a leggere →

26 ottobre 2014
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Far lavorare il tempo. Su Boyhood di Richard Linklater /1

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di Daniela Brogi

[Nei giorni scorsi è uscito in Italia Boyhood di Richard Linklater, un film importante cui oggi dedichiamo due recensioni. La prima è di Daniela Brogi; la seconda, che pubblicheremo in serata, è di Antonio Bibbò].

« – Hai notato quante persone dicano continuamente “Cattura l’attimo?” [: seize the moment]? Io tendo a pensare il contrario: è l’attimo che ci cattura – || – Sì, è una condizione incessante. Il tempo… è come continuamente fuori, capisci? [: It’s constant…the time…it’s like always out now, you know?] ».

Le ultime parole che udiamo alla fine di Boyhood ci raggiungono e poi tornano indietro, per sfuggirci e insinuarsi tra la confusione emotiva e percettiva vissuta sino a quel momento. «The time…it’s like always out now»: tra lo stordimento di una visione così nuova ecco che ci arriva, mentre la sentiamo e non la sentiamo, la frase tematica dell’intero film: resta nell’aria come in una valle di echi, propagandosi da un punto all’altro dell’orizzonte coperto dal racconto per tutta la sua durata. Boyhood è, difatti, una grande opera sul sentimento del tempo. Questa sua peculiarità prima di tutto svolge il filo di una riflessione continua sulle forme di percezione del tempo: tempo non in quanto temporalità, ma in quanto temporaneità, secondo un’idea che attraversa tutta l’opera di Linklater, rimodulandola ogni volta diversamente. Per esempio Slacker (1991), come già indica il titolo, racconta come passano le vite di coloro che girano a vuoto, cioè gli sfaccendati, quelli che stanno al di fuori del tempo lavorativo; la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight – 1995-2013 – è dedicata all’evoluzione nel tempo della storia di una stessa coppia, rappresentata con una tecnica che sforza all’impossibile la dead line della misura temporale (il tramonto, l’alba, la mezzanotte), per sprigionare proprio da questi limiti un effetto massimo di rappresentazione del trascorrere della vita. Continua a leggere →

24 ottobre 2014
Pubblicato da Massimo Raffaeli
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De Roberto e l’amore

cropped-Giuseppe-Pellizza-da-Volpedo-lamore-nella-vita.jpgdi Massimo Raffaeli

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

Aveva detto di lui Benedetto Croce, in una delle sue più celebri stroncature, che un ingegno così prosaico era incapace sia di illuminare l’intelletto sia di far battere il cuore. Croce si riferiva ovviamente all’occhio vitreo che sorveglia la macchina de I Viceré sottacendo le parti che in quel grande congegno polifonico trascendono la prosa esatta o glaciale del naturalismo e omettendo oltretutto di citare le zone di inventiva più sbrigliata che segnano, quando non intaccano, la più vasta e diseguale produzione di Federico De Roberto, a cominciare da un romanzo, una crime story travestita da love story o viceversa, dal titolo emblematico, Spasimo, del 1896. Infatti De Roberto, per paradosso speculare, fu un uomo non soltanto afflitto in vita sua dagli insuccessi commerciali e da una ambigua ricezione critica, ma anche un individuo di carattere emotivo, insicuro, sentimentalmente irrisolto, soggetto a disturbi neurovegetativi e psicosomatici fino alla morte sopraggiunta per trauma da svenimento, nel luglio del ’27, quando aveva appena sessantasei anni e da tempo era tornato a Catania, per sempre disilluso e scettico, contentandosi di scritture laterali ed erudite da cui comunque fuoruscivano, a sbalzo o per soprassalto di un’arte sovrana, schegge di assoluta perfezione quali per esempio la novella La paura, oggi celebrata come un capolavoro e, sia pure firmata da un mite patriota, come un potenziale manifesto di antimilitarismo. Continua a leggere →

23 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Latenza

cropped-sugimoto1.jpgdi Remo Ceserani

[Questo articolo è già uscito su «La Ricerca»].

La parola latenza (dal latino “lătēre”, stare nascosto, imparentato con il greco “lethe”, oblivio, e con lontane radici indoeuropee) è presente in tutte le lingue occidentali (è invece specificamente italiana la parola latitanza, dal latino latitare; forse perché siamo un paese di banditi e fuorilegge?).

Il primo a lanciare la parola sul piano culturale è stato, nel 1904, Sigmund Freud, prendendola dal linguaggio medico (latenza di una malattia) per indicare, in psicoanalisi, il periodo che va dai cinque anni alle prime manifestazioni della pubertà, contrassegnato da una desessualizzazione delle relazioni oggettuali e dalla nascita di sentimenti come il pudore e la repulsione e di aspirazioni etiche ed estetiche, conseguenti a un blocco dell’evoluzione sessuale del soggetto. Da allora la parola ha esteso il suo campo di applicazioni: nel 1909 l’antropologo francese Anton Van Gennep ha distinto, nei riti di passaggio delle società primitive, tre fasi: la separazione o «morte» della precedente condizione, il momento di «latenza» e l’aggregazione o «seconda nascita». Nel 1951 il sociologo americano Talcott Parson, fondatore della scuola struttural-funzionalista, nel libro Il sistema sociale, ha chiamato latenza una delle quattro funzioni nei sistemi sociali del cosiddetto AGIL: accanto alla funzione adattiva, quella del raggiungimento dei fini, quella dell’integrazione, la funzione del mantenimento del modello latente. In anni recenti il termine si è esteso ad altre discipline: in fisiologia sperimentale, tempo di latenza è lo spazio di tempo che intercorre fra l’applicazione di uno stimolo e la manifestazione della corrispondente reazione; in informatica, latenza di risposta viene chiamato il tempo impiegato da un’informazione per passare da un’unità all’altra di un sistema, in particolare da un sensore al relativo elaboratore. Continua a leggere →