Le parole e le cose

Letteratura e realtà

23 gennaio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Donald Trump. Che cosa avrebbe detto Lasch?

di Claudio Giunta

[Una prima versione di questo articolo è uscita su «Il Foglio»]

Christopher Lasch aveva capito tutto? Chi ha letto i suoi libri se lo sta domandando da qualche tempo, a mano a mano che in Occidente i partiti di sinistra hanno perso appeal sul loro elettorato tradizionale, e soprattutto dopo che un mese fa Donald Trump, «il demagogo che afferra le donne per la fica, che costruisce il muro, che nega il riscaldamento globale, che abolisce la sanità pubblica, che evade le tasse, che spande merda dalla bocca» (Jonathan Pie: non perdetevi il suo video girato la mattina del 9 novembre), è stato eletto presidente degli Stati Uniti.

Lasch (1932-1994) è stato uno dei più originali e influenti intellettuali americani della seconda metà del Novecento. Per fissarne il profilo in poche parole si possono usare quelle che un suo coetaneo, il sociologo Neil Postman, ha adoperato per descrivere se stesso: «Io sono quello che si può chiamare un conservatore. Questa parola, naturalmente, è ambigua, e il significato che le date può essere diverso da quello che le do io. Forse ci capiamo meglio se dico che dal mio punto di vista Ronald Reagan è un radicale. È vero che parla in continuazione dell’importanza della difesa di istituzioni tradizionali come la famiglia, l’infanzia, l’etica lavorativa, il sacrificio personale e la religione. Ma in realtà al presidente Reagan non interessa affatto se queste cose vengono difese […]. Non avrete potuto fare a meno di notare che ciò che veramente vuole è difendere il libero mercato, incoraggiare lo sviluppo di tutto ciò che è nuovo, e far sì che l’America sia all’avanguardia nella tecnologia. È quello che si può chiamare un estremista del libero mercato» (Conscientious Objections, New York, Vintage Books 1988). Continua a leggere →

22 gennaio 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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“Prega con gli occhi aperti”. Scorsese e il Silenzio della fede nel mondo

di Pietro Bianchi

“Quando il mondo si commosse e il sole oscillò nel cielo, non fu al momento della crocefissione ma al grido dall’alto della croce: il grido che confessò che Dio era stato abbandonato da Dio. E ora lasciate che i rivoluzionari scelgano un credo tra tutti i credi e un dio tra tutti gli dèi del mondo, pesando con la massima cura tutti gli dèi dal ritorno inevitabile e dall’inalterabile potere. Essi non ne troveranno un altro che sia stato in rivolta anche lui. Anzi (il tema si fa sempre più difficile per essere trattato in termini umani) lasciate che gli atei stessi scelgano un dio. Essi non troveranno che una divinità che abbia manifestato il suo isolamento: non troveranno che una religione in cui Dio sia apparso per un istante ateo.”[1] Sono queste le parole che Chesterton usava in Ortodossia per mettere a tema lo scandalo del cuore ateo del cristianesimo: l’idea che per un momento sia stato Dio stesso a vacillare e a non credere più in Dio. È l’idea che “in quel terrificante racconto che è la passione ci sia una chiara e suggestiva allusione al fatto commovente che l’autore di tutte le cose (in qualche impensabile maniera) passò non solo attraverso l’agonia ma anche attraverso il dubbio”.

È da qui che nasce l’idea che l’esperienza del dubbio, del peccato, del vacillamento della fede, persino della maledizione di Dio – in una parola della caduta – siano una parte fondamentale e costitutiva di ogni esperienza della grazia. È legato a questo il concetto di un Dio incompleto e privo di onnipotenza: perché non è separato dal mondo che ha creato, ma si trova nel mondo (che poi vuol dire nella storia), accanto agli uomini, a soffrire delle pene e dell’insensatezza del mondo con loro. Nel momento del vacillamento della fede in Dio sulla croce, è Cristo stesso che esprime il fatto che il Dio cristiano non può ricostituire la pienezza naturale del senso. Che il mondo è fratturato, incompleto, incapace di redimere completamente la sofferenza della carne e dell’esistenza. Che se una grazia ci può essere non è nella forma della negazione ultraterrena delle pene della terra ma è nella forma della frattura stessa del senso terreno. Lo dice ancora una volta Chesterton in un modo davvero stupefacente accusando le filosofie moderne di essere “catene che uniscono e legano” mentre è solo il Cristianesimo a essere “una spada che separa e mette in libertà”. Ed è proprio per questo che il gesto divisivo che ha spezzato l’universo lo ha ridotto in mille anime viventi, che sono il segno della libertà dell’uomo e nello stesso il marchio dell’incompletezza ontologica dell’universo. È il cristianesimo insomma che ha detronizzato il Dio come signore del mondo e custode del senso pieno dell’universo e l’ha gettato nel negativo della storia. È nel cuore stesso del cristianesimo che vi è un dubbio riguardo a Dio stesso. Continua a leggere →

21 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’amore e la violenza

playlist di Italo Testa

Sébastien Tellier, L’amour et la violence (Sexuality, 2008)

Baustelle, Amanda Lear (L’amore e la violenza, 2017) Continua a leggere →

20 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le università americane e Donald Trump

di Mimmo Cangiano

“The enemy is now and has always been the four threats of white supremacy, patriarchy, capitalism, and militarism”. (BLM)

“Her loss was a major setback for cultural Marxism and its contemporary manifestations, a pernicious ideology that deserves to be squarely acknowledged in order to permanently eject it from America’s public square”. (Victor Gaetan, Washington Examiner)

  1. Academic Freedom

Pochi giorni fa il Prof. George Ciccariello-Maher della Drexel University (particolarmente famoso negli ambienti della sinistra radicale statunitense e latino-americana per le sue analisi sul Venezuela di Chávez[1]) si è ritrovato al centro di un bailamme mediatico a causa di questo tweet natalizio: “All I want for Christmas is white genocide”.
Il consiglio amministrativo della Drexel ha scelto la posizione dell’ambiguità. Da un lato ha affermato di non essere divertito dal tweet del suo Faculty e di considerarlo “molto seriamente”, dall’altro ha ribadito il pieno diritto del professore ad esprimere le proprie idee nel dibattito pubblico: ha ribadito la sua “Academic Freedom”.
Il diritto alla libertà accademica (formalizzato negli Stati Uniti nel 1940) serve a garantire all’insegnante piena libertà nella scelta degli argomenti da trattare in classe, così come piena libertà nel taglio critico/interpretativo. Un docente ha il diritto di presentare il Venezuela di Chávez come esempio di un socialismo funzionante e rispettoso delle libertà individuali; un altro docente può insegnare il creazionismo come valida alternativa all’evoluzionismo. È in fondo un principio di natura liberale, in cui gli inevitabili scompensi culturali e ideologici che si creano saranno in teoria riassorbiti, da un lato, mediante la longa manus della comunità scientifica, e dall’altro attraverso le scelte degli studenti riguardo a università dove iscriversi e classi da seguire. Le aporie culturali della libertà accademica sono state ampiamente analizzate senza che si arrivasse ad una soluzione soddisfacente. Come spesso accade, però, fra una citazione da Zola e una da Leo Strauss, ciò che è rimasto fuori dal dibattito è la capacità di fidelizzazione che la libertà accademica – in quanto privilegio – comporta per gli intellettuali. Continua a leggere →

19 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La mano pesante di Gadda. Sul nuovo Eros e Priapo

di Andrea Cortellessa

[Oggi, alle 15, nell’aula Odeion dell’Università di Roma La Sapienza, si terrà un incontro sulla nuova edizione di Eros e Priapo (Adelphi), con Paola Italia, Giorgio Pinotti, Andrea Cortellessa e Raffaele Donnarumma].

In una voce d’enciclopedia colla quale – alla maniera del primo di tutti i gaddisti (e gaddòfili), Gianfranco Contini – un altro maestro ha voluto suggellare il suo magnifico, breve quanto concentrato, libro su Gadda (quello uscito la scorsa primavera nelle «Silerchie» del Saggiatore), Stefano Agosti ha inscritto l’esperienza del nostro massimo narratore novecentesco sotto l’insegna dell’indecidibilità: che «intride tutta la pasta espressiva, dai piani profondi a quelli di superficie (la lingua, lo stile)»[1]. Agosti ricorre all’autorità di Derrida – laddove, nel caso in oggetto, più direttamente si può pensare al concetto di compossibilità, che Gadda desumeva dal “suo” filosofo, Leibniz (condendolo, peraltro, di decisivi succhi freudiani). Se per esempio si legge au ralenti la stratificazione lunga e convulsa del capolavoro, il Pasticciaccio, ci si finisce per convincere che, se dell’assassinio di Liliana Balducci l’autore non rivela ai lettori il colpevole, è perché, metafisicamente indeciso appunto fra le due indiziate maggiori, non lo sa neppure lui. (Ancorché, in clausola, Ingravallo – «la sua anima», anzi – «intende» la verità; in questo senso, come sostenne l’autore, il romanzo è da intendersi «letterariamente concluso. Il poliziotto capisce chi è l’assassino e questo basta»[2]. Il poliziotto, si badi: non l’autore.)

Riguardo alla vexata quæstio dei rapporti col fascismo (al quale Gadda s’iscrisse «antemarcia», nel ’21, alla vigilia dell’esilio da “migrante economico” in Argentina), non si può non ricorrere a una medesima ermeneutica a soluzioni multiple: l’unica che possa dar conto delle scelte schizoidi di questo io diviso che a buona ragione definì se stesso un «dissociato noètico»[3]. L’identica firma, infatti, appare in calce a una serie di inverecondi articoli apologetici ed encomiastici nei confronti del regime – pubblicati sulle sue riviste fra il 1937 e il ’42[4] – ma, in stretta contemporaneità, anche ai «tratti» dell’altro capolavoro, La cognizione del dolore – anch’esso su rivista, l’a-fascista «Letteratura», fra il ’38 e il ’41 –, nel quale assurge a cataclisma d’un cosmo out of joint l’omicidio della «Señora», la madre del protagonista-avatar Gonzalo Pirobutirro, da parte di quei vigilantes, i «Nistitùos provinciales de vigilancia para la noche» – che, nel pastiche sudamericano del romanzo, allegorizzano le squadre fasciste.

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17 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lame

di Gabriele Pedullà

[Esce oggi in libreria Lame (Einaudi), primo romanzo di Gabriele Pedullà, che nel 2009 aveva pubblicato, sempre da Einaudi, la raccolta di racconti Lo Spagnolo senza sforzo.
Lame racconta la storia di due “ragazzi di mezza età”, Ruggiero e Olimpia, e del loro incontro con una compagnia di pattinatori dilettanti che ogni fine settimana si dà appuntamento al Pincio di Roma (la “Chiesa”). I due brani che seguono, collocati in chiusura dei capitoli cinque e sette, affrontano uno dei temi del libro: il rapporto tra proliferazione delle immagini, memoria e nostalgia del presente].

Sul principio generale, però, si trovavano entrambi d’accordissimo con Bess: se la Chiesa voleva continuare a crescere, gli scatti di Olimpia erano essenziali. Anche sul lavoro, d’altronde, il capo glielo ripeteva sempre: – Se non lo fotografi, non è successo –. Difficile dargli torto su una cosa come questa. Ma non era da lui che Olimpia e Ruggiero avevano appreso quella che entrambi consideravano una verità triviale. Semplicemente, non c’era nulla che avessero da apprendere in proposito. Lo sapevano da sempre, loro e i loro coetanei (se non lo fotografi, non è successo: certo), ma allo stesso tempo avevano la sicurezza di non averlo mai saputo con tanta precisione come da quando tutti i telefonini erano venduti con una macchina fotografica incorporata e, insomma, non era più come quando, a quindici anni, Olimpia aveva iniziato a fare i primi esperimenti con le focali lunghe su un vecchio ordigno della guerra fredda ancora targato DDR messole in mano da uno zio. Niente più pellicola, tanto per incominciare (niente più limiti agli scatti). E poi il fatto stesso di avere la macchina sempre a disposizione. Questo secondo aspetto era ancora più importante, se possibile. Usami, dài: usami (visto che mi hai comprato, visto che mi hai pagato e che non costa nulla). Non era semplice resistere a un richiamo del genere. E in fondo perché, poi? Come i loro amici, Ruggiero e Olimpia avevano cominciato a scattare foto col telefonino per gioco, per noia, per sfida, per emulazione: o perché tutti le dicevano che lei aveva un occhio speciale e allora tanto valeva che. In questi casi non c’era mai penuria di ottime ragioni. Uno squarcio di quella Roma bellissima, che dopo tanti anni ancora li sapeva emozionare. La vergogna dei cassonetti pieni e della spazzatura rovesciata in strada. Un autoscatto con i colleghi durante la pausa pranzo. Il soriano così tenero della vicina (ma erano solo degli esempi casuali). Continua a leggere →

16 gennaio 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Rileggendo Gomorra

di Mario Pezzella

È divenuto difficile leggere Gomorra[1]. Fantasmi di film, di serie televisive, la stessa icona televisiva dell’autore, affollano l’immaginazione, e ostacolano il ritorno senza interferenze alle righe scabre, dure, talvolta faticose del testo originale. In questo caso gli effetti della ricezione del romanzo rischiano paradossalmente di impedirne la lettura. Alcuni dei personaggi hanno subito il destino degli archetipi del cinema “nero” hollywoodiani, diventati modelli di comportamenti reali (e di identificazioni ambigue da parte degli spettatori). Il boss Savastano della serie televisiva è ormai un eroe popolare, avvicinato per somiglianza fisica all’allenatore del Napoli Calcio; adolescenti di vari strati sociali napoletani si vestono e si acconciano i capelli come Savastano junior. Pensare che Saviano stesso aveva lucidamente analizzato questo fenomeno nel suo libro; eppure la spettacolarizzazione ha coinvolto gli stessi personaggi di Gomorra e soprattutto quelli nati per partenogenesi dagli episodi della serie, fino a costringere l’autore a prenderne atto nel suo ultimo romanzo, dove tre appartenenti alla “paranza dei bambini” sono “pettinati alla Genny Savastano”[2]. Difficile dire se Saviano sia oggi consapevole della distanza che separa la potenza critica di Gomorra dalla spettacolarizzazione inevitabile della serie. Ancor più difficile dire se avrebbe potuto sottrarsi a quella che egli stesso ha subito, accettando l’ospitalità di numerose trasmissioni del regime televisivo attuale. Meglio tentare un esperimento mentale: tornare a quelle righe scritte da un giovane sconosciuto di 26 anni e alla loro essenzialità narrativa, che ha pochi rivali nella letteratura italiana degli ultimi tempi.

Postilla. In queste pagine definisco Gomorra come romanzo. Quando l’ho fatto parlando in pubblico la cosa ha suscitato qualche stupore, perché di solito si considera il libro un pamphlet di denuncia, oppure una sorta di documentario sociologico. A tal proposito vorrei si ricordasse che nella letteratura nata a Napoli esiste un vero e proprio genere specifico, che mescola scrittura giornalistica e finzione e questo intreccio costituisce una vera e propria struttura narrativa. Continua a leggere →

15 gennaio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Insciallà o Della Buona Scuola

di Enrico Rebuffat

[Ieri il governo Gentiloni ha approvato otto decreti attuativi della Buona Scuola. È l’occasione per ritornare su uno dei provvedimenti più controversi del governo Renzi].

Il mio amico Ahmed, che viene dal Ghana, me lo dice spesso. Io gli auguro di trovare un lavoro e di sistemarsi in Italia, e lui risponde: insciallà. Io gli dico: ci vediamo qui tra cinque minuti, e lui risponde: insciallà. Se dio vuole, insciallà. I progetti che noi uomini possiamo concepire, dal piano più complesso e improbabile fino alla determinazione più semplice e immediata, sono ugualmente soggetti alla volontà imperscrutabile di dio. Tutti sono possibili, quindi, e nessuno è certo; in ogni caso, non è il nostro contributo quello decisivo ai fini del loro compimento. Volendo prendere questa concezione alla stregua di una filosofia, credo di poterla capire e mi affascina anche; ma a dir la verità, quando la vedo applicata a progetti importanti provo un po’ di disappunto, mentre quando si parla di rivedersi dopo cinque minuti mi viene da sorridere: perché non posso fare a meno di pensare che la filosofia dell’insciallà tenda a sottrarre alla ragione umana il compito che le è proprio. Se c’è una cosa in cui mi sento “occidentale”, come si dice, cioè sostanzialmente greco e latino, è questa: quisque faber fortunae suae, ciascuno è artefice della propria sorte. E come si è artefici della propria sorte? Nella nostra tradizione culturale, lo si è facendo diagnosi razionali dei bisogni e dei desideri, ipotizzando razionalmente terapie per curare i mali e piani per realizzare gli intenti, soppesando a lume di ragione le possibilità di successo delle nostre stesse ipotesi. Si può fallire, ci si può ingannare, ma per noi questa è la via. Non sono migliore di Ahmed (che difatti ha saputo varcare il mare, mentre io per mia fortuna non so se ne sarei capace): ho solo letto Ippocrate, Tucidide e Aristotele; e ho letto Tommaso, Alberto e Dante, che dinanzi ai misteri della fede esclamava “matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer l’infinita via / che tiene una sustanzia in tre persone”, ma di fronte a un progetto di riforma delle cose umane non avrebbe risposto se Dio vuole neppure al papa (anzi, tantomeno a lui). Li ho letti e ormai non posso più tornare indietro. Continua a leggere →

14 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Blue

playlist di Italo Testa

[Questa playlist è un omaggio a: Maggie Nelson, Bluets, Wave Books, 2009 (it)].

Billie Holiday, Lady Sings the Blues (Lady Sings the Blues, 1956)

Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat (Songs of Love and Hate, 1971) Continua a leggere →

13 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Italia

di Charles Wright

[È uscito in questi giorni Italia di Charles Wright (Donzelli, Poesia n.61). Fra i maggiori poeti americani della sua generazione, Charles Wright (1935) ha scritto nel corso del tempo molte poesie sull’Italia e su temi italiani. Questo volume, curato da Damiano Abeni e Moira Egan, le raccoglie e le traduce. Presentiamo una scelta di testi]

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Altri hanno aperto il cammino,
svanendo nel sonno, i letti
sfatti, lenzuola ancora intrise
da ciò che li ha messi in disparte—
il cancro o i polmoni malati, la nuvolaglia
della vecchiaia che avanza, l’incenso
torpido del suicidio …

E lui è sopravvissuto,
o si è rifiutato di accodarsi, e adesso
passeggia nello stroboscopio lento del sole,
o siede nelle sue stanze ovattate,
e si chiede dove le cose sono andate storte,
e tende l’orecchio alla trasmissione, al sommesso
frusciare d’ali, al tuffo di un remo. Continua a leggere →