Le parole e le cose

Letteratura e realtà

9 commenti

  1. Vorrei segnalare che il testo in cui Foucault fa riferimento alla possibilità di allontanarsi da Hegel non è in appendice all’opera del ’69, è bensì situata nella lezione del 2 dicembre 1970, in apertura al primo corso tenuto al Collège de France, la Volonté de savoir, edita da Gallimard nel 2011. In Italia venne tradotta negli anni ’70 da einaudi titolata come “l’ordine del discorso”, ora inserita ne “il discorso, la storia, la verità” riedita sempre per einaudi nel 2011.

  2. Nota storico-filosofica aggiuntiva: a suo tempo la suddetta lezione venne inserita in un volume in memoria di Hyppolite.

  3. Una intervista di grande pregio e piacere sia per gli argomenti trattati che per le argomentazioni sviluppate.

    Proprio perché bella da salvarsela in archivio, mi permetto di segnalare due errori scorti durante la lettura:

    – in “Da una parte Levinas ci dice che la faccia dell’altro\a non a nazionalità, dall’altra ci dice che solo quelli\e che hanno certe nazionalità possono avere una faccia.”, alla a è stata apirata la sua acca;
    – nel passaggio “Ma non credo che ci si contrapponga a tutto ciò semplicemente tornado la localismo o che.” Una enne è volata via durante il tornado della conversazione.

    Saluti, e ringraziamenti.
    Antonio Coda

  4. Esiste un originale in inglese di questa intervista o e’ stata trascritta dall’intervistatrice direttamente in italiano?

  5. L’intervista è stata da me trascritta in inglese e poi tradotta in italiano. Grazie a veronika e Antonio Coda per le segnalazioni.

  6. Ho cominciato la lettura del volume, che fin dalle sue due prefazioni (del Novantanove e del Novanta) dichiara il suo affascinante e impegnato desiderio di non irrigidirsi in un pensiero autoconcluso, il suo puntare a essere un testo che vive osmoticamente delle critiche che suscita e delle risposte alle critiche stesse.

    Sono alle prime pagine, perciò magari la mia perplessità è precoce e troverà risposte, meglio: suggerimenti, spunti di riflessione, nel corso di lettura.

    L’obiezione iniziale assomiglia alla critica che la Butler muove a un femminismo che prova a emanciparsi attraverso le strutture – anche linguistiche – a disposizione, che sono già il risultato della discriminazione, culturale e quindi di fatto, della quale vuole essere una alternativa, più che una espansione, o una correzione.

    Il discorso sui limiti, e sugli effetti controproducenti, del processo di rappresentazione e rappresentanza, chiarisce come ogni persona, quando diventa categoria concettuale e poi giuridica, subisce la violenza di una riduzione normativa. Uno stato giuridico – che mi sembra di capire sia comunque l’ambiente reale all’interno del quale i discorsi possono conservare il loro potere performativo, e quindi la situazione politica più augurabile per riformarla in maniera non brutalmente fisica – si basa su un sistema di regole e produce inevitabilmente i suoi giocatori. Niente assicura o può assicurare che siano regole giuste: sono le regole fondative. Se cambiano, cambia il gioco. Pur cambiando il gioco, la “giustizia” delle regole non muta: le regole restano le istruzioni per il mantenimento del gioco. Per evitare la insita violenza di un processo di rappresentazione/rappresentnza, allora, esiste una alternativa al porsi vulnerabilmente ma auteticamente fuori sistema? O ci si mutila per diventare dei pieni soggetti di e del diritto positivo o si resta interi, generativamente incomprensibili a se stessi e esclusi?

    Uhm, con uno sforzo di necessaria concisione, provo a riformulare la domanda: per opporsi alla volontà di sapere del biopotere e visto che ogni deviazione dell’alveo principale non fa che portare comunque acqua al suo mulino, c’è una pratica coerente alternativa al rinunciare, per la salvaguardia della propria personalità non catalogabile, al diritto e alle sue conseguenze positive e negative assieme?

    Altrimenti l’impressione è che, per dirla con maschilismo riveduto e corretto, si voglia il flacone pieno e il marito profumato. Perché, riguardo certi modi di porsi di fronte alle pretese del potere, le questioni di genere sono precedute, secondo me, dalle scelte di principio.

    I miei interessati saluti,
    Antonio Coda

  7. Scelte di principio?

  8. Per Ares.

    Per scelta di principio intendo: prima di stabilire – proficuamente e ragionevolmente – l’imprendibilità del genere e del sesso oltre che della sessualità, c’è da stabilire che relazione si vuole intrattenere con il sistema, inteso come gioco regolato e autoregolante.

    In pratica,se convivi con lo stato giuridico, finisce che nella gabbia dell’identità ci devi comunque a entrare a piedi uniti.

    Se ne stai fuori, scampi alla normalizzazione, però poi ti sparano a vista.

    Detto alla carlona: temo la terza via sia uno zig zag ottimamente intenzionato ma affannoso e entropico tra la prima e la seconda.

    Un saluto!,
    Coda

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