Le parole e le cose

Letteratura e realtà

21 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Jurij Lotman e la cultura russa

di Raissa Raskina

[Questo intervento è uscito su «Alias»]

Dopo aver danzato con Vronskij un cotillon durante il quale nulla di memorabile è stato detto, Kitty aspettava la mazurca con la segreta certezza di ascoltare le parole che avrebbero legato la sua vita a quella del brillante ufficiale della Guardia. Perché Kitty era così sicura che la dichiarazione di Vronskij sarebbe avvenuta proprio con la musica della mazurca e non con quella del cotillon? E perché riconosce l’incedere della catastrofe nel momento stesso in cui l’ufficiale rivolge a sorpresa l’invito per la mazurca ad Anna Karenina? Altre storie, altre domande. Era proprio necessario che Onegin e Lenskij si sfidassero a duello? E l’autore delle loro traversie, Puškin, non avrebbe potuto evitare di esporsi alla pallottola di D’Anthès? Interrogativi come questi rendono tangibile la natura dinamica, mutevole, storica di ciò che Jurij Lotman ha chiamato “semiosfera”: un ambiente fatto di codici culturali di cui ci serviamo con la stessa naturalezza con cui parliamo la lingua materna. Poiché i testi artistici – poemi, romanzi, dipinti – sono sempre articolazioni e varianti di una forma di vita, chi trascurasse la grammatica di quest’ultima, si voterebbe a un fraintendimento sistematico di quei testi. La speranza e la successiva delusione di Kitty nel romanzo di Tolstoj, in apparenza così ovvie, rivelano una maggiore complessità di motivi psicologici a chi abbia acquisito qualche familiarità con la trama semiotica di quel topos della cultura ottocentesca che è il ballo.

La ricerca filologica, avendo per oggetto e campo di battaglia la semiosfera in cui viviamo, è tutto tranne che un esercizio di erudizione. Somiglia piuttosto a una attività di pronto soccorso per limitare i danni delle tante Cernobyl’ culturali (l’immagine è di Lotman), che desertificano i nostri modi di pensare e amare, di godere e patire. Per Lotman, fondatore della scuola semiotica di Tartu negli anni Sessanta, la filologia non condiscende talvolta, e a denti stretti, a “divulgare” i suoi preziosi tesori, ma, avendo per unico tema lo spirito del tempo e i fili che lo vincolano a precedenti forme di vita, è costitutivamente divulgativa. Detto altrimenti, non può che svolgere un lavoro di chiarificazione sistematica su quel che i viventi della nostra specie fanno e dicono e credono. Per esempio, sul significato di un finto neo che le dame del tempo andato si applicavano sul labbro. Non c’è nulla di stonato dunque nel fatto che tra il 1986 e il 1991 la televisione dell’Unione sovietica abbia trasmesso cinque cicli di lezioni in cui Lotman espone con straordinaria semplicità alcuni capisaldi delle sue ricerche pluridecennali. Nascono così le Conversazioni sulla cultura russa, pubblicate in Russia nel 2005 e ora proposte da Bompiani nella traduzione di Valentina Parisi, a cura di Silvia Burini (pp. 437, euro 20). Continua a leggere →

20 gennaio 2018
di Italo Testa
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Thom l’alieno. La musica di Thom Yorke

Playlist di Italo Testa

Thom Yorke, I am a very Rude Person (Live @ The Fonda Theater 12/12/17)

Thom Yorke, Saturdays (live@Fox Theatre Oakland 12/14/2017)

Thom Yorke & Bjork, I’ve Seen It All (SelmaSongs, 2000)

Thom Yorke & Pj Harvey, This Mess We Are In (Stories From the City, Stories From the Sea, 2000) Continua a leggere →

19 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Davide Orecchio, ci vuole un secolo

di Andrea Cortellessa

«Ci vuole un secolo o quasi […] / Ci vuole tutta la fatica tutto il male / Tutto il sangue marcio / Tutto il sangue limpido / Di un secolo per farne uno». Così riporta Sereni, in Stella variabile, quanto diceva del poeta (di ogni poeta) Ungaretti. Lo stesso strillerà Moravia ai funerali di Pasolini: «di poeti non ce ne sono tanti, nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo […]. Il poeta dovrebbe esser sacro». Il poeta, insomma, figlio del suo secolo. Consustanziato del suo sangue: in tutti i sensi, anche i più terribili, di quest’espressione. Di sé, e della sua famiglia massacrata, dirà Amelia Rosselli: «siamo figli della guerra». L’accento prepotente con cui la poesia ci vulnera e ci sferza, da questo deriva: dalla risoluzione morale con cui si riconosce, senza alibi, figlia di una storia: della storia letteraria, e di quella senza aggettivi. Riconoscendo i segni di una genealogia che magari, con una parte di sé, rifiuta o addirittura esecra. «Ognuno riconosce i suoi», diceva quell’altro poeta.

Di questo parla il formidabile terzo libro di Davide Orecchio: che un marketing furbo, e dunque sciocco, ha portato in libreria alla vigilia del centenario della Rivoluzione cui s’intitola. Come se un libro siffatto si potesse digerire d’un fiato, nei tempi ridicolinizzati dell’infotainment. La scrittura di Orecchio – volitiva e tambureggiante come un fante dell’Armata Rossa all’assalto; ma anche screziata, come di chi il DNA della poesia, appunto, si ostini a portare nelle storie – è il prodotto di una macerazione interminabile. Dunque la si deve assumere a piccole dosi, dandole tempo di echeggiarci dentro; di riverberare in quello che siamo, e forse abbiamo dimenticato di essere. Facendoci davvero ricordare, insomma, di chi siamo figli. Chi dice che scriva «troppo bene» (così è capitato di leggere), lo fa dal grigiore cui è coatto da una fiction industriale che in tal modo omaggia (si sarebbe detto una volta) «oggettivamente».   Continua a leggere →

18 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Biologia della letteratura

di Alberto Casadei

[Esce oggi, per Il Saggiatore, Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia di Alberto Casadei. Presentiamo qui una sintesi dell’Introduzione. Schede sui vari capitoli sono disponibili nel sito www.laboratoriodiletteratura.it]

1. Quali territori ha sondato la critica nel campo della letteratura e delle arti in genere, almeno a partire dalla loro completa rifondazione, tra la fine del xviii e gli inizi del xix secolo? Da un lato, la progressiva apertura a elaborazioni stilistiche sempre più libere ha generato una storia delle forme specifica e autonoma, specie nella fase delle avanguardie (con le ricadute ben note per le correnti formaliste in Russia e nei paesi slavi), e poi in quella degli strutturalismi-costruttivismi, addirittura sino alla loro implosione nel decostruzionismo statunitense. Dall’altro, la crescente importanza assegnata alla componente tematico-contenutista ha indotto a ritenere superato il rapporto fra l’uomo e l’opera, essenziale nella grande critica francese del pieno Ottocento, per indagare non tanto gli aspetti sociali e biografici della genesi letteraria, quanto le sue movenze profonde, in particolare con le varie correnti di critica psicanalitica; oppure la sua ricezione e il suo impatto fra i lettori di varie epoche, sulla base degli orizzonti d’attesa e delle ermeneutiche accertabili (per un quadro sintetico, cfr. Casadei 2009, cap. 3; Casadei 2011, parte i). Continua a leggere →

17 gennaio 2018
di Italo Testa
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Dalle memorie di un insonne

di Giorgio Mascitelli

[Questo racconto fa parte di Notturno buffo, uscito qualche mese fa per Effigie].

Mia nonna diceva che girarsi e rigirarsi nel letto insonni dopo essersi svegliati nel corso della notte era segno di coscienza che rimorde: a me, fin dall’età in cui potevo ascoltarla dal vivo, è sempre sembrata una solenne sciocchezza. A parte il fatto che non ho assolutamente nessun rimorso particolare, ma questo fatto che la voce della coscienza non rispetti i ritmi circadiani e come una sonnambula o peggio ancora come una vampira si svegli di notte non mi ha mai convinto. Così ci sarebbe un tizio che durante il giorno circola allegramente a commettere nefandezze e che durante la notte capta una voce che gli comunica notizie spiacevoli su di lui, come una sorta di telefonata intercontinentale fatta da qualcuno che ha sbagliato il calcolo del fuso orario o ha atteso un’ora serale per poter usufruire delle apposite tariffe scontate. Invece c’è tutta un’imponente tradizione che attesta che a destarsi di notte sono le forze del male e non quelle del bene, non a caso chiamate le prime da alcuni scrittori di valore anche forze delle tenebre: per esempio Gandalf avvertiva sempre i suoi giovani amici che certe creature malvagie si trovano in giro solo la notte, dette per l’appunto creature della notte. Dunque, cara nonna, delle due l’una o la voce della coscienza appartiene a pieno titolo alle forze del male, e ciò significa che avere la coscienza è un male, ma se il male nasce dalla coscienza, non c’è più nessuna banalità in esso ed è una via che è meglio non prendere neanche per scherzo, oppure no.

Non mi convince neanche l’altra spiegazione, quella che fa capo alla vecchia canzone siciliana, per cui a voltarsi nel letto sospirando è l’innamorato. L’amore mi ha superato ormai, come tutti gli altri sentimenti: non sono più capace neanche di un vero e proprio odio intenso. E’ restato soltanto il guscio vuoto delle emozioni, dalla piccola indignazione all’improvvisa e transitoria euforia per l’andamento delle cose, all’ansia, soprattutto. Felice l’uomo che ha conservato intatta la capacità di sentimento, forse ancora più felice di chi ha potuto conoscere le cause dei fatti. Continua a leggere →

16 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Perché rivendicare la gratuità dell’istruzione universitaria

di Alessandro Brizzi

[Liberi e Uguali ha aperto la campagna elettorale proponendo di abolire le tasse universitarie. È un tema importante che tocca la questione del diritto allo studio e sul quale esistono pareri diversi. In questi giorni ospiteremo due opinioni opposte, quella di Marco Bollettino e quella di Alessandro Brizzi]

Nel 1875, nella sua celebre Critica del programma di Gotha, Marx prendeva in esame le proposte approvate dal congresso fondativo del Partito socialista dei lavoratori, largamente ispirate alle posizioni di Ferdinand Lassalle. Il programma di Gotha prevedeva, tra i principali obiettivi del nuovo partito operaio, l’«educazione popolare generale ed uguale per tutti per opera dello Stato», l’«istruzione generale obbligatoria» e l’«insegnamento gratuito». Notava Marx che l’istruzione generale obbligatoria esisteva già in Germania, così come l’insegnamento gratuito era garantito in Svizzera e nelle scuole elementari statunitensi. Inoltre, chiosava, «se in alcuni Stati dell’America del Nord anche gli istituti di istruzione superiore sono “gratuiti”, in linea di fatto ciò significa soltanto che si sopperisce alle spese per l’educazione delle classi dirigenti coi mezzi forniti in generale dalle imposte»[1].

Ricordare un brano di Marx del 1875 in riferimento al dibattito odierno sull’abolizione delle tasse universitarie può sembrare un esercizio ozioso, da confinare al tempo dei dibattiti novecenteschi sui «testi sacri» del movimento comunista. Eppure il recupero in tempi recenti di questa annotazione – tutt’altro che secondaria – non si deve ai reduci delle formazioni marxiste-leniniste, ma alla rivista «Forbes», che nel settembre 2017 ha ospitato un articolo intitolato Karl Marx Was Right. L’autore, l’economista Richard Vedder, sostiene di ritrovare in Marx una lucida visione dell’istruzione superiore come bene privato e individuale, di cui beneficiano soprattutto le classi superiori. Di qui la tesi: poiché ancora nel 2017 sono ancora i più ricchi a frequentare le università, l’accesso gratuito consentirebbe loro di scaricare i costi della propria formazione sulla fiscalità generale, dunque sulle classi medio-basse[2]. Continua a leggere →

15 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Abolire le tasse universitarie: perché non è giusto

di Marco Bollettino

[Liberi e Uguali ha aperto la campagna elettorale proponendo di abolire le tasse universitarie. È un tema importante che tocca la questione del diritto allo studio e sul quale esistono pareri diversi. In questi giorni ospiteremo due opinioni opposte, quella di Marco Bollettino e quella di Alessandro Brizzi. Una versione più breve dell’intervento di Bollettino è uscita su www.stradeonline.it]

Dal palco dell’Ergife di Roma, in occasione dell’assemblea nazionale di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ha lanciato l’idea di abolire le tasse universitarie. La proposta, ha spiegato l’ex Presidente del Senato, «costa 1,6 miliardi. […] Avere un’università gratuita, come avviene già in Germania e tanti altri Paesi europei, significa credere davvero sui giovani, non a parole ma con fatti concreti. Ne beneficerà il Paese: dare a tutti la possibilità di studiare». Non si sono fatte ovviamente attendere le critiche, da tutto il Partito Democratico al Ministro Calenda che l’ha addirittura giudicata come “Trumpiana”. Ma questa proposta favorirebbe davvero i ricchi o, come affermato da Grasso, darebbe a tutti la possibilità di studiare?

 Università per tutti

Per valutare correttamente una proposta politica, non possiamo limitarci a giudicarne le intenzioni. Dobbiamo, invece, analizzare quanto costa e se è efficace nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Continua a leggere →

14 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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In piedi e in vita. La linea verticale

di Federico Gironi

[Ieri sera è andato in onda la prima di otto puntate di una nuova serie Rai scritta da Mattia Torre. S’intitola La linea verticale: come spiega il protagonista Valerio Mastandrea, «la linea verticale implica di stare in piedi e in vita: verticale è la rabbia, verticale è la speranza»].

È un po’ un gioco di prestigio. Il numero di un equilibrista.
Abituati come siamo a vedere serie italiane – e mica solo Rai – che si buttano da una parte all’altra, sbandando, preda d’innamoramenti tanto manichei quanto fugaci, e di infondate convinzioni sul proprio target di riferimento, La linea verticale risalta ancora di più. Più di quanto non faccia già una serie Rai che rifugge il patetismo della malattia, il buonismo del racconto ospedaliero così come il catastrofismo, che racconta un prete come quello di Paolo Calabresi (per non parlar del frate che a un certo punto gli fa da sostituto, poi).
Mattia Torre è bravo, e questo già lo sapevamo: sì, certo, Boris, ma anche Dov’è Mario, che fanno ridere, e tanto, con intelligenza e zero volgarità gratuita. E poi col teatro, dove emerge di più quella vena seria e malinconica che qui, in questa serie nuova (che difatti all’inizio lui voleva portare in palcoscenico), è così importante, e riesce in una commozione composta, pudìca, e proprio per questo più profonda. Continua a leggere →

13 gennaio 2018
di Le parole e le cose
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Zombie

playlist di Italo Testa

King KruleDum Surfer (The Ooz2017)

VoltaireZombie Prostitute (Live2006)

Michael JacksonThriller (Thriller1982)

The CrampsSurfinf Dead (The Return of the Living Dead1985)

Death SS, Zombie (… in Death of Steve Sylvester, 1988) Continua a leggere →

12 gennaio 2018
di Daniela Brogi
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Il cinema di Pablo Larraín

di Massimiliano Coviello Francesco Zucconi

[Su consenso dell’editore, che ringraziamo, pubblichiamo un estratto del volume Sensibilità e potere. Il cinema di Pablo Larraín (Pellegrini, 2017) di Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi]

La storia e la memoria del Novecento hanno segnato in profondità la produzione artistica del Cile. Un paese capace di esprimere una straordinaria forza creativa in tutte le discipline artistiche, contribuendo all’elaborazione di un immaginario internazionale riguardante i valori della libertà e della giustizia sociale, il senso della resistenza e della lotta, l’emancipazione da ogni forma di schiavitù o sudditanza, la solidarietà, la passione per la vita.

I cinefili e tutti quelli che coltivano una cultura cinematografica conservano un ricordo o hanno contezza della fase aurorale della cinematografia cilena: quegli anni sessanta in cui la fondazione della “Cineteca Nacional” e l’investimento da parte dei governi di Eduardo Frei e di Salvador Allende favorirono l’affermazione degli sguardi di registi come Aldo Francia, Patricio Guzmán, Miguel Littín, Raúl Ruiz, Helvio Soto e – per quanto da subito proiettato verso l’estero, assumendo la dimensione internazionale del surrealismo – di Alejandro Jodorowsky[1]. Per tutti loro, con il golpe del 1973, si aprirà la via dell’esilio e dunque il bisogno di ritornare, in forme diverse e più o meno esplicite, sul punto di rottura, sulle violenze subite, sulle vicende traumatiche del loro paese. Come dimenticare i tre episodi che compongono La battaglia del Cile (1975-1979) attraverso i quali Guzmán – co-prodotto da Chris Marker – cercò di restituire le concause che portarono all’instaurazione del governo dittatoriale? E come non citare tra i capisaldi del cinema politico e, più in generale, di un “cinema della memoria” titoli molto diversi tra loro come Llueve sobre Santiago (1975) di Soto, Acta general de Chile (1985) di Littín – che con la sua impresa ispirò la penna di Gabriel García Márquez[2] –, o ancora i più recenti Cofralandes. Rapsodia cilena (2002) di Ruiz e Salvador Allende (2004) dello stesso Guzmán? Continua a leggere →