Le parole e le cose

Letteratura e realtà

29 luglio 2014
Pubblicato da Mauro Piras
60 commenti

TAV: una crisi politica

di Mauro Piras

[Dal 29 luglio all’inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. L’intervento di Mauro Piras è uscito il 5 marzo 2012].

Il problema non è più prendere posizione. Pro o contro la TAV (o il TAV? la divisione passa anche per le parole, i No TAV della valle usano il maschile). E non è neanche quello dei “gruppetti di violenti” contrapposti alla “maggioranza dei manifestanti pacifici”. Questa rappresentazione è ingenua, o costruita. C’è qualcosa di più profondo, qualcosa che sfugge a noi quarantenni della classe media di, diciamo, centrosinistra. Noi che abbiamo lottato e manifestato per tante campagne pubbliche, democratiche, contro la guerra, a fianco della FIOM e dei sindacati, per la scuola, con i precari. Che abbiamo sostenuto i referendum per l’acqua pubblica. Ci siamo trovati a fianco di tutte le persone che sono anche la nervatura della protesta contro la TAV. Ci siamo trovati a fianco dei nostri studenti, nelle manifestazioni e nei presidi. Siamo riusciti a stare uniti su tante cose, mettendo insieme nell’attività politica reale (nel sindacato, per esempio, o nelle scuole) i diversi pezzi della sinistra. Abbiamo cercato di tenere viva l’idea di una democrazia non solo istituzionale, ma partecipata, dal basso. In questa costruzione, abbiamo anche tessuto il rapporto con i più giovani. Ma c’è qualcosa che sfugge, di più profondo. Che riguarda anche l’inadeguatezza di noi adulti nei confronti dei giovani, quelli veri.

Adesso questo qualcosa si vede, negli scontri in Val di Susa, e nel contagio rapido della protesta nelle città italiane, anche le più lontane (Roma, Pisa, Pesaro, Avellino, ecc.). Per capire, bisogna allargare lo sguardo: guardare oltre la valle, e ritornare indietro nel tempo. Continua a leggere →

28 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Per gli 87 anni di John Ashbery

cropped-ashbery.jpgdi Moira Egan e Damiano Abeni

[Oggi John Ashbery compie 87 anni. Lo festeggiamo con due centoni composti per l'occasione da Moira Egan e Damiano Abeni su invito di Adam Fitzgerald e Emily Skillings, due poeti che insegnano alla Ashbery Home School. L’originale di Moira Egan ha 87 parole titolo compreso; l’originale di Damiano Abeni e le due traduzioni hanno 87 parole titolo escluso.]

Cento: Ashbery

These are amazing: each
Unthought of. From that shoebox of an apartment,
and swerving easily away, as though to protect,
you miss it, it misses you. You miss each other.
[It’s] OK. To demand more than this would be strange.
The wordplay
Between us gets very intense when there are
The plush leaves[,] the chattels in barrels.
It was a hundred years before anyone noticed.
But I fancy I see, under the press of having to write the instruction manual:
The night is a sentinel.

***
with all best wishes and much admiration
Moira Egan

 

Centone: Ashbery

Questi sono stupefacenti: ciascuno
inusitato. Da quella scatola di scarpe d’appartamento,
mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere,
ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
[È] OK. Chiedere più di questo sarebbe strano.
Lo scambio di parole
tra noi si fa intensissimo quando ci sono
le foglie sfarzose[,] un mucchio di armi e bagagli.
Ci sono voluti cent’anni prima che se ne accorgesse qualcuno.
Ma immagino di vedere, sotto il torchio del dover scrivere il libretto d’istruzioni:
La notte è una sentinella.

***
con i migliori auguri e tutta l’ammirazione
Moira Egan

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27 luglio 2014
Pubblicato da Rino Genovese
7 commenti

Fobie contrapposte

cropped-768628.jpgdi Rino Genovese

[Questo articolo è uscito sul sito di «Il Ponte»].

Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda. Quelli che a Parigi chiamano a manifestare a favore dei palestinesi di Gaza (tra cui il vecchio raggruppamento trotzkista Ligue communiste divenuta oggi il Nouveau parti anticapitaliste) fanno fatica a non essere travolti dall’ondata giovanile “algerina”, che viene dalle banlieues e ce l’ha con gli israeliani non in quanto tali ma in quanto ebrei. È vero, sull’ambiguità di uno Stato come terra promessa, nato dalla risposta alla catastrofe europea novecentesca, Israele ha costruito gran parte delle sue fortune: e tuttavia la distinzione andrebbe sempre tenuta presente a ricordo dei sommersi e dei salvati, come li chiamava Primo Levi, e per non strappare quella pur imperfetta democrazia che l’Europa ha conquistato faticosamente al prezzo di tanto sangue.

Tutto è cominciato, peraltro, non con la protervia di Israele (questa c’era fin dalle sue origini) ma con il dislocarsi della stella palestinese e araba da una politica laica, anticolonialista e nazional-patriottica con venature socialiste, verso un integralismo religioso su basi nazionalistiche, che a Gaza Hamas esprime in modo compiuto. Così nella metropoli postcoloniale, particolarmente in Francia, una gioventù nata dall’immigrazione si è andata sempre più collocando su posizioni islamiste quando non jihadiste in senso stretto. Ne sono venuti gli attacchi alle sinagoghe, una giudeofobia diffusa nelle banlieues che è il corrispettivo della islamofobia che serpeggia nei quartieri bene. Lo si deve affermare con forza: questa situazione è il risultato di un mondo – di un’Europa in primo luogo – che non ha mai veramente risolto la questione coloniale, cioè le sue conseguenze storiche nella cosiddetta madrepatria, e nemmeno – bisogna dirlo – nei paesi terzi il problema di un’autentica indipendenza, in primis economica, che riuscisse a far crescere una democrazia autoctona. Il fallimento pressoché completo delle recenti rivolte nel mondo arabo, con la lunga serie di sanguinose repressioni (si pensi in particolare all’Egitto), sta lì a dimostrarlo: si tratta di realtà sociali e politiche in cui la religione è diventata la maggiore forza di opposizione a regimi militari e dittatoriali per lo più corrotti. Continua a leggere →

26 luglio 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Memoria/oblio

cropped-Monzani-book-of-all-books.jpgUna playlist di Alessandro Bellan

.

Talking Heads, Memories Can’t Wait (Fear of Music, 1979)

 

Peter Gabriel, I Don’t Remember (Peter Gabriel III: Melt, 1980)

 

René Aubry, Memoires de futur (Pina Soundtrack, 2011)

[Immagine: Jean-Sébastien Monzani, The Books of All Books (it)].

25 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Per Auerbach, contro Auerbach

cropped-richter-untitled-4-3-03-2003.jpgdi Alberto Casadei 

[È appena uscito Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell'era del web (Donzelli) di Alberto Casadei. Presentiamo il primo capitolo del libro. Ricostruendo la fortuna recente che ha avuto l’opera di Erich Auerbach, Casadei propone una poetica e un’idea di realismo diverse da quelle che alcuni critici e scrittori contemporanei ricavano da Auerbach] 

Mimesis di Erich Auerbach è stato oggetto di un’ampia fase di rilettura soprattutto a partire dal cinquantenario della sua prima pubblicazione (1946), mentre l’intera opera di questo critico è stata reinterpretata in convegni che si sono tenuti a cinquant’anni dalla morte (1957): le celebrazioni sono avvenute in tutto il mondo occidentale, dalla Germania alla Francia agli Stati Uniti.

In Italia, dopo molti altri, sono usciti nel 2013 due notevoli contributi di Riccardo Castellana e Giuseppe Tinè, che sintetizzano tutte le acquisizioni più importanti di questa fase, fornendo una bibliografia esaustiva (e cfr. pure Tortonese 2009) ma anche ulteriori apporti e analisi. Indubitabile è comunque il ruolo centrale, nell’ambito della critica letteraria novecentesca, attribuito attualmente ad Auerbach da molti fra i maggiori specialisti italiani e stranieri: tra gli altri, su aspetti essenziali delle sue opere sono intervenuti Hayden White, Edward W. Said, Francisco Rico, Philippe Hamon, George Steiner, Stephen Greenblatt, Alberto Varvaro, Carlo Ginzburg, Francesco Orlando, Cesare Segre, Romano Luperini e Guido Mazzoni, che ha anche riesaminato il problema della rappresentazione seria del quotidiano nel suo volume Teoria del romanzo (2011; per un panorama della ricezione di Mimesis, si veda Donà 2009). Continua a leggere →

24 luglio 2014
Pubblicato da Franco Arminio
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Nelle Terre del grano, dove ogni paese è solo

cropped-foto-mantuano.jpgdi Franco Arminio

[Questo intervento fa parte del numero 19 di «il Reportage» (luglio-settembre 2014), che è uscito da poco]

Sulla Napoli-Bari per chi esce al casello di Lacedonia ci sono due opportunità. A destra l’Irpinia d’Oriente: Calitri, Bisaccia, Cairano, Monteverde. A sinistra i monti dauni. Io che in Irpinia d’Oriente ci sono nato e ci vivo i monti dauni me li vado a prendere quando voglio. Ormai mi sento un ricco possidente. La terra è tutta mia, me l’hanno lasciata quelli che sono partiti. E anche i rimanenti, loro alla terra ci pensano poco.

Il mio giro comincia a Sant’Agata. Ci sono stato centinaia di volte. La meraviglia è vedere il paese da lontano. Una forma perfetta, che non ha avuto bisogno di piani urbanistici, si è fatta con l’idea di mettere le case al sole e una vicina all’altra. C’è stato un tempo in cui le vicende della comunità contavano più di quelle dei singoli. Il mondo contadino era durissimo, ma ora possiamo estrarne una buona radice.

Prima di arrivare a Sant’Agata mi fermo sotto una pala. In questo lembo di terra si produce un terzo di tutta l’energia eolica italiana. Una fabbrica nuova e una fabbrica antica, la fabbrica del pane e quella del vento. Stanno insieme senza molti problemi. Qualcuno pensa che hanno rovinato il paesaggio, magari si tratta di persone che il paesaggio non lo hanno mai guardato. Qui è il caso di usare un’orrenda frase: il problema è un altro. Il problema è che questa pale contengono la più grande rapina mai fatta a questi territori. Si può dire che dall’Unità d’Italia ad oggi i governi non siano stati attenti al Sud e ai paesi, si può piangere sulla grande ferita dell’emigrazione, sugli imbrogli venuti dopo i terremoti, tutte storie ampiamente dibattute. Quello delle pale eoliche è uno scandalo che non si riesce a istruire. E i primi a tacere sono le vittime. In questi paesi nessuno si sente imbrogliato, nessuno lo sente suo il vento e il vento se ne va, porta la sua ricchezza a pochi intrallazzatori che hanno fatto affari enormi, lasciando qui solo le briciole. Continua a leggere →

23 luglio 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lettera alla ministra Giannini

cropped-il-ministro-Giannini-durante-il-suo-intervento.jpgdi Alberto Gaiani e Luca Illetterati

Cara ministra Giannini,

perdoni l’impudenza. Siamo due insegnanti: uno di noi due lavora nell’università, l’altro nella scuola secondaria di secondo grado, come si usa chiamarla oggi. In una scuola superiore, insomma. Entrambi ci occupiamo di filosofia. E, tra le altre cose, da anni proviamo a ragionare su come insegnarla, che senso abbia insegnarla, che ragioni possiamo trovare per convincere anche un profano che sia importante studiarla.

Parliamo di scuola, in questo caso. Dell’università, magari, un’altra volta.
Le scriviamo senza grosse pretese, solo per provare a buttare giù qualche idea nella speranza che questo esercizio possa magari servire ad attivare qualche pensiero. Lo faremo nel modo più semplice e diretto possibile. Magari suonerà brutale o grossolano, a volte. Ma è solo per amore di chiarezza.

 Dire che nella scuola del nostro Paese c’è un groviglio inestricabile di questioni complesse, incancrenite, labirintiche, è dire un’ovvietà, che spesso ha messo capo a due atteggiamenti contrapposti nelle intenzioni ma vicinissimi negli esiti. ‘Lascia stare’ e ‘riforma dalle radici’. Nella nostra storia recente si è assistito spesso all’alternanza tra periodi di stasi totale e improvvise accelerazioni, strappi in avanti, riforme sedicenti radicali. Il risultato, senza che ci giriamo troppo attorno, è che a parte una leggera mano di bianco (l’inglese, l’informatica, la LIM, il libro misto, e altre cose di questo tipo) la scuola italiana da decenni rimane sostanzialmente identica a sé stessa. Lasciamo perdere per il momento se questo sia un bene o un male. Certo porta acqua ai mulini dei detrattori dell’istruzione scolastica. E parlar male della scuola facendo magari finta di parlarne bene da noi è una specie di sport nazionale, secondo solo al tiro al piccione contro i calciatori che si sono fatti sbattere fuori dal mondiale dal Costarica. Tanto per dire alcuni dei mantra che da quando eravamo studenti (un bel po’ di tempo fa) sentiamo ripetere: “le discipline sono paludate, datate, inservibili; gli insegnanti sono vecchi, demotivati, poco aggiornati (e hanno tutti i pomeriggi liberi, e tre mesi di ferie d’estate, e fanno un sacco di nero con le ripetizioni); le sedi degli istituti cadono a pezzi, manca la carta igienica, l’intonaco si scrosta”. Una schifezza, insomma. Continua a leggere →

22 luglio 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Le cose belle. Intervista a Giovanni Piperno

cropped-cosebelle-1.jpgdi Paola Di Gennaro

[Incontro Giovanni Piperno, il regista che insieme ad Agostino Ferrente ha diretto lo splendido film documentario Le cose belle. Un film sulla bellezza triste che le città come Napoli si ostinano a conservare, e che ammutolisce le mani degli spettatori in sala. Questa intervista è giù uscita su «RACNA» (pdg)].

Questo film nasce da un progetto molto particolare, ce lo spieghi?

Nel 1999 la Rai ci commissionò un documentario per la prima serata, e partimmo subito con il casting. Facevamo annunciare in spiaggia e nei parchi acquatici che la Rai cercava ragazzi per un film, e ovviamente tutte la madri ci mandavano i figli a frotte. Impiegammo la maggior parte del tempo a individuare le persone giuste, e ci rimase relativamente poco tempo per fare il film. Avevamo voglia di approfondire le vite dei quattro ragazzini tra i 12 e i 14 anni che alla fine avevamo scelto – Adele, Enzo, Fabio e Silvana – così insegnammo loro a usare la telecamera, e per due o tre anni si filmarono da soli nella vita di tutti i giorni. Nessuno di loro era ed è attore, e ciò che vediamo è come sono loro realmente. Un film che è l’esito della fiducia totale che abbiamo investito l’uno nell’altro; una fiducia che si è mantenuta grazie al rapporto di amicizia che siamo riusciti a instaurare con i ragazzi, e che ci ha permesso di tornare a filmarli dieci anni dopo, nel 2009, quando grazie al cofinanziamento della Regione abbiamo avuto la possibilità di continuare questo progetto, che ormai immaginavamo concluso, per altri quattro anni. Li seguivamo per due, tre, quattro giorni, e poi li lasciavamo alle loro esistenze, che nel frattempo avevano messo nelle nostre mani, così come noi avevamo fatto con le nostre. Questo film è uno specchio della vita, e con esso abbiamo sperato di poter smuovere qualcosa nelle vite di questi ragazzi, anche solo la voglia di scuotersi e uscire dalla paralisi, per dare qualcosa in più sia alla narrazione sia alla realtà. E bisogna dire che nel medio e lungo periodo – il documentario è stato presentato a Venezia già nel 2012 – il film ha fatto bene a tutti. Continua a leggere →

21 luglio 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Chi dovrebbe essere pagato di più, a scuola?

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di Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul domenicale del «Sole 24 Ore»].

La scuola e l’università italiane sono quei posti in cui si entra in ruolo tardissimo, a quaranta, cinquant’anni (dopo ogni concorso c’è il servizio TV sul tale che vince la cattedra a un giorno dalla pensione), ma una volta entrati in ruolo si è praticamente inamovibili, nel senso che per essere licenziati bisogna perlomeno uccidere, e si è quasi immoti, nel senso che la poca carriera che si fa è legata soprattutto (e a scuola esclusivamente) all’anzianità di servizio. Specie a scuola, dove gli stipendi sono più bassi e il lavoro più stressante, non è davvero una buona strategia per ottenere insegnanti zelanti, coscienziosi e aggiornati. Dopo un po’, vedendo che la virtù non viene premiata e il vizio non viene punito, uno smette di dannarsi l’anima e fa quel che deve fare, niente di più.

Il disegno di legge del governo di cui ha parlato il sottosegretario Reggi in un’intervista a Repubblica si propone di intervenire su questo e altri problemi. “Tutte le ricerche internazionali – ha detto Reggi – concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni”. Lascio da parte i due primi punti e mi soffermo sul terzo: fare carriera significa insomma ricevere uno stipendio più alto rispetto ad altri colleghi, e senza che questo privilegio sia legato necessariamente all’anzianità. Mi pare una cosa giusta: nella scuola ci sono insegnanti bravissimi e insegnanti pessimi, e non si vede perché i primi non dovrebbero guadagnare più dei secondi, anche molto di più. Se non è solo effetto-annuncio, il fatto che il ministero intenda operare in questo senso è un’ottima notizia. Non è invece una buona notizia quella relativa ai criteri alla luce dei quali dovrebbero essere assegnati questi fondi: “premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Questo è infatti un errore, e non piccolo. Continua a leggere →

20 luglio 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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La generazione Telemaco e la critica letteraria. Su due libri di Stefano Ercolino

cropped-ul12.jpgdi Remo Ceserani

[Questo articolo è apparso su «Alias»]

Mi chiedo se si stia affacciando la generazione Telemaco anche sulla scena degli studi di teoria letteraria e nella pratica critica. Sembrerebbe di sì. La risposta positiva la suggerisce il caso di un giovane studioso, ventinovenne, che si chiama Stefano Ercolino e viene da San Giovanni Rotondo (Foggia). Specialista straordinariamente agguerrito di storia e teoria del romanzo, egli è stato allievo di Massimo Fusillo nell’Università dell’Aquila e di Franco Moretti in quella di Stanford: due padri-Ulisse, quindi, ma senza che ci fosse alcun bisogno di ribellarsi contro di loro, semmai, con il loro consenso, di superarli in prontezza di riflessi e qualche spavalderia.

Nonostante il cognome, che sembra echeggiare in diminutivo il nome del mitico personaggio dalle tante fatiche, Ercolino si presenta senza diminutivi, avendo costruito il suo profilo di studioso del romanzo a tappe forzate e superando brillantemente molteplici prove: buoni studi classici e moderni, cinque lingue, amplissime letture, carriera veloce, da generazione Telemaco: laurea magistrale nel 2009, dottorato nel 2013, numerose scuole di specializzazione e borse di studio (la Fulbright a Stanford, la Humboldt alla Freie di Berlino); un primo libro ricavato dalla tesi di laurea sul romanzo “massimalista”, uscito in inglese da Bloomsbury nel 2014 con il titolo The Maximalist Novel. From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolano’s 2666 (187 pagine, $ 110)di prossima uscita in italiano presso Bompiani; un secondo libro, ricavato dalla tesi di dottorato e appena uscito in inglese da Macmillan con il titolo The Novel-Essay, 1884-1947 (194 pagine, Ł 55). Continua a leggere →