Le parole e le cose

Letteratura e realtà

27 agosto 2016
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Barthes e la letteratura

di Daniele Giglioli

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 1 febbraio 2016.
Questo saggio è uscito su «Il Verri»].

Ma io non so proprio come fare, o Socrate, a dirti quel che ho in mente: perché qualunque definizione ci mettiamo davanti, ci gira sempre dattorno, e non c’è verso che voglia star ferma nel punto dove la mettiamo.
Platone, Eutifrone

I)

Innumerevoli sono in Barthes le definizioni di letteratura: un censimento completo terrebbe più dell’indice dei nomi che delle materie. E ancora più abbondante diventa il raccolto se non ci si limita alla forma della definizione propriamente detta (la letteratura è…) e si decide di includervi anche le definizioni indirette, o implicite, o inferenziali sulla base del modello “se/allora”.

Abbondanza che potrebbe sorprendere in un autore nemico di ogni irrigidimento del significato come Barthes, che fiutava nella pretesa di rendere stabile e definitivo il senso la sua bestia nera, lo stereotipo, la naturalizzazione, il segno pletorico che non si riconosce come tale e aspira a confondersi con la cosa o peggio ancora con la sua essenza immutabile. Ma in realtà, ciononostante e anzi forse proprio per questo, l’opera di Barthes pullula di definizioni (non riferite ovviamente solo alla letteratura): rileggerla in questa chiave porterebbe senza dubbio alla luce un segmento significativo di quella che Proust avrebbe chiamato “la grande ossatura inconscia” dello stile di uno scrittore per altri versi così amante del flou, del neutro e del senso perennemente in sospensione.[1] In nessun altro caso, tuttavia, la tensione tra i due poli – precisione lessicografica e latitudine semantica – ha raggiunto la divaricazione che si riscontra quando si ricostruisce la vicenda del lemma “letteratura” dai suoi primi ai suoi ultimi scritti.

A leggerle in sequenza, le molteplici definizioni di letteratura offerteci da Barthes testimoniano di una perpetua indecisione, insoddisfazione, perplessità, attrazione e ripulsa, accettazione e condanna, fascinazione e sospetto, che non è saggio liquidare frettolosamente col semplicismo di cui danno prova i più generosi dei suoi detrattori e i più zelanti dei suoi fedeli: più scrittore che critico, più artista che scienziato, la letteratura è stata la sua tentazione e la sua vocazione mai riconosciuta fino in fondo… Non è forse vero che “scriveva bene?” (frase fatta che Barthes peraltro detestava). Perché chiedergli geometria quando aveva tanta finezza? Non aveva lui stesso proclamato intorno al 1968, e cioè al tempo del suo momento teorico più estremista, l’indifferenza di critica e letteratura, entrambe destinate a dissolversi nel flusso senza origine dell’écriture? Continua a leggere →

26 agosto 2016
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Oltre Carl Schmitt

cropped-After_leonardo_da_vinci_The_Battle_of_Anghiari_palazzo_vecchio_florencel.jpgdi Gabriele Pedullà 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 1 febbraio 2016].

Quattro nuovi libri di Carl Schmitt in neanche sei mesi: i numeri parlano da soli. Di fronte a questa messe di pubblicazioni il primo pensiero è che non si tratti soltanto del doveroso recupero di un geniale pensatore politico troppo a lungo emarginato per la sua compromissione con il nazionalsocialismo. Deve esserci qualcos’altro. E alcuni dei curatori dei volumi in questione lo rivendicano esplicitamente: Carl Schmitt non sarebbe mai stato così attuale come oggi.

Se l’insistenza sulle capacità profetiche del giurista tedesco suona a volte un poco stucchevole (come quando sembrava che la grandezza di Tocqueville consistesse nell’aver scritto en passant che Stati Uniti e Russia erano destinati a contendersi un giorno la supremazia planetaria), è innegabile che alcuni dei concetti coniati o abbozzati da Schmitt appaiono particolarmente cruciali per spiegare l’ordine, o meglio il disordine, internazionale affermatosi con la caduta dell’Unione Sovietica e manifestatosi per la prima volta esplicitamente nei suoi aspetti più cupi con l’attentato alle Torri Gemelle.

Sin dagli anni Quaranta Schmitt aveva denunciato infatti il pericolo di un mondo globalizzato e dominato dalla tecnica, uniformato dal primato del Capitale sulla politica all’ombra di una sola grande potenza, segnato dalla sostituzione delle vecchie guerre tra stati con nuove operazioni di polizia internazionale indirizzate contro i tentativi di resistenza alla omologazione ma allo stesso tempo esposto agli attacchi “dall’interno” di un partigiano-terrorista come inevitabile correlativo dialettico della scomparsa dei vecchi confini e delle vecchie distinzioni culturali, etniche, politiche. Questo sarebbe il segno della definitiva vittoria del mare (principio di mobilità incarnato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti) sulla vecchia tradizione giuridica continentale (Schmitt, che era un ottimo conoscitore di Hermann Melville, doveva sicuramente apprezzare il capitolo XIV di Moby Dick, dove si saluta ambiguamente la nascita di un nuovo imperialismo marino e fondato sulle baleniere). Continua a leggere →

25 agosto 2016
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Come dovrebbe o come potrebbe essere fatto un manuale di letteratura oggi

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di Claudio Giunta 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 29 febbraio 2016.
È uscito un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle superiori, che ho scritto e coordinato. S’intitola Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola). Il Sole 24 mi ha chiesto tre cartelle per spiegare come dovrebbe essere un manuale-antologia oggi, e io ho scritto quel che segue, facendo in pratica l’identikit del mio].

«E come è stato il suo, di tempo?»

«Tutto sommato fortunato. Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano ‘Omero’. Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri».

Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. È difficile dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell’istruzione: trasmettere l’amore per i libri, libri di ogni genere, perché questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?

Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l’amore per i libri non dev’essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perché tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che – ci hanno detto, e ci crediamo ancora – servono a vivere la vita in maniera più consapevole. Continua a leggere →

24 agosto 2016
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Scrittori e Facebook/1. Francesco Pecoraro

cropped-tumblr_lgkeeeuIth1qdprexo1_1280-1.jpga cura di Andrea Lombardi

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato l’8 febbraio 2016.
Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente e alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati(Andrea Lombardi)].

1) In che anno ti sei iscritto a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

Sono entrato nel 2009. L’ho fatto per curiosità. Mi aspettavo nient’altro che un rapporto interattivo con la gente che frequenta il web, in particolare con le persone che si occupano di scrittura, che è la cosa che mi interessa in questa fase della vita. L’esperienza Tash-blog si stava concludendo, non riuscivo più a usarlo, le energie mi servivano tutte per il libro che stavo scrivendo. Poi il server chiuse i battenti, ho copiato e salvato tutto e sono passato a divagarmi su Facebook. Mi sembrava più vivace, più interattivo, una cosa a metà tra la chat e il blog. Era molto di più, allora non lo sapevo. Dalle novità del web non mi aspetto mai nulla di veramente nuovo e speciale: sono solo curioso di andare a vedere. Anche Twitter mi incuriosisce, ma temo mi porti via troppo tempo. Tendo alla dipendenza: se entrassi anche in Twitter, non lavorerei più. Però mi interessa molto. Twitter è un nuovo strumento di informazione, sta su ciò che accade istante per istante, mentre Fb richiede un tasso di elaborazione più lento, meditato, indiretto, divagante. 

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittore o non ti sei posto il problema? Continua a leggere →

23 agosto 2016
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Quando la Legge è ammanettata al godimento. The Hateful Eight di Quentin Tarantino

cropped-cropped-hateful-eight-70-mm-roadshow-video.jpgdi Pietro Bianchi e Marco Grosoli 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 7 febbraio 2016].

1.

Di Tarantino si è sedimentata nel corso degli anni un’immagine inoffensiva, debole, disimpegnata e sostanzialmente conservatrice. Il refrain è noto: Tarantino sarebbe la summa della distanza ironica postmoderna; uno di quelli che ha tolto al cinema la possibilità di dire qualcosa sul mondo al di là dello schermo. Si sente dire spesso che il suo cinema parlerebbe solo di altro cinema, in una sorta di inter-testualità dispersiva e centrifuga. Tutto può essere un’immagine o una citazione, tutto può essere qualcosa e nello stesso tempo anche qualcosa d’altro. Non è più possibile credere ad alcuna verità e tutto sommato non ce ne deve nemmeno più importare nulla perché l’unica cosa in cui vale la pena credere veramente è il divertimento immediato (o meglio, il godimento, ma come vedremo Tarantino capovolge il senso di questa massima proprio in The Hateful Eight). Un’immagine è un’immagine è un’immagine. Non è forse vero che uno dei passatempi preferiti dei fan di Tarantino è quella di andare a cercare le citazioni nei suoi film? Come se il mondo, ridotto a immagine e simulacro, non fosse fatto da nient’altro che da cinema. Come se l’unica emozione possibile fosse quella, davvero “piccola”, della risata sardonica di chi coglie una citazione di Carpenter.

Bisognerebbe ricordarsi di quello che dicevano di lui agli inizi della carriera. Persino un critico attento e colto come Jonathan Rosenbaum all’uscita di Pulp Fiction nel 1994 si lamentava del presunto “cinismo dello sguardo” del regista di Knoxville e del fatto che “se non riuscite a capire se [la chiacchiera dei personaggi dei suoi film] sia una critica ironica oppure una celebrazione compiaciuta dell’americanismo, è proprio perché lo stile di Tarantino è quello di cavalcare entrambe le posizioni”.[1] In realtà questa doppiezza sta solo nell’occhio di chi guarda perché Tarantino ci ha sempre abituato all’esatto contrario: cioè a prendere assolutamente seriamente il suo cinema. O per meglio dire, a prenderlo alla lettera. Continua a leggere →

22 agosto 2016
Pubblicato da Mauro Piras
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Il burkini e i turbamenti della democrazia

cropped-burkini.jpgdi Mauro Piras

Sono già una dozzina le municipalità della Costa Azzurra che hanno vietato l’uso del cosiddetto “burkini”, il costume da bagno che copre integralmente il corpo, usato di solito da donne di fede islamica. A queste si aggiunge la dichiarazione pubblica del primo ministro francese Manuel Valls, che ha appoggiato tali divieti, sostenendo che l’uso del burkini va contro i valori della Repubblica francese.

La discussione che ne è nata è stata etichettata da qualcuno come il tipico dibattito estivo su argomenti più o meno irrilevanti. In realtà, la forza delle contrapposizioni mostra che si tratta di un problema sostanziale, nevralgico per gestire in modo equilibrato i rapporti con le minoranze islamiche in Europa. Le democrazie non hanno trovato ancora un modo univoco per trattare questi problemi. A partire dalla discussione sul velo degli anni novanta e primi anni duemila, il ricorrere di queste tensioni mostra che il percorso da fare è ancora lungo. Tuttavia, il divieto di portare il burkini al mare sembra davvero poco difendibile, e motivato principalmente da reazioni emotive e identitarie contro le aggressioni terroriste subite dalla Francia. Vediamo perché.

Non è possibile giustificare questo divieto per ragioni igieniche, perché si tratta di un costume da bagno vero e proprio, in tessuto tecnico, adeguato alla sua funzione. Né è possibile giustificarlo per ragioni di sicurezza. Non si vede come questo capo di abbigliamento possa rendere più insicuro lo stato di una spiaggia. Né pone problemi di identificazione delle persone, dal momento che il volto è scoperto.

Non si possono addurre neanche giustificazioni di ordine pubblico. Il comune corso di Sisco, in Corsica, ha vietato il burkini dopo la vicenda di una vera e propria rissa tra marocchini e residenti locali. Si è capito poi che questa rissa è stata generata da un comportamento illegale dei marocchini (che hanno chiuso l’accesso a una spiaggia pubblica) e da una reazione eccessiva dei valorosi corsi. Di burkini nessuna traccia. In generale, non si vede perché il fatto che alcune donne lo indossino dovrebbe provocare problemi di ordine pubblico: la situazione non sembra ancora così esasperata da rischiare una rissa ogni volta che una maggioranza di “occidentali” incontra degli islamici in spiaggia. Continua a leggere →

20 agosto 2016
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Gesti sportivi /3. L’importante è non vincere

cropped-scudetto-1982-83-11.jpgdi Filippo D’Angelo

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 6 dicembre 2015].

È necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo da non desiderare, per parte nostra, la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto.
Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali

Fra le molte, mai troppe partite viste allo stadio seguendo il Genoa, quella che mi è rimasta più impressa è uno squallido pareggio del campionato 1982-1983, consumato contro il Torino al Luigi Ferraris, nel mese di gennaio, quando nel capoluogo ligure spira un vento freddo e umido che ingracilisce le ossa.

Genova era una città di quasi ottocentomila abitanti (oggi ne ha meno di seicentomila). L’industria pesante dava segni di cedimento, ma l’Italsider e l’Italimpianti non erano ancora state svendute ai privati; il porto restava paralizzato dal monopolio della Compagnia Unica; le Brigate Rosse continuavano a terrorizzare esponenti marginali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Lo stadio della città poteva contenere sino a sessantamila spettatori (oggi, poco più di trentamila), senza contare quelli appostati sui balconi delle palazzine svettanti a est del terreno di gioco, fra i quali, immancabile ospite di amici, Padre R., il prete “buliccio” dell’Istituto Arecco, la scuola di gesuiti che allora frequentavo, uomo di genuina bontà, promotore e arbitro del campionato calcistico tra classi, la cui sola debolezza era verificare con mano, negli spogliatoi, che i bambini avessero bene infilato la maglietta nei calzoncini, scatenando una ridda di lazzi e risatine. Continua a leggere →

19 agosto 2016
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L’utero (in affitto) è solo delle donne?

cropped-5b049d4a1f030d8340be1d7131c40878.jpgdi Gianfranco Pellegrino

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue, pubblicato il 31 gennaio 2016, è precedentemente uscito sulla rivista «il Mulino»].

Si dà per scontato (si veda ad esempio qui) che nella discussione sulla liceità della gravidanza per altri, meglio conosciuta come utero in affitto, e sulle unioni civili ci siano interessi in conflitto. Secondo alcuni, l’interesse delle coppie gay e lesbiche ad avere figli biologici si contrapporrebbe all’interesse delle donne a non essere preda di sfruttamento o di mercificazione del proprio corpo. Secondo altri, anche l’interesse dei figli nati da gravidanze per altri, ed eventualmente ceduti, sarebbe in conflitto con l’interesse delle coppie che sollecitano queste gravidanze: in questo caso, la gravidanza per altri lederebbe l’interesse delle madri e dei loro nascituri. E, volendo continuare, pure gli interessi dei bambini già nati e in cerca di genitori adottivi si potrebbero vedere come in conflitto con quelli di chi evita l’adozione, preferendo a un figlio totalmente adottivo il figlio biologico di almeno uno dei due membri della coppia. (Quest’ultima cosa non viene detta spesso, almeno in Italia, dal momento che sarebbe un’argomentazione a favore della completa liberalizzazione dell’adozione per le coppie gay e lesbiche.) Vorrei concentrarmi qui sulla prima idea, cioè sulla tesi secondo cui la gravidanza per altri lederebbe gli interessi delle donne, e quindi – assumendo che la legge sulle unioni civili in discussione in questi giorni incentivi o faciliti in qualche modo il ricorso alla gravidanza per altri (un assunto non dimostrato, però) – questa legge in qualche modo tutela gli interessi di una minoranza ledendo gli interessi di una maggioranza, le donne.

Ciò che trovo sospetto è la tesi implicita di chi la pensa così, la tesi secondo cui la gravidanza per altri lederebbe esclusivamente gli interessi delle donne. Trovo sospetta questa tesi perché mi sembra che di tutte le argomentazioni usate contro la gravidanza per altri nessuna o quasi riguardi esclusivamente le donne, e le poche che riguardano solo le donne non sono buone argomentazioni, come vedremo. Continua a leggere →

18 agosto 2016
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Dialogo fra uno scienziato e un letterato su percezione e rappresentazione, a partire da Giacometti

cropped-cropped-giacometti-1.jpgdi Giandomenico Iannetti e Stefano Jossa

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il Come amici, ma anche come “uno scienziato e un letterato”, siamo andati a vedere insieme la mostra sui ritratti di Alberto Giacometti alla National Portrait Gallery di Londra (Giacometti: Pure Presence) scoprendo sorprendenti sintonie e interessi comuni (non del tutto inaspettati, naturalmente, né le une né gli altri). Ne è nata una recensione-conversazione alla ricerca di un linguaggio comune della cultura, partendo dal problema della percezione e della conoscenza della realtà. Ci fa piacere sottoporla al giudizio dei lettori di LPLC per aprire un discorso su confini disciplinari, loro permanenza e possibile superamento, rifiuto di chiusure tecnocratiche e bisogno di identità intellettuali].

Giandomenico Iannetti è Professor of Neuroscience a University College London (UCL)
Stefano Jossa è Reader of Italian a Royal Holloway, University of London.

SJ – Hai notato come tutte le statue di Giacometti abbiano la stessa postura, con gli occhi vuoti leggermente alzati verso il cielo (un po’ come nell’iconografia dell’indovino cieco e visionario) e una delle gambe leggermente protesa in avanti (come a suggerire un passo che non si compie)? Gli occhi senza pupilla sembrano vedere più in profondità e i corpi immobili sembrano camminare con maggiore intensità. In questo paradosso, catturare l’attimo dell’azione assoluta, quando il vedere precede l’oggetto e il camminare anticipa il movimento, sta la ricerca espressiva di Alberto Giacometti, il grande scultore di origine italo-svizzera, ma francese di lingua e di cultura, stabilizzato a Parigi per oltre quarant’anni nel suo studio di rue Hyppolite-Maindron. La mostra che la National Portrait Gallery gli dedica è una grande occasione per riflettere sulla realtà e la sua rappresentazione, che è il tema che da vari anni appassiona gli studiosi d’estetica, i critici letterari e d’arte, i filosofi e i teorici dei media e della politica.

GI – Lo studio del sistema nervoso è l’unica branca scientifica che ha permesso di rimuovere la distinzione arcaica fra materia e spirito. L’intimità soggettiva delle esperienze percettive è una delle tante manifestazioni dell’organizzazione del sistema nervoso. I ritratti di Giacometti sono un’occasione rara di osservare, in modo quasi sperimentale, i modelli cerebrali che sono alla base di queste esperienze. Un concetto fondamentale dello studio dei processi percettivi sorprende spesso i meno addetti ai lavori: esiste una distinzione profonda fra percezione e realtà. Non percepiamo la realtà come essa è. Il nostro sistema nervoso costruisce una realtà simulata, un modello a volte sorprendentemente inaccurato (inventa, ad esempio, i colori, che non esistono nella realtà) e frequentemente cangiante. Navighiamo in un mondo virtuale costruito dal nostro sistema nervoso in modo tale che le nostre azioni soddisfino le esigenze di sopravvivenza e riproduzione. Continua a leggere →

17 agosto 2016
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La conoscenza non ha confini. Intervista a Mircea Cărtărescu

cropped-cropped-mircea.jpgdi Vanni Santoni

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956; su LPLC ne avevamo già parlato qui. Più volte candidato al Nobel per la letteratura, è oggi generalmente considerato il maggior autore di lingua rumena. I suoi libri tradotti in Italia sono Nostalgia, Travesti, Perché amiamo le donne, i primi due volumi della trilogia Abbacinante (L’ala sinistra e Il corpo), tutti editi da Voland, e la raccolta di poesie Il poema dell’acquaio, uscita per Nottetempo nel 2015. Questa intervista è stata effettuata allo Wissenschaftskolleg di Berlino nel novembre 2015 (Vanni Santoni)].

Anzitutto è bene sottolineare che non mi considero un romanziere, ma un autore di libri, e scrivere libri è un modo per conoscermi. Faccio questa specificazione, che può sembrare inutile, perché il ‘romanzo’ è qualcosa che non mi interessa più, per il semplice fatto che oggi si tratta di un genere così ampio che può includere quasi ogni cosa scritta in prosa e raccolta in volume. Di conseguenza la categoria non ha più molto senso: io vorrei scrivere solo ‘libri’, scrivo testi in prosa, di una lunghezza proporzionata al medium volume, quello sì. Ma non faccio distinzione tra romanzo, racconto, poesia, e nemmeno tra letteratura, filosofia, scienza, tra tutto ciò che è conoscenza. Per come la vedo io, la conoscenza non ha confini e le discipline si ibridano continuamente, anche perché – devo ammetterlo – nella mia mente alla fine tutto si riduce a poesia. Ho infatti cominciato come poeta e poi, sebbene sia ovvio che la poesia non sia solo versi, mi sono progressivamente spostato sulla prosa, sui ‘libri’ appunto, perché ho avuto la sensazione che la poesia mi fosse diventata troppo stretta, ogni modo per descriversi ha dei limiti e i versi per me non andavano più bene, mi occorreva una forma più ampia; ritengo inoltre che se si vuole entrare in modo forte sui grandi temi la prosa si presti di più.

Dopo sette volumi di poesia ho allora creduto fosse possibile e necessario chiudere con tale forma, anche se per il modo in cui mi approccio al mio mondo interiore attraverso il testo rimango comunque un poeta. Anche per questo non sono facilissimo da tradurre, tant’è che sono molto felice ogni volta che sento di venire apprezzato in traduzione, non che io sia un terrorista della non traducibilità, credo che tutto possa essere tradotto, le eccezioni sono poche, ilFinnegan’s wake, alcune poesie, ma è un fatto che a un libro come Abbacinante, che ha continui flussi di immagini anche sconcertanti, serva un buon traduttore, e io sono fortunato perché ne ho di eccellenti, ad esempio in Italia Bruno Mazzoni è davvero bravissimo nel rendere la mistica per immagini che cerco di costruire.

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