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Letteratura e realtà

Su Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño

| 4 commenti

cropped-roberto-bolano1.jpgdi Antonio Coiro

[Oggi Roberto Bolaño compirebbe sessant’anni (Roberto Bolaño, Santiago del Cile, 28 aprile 1953 – Barcellona, 15 luglio 2003)].

1. Chiamate telefoniche è la prima raccolta di racconti di Roberto Bolaño. Uscita in Spagna nel 1997 e in Italia nel 2000 per Sellerio (nella traduzione di Maria Nicola), è stata recentemente riproposta da Adelphi, nella traduzione di Barbara Bertoni.

Bolaño, si sa, è scrittore da lunghe distanze. I suoi due romanzi migliori – I detective selvaggi e 2666 – sono vere «opere mondo»: scritture massimaliste, ipertrofiche, enciclopediche. Esiste però un profondo legame tra questa raccolta di racconti e i romanzi: Chiamate telefoniche può essere considerato come la planimetria dell’intera opera di Bolaño. Innanzitutto per motivazioni di ordine tematico: la vita letteraria di scrittori marginali e «orfani», il sesso e le relazioni sentimentali, la violenza sono continenti attorno ai quali gira tutta la produzione del cileno; tutti temi perfettamente condensati in questi quattordici racconti. Ad un secondo livello, in Chiamate telefoniche, si concentrano tutte le ossessioni filosofiche della sua scrittura: il caso e il suo continuo modellare le vite, l’opera e la natura del tempo, l’osceno legame tra l’arte e l’orrore, il fondo inevitabilmente enigmatico della realtà, il senso del male. Ad un terzo e ultimo livello poi, la contiguità profonda tra i romanzi e i racconti è strutturale. «“Vita di Anne Moore”, l’ultimo racconto di Chiamate telefoniche, è, nel suo riflesso, un romanzo-fiume di circa seicento pagine»[1]. Questa dichiarazione di Bolaño dimostra quanto vischiosa sia nella sua scrittura la zona che separa la narrativa breve da quella dei grandi romanzi. I racconti di Chiamate telefoniche sono resoconti di vite intere, biografie condensate nel breve spazio di dieci pagine. Riprendendo alcuni spunti già presenti in La letteratura nazista in America, vengono anticipate qui alcune soluzioni che troveranno piena realizzazione nei racconti di vita dei Detective e nell’ultima parte di 2666, La parte di Arcimboldi.

Nella prima sezione – fatta eccezione per il racconto “Chiamate telefoniche” – i protagonisti sono tutti letterati: scrittori falliti, eccentrici, minori. L’«indifeso e coraggioso» Enrique Martìn e la sua misteriosa fuga, fino al suicidio finale. “Sensini”, in cui un giovane autore e il vecchio Sensini partecipano a diversi concorsi letterari presentando sempre lo stesso racconto, cambiandogli solo il titolo, in un gesto di irrisione e impertinenza tipicamente bolañano. Fragile e precario è pure il peso letterario del narratore Henri Simon Leprince del racconto omonimo: «scrittore fallito» che stoicamente vive uno stato di marginalità e rifiuto, alle basi infime della piramide letteraria; solo in età adulta riconoscerà la sua «condizione di cattivo scrittore» e realizzerà che «i bravi scrittori hanno bisogno di quelli cattivi se non altro come lettori o come scudieri». Il caso più esemplare è però quello del breve “Un’avventura letteraria”, in cui un irrilevante e astioso autore di nome B vive un rapporto di attrazione-repulsione verso la figura di A: scrittore affermato che «pontifica su tutto l’esistente, umano e divino, con pedanteria accademica, con l’atteggiamento di chi si è servito della letteratura per conquistare una posizione sociale».

Bolaño, qui come in tutti i luoghi della sua produzione, dà vita ad un mondo di letterati profughi e sradicati: esuli che oppongono la loro tenacia, la loro orgogliosa marginalità ad una società letteraria ottusa e conservatrice, in cui si dà merito solo «al successo, al denaro, alla rispettabilità»[2]. Quello che percorre le pagine di molti racconti di Chiamate telefoniche è un archetipo di intellettuale tipico della narrativa del cileno: outsider e periferico, ma anche dissacratorio e coraggioso. Siamo alle soglie delle migliori pagine de I detective selvaggi, pubblicato l’anno successivo; uno stadio che precede quello di 2666 in cui lo scrittore diventerà talmente marginale da scomparire del tutto, nella nuova mitologia dello scrittore-fantasma rappresentato da Arcimboldi.

2. Nell’incipit di “Chiamate telefoniche”, si condensa perfettamente l’altro polo discorsivo della raccolta: è il motivo delle chiamate telefoniche, della distanza fisica e sentimentale tra i personaggi.

B è innamorato di X. Naturalmente, si tratta di un amore infelice. B, in un’epoca della sua vita, era disposto a fare di tutto per X, più o meno lo stesso che pensano e dicono tutti gli innamorati. X rompe con lui. X rompe con lui per telefono.

Sono almeno otto, su un totale di quattordici, i racconti che hanno al centro dell’intreccio la vita sentimentale di uno o più personaggi. Uno dei migliori, “Vita di Anne Moore”, è l’arco di vita di Anne Moore, dall’adolescenza nel Montana segnata dal sangue ai continui spostamenti dell’età adulta. Lavori differenti, diversi compagni, tutti continuamente abbandonati dopo periodi di intense frequentazioni, fino all’epilogo.

Quella di Anne, come quella di molti personaggi di questi racconti, è una traiettoria discontinua ed episodica: microsegmenti di vita al loro interno intensi e coerenti, ma di continuo interrotti da strappi e rotture che Anne si autoimpone, o che comunque avvengono. Anche quando la serenità sembra un «cantuccio […] breve ma possibile», inesorabile arriva l’opera del tempo a sabotare ogni equilibrio. Con una disinvoltura disarmante i personaggi cambiano città, lavoro, vita. Il loro rapporto con il passato, con quello che lasciano, i loro repentini cambiamenti danno alle loro psicologie una elasticità che a volte tocca i confini della frammentazione psichica. Gli addii sono «affettuosi e disperati» ma una forza superiore li agita in una continua fuga. A volte quest’ansia di evasione prende forme allucinate, come in “Enrique-Martin” in cui il protagonista fugge da qualcosa di inafferrabile e misterioso. Altre volte, molto più banalmente, i personaggi partono, cambiano scenario ma mantengono un rapporto sempre dialettico con il passato, oscillando tra la nostalgia e la dimenticanza.

Entrambi questi immaginari – la fuga davanti ad un pericolo imminente ed enigmatico, la facilità con la quale le persone si perdono e si ritrovano – costituiranno i poli costanti della scrittura di Bolaño negli anni successivi. Il primo diventerà una della pratiche testuali centrali di 2666, sul secondo si struttura la ricchezza delle vite umane dei Detective.

Così i personaggi di Chiamate telefoniche attraversano le loro vite in uno stato di continua migrazione. I loro archi narrativi sono spezzettati: intervallati da indicatori temporali generici («Poco dopo», «Un giorno»), continue clausole avversative segmentano strutture paratattiche in cui lunghi periodi di tempo vengono sintetizzati in poche righe e giustapposti l’uno all’altro. In questo stile parsimonioso di connettori causali c’è di certo un elemento di retorica che fa oscillare la prosa di Bolaño tra l’enigmaticità e la trasparenza; ma c’è anche una precisa concezione della temporalità della vita: sfrangiata, discontinua, intermittente, inevitabilmente sottoposta alla casualità più che alla linearità diacronica.

In questa successione di segmenti temporali si inserisce il tema delle chiamate telefoniche: le conversazioni tra i personaggi arrivano tra intervalli di assidua frequentazione e cercano di ricreare una vicinanza perduta. Da dispositivo che serve a dare coerenza tematica all’intera raccolta, le chiamate telefoniche diventano in molti racconti una cristallizzazione del tempo e del suo potere di plasmare le vite: «Il tempo – il tempo che separava B da X e che B non riusciva a capire – passa lungo la linea telefonica, si comprime, si allunga, lascia intravvedere una parte della propria natura».

C’è una sorta di discorso sul tempo – o quantomeno: sull’esperienza che l’io fa del tempo – ad attraversare le pagine di Chiamate telefoniche. A volte il narratore lo esplicita apertamente, come nel caso precedente o come nel racconto “La neve” («ma il punto fondamentale è il tempo. Hai tempo di ascoltare la mia storia?»), altre volte questa temporalità precipita in momenti di inaspettata lucidità per i personaggi. Il merito di Bolaño è restituire questi squarci attraverso affondi brevi ed incisivi che irrompono in una prosa limpida e circolare:

Di botto mi piombarono addosso tutti gli anni passati da quando avevo conosciuto Clara, tutto quello che era stata la mia vita, nella quale Clara non aveva avuto quasi niente a che vedere.

[…] Anche se dopo, mentre tornavo per le strade tortuose del centro del paese, capii che per un secondo avevo dimenticato Clara e che questo ormai era un processo inarrestabile.

Con una pratica che diventerà sistematica in 2666 – soprattutto ne La parte dei critici – Bolaño struttura le psicologie dei suoi personaggi intorno a queste faglie temporali: un destino viene a compimento, si prende coscienza di qualcosa di inaspettato, o molto più spesso un intero arco di tempo si cristallizza e rivela la sua autenticità («capii anche che quella partenza o quell’addio erano una forma di solidificazione, una forma strana, parziale, quasi segreta di solidificazione»).

3. Oltre che le forme dell’epifania o dell’autocoscienza, questi momenti sono a volte letteralmente delle esplosioni: soprattutto nella sezione centrale (“I detective”), i personaggi sono colpiti da visioni, accessi di violenza, furori improvvisi durante i quali il tempo esplode, si compie come una dissociazione interiore nella psicologia di un personaggio e il reale mostra il suo lato più osceno: «la vita non ha senso», dice ad un certo punto una delle due donne di “William Burns” guardando il narratore scavare una fossa per un cadavere. È proprio in questi strappi di follia che la realtà mostra il suo «volto sporco di terra». In questo senso viene accennata qui una linea di ricerca che strutturerà profondamente 2666: «Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo»[3] si dirà lì a proposito dei femminicidi di Santa Teresa.

La violenza è, con il sesso, la principale pulsione di vita dell’universo bolañano. Che sia solo immaginata, come spesso accade, o che si consumi in slanci improvvisi, è innegabile come l’immaginario psicologico di Chiamate telefoniche coincida spesso con lo squilibrio mentale, con un tema che l’autore sviluppa sempre sotto traccia, quello della follia[4] – tema che sarà centrale in alcuni luoghi di 2666 (La parte di Amalfitano, La parte di Fate). Si prendano i due improvvisi scatti dei protagonisti di “La neve” e “William Burns”, dove il momentaneo isolamento psicologico del protagonista è talmente profondo da coinvolgere ogni sfera sensoriale.

D’un tratto mi venne in mente che Pavlov avesse ammazzato Natal’ja e che quella notte avrebbe ammazzato me. Non misurai le conseguenze di quello che facevo. Spiccai un salto e gli tagliai la gola. La mezz’ora seguente la passai a cancellare le mie impronte. Poi tornai a casa e mi sbronzai.

[…] La stanza sconosciuta mi sembrò come una prefigurazione del mio cervello, l’unica casa, l’unico tetto. Non so quanto tempo rimasi lì, a colpire il corpo caduto, ricordo solo che qualcuno aprì la porta alle mie spalle, delle parole il cui senso non compresi, una mano sulla mia spalla.

Che ci siano svolte di destino, slanci di violenza o illuminazioni sul reale, le traiettorie biografiche di Chiamate telefoniche sono sempre sottoposte ad deviazioni improvvise. Ne emergono vite discontinue, formate da elementi giustapposti senza motivo, che il lettore e i protagonisti si affannano a riconnettere in una visione generale, senza riuscirci: «anche se mi rendevo conto che quel fatto, quella casualità, era carica di significati, non riuscivo a decifrarne nemmeno uno. Le analogie mi confondono soltanto».

È proprio questa «casualità» il vero determinante di queste vite, e più in generale del mondo narrativo di Bolaño. In alcuni racconti l’opera del caso è potente e inattesa: impone svolte narrative, plasma intere esistenze e relazioni (si pensi all’equivoco delle telefonate anonime in “Chiamate telefoniche”), genera azioni estreme e violente, come nel caso di William Burns che per errore uccide un uomo innocente scambiandolo per un assassino. Questa fatalità, più che diventare meccanicamente motore dell’azione narrativa innescando congegni di asincronie o equivoci, assume sempre forme inafferrabili e sfuggenti, diventa un buco nero attraverso il quale viene allegorizzata una visione del reale come luogo in ultima istanza irrazionale ed enigmatico, il cui fondo è essenzialmente oscuro.

Solo un anno dopo Chiamate telefoniche Bolaño esporrà, ne I detective selvaggi, il centro e il senso della sua intera ricerca letteraria.

Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’è una possibilità, più o meno come fra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.[5]


[1] http://www.archiviobolano.it/bol_narra_chiamate.html

[2] Roberto Bolaño, “I miti di Chtulhu”, in Id., Il gaucho insostenibile, trad. Maria Nicola, Sellerio, 2006, p. 178

[3] Roberto Bolaño, 2666, trad. Ilide Carmignani, Adelphi, 2008, p. 431.

[4] A questo proposito interessante è l’analisi che fa Chris Andrews di alcuni racconti di Bolaño: http://blog.edizionisur.it/18-07-2012/qualcosa-succedera-i-racconti-di-roberto-bolano/

[5] Roberto Bolaño, I detective selvaggi, trad. Maria Nicola, Sellerio, 2003, p. 529.

[Immagine: Roberto Bolaño, stencil su muro (gm)].

4 commenti

  1. Pingback: 2666 non è lontano | Nazione Indiana

  2. Saggio molto attento, condivisibile.
    In effetti le due opere/mondo di Bolano (I detective selvaggi e 2666, e cioè quanto di più grande e originale abbia prodotto la narrativa mondiale negli ultimi vent’anni) sembrano nascere paradossalmente quali costole dei racconti brevi, e non viceversa come in genere accade. L’universo immaginativo di Bolano è straordinariamente complesso e fluido ma anche straordinariamente coerente, questo è il suo mistero e anche la sua grandezza. In lui la parte e il tutto non sono divisibili bensì in perpetua connessione, i suoi testi lunghi sono germinazioni o superfetazioni, i suoi testi brevi sono contrazioni, ma il pulsare è sempre lo stesso.
    ps: occorre non dimenticare che Bolano nasce – e si considera – essenzialmente poeta. Ciò può spiegare la potenza inconsueta della sua visione; anche Moresco ha detto che la sua opera in prosa è una personale forma di poesia. Credo che questi romanzieri spurii siano quelli destinati a produrre i lavori più durevoli e incarnanti lo spirito dei tempi, quelli più profetici. E’ solo una mia impressione, chiaro, ma è forte.

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