Le parole e le cose

Letteratura e realtà

20 dicembre 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Going North

Una playlist di Alessandro Broggi

Tord Gustavsen Ensemble, Live (Festival de La Roque d’Anthéron, 17 luglio 2011)

 

Mats Gustafsson, Solo (Reykjavik, 16 agosto 2013).

 

Esbjörn Svensson Trio, 301 (ACT, 2012).

 

Hildur Guðnadóttir, Opaque (Whitout sinking, Touch, 2009).

 

Chris Watson, Winter (In St Cuthbert’s Time, Touch, 2013).

 

Arvo Pärt, Quarta Sinfonia (Los Angeles Philharmonic Orchestra, Royal Albert Hall, 10 agosto 2010).

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19 dicembre 2014
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Fortini, o dell’imperdonabile

cropped-richter_10.jpgdi Niccolò Scaffai

Perdono e verità sono tra i lemmi più importanti del lessico poetico fortiniano: «Non è vero che saremo perdonati», si legge in Prima lettera da Babilonia (da Una volta per sempre, 1963); «Ma la verità non perdona», risponde, a distanza nel tempo, un verso di Considero errore… (nell’Appendice di light verses e imitazioni che chiude l’ultimo libro di poesie: Composita solvantur, 1994). Il perdono (anzi, la negazione del perdono) e la verità sono figure etiche e ideologiche tra loro connesse, specialmente nella poesia di Fortini. Ma la ricerca di una verità e la sua antagonistica affermazione non portano ad alcuna conciliazione; implicano piuttosto la necessità del rilancio, il gesto del confronto, al limite la tregua provvisoria. Fortini, perciò, non è uno di quegli imperdonabili a cui Cristina Campo intitolava un suo saggio famoso: non c’è in lui la velleità di fissare con occhi puri la bellezza cacciata dal mondo; non c’è, in particolare, la difesa dell’impassibilità come valore. Fortini non fu mai impassibile, specialmente di fronte alle urgenze storiche e civili, come illustrano gli scritti, i versi e la sua stessa esperienza. Fu semmai costante. Ci sono in lui, però, altre qualità dei cosiddetti imperdonabili: soprattutto la chiarezza, rivolta anche verso sé stesso. L’io dei versi di Fortini non si percepisce solo come il depositario di verità da impartire, ma anche come incarnazione, spesso dolorosa, di verità di cui convincere e convincersi per via di provocazione: «Com’è chi per sé vuole più verità / per essere agli altri più vero e perché gli altri / siano lui stesso, così sono vissuto e muoio» (Il comunismo). Il primo a non essere perdonato, né perdonabile, è Fortini stesso, come rivelano i suoi esami di coscienza, condotti per le interposte persone degli ‘amici’, degli interlocutori costantemente interpellati e spesso appunto provocati. Tra questi c’è Sereni. Fortini gli dedica A Vittorio Sereni (in Questo muro), ma soprattutto la splendida, l’intollerabile Leggendo una poesia (in Paesaggio con serpente): «Non ho mai capito gli altri né me stesso / ma il modo che ho di sbagliare questo sì. Se mi arriva / una verità è nel mezzo della fronte: è / un’accusa. Ragiono / senza comprendere. Mai sono dove credo». Continua a leggere →

18 dicembre 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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L’artiglio dello scrittore. Per Corrado Stajano

cropped-Boltanski_Geister6.jpgdi Claudio Magris

[Questo testo è stato letto alla presentazione di Destini. Testimonianze da un mondo perduto (Archinto) di Corrado Stajano, avvenuta il 20 novembre 2014 nella sede della Fondazione del Corriere della Sera, a Milano]

“Amava il particolare in nome del generale”. E’ questo che fa il buon giornalista, ma anche – e forse ancora di più – il vero scrittore. Corrado Stajano scrive queste parole in Destini a proposito di Cavallari, ma esse si adattano almeno altrettanto a lui, alla sua scrittura, e fanno di lui un forte, incisivo, pacato e insieme fulmineo narratore di destini, colti in poche asciutte pagine piene di echi, di risonanze, di scorci taglienti e indimenticabili. Destini raccoglie scritti e ritratti di un grande giornalista ed è l’opera di un autentico scrittore, di un narratore che solo la pigrizia classificatoria non ha ancora collocato come si deve nella letteratura italiana contemporanea e oggi tra i suoi maggiori rappresentanti, anche se non ha scritto nessun romanzetto su coppie in crisi o su miscele di sesso trasgressivo e family day.

Corrado Stajano ci ha dato libri che sono inchieste, ricostruzioni attente e precise di fatti luttuosi, turpi o umanamente eroici; ritratti memorabili di personaggi e vicende che hanno segnato la torbida storia italiana di questi anni e decenni, vittime di sanguinose e mefitiche collusioni fra politica e malavita, vittime della violenza di ogni genere, complici passivi e banali della perversione che ha inquinato la vita civile, esempi di quella terribile banalità del male che non è solo l’atrocità del Lager, che un famoso libro Hannah Arendt ha definito con queste parole, ma è anche l’opaca viltà quotidiana. Ma Stajano ha pure raccontato la storia di semplici e testardi eroi quotidiani, refrattari alla perversa logica del mondo che li circonda, eroi che non sanno di esserlo e non vogliono esserlo. Ora ferocemente ilare ora con profonda pietas, Stajano è andato alla ricerca dei sozzi complici dell’ingiustizia e dei piccoli ma in realtà grandi eroi della resistenza morale quotidiana, talora pagata con la vita, come l’eroe borghese Giorgio Ambrosoli. Continua a leggere →

17 dicembre 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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I dottori di ricerca dovrebbero avere la possibilità di insegnare a scuola

cropped-AdamMagyar_AMUF002_1.jpgdi Claudio Giunta

La ventottenne G. è una studiosa eccellente: si è addottorata quest’anno col massimo dei voti, ‘dà una mano in università’, ma senza alcuna prospettiva di assunzione o di contratto (troppo giovane, non ha potuto fare il concorso che – un grato pensiero ai dirigenti del MIUR, se mi stanno leggendo – ha saturato l’università per il decennio a venire), e per il resto lavora come cameriera, soprattutto d’estate e durante le feste di Natale. Le piacerebbe insegnare a scuola, qualsiasi scuola, dalle elementari ai licei, ma non può, perché – troppo impegnata col dottorato, che se preso sul serio è molto gravoso – non ha fatto il concorso per l’abilitazione (TFA) bandito due anni fa, né ha potuto accedere al Percorso Abilitante Speciale (PAS) riservato a coloro che avevano un’esperienza d’insegnamento di almeno tre anni (troppo giovane, di nuovo), né potrà iscriversi al ‘percorso abilitante’ biennale che il ministero e le università stanno organizzando per i prossimi anni.

È un grosso errore, e un grosso spreco. Dovremmo agire in modo tale da permettere alla ventottenne G. di andare, subito, a insegnare: lei e quelli come lei, gli addottorati d’Italia, dovrebbero avere la possibilità di entrare immediatamente nelle scuole, senza ulteriori corsi, prove, concorsi. Nel dossier ministeriale intitolato La buona scuola, che consta di 136 pagine, le parole dottorato e dottorandi neanche ci sono: come se quei giovani studiosi non avessero alcun rapporto con la scuola, come se fossero incamminati verso un futuro che non può e non deve avere alcun rapporto con l’insegnamento scolastico. Ed è così, infatti, ma – ripeto – è un errore. Continua a leggere →

16 dicembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Ritratto di Toti Scialoja

cropped-00132.jpgdi Eloisa Morra

[Cent’anni fa nasceva Toti Scialoja. Esce in questi giorni il saggio Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet) di Eloisa Morra. Quella che segue è la premessa del libro]

Nel leggere le poesie di Toti Scialoja viene da farsi la stessa domanda che Anna Banti si poneva recensendo Fenoglio: «Chi ha scritto le pagine che andiamo leggendo?»[1]. Fenoglio scomparve, senza essersi rivelato in pieno, a quarantuno anni, circa la metà di quelli che Scialoja (1914-1998) avrebbe vissuti. Malgrado nel suo arco biografico quest’ultimo abbia maturato in pienezza più vite d’artista, quella domanda così disarmata, e così essenziale, si ripropone anche per lui con la stessa urgenza interrogativa. Che si tratti dei nonsense sugli animali, aerei e sghembi, o delle poesie scritte nell’ultimo trentennio di attività, i versi di Scialoja – ricolmi di echi letterari, eppure come nati da se stessi – suonano nuovi, inattesi e difficilmente situabili in un orizzonte italiano (o sullo scaffale più o meno illustre in cui si allineano i suoi contemporanei).

Quando poi il lettore scopre che quei congegni dalla metrica perfetta, capaci di saltare in un soffio dal comico al malinconico, dall’assurdo all’angoscioso, sono opera di un noto pittore astratto, è coup de foudre. Eppure, oltre a radunare una cerchia di appassionati, grandi e piccoli, i suoi esperimenti poetici hanno generato anche reazioni di perplessità e diffidenza. Pittore o poeta? Poeta per adulti o per bambini? Autore comico o serio? La furia della reductio ad unum porta a risposte perentorie ed esclusive, che tendono a sottovalutare o addirittura a scartare una delle due componenti. È anche per questo, ma non solo, che la fortuna di Scialoja poeta non corrisponde a quella di Scialoja pittore:  Continua a leggere →

15 dicembre 2014
Pubblicato da Pietro Bianchi
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Quando il sintomo diventa immagine

cropped-unnamed1.jpg[Segnaliamo l’incontro Quando il sintomo diventa immagine, che si terrà domani, martedì 16 dicembre, a Milano.
David Cronenberg, Martin Scorsese, Harmony Korine, Paul Thomas Anderson: gran parte del cinema americano degli ultimi anni è riuscito, meglio di altre forme artistiche, a intercettare i cambiamenti profondi del legame sociale contemporaneo: dalla crisi della famiglia tradizionale, alle pulsioni distruttive del capitalismo finanziario, dalla pervasiva sessualizzazione dell’immaginario ai sempre più continui passaggi all’atto violenti. È davvero capace il cinema di oggi di esprimere l’inconscio dei soggetti della contemporaneità? Che cosa può dire l’immagine cinematografica sulla domande e la pratica della psicoanalisi?]

Martedì 16 Dicembre, ore 21
Milano, Auditorium via Bazzoni 2 (MM Conciliazione)

Scuola Lacaniana di Psicoanalisi – Milano

Intervengono:
Pietro Bianchi
Roberto Manassero

Coordina:
Matteo Bonazzi

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15 dicembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Gli Stati Uniti, il non-voto, la democrazia

cropped-Estes-Checkout.jpgdi Arnaldo Testi

[Questo articolo è uscito su pagina99we e su Short Cuts America].

Che cosa succede quando il non-voto diventa un dato permanente del sistema politico? E’ davvero un dettaglio secondario? Gli Stati Uniti dell’ultimo secolo possono essere un esempio su cui riflettere. Lì la crisi di partecipazione elettorale si è consumata nel primo trentennio del ‘900, quando l’affluenza alle urne alle elezioni presidenziali è scesa dall’80% di fine ‘800 al 50% del primo dopo-guerra, per poi assestarsi intorno al 60%.

E’ questa storica caduta di affluenza un riflesso della stabilità del sistema, come hanno sostenuto parecchi politologi, una forma di consenso silenzioso? In parte sì. Ma questa spiegazione, apparentemente ragionevole, ha anche un risvolto paradossale. Perché a essere più felici sarebbero i cittadini che meno beneficiano del sistema stesso, quelli più poveri e meno istruiti, che costituiscono la maggioranza dei non-elettori. Un’altra spiegazione è che costoro non abbiano a disposizione opzioni politiche significative per la loro vita. Il fatto che quasi metà degli elettori non senta la necessità di esercitare quel diritto segnala l’esistenza di un regime di organizzazione dei canali di partecipazione, delle alternative politiche e di partito, della definizione delle issues che è estraneo ai loro bisogni. Continua a leggere →

14 dicembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia

cropped-unnamed1.pngSegnaliamo il convegno annuale dell’Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura (Compalit). Gli incontri si terranno da mercoledì 17 dicembre a venerdì 19 dicembre, presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna. Qui si può leggere il programma completo del convegno, che quest’anno si intitola L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia.

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14 dicembre 2014
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Quattro poesie

cropped-Wolfgang-Tillmans-Concorde-04.jpgdi Silvia Albertazzi

National Gallery

Mi sono seduta di fronte al Francia
 …….- che non mi piace neanche tanto –
perché la sala
…….- la numero sei –
si chiama Bologna e Ferrara
e io avevo voglia di casa.
Al gioco delle attribuzioni
Ho confuso Tiziano e Veronese
Masaccio e Piero
Messina e Bellini.
Nella sala A
…….- aperta solo il mercoledì –
abbiamo passeggiato tra i quadri di Bartleby
le lettere smarrite della pittura.
Avrei voluto rubarne uno
…….- anche non se mi piaceva –
per portarlo alla luce
fuori dal sotterraneo
ma tutte le cornici erano allarmate.

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