Le parole e le cose

Letteratura e realtà

30 marzo 2017
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Venti fantasmi. Esemplari unici di un’infanzia e di un’adolescenza

di Luciano Funetta

[Il testo di Luciano Funetta fa parte dell’ultimo numero di «Nuovi Argomenti» (77, 2017) intitolato «Il fantasma nell’opera» e uscito la settimana scorsa]

a Malcolm Skey

I cacciatori sollevano il drappo che copre la gabbia dell’orso. Se ne sta in un angolo, il sedativo non si è ancora esaurito. Uno degli uomini, che porta il fucile a tracolla, sputa tra le sbarre. «Ha decapitato due di noi, prima di farsi prendere» dice. Poi conta i soldi, annuisce e se ne va insieme alla sua marmaglia. La coppia rimane davanti alla gabbia, nel viale davanti alla casa, alla luce del crepuscolo. La donna chiede se c’è da aver paura. Ha appena visto un documentario sulla ferocia degli orsi. L’uomo le sorride, le dice che i documentari sono fatti per spaventare. Per la prima volta, questa sera, metteranno l’orso nella culla del loro bambino.

La neve e il bambino. Si vedono per la prima volta. Il bambino emette suoni di stupore, poi allunga la mano e tocca la neve. Un corvo plana sul ramo di un abete provocando una valanga. Gli occhi del bambino sono grandi e aperti. Provano a trattenere un’immagine che però vola via tra gli artigli del corvo. La neve non dice nulla. Un immenso silenzio scivola dentro il giardino.

Che ne è stato del relitto azzurro della batteria giocattolo con Topolino impresso sulla grancassa? Giace irriconoscibile sotto una montagna di rifiuti che a disfarsi impiegheranno secoli. Tamburi invisibili seguono tempi diversi tra i quali c’è un ritmo indistinto e sordo. Lo suona un bambino seduto tra le immondizie, su una batteria distrutta.
Il bambino biondo con i denti cariati. Vive in campagna, in una casa con il tetto spiovente. La sua camera è sotto il tetto. In fondo al giardino, dopo la gabbia dei conigli, dietro una siepe, c’è uno stagno limaccioso. L’acqua verde è coperta di ninfee. Il padre del bambino è un uomo muscoloso, baffi da wrestler; seduto in cucina impara l’inglese con un corso in dieci cassette. Un giorno viene a prenderlo a scuola in anticipo. Non tornerà più. La casa con il tetto spiovente resta vuota. Dal lago delle ninfee una creatura squamosa emerge ogni notte e si asciuga sotto la luna che argenta il giardino, la casa, i conigli bianchi dimenticati nella loro gabbia. Continua a leggere →

29 marzo 2017
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XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea

[Esce in questi giorni il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos), a cura di Franco Buffoni. Ne fanno parte Agostino Cornali (1983), Claudia Crocco (1987), Antonio Lanza (1981), Franca Mancinelli (1981), Daniele Orso (1982), Stefano Pini (1983), Jacopo Ramonda (1983). Pubblichiamo una poesia per ogni autore. Ringraziamo l’editore per averci concesso i testi in anteprima].

Agostino Cornali 

Gli inverni sempre più caldi, ………………………………..Temù
i ghiacciai ritirandosi
scoprono elmi chiodati
baionette, barattoli di latta
appesi al filo spinato

nei giorni di disgelo si ingrossano i torrenti
e sulle rive erbose, al limitare dei boschi
giovani fantasmi di fantaccini
si sfidano lanciando
sassi piatti e sottili
che rimbalzano sull’acqua

“Abbiamo sconfitto gli imperi centrali”
mi dici raggiante
prima di riaddormentarti
mentre l’autobus discende
in una nenia di tornanti
dal passo del Tonale.

*

Claudia Crocco

Io voglio essere guardata

I.

Guardiamo: la schiena il vestito
come si piega
sulla pancia, controlli ora le
cosce se si vedono, i collant tesi
i capelli se reggono sulla
te di questo mese; poi le labbra
serrate mentre passi il rossetto
con gli occhi sgranati,
prima chiaro e poi più intenso –
inutile nascondersi, non voglio
io voglio essere guardata.

II.

La faccia la faccia come portarla
di notte, tornando, e non potere
cambiare anche quella al mattino –
scolorirne i tratti per
cancellarne il ricordo, bluffare con
il tempo e le foto,

(il grumo di rimmel sulle ciglia che
sbattono contro il vetro, le iridi
capovolte, vedermi
vederci noi la lingua le viscere
riflesse
usurate nel tempo senza
distanza. Noi non vedevamo
– la miopia del mio nulla
intatto, riflesso
in ogni angolo del vetro sporco,
nel diario pubblico –
mentre sui tasti succedeva tutto
negli occhi e la faccia registrava già)

III.

Guardiamo noi ora ancora – io vedo
la distanza, non è
non è quella dall’inizio: ora è fra
la mia faccia di ieri e lo status
di oggi, nel vetro che la restituisce
a scaglie, s’è rotto ieri – tutta
la solitudine è egoismo,
ognuna è una faccia riflessa
sul vetro sporco, un gioco
di abitudini e tagli senza sangue,
noia e crudele eccitazione.

Io voglio essere guardata.

* Continua a leggere →

28 marzo 2017
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L’Italia di De Sanctis

di Raoul Bruni

[Questo intervento è uscito in forma integrale nel numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana” (I, 2017) dedicato a Francesco De Sanctis, in occasione del bicentenario della nascita].

Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis viene pubblicato a puntate in appendice alla «Gazzetta di Torino» nel 1875, dunque esattamente quattordici anni dopo l’atto di nascita del nuovo Stato unitario. Sebbene il libro si svolga quasi tutto in Irpinia, è impossibile negare che quello spicchio di Penisola rifletta alcuni dei caratteri più tipici dell’intera nazione, cosicché l’itinerario desanctisiano assume senz’altro un valore paradigmatico, fornendo un’icastica istantanea dell’Italia di allora.
Non solo: mentre racconta Italia degli anni settanta dell’Ottocento De Sanctis coglie con largo anticipo alcuni tratti fondamentali del nostro carattere nazionale che sarebbero emersi con più chiarezza nel futuro della storia italiana. In questo senso, il Viaggio desanctisiano non è soltanto un ‘classico del meridionalismo’ (come pure, giustamente, è stato definito), ma, più in generale, un classico dell’italianità letteraria,[1] da collocarsi idealmente nella gloriosa scia di Machiavelli e Guicciardini, e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (che sarebbe uscito soltanto dopo la morte di De Sanctis ma che presenta non poche consonanze ideali con Un viaggio elettorale). Né si dimentichi che De Sanctis scrive il Viaggio pochi anni dopo aver portato a termine la sua Storia della letteratura italiana (1870-1871), cioè uno dei più fondamentali contributi alla storia della civiltà, non solo letteraria, italiana.

Del resto, nei decenni che seguono l’Unificazione, escono alcuni viaggi letterari attraverso lo stivale improntati agli ideali patriottici risorgimentali: i più organici e importanti sono Il bel paese di Antonio Stoppani, che viene pubblicato nel 1876 (in concomitanza con l’uscita in volume, presso Morano, del Viaggio elettorale desanctisiano) e Il viaggio per l’Italia di Giannettino di Carlo Collodi, pubblicato in tre volumi, tra il 1880 e il 1886. Rispetto a queste due opere monumentali, De Sanctis si concentra su un’area ben più limitata, ma egli stesso si dimostra ben consapevole della portata esemplare del suo racconto, tant’è che, dopo aver scritto che «avev[a] imparato più in quei paeselli che in molti libri», aggiunge che la storia confluita in quel libro non è più soltanto «storia mia; è storia di tutti, ci s’impara molte cose».[2] Continua a leggere →

27 marzo 2017
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Il borghese e lo stile

di Federico Bertoni

[Una prima versione di questo intervento è uscita su «Alias»]

Che fine ha fatto il borghese, quel personaggio che ha inventato l’organizzazione capitalistica del lavoro, e ha reso il nostro mondo quello che è? Sembra essersi fatto di nebbia. È da questo apparente paradosso che muove l’ultimo libro di Franco Moretti, Il borghese. Tra storia e letteratura, uscito in inglese nel 2013 e ora tradotto da Giovanna Scocchera per Einaudi. Pensiamo che la nostra forma di vita corrisponda all’ultima fase evolutiva della borghesia, ma in realtà il borghese è scomparso: «Anche se il capitalismo è più potente che mai (soprattutto in termini distruttivi, degni di un golem), la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla», scrive Moretti. Non resta che evocarlo con quell’atteggiamento «negromantico» sul quale insisteva Michel de Certeau: la scrittura della storia come rito di sepoltura, dialogo con i morti, cerimoniale simbolico che risuscita il passato. Studiando le forme letterarie, nota infatti Moretti, «entriamo in un regno di ombre, dove il passato riacquista la sua voce e continua a parlarci». È questo il «possibile contributo» della storia letteraria «alla conoscenza storica».

Dunque un libro di storia? Un libro in cui l’analisi dei testi è strumentale alla ricerca storiografica, in cui la letteratura è solo un pretesto per parlare d’altro? A prima vista sembrerebbe di sì, ma è una impressione sbagliata. Il borghese riserva belle sorprese. L’impianto è articolato ma perfettamente chiaro: introduzione teorica; primo capitolo sul prototipo per eccellenza dell’uomo borghese, Robinson Crusoe, con dialogo a distanza tra Defoe e Weber; secondo capitolo sul «secolo serio», l’Ottocento, momento trionfale della letteratura borghese (forse il più discutibile, riscrittura di un saggio del 2001, dove Moretti cerca di ricondurre tutto il romanzo ottocentesco a un’unica dominante formale, i «riempitivi»); terzo capitolo sulla cultura vittoriana, baricentro ma anche punto di svolta del libro; quarto capitolo che si allarga «verso i margini del sistema mondiale moderno» (Brasile, Italia, Spagna, Polonia e Russia), dove la coesistenza di ancien régime e capitalismo produce mostri, vere e proprie «malformazioni nazionali»; ultimo capitolo su Ibsen dove va in scena il «regolamento di conti» del secolo borghese. Continua a leggere →

26 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Psiche e violenza. Elle (Paul Verhoeven, 2016)

di Daniela Brogi

Non credo che si tratti soltanto di una suggestione personale: leggendo “Oh…” (2012), il bel romanzo di Philippe Djian tradotto da Daniele Petruccioli per Voland nel 2013, e guardando Elle (2016), il film che ne è stato tratto da Paul Verhoeven e interpretato da Isabelle Huppert, ho ripensato alla vicenda che è dietro al ritaglio di giornale riprodotto qui sotto:

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25 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Narrazioni da Sud

Il 29 e 30 marzo, presso l’Università per Stranieri di Siena, si terrà il convegno Narrazioni da Sud
Per ulteriori informazioni si può cliccare qui: http://www.unistrasi.it/1/10/4003/Convegno_Narrazioni_da_Sud.htm

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25 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Cantare la voce

playlist di Italo Testa

Joan La Barbara, Twelve Song (Voice is the Original Instrument: Early Works, 1976)

Demetrio Stratos, Flautofonie e altro (Cantare la voce, 1978)

Meredith Monk, Do You Be (Do You Be, 1987)

Arrigo Lora-Totino, Poesia liquida & Liquimofono (Fonemi, 2001)

Agnes Hvizdalek, Ursonate AV (di Kurt Schwitters)  (live@Henie Onstad Kustsenter, 13 settembre 2015)

Joan La Barbara, Poem 64 (text by Kenneth Goldsmith), (73 poems, 1994)

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24 marzo 2017
Pubblicato da Francesco Pecoraro
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Caravaggio a Siracusa. Il Seppellimento di Santa Lucia

di Francesco Pecoraro

Ci sono momenti particolari in cui occhio e cervello si fanno più aperti, nel senso di disponibili, alla percezione estetica. Forse meglio dire ricezione. Parlo di quelle situazioni – come quando rompi il fiato e si dilatano gli alveoli polmonari e respiri più profondamente – in cui si diventa specificamente propensi al riconoscimento della bellezza, non dico in ogni cosa, ma in molte delle cose cui normalmente non prestiamo attenzione, come al mercato una montagna di melanzane viola, l’occhio profondissimo di un pesce spada o la testa recisa di un tonno in pescheria, la pietra erosa di una facciata, le basole laviche di una strada della Sicilia sud-orientale.

Questo stato di ricettività felice si verifica quasi sempre nello spostamento, nel dis-allineamento delle coordinate del quotidiano che si produce quando sei in viaggio e hai scelto un luogo di vacanza (anche qui, vacazione nel senso di apertura all’esplorazione, alla ricognizione) capace di darsi come particolarmente inaspettato – deragliato rispetto all’idea corrente di Sud che normalmente adottano i non-del-Sud come me –, luminoso, ben tenuto, singolarmente bello, come l’isola di Ortigia, a Siracusa.

È sorprendendomi in questa condizione di apertura indifesa che mi ha trafitto il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, 1608, affossato laggiù nell’abside dietro l’altare della chiesa di Santa Lucia alla Badia, sull’acropoli greca, ma da secoli urbanizzata, dell’isola. Continua a leggere →

23 marzo 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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The Albertine Workout

di Anne Carson, traduzione di Matilde Manara

[The Albertine Workout è una plaquette di Anne Carson uscita nel 2014. Questa è la parte iniziale del testo nella traduzione di Matilde Manara].

1. Il nome Albertine non è comune per una femmina in Francia, mentre Albert è diffuso tra i maschi.

2. Il nome Albertine ricorre 2363 volte nel romanzo di Proust, più di tutti gli altri personaggi.

3. Albertine stessa è presente o evocata in 807 pagine del romanzo di Proust.

4. Per un buon 19 percento di queste pagine lei è addormentata.

5. Alcuni critici, compreso André Gide, ritengono che Albertine sia una versione camuffata dello chauffeur di Proust, Alfred Agostinelli. Si tratta della cosiddetta teoria della trasposizione.

6. Albertine incarna un’ossessione romantica, psicosessuale e morale per il narratore, specialmente nel quinto dei sette volumi (nell’edizione Pléiade) dell’opera di Proust.

7. Il quinto volume è intitolato La Prisonnière in francese e The Captive in inglese. Nel suo celebre studio del 1974, l’esperto mondiale di Proust Roger Shattuck lo considera il volume del romanzo che un lettore a corto di tempo può saltare per intero.

8. I problemi di Albertine sono
(dal punto di vista del narratore)
a) inclinazione a mentire
b) lesbismo
e (dal punto di vista di Albertine)
a) essere prigioniera in casa del narratore. Continua a leggere →

22 marzo 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Bowie: amare l’alieno

di Barbara Carnevali

[Questo intervento è la postfazione a Bowie di Simon Critchley, Il Mulino (versione italiana di On Bowie, London, Serpent Tail, 2016, edizione rivista e aumentata dopo la morte di David Bowie)].

Due sirene tentano il filosofo quando cerca di accostarsi ai fenomeni pop: la critica dell’ideologia di stile adorniano, che nega lo statuto di arte a ciò che definisce con disprezzo prodotti dell’industria culturale, destinati a fabbricare consenso per il sistema capitalistico e dunque privi di valore estetico; e l’attitudine postmoderna di chi si abbassa ironicamente verso un ambito che in realtà continua a sospettare indegno, e di cui riesce a parlare solo in modo obliquo, con un linguaggio virgolettato preso in prestito dalla cultura alta che rimarca la distanza e comunica una sensazione di falsità. Simon Critchley resiste a entrambe le tentazioni in cui vanno riconosciuti i sintomi di uno stesso snobismo. Prende il suo oggetto sul serio e non si preoccupa di doverlo giustificare o nobilitare. Che quella di Bowie sia arte è il semplice fatto che motiva la necessità del suo piccolo libro, concepito come il tentativo di spiegare a una comunità di fan, ma in primo luogo a se stesso, l’eccezionalità di un’emozione estetica durata più di quarant’anni. A prendere la parola è lo stesso autore che ha scritto su Heidegger e Lévinas. La serietà e il rigore non sono minori, ma il coinvolgimento è forse ancora più intenso dal momento che non si tratta tanto di condurre un dialogo intellettuale quanto di far luce sul mistero di una passione. La riflessione del filosofo nasce come una dichiarazione di amore – così dovrebbe sempre fare, d’altronde, la buona critica delle opere d’arte – dando indirettamente ragione al Proust di Deleuze, secondo cui solo le cose che ci colpiscono sensibilmente stimolano il pensiero alla ricerca del senso, e a Platone, che pensa il bello come capacità di farsi amare.

Critchley dichiara di essere un filosofo anarchico[1], e il presupposto non detto di tutta la sua interpretazione di Bowie è l’idea di collocarlo nella linea di quei movimenti anarcoidi di contestazione sociale – come la bohème, le avanguardie e le controculture novecentesche – che hanno espresso il dissenso per via estetica, attraverso il connubio arte e vita. Per questi artisti, il pensiero è un’azione che si incarna, prima ancora che in un’opera propriamente detta, nel gesto e nello stile come simboli di una maniera di essere e di intendere il mondo. Che a questa concezione della critica sociale, che ha una parentela con l’idea di estetica dell’esistenza, sia possibile attribuire una genealogia filosofica lo suggerisce un breve rimando alla storia del pensiero antico. Continua a leggere →