Le parole e le cose

Letteratura e realtà

16 aprile 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Senato a sorteggio

di Italo Testa

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo. Continua a leggere →

15 aprile 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Solovki

cropped-Solovki.jpgdi Claudio Giunta

[Il nome tecnico è ‘crowdfunding’, che in italiano si potrebbe tradurre con ‘colletta’. Si chiedono soldi alla gente per fare delle cose – in questo caso per pubblicare un giallo che s’intitola «Solovki» ed è ambientato tra l’Italia e le isole Solovki, appunto: mar Bianco, Russia nord-occidentale. Chi vuole contribuire (per leggere tutta la prima parte e poi ricevere l’ebook) può farlo iscrivendosi qui, bastano tre euro. Naturalmente il sistema di pagamento è super-sicuro, e se non si raggiunge la cifra necessaria l’ebook non si fa e i soldi vengono restituiti. Qui sotto ci sono le prime pagine].

Prologo

All’inizio c’è una macchia nerastra oblunga che si muove.

Bisogna aspettare qualche secondo: un lampo bianco, una scossa della macchina da presa, e la pellicola diventa più nitida. La macchia è una fila lunghissima di persone, uomini e donne con le sporte della spesa – all’inizio uno pensa a dei sacchetti di nylon, poi si ricorda che a quella data non è possibile – sorvegliati da altri uomini e donne in borghese col fucile in mano. Sorridono tutti, i sorveglianti e i sorvegliati. Poi c’è altra gente che scende da una barca, solo uomini stavolta, piegati sotto il peso di ceste e fagotti issati sulle spalle. Qualcuno guarda verso la cinepresa, ma stavolta nessuno sorride. E tutti, gli uomini, le donne, le guardie, passano attraverso un cancello sovrastato da una scritta in cirillico. Dentro, in uno spiazzo davanti a un lungo edificio scuro che potrebbe essere un dormitorio, stanno tutti in fila e si contano. Uno a uno, si voltano verso il vicino di sinistra, dicono qualcosa – il film è muto, ma è chiaro che ognuno dice un numero o un nome – e poi tocca all’altro.

Un altro lampo bianco. La cinepresa stacca, e siamo in inverno.

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15 aprile 2014
Pubblicato da Alessandra Sarchi
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Da una crepa

cropped-Doris-11.jpgdi Elisa Biagini

[Esce in questi giorni per Einaudi Da una crepa, il nuovo libro di poesia di Elisa Biagini].

Quando l’occhio si oscura
non cercare il calore della
mano che la palpebra abbassa,
scappa la melodia della parola,
la voce che ti sorride coi denti rifatti.
Se la lingua è mondo, è
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.
Non parola orizzontale che sommerge,
ma il bianco dei margini, la pausa che
copre l’assenza tra te e me.

*

Cresce il tuo
piede che
non cede
e l’unghia
si tinge color
del rimanere.
La crepa che da te
parte, segna
il passo al
vicino.

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14 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le ragioni del sangue. Tom Wolfe, il New Journalism, il romanzo

cropped-Tom-Wolfe.jpgdi Remo Ceserani

[Questo intervento è già uscito su «Alias»].

È curioso che i partecipanti al dibattito sul realismo che si è venuto svolgendo, nel piccolo mondo italiano degli addetti alla letteratura (un piccolo mondo antico), abbiano solo raramente ricordato l’esempio, assai rilevante, dei manifesti e saggi e soprattutto dei romanzi dello scrittore americano Tom Wolfe. Si è fatto un gran parlare di ritorno alla realtà, auto-fiction, docu-fiction, new Italian epic (lascio da parte il parallelo dibattito filosofico sul nuovo realismo di Maurizio Ferraris e Markus Gabriel), ma nei vari documenti e manifesti si è parlato molto poco di Tom Wolfe. È d’altra parte vero che, nel mondo dei media, la parola d’ordine del “New Journalism”, lanciata da Wolfe, ha avuto una larga attenzione e che l’editoria italiana ha provveduto a tradurre non solo i suoi romanzi ma anche i suoi principali saggi e in particolare il suo vero e proprio manifesto uscito su “Harper’s” nel 1989 con il titolo Stalking the Billion-footed Beast. A literary manifesto for the new social novel (tradotto lo stesso anno da Leonardo con A caccia della bestia da un miliardo di piedi), mentre non mi pare che sia stata ancora tradotta la scoppiettante conferenza tenuta a Washington nel 2006 (per un onorario di 10.000 dollari) pubblicata sul sito del “National Endowment for the Humanities” con il semplice titolo Tom Wolfe Lecture. Ed è anche vero che gli osservatori più attenti dei rapporti fra letteratura e giornalismo, da Alberto Papuzzi a Clotilde Bertoni, affrontando quel tema con grande precisione, hanno dato il giusto peso all’esempio di Wolfe e al suo interessante rimescolamento di quei rapporti. Continua a leggere →

13 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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«You are the product»: bellezza e spettacolo in Mad Men

cropped-madmen_040513_1600.jpgdi Raffaello Rossi

[Oggi va in onda negli Stati Uniti la prima puntata dell’ultima stagione di Mad Men. Questo saggio di Raffaello Rossi rielabora un intervento tenuto alla Durham University nell’ambito del convegno Reading through Proust].

La pubblicità non era mai stata così interessante in televisione prima del grande successo di Mad Men, la serie televisiva trasmessa dal 2007 dall’americana AMC, giunta ormai alla settima e ultima stagione. Nonostante i numerosi premi ricevuti, il giudizio critico resta diviso tra coloro che ne elogiano la qualità tecnica e l’accuratezza delle ricostruzioni ambientali, e chi al contrario, come ad esempio Daniel Mendelsohn nel suo articolo per la New York Review of Books, ne accusa l’incoerenza di fondo e la debolezza della trama, quasi si trattasse di un prodotto amatoriale[1].

A rendere meno scontata la valutazione della creatura di Matthew Wiener è innanzitutto l’insolito connubio tra un’impostazione tipicamente mass-cult per quel che riguarda i suoi organi di diffusione e produzione, e una tecnica narrativa difficilmente riscontrabili nella fiction di genere. Sembra infatti che a causa del suo soggetto – il racconto corale degli anni ’60 in America e della nascente società dei consumi nella prospettiva di una agenzia pubblicitaria dell’epoca – la serie abbia dovuto fare i conti con alcuni limiti della narrazione filmica seriale, quali il ritmo incalzante degli avvenimenti e l’unità di spazio e di tempo: il tempo della finzione equivale a più di un decennio, si hanno così ellissi temporali dall’ampiezza insolita per il genere, come quella della durata di quindici mesi che distanzia il racconto della prima stagione dalla seconda. Continua a leggere →

13 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Mad Men e la nostalgia

cropped-madmen_widescreen_artwork_smoke_desktop_1680x1050_hd-wallpaper-13283.pngdi Gianluigi Rossini

[Oggi va in onda negli Stati Uniti la prima puntata dell’ultima stagione di Mad Men. Rendiamo omaggio a questa serie televisiva, una delle più importanti mai girate, con due saggi. Il primo è di Gianluigi Rossini, che da alcuni anni si occupa di generi, forme e tipologie narrative delle serie televisive contemporanee. Una versione più lunga di questo articolo è uscita sull'ultimo numero di «Contemporanea. Rivista di studi sulla letteratura e sulla comunicazione», 10 (2012) ]

Due delle principali critiche che Mad Men ha ricevuto, soprattutto durante la prima stagione, riguardavano la sfera della nostalgia: secondo alcuni la serie suscitava un ingiustificato autocompiacimento per la società contemporanea; secondo altri mirava furbescamente a far rimpiangere un periodo in cui i ruoli di genere erano ben stabiliti ed era possibile molestare le segretarie senza temere di essere denunciati[1]. Eppure è difficile dire che Mad Men idealizzi gli anni ’60, considerando che ne mette in primo piano proprio la parte più inaccettabile per lo spettatore contemporaneo: tra le prime cose che saltano all’occhio ci sono la rappresentazione cruda e sfacciata di sessismo, razzismo, omofobia, il soffocante conformismo dei suburbs e perfino una condotta genitoriale per lo più irresponsabile.

È interessante notare che Vera Dika (2003), ad esempio, arrivi a conclusioni simili analizzando Grease (1978): è una fantasia utopica, ritagliata sullo spettatore contemporaneo e ambientata in anni tanto innocenti e divertenti quanto immaginari. I costumi sociali e il vestiario anni ’50 sono parodiati «con delicatezza», e lo spettatore è invitato a considerare, «con un sorrisetto autocompiaciuto», quanto ci si è evoluti nel frattempo. Ma in Mad Men c’è ben poco di parodico e ben poco di delicato: piuttosto, lo spettatore si trova a oscillare costantemente tra seduzione e ripugnanza. Continua a leggere →

12 aprile 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Che cos’è un classico?

cropped-Morrissey.jpg[È uscita da qualche tempo, pubblicata direttamente nei Penguin Classics, l'autobiografia di Morrissey (Autobiography, 2013), già leader degli Smiths, il più influente gruppo inglese degli anni ottanta, e quindi titolare di una lunga e fortunata carriera solista].

Jeff BuckleyI know it’s over (So Real: Songs from Jeff Buckley, 2007)

 

Girl in a Coma, Rubber Ring (A Tribute to the Smiths, 2011)

 

Sinfonico Honolulu, Please Please Please Let Me Get What I Want (LIVE @ Montegiorgio (FM), 5 Novembre 2011)

 

Low, Last night I dreamt that somebody loved me (live@ Brudnell Social, 16 Novembre 2010)

 

Nancy Sinatra, Let me kiss you (Nancy Sinatra, 2004)

[Immagine: Morrissey, Autobiography].

11 aprile 2014
Pubblicato da Isabella Mattazzi
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Scritture del suicidio: “Storia di una donna libera” di Françoise Giroud

cropped-5112679-francoise-giroud-mise-a-nu1.jpgdi Isabella Mattazzi

Ogni narrazione autobiografica, a pensarci bene, è una scrittura post-mortem. Per raccontare di sé, per fare della propria vita un tessuto linguistico riducendone gli avvenimenti caotici a intrecci e nodi di una trama ben ordinata, bisogna prima averle sottratto la tridimensionalità dei corpi, il peso degli oggetti, il respiro sequenziale dei giorni. Ogni scrittore che racconti di sé, che abbia il potere di far coincidere il soggetto pronominale io con un qualcosa universalmente e comunemente identificato come “la propria identità”, è in un certo senso un sopravvissuto. Un sopravvissuto a se stesso. Un sopravvissuto al mondo. Perché la parola possa nascere, il corpo che la porta in sé deve in qualche modo farsi da parte. O meglio, il corpo, i muscoli, il sangue di colui che scrive non possono che asciugarsi, in una sorta di transustanziazione laica tra carne e parola, facendosi altro, lamella interstiziale, fantasma risvegliato dal coma di un’esistenza vista come intrico di fatti senza alcuna soluzione di continuità per diventare “personaggio”, prodotto di un ordine narrativo articolato secondo una griglia rigida di cause ed effetti.

Storia di una donna libera, autobiografia di Françoise Giroud, uscita postuma nel 2013 per Gallimard e presentata oggi in Italia da Neri Pozza (traduzione di Roberto Boi, prefazione di Alix de Saint-André, pp. 216, 18 euro) è a tutti gli effetti la storia di una sopravvivenza. Scritta dopo un tentativo di suicidio da barbiturici (anzi due, se consideriamo anche il goffo esperimento di tagliarsi le vene in ospedale) rappresenta realmente il risveglio da un coma. Nella accezione prima del suo significato, il coma è un torpore profondo. È il sonno della coscienza, l’estraneità di un corpo a se stesso, indifferenza radicale di un io rimasto impigliato sul fondo viscido del sogno e non più in grado di riaffiorare alla superficie del mondo che lo ha generato. Salvata per miracolo – e contro la sua volontà – dimessa dalla clinica dopo una cura forzata di antidepressivi e un primo approccio di terapia psicanalitica, Françoise Giroud, in quell’estate del 1960, sembra scrivere soprattutto per svegliarsi. Chiusa per tre mesi nella casa in Provenza di Hélène Lazareff (direttrice di “Elle” e sua migliore amica), ha bisogno di mettere nero su bianco la propria vita come quei pazienti che all’alba, ancora a letto, annotano i loro sogni su un quaderno per non dimenticarli. Il suo passato tutto intero ha conosciuto la notte artificiale del coma da sonniferi, il buio del suicidio, e adesso deve tornare come sogno, fantasma senza corpo, pura alterità narrativa perché ogni cosa possa finalmente trovare un nuovo ordine. Continua a leggere →

10 aprile 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Su Antonio Moresco, a partire dal suo ultimo lavoro

cropped-Moresco.jpegdi Lorenzo Marchese

Mi sento abbastanza a disagio nell’avvicinarmi a uno scritto di Antonio Moresco partendo da una prospettiva di critico letterario, o aspirante tale, così come è arduo tentare una lettura analitica dei suoi testi evidenziando punti di interesse e difetti strutturali, azzardare una scomposizione e un’analisi di tecniche e strategie discorsive, secondo quanto ci (mi) hanno insegnato a fare dalle scuole medie fino all’università, al fine di (espressione inquietante e di ripetuto buon senso) spiegare e comprendere un testo, e forse sul disagio conviene spendere due parole e da lì partire. Non è facile per due ragioni: una per così dire esterna ai testi, e una intrinseca.

La ragione “esterna” è legata alla ricezione problematica di Moresco, che sin dagli esordi con Clandestinità (1993) ha spaccato la popolazione dei suoi lettori in due falangi eterogenee che molto di rado nei vent’anni successivi si sono avvicinate. Da una parte della barricata sta chi ha avuto, da vent’anni a questa parte, la consapevolezza di trovarsi di fronte a dei capolavori misconosciuti dall’establishment letterario-editoriale. Da qui è nato il volume Scrivere sul fronte occidentale, raccolta di scritti di combattimento e impegno per il nuovo millennio, uscita nel 2002; da qui, nel 2003, sorse Nazione indiana, uno dei blog più importanti e controversi degli ultimi anni, a cui volenti o nolenti tutti i blog letterari collettivi si sono poi rifatti per forme e contenuti. Da questa parte della barricata (non solo da qui, chiaro) è venuta fuori per la prima volta con polemica chiarezza l’esigenza di un superamento del postmoderno, è sorta un’interrogazione sul possibile “ritorno alla realtà”[1] della narrazione in prosa, unita all’esortazione a occuparsi di orizzonti più vasti di quello metaletterario o intimistico o autoreferenziale (o tutti questi insieme, in un unico mappazzone). Tutto degno di interesse e ammirevole. Ciononostante, quando ci si riconcentra su Moresco e sulla sua ricezione “da questa parte”, non è infrequente leggere commenti e pareri che da un lato destano interesse e dall’altro non possono che lasciare al lettore (a me) una punta di delusione. Continua a leggere →

9 aprile 2014
Pubblicato da Italo Testa
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Poeti in scena

cropped-de-angelis.jpgCASA DELLA POESIA di MILANO

Largo Marinai d’Italia 1

Poeti in scena

a cura di Milo De Angelis

Giovedì 10 aprile ore 21 -

Vincenzo Frungillo, Il cane di Pavlov

Giancarlo Majorino, Ricerche erotiche

Martedì 20 maggio ore 21 -

Roberto Mussapi, La grotta azzurra

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letture di Viviana Nicodemo

[Immagine: Milo De Angelis].