Le parole e le cose

Letteratura e realtà

7 luglio 2015
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Per Luca Rastello

di Daniele Giglioli

[Queste due recensioni sono uscite su «Alias» e sul «Corriere della Sera» nel 2006 e nel 2014]

Piove all’insù

Esordio romanzesco di Luca Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) è stato entusiasticamente salutato come “il romanzo degli anni settanta” che la sua generazione sempre un po’ in-between (troppo giovane per aver partecipato al sessantotto, troppo vecchia per aver vissuto innocentemente gli anni ottanta) si era finora rifiutata di darci. Un giudizio comprensibile ma anche in qualche misura riduttivo: non perché le opere vivano fuori dal tempo, ma perché i bei libri si coniugano sempre al futuro e ci chiedono di interrogarci, più che su cosa siamo stati, su cosa potremmo ancora essere.

E’ vero che sul piano delle opere, e più in generale del discorso pubblico, quella generazione ha prodotto poco, preferendo il semianonimato della creatività diffusa e dell’intellettualità di massa all’insopportabile bulimia di potere e di visibilità dei loro fratelli maggiori sessantottini; e che ciò che di buono ha prodotto lo ha fatto sostanzialmente per via di levare, eludendo, aggirando, rimuovendo, o magari trasfigurando ironicamente la propria formazione sentimentale nell’estetica del trash. Non senza buone ragioni, del resto: provenendo come provenivano da un’esperienza che negava in radice l’idea stessa di opera, il “romanzo del settantasette” lo lasciavano fare a Nanni Balestrini, e visti gli esiti de Gli invisibili direi che hanno fatto bene. Ma non si può restare giovani in eterno, se non a patto di rimuovere col passato anche quel futuro di cui l’opera e soltanto l’opera può essere oroscopo, palinsesto e riapertura: il futuro di tutti, anche di chi non c’era e si trova catapultato in un mondo in cui il primato del corpo e il rifiuto del lavoro, parole d’ordine del movimento degli anni settanta, hanno trovato il loro adempimento parodico nella società del fitness e del lavoro precario. Non si tratta di rinnegare la propria giovinezza, né all’opposto di difenderla dicendo “avevamo ragione ma purtroppo siamo stati traditi”, ma di trasformarla in esperienza, rendendola tramandabile anche a chi vorrà criticarla e magari rifiutarla, come sempre dovrebbero fare i padri che nel frattempo ci si avvia a diventare. Continua a leggere →

7 luglio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un coraggio da fantascienza. Ricordo di Luca Rastello

cropped-IMG_1697-650x276.jpgdi Andrea Cortellessa

E così, alla fine, l’ha avuta vinta la scienza. Ma Luca Rastello, che invece tanto amava la fantascienza, ha tenuto duro così a lungo che avevamo finito per abituarci al miracolo: noi, che ai miracoli siamo stati educati a non crederci. Senz’altro era più laica di me l’amica comune che ci aveva presentati, Lidia De Federicis, che negli ultimi tempi mi telefonava essenzialmente per parlarmi di due suoi amici (che ora, come lei, non ci sono più) i quali, per motivi diversi, la riempivano di stupore: uno era Nico Orengo e l’altro era appunto Luca Rastello. Ogni volta Lidia mi ripeteva che non si poteva attribuire ad altro che a un miracolo, appunto, la sua sopravvivenza: tale da lasciare stupefatti i medici che l’avevano in cura. Quando il cancro l’aveva aggredito, quei medici gli avevano dato al massimo sei mesi di vita; da allora, erano passati sei anni. E altri quattro ne sono passati, se è per questo, da quando Lidia ci ha lasciati. In questi dieci anni in proroga – vissuti bruciando al doppio della luce, come il replicante in quel film che, scommetto, gli piaceva – il giornalista Rastello aveva fatto in tempo a fare una “muta” che tanti, troppi suoi colleghi hanno tentato e continuano a tentare invano: ed era divenuto lo scrittore Rastello. Il giornalista era un eccellente giornalista (e quello, fino alla fine, era tornato a essere; lavorava nella redazione torinese della «Repubblica», e negli ultimi anni ha pubblicato reportages importanti, anche in volume: sulla famigerata linea Torino-Lione, sulle narcomafie, sulla lobby dei diritti umani…) ma lo scrittore, col suo primo libro di narrativa, aveva messo d’accordo un po’ tutti: chi aveva scritto Piove all’insù, per quanto lo si possa dire di un nostro contemporaneo, era un grande scrittore.
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6 luglio 2015
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Le lune di don Lisander

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[Questo saggio è uscito su «il Verri»].

di Marco Viscardi

Per E. F.

Di recente, qualcuno ha suggerito che fra le mille pieghe di un libro-totem come I promessi sposi si nasconda anche un curioso poema dei lunatici. Figure serpentine e capricci pittorici appaiono fra le pagine di questo Moby Dick della pianura padana (la definizione è di Alberto Arbasino): lunatici come i fratelli Tonio e Gervasio, che incarnano il savio e lo sciocco, Bertoldo e Bertoldino, destinati però a con-fondersi l’uno nell’altro, col rovesciamento del furbo nell’idiota dopo il passaggio della peste; lunatici che non distinguono le meraviglie della fantasia dai casi della vita reale, come il sarto, avido lettore di romanzi cavallereschi e agiografie, che filtra tutto attraverso le forme dell’immaginario, e lunatici assai più tristi che, stretti dai lacci della scrittura, vivono dentro un opprimente universo tipografico a forma di biblioteca, per poi morire nella solitudine dell’ignoranza, schiacciati da un cielo di stelle nefaste da cui si genera, o almeno così crede don Ferrante, il flagello della peste.

Ma di questa sorprendente densità lunare, si seguirà un solo capitolo: quello della doppia luna che, vegliando su Renzo e Lucia nel loro viaggio parallelo, illumina i territori realtà e dell’allucinazione, del mondo e della coscienza, insomma del novel e del romance.

1) Dalla sera alla notte

Il primo sguardo è uno sguardo dall’alto, solare e solenne: l’occhio del dio narrante che indugia sulla topografia lombarda, restituita al lettore nella complicata stratigrafia del rapporto fra storia e individuo. Ed è la descrizione più bella della nostra letteratura: “Quel ramo del lago di Como…”[1]. Il secondo sguardo è uno sguardo lunare, intristito dall’abbandono. Ed è sguardo degli umili: di Lucia, il personaggio della luce, che di notte scruta il suo cosmo assieme ai compagni d’esilio, Agnese e Renzo, mentre si allontanano, senza certezza di ritorno, dai “monti” e dal “paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre” (p. 306). Non è più la prospettiva sovrana, a volo d’uccello, dell’incipit, ma un piccolo sguardo che vede le cose dal basso, simile al nostro di donne e uomini smarriti nel caos della vita. Appaiono così “i villaggi, le case, le capanne” nonché “il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio” simile a un “feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia di addormentati, vegliasse, meditando un delitto” (ibidem). Ancora una volta, come nella vertiginosa pagina iniziale, alla topografia del paesaggio si sovrappone la topografia del terrore, all’opera della natura l’arbitrio del potere che per capriccio sradica tre innocenti dalla patria degli affetti. Continua a leggere →

5 luglio 2015
Pubblicato da Mauro Piras
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Il referendum greco: democrazia o populismo?

cropped-rtx1iufo.jpgdi Mauro Piras

Non vorrei essere nei panni di un elettore greco, oggi. Come si può decidere una cosa così difficile in queste condizioni? Come fa un cittadino a orientarsi in una situazione talmente contraddittoria, a scegliere la cosa giusta? Il voto del referendum greco sul memorandum dei “creditori” sembra un rompicapo. Se voto sì, si starà chiedendo uno dei tanti indecisi, dobbiamo mandare giù la pillola, e bisognerà vedere se non ci fanno pagare questa alzata di capo. Se voto no, chissà che cosa succede: usciamo dall’euro? facciamo bancarotta? quali sono le conseguenze precise? Come faccio a capirlo, io, che non sono un economista, né un uomo di governo, ma un impiegato, un operaio, un commerciante, un insegnante? Perché non sono stati capaci di decidere questi qui? si starà chiedendo sempre il cittadino greco. Li abbiamo votati apposta, è il loro lavoro, non il nostro. E poi, così, dall’oggi al domani, nel giro di una settimana dobbiamo decidere noi.

Tsipras dice che si farà un accordo comunque, già lunedì, con qualsiasi esito. Se vince il sì, si firma il memorandum. Bel risultato. Se vince il no, si tratta. Per cosa? Per il taglio del debito? Ma il referendum non chiede effettivamente che si riduca il debito greco. Varoufakis dice che bisogna fare questo. Ma il referendum non lo chiede. Chiede solo di votare sì o no al memorandum dei “creditori”. Che cosa questo significhi, chi lo può dire adesso? Continua a leggere →

3 luglio 2015
Pubblicato da Claudia Crocco
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Letteratura e critica. Sei domande a scrittori e critici nati negli anni Ottanta / 6

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[
Le prime risposte al questionario si possono leggere qui e nei post a seguire.]

Paolo Gervasi

1. Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Si tratta di una domanda alla quale si potrebbe rispondere in modi molto diversi, a seconda del criterio di persistenza che si prende in considerazione. Esiste una frattura profonda, infatti, tra le scelte e le predilezioni del pubblico, catturate e valorizzate dal mercato; un certo canone che definirei “di attualità”, provvisorio e continuamente rimodulato, che nasce dalla contrattazione, dall’accordo, tra le scelte fatte in alcune prestigiose sedi editoriali e le indicazioni convergenti della critica e di un gruppo di lettori e lettrici qualificati; e infine le proposte sostenute da agguerrite minoranze, percepite come tendenze sperimentali, e non ancora promosse dalle forme di consenso generalizzato che permettono di superare la soglia critica dell’attenzione.

Nella prospettiva del pubblico, rafforzata dai meccanismi di ripetizione del mercato, la letteratura del futuro potrebbe essere quella di, faccio nomi del tutto tipologici, potenzialmente intercambiabili con altri, Camilleri, Baricco, o Elena Ferrante. Nella prospettiva del canone nel quale si saldano prestigio editoriale e riconoscimento critico-accademico i nomi, più individuabili ma che costituiscono comunque una sineddoche, potrebbero essere quelli di Walter Siti, Antonio Moresco, Valerio Magrelli. Se invece dovessi dire quali sono le opere che vorrei si leggessero in futuro, alle quali va il mio sostegno di lettore militante, farei i nomi di Gabriele Frasca, per il suo lavoro sul linguaggio, per la ricerca transmediale, per la costruzione di mondi nei quali specchiare il nostro mondo; Aldo Busi, forse l’ultimo scrittore in grado di stilizzare l’esperienza umana in tutte le sue articolazioni; Michele Mari, per la capacità quasi inaudita di rappresentare, lavorando spesso sugli stereotipi legati ai generi, le fome essenziali dell’emozione; Emanuele Trevi, per la raffinata riattivazione della tradizione saggistico-narrativa italiana. Per la poesia citerei almeno la potenza scandalosamente vitale dei versi di Mariangela Gualtieri. Non certo nomi sconosciuti, ma forse autori/autrici minori in senso deleuziano, la cui persistenza nell’orizzonte critico, considerati i rapporti di forza attuali, è tutt’altro che scontata. Sia chiaro: si possono individuare valori letterari su tutti e tre i livelli che ho indicato (perfino nel primo, quello orientato dal favore del pubblico e dalla cattura del mercato), e la stratificazione non è data tanto dalla qualità assoluta di autori e autrici, quanto dai campi di forza nei quali si muovono. Il fattore che segna questo momento della storia culturale è proprio la difficoltà di condividere criteri tendenzialmente stabili, e argomentabili, secondo i quali affermare in modo univoco l’esistenza del valore.
C’è un elemento di fallacia strutturale nella risposta a questa domanda, che non riguarda soltanto la difficoltà troppo umana di prevedere il futuro (cui si aggiunge la difficoltà individuale di costruirsi una mappatura esaustiva della produzione letteraria), ma appunto la necessità preliminare di ridiscutere in profondità i processi di formazione del canone, di individuazione del valore, di costituzione delle istituzioni letterarie, di amministrazione delle politiche culturali. Oltre, naturalmente, alla necessità per rispondere di pensare il destino della letteratura all’interno di un sistema comunicativo sempre più complesso, entro il quale è sempre più difficile (e sempre meno interessante e produttivo) operare dei tagli, delle partizioni che consentano di distinguere ciò che è “letteratura” da ciò che non lo è. È verosimile che quello che ci troveremo a leggere in futuro possa non essere più “letteratura”, che è una pratica sociale e storica, e in quanto tale può essere prossima all’esaurimento della sua forza conoscitiva. Continua a leggere →

2 luglio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Restare aggrappati a un palo. Due interviste con Chiara Guidi

cropped-131.jpga cura di Piero Sorrentino

[Queste due interviste sono la trascrizione – leggermente riveduta – di due conversazioni radiofoniche avute con Chiara Guidi, cofondatrice della Societas Raffaello Sanzio, andate in onda su Radio3 nel programma Zazà. La prima, del gennaio 2011, è sullo spettacolo Flatlandia, tratto dal testo omonimo di Edwin Abbott; la seconda, del marzo 2015, su Tifone di Joseph Conrad].

Su Flatlandia

Chiara Guidi sta portando in scena uno spettacolo tratto dalla “favola matematica” di Abbott, Flatlandia, che porta avanti il lavoro sul  suono e sulla parola che è una delle cifre del lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio. Quali sono le sfide che un testo come Flatlandia lancia non tanto al lettore quanto a un esecutore che lo porta in scena?

Affidare un testo come Flatlandia alla voce, rinunciando a ogni apparato scenografico, significa sostituire le corde del teatro con le corde vocali. Flatlandia doveva quindi essere anzitutto un oggetto – il libro – visto con gli occhi della voce, una voce che doveva portare con sé una idea di drammaturgia molto forte. Io ho iniziato a leggere questo testo (che a tratti è abbastanza noioso) andando avanti per diverse giornate nella speranza che il testo si fratturasse alla voce. Più che delle parole che pronunciavo, restavo in ascolto della mia voce. E a un certo punto la mia voce si è come sdoppiata, e ho creduto di poter assumere sui timbri e sui toni i piani e le prospettive della geometria, e lì è scattata l’idea di drammaturgia di questo testo: portare la voce su un palcoscenico, che doveva diventare la geometria dei piani di Flatlandia. Quindi gli avvicinamenti, gli allontanamenti, gli abbassamenti: e, soprattutto, questa geometria che può associarsi a tratti a una idea di visione artistica, perché la quarta dimensione è qualcosa di immaginabile oggi ma, a quei tempi, non concepibile.

C’è anche un aspetto della voce che si trasforma  in eco. L’elemento tecnico dello spettacolo è senz’altro rilevante, ma svolge una funzione di servizio rispetto ai virtuosismi creati in scena senza il sostegno di distorsori o apparati elettronici.

Sì, la cosa interessante è poter restituire alla recitazione, nella nostra epoca, tutto quello che effettivamente un attore porta sulla scena: perché porta un corpo, ma non solo quello. Vedi, mentre io parlo con te – e guardo il microfono, la bottiglia, le persone che sono attorno, e qundi ho diversi pianti e fonti di percezione. Ho una tridimensionalità che, in questa epoca, viene restituita con le tecniche del cinema. E come può la voce stare al passo con la abilità tecnica del cinema, della musica? Lo sforzo di queste corde vocali è di creare una “illimitata tridimensionalità”, come scrive Abbott nel testo.

In un saggio raccolto ne La letteratura come menzogna, Manganelli – scrivendo di Flatlandia – dice: “La lettura di Flatlandia offre un intricato piacere, una felicità perplessa in cui riconosco tracce di delirio carrolliano, un insieme di candore e di ferocia, una gelida grazia astratta e, qualità più inquietante, un ininterrotto fluire di brividi, di fulminei spasmi, di ammicchi che si trasformano in criptiche allusioni ad altro”. Come si rappresenta un delirio carrolliano e – per tornare alla questione di prima – come si fa a rappresentare un mondo bidimensionale in uno spazio teatrale che è tridimensionale e prospettico?

Spesso, pensando a questo testo, mi tornava alla mente proprio la caduta di Alice nel buco. Perché è una caduta lenta: la bambina riesce a fare un sacco di cose mentre cade. Però quel buco raccoglie un salto nel vuoto che è lo stesso salto nel vuoto che un artista può fare quando è consapevole del limite. Io credo di poter recitare Flatlandia in questi termini perché so che questo è il limite della mia voce. Non è un pregio, è un limite. Non posso fare più di così (e magari c’è qualcun altro che potrebbe fare di più). Una visione dell’arte come continuo superamento di un limite, ma anche di una consapevolezza di un limite, di una impossibilità a  fare tutto. L’attore non può fare tutto. Deve però trovare un’idea per poter entrare con la propria voce nel testo per fabbricarne le parole. Per me la sfida è proprio questa: fabbricare le parole. Ogni parola va costruita (con dei toni, dei timbri, delle altezze, delle intensità) restando nel mondo della geometria.

Nel mondo della Socìetas Raffaello Sanzio, invece, la ricerca sul suono vi accompagna da sempre. Da qualche parte lei ha detto che non è rilevante il testo quanto la sua intensità emotiva. Che intende?

È una considerazione che nasce da una esperienza pratica, ma credo che questo capiti a ognuno di noi. Quando ascoltiamo qualcosa, quella cosa non ha in sé un discorso, non sta portando avanti un discorso. Tuttavia, quella musica, quel suono ci attrae: può essere una porta che cigola, una sedia che cade, può essere un vero e proprio brano musicale – classico, contemporaneo – Di qualsiasi cosa si tratti, c’è qualcosa che a un certo punto ci seduce. Però questo suono scompare (il suono, per sua natura, se ne va sempre), fugge dai nostri orecchi, si allontana: e per questo ci chiede di cercarlo, in una ricerca continua, costante, quotidiana, che può consentirci solo di approssimarci, senza mai vederlo. La cosa interessante è che quando ascoltiamo, riusciamo a vedere. Per Flatlandia c’era dunque la possibilità di creare un mondo dello sguardo – il teatro appunto è il luogo dello sguardo – esclusivamente per mezzo dell’udito. Continua a leggere →

1 luglio 2015
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Identità europea: storia e letteratura

cropped-6933.jpgdi Piero Boitani

[Sta uscendo, per UTET, La letteratura europea, a cura di Piero Boitani e Massimo Fusillo. Pubblichiamo il saggio introduttivo di Piero Boitani. Il saggio di Massimo Fusillo e il piano dell’opera si possono leggere qui]

La prima volta che il nome di «Europa» viene menzionato con valore geografico, nell’Inno Omerico ad Apollo,[1] esso indica la Grecia centrale. Presto, esso fu esteso a tutta la Grecia ed entro il 500 a.C. all’intera massa continentale dietro di essa. Il confine orientale tra Europa e Asia veniva generalmente fissato lungo il fiume Don, ma la conoscenza del continente europeo, cioè dell’area lontana dal Mediterraneo, è assai incerta presso Omero, Erodoto e persino nell’età ellenistica. Le vie preistoriche dell’ambra, che congiungevano il Baltico e lo Jutland all’Europa meridionale, erano ormai dimenticate e la penetrazione greca a nord del Mar Nero, o l’esplorazione di Pitea a nordovest, con la circumnavigazione della Gran Bretagna, lasciavano comunque sconosciuti il Baltico, la Scandinavia e tutta la zona a nord dei Balcani. Sono invece gli eserciti romani a estendere la conoscenza del continente, a cominciare dalla Spagna durante le Guerre Puniche, e poi via via la Gallia con la conquista di Cesare, sotto Augusto i Balcani, il bacino del Danubio e la Germania sino all’Elba, l’attuale Romania (Dacia) con Traiano. I mercanti romani riscoprono l’antica via dell’ambra dal Baltico a Vienna.

L’opposizione tra Europa e Asia è certo importante nell’ideologia greca (per esempio in Diodoro Siculo[2]) e c’è persino chi, come Plinio il Vecchio, proclama l’Europa, «nutrice del popolo che ha conquistato tutte le genti», «la più bella di tutte le terre».[3] Tuttavia, non esiste nell’antichità un’identità «europea» in quanto tale, mentre domina dapprima un’identità ellenica (che si afferma contro tutto ciò che è «barbaro», ma si estende alla fascia costiera dell’Asia Minore), e poi, con essa in competizione, un’identità romana. Se si fosse domandata a un greco e a un romano del II secolo a.C. la loro identità, il primo avrebbe risposto senza ambiguità «ellenica», il secondo, altrettanto chiaramente, «romana». Lo dimostra a sufficienza il greco Polibio, ostaggio per decenni a Roma, che spiega il successo di Roma ai romani dal punto di vista del greco. Tuttavia, nel II secolo d.C. la situazione appare mutata: pur conservando identità separate, le culture delle due parti dell’impero risultano maggiormente integrate, in particolare nella metà occidentale, dove le persone colte non possono dirsi tali se non conoscono la lingua e la letteratura greche (la metà orientale rimane sempre più impermeabile alla penetrazione latina). E’ l’impero di Roma che, sovrapponendosi a tutte le entità politiche preesistenti, proietta una cultura nuova. Continua a leggere →

30 giugno 2015
Pubblicato da Claudia Crocco
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Letteratura e critica. Sei domande a scrittori e critici nati negli anni Ottanta / 5

cropped-014f_pontecity_cd1.jpg[Alcune settimane fa Giacomo Raccis e Paolo Di Paolo hanno pubblicato un sondaggio intitolato I vecchi e i giovani, uscito sul numero 7 della rivista «Orlando esplorazioni». Su LPLC sono stati pubblicati i risultati e una introduzione; nello spazio dei commenti si è creata una discussione sul senso e sul metodo dell’iniziativa. Da qui è venuta l’idea del questionario che pubblichiamo oggi.
Il sondaggio di «Orlando» si riferiva a un segmento temporale preciso (i nati fra il 1945 e il 1965). Ragionare su una ottica generazionale e su autori viventi, ma già affermati, ha senz’altro alcuni vantaggi. Ciononostante, si possono fare due riflessioni. La prima è che così si escludono automaticamente autori non più viventi, ma che sentiamo ancora come contemporanei, nonché scrittori e poeti dall’esordio tardivo. La seconda è che questo criterio induce a fare una previsione sulla lunga durata, ma non a prendere la parola su autori la cui formazione è più vicina a quella degli intervistati. Nella storia della letteratura la cronologia è importante, ma lo è anche la sincronia delle opere. Da queste due considerazioni sono derivate alcune delle domande che seguono.
Altre parti del questionario rappresentano un tentativo di approfondire o di precisare aspetti metodologici del sondaggio di partenza: cosa si intende con successo, in riferimento a un libro? Quanto contano l’alto numero di vendite o il consenso critico, perché un’opera sopravviva nel tempo? Quali sono i luoghi che ne veicolano la diffusione, quali le forze del campo letterario che appaiono più rilevanti a chi ne fa parte? Gli interventi che proponiamo non pretendono di rispondere a queste domande; ma potranno essere utili per una ricognizione futura. E, ci auguriamo, per innescare un dibattito.
Le prime risposte al questionario si possono leggere qui e nei post a seguire.
]

Cecilia Ghidotti

1) Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

La maniera più immediata per rispondere a questa domanda sarebbe: continueremo a leggere gli autori che continueranno a scrivere. Chiunque conosca anche minimamente le dinamiche del mercato editoriale non può che concordare su due constatazioni: la vita delle nuove uscite si è accorciata notevolmente rispetto al passato e sono ormai trent’anni che, nei piani editoriali, la cura del catalogo è relegata in secondo piano, con tutta una serie di conseguenze che numerosi studi e indagini recenti hanno illustrato (da Editoria senza editori di Schiffrin, al numero speciale della rivista Verri sulla bibliodiversità, a Come finisce il libro di Gazoia). Tuttavia la domanda presuppone diversi livelli di risposta, a partire dalla scelta di usare un verbo alla prima persona plurale –leggiamo – che chiama in causa una collettività di soggetti. Il sondaggio di Orlando si rivolgeva per lo più a studiosi e dottorandi e a destinatari analoghi è indirizzata questa seconda fase dell’inchiesta. Quindi la risposta non può, a mio parere, non tenere conto della condizione soggettiva di chi si esprime, in questo caso una persona di trentuno anni che ha recentemente completato il dottorato di ricerca e non ha al momento prospettive che la portino a rimanere in ambito universitario, italiano o estero, se si esclude una scelta volontaria e del tutto sganciata dall’aspetto della sopravvivenza materiale. Di conseguenza può essere utile riflettere sul fatto che sarà una piccola parte di quel noi per la quale sussisteranno in futuro le condizioni materiali perché si continui a leggere, se con leggere ci si riferisce, come mi sembra chiaro, non tanto all’atto personale di lettura, quanto ad un esercizio critico approfondito ed una restituzione che si pensa pubblica delle proprie letture. Quindi una parte di noi continuerà a leggere in futuro secondo questa accezione specifica, gli altri nei modi che una lettura personale presuppone.
Un’altra questione riguarda i lettori. Chi sono i lettori per i quali ci si propone di individuare gli scrittori che continueremo a leggere nel futuro? Gli studenti dei corsi di laurea in Lettere? I lettori forti? Chi legge un solo libro l’anno?
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29 giugno 2015
Pubblicato da Mauro Piras
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La Buona scuola. Una sconfitta per tutti

cropped-Renzi-scuola-siracusa-640.jpgdi Mauro Piras

Sarà ben difficile, il futuro prossimo della scuola. La riforma appena votata ha scavato profonde divisioni e generato grandi incertezze. Anche questa, come le altre riforme qualificanti di questo governo, è stata votata con una prova di forza, con la fiducia. All’inizio, nonostante i contrasti, non sembrava che dovesse finire così. Durante la discussione alla Camera, le contrapposizioni non hanno attraversato il Pd secondo la faglia ormai scontata “maggioranza” contro “minoranza dem”. Molte osservazioni critiche sono state recepite, il testo è stato migliorato. L’opposizione frontale, senza mediazioni, proveniva piuttosto dall’esterno: da una parte consistente del corpo docente, dai sindacati, dai movimenti auto-organizzati ecc. Ma, al di là dei numeri di cui dispone la maggioranza alla Camera, la discussione al suo interno non procedeva secondo il solito gioco delle parti. Solo verso la fine Fassina, Civati e D’Attorre hanno iniziato a spostare la discussione in tal senso, cavalcando lo sciopero del 5 maggio, e improvvisandosi in un giorno esperti di scuola.

Al Senato, invece, la minoranza dem ha deciso di regolare i suoi conti con il governo, dopo le sconfitte sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale. E così il dibattito ha cambiato natura. Dall’oggi al domani, dentro la maggioranza stessa, non si è trattato più di migliorare il testo e di recepire delle critiche dialogando con gli oppositori, ma di abbandonare totalmente la riforma, richiedendo però di fare tutte le assunzioni, anzi di più. Il governo ha presentato ancora degli emendamenti, confluiti nel maxiemendamento approvato con la fiducia giovedì scorso; ma le richieste della minoranza si sono schiacciate sull’opposizione più netta. E così si è arrivati alla prova di forza.

Questa approvazione non fa bene alla scuola, né alla riforma. Il clima ormai è avvelenato. Inoltre, i cambiamenti introdotti dal maxiemendamento hanno reso il tutto più complicato da gestire, più esposto a controversie ed eventuali ricorsi. Le responsabilità del governo in questa storia sono chiare, sono state gridate ampiamente nelle piazze, nei media, in qualsiasi discussione pubblica contro la riforma: l’improvvisazione, i tempi stretti, la mancanza di un vero confronto con il mondo della scuola, il rifiuto del dialogo con i sindacati, gli appelli a un’opinione pubblica “altra” usata a volte come clava contro i docenti, e, alla fine, il voto di fiducia. Gravissimo errore politico, quest’ultimo, perché lascia aperto un conflitto senza fine, toglie legittimità politica alla riforma, avvelena i rapporti nelle scuole.

È venuto il momento, però, di ragionare anche sulle responsabilità delle opposizioni. Continua a leggere →