Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Diario pubblico /8. Marco e Matteo

| 47 commenti

cropped-Tillmans1.jpegdi Franco Buffoni

[“Marco e Matteo – Storia di un manifesto” di Franco Buffoni appare nel volume Se stiamo insieme ci sarà un perché. La coppia di fatto si racconta, a cura di Claudio Finelli, Caracò editore. Il volume, che comprende 15 racconti di vari autori, sarà presentato domenica 19 maggio h 17 al Salone del Libro di Torino].

Salve! Siamo Marco e Matteo! Domandate chi siamo? Eppure ci conoscete… Ci avete visti per mesi sui muri delle città italiane nella primavera del 2006.

Ecco, fate mente locale… Nel 2006 ci sono state le… elezioni politiche. E noi eravamo lì, affissi sul muro sotto casa vostra, con le nostre belle facce pulite da bravi ragazzi.

Non c’eravamo solo noi su quei manifesti: c’erano anche due ragazze che teneramente si tenevano per mano, e poi un ragazzo e una ragazza che si guardavano negli occhi. A simboleggiare le tre possibili combinazioni di “coppie di fatto”: M/F, F/F, M/M.

Sono passati sette anni: quella campagna elettorale, ricordate, fu caratterizzata da Vladimir Luxuria per Rifondazione Comunista. Capiamo bene, sembrano passate ere geologiche. Allora Giovanardi parlava di un possibile governo Prodi-Luxuria, se la sinistra avesse vinto. E la sinistra vinse… Si fa per dire: vinse alla Camera, dove ebbe il premio di maggioranza, ma il Porcellum – inventato per l’occasione proprio per non lasciare governare Prodi – funzionò perfettamente. Al Senato finì in un pareggio, e quel secondo governo Prodi si resse stentatamente per due anni solo grazie ai voti dei senatori a vita. Fu poi il senatore a vita Giulio Andreotti, quando si parlò di Dico, insieme a Dini e a Mastella – con Bertinotti che da presidente della Camera diede una generosa mano – a farlo cadere.

Vi ricordate in quei due anni Elisabetta Gardini che non voleva Luxuria nei bagni delle donne? E Luxuria che, seguendo le indicazioni del partito, votava con Fioroni a favore del finanziamento pubblico alla scuola privata…?

Ecco, ora che vi abbiamo rinfrescato la memoria, ci presentiamo meglio: io Marco allora avevo ventiquattro anni, lui Matteo allora ne aveva ventisei. Adesso? Eh, adesso siamo ancora qui, coi nostri primi capelli bianchi, e non più sul manifesto dei Ds, ma nella vita vera. Ancora qui. In attesa.

I Ds, ci chiedete? Si chiamavano così, allora, gli ex Pci, poi divenuti Pds, poi semplicemente Ds. Per un certo arco di mesi diedero davvero l’impressione di voler diventare un moderno partito socialdemocratico europeo: noi ci credemmo e il “nostro” manifesto indusse anche molti nostri amici a crederlo e a votarli. Diceva così: “Marco e Matteo condividono casa e sentimenti. Oggi vorrebbero condividere dei diritti. Il Patto Civile di Solidarietà concede identità giuridica, diritti fiscali, sanitari, di lavoro e previdenziali a tutte le coppie che hanno scelto di stare insieme”.

Diceva proprio così: sembra di sognare. Lo diceva in modo chiaro e semplice, comprensibile a tutti. Prometteva elettoralmente quei Pacs che i francesi avevano già da otto anni. Certo, gli spagnoli stavano per superare gli altri latinos – affiancandosi agli olandesi, ai belgi e agli scandinavi – concedendo a tutti il diritto di sposarsi. Ma noi pensammo che potevamo accontentarci. Ci parve inutile spingere ulteriormente per ottenere improbabili soluzioni “spagnole”. D’altronde Mastella, nominato ministro della Giustizia e indispensabile tassello di sostegno alla maggioranza, lo disse chiaramente: “Nessuna deriva zapaterista in Italia”. Volevamo forse noi fare cadere il governo che con i Ds ci aveva tanto apertamente e chiaramente promesso i Pacs? Certo che no! Essere trattati come i francesi ci andava bene. I Pacs – così nitidi come erano stati allora formulati dai Ds – soddisfacevano le nostre esigenze: ci parvero una soluzione equa e saggia. Oggi – 2013 – i francesi con Hollande hanno compiuto l’ultimo passo concedendo a tutti il matrimonio. E noi? Ma che cosa è accaduto ai Ds?

Cerchiamo di ricordarlo in breve, almeno come appare a noi, Marco e Matteo. Quindi in termini non tecnici e non politici. Noi siamo persone comuni: io, Marco, sono un precario abbastanza fortunato rispetto ad altri, ho quasi raggiunto la stabilizzazione nella ditta dove lavoro; Matteo insegna e per nove mesi l’anno ha lo stipendio fisso. Poi si arrangia con altri lavoretti. Insomma, ce la caviamo abbastanza bene. Ci accontentiamo. Non abbiamo grandi pretese. E soprattutto siamo felici di vivere insieme perché ci amiamo.

Vedete, a noi interessa la vita di tutti i giorni, ci interessa qualche garanzia sulla casa. Io sono subentrato a mia nonna nel contratto di affitto ad equo canone e Matteo è registrato come “ospite fisso”: ma dovesse succedere qualcosa a me, che farebbe Matteo? Vorremmo anche essere garantiti nei confronti dei nostri stessi parenti: in particolare quelli di Matteo, che non hanno mai voluto conoscermi: e sì che siamo assieme ormai da nove anni… Vi immaginate che cosa accadrebbe se a Matteo succedesse qualcosa e finisse all’ospedale, o addirittura dovesse mancare? I suoi parenti mi impedirebbero persino di andarlo a trovare… E non parliamo della successione, anche se abbiamo il conto in banca insieme con firma disgiunta. Potrebbero pretendere quasi tutto: farmi fuori. Io sarei costretto a dimostrare carte alla mano che metà di quel denaro è mia. Sull’altra metà non avrei alcun potere di intervento.

Ma questo è niente. Cioè, è molto, ma nulla in confronto al fatto che noi ormai ci riteniamo maturi abbastanza anche per accudire un bambino: lo vorremmo adottare. In Italia però è vietatissimo. Alcuni nostri amici, recandosi in altri paesi, sono riusciti a diventare felicemente padri ricorrendo alla maternità surrogata. Andate sul sito delle Famiglie Arcobaleno e guardate quanti sono… Noi però non siamo così intraprendenti e coraggiosi. Noi vorremmo poter diventare padri qui, dove siamo nati, dove lavoriamo, abitiamo e paghiamo le tasse. Perché ci deve essere impedito?

Perché ci deve essere impedito, visto che i Ds nel 2006 ci avevano promesso i diritti civili e noi – e tutti i nostri amici – li avevamo votati convintamente?

Che cosa è accaduto, dunque? Io mi ricordo una scena estiva, a Bologna, sotto la casa di Romano Prodi, allora presidente del consiglio. Romano in maniche di camicia accoglie all’ingresso due ministre: quella delle Pari opportunità che si chiamava Pollastrini, e quella della Famiglia, che si chiamava e ancora si chiama Rosy Bindi. Nei mesi precedenti, Pollastrini, in linea con il manifesto dei Ds che ci ritrae, e con il suo preciso incarico di governo, aveva steso un progetto molto chiaro, molto semplice, di Pacs sul modello francese. La ministra della famiglia Bindi fece fuoco e fiamme dicendo che non andava bene e cominciò a stendere un proprio progetto, molto contorto, leggendo il quale noi capimmo una sola cosa: per la legge italiana come “coppia” noi avremmo continuato a non esistere. Non saremmo mai stati una “famiglia”: si parlava esclusivamente di diritti individuali.

Prodi, con aria sorniona e conciliatrice, Prodi il cattolico “adulto” che andò persino a votare al referendum sulla procreazione assistita, disse che compito del governo era di operare la sintesi tra le “varie” proposte in campo, ma soprattutto – per tenere unita la compagine governativa – che occorreva presentare una e una sola proposta di legge bella coesa e solida. Noi sperammo ancora… Pur se con qualche sacrificio rispetto al nostro manifesto, forse saremmo riusciti a portare a casa almeno un pezzetto della nostra dignità.

Perché, vedete, il problema sta proprio lì. Se passa una legge che ci riconosce come coppia, anche la famiglia di Matteo piano piano imparerà a capire che noi siamo due persone normali che si vogliono bene. D’altro canto, è noto, l’omosessualità diventa normale quando è normata. E’ accaduto così in tutti i paesi che prima di noi hanno compiuto questo percorso. Gradualmente, ma in tempi abbastanza brevi, in Spagna come in Francia come in Germania, le coppie come noi hanno visto mutare l’atteggiamento dei vicini e del barista sotto casa, e persino quello del medico e del portiere… Matteo dice “portinaio” perché lui è di Lecco, i suoi in casa sono leghisti, poverino, un disastro. Ogni volta – e sono sempre più rare – che li va a trovare, torna a casa a Roma affranto. Non che io sia poi in condizioni migliori, con Alemanno in Campidoglio: la mia unica speranza è che Marino diventi il nuovo sindaco di Roma (o mi illudo un’altra volta? Andrò ancora deluso?). Almeno mia madre, nella sua romanesca sapienza popolare, è comprensiva. Anche se non c’è stato niente da fare quando le ho chiesto di iscriversi all’associazione dei genitori di omosessuali, Agedo. Mi ha risposto che lei ha fatto un figlio, non un omosessuale… Però mi vuole bene e – forse perché è rimasta sola – la domenica mi pare contenta quando io e Matteo andiamo a pranzo da lei, e poi la portiamo fuori in macchina: lei sta davanti con Matteo e io da dietro vedo che chiacchierano. Non sempre capisco quello che si dicono, ma ogni tanto mia madre se ne esce con le sue risate… Insomma, c’è armonia. Però a natale, quando arrivano anche le mie sorelle con i loro mariti e i bambini, ci vado da solo, e Matteo sale a Lecco. L’anno scorso, al ritorno, Matteo mi ha detto che non ci vuole proprio più andare. Vedremo il prossimo natale come ci accoglierà la mia famiglia allargata, oppure se saremo “costretti” a restarcene da soli, magari a farci un bel week end a Berlino o a Barcellona.

Dicevamo: che cosa è accaduto? Ve li ricordate i dioscuri del Pci? I due giovani cavalli di razza? I rampanti avversari sodali nemici? Adesso vi raccontiamo come Castore e Polluce divennero Cosma e Damiano. Certamente ricorderete Castore-Walter, allora segretario dei Ds, in piazza nel 2000 a salutare i partecipanti al Gay Pride ripreso in diretta da Rai3…

E come dimenticare Polluce-Massimo che, intervistato nel salotto di Maurizio Costanzo, dichiarò senza imbarazzo di essere ateo?

Erano loro i maggiorenti del partito dei Ds che all’inizio del 2006 produsse il nostro manifesto. Nel breve volgere di poco più di un anno Castore-Walter divenne San Cosma e Polluce-Massimo divenne San Damiano. Un cambio di pelle da serpenti. Un tradimento coi fiocchi. Per ottenere che cosa? Per ottenere di sparire politicamente, e di farsi idealmente rappresentare dal volto suoresco di Bindi Maria Rosaria.

E a farne le spese noi, sempre noi: turlupinati con false promesse alle elezioni politiche del 2006, come se i nostri voti valessero meno dei voti clericali.

Ve la ricordate la dichiarazione del 7 dicembre 2007 dell’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema en train de devenir san Damiano, che indicò il nuovo corso? Letteralmente raggelante: “Non sono favorevole al matrimonio tra omosessuali perché il matrimonio tra un uomo e una donna è il fondamento della famiglia, per la Costituzione. E, per la maggioranza degli italiani, è pure un sacramento. Il matrimonio tra omosessuali, perciò, offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente. Due persone dello stesso sesso possono vivere unite senza bisogno di simulare un matrimonio”.

Una dichiarazione che cozza contro i principi basilari della nostra Costituzione, con una confusione tra matrimonio civile e matrimonio religioso degna di un ayatollah. In breve: una folgorazione sulla via dell’inciucio confessionale con conseguente paralisi democratica. Una paralisi che contemporaneamente colpì anche il suo “gemello” Walter, divenuto sindaco di Roma, en trein de devenir san Cosma. Perché, in quelle stesse settimane di fine 2007 – forse già pensando allo sgambetto a Prodi, forse già sentendosi in pectore il candidato del partito democratico alla presidenza del consiglio alle politiche anticipate (che in effetti si tennero nella primavera del 2008 col risultato disastroso che ricordiamo) – essendosi convinto di non poter fare a meno dell’appoggio vaticano, Veltroni affossò d’imperio la proposta del registro delle unioni civili al comune di Roma, dopo un incontro con il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. In pratica Walter-Castore costrinse buona parte dei consiglieri comunali del suo partito a votare con i neofascisti pur di bocciare la proposta. La motivazione?: “Il registro delle unioni civili sarebbe solo una bandiera ideologica”.

Che dire? Che possiamo capire Bindi, giunta al Partito Democratico dalla Dc, poi Pp, poi Margherita del trasformista Rutelli; Bindi, che da giovane fece pubblico voto di castità, obbligando tutti, tra l’altro, a pensare alle sue mutande, anche chi proprio non ne aveva voglia… Ma Massimo-Polluce e Walter-Castore non erano i maggiorenti dei Ds, che nel loro programma per le politiche del 2006 avevano messo le nostre facce su quel nitido manifesto libertario, laico ed europeo?

Fu così chiaro a noi, Marco e Matteo, che alla fine del 2007 il neonato partito Democratico era disposto a rompere qualsiasi alleanza pur di eseguire i diktat vaticani. In Campidoglio Veltroni governava con verdi, radicali, socialisti e sinistra arcobaleno. Pur di bocciare quel simbolico “registro” spaccò la sua maggioranza votando con le destre. Terrorizzato dal Family Day che in maggio i clericali – non paghi del bindiano svilimento degli originari Pacs negli umilianti Dico – avevano tronfiamente organizzato coi proventi dell’8 per mille.

I nostri manifesti restanti furono tutti distrutti, polverizzati nel tritadocumenti della sede del nuovo (?) partito, tranne una copia che – non se n’erano accorti – era finita incollata sotto il tavolo delle riunioni, proprio tra le poltrone di Castore e Polluce, pardon di Cosma e Damiano.

Da quella scomoda posizione noi potevamo ascoltare e… inorridire. Mentre il televisore in alto a sinistra nel locale scandiva una storica registrazione: “Non siamo i primi in Europa a riconoscere dignità legislativa alle unioni omosessuali, ma non saremo gli ultimi”, i nostri trescavano con Bertone. Quelle citate sono, come è noto, le parole con cui il premier spagnolo José Luis Zapatero incoraggiò il parlamento del suo paese ad approvare la modifica costituzionale proposta dal governo per adeguare la legislazione spagnola alla modernità nel campo dei diritti civili. O, se si preferisce, per adeguarla a un mutamento di costumi e di mentalità volto a conferire dignità al 10 per cento dei cittadini. In Italia riguarderebbe almeno 5 milioni di persone: ma sono di più, se si contano anche le nostre famiglie di origine. Comunque diciamo cinque milioni. Cinque milioni di persone più serene non fanno forse una nazione più serena?

I nostri dioscuri, imperterriti, invece continuarono nella loro politica suicida per la dignità umana e intellettuale, prima ancora che per la democrazia.

Noi eravamo ancora lì, sotto quel tavolo, nel gennaio 2010, quando la segreteria del Partito Democratico volle che si tenessero le elezioni primarie in Puglia per imporre il giovane economista Boccia contro il candidato “naturale” della sinistra e governatore uscente Vendola.

Io, Marco, voglio premettere che ho molta simpatia per Boccia: credo sia onesto e preparato; lo trovo anche di aspetto assai gradevole: assomiglia persino un po’ a Matteo… Aggiungo di non nutrire alcun trasporto per Vendola, pur ammirandone le doti dialettiche e la determinazione: il suo afflato cristiano-poetico-comunista non è nelle mie corde. Tuttavia la distanza propositiva tra i due “candidati” mi apparve subito siderale. Boccia e il suo committente san Damiano avevano come unico obiettivo l’accordo con l’Udc, la formazione più clericale e codina del parlamento italiano. Che a Strasburgo aveva appena votato – con il peggio della destra europea – una mozione creazionista. Fortunatamente respinta. Al confronto Vendola giganteggiava come un colto profeta provvisto di visione.

Ma gli ex allievi delle Frattocchie credono davvero che per vincere sulle destre si debba iniziare con una operazione aritmetica? Non hanno mai sentito parlare di programma?

Socialismo laico e libertario. Parità, dignità, laicità: si rileggano i discorsi programmatici di Hollande e di Zapatero. Quest’ultimo nel 2001 non era in maggioranza né all’interno del suo partito né tanto meno in parlamento. Ma con coerenza allestì un chiaro programma, dicendo esplicitamente dei sì e dei no.

Mi si replica che al Pd non sono socialisti? Fingano di esserlo!

Dove credono di andare, con Bindi e Fioroni, sui temi della maternità surrogata e del testamento biologico, delle unioni civili e della libertà di ricerca?

Abbiano, al Pd, il coraggio di depurarsi. Abbiano la dignità intellettuale e la visione europea di una moderna socialdemocrazia laica. La modernità non può essere accolta a pezzetti. La modernità è una sola ed è fatta di aeroplani e di pillola del giorno dopo, di emancipazione femminile e omosessuale, di informatica e di procreazione assistita. E di Ru486. E in Italia è fatta anche di abolizione dei privilegi stoltamente concessi al Vaticano da clericali e politicanti opportunisti.

Scusate lo sfogo! Forse un po’ troppo alto nel tono per il ragazzo Marco del manifesto. Ma ora sono cresciuto, sono trascorsi sette anni. E io, Marco, e lui, Matteo, siamo veri: dal manifesto siamo usciti fuori. E in carne e ossa, oggi, diciamo alla parte sana del Pd: abbiate coraggio, non fatevi controllare da un piccolo stato straniero, per trovare analogie istituzionali col quale occorre volgersi ad Arabia Saudita, Oman e Qatar. In tema di diritti civili, cercate di rimediare almeno in parte all’errore commesso non votando Rodotà alla Presidenza della Repubblica. E magari guardatevi attorno in Parlamento: e soprattutto guardate in su e provate a contare.

[Immagine: Wolfgang Tillmans, Dan 2008 (gm)].

47 commenti

  1. ovvero
    Il tradimento reiterato di un’identità

  2. Franco Buffoni non è nuovo ad operazioni letterarie in cui il testo (nella sua forma narrativa, di “racconto”) diviene, oltre che funzione estetica di rispecchiamento, il pre-testo per portare ad emergenza i problemi socio-culturali che ci affliggono (nella fattispecie l’assenza di diritti per le coppie LGBT e per i soggetti queer) e che hanno afflitto la Storia, l’intera sistematizzazione culturale e la sua ricezione. La “storia” (nella sua accezione minore, di fabula), diviene dunque anche, in Buffoni, l’atto conativo di una interpellazione politica, la messa a punto di strategie di dis-velamento volte a sollecitare la coscienza civile di noi tutti. Buffoni si fa portavoce di un inesausto atto di denuncia, regalando alla letteratura quella funzione di “rappresentazione del mondo” che per secoli le è stata propria, in una indefessa difesa dei diritti soggettivi e, ci sia permesso, della funzione del testo.

  3. Ciapa su e porta a cà Buffoni !

  4. La cosa che io trovo straordinaria in Buffoni è la capacità di dare ai suoi personaggi un linguaggio verosimile; mi piace la sua capacità di farsi da parte, e mettere la sua penna al servizio del personaggio e le sue esigenze; se ne intuiscono i pensieri non scritti, le amarezze anche quelle non scritte, i desideri, e la dignità. In questo caso Matteo lo sento vicino, è un mio coetaneo, e un mio pari. Matteo è capace di parlarmi e in questo caso farsi mio portavoce. Poi leggi altre opere di Buffoni e ti chiedi se è la stessa persona che scrive; ed è sempre la stessa persona.

  5. Marco!!! “non Matteo”…
    ahahaaha Matteo è un nome che mi è sempre piaciuto, oltre che essere stato un compagno di giochi delle elementari…
    Va bè tanto è uguale. ;o)

  6. Complimenti per la capacità di immedesimazione,
    mettere da parte noi stessi per lasciar parlare i nostri personaggi non è cosa semplice!
    :)

    Elisa

  7. Un grazie sincero a Buffoni per la luce che riesce ad emanare da ogni sua parola. Ci terrei a sottolineare solo una cosa: qui non si tratta della ricerca del consenso e/o dell’accettazione degli altri, viviamo tranquillamente anche senza, si tratta solo di riconoscere dei diritti a delle persone che pagano le tasse come tutti gli altri. Per parafrasare l’ “elegante” frase del pregiudicato Ricucci, in Italia facciamo i liberali con i soldi degli altri, quindi se le mie tasse vanno a finanziare anche gli asili per i bambini di coppie eterosessuali, io devo avere la possibilità che tutti i diritti riconosciuti agli altri possono essere rivendicati anche dal sottoscritto, altrimenti ognuno contribuisce in ragione dei servizi dello stato di cui può realmente usufruire!

  8. Io estenderei la questione anche ai fondi di categoria e contratti integrativi aziendali: dove vi è scritto che si garantisce la copertura assicurativa a tutti i componenti del “nuclei familiare” del sottoscrittore … peccato però che i componenti delle “famiglie” non riconosciute come tali dalla stato italiano(vedi, tra le altre, le famiglie arcobaleno), a quei fondi, pur contribuendo a finanziarli, non possono accedere.

  9. Altro dettaglio di scottante attualità( ma non è l’unico):

    Quando paghi l’IMU puoi usufruire di una detrazione per ogni “figlio” a carico, peccato che se non sei una “Famiglia” riconosciuta dallo stato italiano come tale, per quel figlio – che nella quotidianità è a tuo carico perché vive con te e il tuo compagno o compagna – non puoi applicare la stessa detrazione che spetta alle famiglie riconosciute tali dalla stato italiano.

    Di contro però, per il pagamento della TARSU quello stesso figlio è riconosciuto come appartenete al tuo nucleo familiare, pertanto devi pagare anche per la sua presenza nella casa familiare.

    Ma di queste chicche è pieno il diritto italiano.

  10. Grazie per queste dimostrazioni di stima e di affetto. fb

  11. Inappuntabile questo discorso di Marco e Matteo (Buffoni). Viene rabbia quando si pensa che anche in Inghilterra, con il conservatore Cameron, si sta preparando una legge sul matrimonio gay e in Italia neanche i Pacs, che tra l’altro servirebbero anche agli eterosessuali, sono possibili. D’altronde, come si è visto ieri a Parigi con il suicidio di un estremista di destra nella cattedrale per protestare contro la legge appena promulgata sul matrimonio gay, quella dell’omofobia è una barriera profondissima per cui qualcuno è addirittura disposto a morire. Bah!

  12. Quello aveva problemi seri per conto suo, l’omofobia era uno dei suoi problemi, uno dei tanti… compreso il patologico problema con il suo ego.

  13. a Genovese.

    Guardi che Dominique Venner non si è ucciso “per protestare contro il matrimonio omosessuale”. Comunque si giudichi il suo gesto, non era né uno sciocco né un ossesso, e la sua estrema coerenza merita rispetto e verità.
    Riporto la sua ultima lettera, e l’ultimo intervento sul suo sito.

    Les raisons d’une mort volontaire
    Je suis sain de corps et d’esprit, et suis comblé d’amour par ma femme et mes enfants. J’aime la vie et n’attend rien au-delà, sinon la perpétuation de ma race et de mon esprit. Pourtant, au soir de cette vie, devant des périls immenses pour ma patrie française et européenne, je me sens le devoir d’agir tant que j’en ai encore la force. Je crois nécessaire de me sacrifier pour rompre la léthargie qui nous accable. J’offre ce qui me reste de vie dans une intention de protestation et de fondation. Je choisis un lieu hautement symbolique, la cathédrale Notre Dame de Paris que je respecte et admire, elle qui fut édifiée par le génie de mes aïeux sur des lieux de cultes plus anciens, rappelant nos origines immémoriales.
    Alors que tant d’hommes se font les esclaves de leur vie, mon geste incarne une éthique de la volonté. Je me donne la mort afin de réveiller les consciences assoupies. Je m’insurge contre la fatalité. Je m’insurge contre les poisons de l’âme et contre les désirs individuels envahissants qui détruisent nos ancrages identitaires et notamment la famille, socle intime de notre civilisation multimillénaire. Alors que je défends l’identité de tous les peuples chez eux, je m’insurge aussi contre le crime visant au remplacement de nos populations.
    Le discours dominant ne pouvant sortir de ses ambiguïtés toxiques, il appartient aux Européens d’en tirer les conséquences. À défaut de posséder une religion identitaire à laquelle nous amarrer, nous avons en partage depuis Homère une mémoire propre, dépôt de toutes les valeurs sur lesquelles refonder notre future renaissance en rupture avec la métaphysique de l’illimité, source néfaste de toutes les dérives modernes.
    Je demande pardon par avance à tous ceux que ma mort fera souffrir, et d’abord à ma femme, à mes enfants et petits-enfants, ainsi qu’à mes amis et fidèles. Mais, une fois estompé le choc de la douleur, je ne doute pas que les uns et les autres comprendront le sens de mon geste et transcenderont leur peine en fierté. Je souhaite que ceux-là se concertent pour durer. Ils trouveront dans mes écrits récents la préfiguration et l’explication de mon geste.
    Dominique Venner

    Les manifestants du 26 mai auront raison de crier leur impatience et leur colère. Une loi infâme, une fois votée, peut toujours être abrogée.

    Je viens d’écouter un blogueur algérien : « De tout façon, disait-il, dans quinze ans les islamistes seront au pouvoir en France et il supprimeront cette loi ». Non pour nous faire plaisir, on s’en doute, mais parce qu’elle est contraire à la charia (loi islamique).

    C’est bien le seul point commun, superficiellement, entre la tradition européenne (qui respecte la femme) et l’islam (qui ne la respecte pas). Mais l’affirmation péremptoire de cet Algérien fait froid dans le dos. Ses conséquences serraient autrement géantes et catastrophiques que la détestable loi Taubira.

    Il faut bien voir qu’une France tombée au pouvoir des islamistes fait partie des probabilités. Depuis 40 ans, les politiciens et gouvernements de tous les partis (sauf le FN), ainsi que le patronat et l’Église, y ont travaillé activement, en accélérant par tous les moyens l’immigration afro-maghrébine.

    Depuis longtemps, de grands écrivains ont sonné l’alarme, à commencer par Jean Raspail dans son prophétique Camp des Saints (Robert Laffont), dont la nouvelle édition connait des tirages record.

    Les manifestants du 26 mai ne peuvent ignorer cette réalité. Leur combat ne peut se limiter au refus du mariage gay. Le « grand remplacement » de population de la France et de l’Europe, dénoncé par l’écrivain Renaud Camus, est un péril autrement catastrophique pour l’avenir.

    Il ne suffira pas d’organiser de gentilles manifestations de rue pour l’empêcher. C’est à une véritable « réforme intellectuelle et morale », comme disait Renan, qu’il faudrait d’abord procéder. Elle devrait permettre une reconquête de la mémoire identitaire française et européenne, dont le besoin n’est pas encore nettement perçu.

    Il faudra certainement des gestes nouveaux, spectaculaires et symboliques pour ébranler les somnolences, secouer les consciences anesthésiées et réveiller la mémoire de nos origines. Nous entrons dans un temps où les paroles doivent être authentifiées par des actes.

    Il faudrait nous souvenir aussi, comme l’a génialement formulé Heidegger (Être et Temps) que l’essence de l’homme est dans son existence et non dans un « autre monde ». C’est ici et maintenant que se joue notre destin jusqu’à la dernière seconde. Et cette seconde ultime a autant d’importance que le reste d’une vie. C’est pourquoi il faut être soi-même jusqu’au dernier instant. C’est en décidant soi-même, en voulant vraiment son destin que l’on est vainqueur du néant. Et il n’y a pas d’échappatoire à cette exigence puisque nous n’avons que cette vie dans laquelle il nous appartient d’être entièrement nous-mêmes ou de n’être rien.

    http://www.dominiquevenner.fr/2013/05/la-manif-du-26-mai-et-heidegger/

  14. @ roberto buffagni

    “l’estrema coerenza” di Venner che “merita rispetto e verità” a me ricorda il suicidio-omicidio di Magda Goebbels…

  15. La coerenza merita rispetto a prescindere da ciò in cui tale coerenza consiste? Per me no; soprattutto dopo aver letto questo articolo. E la coerenza estrema porta le conseguenze più assurde, folli, distruttive per chi la propugna e chi la subisce: non è evidente?
    Anche i criminali, i razzisti, i fascisti (non li sto equiparando) sono coerenti, o possono essere prontamente riabilitati, possono avere avuto ragioni che non esiteremmo a giudicare degne o condivisibili in nome della loro fedeltà a un valore: ma fra i valori esiste differenza, qualitativa o quanto meno storica (per vetero e neo fasci, nazi, razzisti), che non si può ignorare o sminuire.

  16. “Questo articolo” è il pezzo postato da Buffagni, preciso.

  17. a Lorenzo Marchese.

    Non ho invitato nessuno a condividere i valori testimoniati da Venner, che per altri possono essere disvalori da combattere.
    Ho invitato e invito a non attribuire motivazioni inventate al suo gesto. Venner non si è ucciso perché era uno psicopatico omofobo: non era né psicopatico né omofobo.
    Era un saggista di grande valore, un militante di estrema destra, un patriota francese ed europeo, un pagano, e un uomo capace di sacrificare la vita per le sue idee, cosa che non testimonia a favore delle sue idee ma a favore della sua serietà e corenza, sì.
    Venner ha spiegato benissimo perché si è ucciso: le sue motivazioni sono espresse con grande chiarezza. Quindi, prima di dire quel che si pensa delle sue idee e del suo gesto, mi sembra il minimo della decenza e dell’onestà non travisare le une e l’altro.

  18. Ma perché la coerenza, se la si riscontra nel Nemico, dev’essere svilita e vale un punto in più nell’Amico?
    La si può riconoscere e continuare a combattere lo stesso per i propri valori. Sperando ( solo sperando) che i nemici facciano lo stesso.

  19. @buffagni

    So che lei non ha invitato nessuno a condividere i valori di Venner. Se mi rilegge con un po’ di attenzione, vedrà che non le ho attribuito questa posizione.
    Il mio voleva essere un richiamo all’attenzione per quanti, più o meno in buonafede, possono travisare quanto lei ha scritto con estrema lucidità. Inoltre, la mia è una personale, netta presa di posizione su questa chiara coerenza di Venner, su cui non ho alcuna voglia di dialogare. Difatti per me ha poco senso entrare in queste discussioni, anche se riconosco che sono molto interessanti e dotte.
    Buona continuazione a tutti

  20. a Ennio Abate.

    Parlando in generale, perché diffamare il nemico e sputare sulla sua tomba è comodo, è facile, è privo di rischi, e ha l’effetto collaterale di farci sentire più bravi, più buoni, più furbi e più nel giusto. Sempre bastonare il cane che affoga.

    Jan Palach si diede fuoco in segno di protesta contro l’invasione e l’asservimento della sua patria. Non ha spostato un tank sovietico, non ha accelerato di un’ora la caduta del muro di Berlino. Era uno psicopatico comunistofobo?
    Nel 1931, Lauro de Bosis lanciò volantini antifascisti su Roma, e come da lui previsto si inabissò in mare con il suo piccolo aereo. Non accelerò di un minuto la caduta del fascismo. Era uno psicopatico fascistofobo?
    Nel 1941, il comandante Teseo Tesei, medaglia d’oro al valor militare, con il Siluro a Lenta Corsa da lui perfezionato tentò di forzare il porto de La Valletta, per affondarvi il naviglio inglese alla fonda. A causa di alcuni inconvenienti tecnici, per non compromettere la missione decise di “spolettare a zero”, cioè di farsi saltare per aria insieme al suo mezzo. Non cambiò di una mezza virgola l’esito della guerra. Era uno psicopatico democraticofobo?
    Nel 1945 il comandante Carlo Fecia di Cossato, medaglia d’oro al valor militare, dopo aver obbedito all’ordine del re VEIII di consegnare la flotta italiana all’ex nemico inglese, sentendosi disonorato (“abbiamo commesso un atto ignobile senza alcun risultato”) si tirò un colpo in testa. Gli inglesi non ci restituirono neanche un pattino. Era uno psicopatico anglofobo?
    Per non scandalizzare i più piccini, sorvolo sull’estrema resistenza (fino alla morte) del reparto francese della Divisione SS Charlemagne, che difese il bunker di Hitler contro soverchianti forze nemiche, negli ultimi giorni dell’aprile 1945.
    Ma per non fare torto al coraggio francese, ricorderò il generale Cambronne, che nella battaglia di Waterloo, accerchiato con il suo quadrato dall’artiglieria e dai reparti inglesi, alla proposta di resa onorevole avanzata dal nemico ammirato rispose con la parola immortale: “Merde!”
    Ecco, non trovo parola migliore per concludere.

  21. a Lorenzo Marchese.

    E infatti non le ho attribuito niente.
    Sono intervenuto solo perché R. Genovese ha attribuito il gesto di Venner a motivazioni totalmente false. Una persona che sacrifica la vita per le idee, giuste o sbagliate, di cui è persuaso, merita almeno che si rispettino le ragioni per cui ha compiuto il suo gesto.
    La prima, più elementare forma di rispetto è dire la verità, o come minimo non dire falsità, per malevolenza o per semplice sciatteria.
    Dopo di che, si critichino le sue idee finché si vuole.

  22. a Cristina Savettieri.

    Scusi se le rispondo solo ora. L’estrema coerenza di Venner le ricorda Magda Goebbels che avvelena i suoi quattro figli e poi si uccide insieme al marito. Sorvolo sul particolare, non privo di importanza, che Venner non ha ucciso nessuno, e tanto meno i suoi figli o i suoi nipotini, prima di spararsi.
    Qualcosa mi dice che l’atroce omicidio-suicidio della famiglia Goebbels le è venuto in mente perché Venner era un militante di estrema destra (anche se non era nazista). Cosa vuole che le dica? Esistono esempi di coerenza terribile anche in campi ideologici avversi. Per esempio il figlio di Stalin, Jakov, fu catturato dai tedeschi, che gli proposero uno scambio di prigionieri. Stalin rifiutò, e Jakov morì in un campo di concentramento tedesco.
    La coerenza non è tutto, e non va messa al di sopra di tutto.
    In certi casi, l’incoerenza può addirittura essere benefica. Per esempio, Kant sostiene che qualora un uomo inseguito da un assassino si rifugi in casa tua, quando l’assassino si presenta alla tua porta e ti chiede: “E’ qui?” tu non puoi rispondergli di no, perché altrimenti gli menti e dunque violi l’imperativo categorico che proibisce la menzogna. Presumo e spero che il grande filosofo, se si fosse trovato in situazione analoga, sarebbe stato incoerente.
    Ciò volentieri ammesso, suggerirei, però, di mettersi per un attimo nei panni della persona che compie l’estremo sacrificio per coerenza con le sue persuasioni, e di chiedersi: “Ne sarei capace, io, per le cose in cui credo?”
    La risposta non sarà immediata, e forse susciterà un moto di rispetto nell’animo di chi se la pone.

  23. Caro Buffagni,

    non vedo perché dovrei mettermi nei panni di un suicida. Il suicidio per me non è né un valore né un disvalore, è il collasso estremo della psiche di una persona e nessuna lettera d’addio – né le sue difese d’ufficio, né le spiegazioni che possiamo dare insieme discutendone – potrà mai verbalizzare davvero quella cosa oscura che spinge un essere a uccidersi. Trovo grottesco dire che Venner si è sacrificato per le sue idee come fosse un martire, non so come lei da cattolico non trovi ridicolo sostenere una cosa del genere. Mi spiace, ma questo eroismo non mi interessa e non suscita in me nessun sentimento di rispetto particolare se non quello che si deve a qualunque vita che muore.
    Tra l’altro lei presume di conoscere anche i meccanismi che regolano le mie associazioni mentali, ma devo informarla che si sbaglia: non ho pensato a Magda Goebbels in quanto nazista, ci ho pensato perché quella lettera scritta al figlio al fronte in cui dichiara disperata che non vuole che i suoi figli più piccoli vivano in un mondo senza il Führer, con la fine del quale crolla quanto di più bello lei abbia mai vissuto, mi ha sempre impressionato. Non perché ci veda ‘coerenza estrema’, ma al contrario una disperazione completamente cieca e la completa perdita di ogni senso della realtà.

  24. Cara Signora Savattieri,
    “da cattolico non trovo ridicolo sostenere” che “Venner si è sacrificato per le sue idee, come fosse un martire” perché è vero.
    Martire, cioè testimone delle sue persuasioni. Testimonianza più forte del sacrificio della vita non c’ è.
    “Da cattolico” posso ricordare che ai cattolici, in generale, è proibito uccidersi; anche se Dante mette Catone, suicida per la libertà, nei Campi Elisi. La proibizione del suicidio per i cristiani non dipende, però, dalla convinzione che la vita fisica sia il supremo dei valori e non possa, dunque, essere sacrificata mai.
    Non condivido le posizioni di Venner, che tra le altre cose era un pagano. Condivido però, come tutti i cristiani, la sua persuasione che la vita non è il supremo dei valori, e in alcune circostanze può essere necessario e giusto sacrificarla. Se poi ne sarei capace anche io, è un altro paio di maniche: per saperlo, bisogna prima trovarcisi.
    Vero che nel suicidio c’è sempre un residuo inscrutabile (come in quasi tutti gli atti umani, peraltro). Attribuire qualunque suicidio a un “collasso estremo della psiche di una persona”, però, è sbagliato. Altrimenti, è “collasso estremo della psiche di una persona”, cioè follia, anche la morte cercata e scientemente voluta dei martiri cristiani, di Giordano Bruno, di Leonida, e via elencando.
    Lei certo comprenderà che un genitore possa sacrificare volentieri la propria vita per un figlio. Bene, c’è gente al mondo che sacrifica volentieri la propria vita anche per la sua religione, la sua patria, o le sue idee. La loro religione può essere falsa, la loro patria ingrata, le loro idee sbagliate, ma secondo me, non sono dei matti; sono un’altra cosa che merita rispetto.

  25. @ buffagni

    Non mi pare che Venner fosse perseguitato, né mi sembra che sia stato torturato fino alla morte per difendere le sue idee. Era contrario a una legge, l’ha affermato senza alcuna limitazione e nessuno gli ha impedito di esprimersi. E Non mi sembra che si possa paragonare a Bruno o a chiunque si trovi in condizioni di privazione totale della propria libertà di espressione. Lei che in un altro post faceva l’elogio del pensiero liberale dovrebbe saperlo. E chi sarebbe poi in questa storia la santa inquisizione? Il Parlamento francese democraticamente eletto?
    Ah, non sono i campi elisi, è il Purgatorio.
    Poi mi spiegherà perché ha sentito il bisogno di appellarmi ‘Signora’.

  26. a Cristina Savettieri.

    Scusi, ma lei trova offensivo sentirsi chiamare signora? Quando mi rivolgo a una donna che non conosco di solito la chiamo così. Francamente non capisco le ragioni del suo tono.
    Comunque. Non ci siamo capiti. Non dico che Venner sia stato vittima di una inquisizione o analoghi. Venner è tutto tranne che una vittima.
    Il paragone con Bruno e gli altri è motivato da una sola somiglianza: che Bruno e gli altri avrebbero potuto salvarsi la vita, e l’hanno sacrificata volontariamente. Se Bruno o i martiri cristiani avessero voluto salvarsi la vita, gli sarebbe bastato dire una parola. Non l’hanno detta. E tra l’altro, non dicendola si sono trasformati da vittime a testimoni delle loro persuasioni.
    Quel che mi premeva e mi preme dire è che non tutti i sacrifici della propria vita sono follia.
    Grazie per la correzione su Catone.

  27. Pare che Venner fosse gravemente ammalato, il suicidio si configurerebbe come un atto preventivo.

  28. Pare che Venner fosse gravemente malatto, il suicidio quindi e stato l’anticipazione di un evento già imminente

  29. @Ares

    Anticipazione di cosa? Per favore, abbia il pudore di tacere almeno di fronte a certe cose. Provi a pensare prima di scrivere: commentare la realtà è un esercizio più complesso di tessere sbrodolati elogi del Buffoni.

  30. Giovanni mi sono limitato a scrivere un dato, un nuovo tassello alla vicenda Venner, non capisco la sua cortesia.
    La invito anch’io a tacere, se non avesse argomenti futili alla discussione.

  31. @Ares

    “il suicidio quindi e stato l’anticipazione di un evento già imminente”
    Questo non è un dato. E’ un’interpretazione rozza e totalmente disumana di un evento comunque drammatico.

    “Avesse argomenti futili alla discussione”? Ma come parla?

  32. Giovanni Continua a dire utilità, con interpretazioni del mio pensiero che non hanno legami con quanto ho scritto.

    Per quanto mi riguarda, la morte anticipata di Venner rende il suo gesto più ateo e coerente, lontano da un falso martirio cattolico, un po’ ridicolo, che certi commenti di questo post Vogliono attribuirgli

  33. E onestamente rende anche meno folle il gesto, che per quanto mi riguarda rimane il suicidio egocentrico ed eclatante di un pensatore razzista e omofobo.

  34. Che con il suo gesto, operato in una grande cattedrale, ha voluto ribadire l’autodeterminazione dell’uomo nei confronti della Non Vita, imposta dalla Chiesa cattolica.

  35. E bravo Ares. Vedo che lei ha canali privilegiati con l’aldilà, e che l’ombra di Venner le ha smentito le motivazioni del suo gesto, rilasciate per iscritto quand’era nell’aldiquà.

  36. E’ la ragione più nobile che ho trovato per nobilitare il gesto del suo saggista di riferimento, ;o) ogni altra motivazione, prima su tutte la ragione omofoba, mi pare veramente patologica, al limite della derisione

  37. Ares, che cosa significa “morte anticipata”? E da dove pretende di sapere che si tratta di un gesto contro la Chiesa Cattolica? Perché parla a vanvera? E’ libero di non essere d’accordo con il gesto, ma non confonda l’informazione e la descrizione della realtà con il delirio personale.

  38. Caro Ares,
    lasci stare la nobiltà e le nobilitazioni, che non sono nelle sue corde.
    Si dedichi piuttosto alla parapsicologia, visto che, oltre a comunicare con Venner nell’aldilà, riesce anche a leggere nella mia mente quali siano i miei saggisti preferiti.

  39. Siamo di fronte a un’esurpazione di nikname
    Oppure chi scrive qui sopra non è capace di usare il mezzo…ahahahahah

  40. Segnalo al moderatore un anomalia:
    il soggetto qui sopra sta usando il mio nickname, vorrei, cortesemente, che faceste un’operazione molto semplice di controllo di coerenza con la e-mail normalmente inserita dal nickname Ares.

    Per me non fa differenza avere un omonimo idiota, ma per altri che qui dentro sono legati alla propria identità più che alle loro idee, temo possano avere un sussulto emotivo non indifferente ;O) buon lavoro !!!.

  41. Grazie moderatore per aver eliminato i commenti non leciti…
    dei seguaci di Venner.

  42. Comunque non c’è da stupirsi, dopotutto Venner predicava l’usurpazione di identità, altre da se.

  43. @Buffagni
    dimenticavo di replicare al suo commento del 26 maggio delle ore 22:41, preso com’ero da altre faccende:

    Dietro ogni azione umana c’è sempre un elemento inconscio che muove l’azione, e a dispetto di quel che ha dichiarato Venner nel suo testamento ideologico, egli si è suicidato in una cattedrale, un luogo storico che rappresenta una delle matrici europee ma… ma non solo: è soprattutto, un luogo di Dio.
    Venner avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro luogo storico parigino, invece ha voluto sacralizzare il proprio gesto uccidendosi in un luogo simbolo della divinità, imbrattandone i marmi con il suo sangue(il “suo” sangue).
    Tenga presente che Venner non era un cattolico, ma il luogo – la cattedrale – è comunemente considerato un luogo “sacro”(in grado di suscitare soggezione anche nei non credenti), il luogo ideale dove celebrare se stessi, non potendo fare altro, dandosi la morte.
    Emile Durkheim avrebbe catalogato il suicidio di Venner “un suicidio egocentrico”, un suicidio che ha messo al centro la propria individualità escludendo il resto.
    La motivazione inconscia – che non può essere lasciata tra le righe testamentarie – è l’affermazione di se, in un luogo sacro: Venner si è suicidato in Notre dame de Paris e non in qualsiasi altro luogo di valenza storico-europea francese, per mettere al centro la sua individualità al punto da elevarne i bisogni ai più alti livelli del sacro. Siamo di fronte all’autodeterminazione dell’uomo, del “ribelle” (come lui spesso si definiva e celebrava) e dei suoi bisogni, a dispetto di Dio.
    Peccato che questo suicidio sia reso meschino dal fatto che Venner non abbia saputo, così, accettare la sconfitta democratica del suo pensiero – anch’esso emanazione della cultura cattolica europea – che ha creato vittime suicide nei secoli, vittime che ora, in Francia, possono rialzarsi e lenire le proprie ferite, grazie ad una legge democratica dello stato, che non può nuocere ad altro individuo. Il gesto di Venner è un gesto di un egocentrico “perdente” che non ha saputo e voluto perdere( come i gerarchi nazisti che hanno preferito morire piuttosto che ammettere le loro atroci responsabilità … con la sola differenza che nessuno avrebbe chiesto a Venner di pentirsi della sua presuntuosa ferocia ideologica),
    Venner è stato un vecchio conservatore anti democratico, emanazione di una cultura che per secoli ha minato i processi identitari di altre individualità, degne al pari della sua di esistere. Venne è stato un vecchio conservatore incapace di accettare che il mondo sia in evoluzione, che il destino del mondo sia un’integrazione progressiva di popoli e culture differenti, dove il vero limite di questa integrazione sono le religioni e i singoli egoismi.

    p.s. Si la nobiltà è la nobilitazione non appartengono alle mie corde, in generale è una categoria che non esiste più, se non nei nostalgici ricordi di qualche decadente conservatore. Ed è bene che li rimanga.

    p.p.s. Suvvia Buffagni ammetta che condivide gran parte delle idee di Venner, o che almeno fa gioco al suo pensare, per paventare pericoli imminenti di opposizione feroce.

  44. Caro Ares,
    le rispondo con il commento di Eric Werner, un sociologo svizzero che stimo molto. A differenza di Venner, Werner è cristiano e liberale.

    5/22/2013

    Sans précédent

    C’est un geste inaugural, dit l’Auteur*. C’est ainsi au moins que je l’interprète. Et lui-même, semble-t-il, l’a conçu et voulu ainsi. Geste non pas de désespoir (comme, de prime abord, on inclinerait à le croire), mais bien d’espoir. On retiendra aussi l’endroit choisi: à la croisée même de la verticale et de l’horizontale, de la transcendance et de l’immanence. Là même où refleurit la rose, au cœur de ce qui la nie. C’est ce que signifie son acte. Il est trop tôt encore pour en mesurer l’onde de choc. Mais la charge symbolique en est puissante. Elle entre en résonance avec beaucoup de choses en nous (tant inconscientes que conscientes). Le sang des martyrs est la semence des chrétiens, disait Tertullien. En l’occurrence, évidemment, il faudrait changer la formule. Mais le sens profond subsiste. Et son dernier texte: en lequel, entre autres, il désigne l’ennemi. C’est “sans précédent”, aurait dit le ministre de l’Intérieur. Il a complètement raison. Sans précédent.

    * Dominique Venner s’est suicidé le mardi 21 mai 2013 en la cathédrale Notre-Dame de Paris, près de l’autel. Historien et écrivain, il dirigeait la Nouvelle Revue d’Histoire.

    http://ericwerner.blogspot.it/

    Non commento la sua interpretazione del gesto di Venner, che non condivido e che mi sembra più fondata su un pregiudizio sfavorevole che sulla conoscenza di Venner e della cultura a cui apparteneva.
    Non condivido anche buona parte delle idee e delle posizioni di Venner. Certo trovo più consonanza con le posizioni di Venner che con le sue, su questo non ci piove.

  45. .. mi perdoni Buffagni ma non sto li a commentare, l’interpretazione di Werner mi pare dettata da un’indole legata a un passato che spero non torni più.

    Concordo che in Venner non vi sia follia, ma un lucido bisogno di affermare se stesso, a tutti i costi. Spero che il simbolo muoia con lui, perché il rischio è che venga emulato al contrario, a quel punto saremo in pericolo tutti.

    saluti

  46. La chiudiamo qui. Ricambio i saluti.

  47. “(..)dove il vero limite di questa integrazione sono le religioni e i singoli egoismi.”

    ..l’altro limite é ovviamente l’attuale sistema, economico e di distribuzione della ricchezza

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