Le parole e le cose

Letteratura e realtà

31 gennaio 2015
Pubblicato da Italo Testa
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Cheap Life, Chiptunes

Una playlist di Gherardo Bortolotti

Random, Spontaneous Devotion (Bad Joke EP, 2007)

 

Nullsleep, Her Lazer Light Eyes (Electric Heart Strike, 2007)

 

Dubmood, Monkey Island (Atari-Ska L’Attack, 2007)

 

Coleco Music, Time goes by so quickly (Confessions in a Chatroom, 2006)

 

30 gennaio 2015
Pubblicato da Italo Testa
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I viaggi di Gadda

cropped-ritratto-di-carlo-emilio-gadda-Medium.jpgdi Giovanni Palmieri

[da La fuga e il pellegrinaggio. Carlo Emilio Gadda e i viaggi di Giovanni Palmieri, Giorgio Pozzi editore, Ravenna editore, 2014]

Che il viaggio in sé possieda un valore poetico e consenta le più so­gnanti rimembranze, lo aveva del resto già affermato Leopardi:

Chi viaggia molto, ha questo vantaggio dagli altri, che i soggetti delle sue rimembran­ze presto divengono remoti; di maniera che esse acquistano in breve quel vago e quel poetico, che negli altri non è dato loro se non dal tempo. Chi non ha viaggiato punto, ha questo svantaggio, che tutte le sue rimembranze sono di cose in qualche parte presenti, poiché presenti sono i luoghi ai quali ogni sua memoria si riferisce.[1]

Gadda fatica a staccarsi dai luoghi dei suoi viaggi proprio perché su quei luoghi ha pazientemente costruito il suo sogno; un sogno fatto di ri­membranze, di poesia, d’evasione lirica, di materia storica e naturalmente d’incoercibili umori realistici, polemici, sarcastici quando non ironici. La storia, la ricostruzione storica, per lui è sempre la versione morale e so­cialmente accettabile della sua ellittica tendenza a fuggire nel tempo e nello spazio di un sogno popolato di immagini e di scenari da lui creati.

Pertanto la storia, soprattutto quella antica, è per Gadda e a dispetto di Gadda il sogno della realtà. Un sogno però etico e socialmente condiviso che stabilisce un confine non arbitrario all’illimitato sogno lirico dell’im­maginario. Inutile poi dire che Gadda, sia pur rigorosamente, romanza sempre la storia in quanto e per quanto l’adatta a sé. Continua a leggere →

29 gennaio 2015
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Twomblies

cropped-twombly-07.jpgdi Alessandro Raveggi

[Twomblies è una sezione della raccolta inedita Nominazioni di Alessandro Raveggi. Raccoglie testi ispirati dalla mostra “Paradise”, dedicata alle opere di Cy Twombly, e curata da Julie Sylvester e Philip Larratt-Smith alla Fundación Jumex Arte Contemporáneo di Città del Messico, 2014].

Su “Libation of Priapus” (1982)

priapus raveggi I.
Un mostro.

Quel gran gorgo sfilacciato e maligno
……….che ci prende alla calura
sulla fronte mia e tu
……….è la colpa infetta, grondante
delle consuete cene e pranzettini appuntati
……….siamo comunque sempre uniti
nella libagione dei nostri ocelli
……….solo che il grondare di quel mostro peloso
ci preoccupa eccome
coi suoi occhietti sornioni altrove,
il suo abbraccio
……….in mezzo al petto delle confidenze
la rabbia assoluta di un Ferragosto
passato ad arrivare quasi ad uccidere.

Cosa vorrà mai quel mangiatutto?
Cosa vorremmo noi l’un dell’altro mangiarsi?

Un gorgo di domande è questo,
noi braccati dal mostro distratto.

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28 gennaio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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O Germania

cropped-Richter_Familie_Schmidtfc4b2c42ea1.jpg Franco Buffoni

[Esce in questi giorni O Germania (Interlinea) di Franco Buffoni, una riflessione ambivalente, in versi e in prosa, sul paese egemone in Europa. Presentiamo alcuni dei brani che compongono il libro] 


Mercedes vs Bmw

Una trentina di anni fa, quando ancora scorrazzavo per l’Europa in macchina, mi accadde un significativo episodio su un’autostrada tedesca. Percorrevo il breve tratto tra Bonn e Colonia, dove ero atteso all’Istituto Italiano di Cultura; ed ero in ritardo per via di un malinteso sull’orario. Guidavo allora una BMW 320 a iniezione, una vettura – guarda caso – tedesca, che in condizioni di assoluta sicurezza consentiva velocità molto elevate. Mi portai in corsia di sorpasso e pigiai sull’acceleratore: certamente viaggiavo oltre il limite consentito su quel tratto autostradale. Ad un tratto una Mercedes che avevo superato, d’impeto mi si fece vicinissima con i fari abbaglianti sgranati costringendomi a farmi da parte. Dopo avermi risuperato, la Mercedes rallentò fino a rientrare nella velocità consentita, ma senza lasciare la corsia di sorpasso. Impedendomi fino a Colonia di consumare la mia infrazione.

All’autista della Mercedes non avevo arrecato alcun disturbo, l’uomo non era in divisa, non era un tutore dell’ordine, era un comune cittadino. E se proprio vogliamo parlare di rischio, la sua manovra era stata molto più azzardata della mia. Ma l’aveva compiuta per farmi rispettare la legge. Sentendosi perfettamente virtuoso.

Questo episodio mi insegnò molte più cose sul carattere tedesco di un intero trattato di sociologia.


Sofferente consapevolezza

Negli anni settanta e ottanta, malgrado questa ed altre piccole disavventure dello stesso segno, la Repubblica Federale Tedesca era comunque il paese straniero dove soggiornavo più volentieri. Trovavo i ragazzi tedeschi più maturi e consapevoli rispetto a quelli inglesi e francesi, coi quali pure avevo modo di rapportarmi spesso. Mi faceva invece abbastanza paura l’Austria, dove non vedevo in atto alcun processo di revisione critica del passato: una sensazione poi confermata dalla difesa a oltranza di Waldheim presidente da parte della nazione tutta.

In Germania, no. Nei miei amici coglievo sempre un senso di consapevolezza rispetto al passato: non necessariamente mite, ma ferito sofferente. E da Adenauer fino a Schmidt a Kohl riconoscevo nei comportamenti dei cancellieri il bisogno comunque di credere sinceramente nell’Europa.

Quel qualcosa da farsi perdonare che i tedeschi profondamente sentivano – e io stando tra loro percepivo – fece molto bene al processo di integrazione europeo, e trovò un degno coronamento nell’atteggiamento squisitamente politico di Kohl nei confronti di Ciampi e Prodi, quando si trattò di favorire l’entrata dell’Italia nell’euro insieme agli altri paesi fondatori dell’unione. Continua a leggere →

27 gennaio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Primo Levi e la memoria

cropped-138_54591_111.jpgdi Anna Baldini 

[Questo saggio è uscito, in inglese, su «Quest»].

Negli ultimi ven’anni, in molti Paesi occidentali la memoria della persecuzione e dello sterminio nazista degli ebrei e di altre minoranze è diventata un dovere civile, supportato dalle istituzioni dello Stato.[1] Parallelamente, gli storici hanno cominciato a interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile il consolidarsi di questa formazione culturale così peculiare, una “memoria collettiva”. I dati analizzati da Tom Segev per Israele, Annette Wieviorka per la Francia e Peter Novick per gli Stati Uniti[2] – per citare solo i lavori seminali di questo filone storiografico – hanno mostrato come, in ciascuno dei diversi case studies, questo processo si evolva su due traiettorie parallele: da una parte, la memoria dello sterminio si focalizza intorno ad alcuni “oggetti” o “eventi” culturali globali, che cioè si diffondono contemporaneamente in diversi contesti nazionali e la cui fortuna si avvicenda o si integra secondo schemi comuni; dall’altra, le modalità di importazione o esportazione di questi oggetti variano a seconda dei contesti nazionali, mentre i loro significati si connotano di sfumature specifiche.[3] Le peculiarità nazionali dipendono da molti fattori: la rielaborazione delle memorie della seconda guerra mondiale, che varia di Paese in Paese intrecciandosi ai conflitti ideologici internazionali e alla loro declinazione locale; il rapporto che ogni contesto nazionale instaura con la propria comunità ebraica, e di entrambi con lo Stato di Israele; le iniziative pubbliche, soprattutto legislative ed educative, e gli interventi degli apparati mediatici, che in Paesi e periodi differenti svolgono un ruolo diverso nel forgiare il discorso pubblico.

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26 gennaio 2015
Pubblicato da Rino Genovese
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Oggi in Grecia, domani in Italia?

cropped-Greece_Elections_652080a-1.jpgdi Rino Genovese 

[Questo intervento è uscito sul sito di «Il Ponte»]

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

Una conseguenza è allora la seguente: non si potrà dire di avere davvero invertito la tendenza al rigore neoliberista fino a che i paesi europei decisivi, in primis la Germania, saranno governati dalle stesse forze politiche che hanno portato la Grecia a quel punto. Bisogna ribadire che a mettere in ginocchio un paese della zona euro non si doveva proprio arrivare. È vero, il governo (di destra) degli anni passati aveva imbrogliato sui conti, ma questo non poteva e non doveva significare la punizione dei cittadini greci, le misure a dir poco crudeli che hanno minato la credibilità dell’intera costruzione europea. Una seconda conseguenza, quasi un corollario, sta nel prendere atto (da parte mia con disappunto) che il socialismo europeo non è stato in alcun modo all’altezza della situazione. Non soltanto il misero risultato del Pasok sta lì a dimostrarlo, è anche la Francia di Hollande a denunciarlo nella maniera più chiara: la prospettiva di governo di un liberismo ben temperato ha fatto fallimento perché non è né carne né pesce e, alle strette, risulta indistinguibile dal neoliberismo sfrenato della “troika”. Sarebbe l’ora, per il socialismo europeo, di cambiare registro – pena la rovina non solo elettorale ma storica del suo vecchio insediamento novecentesco. Continua a leggere →

26 gennaio 2015
Pubblicato da Le parole e le cose
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Fama, figli, entrate. Quando l’artista è donna

cropped-07_rineke_dijkstra.jpgdi Gilda Policastro

[L’articolo di Gilda Policastro compare sull’ultimo numero di «il Reportage», che è uscito in questi giorni].

Artiste coeve: contemporanee e coetanee in un tempo di crisi dei settori produttivi canonici, figurarsi dell’arte. Donne che scelgono percorsi non garantiti in partenza, quanto all’esito professionale o alle opportunità di successo. Quando possono dirsi riconosciute, uscite dalla massa indistinta del chi ci prova? La preoccupazione materiale condiziona il loro lavoro? E il genere? Incide sul processo creativo? È possibile riconoscere l’opera di una donna? Da cosa? L’esplorazione di due ambiti convergenti, l’arte “povera” e il femminile, richiede una compagnia consapevole e disposta allo scambio: qualcuna ha rinunciato in partenza, sentendosi “già arrivata”. Il suo traguardo era l’orizzonte, dice un’autrice del secolo passato di un suo personaggio. Perché mettersi limiti?

 Sabrina

«Walker Evans diceva che ci sono solo quattro alternative: essere ricchi di famiglia; fare lavori commerciali; essere pagati in quanto artisti; o fare qualcos’altro per guadagnare». Esordisce così Sabrina Ragucci, che da circa vent’anni, da quando cioè ne aveva poco meno di venti, lavora con le immagini. Fotografa, tuttavia, non è una definizione che sente appropriata: «La mia vera attività è quella di comporre relazioni tra immagini e scrittura. Di sicuro, nelle immagini o nelle parole dell’opera, sono sempre presente in forma biografica: come un pittore rinascimentale che si autorappresenta, spesso in un angolo, nelle sembianze di un cane che guarda verso l’esterno noi che guardiamo il quadro». È da qui che si può partire, in effetti: dal riconoscimento reciproco attraverso le rispondenze o le differenze. Scrivo e fotografo come altre artiste più o meno coetanee girano documentari o recitano: per lo più in assenza di fama, la notorietà che una volta si diceva televisiva e oggi è determinata dallo sharing e dai followers. Nessun agente a supporto, nessuna aspettativa di mantenimento attraverso l’attività artistica: piuttosto vivere per l’arte, secondo un mito sepolto dalle priorità commerciali. «Presentare il proprio lavoro al mondo è soprattutto un “rivolgersi a” e il rapporto con gli altri è sempre uno sprono e un rovello», continua Sabrina, che spesso lavora con il suo compagno Giorgio Falco, come nel caso recente del libro con immagini Condominio oltremare: «Ho sempre voluto costruire una struttura narrativa che superasse l’oggetto silente, antinarrativo, qualcosa che potesse attraversare un immaginario sovrapposto, fotografia e scrittura, senza un inizio reale e senza una fine». Un po’ più in là, da lato, da lato, avrebbe detto il poeta. Continua a leggere →

25 gennaio 2015
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La resa del cinefilo

cropped-coolredlights_theconversation.jpgdi Giacomo Giubilini

Come affrontare un festival del cinema a quarantadue anni, quando la soglia di attenzione si abbassa e si stempera in una perpetua resa postprandiale senza nemmeno più bisogno del pranzo? Quando si rischia di russare senza accorgersene, e già prima di entrare in sala? Dopo poche righe fitte di romanzo «corposo» e «necessario» o pochi istanti di trame che non decollino subito con squillanti richiami primari – violenza, sesso, musica, duelli eroici, amori? Per quale motivo praticare questo sforzo titanico di restare vigili?

La risposta è semplice: per godere. Un consumo bulimico di immagini, come se non bastassero quelle che ci pervadono quotidianamente, è il modo migliore per ribadire con forza che il consumo, qualunque esso sia, è un atto dotato di senso, non un travaso passivo. Smentire cioè le ovvietà di una litania costante, un racconto tanto spanato quanto ideologico, secondo cui consumatore è un tapino manipolabile da oscure forze. Continua a leggere →

25 gennaio 2015
Pubblicato da Giorgio Falco
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Omaggio a Lewis Baltz

cropped-Baltz.jpgdi Giorgio Falco e Sabrina Ragucci 

[Lewis Baltz è morto la sera del 22 novembre 2014.
Il giorno seguente, su «la Lettura», è uscito questo mio pezzo sulla raccolta dei suoi testi, Scritti (Johan & Levi editore).
Un sms mi ha informato della sua morte mentre tornavo dall’edicola.
Il pezzo di Sabrina Ragucci è uscito sul «Manifesto».
La fotografia è di John Gossage; l’uomo che guarda il juxebox era Lewis Baltz (gf)].

Giorgio Falco

L’artista visivo è dentro la propria opera, la scrittura non deve soccorrere, adattarsi come una stampella che supporti il visivo. Ma Luigi Ghirri è diventato Ghirri anche grazie alla limpidezza divulgativa della sua scrittura. Ho letto quindi con interesse la raccolta dei testi di uno dei maggiori fotografi-artisti contemporanei: Lewis Baltz. Nato in California nel 1945, Baltz ha vissuto in Italia, a Milano e a Venezia, dove ha insegnato allo Iuav. La versione italiana dei suoi scritti – curata da Antonello Frongia, autore della postfazione – è arricchita di testi inediti rispetto a quella statunitense. La raccolta analizza il lavoro di alcuni artisti divenuti punti di riferimento del contemporaneo: Jeff Wall e Thomas Ruff, tra gli altri. Il saggio intitolato Too old to rock, too young to die è un viaggio nella fotografia americana degli anni Settanta, e a proposito dell’opera di Diane Arbus, morta proprio all’inizio di quel decennio, Baltz dà una definizione inusuale ma quanto mai precisa: “I ritratti immediati e senza orpelli di Diane Arbus sembrano fotografie di moda malriuscite”, e così sono ancora più rivelatori. Molto bello il testo – quasi un racconto di narrativa e un esemplare caso di descrizione del processo creativo – intitolato The Deaths in Newport. “Nel 1988 vivevo a Milano, nella casa di mia moglie, in un periodo in cui ero testimone e coprotagonista del deterioramento del mio terzo matrimonio”. Come spesso capita in questi casi, anche Baltz e sua moglie credono che partire possa essere la soluzione per salvare il matrimonio. Raggiunta la California, Baltz ottiene l’incarico per fotografare l’area sulla quale sorgerà il nuovo edificio del Newport Harbor Art Museum, il museo di Newport Beach, la città in cui l’artista è nato: una costruzione da cinquanta milioni di dollari. Ci si aspetta che Baltz fotografi l’area sulla quale sorgerà il nuovo museo e l’avanzamento dei lavori, appena inizieranno: un campo di un ettaro e mezzo all’incrocio di alcuni svincoli autostradali. Continua a leggere →