Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Interpretazioni del capitalismo contemporaneo /1. Fredric Jameson

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cropped-398_1.jpgdi Daniele Balicco e Pietro Bianchi

Nel secondo dopoguerra, il marxismo ha occupato un ruolo importante nel campo della cultura politica europea, soprattutto in Italia, Germania e Francia. Ma è solo a partire dagli anni Sessanta che la sua influenza travalica gli argini tradizionali della sua trasmissione (partiti comunisti e socialisti; sindacati e dissidenze intellettuali) per radicarsi come stile di pensiero egemonico nell’inedita politicizzazione di massa del decennio ’68/’77. Tutto cambia però, e molto rapidamente, con la fine degli anni Settanta: una serie di cause concomitanti (cito in ordine sparso: la sconfitta politica del lavoro, l’esasperazione dei conflitti sociali, l’uso della forza militare dello Stato conto i movimenti, una profonda ristrutturazione economica, la rivoluzione cibernetica, il nuovo dominio della finanza anglo-americana) modifica non solo l’orizzonte politico comune, ma, in profondità, le forme elementari della vita quotidiana. In pochi anni, tutta una serie di nodi teorici (giustizia sociale, conflitto di classe, redistribuzione di ricchezza, industria culturale, egemonia etc…) escono di fatto dal dominio del pensabile; e in questa mutazione occidentale il marxismo, come forma plausibile dell’agire politico di massa, semplicemente scompare. Sopravviverà contro se stesso come teoria pura, protetta in alcune riviste internazionali prestigiose (New Left Review; Monthly Review; Le Monde Diplomatique), in un eccentrico quotidiano italiano (Il Manifesto) e in alcuni i fortilizi accademici minoritari, per lo più americani (come per esempio Duke, CUNY e New School).

La maggior parte degli studi pubblicati in questo nuovo contesto sradicato e internazionale non riesce, come è ovvio, a superare il confine minoritario nel quale è imprigionato. E tuttavia esistono alcune eccezioni, come, per esempio, Postmodernism (1982-1991) di Jameson, Limits to Capital (1982) di Harvey, The Long Twentieth-Century (1994) di Arrighi. Pochi altri testi – forse soltanto Empire (2000) di Hardt e Negri, escluso da questo saggio anche perché la sua tesi di fondo, già a distanza di pochi anni, veniva smentita non dalla teoria, ma dalla storia – sono riusciti infatti ad attraversare il deserto politico di questi decenni conquistandosi, magari retrospettivamente, il ruolo di bussola teorica di questo nostro tempo disorientato. Prima di avvicinare questi lavori importanti, fondamentali per decifrare il capitalismo contemporaneo, sola una precisione: di questi tre autori – tutti e tre firme prestigiose della New Left Review – solo Jameson è americano; Harvey è britannico ed Arrighi italiano. Tuttavia, l’associazione non è impropria perché medesimo è il contesto nel quale hanno lavorato e pubblicato la gran parte dei loro studi.

Postmodernismo

Non è stato Fredric Jameson ad inventare il termine «postmodernismo»; e neppure Jean François Lyotard, sebbene lo scelga come aggettivo per il titolo del suo pionieristico saggio pubblicato alla fine degli anni Settanta2. Tuttavia, è solo con il lavoro teorico di Jameson che la parola «postmoderno» diventa termine guida del dibattito teorico contemporaneo fino ad assumere la dignità di concetto storico periodizzante. Dopo la pubblicazione sulla «New Left Review» nel 1984 di Postmodernism or the Cultural Logic of Late Capitalism diventerà comune, infatti, pensare come postmoderna l’età contemporanea, qualificandola, con questo aggettivo, come «età della fine del processo di modernizzazione».3 La discussione teorica, che lo scritto ha inaugurato, sul significato di questa trasformazione profonda della vita quotidiana nelle società occidentali, ha occupato il centro della teoria critica internazionale per almeno vent’anni. Non stupisce che Postmodernism sia stato subito tradotto in moltissime lingue, fra cui, già alla metà degli anni Ottanta, il cinese mandarino.

Professore di letterature comparate alla Duke University in North Carolina, Fredric Jameson può, senza problemi, essere considerato come l’importatore negli Stati Uniti del marxismo critico europeo. Allievo di Auerbach e di Marcuse, Jameson ha infatti incarnato, con tutti i pregi e i difetti del caso, e forse fuori tempo massimo, una figura un tempo tradizionale per la cultura europea, ma sicuramente eccentrica per quella americana: il critico letterario di formazione marxista. Con la differenza, però, che l’innesto di questa tradizione politica in un contesto asettico come quello dei campus americani – universi per lo più avulsi dal mondo reale ed estranei a qualsivoglia movimento sociale, organizzazione politica o sindacale – si è spesso trasformato in un esausto esercizio accademico. Anche nei saggi più riusciti di Jameson, come L’inconscio politico4 o lo stesso Postmodernismo, probabilmente i suoi due veri capolavori, è difficile non percepire il contesto da cui si originano. Tanto la forma confusa e debordante dell’argomentazione quanto l’accumulo bulimico di eterogenei materiali d’analisi potrebbero senza difficoltà essere letti come una freudiana formazione di compromesso. O forse, molto più probabilmente, come la stanca trascrizione crittografica di un sismografo che segnala ad estranei la presenza di un terremoto avvenuto altrove.

La prima stesura di Postmodernism risale ad un famoso intervento pubblico di Jameson tenutosi al Whitney Museum di New York nell’autunno del 1982. Il titolo anticipa già la sostanza dell’argomentazione: Postmodernism and Consumer Society. La rielaborazione sarà pubblicata in una prima versione nel 19835, e in una seconda, più estesa e parzialmente differente, l’anno successivo, con il titolo, negli anni divenuto celebre, di Postmodernism or the Cultural Logic of Late Capitalism. Tutti i lavori successivi approfondiscono spunti od intuizioni già presenti in questo primo saggio, davvero straordinario per condensazione di temi e proposte. Nel 1991 Jameson ha pubblicato in volume – ed è un libro ponderoso, di oltre 400 pagine – i suoi lavori più importanti sul tema, incluso, naturalmente, quel primo saggio apparso sulla «New Left Review» che ora dà il titolo e apre l’intera raccolta. Ed è questo il libro canonico per chiunque voglia iniziare ad occuparsi della “questione postmoderna”. Vediamo rapidamente come è costruito.

Il volume è diviso in due parti: la prima comprende nove capitoli e sono per lo più saggi già apparsi in rivista, e qui ripubblicati con aggiunte, modifiche, riletture, sistemazioni. La seconda, invece, è inedita e ha la forma di una laboriosa nota a margine, di un commento laterale alla prima sezione orientato verso alcune possibili linee di approfondimento. Non a caso, molti dei saggi pubblicati negli anni successivi – da Geopolitical Aesthetic: Cinema and Space in the World System (1992) fino al più recente Archaeology of the Future: the Desire Called Utopia and Other Science Fictions (2005) – saranno effettivamente la sistemazione compiuta di quelle proposte originarie. Nell’introduzione al volume Jameson descrive i quattro temi fondamentali della sua ricerca, così come si è sviluppata dal saggio originario del 1984: il problema dell’interpretazione dell’estetico, l’utopia come categoria necessaria del pensiero politico, le tracce della sopravvivenza del moderno, la “nostalgia” come ritorno del represso storico.

Le mosse teoriche di Jameson sono sostanzialmente due. La prima: il postmoderno è l’età storica del compimento del processo di modernizzazione («Il Postmoderno è quello che si ha quando il processo di modernizzazione è terminato e la natura è sparita per sempre»6). Jameson è subito molto chiaro: il suo studio ha un intento periodizzante, non vuole proporre un nuovo paradigma epistemologico, come Lyotard (La condition postmoderne); né descrivere un nuovo stile architettonico, come Jencks (The Language of Post-modern Architecture, Rizzoli, New York 1977); né tantomeno articolare un nuovo progetto filosofico, come Habermas (Modernity – an Incomplete Project, in Aa.Vv., The Anti-Aestetic, cit., pp. 3-15). Il postmoderno, per Jameson, è, molto più semplicemente, una categoria storica. Descrive un’epoca caratterizzata, come chiaramente indica il prefisso “post”, dall’esaurimento del movimento moderno, dall’estenuarsi del suo processo di trasformazione sociale, economica e culturale. Il ragionamento che guida la sua periodizzazione si origina, ed è profondamente suggestionato, dalla lettura di Late Capitalism (Humanities Press, London 1975) di Ernest Mandel. Seguendo l’interpretazione dell’economista trotzkista tedesco, Jameson è persuaso che ci siano tre fondamentali discontinuità nello sviluppo tecnologico moderno a cui corrispondono, in modo più o meno coerente, tre diverse fasi dello sviluppo economico, sociale, estetico.

La prima, situabile a partire dalla seconda metà del Settecento in Inghilterra, ma operativa lungo tutto l’Ottocento nel resto d’Europa, riguarda l’invenzione dei motori a vapore. A questo primo salto tecnologico corrisponde un’intensa stagione di trasformazioni sociali, politiche ed economiche: sono questi gli anni della prima rivoluzione industriale e della rivoluzione politica americana e francese. Ma le trasformazioni naturalmente agiscono in profondità, trasformano il pensiero: è questa, infatti, l’età che pone, per la prima volta, il problema filosofico dell’emancipazione e della libertà individuale in un sistema post-cetuale, non comunitario; ma è anche l’età della catastrofe del sistema dei generi, se nel giro di pochi anni l’intero corpus letterario tradizionale si sfalda e il centro del campo estetico viene conquistato da due forme sostanzialmente nuove: la lirica moderna e il novel. Questa, nella periodizzazione di Jameson, ed è una lettura che corrobora le antiche intuizioni di Lukács, è “l’età del realismo”, l’età, fra gli altri, di Scott e di Balzac, di Hegel, di Beethoven e di Smith.

Dalla seconda metà dell’Ottocento diventa visibile, perché determinante, un nuovo poderoso salto tecnologico: l’invenzione dei motori elettrici, dei motori a scoppio, quindi lo sviluppo dell’industria chimica. Sono questi gli anni dell’invenzione del telegrafo e delle ferrovie. Successivamente, delle automobili, del telefono, della radio e degli aereoplani. Ognuna di queste invenzioni trasforma radicalmente l’uso e la percezione dello spazio e del tempo. Del resto, questo mondo progressivamente rimpicciolito è anche un mondo progressivamente conosciuto, conquistato, controllato e spartito: il 1881 è la data del congresso di Berlino. Poi verranno le guerre mondiali. Secondo Jameson, è solo a questo punto dello sviluppo del capitale che diventa avvertibile e tragico il contrasto fra il nuovo universo sociale e percettivo costruito e plasmato dalle macchine e tutto ciò che, pur coabitandovi, tuttavia riesce ancora a preservarsi, rimanendone al di fuori, segno antropomorfico millenario in un universo sempre più accelerato e non-umano. Di questa precisa contraddizione il modernismo è la soluzione simbolica. Che potenzi la forma come resistenza aristocratica ad un presente minaccioso (come, per esempio, in Flaubert, Proust o Mahler) o che viceversa esalti la modernità tecnologica attraverso strategie di luddismo estetico (e si pensi anche solo a Rimbaud, Marinetti, a Duchamp o a Beckett), quello che è comune alle due strategie è la percezione di essere in bilico fra due mondi, di percepirli, nel bene e nel male, ancora come differenti e antagonisti: Freud e Nietzsche, Einstein e Svevo, Keynes e Schönberg, Lenin e Le Corbusier, Ford e Ejzenstejn. Non è un caso, secondo Jameson, che proprio in questi anni diventino centrali due concetti estetici: il concetto di “stile” e il concetto di “genio”. Entrambi esprimono la possibilità della totalizzazione del differenziato anticipata nella forma – ed è compensazione simbolica di un’oggettiva dépossession du monde, che nessuna esperienza personale potrà ormai più colmare – oppure pretesa, rischiata, combattuta nella politica – ed è la storia tragica, quanto meno negli esiti, del movimento operaio e delle rivoluzioni comuniste mondiali. Il modernismo esprime la sostanza di questa tumultuosa età di lotta fra forze oppositive, tanto nella possibilità di un nuovo equilibrio fra mondo umano e sistema delle macchine; quanto, viceversa, nella possibilità oggettiva del suo annientamento: Auschwitz e Hiroshima.

Il terzo salto tecnologico è spinto dall’invenzione dei motori nucleari e dalla cibernetica, a partite dagli anni Quaranta del secolo scorso negli Stati Uniti; più o meno dall’inizio degli anni Sessanta nell’Europa occidentale. Quello che è fondamentale capire di questa nuova trasformazione è, secondo Jameson, l’inedita capacità meccanica di plasmare le forme elementari della percezione umana, di invadere, in poche parole, il dominio dell’estetica. Quindi, di elaborare, produrre ed esprimere cultura. Le nuove macchine, infatti, non producono oggetti, ma ri-producono il mondo. Sono depositi sconfinati e non-umani di linguaggio e di memoria. Della presenza, per quanto residuale, di un universo ancora pre-moderno cancellano la percezione, le tracce; e soprattutto la possibilità del ricordo. Si pensi anche solo a come sono stati trasformati la Natura e l’Inconscio, elementi ancora simbolicamente caricati e percepiti nelle età precedenti come irriducibili al processo di modernizzazione. Secondo Jameson se lo sviluppo dell’industria culturale colonizza il secondo, invadendo l’immaginazione, manipolando il desiderio, estetizzando le pulsioni, l’industrializzazione dell’agricoltura, l’impiego della chimica e delle biotecnologie genetiche per il suo sviluppo intensivo, trasforma definitivamente la prima, il suo uso, il suo controllo, la sua conoscenza. Di questo nuovo universo percettivo non antropomorfico il postmodernismo è la traduzione simbolica: dall’architettura di Las Vegas agli aeroporti internazionali, dalla pop art di Andy Warhol alla musica elettronica, dal movimento punk a quello new age. E, soprattutto, la video art che, insieme a design e architettura, occupa il centro del sistema estetico postmoderno. Per quanto il nuovo universo percettivo escluda a priori la possibilità dello stile, essendo l’età nella quale le macchine hanno conquistato il dominio dell’espressività, si possono ricordare almeno gli autori sui quali Jameson concentrerà il suo implacabile sguardo diagnostico: fra gli altri, David Lynch, Claude Simon, Frank Gehry, Robert Gober.

Come si vede, il ragionamento alla base di questa periodizzazione, tanto affascinante quanto discutibile, è di natura economico/tecnologica. Nella lettura di Jameson le trasformazioni tecnologiche sono sintomi, vettori periodizzanti di mutazioni molto più vaste. Il suo sguardo acrobatico si sofferma però solo sul loro impatto sociale e sensorio: marxianamente, è uno sguardo che non supera mai la soglia della sfera della circolazione. Lontanissima da quest’analisi l’idea che i salti tecnologici siano anche momenti di conflitto interni alla storia dell’uso capitalistico della scienza. E che quest’ultima, incorporata nello sviluppo delle macchine, produca un’innovazione per lo più comandata contro il lavoro vivo e quasi sempre trasformata in un’arma nella competizione infra-capitalistica. Jameson preferisce adottare lo sguardo neutro e scettico dell’osservatore partecipante; scelta decisamente eccentrica, per un intellettuale che si autodefinisca marxista. La sua periodizzazione infatti descrive solo la storia della progressiva espansione del dominio delle macchine su tutte le dimensioni dell’esistenza umana fino a conquistare, nel postmoderno, le forme elementari della percezione. Quello che rivela, infatti, l’analisi dell’estetica contemporanea, non è altro che il formarsi di una nuova e precisa antropologia: «il postmoderno deve essere visto come la produzione di persone postmoderne capaci di adattarsi ad un preciso e peculiare mondo socioeconomico»7. Ed è questa la tesi che sostanzia il secondo movimento di fondo della sua impostazione. L’analisi dell’eterogeneo universo estetico postmoderno, dal celebre confronto fra Van Gogh e Andy Warhol sulla trasformazione e sul declino dello stile espressivo, all’analisi della “nostalgia” come forma estetica dell’impossibilità della narrazione storica in Ragtime di Doctorow o nel film Body Heat di Kasdan, fino all’interpretazione dell’organizzazione dello spazio del Westin Bonaventura Hotel di Portman in Downtown Los Angeles, serve a Jameson come verifica della tendenza. Il suo è uno sguardo diagnostico, l’uso dell’estetico è sempre sintomatologico. Per questa ragione l’analisi non è interessata ad esprimere giudizi di valore, ma al reperimento delle tracce, al riconoscimento degli indizi significativi. All’altezza di questo primo saggio, Jameson li raggruppa sotto tre costanti, correlate e interdipendenti: il declino della soggettività espressiva, l’implosione del tempo, l’equivalenza dello spazio. Sono tre lati di uno stesso triangolo: la forma generica della nuova antropologia plasmata dal sistema delle macchine.

1L’articolo è stato pensato e discusso da entrambi gli autori; in particolare, Daniele Balicco ha curato l’introduzione e i capitoli su Jameson e su Arrighi; Pietro Bianchi è autore del capitolo su David Harvey.

2 F.Lyotard, La condition postmoderne: rapport sur le savoir, Minuit, Paris 1979; tr. it. La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981

3 I due scritti fondamentali di Jameson sul postmodernismo sono: F. Jameson, Postmodernism or the Cultural Logic of Late Capitalism, Duke University Press, Durham, 1991 (tr.it Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma 2007); Id, The Cultural Turn. Selected Writing on the Postmodern 1983-1998, Verso, London-New York 1998.

4 Id, Political Unconscious. Narrative as a Socially Simbolic Act, Cornell University Press, Ithaca 1981 (tr.it. L’inconscio politico. La narrativa come atto socialmente simbolico, Garzanti, Milano 1990).

5 F. Jameson, Postmodernism and Consumer Society, in Aa. Vv., The Anti-Aestetic. Essay on Postmodern Culture, a cura di H. Foster, Bay Press, Port Townsend 1983, pp. 111-125.

6 Id, Postmodernism, cit, p. IX.

7 Ibidem, p.XV.

 

 

Bibliografia

 

F.Jameson, Marxism and Form. Twentieth-Century Dialectical Theories of Literature, Princeton University Press, NJ 1971 (tr.it Marxismo e forma, Liguori, Napoli 1975).

Id, Political Unconscious. Narrative as a Socially Simbolic Act, Cornell University Press, Ithaca 1981 (tr.it. L’inconscio politico. La narrativa come atto socialmente simbolico, Garzanti, Milano 1990).

Id, Postmodernism or the Cultural Logic of Late Capitalism, Duke University Press, Durham, 1991 (tr.it Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma 2007).

Id, Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, Verso, London 2005 (tr.it Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli, Milano 2007)

I.Buchanan, Fredric Jameson: live theory, Continuum, London-New York 2006.

M.Gatto, Marxismo culturale, Quodlibet, Macerata 2011.

[Immagine: Michael Wolf, Transparent City (gm)].

25 commenti

  1. Molto interessante, grazie. Segnalo che tra le cause del “tutto cambia” con la fine degli anni Settanta vi siete dimenticati la principale: l’implosione dell’URSS e la disgregazione del Patto di Varsavia. La Chiesa madre era quella, le varie chiese più o meno critiche o eretiche del marxismo dipendevano dalla sua esistenza in vita.

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  3. Articolo illuminante. Confesso di non essere mai riuscito ad afferrare il pensiero di Jameson con una tale capacità di sintesi e di analisi insieme. Colpa forse di uno stile diagnostico appunto e per accumulo.

  4. Ma Duke è come dire, non so, Agnelli…
    (?)

  5. Come l’articolo mette ottimamente in luce, l’interpretazione jamesoniana del postmoderno è sostanzialmente “continuista”: lo vede come l’apice del processo di modernizzazione, e un po’ come il suo ricadere su se stesso. Perciò è più corretto parlare di “tardomoderno” per Jameson che di “postmoderno” in senso stretto (il che non direi per Lyotard). Bene, ma le cose stanno proprio così? Siamo arrivati al termine del processo di modernizzazione, o piuttosto il tardomoderno si mostra come una coesistenza caotica di passato e presente (con una certa eclissi del futuro), in cui né la modernità è più baldanzosa né la sua critica riesce a esserle immanente (com’era invece con il marxismo)? Mi pare – lo direi il punto fondamentale – che una semplice ricognizione degli stili e delle arti o dei consumi estetizzati, pur importante, non riesca a vedere alcuni fenomeni centrali del nostro tempo: che dire, per esempio, del ritorno delle religioni in varie guise – in particolare nel mondo non occidentale? Sarebbe anche questo il culmine della modernizzazione? Non è piuttosto il contrario: la persistenza del passato, sia pure in forme neotradizionali?

  6. Credo che ciò che sconvolge nell’influenza che un certo tipo di sviluppo tecnologico ha sul nostro modo di essere, è quello di mettere il crisi il concetto di coscienza come dato primigenio, centrale in una religione come quella cristiana. La coscienza si rivela sempre più come il prodotto dell’interazione del soggetto con uno specifico ambiente, cambiando le condizioni ambientali, cambia anche la coscienza, e questo rischia di mettere in dubbio perfino il concetto di individualità.
    La mia opinione è che in realtà non abbiamo ancora messo a punto un modello antropologico veramente valido, cosa inevitabile quando si rifiuta pregiudizialmente di occuparci della natura umana come se ciò fosse necessariamente antidemocratico. Il fatto è che se poco poco ci occupiamo di queste problematiche, risulta chiaramente che il liberalismo (ed anche il marxismo per altri versi) non reggono, si poggiano su modelli antropologici rozzi e del tutto irrealistici, e quindi il rifiuto della riflessione antropologica rappresenta il tentativo estremo di difendere l’ideologia liberale, altrimenti indifendibile.

  7. @ buffagni

    E’ vero, ci mancherebbe. La caduta del socialismo reale è un fattore determinante. Tuttavia, non è così determinante per la riflessione che studia la metamorfosi ALL’INTERNO del capitalismo occidentale dopo la crisi del ’67-72. Di questo si occupa Jameson la cui prima versione di Postmodernism è del resto è del 1984; lo stesso possiamo dire di Limits to Capital di Harvey che è del 1982 e de Il lungo ventesimo secolo di Arrighi che è del 1994, ma che è stato scritto negli anni ’80. Sono tre lavori che analizzano la risposta capitalistica alla crisi. La caduta del socialismo reale diventa un elemento centrale per capire come quella risposta sistemica, elaborata all’interno del capitalismo anglo-sassone, si scateni senza controforze nei decenni successivi fino ad oggi.

    @ genovese

    Penso che la ricognizione di Jameson sia molto sfuocata e che, rispetto ai lavori di Harvey e di Arrighi, mostri molto di più gli anni in cui è stata elaborata. Tuttavia, credo che abbia avuto sostanzialmente ragione nel segnare l’inizio di un’età con caratteri “capitalisticamente” nuovi. Oggi tendo a schiacciare la sua lettura su quella di Pasolini.

    @ cucinotta

    Verissimo che marxismo e liberalismo sono insufficienti a riflettere sull’antropologia; così come è indubitabile che l’interazione uomo / macchina stia aprendo possibilità ed abissi inediti alla coscienza dell’animale umano. Tuttavia non chiederei a periodizzazioni storico/economiche più di quello che promettono. Per quanto mi riguarda, valgono solo come bussole con cui provare ad orientarsi per decifrare tendenze dominanti.

  8. Salve. Vorrei fare una domanda molto generale ma collegata a una risposta 1) in che senso Jameson ha avuto una visione sfuocata rispetto agli altri due intellettuali e 2) in che senso si puo`schiacciare la visione di Jameson su quella fatta da Pasolini. Vi ringrazio.

  9. Credo non sia del tutto capzioso schiacciare la visione di Jameson su quella di Pasolini, leggendo la prima come una continuazione accademica in salsa yankee delle intuizioni pasoliniane. Quello che è importante salvare dei pasticci di Jameson non è l’impalcatura marxisteggiante/farraginosa della sua posa teorica – ed è quell’impalcatura che rende sfuocata la visione generale e spesso l’analisi; a differenza di Harvey e di Arrighi, Jameson è un marxista che non sa nulla di economia né di storia politica; solo per dare un esempio, tutta l’impalcatura di Postmodernism è basata su Late Capitalism di MANDEL, su un testo cioè che analizza il compromesso keynesiano; Jameson proietta quell’analisi economica (che si occupa dei decenni ’40-’60), come se niente fosse, esattamente sul periodo storico che risolve in modo innovativo la crisi di quel compromesso (’70/’80) – ma le intuizioni folgoranti, la capacità di trasformare semplici oggetti estetici in sintomi di trasformazioni più ampie. Un po’ come fa Pasolini.

  10. Segnalo che una delle analisi più famose di Jameson comprese in Postmodernism, la riflessione sull’estetica del Westin Bonaventura di Los Angeles, è un vero e proprio plagio – senza citazione alcuna – da America di Baudrillard, saggio meraviglioso che prelude a Postmodernism, ma con tutt’altro stile e originalità

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  12. grazie Rastignac!

    Sembra essere il mio destino: saccheggiato senza citazione non solo da Jameson, ma anche da Bourdieu nella Distinzione…

  13. Pingback: Interpretazioni del capitalismo contemporaneo /2. David Harvey | Le parole e le cose

  14. Cari Daniele e Pietro.

    Mi è saltato agli occhi subito il discorso dei fondi pensione che nuociono agli stessi lavoratori che li finanziano, perchè non sono diretti a investire a loro volta sul lavoro, il terrritorio, e l’impresa stessa dai quali partono ma (come spiega benissimo anche Luciano Gallino su “Finanzcapitalismo”) su quelle zone del globo, ad esempio,con strutture industriali e non, dove il rendimento di margine di profitto è e sarà sempre maggiore nel breve termine. In altre parole, dove lo sfruttamento dEL lavoro vivo è maggiore di altre parti, nelle quali si esclude quindi una politica di investimento di lungo periodo che miri a incrementare,al contrario, il valore aggiunto del prodotto, rivalutazione del territorio e della forza lavoro, i servizi, ecc.

    Ora,ritronando al discorso sulla BCE, ma non è questo il loro piano complessivo sul lungo periodo? che certo ha anche molte cause interne e, in questi ultimi 20 anni, è stato infatti aiutato incredibilmente soprattutto dal centro sinistra nella finanziarizzazaione dell’economia in generale,le privatizzazioni di Prodi e Bersani,la precarizzazione del lavoro a cominciare da Treu? mi spiego meglio. Le riforme strutturali e l’aueterity avranno proprio il compito di smantellare i diritti del lavoro grazie al ricatto indotto della moneta unica e quello falsato del debito pubblico, che in realtà è partito come debito privato, poi drogato dal surplus della Germania e della Finlandia, che infine, attraverso la BCE, lo rivogliono indietro spingendo il pubblico delle singole nazioni ad estinguerlo ( abbattendo sanità, istruzione, lavoro, ricerca, e via di seguito). Una volta che l’Italia non riuscirà a ripagare il debito (perchè, per semplicità di esposizione, si avvereranno le previsioni del circolo di Frenkel), dovrà perciò accettare le condizioni della Troika:ovvero svendere il paroprio patrimonio pubblico (FINMECCANICA, ENEL) che verrà comprato immagino dalla Germania (unico paese che non subisce la crisi). Ma potrebbero esserci anche altri concorrenti in gara come la Franica (vedi tra poco ALITALIA, e molta parte dell’industria alimentare che ci ha già lasciato); dagli USA (che hanno comprato la FIAT); o al massimo dal Montezemolo di turno.In questo modo il paese non diventerà infatti il bacino di dirottamento dei fondi pensione americano, cinesi, tedeschi, finanziatori esteri e non della BCE che individueranno un nuovo mercato finanziario nell’Europa tremendamente impoverita, con mano d’opera basso costo e, in breve, con maggiori margini di profitto sul breve periodo? (ovviamente i soldi di tale investimento non andranno a noi italiani ma a chi verrà a delocalizzare).

    Già ora gli spostamenti finanziari tra periferia e centro d’ Europa non si possono definire come trasferimento di risorse a scapito del bilanciamento econmico strutturale del continente intero (come afferma di nuovo Gallino) per soddisfare al 100% solo l’interesse degli azionisti, i quali a loro volta dubitano giustamente dell’euro, e investono solo in Germania per l’imminente ritorno del marco e la fine già prevista della moneta unica? in parole povere: il recupero dei crediti verso l’alto a scapito del contribuente locale (come avviene per i fondi pensione) non è lo stesso principio per mezzo del quale funiona anche lo spread? quando Mario Monti dice che dobbiamo togliere l’articolo 18 (questione che in Italia importa solo a quella rincoglionita della Mercegallia), non parla apertamente proprio degli azionisti esteri? e di curare il loro margine di profitto a scapito del territorio nazionale nel quale viene pagato l’interesse sulla tassa x, viene tolto di diritto di lavoro y, si decide di investire sul TAV z, e così via?

    Il risultato non è, come vogliono molti complottismi spiccioli, non fa parte solo di un interesse Germanocentrico, il quale, senza ombra di dubbio, rimane predatorio e responsabile di questa disastrosa guerra valutaria e commerciale. Ma è anche (e qui torno ancora al discorso della finanziarizzazione mondiale dei fondi pensione, di cui Pietro, sopra) un interesse sovra continentale, che vede, al contrario di quello che si pensa, gli USA in prima fila: 1) costante svalutazione del dollaro rispetto all’euro; 2) trasformazione ed appropriamento con fondi pubblici della FIAT; 3) prossima apertura commerciale tra USA ed Europa a vantaggo dei primi che potranno vendere i propri prodotti a costi minori – praticamente quello che è successo quando l’Europa ha aperto le porte all’Asia.E ora ci ritroviamo, ad esempio, un mercato del’auto dove KIA, DAEWOO e YUNDAY (ma prossimamente di nuvovo TOYOTA, grazie alle svalutazioni di Abe), per non parlare degli elettrodometici. Un progetto,insomma, anche quest’ultimo, che vedrà il rilancio del’economia americana di nuovo a scapito nostro.

    E’ mia convinzione infatti che i piani della BCE non si possono capire a fondo se si disgiungono dalle trasformazioni finanziarie che sono avvenute in queste ultime 30 anni, e come si comportano tutt’ora.

    Un’ultima domanda. Voi avete deciso di lasciare fuori Negri e Hardt in quanto la loro tesi non ha poi combaciato nell’analisi della realtà economica. Sono d’accordo. Tuttavia loro, anche ingenuamente e spericolatamente, hanno provato anche a offrire una soluzione. Dato che ho letto solo alcune opere di Jameson, e solo “La crisi della modernità” di Harvey, mi chiedevo se questi 3 intellettuali avessero cercato di offrire delle soluzioni (che non è obbligotorio. Me lo chiedo solamente).
    Vi ringrazio per l’attenzione

  15. Ringrazio Balicco per il bell’intervento, ma, a mio giudizio, ci sono alcuni punti che vanno necessariamente chiariti.

    Comincio da elementi “spiccioli”: l’accusa verso lo splendido isolamento dei campus americani in generale, e verso l’elitismo di Jameson in particolare (vecchio punto eagletoniano) può certo avere, dall’Europa, una certa valenza; ne ha molto meno a contatto diretto con gli Stati Uniti quando si scopre che numerosi allievi di Jameson sono stabilmente attivi nel piccolo Partito Comunista americano e in centinaia di associazioni di attivisti impegnate, in senso marxista, in varie parti del paese.
    In secondo luogo la posizione marxista di Jameson è tutt’altro che egemonica all’interno della stessa Duke, circondata da ogni lato dalla crescita degenerata, e ancora esponenziale, dei vari Studies (dalla posizione ormai liberal dei Cultural, incentrata esclusivamente sulla difesa dei civil rights e sulle identity policies e, dunque, lontana ormai anni luce, tranne in alcuni casi eccellenti, dalle problematiche della struttura economica e del mondo del lavoro) fino al più recente neo-positivismo delle neuro-humanities. Tali studi, che raccolgono ogni anno la maggior parte dei fondi disponibili, mettono a repentaglio gli stessi “fortilizi accademici” del marxismo americano. Di fronte a tale situazione oggettiva il marxismo di Jameson, che è da sempre un attentissimo lettore di Gramsci, ha optato, come ha notato bene Gatto nel suo libro, per una posizione eclettica tesa a evitare quello che attualmente è uno scontro frontale di certo perdente, preferendo quella lenta, e certo talvolta eclettica (ma non farraginosa) opera teorica di sussunzione di ogni moda critica nascente all’interno dell’orizzonte del marxismo: “storicizzare sempre”. (“Nor do we need to suggest that Marxism is an alternative to those methods; rather, it is to be seen as their completion, and as the only method that can really finish what it is they all in their various ways set out to do”). La storicizzazione, dunque, come la firma della critica marxista.

    Ecco: “storicizzare sempre”, ciò che sembra “lo sguardo neutro e scettico dell’osservatore” è in realtà un preciso rifiuto politico del paradigma epistemologico: non solo, infatti, le differenti declinazioni di questo sono viste in ottica di ideologia (di falsa coscienza), ma lo stesso movimento interpretativo che dal presupposto epistemologico prende origine è, quando non intrecciato con la storicizzazione, falsa coscienza, e precisamente falsa coscienza della prospettiva Modernista che continua a vivere, trasformata, all’interno del mondo postmoderno.

    “as the classical or national market of capitalism known to Marx, the moment of monopoly capital or the stage of imperialism (theorized by Lenin), and the permutation, finally, after World War II, into a global form or multinational capitalism (…). To each of these systematic moments corresponds (…) the appropriate cultural moment of realism, modernism, and postmodernism respectively (…) cultural dominants that inform a whole range of social and existential phenomena beyond the realm of aesthetic or of culture. (…) But what is peculiar about consumer capitalism is that is it merely a second-degree construction upon classical capitalism itself (…) we continue to walk the older world of everyday life of classical capitalism while our heads move about in the apparently quite different hallucinogenic atmosphere of the media and the supermarket suburbs; the first of these realities, not unlike the Lacanian signified, is repressed as far as possible under the second”

    Non riesco davvero a capire il parallelo Jameson-Pasolini (autore che Jameson conosce molto poco): se pur i risultati d’arrivo sono vagamente apparentabili, diversissimo è il processo mediante il quale a quei risultati si approda (e il processo d’arrivo modifica gli stessi risultati). La posizione di Jameson non è mai “antropologica” (né in posizione di difesa, né di attacco), la risultante antropologica delle sue richieste proviene da un’analisi, eminentemente luckasiana, dei meccanismi del processo lavorativo e della posizione del proletariato nei confronti dei mezzi di produzione. In Jameson, come nell’ultimo Pasolini, sono le modalità storiche del processo produttivo che conducono ad una trasformazione delle coscienze, ma l’analisi parte sempre (Jameson va letto tutto insieme, e nei saggi di fine anni ’70, purtroppo non tradotti in italiano, si trovano le risposte per comprendere appieno Postmodernism) dalle condizioni reali (i raw materials continuamente citati) del rapporto fra lavoratore e oggetto del suo lavoro, vale a dire, ora necessariamente semplificando, dal fatto che l’egemonizzazione della forma-merce (comprendente anche la visione mercificata della forza-lavoro), spezzando i vincoli dell’antica produzione organica e riformulando i rapporti fra persone sulla base della mediazione delle leggi astratte di tale meccanismo produttivo, influisce su ogni manifestazione della vita, perché rappresenta, all’interno dell’ambiente lavorativo, la struttura dell’intera società: non ha più carattere episodico, ma permea di sé la vita sociale e la riplasma secondo la propria immagine, dal momento che è sua necessità vitale che l’intera società funzioni a suo modo. Neanche nessun rispecchiamento struttura/sovrastruttura dunque, ma qualcosa di ben più complesso e che comprende, anche qui gramscianamente, una precisa opera d’ideologia come occultamento di tale meccanismo, come, voglio dire, persuasione “naturale” del processo lavorativo. Si tratta di spacciare la “cultura” per “natura”, vecchio trucchetto borghese finalizzato a creare un’apparente coincidenza fra l’uomo borghese e l’uomo tout court. È proprio su tale meccanismo ideologico che poi tutti i vari saggi di Jameson dedicati a letteratura e cultura vanno a incentrarsi, e così vanno letti: storicizzare per demistificare, non per periodizzare, ma per rivelare.
    È chiaro allora che l’accusa che può essere mossa a Jameson, con alcune ragioni, è quella di “idealismo”, non altre.

    Ci sarebbero altri punti da chiarire ovviamente (particolarmente interessante è cosa intenda Jameson quando parla di trama e plot, quella che qui viene definita, giustamente, “la soluzione simbolica del modernismo”), e, inevitabilmente, ho qui semplificato, già sto sforando dallo spazio “permesso” a un commento.

    Ci tengo comunque a chiarire, Balicco, che ho davvero apprezzato il tuo articolo e moltissimi punti mi trovano concorde (mi trovano molto meno concorde i tuoi commenti al tuo stesso intervento), ma gli aggettivi “spettatore” e “farraginoso” riferiti a Jameson avrebbero, credo, bisogno di qualche rettifica o almeno di un approfondimento del suo intero lavoro.

    Mimmo Cangiano

    p.s. Fra i vari fortilizi accademici americani del marxismo avete dimenticato il più importante (e il più interessante): il dipartimento di Economia dell’University of Massachusetts Amherst

  16. @ Cangiano

    Gentile Mimmo, la ringrazio per il bel commento e per le richieste di chiarimento.
    Cercherò di risponderle con ordine, spero in modo chiaro. Non è detto che riesca.

    1. Forse è un mio limite, ma non credo sia paragonabile in alcun modo la politicizzazione di massa all’interno della quale il marxismo europeo diventa una forma comune della riflessione politica (per intendersi decenni 60/70) con l’attivismo degli allievi di Jameson nel microscopico partito comunista americano oggi. Qui si sta parlando di un intreccio fra politica istituzionale, sindacati, scuole e università, movimenti sociali: movimenti di massa, milioni di persone. Non di una dozzina di militanti e attivisti in gruppi minoritari che neanche lontanamente assomigliano perfino ad un partito irrilevante come è oggi Rinfondazione in Italia. Quando si discute di politica il senso delle proporzioni è quasi tutto.

    2. Non sostengo nel testo che il pensiero di Jameson sia egemonico all’interno di Duke. A dire la verità è un problema ignorato dal mio testo su Postmodernism.

    3. Non credo che l’impulso a storicizzare basti per un’analisi che si autodefinisca marxista. Ci vuole ben altro. Del resto, lo storicismo ha anche altre e nobili basi, di cui è impregnata la cultura italiana perfino più di quella tedesca. Qui però bisogna intendersi. Io sono un lettore di Marx, anzitutto. Mi interessa un’analisi logica e sincronica del modo di produzione capitalistico. Marx – per lo meno quello del Capitale e sicuramente l’ultimissimo, quello che non guarda più all’Inghilterra manchesteriana ma al populismo russo – insegna a pensare il tempo non in modo storicistico ma in modo logico/sincronico. Marx pensa il tempo con due concetti: il concetto di lavoro socialmente necessario e il concetto di mercato mondiale. E’ un discorso lungo e appassionante da fare. Ma sta qui il nucleo teorico che rende irricevibile qualsiasi impostazione storicistica che purtroppo appartiene a quasi tutta la tradizione marxista successiva, Jameson compreso.

    4. Il parallelo Jameson Pasolini non è un parallelo che mette in relazione gli studi del primo con i saggi geniali del secondo. Ci mancherebbe! Jameson non credo conosca Pasolini, ma il mio discorso non era interessato a ricostruire la formazione di Jameson. Era una riflessione storico politica. Registro, ma è il mio punto di vista, una comunanza di giudizio antropologico su una trasformazione storica. Ovvio che il giudizio arrivi da strade e formazioni differenti. Per quanto mi riguarda, la strada attraverso cui arriva Jameson, il suo grezzo e pasticciato progressismo trozkista mischiato con alcune intuizioni di Lukacs, è irricevibile. Molto più interessante lo sguardo de martiniano di Pasolini e, paradossalmente, molto più marxiano, perché meno marxista.

    Ci sarebbero molte altre cose da dire. Ma mi fermo qui. La ringrazio ancora per l’occasione di riflessione che mi ha concesso.

  17. @ Jacopo D’Alessio

    condivido quasi tutta la ricostruzione storico / finanziaria degli ultimi trent’anni. Credo che Arrighi -e quindi bisogna aspettare l’ultima puntata – aiuti molto a capire questa fase di transizione che è giocata da due attori principali: Usa e Cina. Come nei precedenti passaggi d’egemonia, le guerre – in questo caso per ora solo finanziarie – non vengono mai combattute direttamente dai due centri in lotta per l’egemonia ma vengono fatte combattere, più o meno consapevolmente, agli alleati. Mettiamoci però anche un po’ di caso e di caos in tutta questa ricostruzione: non tutto è stato pianificato a tavolini, non sempre i conti tornano; altrimenti rischiamo di assecondare una visione a tratti paranoica.

    Per Harvey la via d’uscita sta nella politicizzazione delle lotte contro l’accumulazione per espropriazione: politicizzazione significa unire le classiche lotte sul lavoro con le nuove lotte, per intendersi, della difesa dei beni comuni.
    Per Arrighi in realtà c’è poco da fare. I passaggi d’egemonia essendo sistemici lasciano poco spazio all’iniziativa dei soggetti. Questo è un limite della sua impostazione, ben inteso. Ma è anche una tremenda verifica storica da sostenere.
    Teniamo comunque, con Benjamin, la storia aperta.
    Caso e caos.
    Non è detto che tutto vada secondo i piani.
    Può anche andare peggio, ben inteso. Chissà….

  18. @ Mimmo Cangiano

    mi pare che lo “splendido isolamento” del marxismo americano lo si debba intendere come relativo al suo rapporto con la società e al suo peso in essa; non riguarda le scelte individuali o il grado di politicizzazione di singoli intellettuali, che a volte può in effetti essere molto alto, anche più che in Italia. Questa è una specificità particolarmente significativa dei cosiddetti intellettuali radical anglosassoni. Il fatto che un corso di laurea in marxismo venga “tollerato” alla Duke University, in una delle università più conservatrici degli Stati Uniti lo si può spiegare soltanto con la sua irrilevanza politica. Come dice giustamente Daniele Balicco in politica il senso delle proporzioni è tutto, e un contenuto radicale espresso in una forma accademica minoritaria svela la natura del suo peso specifico politico. Prossimo allo zero. Nelle mie esperienze accademiche negli Stati Uniti mi è capitato di vedere gente che studiava Gramsci, Lenin, Marx, l’autonomia italiana; l’anno scorso a Davis hanno fatto un corso sulla forma partito comunista in cui leggevano Bordiga (!), a New York nell’autunno del 2011 c’è stata un enorme convegno sull’attualità del comunismo. Tutto questo avviene in campus classisti, razzisti funzionali alla formazione delle élite delle classi dirigenti capitalistiche e dove una retta costa 20mila dollari all’anno. Mentre le ipotesi moderatamente riformiste dell’AFL-CIO ricevono una guerra senza quartiere nella più totale assenza di supporto intellettuale. In un documentario americano di qualche anno fa, intitolato “Examined Life” venivano intervistati una serie di intellettuali di sinistra ai quali veniva chiesto di spiegare le ripercussioni nella vita quotidiana del proprio pensiero filosofico. Tra questi Michael Hardt (allievo di Jameson, tra l’altro) viene ritratto a parlare di rivoluzione mentre va con una barca nei canali dell’aristocraticissimo campus di Duke (http://www.youtube.com/watch?v=f0IopdH1e3s). A me a volte il marxismo americano pare un po’ così: un discorso radical fatto in meravigliosi e aristocratici campus costruiti dalle élite per una guerra di classe al contrario.

  19. @ Balicco

    1) Sono d’accordo. Ma non credo possa essere imputata a Jameson la condizione attuale del comunismo americano.

    2) Ha ragione. Quello che io cercavo di mettere in luce era solamente l’importanza di una posizione come quella di Jameson all’interno di un pensiero accademico che va verso lidi ben diversi ed assolutamente estranei al marxismo. Lidi pronti ad arrogarsi, egemonicamente, il concetto di rivoluzione e di lotta, mentre, pare a me, sono, essi sì, pienamente funzionali alla posizione liberal-democratica. Per chi, come me, crede che solo all’interno del marxismo sia possibile impostare una critica reale alla condizione esistente, il pensiero di Jameson si pone come argine e resistenza.

    3) Certo Jameson è parte integrante della posizione storicista. Non capisco però bene cosa lei intenda per storicismo; immagino la sua condanna sia sulla scia della condanna benjaminiana che però, pare a me, riferiva esclusivamente a una critica, da un lato, delle posizioni teleologiche della Filosofia della Storia e, dall’altro, alla degenerazioni soggettivistiche dello storicismo di Ranke (che tanta fortuna hanno ancora oggi). Se storicismo, invece, è Cuoco, è Humboldt, è Gramsci, è Lukacs e, soprattutto, non è Filosofia della Storia (la sovrapposizione crociana dei due termini crea in Italia confusione ancora oggi), non vedo come sia possibile fare a meno dello storicismo.

    4) Lei ha ragione sulla comunanza del giudizio antropologico (e certo il “genocidio culturale” è concetto che accomuna Marx e Pasolini), ma, come avevo cercato di chiarire, le strade diverse in cui i due approdano a tale giudizio modifica il giudizio stesso.
    L’orizzonte di Pasolini (la sua finale disperazione), collegato all’idea originaria pasoliniana, quella mistica del sottosviluppo (fra la campagna friulana e le borgate romane) che sottintende l’ipotesi che il Capitalismo lasci spazio a delle incontaminate riserve, blocca, nel momento in cui queste riserve scompaiono, la sua capacità d’analisi storica, vale a dire la sua capacità di concepire la storia dialetticamente. Il fatto di vedere, negli anni ’70, il Capitalismo come nuova natura, cioè come orizzonte ormai non superabile (seguendo in ciò, pur non accettandola, la logica dello stesso Capitalismo), è direttamente collegato a quella visione antropologica di determinati settori sociali che era da sempre sottesa alla sua speculazione. Non è dunque un caso che l’ultimo Pasolini si veda costretto, nell’intenzione di continuare a lottare, a trasformare un’antitesi storica in antitesi tragica: lottare nonostante non ci sia più alcuna speranza. La passione per l’humilitas del sottoproletariato si rivela allora elemento antistoricistico, che certo mantiene una funzione di forte opposizione e di critica (pochi sono riusciti a criticare con tale forza e acume le strutture del Neocapitalismo, e non è da escludere che Pasolini ci sia riuscito proprio in virtù di questo Fondamento di Bene Assoluto, di Agaton, identificato in un modello sociale), ma pure si espone al rischio di opporre ad una “natura” (quella del neocapitalismo) un’altra “natura”, a un’immobilità un’altra immobilità.
    In quest’ottica Jameson e Pasolini sono separati irrimediabilmente, perché Pasolini esprime ancora l’antico sogno romantico dell’opposizione qualitativa, dei valori dell’umano, esprime cioè, ancora la consolazione di una Kultur auratica, un’organicità che muove dall’ipostatizzazione di una civiltà naturale, dunque mitica, immune, fino ad ora, dalla degenerazione prodotta dalla Storia. Il discorso di Jameson è interamente nella Storia, può avere in tal senso anche meno forza critica, ma non finirà mai a rifugiarsi nelle pieghe del tragico.

    @ Bianchi

    Poco da dire, non posso non essere d’accordo, ma nascere nella contraddizione è un po’ il destino dell’intero marxismo occidentale (in Europa come in America). Però non mi sembra corretto identificare quella che è una situazione ora chiaramente perdente (di netta minoranza e subalternità) come una connivenza. Non mi sembra che, attualmente, ci sia in America un’altra strada, a meno di non voler schiacciare totalmente sulla Prassi (e pur qualcuno ci prova) quello che ha da essere la difficile relazione fra Teoria e Prassi. Insomma, quando diciamo queste cose mi pare che noi per primi non abbiamo abbastanza fiducia nella capacità contestativa del marxismo.

    Quel documentario lo conosco bene, ed è abbastanza fastidioso, concordo! La barca non va però nei giardini della Duke, credo si tratti di qualche posto fuori New York.

    Hai visto “Marx Reloaded”? Costruito un po’ sullo stesso modello ma molto più interessante .

    Grazie

  20. @ Cangiano

    1. sono d’accordo. ci mancherebbe!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! ogni tanto non capisco il senso di una discussione così impostata. Io rispondo a quanto lei scrive. Lei mi risponde attribuendomi posizioni che io non ho mai espresso. Avevo parlato di senso delle proporzioni. Figuriamoci se Jameson è la causa del disastro storico del comunismo americano!!!!

    2. “per chi come me crede che solo dentro il marxismo….” la fermo subito con una domanda: lei fa politica? Ha mai fatto politica? Non è una provocazione, mi creda. E’ un interesse vero. Sarò franco, non me ne voglia. Le chiedo scusa se si offenderà, ma è un discorso che se quindici anni fa qualcuno mi avesse fatto, avrei evitato molti errori. Il problema è infatti non solo il contenuto di quanto scrive, ma la forma a tratti pseudo-religiosa. Entrambi, visti dall’esterno, sembrano derivare – e di solito derivano – da una passione ed un interesse politico potente, vero, e però tutto astratto, disincarnato.

    3. Di nuovo un problema di lettura. Io non ho parlato di Benjamin. Se si va a rileggere la mia risposta io ho parlato di due concetti marxiani: tempo di lavoro socialmente necessario e mercato mondiale. Se si legge bene il Capitale capisce di cosa sto parlando. Non essendo progressista, io proprio non so che farmene di una filosofia della storia. Ma è un problema mio, ben inteso. Buona fortuna.

    4. Per quanto riguarda Pasolini la sua lettura è viziata dallo stesso pre-giudizio politico/religioso di cui sopra. “Perché Pasolini esprime ancora l’antico sogno romantico dell’opposizione qualitativa, dei valori dell’umano….” Sembra di sentire Sanguineti, pace all’anima sua. Per carità, non tutto sbagliato, ben inteso. Pasolini è un confusionario – del resto come Jameson – , ha scritto 30.000 pagine, spesso si contraddice, ma è uno scrittore a differenza di Jameson; ama la vita, a differenza di molti intellettuali. Non ragiona in modo astratto sull’estetica in un campus in North Carolina; vive a Roma durante la Guerra Fredda, scrive libri, poesie, saggi, sceneggiature, gira film e documentari, affianca il PCI e poi Lotta continua e poi i Radicali. Fa soldi, tanti. Pasolini odia il movimento degli studenti europei, ma ama quello americano – meno sessuofobo ai suoi occhi e perciò più reale (come dargli torto); ama il bel mondo e nello stesso tempo è attratto sessualmente – non teoricamente – dal mondo delle borgate romane e dai vari Sud del mondo. Walter Siti ha ragione nel sostenere che i problemi di Pasolini non sono quasi mai teorici, ma erotico/sessuali: la sua disperazione non è per un sogno di integrità imprigionato nel passato, ma molto più banalmente perché i giovani romanacci di cui è sempre stato innamorato, non gli piacevano più, gli sembravano diventati orrendi. Ma è da questa miscela improbabile, viva, ricchissima, esistenziale, potente che nascono i suoi scritti di costume. Che questo sono, niente di più. Qualcosa poi ci sarebbe da dire sui pezzi meravigliosamente folli, d’attacco al potere democristiano o a Cefis o sulla strategia delle tensione – pezzi per i quali è stato fatto fuori, come ormai la magistratura stessa ammette. Ma pezzi che non avrebbe mai scritto se non avesse amato sessualmente i marchettari catanesi che frequentava negli ultimi anni e che erano, nello stesso tempo, la manovalanza diretta della destra eversiva italiana. Cortocircuiti folli, ma è la vita.
    “Il discorso di Jameson non si rifugerà mai nelle pieghe del tragico”: può darsi, ma non è detto che per forza sia un bene.
    Buona fortuna

  21. @ Balicco

    Ovvio che non ha detto che è Jameson la causa, ma se mi parla dell’inutilità della situazione del marxismo-attivismo americano che da Jameson discende, e della necessità di movimenti di massa, di un partito, ecc. (cose che in America è attualmente impossibile anche solo pensare) è chiaro che c’è un collegamento.

    La mia storia politica, che credo poco interessi, è di una semplicità e tipicità assoluta: dai 14 ai 19 anni in Rifondazione, poi Genova 2001, circa 8 anni di vicinanza al movimentismo (sempre in una posizione critica e sempre guardando alla necessità del partito), iscritto alla Sinistra Arcobaleno, poi a SEL (mea culpa), poi sono venuto in America.

    Lo so che non ha parlato di Benjamin, chiedevo infatti cosa intendesse con “storicismo”.

    La prego di credere che le mie note erano fatte con stima e senza nessun intento polemico. Non mi piace per niente “litigare” (si fa per dire) con altri marxisti, già siam pochi :-). Mi premeva solo difendere una posizione che, a differenza di lei, trovo condivisibile, sempre nell’intento, ci mancherebbe, di arrivare ad un auspicabile, proprio politicamente parlando, avvicinamento delle posizioni. Ma chiudiamola pure qui

    Di nuovo, con stima!

    Mimmo

  22. @ Mimmo Cangiano

    non credo si tratti di connivenza naturalmente. Mi pare necessario infatti prescindere dai singoli percorsi intellettuali per analizzare la forma storica con cui negli Stati Uniti un certo lavoro intellettuale si sia trovato *di fatto* a prescindere dai soggetti sociali, dai conflitti di classe e dai processi produttivi materiali. Quello che mi premeva sottolineare era un nesso tra radicalità dei contenuti e la forma storica di fatto inoffensiva nella quale si esprimono. E’ naturalmente una contraddizione di fondo che non ha una modalità di risoluzione singolare (non voglio incolpare Jameson di questo) ma che tuttavia può essere attraversata, a seconda dei casi, in modo più o meno lucido e più o meno cinico.

  23. @ Pietro Bianchi

    Posta in questo modo sono d’accordo al 100%

  24. @ Mimmo Cangiano

    Caro Mimmo,

    volevo ringraziarti per l’occasione di dialogo che i tuoi interventi hanno permesso. Comunque non è stato un litigio, ma una discussione vivace con punti di vista diversi.
    Buona fortuna negli States.

    D.

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