Le parole e le cose

Letteratura e realtà

1 ottobre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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E adesso?

di Walter Siti

[È appena arrivato in libreria, pubblicato da Rizzoli, Il dio impossibile, volume che raccoglie i primi romanzi di Walter Siti - la cosiddetta 'trilogia', originariamente edita da Einaudi. Scritti tra il 1985 e il 2006, Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi sono stati per l'occasione riveduti e corretti dall'autore. Pubblichiamo la postfazione al volume, ringraziando l'editore per avercela fornita (gs)].

A volte capitano coincidenze che, sotto l’apparenza della casualità, marcano le tappe di una strada profonda. L’idea di questo volume che raccoglie sotto un unico titolo i miei primi tre romanzi (frutto di venticinque anni di lavoro, dal 1982 al 2006) è nata in parte per contingenti vicende editoriali: passaggi, scadenza di diritti eccetera. Ma coincide, ne sono sicuro, con un mio bisogno di bilanci non solo letterari – e col desiderio di non cedere al manierismo, a costo di deviare anche violentemente dai temi e dallo stile praticati fin qui. Non è un caso quindi che il presente volume veda la luce a pochi mesi di distanza da un libro “riassuntivo” come Exit strategy: e adesso?

Non ci ho pensato subito a una trilogia: anzi, mentre scrivevo Scuola di nudo ero certo che sarebbe stato il mio solo romanzo, destinato forse a impolverarsi in un cassetto. Un libro che, se pubblicato, mi avrebbe rovinato la vita, e comunque importava ben poco perché tanto sarei morto di Aids; un amico francesista, dopo averlo letto in bozze, mi disse che dopo un libro così non mi restavano che due strade (come a Huysmans dopo À rebours): o suicidarmi o gettarmi “aux pieds de la croix”. Pensandolo come libro solitario e (per me) definitivo, dovevo metterci dentro tutto. Rileggendolo ora, dopo vent’anni, mi ha fatto l’impressione di un ordigno inesploso, di un mini-universo pochi secondi dopo il big bang. Ci sono, miniaturizzati, tutti i temi che mi si sono dispiegati in seguito; come se la mia intera produzione successiva fosse già lì, rattrappita e fetale. I culturisti, naturalmente, l’opposizione eros/agape, l’inferiorità sociale dei genitori, la fatica del sentimento senza desiderio (e viceversa), le prove di “romanaccio”, l’attrazione per il denaro e per la forza, il sadomasochismo, perfino alcuni micro-miti come la Sirenetta o il matrimonio immaginario (alchemico?). Capisco ora che a molti lettori quel “troppo pieno” sia parso confusione, pletoricità, disordinato e intollerabile egocentrismo. Continua a leggere →

30 settembre 2014
Pubblicato da Claudio Giunta
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Digitalizzare tutto

cropped-MG_0295.jpgdi Claudio Giunta

Quando chiedo all’impiegata della Biblioteca Nazionale di Oslo se posso ordinare un microfilm del manoscritto che sto studiando lei si stupisce: «Ma glielo possiamo digitalizzare!». E se fossero solo un paio di pagine? «Allora fotografi lei stesso». E così faccio, coll’ipad. Quando chiedo se c’è qualcosa da pagare, lei è ancora più stupita: «Perché?».

Alla Biblioteca Nazionale di Oslo c’è questa atmosfera rilassata, amichevole, e soprattutto questa liberalità nella concessione dei materiali che a chi ha esperienza di biblioteche suona un po’ come una barzelletta: niente fogli da compilare, niente attese di settimane per avere la fotocopia o il microfilm? Niente foto scattate di nascosto in qualche anfratto, schiarendosi la voce per coprire il clic? Non che sia un sistema senz’altro importabile in Italia: nella sala manoscritti della Nazionale di Oslo eravamo in due, e si capisce che è anche una questione di numeri, di quantità delle richieste, di pregio dei documenti. E poi è facile essere perfetti se si è in cinque milioni, si galleggia sul petrolio e si fa pagare venti euro una pizza. Ma la prontezza della risposta – «Glielo possiamo digitalizzare» – fa riflettere perché, manoscritti a parte, in Norvegia si sta facendo, col digitale, qualcosa che nessun altro paese al mondo ha ancora fatto. Ne parlo con Jon Arild Olsen, che dirige la sezione dedicata alla ricerca e all’accesso al pubblico. Continua a leggere →

29 settembre 2014
Pubblicato da Mauro Piras
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La scuola di Renzi /2. Dall’eguaglianza al merito?

cropped-renzi-Scuola.jpegdi Mauro Piras

[La prima parte di questo intervento si legge qui]

La qualità della scuola la fanno i docenti. Nessuna politica scolastica che intervenga su ordinamenti, programmi ecc. sarà efficace se non è capace anche di garantire docenti competenti e motivati. Per fare questo, i tre piani su cui intervenire sono la formazione iniziale e il reclutamento, la formazione in servizio, e la carriera dei docenti. Il progetto di riforma del governo Renzi affronta questi tre argomenti, il primo nel primo capitolo, e gli altri due nel secondo capitolo del documento La buona scuola. Vediamo quali sono le soluzioni proposte.

Formazione iniziale e reclutamento. Su questo terreno, non ci sono innovazioni radicali, ma solo la ripresa e in parte semplificazione di uno schema già previsto dal 2010. Il principio di base è che l’abilitazione all’insegnamento è frutto di un percorso universitario e professionalizzante, selettivo, distinto dal reclutamento che avviene invece solo per concorso. Per la scuola dell’infanzia e primaria, viene confermata la laurea in scienze della formazione primaria, a numero chiuso, quinquennale e abilitante. Per la scuola secondaria i passaggi sono questi: una laurea triennale nella propria disciplina; una laurea magistrale, a numero chiuso, quindi con selezione in ingresso, orientata verso la didattica; un tirocinio a scuola di sei mesi dopo la laurea magistrale. Alla fine del percorso, tramite esame, si ottiene l’abilitazione nella propria classe di concorso. L’idea generale è questa: l’abilitazione viene concessa solo a un numero limitato di candidati, selezionati all’inizio della laurea magistrale secondo il fabbisogno previsto per quella classe di concorso. Questo per evitare di dare aspettative di lavoro a laureati che poi rischiano di trasformarsi in nuovi precari della scuola. Continua a leggere →

28 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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«Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini

Franco Fortini (1917-1994) moriva a Milano il 28 novembre di venti anni fa. Segnaliamo il ciclo di incontri «Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini, che si terrà a Milano alla Libreria Popolare  di Via Tadino, a cura di Paolo Giovannetti.

Il calendario completo degli incontri si trova qui.

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28 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Vita dopo vita

cropped-Emmet-Gowin_Edith-Ruth-Danville_www.lylybye.blogspot.com_-1024x8011.jpgdi Orsetta Innocenti

Kate Atkinson è un’autrice abbastanza conosciuta e studiata, in Gran Bretagna, non propriamente di nicchia; e la sua scrittura – che ha variato da romanzi cosiddetti di famiglia, Behind the Scenes at the Museum (1995), per esempio, che di questo Vita dopo vita (Casa Editrice Nord, pp. 544; [Life after Life, 2013]) è forse, per temi e stile, il più interessante precedente – a romanzi che giocano con la trama poliziesca (la serie di Jackson Brodie cominciata con I casi dimenticati (Case Histories, 2004) e terminata, per ora, a mezzo, con Started Early, Took My Dog, 2010) – è raffinata, ricca, preziosa ma nello stesso tempo assai godibile. Un classico caso di autrice colta (le citazioni, dai classici della letteratura inglese, da Donne a Keats, dalla Brontë, alla Eliot a Forster, anche in Vita dopo vita non si contano), che da un lato si diverte a usare, postmodernamente, se si vuole, la letteratura come grande intertesto, ma dall’altro fa in modo che questo non ostacoli un sano senso del racconto – e che la trama sia perfettamente godibile in se stessa, anche senza alcuna agnizione letteraria.

Modi di scrivere tipici di un ampio lotto di autori britannici contemporanei, pur nei loro stili anche assai diversi (i soliti: Amis, Coe, Barnes, Antonia Byatt…): niente da invidiare a McEwan, per esempio. Eppure, nonostante il tentativo di lanciarla qualche anno fa, di Einaudi, Kate Atkinson continua a essere immeritatamente troppo poco letta, persino in Gran Bretagna, e sicuramente in Italia. Continua a leggere →

26 settembre 2014
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Verso la mente

cropped-Nadia-Campana-.jpgdi Nadia Campana

[E' uscito da pochi giorni per Raffaelli Editore Verso la mente-Visione postuma, un cofanetto a cura di Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci che raccoglie le poesie di Nadia Campana (1954-1985) e i suoi saggi sulla letteratura. Presento alcune poesie da Verso la mente, scelte per Le parole e le cose da Milo De Angelis].

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte

Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi

Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!

Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta

ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente

Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.

*

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

* Continua a leggere →

25 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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Realismi a Venezia71

cropped-the_look_of_silence_a_l-1024x5761.jpgdi Luca Illetterati

[Una prima versione di questo intervento è uscita sul «Manifesto»]

Realismo, ha scritto Walter Siti in un piccolo e prezioso libretto uscito un anno fa e intitolato, significativamente, Il realismo è l’impossibile (nottetempo, 2013), “è quella postura verbale o iconica che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”. Il realismo, insomma, secondo Siti, non è affatto uno specchio neutro della realtà, non è la registrazione di ciò che semplicemente abbiamo davanti agli occhi, quanto piuttosto la capacità (narrativa) di catturare la realtà al di là dello stereotipo che essa propone di sé, ribaltando le convenzioni culturali nelle quali essa trova, perlopiù, la sua consolidata e rassicurante rappresentazione.

La parola realismo è girata parecchio alla 71. Mostra del Cinema di Venezia. E la sensazione è che facesse talvolta persino un po’ paura. Anzi, secondo alcuni il fatto che non abbia vinto quel capolavoro che è, in effetti, The Look of Silence di Joshua Oppenheimer – il documentario sul fratello di una vittima dello sterminio perpetrato dagli squadroni della morte sotto la protezione del governo militare e dei governi occidentali nell’Indonesia alla fine degli anni ’60, il quale si confronta con i carnefici che hanno segnato in modo indelebile la sua esistenza – e abbia vinto invece un film per molti versi surreale come Il piccione di Roy Anderson, avrebbe almeno un po’ a che fare con questo timore. O per meglio dire con la sensazione (che viene vissuta con una certa ansia in quello che veniva chiamato una volta, non a caso, il mondo di celluloide) che la realtà, nell’epoca della rappresentazione, nell’epoca dell’immagine onnipervasiva, si divori di fatto qualsiasi narrazione; che il racconto di fiction si perda e disperda all’interno della finzione quotidiana nella quale si muovono le nostre esistenze; che le storie non riescano più in alcun modo a spiazzare, a stupire, che non siano più in grado di costringere lo spettatore assuefatto a qualsiasi forma di messa in scena, a vedere il mondo da una visuale inaspettata e irriverente, inattesa e sconvolgente. Premiare il film-documentario di Oppenheimer, dopo che l’anno scorso aveva vinto quel viaggio anch’esso documentaristico ai bordi della metropoli che è Il Sacro GRA di Gianfranco Rosi, poteva significare proprio questo: certificare l’incapacità del racconto di finzione di colpire al cuore la realtà, di svelarla, di sviscerarla, di illuminarla di una luce capace di portarne in superficie i lati perlopiù nascosti e messi sotto le coperte rassicuranti dell’ordinario televisivo. Premiare The Look of Silence, e dunque, ancora una volta, un documentario, poteva in qualche modo decretare, non senza pesanti conseguenze, che il cinema si sta sempre più spostando in direzione di una realtà concreta e documentata, pulsante e vitale, lasciando semmai alla televisione (dove anche il reality è giocoforza finzione) e in particolare alle serie televisive (splendide le 4quattro puntate di Olive Kitteridge, prodotto HBO tratto dal romanzo di Elizabeth Strout accolto con entusiasmo alla Mostra) il compito di narrare le storie. Continua a leggere →

24 settembre 2014
Pubblicato da Le parole e le cose
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La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-18

cropped-pagina_interna_pubblicazioni_oro_e_piombo1.jpgdi Marco Mondini

[E’ uscito da poco La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-18 (Il Mulino), di Marco Mondini, un saggio che ricostruisce l’esperienza italiana della Prima guerra mondiale attraverso gli strumenti della storia culturale. Presentiamo l’introduzione al libro, intitolata Una guerra differente].

La Grande Guerra italiana è un paradosso.
L’intervento del Regno d’Italia nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe permesso finalmente a tutti gli italiani di far parte di un unico Stato nazionale. Ma il governo che condusse il paese in guerra aveva poco in comune con le idealità del nazionalismo romantico e democratico di Mazzini o con l’ispirata strategia politica di Cavour: per combattere contro i propri ex alleati, il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, e il suo ministro degli esteri, Sidney Sonnino, pretesero la cessione del territorio di Bolzano, abitato da 250 mila austro-tedeschi, ma lasciarono al suo destino la città di Fiume, abitata da una popolazione di lingua e cultura italiana.

La guerra doveva essere la «prova del fuoco» degli italiani, il momento in cui avrebbero dimostrato al mondo di essere una nazione coesa, forte e degna di sedere tra le grandi potenze. Ma l’Italia entrò in guerra lacerata da profonde rivalità sociali e politiche, contro il volere della maggioranza parlamentare e di gran parte della popolazione. Queste radicali divisioni ideologiche sopravvissero alla vittoria. L’ultimo colpo di cannone della guerra non fu sparato il 4 novembre 1918 contro gli austriaci, bensì il giorno di Natale del 1920, quando la Regia Marina bombardò la città di Fiume occupata dai legionari dannunziani, in un bizzarro (ma sanguinoso) strascico fratricida del conflitto. Continua a leggere →