Le parole e le cose

Letteratura e realtà

26 luglio 2017
Pubblicato da Guido Mazzoni
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Il salto nel buio. Una riflessione sulla politica contemporanea

di Guido Mazzoni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 26 novembre 2016, due settimane dopo la vittoria di Trump].

1. Parole e metafore

Quello che è successo l’8 novembre era in larga misura inevitabile. È accaduto nel centro politico, economico e simbolico della Western way of life, e proprio per questo ci colpisce particolarmente; ma se non fosse accaduto negli Stati Uniti, sarebbe prima o poi successo in un altro grande paese occidentale. È un segno dei tempi e una frattura: occorre capire quanto sia profonda. Se ne possono isolare i tratti specifici e riflettere sull’ascesa delle nuove destre o la si può considerare nel quadro di una metamorfosi più larga che ha cambiato negli ultimi cinque anni l’assetto politico dell’Occidente. La Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National in Francia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, la destra in Olanda, Austria e Germania, il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’elezione di Trump negli Stati Uniti sono fenomeni politici molto diversi fra loro e forme di uno stesso evento.

Da quando la crisi ha cominciato ad avere effetti sulla vita quotidiana, una parte crescente delle classi popolari e delle classi medie ha cominciato a votare contro la logica politica ed economica che ha governato l’Europa occidentale e gli Stati Uniti negli ultimi decenni con un consenso largamente maggioritario. Di questa logica circolavano una versione liberalconservatrice e una versione liberaldemocratica, diverse nelle politiche ma unite da un presupposto di base: entrambe accettavano un sistema di valori, un principio di realtà che distingueva fra le cose che si potevano fare o dire e le cose che non si potevano fare o dire. In altri termini accettavano l’architettura di fondo della globalizzazione nella forma che ha assunto a partire dalla svolta neoliberale emersa in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, e poi in Europa continentale fra la fine degli anni Ottanta, il Trattato di Maastricht e la sequenza di accordi che definiscono l’architettura attuale dell’Unione Europea. A partire dagli anni Dieci questo sistema ha cominciato in vari modi a perdere consenso. Continua a leggere →

25 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il mondo di Walker Evans

di Sabrina Ragucci

[Questo articolo è uscito sul «Manifesto»]

Walker Evans al Centre Pompidou (fino al 14 agosto) è la prima retrospettiva tematica in Europa. Costituita da più di 300 stampe d’epoca e da un centinaio di documenti, la mostra parigina è organizzata attorno alla nozione di vernacolare e sottintende gli oggetti di espressione popolare impiegati a fini utiliSpesso è qualcosa che si trova già in casa, o fatta a manola parola esprimesosteneva Evans, ciò che voglio dire, la bellezza delle cose quali esse sono. La mostra e il catalogo sono curati da Clément Cheroux (Senior Curator of Photography al San Francisco Museum of Modern Art) e dal dipartimento di fotografia del Museo nazionale di arte moderna. Il percorso è ricostruito dal curatore secondo un principio diacronico, sulla falsariga di uno dei ritratti della serie realizzata da Evans in metropolitana. Un uomo e una donna sono seduti di fianco nello stesso vagone: lei – alla destra dell’immagine – pare più grande di lui. Il suo volto è semicoperto da un cappello scuro.

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24 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Ambiguità del teatro documentario

di Filippo Bruschi

I

Terrazza del bar del Théâtre des Carmes a Avignone, dove si sta svolgendo la settantunesima edizione del festival di teatro più grande d’Europa, insieme a quello di Edimburgo. A me Avignone durante il festival è sempre apparsa stupenda. Dopo la rituale visita al Palazzo dei Papi e al troncone del Ponte Saint-Bénézet (quello della famosa canzone Sur le pont d’Avignon), si passeggia, tra monasteri diroccati, trecce di lavande che pendono dai balconi, il rodano maestoso e verdissimo, bei ragazzi e bellissime ragazze. Inoltre quest’anno c’erano degli ottimi spettacoli, come l’Antigone giapponese di Satoshi Miyagi, Unwanted di Dorothée Munyaneza o Soffio di Tiago Rodrigues.

Sono invece rimasto fuori dalla rappresentazione della Violence des riches, il testo di Stephane Gornikowsli ispirato al libro dei sociologi Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, in programma alle dieci di mattina al Théâtre des Carmes. La Violence des riches è un esempio di théâtre-documentaire, ossia quel teatro che si appoggia su inchieste, testimonianze, statistiche, per intessere uno spettacolo attraverso a una più o meno marcata fictionnalisation delle fonti. I manuali fanno risalire la sua origine all’Inchiesta (Der Ermittlung, 1965) di Peter Weiss, che costruì il proprio testo sugli atti del processo a ventidue responsabili del campo di Auschwitz. In teoria questo procedere è contrario alla Poetica di Aristotele per cui “Lo storico e il poeta non sono differenti perché si esprimono in versi oppure in prosa », ma perché « lo storico espone gli eventi reali, e il poeta quali fatti possono avvenire (…) » [1] . Il mythos aristotelico, a teatro, non è solo un racconto, ma davvero un mito, la cui paradigmaticità riflette le strutture culturali dello spettatore. Continua a leggere →

23 luglio 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Otto anacronismi

di Christophe Tarkos, traduzione di Michele Zaffarano

[È uscito il numero 19 della rivista «Ulisse», dedicato al rapporto fra poesia, autofiction e biografia. Ne fanno parte i testi di Tarkos che pubblichiamo. La traduzione è di Michele Zaffarano]

Mi trovo dentro la camera, mi trovo dentro il parco, guardo dalla finestra, guardo la pioggia, guardo la neve, guardo i rami degli alberi, guardo i raggi del sole, guardo gli scoiattoli che corrono in mezzo all’erba, guardo le pigne che cascano a terra dai rami degli alberi, sto per uscire, vedo l’ombra dell’albero che passa dalla finestra che si allunga sul muro, ogni tanto in mezzo all’erba passa uno scoiattolo, i rami toccano quasi la finestra, guardo se vedo uno scoiattolo scendere velocissimo dall’albero e passare ai piedi degli alberi in mezzo all’erba, il sole se ne sta dietro il tronco nero, i rami dell’albero entrano dentro la camera, io sto per uscire dalla camera, sto per andare a fare un giro, alla caffetteria incontrerò la ragazza che più tardi incontrerò al bar in paese, lei mi dirà che suonava il pianoforte, che era troppo terrorizzata per uscire da sotto il letto, che restava sdraiata sotto il letto per giorni, che non poteva più muoversi, che va meglio, lei la incontrerò più tardi al bar in paese senza sapere come si chiama, mi dirà come si chiama, io le dirò come mi chiamo io, le dirò che scrivo, lei è fragile, parla con dolcezza, mi chiederà se le mie agitazioni durano tanto, io le dirò che non le riesco a fermare, e poi non mi ricorderò più come si chiama, me lo sarò dimenticato, però non mi sarò dimenticato il suo viso e quando la vedrò le dirò ehi, buongiorno, vieni a sederti con noi, non mi ricorderò né come si chiama, né da quando la conosco, né il posto dove ci siamo incontrati la prima volta, sto per uscire, sto per andare alla caffetteria, sto per sedermi a un tavolo, è a un tavolo che lei verrà a sedersi e a parlarmi, lei è fragile, lei è viva.

No, il pensiero non dà sensazioni, il pensiero non produce sensazioni, non può sentire, uno può pensare senza sentire, il pensiero non si può toccare, il pensiero entra nello spazio incondizionato slegato dalla sensazione del pensare, uno entra in uno spazio che non è alterato dalle sensazioni. Pensare che è un errore, che non è quello che ci vuole, quello che serve, è un pensiero felice di sapere, il pensiero gira senza toccare, senza essere toccato, io penso che il mio pensiero trovi un punto d’appoggio, che trovando un punto d’appoggio fornisca delle sensazioni, il pensiero non lo riesco a sentire, non riesco a pensare che penso senza trovare punti d’appoggio nelle sensazioni per sapere qual è la strada giusta, senza sentire, è così totalmente sconnesso, dentro non si sente niente, non salta fuori niente, è un altro mondo, assenza totale di sensazioni, il pensiero prodotto dalla coscienza, all’improvviso prendo coscienza di, allora divento cosciente di, questa cosa mi mette in uno stato di profonda angoscia, penso ai punti d’appoggio, quali punti d’appoggio, non ho la sensazione di pensare, ho la sensazione di riunire, di essere perso, non si tratta di materia, essere quello che non è, che è per il tramite della sensazione, per il tramite dell’incamminarsi, del passeggiare, dell’esistenza di un passeggiare, stare nella pelle, nel vaso, nel particolare, nella parcella, le sensazioni del pensiero non si fanno sentire. Il pensiero non si sente.

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22 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Estate

di Pierluigi Di Stefano

«L’estate non è una stagione, è uno stato d’animo»
(Jerry Calà,  Vita smeralda, 2006)

Luca Carboni,  Mare mare mare (Carboni, 1992)

Thegiornalisti, RiccioneCompletamente Sold Out, 2017)

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21 luglio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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Love, Girls. Rappresentazione del femminile e serie TV

di Claudia Crocco

Nelle serie TV e nel cinema di oggi, anche soltanto rispetto a dieci anni fa, si fa molta più attenzione a garantire una rappresentazione bilanciata fra uomini e donne. Non importa che stia lavorando al nuovo Star wars o alla decima serie Netflix del mese: uno sceneggiatore contemporaneo sa bene che i suoi testi verranno valutati anche in base a quante donne sono in scena, e che il film o la serie verrà considerato accettabile e non sessista soltanto se sono presenti almeno due donne di cui si conosce il nome, se parlano almeno una volta fra loro, e non di uomini. Rispettare questi tre princípi non equivale a fornire una rappresentazione estetica adeguata delle donne, ma vuol dire superare il test di Bechdel, così chiamato dal nome della fumettista Allison Bechdel, che lo inventa in una vignetta del 1985 intitolata The rule.

Se oggi, riguardando serie degli anni Novanta come Friends, Seinfeld Will&Grace, si può provare imbarazzo per il sessismo implicito in alcuni dialoghi, non stupisce che persino produzioni già avviate e famosissime si mettano al riparo dal politicamente scorretto con ipercorrettismi e deviazioni della trama talvolta forzate (per le quali si parla di pinkwashing), come nel caso della penultima stagione di Game of Thrones: dopo anni di critiche alla serie (la più famosa è quella della scrittrice inglese Danielle Henderson), accusata di sessismo e misoginia, nella settima stagione le scene di sesso e di nudo sono dimezzate, e le protagoniste diventano improvvisamente decisive per l’intreccio, talvolta in modo prevedibile (Daenerys Targaryen), in altri casi del tutto inaspettatamente (Lyanna Mormont). Anche il cinema di massa ci ha ormai abituati a vedere eroine più che eroi, adeguando intrecci e casting allo spirito dei tempi: la nuova versione di La bella e la bestia, ad esempio, propone una Belle molto più artefice del proprio destino di quanto non accadesse nella vecchia versione Disney; mentre in Wonderwoman la classica trama del film americano di supereroi ha una protagonista femminile (interpretata da Gal Gadot). Continua a leggere →

20 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Francesco Sole e la #poesia

di Simone Burratti

L’uscita di Ti voglio bene (Mondadori, 2017), libro di poesie di Francesco Sole (noto agli adolescenti soprattutto come autore di video e post-it motivazionali, agli youtuber come cavia del “progetto Monarch” di Selvaggia Lucarelli e Francesco Facchinetti), sembra aver suscitato più ilarità che perplessità. Questo perché non è difficile comprendere le operazioni con cui Mondadori riesce a tenere in piedi la baracca, né tantomeno il relativismo di mercato che condiziona ormai anche i premi letterari e parte della critica: ci si può ridere sopra, continuare a fare altro con la coscienza a posto. A volerla dire tutta, però, è innegabile che negli ultimi anni sia venuta a crearsi, con ritardo rispetto al romanzo, una sorta di variante “di genere” della poesia, basata sulla vulgata “espressione di sentimenti personali attraverso una lingua evocativa”, o più banalmente su un vocabolario del cuore. Nel caso in questione, per esempio, un utente di Facebook ha giustamente fatto notare come il libro di Francesco Sole non sia una raccolta di poesie, ma di #poesie: può sembrare una sfumatura ironica e niente più, ma bisogna tenere presente che se un lettore di poesia percepisce la distanza tra Sole e un qualsiasi altro autore contemporaneo a livello macroscopico, per un lettore qualunque, che non ha idea di cosa si scriva in versi dagli anni Settanta in poi, il confronto tra i due ha poco o nulla di imbarazzante.

La mancanza di prospettiva da parte del lettore qualunque non è dovuta a ignoranza o superficialità, quanto piuttosto all’assenza nelle librerie e nei mass-media della poesia cosiddetta alta, istituzionale – ma soprattutto alla diffusione della variante di genere di cui sopra. Continua a leggere →

19 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il grande innocente

di Gabriel Del Sarto

[È da poco in libreria, pubblicata da Aragno, la nuova raccolta poetica di Gabriel Del Sarto. Si intitola Il grande innocente. Pubblichiamo una breve scelta di liriche. Ringraziamo l’autore e la casa editrice].

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
………………….(Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
………………………………………….è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

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18 luglio 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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“E poi cose, cose, cose…”

di Nunzio La Fauci

“Scaffali, corsie, carrelli. E poi cose, cose, cose…” dice la voce narrante di un annuncio pubblicitario che incessantemente passa in questi giorni sugli schermi televisivi italiani.

È già il buio della sera. Per la regia di Pupi Avati, la macchina da presa inquadra l’angolo di un portico. Sui due lati, esso esibisce insegne accese e dai colori caldi. Al di là degli archi, l’ingresso vetrato di un punto-vendita (come oggi si dice) di una “società cooperativa attiva nella grande distribuzione organizzata”. In Italia, questa ne conta a migliaia e, a differenza di altre concorrenti, inseriti in aree commerciali di quartiere. In incipit, le insegne declinano il nome di tale società. Continua a leggere →

17 luglio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Kafka a Berlino

di Claudio Giunta

Ci si era appena ripresi dalla meraviglia di Questo è Kafka? la biografia in 99 frammenti scritta da Reiner Stach (recensito sul Sole da Domenico Scarpa), si avevano ancora gli occhi lucidi, ed ecco che al Martin-Gropius-Bau di Berlino fino al 28 agosto espongono il manoscritto del Processo. Ora, la mostra è una mostrina, due salette, venti minuti di visita, e non c’è niente che il Devoto di Kafka che abbia sfogliato l’edizione critica del manoscritto curata da Roland Reuss e Peter Staengle non abbia già visto o non possa vedere in biblioteca, ma il Devoto che si trova a Berlino o deve andarci quest’estate non può astenersi dal pellegrinaggio.

La prima sorpresa, per il visitatore ignorante, è scoprire che il Martin-Gropius-Bau non è un edificio Bauhaus bello squadrato a parallelepipedi bianchi e neri, perché quello del Bauhaus era Walter Gropius. Questo invece è il prozio Martin, anche lui geniale architetto, artefice nel 1881 di questo palazzone magnifico, assolutamente degno di visita, già Museo delle Arti applicate e oggi dirimpettaio, senza sua colpa, del sito urbano che è stato sobriamente ribattezzato Topographie des Terrors in memoria dei crimini dei nazisti, che qui avevano il loro quartier generale. Dimenticate queste tristezze, salite al primo piano. Allineate sottovetro, ecco tutte le pagine autografe del Processo (tutte, cioè la metà, perché se ne può vedere solo una facciata, e per esempio le ultime cinque righe del romanzo stanno a faccia in giù: forse, con tanto spazio a disposizione, si poteva trovare un modo migliore per esporle). Sono fogli non rigati, senza margini, che Kafka riempie per intero di una scrittura molto corsiva ma quasi sempre leggibile; dove non si legge bene, l’amico Max Brod è intervenuto in calce, riscrivendo il passo a beneficio del tipografo. Continua a leggere →