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Una passeggiata laica in Vaticano

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cropped-37212_452232744880_449167_n.jpgdi Maria Tiziana Lemme

[Questo articolo è uscito su “il Reportage”, numero 14, aprile giugno 2013]

È un mercoledì, sono le tre del pomeriggio, Roma. Via della Conciliazione è plumbea, il cielo manda giù una pioggia come vapore acqueo. Di fronte, la cupola di San Pietro è opaca come un cubetto di ghiaccio in un bicchiere di pastis. Nulla faceva presagire che, dopo qualche giorno, queste gocce di pioggia sarebbero diventate diluvio universale. Rifiuto di papa Ratzinger al mandato divino, viene in mente Sant’Agostino: «Ma che rapporti ho io con gli uomini, perché faccia ascoltare le mie Confessioni? Come se dovessero guarire le mie debolezze?».

Ma è stato il giorno migliore per entrare,  la prima di altre volte,  nella Città del Vaticano per una “passeggiata laica”, sebbene passeggiare, nella Città del Vaticano, non sia possibile. È possibile, soltanto, se hai le conoscenze giuste, fare shopping. Potere di una tessera. All’esterno del finestrino dell’automobile, all’ingresso del Petriano, la guardia svizzera fa un cenno da vigile urbano e “avanti – dice a cenni – proseguite”. La divisa carnascialesca, a striscie giallo e amaranto, è coperta da una mantella blu. Non fermano, non fanno controlli neanche gli uomini della Gendarmeria, che stanno dietro gli elvetici e  hanno garitte posizionate a ogni angolo. Proseguendo, si incontra una rotonda, a destra c’è il mega parcheggio costruito recentemente, ben mimetizzato. Non incontriamo un’anima. Ecco uno spiazzo, il parcheggio, antistante una costruzione imponente. È un luogo di culto, un archivio, un palazzo? No. È  il centro commerciale.

La pelletteria all’ingresso. Borse delle migliori marche scontate dell’Iva, che con i saldi costano 350 euro. Cravatte dai colori mesti ma di quella marca esclusiva che impone la forma senza cuciture, 70 euro l’una, in saldo, poi orologi a iosa. Il meno prestigioso costa 2.500 euro. Le commesse dicono: “Qui viene a comprare la classe medio bassa. Noi? per carità”. Il pezzo più bello è poco in là: un baule in cuoio, da viaggio. Costa 3.500 euro, ma con l’acquisto si ottiene, in omaggio, anche una sacca da golf completa di mazze. Una sacca da golf?

Nel reparto per i sacerdoti si vendono mutande. “Anche il papa indossa l’intimo”, scrive Lawrence Ferlinghetti in Underwear: vero. Filo di Scozia, otto euro un paio di braghe. C’è qualche ecclesiastico nei camerini, provano pantaloni di lana finissima. Parlano piano, in cantilena. Non c’è un reparto per le suore. Al piano di sotto vendono apparecchi elettronici e molti alcoolici, sigari, sigarette. Un Dom Perignon d’annata si porta a casa con 110 euro, un affarone. Al piano di sopra vendono, invece,  l’intimo femminile, roba softhot. Qui, si può acquistare soltanto se si possiede, o se qualcuno ti presta, la “tessera”. Una di quelle plastificate, con sopra stampata la fotografia su sfondo bianco e giallo, i colori della bandiera dello Stato.

Oggi si paga soltanto in contanti. La Banca d’Italia ha congelato dall’1 gennaio del 2013 la possibilità di utilizzare i pagamenti con le carte di credito e i bancomat, appaltati presso la Deutsche Bank: lo Stato del Vaticano non si è uniformato alle norme antiriciclaggio e anti terrorismo nonostante l’impegno, sottoscritto il 30 dicembre 2010 dalla Pontificia Commissione, a firma del cardinale Giovanni Lajolo  e di Carlo Maria Viganò, vescovo lombardo, segretario generale del Governatorato, poi esautorato dal segretario della Santa Sede, il cardinale Tarcisio Bertone (i pagamenti elettronici sono stati poi ripristinati il 12 febbraio scorso, garantiti dalla società svizzera Aduno Sa). Nel reparto profumeria del megastore, creme e trucchi si pagano, tuttavia, senza bisogno della tessera. Lo scontrino dice: “Farmacia del Vaticano”.

Sopra le casse del centro commerciale, gli orologi di precisione  marcati Baume & Mercier, posizionati sull’orario di New York e di Città del Vaticano sono sballati. Chiedo al cassiere come mai. “È il ripetitore di Radio Vaticana. Di notte, fa spostare le lancette. Non perdiamo più tempo a metterle a posto, fatica inutile”. Si riferisce all’antenna che fa da ponte con i ripetitori posizionati a Santa Maria di Galeria, dove si contano i malati di leucemia per le emissioni elettromagnetiche di cinquantasette  tralicci alti cento metri. Anche Santa Maria di Galeria è Vaticano. Una legge dell’8 ottobre 1951 ha esteso l’extraterritorialità in quest’area ampia quasi dieci volte il territorio dello Stato, che conta 44 ettari, 572 cittadini, 444 abitanti, 221 residenti, il più piccolo stato indiependente del mondo. E quanti sono i dipendenti? Alcuni dati ricavati ufficiosamente dicono 4.600 con un orario di lavoro settimanale di trentasei ore e stipendi medio-bassi, esentasse.

Dicono che il Vaticano sia un mondo a parte, è invece un mondo di parte, composto perlopiù da impiegati. Non si deve immaginarlo come una città vibrante, ma burocratica, dove non si vede mai un bambino. Avere notizie da fonti dirette è quasi impossibile: in Vaticano non si possono rivolgere domande, il riserbo è martellante. Il solo avvicinarsi alla pompa di benzina all’interno delle mura leonine scatena le ire, del benzinaio:

“Che cosa sta facendo?”

“Niente, ho letto semplicemente il prezzo della benzina”

“Perché?”

“Per curiosità”

“Lei non lo può fare”. E va a chiamare un gendarme.

“Che cosa succede?»

“Non lo so”.

“Ha scritto il prezzo della benzina…”.

“Sì”.

“Perché lo ha scritto?”

“Per ricordarmelo”

“Perchè vuole ricordarselo?”. E così via.

La benzina verde costa 1,480 euro al litro, il diesel 1,410, il carburante è fornito dalla Erg. Ogni “possessore di tessera”, rilasciata dal Governatorato, ha diritto a 1.500 litri all’anno. Se fino a qualche anno fa era possibile, prestando la tessera, pernettere di fare rifornimento a qualche amico, oggi possono fare il pieno soltanto le automobili registrate.

“Non si può” è la frase chiave. Persino per la visita ai Giardini la raccomandazione è: “Incontrerà giardinieri, autisti, ma non potrà fare alcuna domanda”. Mi chiedo quali segreti potrebbero rivelare i trentacinque giardinieri del papa…. Nel giardino all’inglese, completamente dissodato, lavorano alcuni uomini. Che cosa piantate? “Broccoletti”, risponde uno. Poi si corregge: rose. Sta proprio di fronte al convento dove andrà ad abitare il papa emerito. I lavori sono in corso, i rumori del cantiere disinnescano quel senso di pace che dovrebbe animare questi 22 ettari dai quali la cupola di San Pietro appare a portata  di mano e la sfera dorata che la sormonta sembra nient’altro che una biglia, dieci metri il diametro. Ecco l’ufficio di Guglielmo Marconi, la prima sede di Radio Vaticana, e la seconda torre delle mura leonine, che Giovanni XXIII si fece riadattare a studio e dove ha soggiornato Bush in occasione di una visita; la costruzione risale al IX secolo, le finestre stridono, in alluminio anodizzato. Chi fa fatto i lavori? “Non si può chiedere”.

Il segreto, qui in Vaticano, assume i contorni dell’ossessività, quasi della paranoia. Si è controllati a ogni passo come nella vecchia Berlino Est e, dall’anno 2000, si può ascoltare tutto ciò che viene detto grazie al Digitus Deo, uno strumento di controllo altamente tecnologico installato nella vecchia caserma della Gendarmeria. Si tratta di “un grande orecchio” in grado di captare qualsiasi conversazione; potentissimo, grazie all’avanzata tecnologia di aziende israeliane, raggiunge ogni punto sensibile del Vaticano.

Si ascolta, quindi, ma non si parla. Le informazioni, anche quelle più elementari sono sempre riservate, secretate, da autorizzare. Perché? Papa Woityla non aveva detto che la Chiesa deve essere una casa di vetro? “È un ambiente in cui entri e ti senti in un delirio di onnipotenza – dice Gian Franco Svidercoschi, ex direttore dell’Osservatore Romano e biografo ufficiale di Giovanni Paolo II – perché il Vaticano è la più grande potenza del mondo, anche se non è una potenza politica. È una febbre che prende, credi di essere importante. È l’aria che si respira che fa nascere in te questa mentalità. Quando ero vicedirettore quasi mi sentivo un padreterno, parlavo tronfio con il petto in fuori. Si partecipa alla vita di uno Stato dove vive la persona più importante della Terra. Ed è un luogo dove si deve riconoscere l’autorità altrui, che spesso si trasforma in autoritarismo”. Per passare da io a dio, in italiano basta aggiungere una consonante.

Il Palazzo apostolico. Dal cortile del Belvedere un ascensore porta direttamente alle stanze del papa, terzo piano. Ci fermiamo al secondo. Si esce su un ballatoio che affaccia su una delle Logge, la seconda del braccio nord. Ed ecco, la meraviglia, il “cielo del cielo” di Agostino da Tagaste, vescovo di Ippona, “visione e conoscenza simultanee senza successione di tempi”. È l’Eden perduto, raffigurato in terra. Sulla mia testa le volte sono un brulicare di uccelli di tutti i tipi, animali alati, armoniosi in tutti i colori delle piume, immobili o svolazzanti.  Anche gli insetti diventano fratelli, almeno per come li ha dipinti Ottaviano Mascherino. Sulla destra sfilano innumerevoli le porte dell’appartamento Borgia, chiuse. Si arriva alla Sala Ducale. È qui che Benedetto XVI ha dato l’annuncio della sua rinuncia, l’11 febbraio scorso. Vibra il silenzio, il sentimento che predomina è la sopraffazione davanti a una bellezza sfarzosa, esagerata, inaccessibile. E fa un certo effetto passare per la sala Regia, dove una solitaria guardia svizzera sorveglia una porta che, aperta, ti proietta nella Cappella Sistina, tra i turisti a naso in su, ammutoliti.

Tutt’altra aria si respira entrando in Vaticano dall’ingresso di Porta S.Anna, il più frequentato perché da qui si può andare (solamente) al servizio fotografico dell’Osservatore Romano per acquistare fotografie: una di Benedetto XVI, a colori, 20×30, costa quattro euro. O alla Farmacia, luogo ambitissimo. Una ricetta e un documento sono il lasciapassare per la registrazione, rilasciano un “passi”, plastificato e numerato. Subito a destra, c’è uno sportello bancomat. Lo schermo ha per sfondo un dettaglio del Giudizio Universale di Michelangelo e la frase Inserito scidulam quaeso ut faciundam cognoscas rationem, ma da nessuna parte c’è la scritta Ior, Istituto opere religiose, la controversa banca del Vaticano. Non c’è scritto, Ior, neppure sulle tessere bancomat dei clienti, ma “Servizi Automatici Interni” con un nome e un numero. Al centro della carta, le chiavi di Pietro. E anche sugli scontrini, quelli che si stampano dopo le operazioni, non c’è scritto nulla. I clienti dello Ior, se devono firmare un assegno, hanno il libretto della banca del Fucino.

Per andare in Farmacia si gira a destra dopo la garitta della Gendarmeria, poi si passa davanti alla redazione della Libreria Editrice Vaticana, 120 titoli all’anno (l’ultimo è la prima e unica “Guida centrale alla Città del Vaticano”, presentata tre giorni dopo le dimissioni di Benedetto XVI nei Musei Vaticani). Ti trovi poi davanti allo spaccio, il supermercato: merce acquistabile, anche qui, solo con la tessera. Oggi è mercoledì 13 febbraio, per la Chiesa sono le Ceneri, non si vendono i prodotti che contengono carne. Su tortellini, sughi, salumi, è stato steso, si può dire, un velo pietoso, una carta bianca. Sono vuoti i reparti di macelleria, ma la pescheria è fornita. Fuori, un uomo carica l’automobile con molti pacchi: “Oggi è mercoledì, arrivano i prodotti dalla Puglia”, dice gaudente. “Lei è un dipendente del Vaticano?». No, risponde. “E può fare acquisti?”. Mi risponde roteando la mano destra, tenendola bassa.

[Immagine: Foto di Daniele Balicco].

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