Le parole e le cose

Letteratura e realtà

20 settembre 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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La guerra moderna e la tendenza all’estremo: tra Leopardi e Girard.

di Raoul Bruni

[Questo saggio è uscito nel volume Raccontare la guerra. I conflitti bellici e la modernità, a cura di Nicola Turi, Firenze, Firenze University Press, 2017].

La guerra assume la sua forma moderna a partire dalla Rivoluzione francese, quando il conflitto, che, tradizionalmente, vedeva scontrarsi due popoli nemici si trasferisce all’interno di uno stesso Stato per essere poi esportato, con Napoleone, all’esterno. Come ha illustrato sinteticamente Carlo Galli, in questa fase storica, la guerra acquista un nuovo «dinamismo, un’aggressività, un’assolutezza, una coralità, che – insieme alla presenza del genio, del condottiero politico-militare Napoleone – costituiscono appunto i cardini della “guerra assoluta reale” che il generale prussiano Clausewitz si incarica di riconoscere, di pensare e di ricondurre a una norma»[1]. Nella cultura italiana del primo Ottocento il pensatore che coglie con più profondità le implicazioni di questa svolta radicale è senz’altro Leopardi, il quale dedica al tema della guerra alcune delle più decisive riflessioni politiche e antropologiche dello Zibaldone[2]. Le meditazioni leopardiane su tale argomento si basano essenzialmente su fonti classiche, rinascimentali e illuministiche più o meno note (da Platone a Montesquieu) ma, d’altra parte, presentano notevoli punti di tangenza con i grandi teorici moderni e contemporanei del conflitto, da Hobbes e Clausewitz fino a Schmitt e all’ultimo Girard.

Sia pure espressa in forma non sistematica, secondo la tipica modalità di pensiero zibaldoniana, quella di Leopardi è una vera e propria ‘filosofia della guerra’, giacché la guerra, secondo lui, rappresenta un problema da affrontare con sguardo propriamente filosofico, che collochi questo fenomeno nel contesto più ampio della civiltà umana. Aveva così osservato, commentando le Considérations sur l’art de la guerre di Rogniat:

Sarà bene ch’io legga tutta intera l’opera citata, dove l’arte della guerra è chiarissimamente esposta, congiunta a molta filosofia, paragonati continuamente gli antichi coi moderni, e i diversi popoli fra loro, applicata alla detta arte la scienza dell’uomo ec. E certo la guerra appartiene al filosofo, tanto come cagione di sommi e principalissimi avvenimenti, quanto come connessa con infiniti rami della teoria della società, e dell’uomo e dei viventi (Zib. 985, 7 aprile 1821)[3]. Continua a leggere →

19 settembre 2017
Pubblicato da Mauro Piras
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Sul populismo antipedagogico

di Francesco Rocchi

Il due luglio scorso, per minima&moralia, è uscito un interessante articolo di Simone Giusti su un particolare e curioso atteggiamento di tanti intellettuali italiani nei confronti dell’istruzione pubblica italiana, un atteggiamento che egli con molta efficacia definisce “populismo antipedagogico”. Con ciò Giusti ha inteso anche rispondere ad un articolo di Claudio Giunta, il quale dei manuali di pedagogia ha avuto un’esperienza così negativa da arrivare a parlare di didattica della fuffa.

Avendo letto entrambi gli articoli con un certo trasporto, mi sono reso conto di ritrovarmi a pencolare tra due opposti difficilmente conciliabili.

I toni di Giusti sono risentiti, ma i suoi argomenti lucidi. Facendo riferimento a prese di posizione come quelle del Gruppo di Firenze, che ha patrocinato la “Lettera dei 600” sulle (lamentabili) competenze degli studenti nell’italiano scritto, Giusti stigmatizza l’approccio “nostalgico-classista” che l’intellettualità italiana spesso assume nel parlare di scuola, approccio caratteristicamente segnato dall’elogio acritico del passato e dalla celebrazione retorica del liceo classico, nonché – e soprattutto – da un compiaciuto disprezzo per tutto ciò che “odori” di pedagogia.

Di qui la rivendicazione legittimamente orgogliosa, da parte di Giusti, del ruolo della ricerca didattica e pedagogica, cui invece gli intellettuali italiani si sarebbero colpevolmente sottratti, anche quando si proclamavano di sinistra. E in effetti luoghi comuni sull’istruzione si sprecano, prolifici e tenaci come erbe infestanti, anche tra persone (insegnanti, spesso!) che dovrebbero essere assai meno approssimative. Continua a leggere →

18 settembre 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Obbligo di presenza. La psicologia di Internet

di Jacopo Di Nicola

Internet, ai suoi albori, era visto come un mondo nuovo, un ovest da conquistare, senza regole e legami con la realtà. Un non-luogo dove inventare storie ed universi. Un’isola che non c’è dove i pionieri del web (maschi, bianchi occidentali, acculturati) potevano giocare ai pirati. Luogo di incontro tra la contro-cultura americana e la ricerca universitaria, Internet era un laboratorio politico e sociale di una minoranza omogenea di attivisti, qualcosa di molto diverso dal Web a cui abbiamo accesso oggi, tramite gli schermi interattivi dei nostri smartphone.  Tanto per dare l’idea di ciò che è cambiato negli ultimi vent’ anni, nel dicembre del 1995, quando Internet ha iniziato a fare il suo ingresso nella nostra quotidianità si contavano 16 milioni di utenti, mentre al giorno d’oggi Internet ne conta 3,6 miliardi. In questo senso, si capisce la necessità della nuova edizione di La psicologia di Internet (Raffaello Cortina Editore, 2017) di Patricia Wallace, a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi. La prima edizione risale al 1999, quando, come sottolinea l’autrice nella prefazione, «dominavano ancora le librerie di calce e mattoni. L’azienda Google, con otto dipendenti, si era appena trasferita dall’originario garage in un ufficio più idoneo, e Mark Zuckerberg, l’ideatore di Facebook, studiava i classici al secondo anno delle superiori».

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a quella che Dominique Cardon definisce la «democratizzazione di Internet»[1]. La Rete ha conquistato il globo entrando a far parte dei mezzi espressivi/ricettivi di ognuno di noi. Cosa implica questa nuova, perenne, connettività globale? Quali conseguenze produce sulla nostra personalità? Continua a leggere →

17 settembre 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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La guerra e il suo spettacolo. Su Dunkirk di Christopher Nolan

di Mario Pezzella

[Dunkirk di Christopher Nolan è film molto discusso. Sul nostro sito ne ha già parlato Nunzio La Fauci qualche giorno fa. Questo articolo di Mario Pezzella prosegue la discussione]

Salvate il soldato Ryan (film di Spielberg del 1998) –sovrastando nel favore del pubblico il tentativo eccentrico de La sottile linea rossa, il film coevo di T. Malick- ha fissato con successo i codici aggiornati del film-spettacolo di guerra, la sua nuova retorica: la regola del genere che si è ora tenuti a osservare è l’inversione del negativo, l’assorbimento graduale della critica della guerra all’interno della sublimità celebrativa. Ormai nessun autore di un certo livello si sentirebbe di proporre un’apologia immediata dell’eroe, dell’onore, del coraggio, della maturazione soggettiva che avviene nell’esperienza bellica: per buona parte del film di Spielberg si vede piuttosto la sua crudeltà e mancanza di senso, che si riverbera sullo stile. Il montaggio organico narrativo salta per aria, diviene sincopato e spezzato, i punti di vista si alternano rapidamente e caoticamente per sottolineare l’impossibilità di una visione d’insieme di quanto sta accadendo sul campo, i corpi sono lacerati e smembrati.

La guerra moderna non richiede tanto iniziativa o spirito eroico, quanto l’adesione più fedele alla macchina astratta della tecnica: non la maturazione di una coscienza eroica distinta, quanto la maggiore assimilazione possibile alla funzionalità indisturbata del suo processo automatico. Le “prove” che vengono così superate guidano verso l’annientamento dell’identità, non verso la sua differenziazione. Quanto più la guerra moderna è una cieca mattanza operata dalle macchine, tanto più il war-film tradizionale forniva surrogati di senso, per renderla desiderabile o almeno sopportabile. Esso offriva così una giustificazione fantasmatica, estetizzante, della violenza, spostando il centro dell’attenzione dall’imponenza della tecnica distruttiva al “fattore umano”, in realtà sempre più trascurabile. Continua a leggere →

15 settembre 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Eraserhead – La musica di David Lynch

playlist di Italo Testa

David Lynch & Peter IversIn Heaven (Lady in the Radiator Song(Eraserhead1982)

David LynchGhost of Love (Inland Empire2007) Continua a leggere →

15 settembre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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I miei libri nel mondo

di Yu Hua (trad. di Silvia Pozzi)

[È iniziata ieri la dodicesima edizione di Babel. Festival di letteratura e traduzione di Bellinzona (Svizzera), che andrà avanti fino a domenica 17 settembre. Lo scrittore cinese Yu Hua, di cui presentiamo in esclusiva un testo inedito, interverrà al festival sabato alle 18 (Teatro Sociale), insieme alla scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo].

Per questa occasione ho fatto una piccola ricerca sui miei libri in Cina e all’estero (senza tenere conto di edizioni nelle lingue delle minoranze etniche cinesi): trentadue lingue per trentacinque Paesi. I Paesi sono più numerosi delle lingue sostanzialmente per via dell’inglese, che viene parlato in tutto il Nord America (Canada e Stati Uniti), nel Regno Unito, in Australia e Nuova Zelanda, e poi per il portoghese (Brasile e Portogallo) e per l’arabo (Egitto e Kuwait). Esiste però anche la situazione opposta: in Spagna vengo tradotto in due lingue, castigliano e catalano, e lo stesso vale per l’India, malayalam e tamil.

Se penso all’avventura dei miei libri nel mondo, è una storia fatta da traduttori, editori e lettori. Mi sono accorto che si sottolinea sempre l’importanza dei traduttori, quando si parla della circolazione della letteratura cinese a livello mondiale. Ovviamente le traduzioni sono importanti. Ma se non ci fossero gli editori a pubblicare le opere, anche il più squisito lavoro di traduzione resterebbe chiuso in un cassetto, questo almeno valeva in passato, ora resterebbe nella memoria di un computer. E poi ci sono i lettori: una volta pubblicato il libro, se i lettori non lo apprezzano, l’editore ci rimette, e a quel punto perde interesse a uscire con altri titoli cinesi. Quindi, traduttori, editori e lettori formano una triade in cui non può mancare nessuno dei tre.

Nel 1994, Vivere! e Le cose del mondo sono fumo uscirono in Francia con due case editrici diverse, il primo per un grosso editore, il secondo per uno molto più piccolo, quasi a conduzione familiare. Quando andai in Francia per partecipare a un festival letterario a Saint-Malo nel 1995, visitai la casa editrice più grande e incontrai il mio editor. Al tempo ero alle prese con la stesura di Cronache di un venditore di sangue, perciò gli chiesi se era interessato a pubblicare il nuovo libro. “È previsto un adattamento cinematografico del romanzo?” mi domandò stralunato. Capii che con quell’editore era finita. Feci la medesima proposta alla casa editrice a conduzione familiare e mi diedero una risposta molto semplice, dissero che erano piccoli e dovevano pubblicare pure altri autori, non potevano concentrarsi soltanto su di me. Poi la fortuna girò. Actes Sud, il colosso editoriale francese, inaugurò una collana dedicata alla narrativa cinese affidando la curatela a una sinologa dell’Inalco di Parigi, Isabelle Rabut, che conosceva bene le mie opere. Nel frattempo Cronache di un venditore di sangue era uscito in Cina sulla rivista Shouhuo. Lei ne fece immediatamente acquistare i diritti. Il romanzo fu pubblicato in Francia circa un anno dopo. Poi Actes Sud fece uscire tutti i miei libri, uno dietro l’altro. Avevo finalmente trovato il mio editore francese. Continua a leggere →

14 settembre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Su Tondelli. Un’intervista ad Aldo Tagliaferri

di Fabrizio Miliucci

Il testo che segue è il risultato di alcune e-mail fitte di dubbi, curiosità e appunti di lettura, inviate ad Aldo Tagliaferri, primo editor e amico di Pier Vittorio Tondelli, che ringrazio per la pazienza e per la cortesia. Un ringraziamento va anche a Ugo Fracassa che ha creato l’occasione di incontro con Tagliaferri e a Carlo Baghetti, cui devo alcune osservazioni a latere dell’intervista.

 

Tondelli e i padri

La cosa da cui mi piacerebbe partire risale a un suo articolo che precede di parecchio il “caso” Altri libertini e tutta l’esperienza di Tondelli, sto parlando di un articolo intitolato La superstizione della crudeltà con cui, nel numero 8 di “Quindici”, cercava di imbastire un dialogo con Sanguineti sulla possibilità di una letteratura della contestazione. Cosa o chi ha contestato l’opera di Tondelli? In che rapporto è stato con la generazione precedente?
L’articolo sulla “crudeltà” voleva essere non un “dialogo” ma una confutazione, che fece riflettere alcuni, concernente l’impossibilità di mettere Artaud al servizio di un programma politico come quello sostenuto da Sanguineti, che saggiamente lasciò cadere la questione nel silenzio anche durante i nostri sporadici incontri successivi. Una contestazione verbale è sostenibile ma non va confusa con il discorso politico tout court, e tanto meno con la prassi politica. L’opera di Tondelli venne contestata, prima di tutto, dalla magistratura e dal mondo cattolico dal quale Tondelli proveniva. I rappresentanti del Gruppo ‘63 considerati più autorevoli ebbero, nel complesso, un atteggiamento sospettoso o ostile nei confronti degli autori delle nuove leve (ricordo, per es., i casi di Reta e di Corrado Costa, che seguii da vicino) ma fu Angelo Guglielmi, considerato l’“esperto” in materia, a contestare l’opera di Tondelli, che molto se ne risentì, e poco conta che, anni dopo, lo stesso Guglielmi bofonchiasse una semiritrattazione. Continua a leggere →

13 settembre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Progetto per S.

di Simone Burratti

[Esce in questi giorni per Nuova Editrice Magenta il primo libro di Simone Burratti, intitolato Progetto per S., con prefazione di Stefano Dal Bianco. I primi testi di Burratti sono usciti su Le parole e le cose qui].

AVATAR

Non c’è cosa più vicina alla superbia dell’eccesso di umiltà.
P. ALMODÓVAR

S. è una persona bassa e insignificante, il classico personaggio in cui non puoi immedesimarti. Crede fermamente nell’individualismo e sopravvive grazie a una forma di socialità parassitaria.

S. ti spia di sbieco dalla fessura della porta, dall’angolo cieco dello specchio, dalle proiezioni più sincere della tua autocoscienza; sta lì, dove l’hai dimenticato.

S. conosce tutte le debolezze una per una e le ha assegnate alle ombre che lo seguono, di sera, lungo le strade alberate. Le ombre si allungano a nord, se ne vanno e poi ritornano. Tutte le ombre sembrano perfettamente sovrapponibili.

Sui mezzi pubblici, S. sfiora le donne con il dorso della mano.

S. è un uomo che soffre di meteorismo. La parola meteorismo gli piace, e sente che lo rappresenta appieno. Sul balcone, immagina di gonfiarsi così tanto da diventare più leggero. La pancia è dura e ovale. Il vuoto è la sua forza. Spinto da un movimento interno si solleva fino all’altezza a cui pensa. Poi sparisce nel buio. Continua a leggere →

12 settembre 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Spazio, tempo, aspetto, tropi di Dunkirk

di Nunzio La Fauci

Dunkirk (per gli anglofoni; per i Francesi e, sulla scorta, per gli Italiani, Dunkerque) è un toponimo, il nome di un luogo. A esso corrisponde quindi un concetto spaziale. Sull’asse del tempo, Dunkirk designa tuttavia anche un evento prodottosi in un momento cruciale della prima fase della Seconda guerra mondiale. Lo fa per un comune processo figurato, il medesimo che interessa i toponimi Teano, Caporetto, Vittorio Veneto o Montecassino, per gli Italiani (gli esempi hanno connotazioni e valori morali diversi e hanno anche avuto sviluppi differenti, come figure).

La vicenda che, tra la fine del maggio e l’inizio del giugno del 1940, ebbe come teatro la cittadina francese sulla Manica è nota. Lo è divenuta ancora di più perché, a rinfrescarne la generale memoria, è intervenuta da qualche settimana l’uscita di un film di Christopher Nolan. Appunto, vi si narra come spazio e tempo s’intrecciarono, quasi ottanta anni fa, sotto il nome proprio Dunkirk, che la pellicola porta come titolo.

Non c’è narrazione, come non c’è descrizione, che non sia metonimica e che non integri un punto di vista, già solo per questo carattere (in verità, anche per molti altri). Il carattere metonimico di Dunkirk di Nolan è peraltro apertamente dichiarato. È come se il narratore temesse nei suoi destinatari un’incapacità, in proposito, e forse non a torto. La temperie presente ha incessanti commerci con ogni genere di verità assoluta e ciò irrita la sua brama di oggettività. Oltre a essere morbosa e irragionevole, tale brama le rende incomprensibili, se non proprio odiose la molteplicità e la parzialità delle prospettive sul mondo. Continua a leggere →

11 settembre 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Come scrivono i giudici

di Claudio Giunta

Premessa molto personale. Devoto lettore di Kafka, io ho una paura innata di tutto ciò che riguarda la sfera dell’amministrazione, del controllo e della giustizia. Apro con ansia gli estratti conto della banca, le bollette, e in generale ogni busta che abbia stampato il logo di un ufficio pubblico nello spazio del mittente. Diffido degli esseri umani presi da soli; ma gli esseri umani organizzati in ufficio agenzia ministero mi terrorizzano. Una volta Equitalia mi ha contestato una cartella esattoriale e io ho pagato la multa senza neppure verificare se avevano ragione, tanto mi stomacava l’ipotesi di dover ricevere, e dover rispondere a, ‘comunicazioni ufficiali’. Non ho mai avuto guai giudiziari e spero di non averne mai, ma se ne avessi è probabile che – condannato innocente in primo grado – non farei appello per evitarmi la pena delle scartoffie, delle marche da bollo.

Ciò detto, e scontate le paturnie individuali, mi sembra abbastanza allarmante il fatto che un cittadino italiano più colto della media (oui, moi) abbia serie difficoltà a capire, tra l’altro, il testo delle leggi del suo Paese e le circolari ministeriali che governano l’università in cui lavora. Ci sono certamente casi in cui le leggi e le circolari devono essere un po’ complicate, perché complicata è la materia che intendono normare; ma nella generalità dei casi il cittadino, specie il cittadino colto, dovrebbe poter capire senza difficoltà. E che dire delle sentenze, gli atti che decidono del destino di un essere umano? Dovrebbero essere cristalline, e argomentate in maniera quasi geometrica. E invece. Continua a leggere →