Le parole e le cose

Letteratura e realtà

1 marzo 2015
di Pietro Bianchi
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Il cinema classico in frammenti. Vizio di forma (Inherent Vice) di Paul Thomas Anderson

di Pietro Bianchi

Ogni volta che si deve parlare di un film di Paul Thomas Anderson è quasi inevitabile sentir accostare il suo cinema a quello di altri grandi americani contemporanei: Robert Altman, Martin Scorsese, i fratelli Coen, Gus Van Sant e così via. Al pari di questi e di pochi altri, il suo cinema è come se fosse già stato assurto al livello di classico contemporaneo della storiografia cinematografica a venire. La ragione è presto detta: a fronte di un’industria dell’intrattenimento, come quella di Hollywood, che a partire dagli anni Ottanta ha sostanzialmente annientato ogni tipo di riflessione esplicita sulla forma (pochi ormai quelli che riescono a sfruttare un “blockbuster” per un proprio percorso estetico autonomo, come Christopher Nolan o Michael Mann), è come se questi pochi registi fossero davvero rimasti gli ultimi a porsi ancora delle domande sulle ragioni profonde della messa in immagini della realtà.

Se è vero, come pensa Fredric Jameson, che la postmodernità si caratterizzi soprattutto per un processo di naturalizzazione del capitalismo – proprio perché il capitalismo ha nella sua natura quella di dissimulare se stesso e apparire in una forma invertita – risulta allora evidente come il cinema della più grande industria dell’intrattenimento mondiale abbia da sempre adempiuto in modo efficace a questo compito. Tuttavia, come sa chiunque abbia imparato ad amare il cinema di Hollywood, le ciambelle raramente escono col buco, e molto spesso la messa in forma di un’ideologia dice sempre qualcosa di più o qualcosa di meno di quello che il suo ruolo sociale o economico gli prescriverebbe. I registi sopra citati (l’elenco sarebbe evidentemente molto più lungo e discorso a parte andrebbe fatto per il cinema francese, dell’Estremo Oriente o di altre zone del mondo) sono allora tra i pochi che ad Hollywood riescono ancora ad abitare in modo problematico questo spazio di libertà formale sempre più angusto. Continua a leggere →

26 febbraio 2015
di Massimo Gezzi
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Nuovi poeti /14: Yari Bernasconi

cropped-Bernasconi.jpga cura di Massimo Gezzi

[Con Yari Bernasconi (Lugano 1982) la rubrica dedicati ai nuovi poeti nati negli Ottanta e Novanta raggiunge la quattordicesima tappa. Bernasconi, studioso e curatore di Orelli, ha esordito come poeta nel 2009 con il libretto Lettera da Dejevo (Alla chiara fonte), a cui nel 2012 è seguita la silloge Non è vero che saremo perdonati, contenuta nell’XI Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos). In primavera, per Casagrande, uscirà Nuovi giorni di polvere, il suo primo libro organico di versi. Presento una scelta di testi editi e inediti].

Dici che abbandonando i caseggiati
avevano rotto tutto, i russi: raschiato
i pavimenti non crollati,
abbattute le finestre e le porte,
sradicate le tubature, le sale scoperchiate
con le stanze, i corridoi.

Nell’ombra, però, sotto i segni
di propaganda, un muretto si tiene
in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

* * *

Conversazione con Tosca (frammento)

«Un giorno bombardarono le baracche dove stavamo.
Io ritornavo da un colloquio col mio vestito bello,
l’unico, e una giacchetta beige. Scarponcini puliti.
Cominciammo a scavare, a cercare nel fango
la nostra roba. Ma tutto era stato inghiottito.
Io sembravo un pulcino, tra le macerie:
un punto bianco. Alla fine, sporca e ricoperta di terra,
chiamai mio padre. Non avevamo ritrovato nulla.
In quel momento ci appartenevano soltanto
le nostre ossa».

* * * Continua a leggere →

26 febbraio 2015
di Daniela Brogi
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Archeologia di un matrimonio. Lacci di Domenico Starnone

cropped-strange_abstract_wires_red_blood_desktop_1680x1050_hd-wallpaper-1517931.jpgdi Daniela Brogi

Quale memoria si conserva di un matrimonio sopravvissuto alla rottura? Cosa resiste al furto degli anni? Tra le tante storie materiali, tra l’accumulo dei discorsi, cosa lega davvero i singoli alla minacciosa cantilena dell’ «io ero…tu eri…»? E, soprattutto, quante realtà e quante narrazioni parallele vivono dentro il flusso uniforme dell’esistenza trascorsa sotto un medesimo tetto? Il romanzo di Domenico Starnone costruisce un edificio che dà spazio precisamente a questi dubbi, articolandoli sia tematicamente sia stilisticamente: per questo Lacci (Einaudi 2014) non è, semplicemente, un romanzo sulla crisi di un rapporto di coppia, ma un’opera che allestisce, attraverso se stessa, gli autoscenari di irrealizzazione di sé tenuti in piedi dai pilastri indistruttibili del matrimonio.

Per capire cosa questo significhi è necessario ripercorrere la vicenda proprio attraverso la struttura che le dà forma. Lacci si compone di tre pannelli (libri), ciascuno dei quali è gestito da una prima persona attraverso cui, nel passaggio da un blocco all’altro, si esprimono tre distinti personaggi che prendono voce in tre diversi momenti della storia, usando il tempo verbale privilegiato dal racconto in medias res, cioè il presente.

Nel primo libro la voce da cui parte il racconto entra in scena di prepotenza: la sua carta da visita non contiene un nome proprio, e dunque non possiede un’individualità, ma passa subito a qualificarsi per via di una relazione, vale a dire identificandosi totalmente in due connotati essenziali stretti in un corpo solo, cioè lo status coniugale e il tono sarcastico – puntiglioso della rivendicazione:

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio (p. 5). Continua a leggere →

25 febbraio 2015
di Damiano Abeni
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Variante. Sette poesie brevi

cropped-01a-cameraworks.jpgdi John Ashbery [trad. di Damiano Abeni e Moira Egan].

[Houseboat Days (1977), uno dei capolavori ashberiani, è il primo libro pubblicato dopo il pluripremiato Autoritratto in uno specchio convesso. È una delle raccolte più rappresentate ne Un mondo che non può essere migliore, pubblicato da Luca Sossella nel 2008, ma la maggior parte dei titoli in essa contenuti è ancora inedita in Italia.

La pubblicazione di queste poesie è resa possibile dalla generosa amicizia di John Ashbery. Un ringraziamento alla James Merrill House di Stonington (Connecticut) dove queste traduzioni sono state completate (da)].

VARIANTE

A volte la innescherà una parola, tipo
mani e piedi, sole e guanti. La strada
è densa di pericoli, dici, e io
noto la parola “densa” mentre mi racconti
enormi valli segrete non troppo discoste
dalla battaglia in stallo – “ma sempre, leggermente boscose
come sono, più profondamente coinvolte con l’esito
che un giorno incollerà un’etichetta nera, grondante sangue,
al cielo, ma fino ad allora
l’eco, che scorre libera lungo i corridoi, vicoli,
e luoghi docili, sorpresi, lontani da tutto,
verrà automaticamente chiusa fuori – vox
clamans – capisci? Fine del domani.
Non cercare di mettere in moto l’auto né di guardare più a fondo
nell’eterno incresparsi del cielo: soffuso lucore
su soffuso lucore, la trasparenza s’è librata allo strato superiore
finché tutto non è traboccato come una torta
nuziale o un albero di Natale, argentei, in una cascata di lacrime”.

VARIANT

Sometimes a word will start it, like
Hands and feet, sun and gloves. The way
Is fraught with danger, you say, and I
Notice the word “fraught” as you are telling
Me about huge secret valleys some distance from
The mired fighting—“but always, lightly wooded
As they are, more deeply involved with the outcome
That will someday paste a black, bleeding label
In the sky, but until then
The echo, flowing freely in corridors, alleys,
And tame, surprised places far from anywhere,
Will be automatically locked out—vox
Clamans—do you see? End of tomorrow.
Don’t try to start the car or look deeper
Into the eternal wimpling of the sky: luster
On luster, transparency floated onto the topmost layer
Until the whole thing overflows like a silver
Wedding cake or Christmas tree, in a cascade of tears.” Continua a leggere →

24 febbraio 2015
di Claudia Crocco
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Versi Saturi. Modi della satira nella poesia del Novecento

cropped-banksyBarcode.jpgdi Bernardo De Luca

[È uscito da poco La satira in versi. Storia di un genere letterario europeo (Carocci, 2015), a cura di Giancarlo Alfano. Questo libro ripercorre la storia della satira in versi, dalla fondazione del genere nell’antica Roma al Novecento. Ogni periodo storico è analizzato attraverso un capitolo incentrato sulla situazione italiana e un altro di respiro europeo. Le pagine che pubblichiamo, scritte da Bernardo De Luca, sono dedicate alla satira nella poesia del Novecento].

1. Un solo genere, tanti modi

Oggi la poesia moderna è percepita come un unico macro-genere che raccoglie in sé testi anche molto diversi per forma e contenuto. Si tratta dello stadio finale di un processo iniziato alla fine del Settecento, grazie al quale le forme della scrittura in versi si emancipano dalle norme e prescrizioni della poetica classicista: è un fenomeno di lenta durata, che porta alla dissoluzione della suddivisione in generi poetici tipica della precettistica pre-moderna. Sebbene nell’Ottocento si registrino i prodromi di questo sommovimento, è solo all’inizio del Novecento che si verifica una rottura definitiva con le modalità letterarie del passato (Lavezzi-Giovannetti 2012, p. 13). La conseguenza più importante è la dissoluzione delle forme metriche ereditate, che con il loro valore convenzionale avevano rappresentato da sempre delle solide griglie grazie alle quali erano resi riconoscibili i diversi generei poetici. Anche se spesso una forma metrica corrispondeva a più di un genere, tuttavia la stretta correlazione tra schema metrico e genere letterario era un’idea fondativa: la stessa satira in versi fu per molto tempo vincolata o al capitolo ternario, secondo il modello ariostesco, o all’endecasillabo sciolto, corrispettivo italiano dell’esametro latino (Martelli 1993, pp. 567-74). Già nell’Ottocento, e definitivamente nel Novecento, dopo l’affermazione del verso libero, l’adozione di una determinata forma metrica diventa una scelta idiosincratica. Anche il recupero delle antiche forme è una possibilità che il poeta non deve più giustificare alla luce di norme plurisecolari. Venuto meno il fattore normativo, la forma metrica diventa un’emanazione della soggettività che la crea.

Unita alla libertà stilistica pressoché totale dei poeti novecenteschi, la dissoluzione delle forme metriche non permette di avere spie di riconoscibilità dei generi poetici. Ciò non impedisce di identificare delle differenze tra i diversi testi, differenze però non più fondate su a priori convenzionali, ma su considerazioni di tipo stilistico e contenutistico. Ecco perché per la poesia moderna è più giusto parlare di “modi poetici” che di generi (Brioschi-Di Girolamo 1996, p. 307). Variamente ibridati, i modi possono essere un lucido recupero dei generi del passato oppure il frutto inconsapevole di una determinata postura del poeta nei confronti del mondo, dell’argomento che tratta o della poesia in generale. Continua a leggere →

23 febbraio 2015
di Claudio Giunta
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Tutti idonei

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di Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito su «Internazionale»]

Come si diventa insegnanti? Serve un’abilitazione, e questa abilitazione è stato possibile ottenerla, in passato, in modi diversi. Due anni fa, per provare a ridurre il numero dei precari impiegati nella scuola, il Ministero dell’Istruzione ha aperto un Percorso Abilitante Speciale (PAS) per coloro che avevano già insegnato per tre anni anche non consecutivi nell’arco di tempo compreso tra il 1999 e il  2013. A questo PAS si accedeva senza concorso.

Adesso, in tutta Italia, cominciano a essere pubblicati i risultati dei PAS. Reperirli non è facile, perché non si trovano nel sito del ministero: bisogna cercarli nei siti delle università che hanno organizzato i corsi, e che però non informano sempre con esattezza circa il numero degli iscritti ai corsi e al numero dei respinti in itinere. Ma per quanto ho potuto vedere (e sentire, dai colleghi di altre università), quasi tutti i candidati hanno superato gli esami orali e scritti, e sono quindi abilitati. In alcune sedi, e in alcune classi di concorso, bisogna togliere il quasi: tutti i candidati sono stati promossi. Questo significa che, in alcune sedi, fra tutti coloro che si sono iscritti al PAS per l’abilitazione all’insegnamento (diciamo) dell’inglese alle superiori non c’era neppure una persona che nonfosse all’altezza del compito. Tutti all’altezza, tutti idonei.

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23 febbraio 2015
di Le parole e le cose
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Birdman, o la scomparsa del fuori campo

cropped-birdman.jpgdi Pietro Bianchi

[Birdman, di Alejandro González Iñárritu, ha vinto l’Oscar 2015 come miglior film. Riproponiamo la recensione di Pietro Bianchi uscita qualche settimana fa].

È ancora possibile che il cinema sia capace di stupirci? Che possa farci vedere un’immagine che non abbiamo mai visto? È ancora possibile provocare il nostro sguardo e svegliarlo da quella giungla di immagini di social network, serie televisive e blablabla visivo dentro il quale pare essere intrappolati? Sono in molti ormai a dire che il cinema abbia già detto tutto, abbia già fatto vedere tutto: non c’è più nulla da inventare, solo da ripercorrere quello che è già stato. E in effetti se pensiamo alla sua storia, è dalla controrivoluzione conservatrice hollywoodiana che alla fine degli anni Settanta ha spazzato via l’ultimo baluardo di innovazione rappresentato dalla New Hollywood, che non esistono più movimenti formali in grado di rivoluzionare nel profondo il linguaggio cinematografico. È il destino beffardo di un’arte di cui si è sempre dichiarata la gioventù e che invece pare essere improvvisamente invecchiata, se è vero come dicono in tanti, che le nuove frontiere tecnologiche degli smartphone e di Netflix ci stanno già portando verso un mondo compiutamente post-cinematografico.

Diversi importanti e intelligenti critici cinematografici, tra gli altri Bruno Fornara di Cineforum, ce lo ripetono spesso, e non senza ragioni: una volta che sono state sperimentate tutte le possibilità del montaggio e dei movimenti della macchina da presa è difficile pensare a delle grandi rivoluzioni formali. Forse il cinema deve allora proprio mettersi il cuore in pace, e riconoscere che la Storia con la maiuscola – quanto meno nel mondo del visivo – è proprio finita, e che l’unica cosa che ci è rimasta da fare è ricominciare a raccontare semplicemente delle storie (con la minuscola)? Continua a leggere →

22 febbraio 2015
di Le parole e le cose
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Extra Omnes. Poetitaly al Palladium di Roma

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di Andrea Cortellessa

Inizia domani al Teatro Palladium, nel quartiere romano di Garbatella, Poetitaly al Palladium, una serie di incontri-letture ideata da Simone Carella e da lui curata insieme a Gilda Policastro, Lidia Riviello e al sottoscritto. Poetitaly è un’entità “nomade”, pensata per portare la vitalità e la trasversalità della poesia di oggi nelle tante e fra loro diversissime “periferie” d’Italia; il suo esordio (che ha riscosso un per molti versi inaspettato successo di pubblico e critica), lo scorso settembre, ha avuto per cornice un luogo in tal senso eloquente come Corviale. L’evento sarà in live streaming, a cura di Doc Station powered by Daily Motion, sul sito www.poetitaly.it. Le serate seguenti, di Poetitaly al Palladium, saranno lunedì 23 marzo, martedì 28 aprile, venerdì 22 maggio e lunedì 8 giugno; e vedranno la partecipazione, fra gli altri, di Milo De Angelis, Gabriele Frasca (coi ResiDante), Durs Grünbein e Patrizia Valduga. Ogni serata chiamerà i poeti, italiani e non, a confrontarsi con lo spirito performativo e installativo connaturato alla manifestazione (a Simone Carella – insieme a Ulisse Benedetti e Franco Cordelli – si dovette l’ideazione dello storico Festival dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano, alla fine di giugno del ’79, che faceva seguito ai cicli di performance nello storico locale Beat 72 – documentati nel Poeta postumo dello stesso Cordelli. Continua a leggere →

22 febbraio 2015
di Le parole e le cose
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Ariosto e Ronconi

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di Niccolò Scaffai

[Ieri è morto Luca Ronconi. Ripubblichiamo questo articolo di Niccolò Scaffai sull’adattamento dell’Orlando furioso apparso su «Le parole e le cose» il 19 ottobre 2012].

Quest’anno il Festivaletteratura di Mantova ha contato tra gli ospiti, insieme ai molti scrittori in servizio, un autore ‘impossibile’: Ludovico Ariosto. Meglio che al poeta, in verità, il posto d’onore è toccato alla sua opera più illustre, ripercorsa attraverso le fantasie e i tradimenti novecenteschi che fanno del Furioso una macchina artistica in continuo movimento, capace di attrarre nei suoi incanti autori come Italo Calvino (celeberrimo il suo racconto in prosa del Furioso) o Edoardo Sanguineti. Tra i molti adattamenti proposti dalla rassegna mantovana (Lettere, voci e immagini d’Orlando), c’era anche quello televisivo curato da Luca Ronconi, con la sceneggiatura appunto di Sanguineti. Per fortuna, la visione di quel Furioso, davvero epocale, non è riservata al pubblico del Festivaletteratura o ai frequentatori di archivi e teche (la cui conservazione è sempre più a rischio). Le cinque puntate dello ‘sceneggiato’ ariostesco, andate in onda sul primo canale della Rai nel febbraio-marzo del 1975, sono state infatti riversate in DVD e pubblicate nella collana «Senzafiltro» della BUR, con la scorta di un’utile monografia che del progetto ronconiano ricostruisce la genesi e analizza i risultati: Ludovico Ariosto, Orlando Furioso di Luca Ronconi e Edoardo Sanguineti, DVD 1, 124’; DVD 2, 188’ + Claudio Longhi, L’Orlando Furioso di Luca Ronconi, pp. 117, euro 24, 90.

A riguardarlo oggi, tutto d’un fiato magari, il Furioso televisivo suscita due sentimenti complementari: da un lato – direi scherzando con i versi ariosteschi – un ammirato rimpianto per la «gran bontà de’ palinsesti antiqui», che consentivano la messa in onda di una fiction di quel calibro, pur con le limitazioni imposte all’inventiva del regista, di cui parlerò; dall’altro una composta insoddisfazione per il fatto di trovarsi davanti a una messinscena un po’ troppo manierista, un po’ troppo apparecchiata per rendere giustizia al testo di partenza. Sennonché, leggendo il libro di Claudio Longhi (che offre in appendice due ‘conversazioni’, con il regista e con Sanguineti), si arriva a capire le ragioni delle scelte di Ronconi, anche di quelle che lasciano perplessi. Continua a leggere →