Le parole e le cose

Letteratura e realtà

22 marzo 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Bowie: amare l’alieno

di Barbara Carnevali

[Questo intervento è la postfazione a Bowie di Simon Critchley, Il Mulino (versione italiana di On Bowie, London, Serpent Tail, 2016, edizione rivista e aumentata dopo la morte di David Bowie)].

Due sirene tentano il filosofo quando cerca di accostarsi ai fenomeni pop: la critica dell’ideologia di stile adorniano, che nega lo statuto di arte a ciò che definisce con disprezzo prodotti dell’industria culturale, destinati a fabbricare consenso per il sistema capitalistico e dunque privi di valore estetico; e l’attitudine postmoderna di chi si abbassa ironicamente verso un ambito che in realtà continua a sospettare indegno, e di cui riesce a parlare solo in modo obliquo, con un linguaggio virgolettato preso in prestito dalla cultura alta che rimarca la distanza e comunica una sensazione di falsità. Simon Critchley resiste a entrambe le tentazioni in cui vanno riconosciuti i sintomi di uno stesso snobismo. Prende il suo oggetto sul serio e non si preoccupa di doverlo giustificare o nobilitare. Che quella di Bowie sia arte è il semplice fatto che motiva la necessità del suo piccolo libro, concepito come il tentativo di spiegare a una comunità di fan, ma in primo luogo a se stesso, l’eccezionalità di un’emozione estetica durata più di quarant’anni. A prendere la parola è lo stesso autore che ha scritto su Heidegger e Lévinas. La serietà e il rigore non sono minori, ma il coinvolgimento è forse ancora più intenso dal momento che non si tratta tanto di condurre un dialogo intellettuale quanto di far luce sul mistero di una passione. La riflessione del filosofo nasce come una dichiarazione di amore – così dovrebbe sempre fare, d’altronde, la buona critica delle opere d’arte – dando indirettamente ragione al Proust di Deleuze, secondo cui solo le cose che ci colpiscono sensibilmente stimolano il pensiero alla ricerca del senso, e a Platone, che pensa il bello come capacità di farsi amare.

Critchley dichiara di essere un filosofo anarchico[1], e il presupposto non detto di tutta la sua interpretazione di Bowie è l’idea di collocarlo nella linea di quei movimenti anarcoidi di contestazione sociale – come la bohème, le avanguardie e le controculture novecentesche – che hanno espresso il dissenso per via estetica, attraverso il connubio arte e vita. Per questi artisti, il pensiero è un’azione che si incarna, prima ancora che in un’opera propriamente detta, nel gesto e nello stile come simboli di una maniera di essere e di intendere il mondo. Che a questa concezione della critica sociale, che ha una parentela con l’idea di estetica dell’esistenza, sia possibile attribuire una genealogia filosofica lo suggerisce un breve rimando alla storia del pensiero antico. Continua a leggere →

21 marzo 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Personæ

di Franco Buffoni

[Il mese prossimo uscirà per Manni Personæ. Dramma in cinque atti e un prologo di Franco Buffoni. Ne pubblichiamo un’anticipazione (il prologo, le prime due scene dell’atto primo e le note finali), ringraziando l’autore].

DRAMATIS PERSONAE

Dopo l’attacco al teatro dove era in corso il concerto-revival del gruppo rock dal grande passato, quattro personaggi “ritornanti” discutono tra loro:
Narzis, professore di filosofia alsaziano, quarant’anni, sposato con
Endy, tecnico informatico ex operaio, trent’anni. Hanno due bambini, Erik e Samuel, nati in Canada tramite GPA, ed è la prima sera che li affidano alla baby sitter.
Veronika, biologa ricercatrice di origini ucraine, trentacinque anni, a Parigi da dieci. Sotto l’aspetto di donna single in carriera, è devastata da una ferita d’amore e d’orgoglio subita a vent’anni.
Inigo, cinquant’anni, prete lefebvriano, che passava di lì per caso (?). Vive a Montmartre in una confraternita sacerdotale coperta intitolata a Dominique Venner, l’uomo che si suicidò nella cattedrale di Notre Dame il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay.

PROLOGO

Quegli istanti

Bianco, rosso mattone e azzurro
In tenue cromia disposti dagli stucchi
Sui fiori dipinti nel vecchio teatro
Dov’è in corso il concerto-revival
Del gruppo rock dal grande passato.
Lì da sola Veronika,
Una coppia gay con figli a casa in baby sitting,
Un prete léfebvriano che passava per caso (?)
Discutono sullo sfondo del lapsus
Di un cronista tv:
“Sono morti in modo non grave”.
Poiché la tv non può mentire
Per qualche istante fino alla rettifica
I quattro revenant tornano vivi.
E quegli istanti a tempo e luogo –
Al tempo e nel luogo in cui i fatti avvengono
Quando il momento è giunto –
Durano il tempo della nostra
Rappresentazione.

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20 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La vera vita

di Alain Badiou

[Ho letto La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani di Alain Badiou, uscito per Ponte alle Grazie nella traduzione di Vincenzo Ostuni, mentre stavo facendo una ricerca sul tema delle generazioni in poesia, che oggi in Italia porta con sé una sorta di morbo, molte verità e molte distorsioni. Cercando di far dialogare tra loro quelle verità e quelle distorsioni, è restata, senza remissione, la radice di un problema contemporaneo che va ben oltre l’atavico conflitto padri-figli, che denuncia in Occidente situazioni cruciali di ordine simbolico e materiale, che mette in discussione certi aspetti del pensiero nichilista parallelamente ai modelli economici dominanti. Può essere interessante iniziare a leggere La vera vita dall’ultimo capitolo, A proposito del divenire contemporaneo delle ragazze, che offre una delle analisi più lucide sull’evoluzione del femminismo, sulle relazioni tra generi, identità e competenze, sessualità e lavoro. Andare quindi a ritroso, con il secondo, A proposito del divenire contemporaneo dei ragazzi, e con il primo, Essere giovani oggi: senso e non senso, da cui sono tratti i seguenti brani. Si ringrazia l’editore per aver permesso di pubblicarli. (Maria Borio)]

La «vera vita», ricordiamolo, è un’espressione di Rimbaud. Ecco un autentico poeta della giovinezza, Rimbaud. Qualcuno che fa poesia a partire dalla propria esperienza totale della vita che comincia. È lui che, in un momento di disperazione, scrive in modo straziante: «La vera vita è assente». È questo che la filosofia c’insegna, o comunque tenta di insegnarci: che se la vera vita non è sempre presente, essa non è neppure mai completamente assente. Che lei, la vera vita, sia un po’ presente, è quello che il filosofo vuole dimostrare. E corrompe la gioventù nel senso che tenta di dimostrarle che esiste una falsa vita, una vita devastata, che è la vita pensata e praticata come lotta feroce per il potere, per il denaro. La vita ridotta, con ogni mezzo, alla pura e semplice soddisfazione delle pulsioni immediate.

[…]
In fondo, dice Socrate, e per il momento non faccio che seguirlo, per conquistare la vera vita bisogna lottare contro le prevenzioni, i preconcetti, l’obbedienza cieca, le consuetudini ingiustificate, la concorrenza illimitata. Fondamentalmente, corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di fare in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vera vita. Continua a leggere →

19 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La stanza profonda

di Vanni Santoni

[Esce in questi giorni, nella collana Solaris di Laterza, La stanza profonda di Vanni Santoni. Testo ibrido tra saggio e romanzo, ma sbilanciato verso il romanzo, La stanza profonda racconta una subcultura giovanile negletta che era in realtà un’avanguardia – i giocatori di ruolo. Ma racconta anche la provincia italiana, la sua dissipazione e la nascita di un mondo in cui non è più ovvio che il virtuale sia meno importante o meno reale del reale].

Perché il gruppo sia veramente al completo, mancano ancora due elementi. La prima è Leia, resa all’oggi da quei giorni d’infanzia. Quando arriva, nessuno dei ragazzi le darebbe tre lire, né aiuta il fatto che abbia già giocato con te, visto che all’epoca avevate nove anni. Depone a suo favore giusto il fatto che quello è il suo nome vero, segno che i suoi seguono una via onorevole. È forse quel latente pregiudizio da liceali, che tiene le donne lontane dal tavolo a meno che non siano davvero anticonformiste, e anche in tal caso le fa avvicinare più tardi, e peggio. C’è anche un fondo di realtà: quasi sempre le ragazze che si avvicinavano al gioco lo facevano senza interesse, spesso per via di un compagno giocatore, e finivano per tirare due dadi, non capire mai fino in fondo cosa stava succedendo, magari morire pure alla cazzo tra i risolini, perché il coinvolgimento, prima ancora che l’attenzione o la competenza, nel gioco di ruolo è la chiave della sopravvivenza. Invece Leia, quella ragazza ben diversa dalla bambina taciturna degli anni ottanta vallombrosani, tornata in valle dalla Bologna dove ha studiato, per fare il dottorato in letterature comparate a Siena, da una Bologna degli anni novanta che alle vostre orecchie è come Berlino, con le sue storie da un altro mondo e le cose che sa, e voi non sapete, Artaud e Dürrenmatt, la poesia inglese e francese dell‘800 a memoria, le controculture e Hakim Bey e i rave ben prima che il Paride, il Mella e compagnia ne scoprissero l’esistenza e venissero a darvene notizia, quell’alfiera insomma di un mondo altro, più grande e aperto della vostra provincia, sarebbe diventata anche l’alfiera del fine playing più estremo, potenza e controllo nella piena interpretazione del personaggio. Quasi precisa quanto il Paride e il Bollo e allo stesso tempo fantasiosa quanto il Silli e spontanea quanto Andre, e quindi la migliore, se avesse senso catalogare così i giocatori. Di certo la ammirate tutti, a parte il Silli, che con lei avrà sempre un atteggiamento un po’ sostenuto, sospeso giusto quando scoprirà (lei mai ne avrebbe fatto parola) che era pure la traduttrice italiana di un paio di moduli. In ogni caso, di avere un legame speciale con la stanza lo dimostra quasi subito. Continua a leggere →

18 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Domina

playlist di Italo Testa

Edda, Signora (Graziosa utopia, 2017)

The Velvet Underground & Nico, Venus in Furs (The Velvet Underground & Nico, 1967)

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17 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Per Derek Walcott (1930-2017). Un’intervista

di Francesca Borrelli

[Oggi è morto Derek Walcott, uno dei più importanti poeti contemporanei, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992. Lo ricordiamo con questa intervista di Francesca Borrelli, tratta da Maestri di finzione (Quodlibet 2014)].

L’essere nato a una periferia dell’impero ha reso tardiva la fama di Derek Walcott, ma da quando il Nobel per la letteratura, assegnatogli nel 1992, si è fatto viatico della sua presentazione al mondo intero, le traduzioni della sua opera stanno varcando tutte le frontiere. E portano, senza che sia possibile fraintenderne il suono, l’eco delle maree sulle rive caraibiche. “Le vere biografie dei poeti sono come quelle degli uccelli, quasi identiche – i dati veri vanno ricercati nei suoni che emettono”: è un passo del commosso, reverenziale, quasi esaltato omaggio di Josif Brodskij a Derek Walcott, e non sembra possibile trovare parole migliori per rendere giustizia alla densità sonora e immaginifica della sua epica. Non ha orecchio, infatti, chi pur potendo godere dei versi di Walcott nell’inglese originale, non vi sente i rumori del mare: c’è dentro l’irruenza dell’oceano, alternata alla nostalgia del boato dopo che l’onda si placa, e l’eco del canto dei marinai insieme alla dolcezza intonata alla monotonia della risacca. Nella lingua dell’uomo nato al crocevia tra il patois creolo e l’inglese dei colonizzatori, risuonano una infinità di culture; mentre nei suoi versi c’è il ritmo del calypso, la musicalità del reggae, la metrica di Eliot e la distanza dal pentametro giambico offerto dal modello inglese: perché come scrisse il poeta caraibico Edward Brathwaite, nel suo History of the Voice, “l’uragano non ruggisce in pentametri”. Nei versi di Walcott non è spento, neppure, il lontano grido dall’Africa che dà il titolo a una sua poesia: quella memoria che gli fa scrivere “Il gorilla lotta con il superuomo./ Io che sono avvelenato dal sangue di entrambi,/ Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?”
Chi è nato nelle Indie occidentali, come Walcott che viene dall’isola di Saint Lucia, non può prescindere dalla ancestrale memoria delle catene, ma il dramma del passato sembra essersi depositato nei suoi versi come a decantarsi, lasciandovi una consapevolezza che non indulge al vittimismo proprio di chi si sente relegato all’ombra della storia. Da quell’ombra, gli scrittori caraibici sono riscattati grazie all’orgoglio di essere nati in una natura abbagliante, che entra di prepotenza nei loro libri nutrendo una tra le letterature più vitali del nostro tempo. Derek Walcott ne è il protagonista più celebrato e il più noto, da noi, grazie alle traduzioni poetiche della Mappa del nuovo mondo, della pièce Ti-Jean e i suoi fratelli, del dramma Sogno sul Monte della Scimmia, del poema La goletta ‘Flight’, tutti pubblicati dalla Adelphi, per la quale è uscita alla fine del 2003 – dunque sette anni dopo questa intervista, avvenuta a Milano nel maggio del ‘96 – la traduzione davvero impervia del grande poema Omeros.

Lei ha detto, una volta, che in un certo senso si può pensare alla poesia europea come a un crepuscolo e alla letteratura caraibica come a un mattino, quasi fossero due momenti opposti del giorno…

Quando ho fatto quella affermazione stavo pensando in termini di tempo storico. La gamma di una cultura non può essere fissata una volta per sempre: c’è un periodo relativo alla sua nascita, poi alla crescita poi al declino, come nella sequenza naturale della vita umana. L’Europa ha una storia antica, se la pensiamo in termini cronologici e non geologici, mentre la storia dei Caraibi è più fresca. Uno scrittore europeo, specialmente quando ascolta drammi come quello della Bosnia, è costretto a svegliarsi con quel peso e a portarlo sulle spalle. Di fronte a tutte le tragedie che continuano a accadere ci si domanda cosa ha fatto la cultura per redimerle. La storia dell’Europa è sempre stata trattata come una storia di civiltà, non solo da una prospettiva culturale, ossia riguardo alla sua arte, ma anche da un punto di vista morale. Così la questione è: forse che l’Europa, pur avendo una grande storia culturale non ha un centro morale? In altre parole: cosa hanno fatto le cattedrali per redimere la condotta degli uomini? Continua a leggere →

17 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Il ritratto dello scrittore da partigiano. Carlo Cassola (1917-1987)

di Daniela Brogi

[Oggi ricorre il centenario della nascita di Carlo Cassola. Il testo che segue è tratto dalla parte iniziale di un saggio dedicato a Fausto e Anna (1952), uscito in Giovani. Vita e scrittura tra fascismo e dopoguerra (dbr)].

Si chiacchiera da venti anni sulla Resistenza, ciò che fu,
che avrebbe dovuto essere, che non fu ecc.,
ma intanto l’unico libro che l’abbia descritta,
fatta vivere, è Fausto e Anna di Cassola.
E naturalmente hanno detto che era un libro fascista.
Romano Bilenchi, Bello, chi l’ha scritto?, «La Fiera Letteraria», XLII, 40 (5 ottobre 1967)

Possiamo affermarlo senza paura di sbagliare: guardando al paesaggio nel suo insieme, le narrazioni più indimenticabili della Resistenza, quelle che più hanno colpito l’immaginario collettivo, sono quelle raccontate dal grande cinema italiano neorealista. Questo dato, naturalmente, non va trasformato in un pronunciamento estetico inappellabile. Né significa, per esempio, che manchino romanzi importanti sugli eventi successivi all’Otto Settembre, ma il fatto è che, mentre per il cinema è possibile parlare di un’intera stagione di capolavori, come se, al di là dei risultati individuali, il linguaggio cinematografico fosse più congeniale, di per sé, al racconto dell’esperienza della guerra di Liberazione, nel campo della prosa si registrano piuttosto casi isolati come Il sentiero dei nidi di ragno, Fausto e Anna, Una questione privata, Il partigiano Johnny, I piccoli maestri: tutti testi, a parte quello di Calvino, stesi da autori la cui biografia ha in qualche modo seguito un analogo destino di solitudine, di eccentricità.

Se poi guardiamo alle ragioni di tale fenomeno, uno degli aspetti importanti da considerare riguarda la capacità di espressione di uno shock come la guerra che, molto più di un discorso di parole, può avere un discorso per immagini. E così la corsa di Anna Magnani che viene abbattuta a colpi di mitra mentre insegue il camion di tedeschi che hanno appena arrestato il suo uomo

ci consegna la scena madre della narrativa della Resistenza: non solo perché ci commuove, ma perché quella morte così improvvisa, così insensata, blocca il nostro sguardo, e ci racconta come l’orrore, in un attimo, può azzerare tutta una vita. «Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani, || sotto le ciocche disordinatamente assolute, || risuona nelle disperate panoramiche, || e nelle occhiaie vive e mute || si addensa il senso della tragedia»[1]. Continua a leggere →

16 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il borghese

di Franco Moretti

[Il borghese, il nuovo libro di Franco Moretti pubblicato in versione italiana da Einaudi, intreccia letteratura, storia, filosofia e scienze umane per riflettere una figura sociale decisiva nello sviluppo della società moderna. Queste sono le prime pagine del saggio. Ringraziamo l’autore e l’editore].

 «Io sono un membro della classe borghese».

 Il borghese… Non molto tempo fa, questo concetto sembrava indispensabile all’analisi sociale; oggi invece possono passare anni senza che se ne parli. Anche se il capitalismo è più potente che mai, la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla. «Io sono un membro della classe borghese, mi sento tale e sono stato educato alle sue idee e ai suoi ideali», scriveva Max Weber nel 1895 [1]. Chi potrebbe ripetere oggi quelle stesse parole? Le «idee» e gli «ideali» borghesi: ma che cosa sono?

Questo cambio di atmosfera si riflette anche nel lavoro accademico. Simmel e Weber, Sombart e Schumpeter: tutti vedevano nel capitalismo e nel borghese – in economia e antropologia – due facce della stessa medaglia. «Non conosco alcuna lettura storica seria del nostro mondo moderno», scriveva Immanuel Wallerstein un quarto di secolo fa, «in cui sia del tutto assente il concetto di borghesia. Ed è giusto così. Difficile raccontare una storia in cui manchi il protagonista principale»[2]. Eppure, oggi, anche quegli storici che sottolineano con enfasi il ruolo svolto da «idee e ideali» nell’ascesa del capitalismo (Meiksins Wood, de Vries, Appleby, Mokyr) mostrano scarso interesse per la figura del borghese. Come ha scritto Ellen Meiksins Wood, «In Inghilterra esisteva il capitalismo, ma non come creazione della borghesia. In Francia esisteva una borghesia (piú o meno) trionfante, ma il suo progetto rivoluzionario aveva poco a che fare con il capitalismo». O ancora: «borghese non è necessariamente da identificarsi con capitalista»[3]. Continua a leggere →

15 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Metafisica della puttana reale

di Paolo Godani

Per molto tempo la filosofia, e in particolare la metafisica, si sono organizzate stabilmente, con la sicurezza della talpa nella sua tana, nella forma del trattato. Oggi che, per queste discipline almeno, il genere del trattato “scientifico” è diventato quasi solo il derisorio nome accademico di un oggetto indefinibile, situato tra la rassegna bibliografica e il quaderno di appunti, la filosofia ha un bisogno imperioso di cercare nuove forme di espressione.

Tra i pochi impegnati in questa ricerca, alcuni (per esempio Giorgio Agamben) ricordano come, da Parmenide a Lucrezio, i filosofi ancora percepissero la stretta parentela che li legava ai poeti, e come la percepissero, stranamente, proprio nel momento in cui pretendevano di comporre un’opera scientifica; altri tentano invece di reinventare uno stile per la filosofia mettendo le sue categorie alla prova di una molteplicità di eventi minimi o marginali, della storia o dell’esistenza. È ciò che fa, per esempio, Jacques Rancière, quando organizza i suoi testi attorno a quelle che chiama scene (come accade esemplarmente in Aisthesis. Scènes du régime esthétique de l’art, Galilée 2011) e che sono situazioni o momenti, in loro stessi quasi insignificanti, ma capaci nondimeno di presentare, come sulla scena di un teatro o sullo schermo del cinema, una svolta nel modo di pensare.

Sembra voler combinare entrambe le strategie Laurent de Sutter, in un testo, Metafisica della puttana, tradotto ora da Aldo Prini per la collana “Scienza” delle nuove e preziose edizioni Giometti & Antonello di Macerata. Continua a leggere →

14 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Inediti /6: Federico Italiano

a cura di Massimo Gezzi

[La rubrica degli Inediti si apre oggi a un poeta nato negli anni Settanta: Federico Italiano, nato nel 1976, ha pubblicato le raccolte Nella costanza (Edizioni Atelier, 2003), I Mirmidoni (Il Faggio, 2006), L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010), L’impronta (Nino Aragno Editore, 2014). Nel 2015, per Feltrinelli Zoom, è uscita l’autoantologia Un esilio perfetto. Poesie scelte 2000-2015. Presento cinque suoi inediti].

Le case degli altri

Non avevo paura delle case degli altri
da bambino. La porta semiaperta
di un bagno, la penombra

di un tinello, gli odori imprevedibili
di cucine in stand-by pomeridiano,
gli strapiombi di luce,

gli agguati alieni di collant dismessi,
o l’ambigua figura dell’anturio –
tutto si disponeva

cartograficamente nel presagio
di avventure future, tutto entrava
nella mappa dei tesori sepolti.

Non avevo paura delle case degli altri
da bambino, ma adesso
sono i loro fantasmi a farmi visita:

le ciabattine rosa,
che guadavano attente
le sconnesse distrazioni del gioco

la curva parabolica
di una pista Polistil, efferata
regolatrice di affetti e tensione

o il buio di un armadio,
nel fondo d’indumenti sconosciuti,
dove persi l’ossigeno che ora manca alla conta.

 

La vita su Marte

Era domenica e piovigginava.
Dal mio sofà guardavo le avventure
della vita su Marte, intorpidito,
vicino al sonno, quando
tra ghirlande di cavi saltò fuori
un astronauta in videoconferenza
con la figlia, radiosa tra i peluche.
E per un attimo fui padre anch’io,
poi figlio, solo figlio, nel momento
in cui le chiese degli esami a scuola
e un minuscolo agglomerato acquoso
cominciò a fluttuare dal suo occhio destro,
….in libera caduta dentro al vuoto,
….nel ritardo incolmabile di sedici tramonti.

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