Le parole e le cose

Letteratura e realtà

24 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un’idea di laicità. Sul crocifisso nelle istituzioni pubbliche

di Mauro Piras

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo articolo di Mauro Piras è uscito il 20 febbraio 2012].

L’Italia è un paese curioso. Nel bel mezzo di una crisi economica e finanziaria senza precedenti, dovremmo occuparci solo di problemi materiali, ben concreti. Eppure, anche in questo contesto, ci ritroviamo a discutere di cose religiose. Per ragioni serissime: finalmente si parla di limitare i privilegi della Chiesa in materia di Ici, ma con che timidezza. Oppure per ragioni ridicole, come le reazioni smodate delle autorità ecclesiastiche alle quattro sparate populiste di un mediocre (e anziano) cantante a Sanremo. E la supina obbedienza dei vertici Rai. Lo spirituale e il materiale si intrecciano mirabilmente, in questo paese. La non-laicità dello stato penetra terreni in apparenza ben lontani da essa.

Qualche mese fa, il confronto sulla laicità si giocava, con toni anche duri, sulla presenza del crocifisso nelle scuole. La Corte europea dei diritti dell’uomo prima ha detto di toglierlo, poi ha detto di rimetterlo. Molti intellettuali (anche di sinistra) si sono precipitati a difendere il valore del crocifisso, “a prescindere”. Adesso, certo, abbiamo ben altre grane. Questo piccolo elemento di arredo scolastico sembra diventato piuttosto irrilevante. Eppure, le strane incursioni della religione in territori non suoi mostrano che non è così. L’opacità della nostra coscienza pubblica in materia di laicità ci costa (letteralmente) su diversi fronti. E quel simbolo appeso ai muri di scuole e tribunali continua a essere un problema. Continua a leggere →

23 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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La rivolta della borghesia salariata

cropped-Follow-Your-Dreams.jpgdi Slavoj Žižek

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo scritto di Žižek è uscito il 17 febbraio 2012].

Come ha fatto Bill Gates a diventare l’uomo più ricco d’America? La sua ricchezza non ha nulla a che fare con la capacità di produrre un buon software a prezzi inferiori alla concorrenza o con la capacità di sfruttare i lavoratori in modo più efficace (la Microsoft retribuisce i suoi lavoratori intellettuali con uno stipendio relativamente alto). Milioni di persone continuano a comprare il software Microsoft perché Microsoft si è imposto come uno standard quasi universale, praticamente monopolizzando il campo, come un’incarnazione di ciò che Marx chiamava il General Intellect, la conoscenza collettiva in tutte le sue forme, dalla scienza al know how pratico. In effetti Gates ha privatizzato parte del General Intellect ed è diventato ricco appropriandosi della rendita che ne consegue.

La possibilità di privatizzare il General Intellect era un evento che Marx non aveva previsto nei suoi scritti sul capitalismo (in gran parte perché ne trascurava la dimensione sociale). Eppure questo fenomeno è al centro delle lotte odierne sulla proprietà intellettuale. Nel capitalismo post-industriale il ruolo del General Intellect, fondato sulla conoscenza collettiva e la cooperazione sociale, cresce. Di pari passo la ricchezza si accumula in modo sproporzionato al lavoro impiegato per produrla. Il risultato non è l’auto-dissoluzione del capitalismo, come Marx sembrava credere, ma la trasformazione graduale del profitto generato dal lavoro sfruttato in una rendita acquisita attraverso la privatizzazione della conoscenza. Continua a leggere →

22 aprile 2014
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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“Il n’y a pas de rapport sexuel”

durerdonna.jpgdi Gianluigi Simonetti

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. L'articolo di Gianluigi Simonetti è uscito il 13 febbraio 2012].

1. È appena uscito nelle sale francesi Il n’y a pas de rapport sexuel, di Raphaël Siboni, giovane parigino che viene dal mondo del documentario e delle arti plastiche. L’opera è costituita da immagini di making of riprese sui set dei film di Hervé Pierre-Gustave, in arte HPG, quarantacinquenne regista, produttore e attore di film pornografici piuttosto noto in Francia: lo si potrebbe definire una specie di equivalente transalpino di Rocco Siffredi, se non fosse per un giro d’affari, un universo formale e un approccio al genere piuttosto lontani da quello dell’omologo italiano (tra i due c’è comunque stima reciproca, pare). In HPG, autobiographie d’un hardeur lo stesso Gustave ricorda come all’inizio della carriera amasse recarsi nelle cabine dei sex shop della Rue Saint Denis per masturbarsi guardando i primi film che lui stesso aveva girato; a consacrazione avvenuta, HPG deve aver deciso che trovava più appagante guardarsi filmare. Per circa dieci anni ha tenuto in un angolo del suo studio una telecamera installata su un treppiede, accendendola all’inizio di ogni sessione di lavoro. Quando il produttore Thierry Lounas ha saputo dell’esistenza del repertorio – migliaia e migliaia di ore di girato – ha proposto a Siboni di lavorarci sopra. Il risultato è un’opera di montaggio che documenta soprattutto ciò che avviene dietro le quinte di un hard: la preparazione del set, la scelta e l’addestramento degli attori, le pause e i commenti tra un ciak e l’altro, le foto e i trucchi di scena. Ma non mancano puntate nei film veri e propri, specialmente quando a entrare in azione, camera a mano, è lo stesso HPG. Continua a leggere →

21 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il destino dell’intellettuale /5. I diritti umani come ideologia

cropped-desert-storm-pc.jpgdi Rino Genovese

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. L'articolo di Rino Genovese è uscito il 16 febbraio 2012].

Nel 2011 un ex “nuovo filosofo” francese, di cui è superfluo ricordare il nome, effettuò un’azione di lobbying presso il più alto potere politico del suo paese per perorare la causa dell’intervento militare occidentale nella Libia sconvolta dalla guerra civile. In un libro di oltre seicento pagine sulla vicenda, pubblicato a tambur battente, l’ex “nuovo filosofo” dà l’impressione – verità o millanteria? – che senza la sua mediazione, senza i rapporti diretti da lui stabiliti tra l’organo dell’opposizione libica, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), e il presidente della repubblica francese, la guerra in Libia non ci sarebbe stata.

Com’è noto, la questione sollevata inizialmente era quella di una dichiarazione da parte dell’Onu di una no fly zone per la difesa della città di Bengasi, minacciata dalla forza aerea oltre che dai carri armati di Gheddafi. L’idea di fondo, per quanto neutralista o utopica possa sembrare, sarebbe stata di porre i contendenti libici su un piano di relativa parità nell’uso degli strumenti bellici, così da favorire un “cessate il fuoco” e avviare dei negoziati che mettessero fine alla guerra civile. Ma il presidente francese (tra parentesi giù nei sondaggi e alla ricerca di consensi), ottenuta la risoluzione dell’Onu, si diede immediatamente a scavalcarla con bombardamenti ad ampio raggio, trascinando con sé prima il Regno Unito e poi la Nato. Quello che sarebbe dovuto essere un uso della forza limitato, finalizzato alla ricerca di un’intesa tra le parti, mutò in breve nella solita guerra occidentale guerreggiata dall’alto, nel prosieguo anche con assistenti militari a terra, in appoggio agli sbrindellati ribelli libici che, dopo mesi di alterne vicende, arrivarono a sbarazzarsi di Gheddafi linciandolo. Continua a leggere →

20 aprile 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Tre anni in uno, scarso. Intervista con Andrea Fogato

cropped-schel2-1.jpgdi Claudio Giunta

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. L’intervista con Andrea Fogato è uscita il 3 febbraio 2012].

Laureato in Lettere all’Università di Trento, nel 2010 e nel 2011 Andrea Fogato ha lavorato in uno di quegli istituti a cui ci s’iscrive per recuperare gli anni scolastici, prima come insegnante di italiano e storia, poi come impiegato. Si tratta, a tutti gli effetti, di una scuola: ci sono le aule, gli insegnanti, una segreteria, una direzione. Sono attivi vari corsi di studio: liceo, ragioneria, geometri e ITAS (Istituto Tecnico Attività Sociali). Le lezioni si svolgono per lo più al mattino, talvolta al pomeriggio. Gli insegnanti spiegano e fanno sostenere verifiche. A metà anno viene anche rilasciata una pagella. Si possono fare due o tre anni in uno. L’anno della maturità fa caso a sé per le ragioni che si vedranno. Da ottobre a maggio l’istituto prepara lo studente a sostenere l’esame di idoneità (alla classe terza se per esempio si frequentano la prima e la seconda) o l’esame di maturità presso una scuola paritaria con la quale l’istituto ha stretto un accordo di collaborazione. Immagino che molti sappiano come funziona questa macchina. Io non lo sapevo, e Fogato mi ha aiutato a farmene un’idea un po’ più precisa.

Cos’è un centro per il recupero degli anni scolastici? Come funziona? Chi ci lavora?

È un’azienda come un’altra. Un’azienda che, per sopravvivere, deve assicurare ai suoi clienti un certo risultato. Nel contratto che viene stipulato si garantisce al cliente, nel caso di bocciatura, la gratuità del successivo anno di studi: di fatto, il rischio è minimo, la promozione è quasi assicurata. Il corpo docenti è formato da laureati che non hanno trovato spazio nella scuola pubblica. Di solito vengono assunti con contratti a tempo determinato o a progetto; l’azienda preferisce che abbiano la partita IVA. Sono quindi dei collaboratori pagati a ore. La maggior parte di loro ha un’altra attività, anche se la direzione tende a dare l’orario pieno a tutti, in modo da avere un corpo insegnanti ridotto. Succede così che un laureato in Lettere insegni italiano, storia, geografia, filosofia e storia dell’arte per classi di liceo scientifico o geometri, che vanno dalla prima alla quinta. Nella scuola pubblica una cosa del genere è impossibile: qui invece si può, dato il livello generalmente basso delle lezioni.

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19 aprile 2014
Pubblicato da Guido Mazzoni
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Sul romanzo contemporaneo/1. «Le Benevole» (2006) di Jonathan Littell

cropped-fontana4.jpgdi Guido Mazzoni

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Il saggio che segue è uscito il 27 gennaio 2012].

Le Benevole [Les Bienveillantes, Paris, Gallimard, 2006] è uno dei romanzi più importanti usciti in Europa nel primo decennio del XXI secolo. Deve la propria forza e il proprio contenuto di verità al tema che affronta e alla maniera in cui lo affronta. Littell narra, in modo nuovo e illuminante, il trauma storico centrale del Novecento, e lo fa usando, in modo nuovo e illuminante, i mezzi conoscitivi del romanzo in quanto forma simbolica, in quanto dispositivo per interpretare la realtà. Le recensioni si sono concentrate quasi sempre sui contenuti manifesti; io vorrei riflettere sull’immagine del mondo che l’opera comunica partendo dai contenuti latenti, cioè sedimentati nella struttura del testo.

I

Il romanzo racconta la storia di Maximilien Aue, un ufficiale nazista che assiste o partecipa a alcuni episodi decisivi della Seconda guerra mondiale: Babij Jar, Stalingrado, i piani per la Soluzione finale, l’ingresso delle truppe sovietiche a Berlino. Il primo elemento di fascino e di scandalo sta nella scelta della voce narrativa: Aue racconta in prima persona. Concedere diritto di parola a un personaggio simile significa usare fino in fondo due tratti essenziali del romanzo come genere. Il primo è la possibilità di accedere alla vita interna di una persona diversa da noi. Mentre il patto su cui si fonda la storiografia moderna obbliga lo storico a parlare solo di ciò che ha lasciato traccia nei documenti, mentre i saperi concettuali – dalle «scienze dell’anima» premoderne alle psicoanalisi del XX secolo – reificano i contenuti della vita psichica altrui, tramutando i pensieri e le passioni in una res che lo sguardo analitico scompone, la narrativa di finzione può narrare, per via ipotetica, le passioni e i pensieri di personaggi reali o verisimili, mostrando il mondo interno degli altri e trattando gli altri come esseri dotati del nostro stesso diritto: il diritto di essere un epicentro di senso, un soggetto, una prima persona. In un testo come Le Benevole, la conseguenza necessaria del privilegio introspettivo concesso al romanziere è una forma di prospettivismo radicale: anche un nazista può raccontare il proprio mondo e i propri valori; anche un nazista ha diritto di parola. Continua a leggere →

18 aprile 2014
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La pornografia, o la logica culturale del nostro tempo

pipe.jpgdi Emiliano Morreale

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione normale. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. L’intervento di Emiliano Morreale è uscito il 13 gennaio 2012].

Le immagini di sesso esplicito, per lungo tempo vendute e consumate in maniera più o meno sotterranea e illegale, nel corso del decennio hanno invaso gli schermi domestici. Dal 1988 al 2005 i titoli a luci rosse negli Usa sono passati da circa 1200 a più di 13.500 l’ anno (la Hollywood “ufficiale” ne produce circa 400). Secondo i dati più attendibili, nel 2006 erano attivi almeno 4 milioni di siti porno: il 12% di tutta la distribuzione online (oggi saranno molti di più, visto che ne nascono circa 270 al giorno). Una parola su quattro inserita nei motori di ricerca, e un download su tre, sono di carattere pornografico. La vera mutazione però è qualitativa, e non riguarda i singoli prodotti, ma la struttura del sistema. Il cinema, la televisione, la moda hanno un “doppio” osceno sotterraneo e rimosso, che sempre più viene a galla al tempo di Internet.

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17 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il beneficio dell’influenza. Conversazione con Michele Mari

cropped-Michele-Mari.jpgdi Walter Nardon

[È uscito in questi giorni il nuovo romanzo di Michele Mari, Roderick Duddle (Einaudi). Pubblichiamo di seguito la conversazione tenuta a Trento nell’ambito del quarto Seminario Internazionale sul Romanzo (SIR.IV 2011-2012), i cui lavori sono usciti a fine 2013 (Avventure da non credere. Romanzo e formazione, a cura di Walter Nardon, Editrice Università degli Studi di Trento)].

Walter Nardon: In un passo della Vita di Benvenuto Cellini (Libro I, cap. 12) si accenna alla “scuola del mondo”, vale a dire alla famosa vicenda in cui Michelangelo e Leonardo furono incaricati di affrescare ciascuno una parete nella Sala del Maggior Consiglio – poi Sala dei Cinquecento – in Palazzo Vecchio a Firenze. I due maestri cominciarono il lavoro, prepararono i cartoni, ma non conclusero mai le loro opere. Cellini ricorda che, finché i due lavori “gli stettero in piè, furno la scuola del mondo” perché tutti quelli che volevano intraprendere un mestiere nelle arti dovevano recarsi copiare le opere in progress. Le intenzioni dei maestri, come pure i due lavori incompiuti, sono noti oggi solo dalle copie che gli allievi realizzarono. Una copia famosa della Battaglia di Anghiari di Leonardo è opera di Rubens, che naturalmente la disegnò a partire da un’altra copia. La sala fu infatti conclusa seguendo un nuovo progetto: Giorgio Vasari ebbe l’incarico di risistemarla e di dipingerla, così gli abbozzi dei due lavori furono ricoperti e andarono perduti (anche se gli Americani li stanno ancora cercando). La vicenda, cui si ispira questo seminario, ricorda che chiunque voglia impegnarsi nell’arte deve confrontarsi con le opere dei maestri e deve cominciare a farlo fin dagli anni della sua formazione, oggi diremmo da quelli dell’istruzione scolastica. Quale forma prende, però, questo rapporto? In che modo ci si confronta con i maestri? Cosa resta di questo confronto? Molti anni fa, riflettendo su questo tema, Harold Bloom parlò di angoscia o ansia dell’influenza: The Anxiety of Influence. Scegliendo di intitolare questo incontro Il beneficio dell’influenza, tu hai espresso l’intenzione di partire da una prospettiva che si oppone decisamente al libro di Bloom. Ti ringrazio e ti cedo dunque subito la parola.

Michele Mari: Partirò dall’occasione contingente che mi ha fatto venire in mente questo titolo. Ero stato invitato da Marcello Fois a tenere una lezione in una scuola di scrittura, a studenti che avevano già superato numerosi corsi ed esami. Preciso che non ho mai voluto insegnare in una scuola di scrittura, perché non credo che la scrittura letteraria sia una materia insegnabile, perché non credo di essere la persona adatta, perché non saprei da che parte cominciare. Quando invece mi si chiede di parlare delle mie idiosincrasie, o del modo in cui io lavoro, allora rispondo: se vi interessa ve lo racconto, ma senza alcuna ambizione cattedratica e senza alcuna intenzione esemplare. Continua a leggere →

16 aprile 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Senato a sorteggio

cropped-sorteggio.jpgdi Italo Testa

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo. Continua a leggere →

15 aprile 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Solovki

cropped-Solovki.jpgdi Claudio Giunta

[Il nome tecnico è ‘crowdfunding’, che in italiano si potrebbe tradurre con ‘colletta’. Si chiedono soldi alla gente per fare delle cose – in questo caso per pubblicare un giallo che s’intitola «Solovki» ed è ambientato tra l’Italia e le isole Solovki, appunto: mar Bianco, Russia nord-occidentale. Chi vuole contribuire (per leggere tutta la prima parte e poi ricevere l’ebook) può farlo iscrivendosi qui, bastano tre euro. Naturalmente il sistema di pagamento è super-sicuro, e se non si raggiunge la cifra necessaria l’ebook non si fa e i soldi vengono restituiti. Qui sotto ci sono le prime pagine].

Prologo

All’inizio c’è una macchia nerastra oblunga che si muove.

Bisogna aspettare qualche secondo: un lampo bianco, una scossa della macchina da presa, e la pellicola diventa più nitida. La macchia è una fila lunghissima di persone, uomini e donne con le sporte della spesa – all’inizio uno pensa a dei sacchetti di nylon, poi si ricorda che a quella data non è possibile – sorvegliati da altri uomini e donne in borghese col fucile in mano. Sorridono tutti, i sorveglianti e i sorvegliati. Poi c’è altra gente che scende da una barca, solo uomini stavolta, piegati sotto il peso di ceste e fagotti issati sulle spalle. Qualcuno guarda verso la cinepresa, ma stavolta nessuno sorride. E tutti, gli uomini, le donne, le guardie, passano attraverso un cancello sovrastato da una scritta in cirillico. Dentro, in uno spiazzo davanti a un lungo edificio scuro che potrebbe essere un dormitorio, stanno tutti in fila e si contano. Uno a uno, si voltano verso il vicino di sinistra, dicono qualcosa – il film è muto, ma è chiaro che ognuno dice un numero o un nome – e poi tocca all’altro.

Un altro lampo bianco. La cinepresa stacca, e siamo in inverno.

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