Le parole e le cose

Letteratura e realtà

18 novembre 2017
di Le parole e le cose
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The Battle of the Sexes

playlist di Barbara Carnevali e Marco Santoro

[In omaggio al caso Weinstein, una battaglia di canzoni italiane ispirata al match tra Billie Jean King e Bobby Riggs. I brani – più numerosi del solito perché la lista è doppia – risalgono al periodo metà anni Settanta-inizio anni Novanta, età dell’oro della guerra sessuale nella musica italiana.
Da ascoltare nell’ordine dello scambio di colpi].

Ricky Gianco et al., Piacere e potere (Disco dell’angoscia, 1975).

 

Patty PravoJohnny (Miss Italia, 1978).

 

ElioEssere donna oggi (Italian, rum casusu cikty, 1992).
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17 novembre 2017
di Daniela Brogi
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Classici gay, letture queer

di Tommaso Giartosio

[Da poche settimane è uscito il libro Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer, di Tommaso Giartosio. Su consenso della casa editrice Quodlibet, che ringraziamo, anticipiamo alcune pagine tratte dall’Introduzione (dbr)].

Tradizione

Poco prima della sua morte dannatamente precoce Paolo Zanotti, acuto critico e scrittore straordinario, ha curato un’antologia intitolata Classici dell’omosessualità. Il titolo non voleva essere provocatorio (Paolo, come ha scritto Gabriele Pedullà, non si pensava come scrittore d’avanguardia, e non si è mai interessato di provocazioni); ma di fatto lo era. Tra i poli di quel titolo scoccava una scintilla.

Più avanza l’accettazione sociale e culturale dell’omosessualità, più la cruda constatazione del peso storico dell’omofobia e soprattutto della sua cocciuta persistenza (a partire da quella parola, “accettazione”) viene guardata con fastidio, come una pedanteria vittimista. Dovrò ora correre questo rischio. Fare quello che forse sembrerà un discorsetto di prammatica. E ricordare che la condizione omosessuale – per usare ancora una volta questo aggettivo prolisso e medicalizzante, che sempre più suona come una versione spregiativa di “gay” – è stata lungamente considerata eccentrica rispetto a ogni norma classica e a ogni canone esemplare, e censurata e rimossa quando si annidava nel cuore del canone stesso – nel Simposio, nei Sonetti di Shakespeare. Storia d’altri tempi, si dirà. Non credo. Provate a parlare di “classici della letteratura devozionale” o “italiana” o “trecentesca” o “amorosa” e nessuno protesterà; accennate ai “classici della letteratura gay” e assisterete a un silente, furioso incresparsi di sopracciglia. Sembra una definizione angusta; non lo è, perché la condizione gay è tuttora qualcosa che caratterizza in modo determinante la vita personale e sociale degli individui (non meno di un’appartenenza linguistica o etnica); ma lo sembra, perché definisce un ambito che sentiamo angusto e soffocante, proprio in quanto è ancora stigmatizzato. Ci piace credere che almeno nel mondo della cultura il pregiudizio omofobico sia stato ormai superato. Neanche questo è vero. Perfino oggi che in buona parte dell’Occidente la normalizzazione gay è tanto avanzata da suscitare sospetti (ora legittimi ora strumentali) di conformismo, “la tematica” – come la si chiamava, con ellissi ansiosa, in tempi ancora più difficili – innesca effetti più o meno evidenti di imbarazzo e di scandalo. Un minimo esempio: da anni mi interesso di omosessualità e letteratura, eppure accade ancora spesso che qualcuno mi segnali un libro a tema gay evitando di dirmi che è a tema gay: «Dovrebbe interessarti», «È nelle tue corde», «Vedrai, fa per te»… Interrogato, un amico mi spiega che «per un bizzarro bon ton non si sta a sottolineare troppo gli interessi specifici». Ma mi pare chiaro che se questi interessi specifici avessero per oggetto il Friuli-Venezia Giulia, o Beethoven, o gli inca, si direbbe tranquillamente: «…E poi ti piacerà perché è un libro che parla di Pordenone / della Patetica / del Perù!» Forse la persecuzione omofobica un giorno sparirà; ma sorrisini e teneri stupori ce li terremo per un bel pezzo (almeno finché la nostra visione del mondo, e dunque il nostro mondo, saranno così profondamente radicati nella divisione in due generi opposti e complementari: l’omofobia non è il sessismo, ma è radicata nel sessismo). E ci teniamo anche la persecuzione, ovviamente: basta entrare in qualsiasi scuola per constatarlo. Ci teniamo, insomma, la buona vecchia “devianza”, magari chiamandola “diversità”. Continua a leggere →

16 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Paesaggio con manichini

di Paolo Zanotti

[​Esce oggi in libreria  L’originale di Giorgia e altri racconti (Pendragon) di Paolo Zanotti. Queste pagine sono un estratto dal racconto Paesaggio con manichini. Ringraziamo l’editore per averci concesso di pubblicarle].

La finta fantascienza, partita come un gioco d’infanzia, per noi era presto diventata un automatismo, nessun bisogno di sforzarsi, di strizzare gli occhi finché non si riempiono di piccole esplosioni, stelle filanti, cuccioli di ippopotamo. Mi accorgo che è difficile spiegare quella che è fondamentalmente una questione di sguardo. Forse si tratta di una delle poche varietà di fantasticheria (ammesso che si tratti solo di questo: potremmo anzi chiamarla una filosofia) che è più facile vivere che descrivere. A parole anzi è del tutto impossibile. La chiesa del tuo quartiere, se la guardi sotto la giusta angolatura e nella notte, puoi benissimo prenderla per un manufatto alieno attorno al quale il quartiere si è prudentemente rannicchiato. La più insulsa scena di colazione (il caffè sul fuoco, il coltello che stende la marmellata) può celare interessi insospettati non appena ce la fai a convincerti che si tratta di riti sopravvissuti: il caffè e la marmellata non sono reali, non sono nemmeno nutrienti, sono solo rami secchi della storia, riti che non siamo riusciti ad abbandonare a mille anni dalla scomparsa dell’ultima fetta di pane, dell’ultimo frutto marmellatizzabile.

Quel che voglio dire è che è solo in base a questa specie di automatismo, a questa abitudine di messa a fuoco, che io sono riuscito a vedere subito, a credere quasi, anche se si trattava di qualcosa di scriteriato, in quello che Alex e Sofia stavano facendo. Da quanti mesi è iniziata la nostra navigazione (a vista, messianica) in questa stanza? Cinque? Sei? Per quanti mesi Alex non ha messo neanche il naso fuori? Per quanti mesi Sofia non ha cambiato quel suo ridicolo abito da sposa, ormai una tavolozza di macchie e piagnistei?
Li guardo. Dormono rettilinei sui materassi trascinati in soggiorno. Confronto con i corpi orizzontali le loro rispettive versioni in cera. Grazie al mio sguardo interstellare li posso vedere come due astronauti ibernati, ma anche, contemporaneamente, come due anime perse in una sterile catatonia, in attesa di nemmeno loro sanno cosa e che, certo con altre intenzioni, ma sono stato io a innescare. Sono come ipnotizzati, mi dico, perduti nell’attesa e, forse, a modo loro, sideralmente felici. Continua a leggere →

15 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Empire Hotel. Inseguire l’inseguitore

di Andrea Cortellessa

[È in uscita da DeriveApprodi il terzo volume dell’Almanacco annuale di «​alfabeta2», a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa. Come nei numeri precedenti, a una «Cronaca di un anno» che raccoglie una selezione dei materiali pubblicati sul sito nell’annata 2016-2017, viene premessa una sezione monografica composta da pezzi scritti per l’occasione, quest’anno dedicata a La rivoluzione turistica, a partire dal libro di Marco d’Eramo Il selfie del mondo: la sezione si apre con un’intervista di Lucia Tozzi allo stesso d’Eramo. La pubblicazione verrà presentata a Milano sabato 18 alle 17.30, nell’ambito di Bookcity, da Mudima (Via Tadino 26), con la partecipazione di Marco d’Eramo, Marco Dotti, Manuela Gandini e Francesca Pasini (alle quali si deve il corredo iconografico), Marco Scotini e Lucia Tozzi; e a Roma venerdì 24 alle 21, al Cinema Palazzo di San Lorenzo (Piazza dei Sanniti 9A), nell’ambito del secondo Festival di DeriveApprodi, con la partecipazione di Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa e di Antonella Sbrilli, che condurrà un gioco alfaturistico con la partecipazione del pubblico. Seguirà un reading poetico con le letture di Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Carmen Gallo, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Sara Ventroni e Michele Zaffarano. Anticipiamo qui, dei materiali dell’Almanacco, il pezzo di Andrea Cortellessa].

Perché ci inquieta tanto che la mappa sia compresa nella mappa e le mille e una notte nel libro delle Mille e una notte? Perché ci inquieta che don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte, e Amleto, spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali invenzioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori o spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizî.

Borges

Un museo è un museo è un museo… In quella primavera del 2005 la mia visita a San Francisco, pianificata da anni, stava andando a rotoli. Tanto mi ero trovato a mio agio nella Los Angeles meravigliosamente senza qualità quanto la città rivale, con tutta la sua aura, dal vivo mi si mostrava ostile. Tutto, di lei, spiaceva al mio corpo. A partire dalle inverosimili salite e dal clima ancora più inverosimile (dal quale nessuna lettura preliminare potrà mai mettere abbastanza in guardia). Ma, soprattutto, colla sua sfrontata ostinazione a spaesarmi. La città era “bella”, chi lo nega. Pittoresca. Cristallizzata nella cartolina di se stessa come, per dire, l’insopportabile Venezia. Ma, a dispetto di tale immobilità apparente, in quella città non mi riusciva di riconoscere niente. Nulla, voglio dire, mi faceva incontrare il fantasma che stavo inseguendo: il fantasma di Vertigo, ovviamente.

Mi ero preparato bene, o così credevo: preparandomi, cioè, il meno possibile. Mi ero detto che dovevo guardarmi dall’andare apposta nei luoghi del film; che mi ci sarei dovuto imbattere “per caso”, invece, lasciandomi andare alla più nonchalante serendipity, e far così lampeggiare la sospirata madeleine quando meno me la sarei aspettata. Solo in questo modo avrei potuto riprodurre l’andatura rizomatica di James Stewart, il suo «oziare» (il libro di un amico, Paolo Marocco, mi aveva fatto notare come l’inizio dei suoi guai, ma anche della sua quête suprema, fosse dovuto all’aver perso il proprio lavoro: con l’incidente che gli procura le vertigini del titolo, appunto). Non avrei fatto il cineturista, insomma. Niente baedeker, e soprattutto niente macchina fotografica al seguito (allora i cellulari non avevano questa funzione, o comunque non ce l’aveva il mio nokietto da 49 euro). Continua a leggere →

14 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Contro la Theory? Un seminario a Bologna

[L’intervento di Barbara Carnevali che ha suscitato il dibattito sulla Theory si legge qui]

Contro la Theory? Dalla provocazione al dibattito

Un seminario con Barbara Carnevali (EHESS, Parigi)

17 novembre 2017, h.11-13

Biblioteca de Il Mulino

vicolo Posterla 1

Bologna

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14 novembre 2017
di Claudio Giunta
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La brandizzazione dell’Islanda

di Claudio Giunta

Spero e credo che il Caso Islanda venga già ora studiato nei corsi di marketing, economia del turismo, scienze della comunicazione, perché è difficile immaginare un prodotto che nell’arco di così poco tempo – meno di un decennio – sia passato così trionfalmente dalla mini-nicchia al mainstream senza veramente snaturarsi. Prima della crisi del 2008 l’Islanda era a malapena sulle mappe del turismo internazionale: ci si andava in pochi, per lo più appartenenti a due categorie numericamente quasi irrilevanti: turisti estremi in un’epoca in cui il turismo estremo (in bicicletta sotto la pioggia e il vento artico, notti da tregenda nella canadese, caffè del giorno prima scaldato nel pentolino, non lavarsi mai) ancora non si portava; e intellettuali amanti della solitudine e dell’introspezione che nello scabro paesaggio islandese cercavano il correlativo oggettivo della propria sfiga. Adesso tutti i giorni, non fa differenza se alta o bassa stagione, i jet internazionali scaricano turisti a battaglioni all’aeroporto di Keflavík, e Reykjavík è un brulichio di alberghi di lusso o simil-lusso che si fa pagare come il lusso, alloggetti su Airbnb, ristoranti, birrerie, balere (sì, balera si attaglia al medio locale da ballo islandese più di discoteca). Snaturamento solo parziale, dicevo: perché attorno a questa Reykjavík ridisegnata e ristrutturata (piuttosto bene, nel complesso) c’è pur sempre la solita Islanda di lava, ghiaccio, cieli infiniti e, la fortuna aiutando, aurore boreali. Ed è quella che i turisti, dieci anni fa come oggi, continuano a cercare, salvo appunto che in dieci anni i numeri sono cresciuti in maniera vertiginosa, e continuano a crescere di un incredibile 40-50% ogni anno – due milioni e mezzo quest’anno, su una popolazione di circa 380.000, ormai gli islandesi li si indica col dito facendo oooh – con effetti miracolosi sulle finanze statali, che nel 2008 erano state prosciugate da banchieri molto disinvolti; ma con riflessi molto meno positivi sull’armoniosa convivenza sia tra la gente del posto e i turisti sia tra i turisti e i turisti: «Overrun by tourists», «Hard to appreciate the beauty», si lamentano su Tripadvisor i visitatori arrivati a Vík, Islanda meridionale, non lontano dall’Eyjafjöll, il vulcano impronunciabile che eruttò nel 2010 seminando i suoi invisibili piroclasti nei cieli dell’Europa (ricordate quei giorni bellissimi di geologia fai-da-te in televisione?). C’è da preoccuparsi? Sì, se – com’è successo qualche mese fa – in rete diventano virali foto e video-denuncia girati da islandesi esasperati che immortalano i turisti defecanti in mezzo alla campagna innevata. D’indole ospitalissima, l’islandese tende però ad offendersi quando uno gli caga nel giardino. Continua a leggere →

13 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Il fallimento di un’identità

Intervista a Fabio Rocchi, a cura di Gilda Policastro

Il servizio su Matrix l’ho visto per caso, rilanciato da un contatto Facebook: l’Albania come terra di conquista degli imprenditori italiani, affrancati dalla burocrazia infinita che da noi sembra paralizzare le attività. «Qui, al contrario, tutto funziona agilmente», dice un giovane esportatore di prodotti toscani. Relativamente giovane: uno dei cosiddetti TQ, la generazione di mezzo, dei trenta-quarantenni che fanno maggior fatica a posizionarsi in un sistema mutato secondo una doppia velocità: negli ambiti lavorativi tradizionali (aziende, scuola-università) si perpetuano vecchie pratiche, privilegi e carriere determinate dalle preferenze e dagli orientamenti delle generazioni precedenti, nella new economy si avvantaggiano i giovanissimi, neolaureati in discipline rigorosamente non umanistiche, dall’economia aziendale all’informatica applicata alle ingegnerie “semplificate”.

Quell’imprenditore toscano io lo conosco: era un mio collega di dottorato, formatosi a Pisa alla scuola di Francesco Orlando, capofila della comparatistica e degli studi tematici in Italia. Si chiama Fabio Rocchi, lavorava a una tesi sui figli e i padri in letteratura e in contemporanea studiava al conservatorio per diplomarsi in composizione e direzione d’orchestra. Raccontava di pomeriggi passati col suo maestro Orlando, appassionato melomane, a studiare l’opera.

Rocchi, che ci fai in Albania? Da quanto sei lì?

Ciao Policastro, che ci fai tu in Italia, mi verrebbe da dire. Mi ricordi, forse, per la mia tesi di laurea, Il gran diavolo è morto. Padri e Figli nel romanzo italiano tra Otto e Novecento, giusto? Poi coltivavo il sogno di diventare direttore d’orchestra, ma avevo di fatto concluso soltanto la preparazione per il terzo anno di conservatorio e studiavo composizione come privatista, allievo del maestro Pietro Rigacci. Però dei pomeriggi e delle serate passate con Francesco Orlando ascoltando musica nel suo salotto di Lungarno Pacinotti a Pisa ho tutt’ora un ricordo vivissimo. Orlando mi ha insegnato il senso dell’implicito e molte cose sulla letteratura, senza mai prendere troppo sul serio alcune urgenze che mi si paravano davanti, come è successo del resto a tanti della mia generazione. Tutte cose lontane, come lontana adesso mi appare quella vita, che ho interrotto dodici anni fa. Forse l’impresa mi ha sedotto non soltanto per una piccola ma concreta convenienza economica, quanto per l’autonomia che mi ha regalato stare da questa parte. A Tirana sono arrivato la prima volta il 10 marzo del 2014, soltanto per vedere com’era il posto e per verificare se fosse vero che qui gli imprenditori italiani non facevano fatica a far quadrare i conti. Le cose stavano realmente così. E nel giro di un anno ho trasferito la mia attività all’estero, di fatto spostando anche la mia vita qui. Ho trovato delle condizioni particolarmente favorevoli per portare avanti il mio progetto imprenditoriale e per dare seguito alle mie idee. Purtroppo in Italia non avrei mai potuto avere sbocchi e anzi la mia posizione stava già cominciando a mostrare preoccupanti problemi: permanente assenza di liquidità, esposizione finanziaria … due tra i mali più diffusi da noi, in pratica l’anticamera per il fallimento.   Continua a leggere →

12 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Cricket e romanzo. Selection Day

di Elena Spandri

[Questo articolo è già uscito su «Alias – il manifesto»].

River of Smoke, il secondo romanzo della trilogia storica di Amitav Ghosh, si chiude con un’amara considerazione pronunciata dal mercante di Bombay che si è arricchito sfidando gli inglesi nel contrabbando dell’oppio in Cina. L’unico risultato ottenuto da questo commercio insensato e dalla rovina di un intero popolo è stato insegnare alle nuove generazioni di indiani a “parlare l’inglese, indossare pantaloni e berretti e giocare a cricket”. Ebbene, l’ultimo romanzo di Aravind Adiga appena uscito per Einaudi nell’eccellente traduzione di Norman Gobetti (Selection Day, pp. 307, € 20) sembra ripartire da questo punto, con la differenza che Adiga converte la gravitas del dramma coloniale nell’ambigua leggerezza del racconto picaresco.

Il titolo, Selection Day, si riferisce a quella sorta di esame di maturità del giovane giocatore indiano di cricket che, dopo anni di duri allenamenti e inenarrabili sacrifici, ha un’unica occasione per dimostrare ai talent scout nazionali e internazionali che è degno di giocare in una grande squadra. Più che di una competizione sportiva della durata di un giorno, si tratta di un rito di passaggio dall’infanzia alla maturità, dall’oscurità alla fama e, in molti casi, dalla miseria alla ricchezza, che esige una scommessa originaria dagli esiti incerti sul talento di un ragazzo, una lunga e sofferta gestazione, e che non determina soltanto le sorti di singoli individui bensì quelle di interi clan familiari.

In questa storia rutilante ambientata a Mumbai a vivere nell’ossessiva proiezione del selection day non è soltanto un ragazzo ma due: i fratelli Radha e Majunath Kumar, figli di un venditore di chutney brutale e visionario, determinato a uscire dallo slum nel quale vive facendo di loro una coppia di “Giovani Leoni” del cricket unica al mondo. Continua a leggere →

12 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Altri versi

Altri versi si compone di tre appuntamenti con poeti contemporanei italiani.

Gli incontri si terranno a Siena, presso l’ex cappella (atrio) del complesso San Niccolò (Via Roma, 56, Siena) e inizieranno alle ore 18.00.

13 novembre_ ospite Massimo Gezzi.

Intervengono Stefano Dal Bianco e Francesca Santucci

21 novembre_ ospite Gian Mario Villalta.

Intervengono Stefano Dal Bianco e Daniela Gentile

 29 novembre_ ospite Elisa Biagini.

Intervengono Francesca Del Zoppo e Guido Mazzoni                                                               

La rassegna è a cura di Francesca Del Zoppo, Daniela Gentile, Francesca Santucci; è sostenuta dal Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne, dal Dottorato di Ricerca Internazionale in Filologia e Critica e da Samarcanda Gallery. Continua a leggere →

11 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Dream Pop

playlist di Italo Testa

Beach HouseBeyond Love (Depression Cherry, 2015)

Cocteau TwinsLorelei (Treasure1984)

Wild NothingParadise (Nocturne, 2012)

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