cropped-u-s-97-south-of-klamath-falls-oregon-1.jpgdi Carlo Carabba

[Pubblichiamo due poesie di Carlo Carabba appartenenti a un diario in versi (inedito) di un viaggio in America ].

Hoodoos

“Dicono che i pinnacoli
erano gli abitanti della valle,
l’Anima del Coyote per punirli
soffiò e si fecero roccia.
La forma che avevano un tempo
adesso è scavata dal vento.”
Gli sguardi dei turisti
poco convinti e creduli
s’affrettano a cercare in mezzo ai sassi
cavalli cervi e bufali
che inseguono i fiumi
e ancora i corvi i lupi e gli animali
dimenticati dall’evoluzione.
Si dice cercasse una mucca
il reverendo Bryce
quando finì nel canyon
che da lui fu scoperto e prende il nome.
Dal millenovecentoventiquattro
è un parco nazionale
e oggi a San Lorenzo
posso scrutare il cielo della notte,
cercare le Nereidi – e mentre cadono
esprimo i desideri preparati.
Ma le stelle cadenti
non sono neanche stelle
frammenti di materia che non cade
brucia nell’atmosfera
senza dolore o orecchie
che sappiano captare i miei pensieri.
E sono fatto anch’io della sostanza
che compone le stelle e le comete
agglomerati inerti, gas e ossa
che resteranno qui, su questa Terra,
per essere scoperte nel futuro
da uomini o altre specie intelligenti.
Un’altra parte grande
di me mi tiene in vita ma lo ignora,
organi sangue globuli e piastrine –
prima o poi smetteranno
si faranno concime e nutrimento
che rende la maggese più feconda.
Quanto capitò un giorno agli animali
per trucco e sortilegio del Coyote
succede sempre a tutto quel che vive –
queste le perle ch’erano i suoi occhi…
Ma quando il mio respiro avrà cessato
che sarà di quel centro
che lega ogni memoria e fa sentire
che a me è accaduto quello che mi accadde,
quella cosa vivente
detta carlocarabba
che sempre mentre parlo chiamo io,
coscienza forse troppo materiale
che dicono abbia sede nel cervello
e altri più ottimisti
hanno chiamato eterna ed indivisa
immune alle minacce
della dissoluzione?
Eppure tra ossa e carne,
tra l’atomo e la cellula,
va incontro a sorte incerta
diretta verso il nulla
che più di tutto teme
e non è sonno, premio, né castigo.

La strada per St. George

Era mattina presto, verso l’alba.
La macchina l’avremmo
dovuta consegnare a mezzogiorno
nella città di St. George,
novantamila anime di cui
ottantatremila mormoni
(mi domando chi sono
quegli altri settemila).
Il paesaggio era bello passavamo
attraverso alle stesse rocce ad arco
dipinte sulle targhe dello Utah.
Ragazzi di città
cercavamo nel bosco gli animali
come la sera prima
cercavamo nel cielo le comete.
Qualche cerbiatto un cervo,
il desiderio zoppo
di un puma, un orso bruno.
Ma molto più dei cervi abbiamo visto
un animale poco minaccioso.
Si chiama cane della prateria
però è simile a un topo,
è un grosso roditore.
Il pelo marroncino, gli occhi allegri
i denti in bella vista –
sembravano i castori dei cartoni
teneri, intelligenti
e simpaticamente dispettosi.
Da un paio di tornanti
tentavo di seguire un pappagallo
azzurro d’un azzurro tropicale,
visione inaspettata
in mezzo ai monti e ai boschi.
Dietro la curva c’erano due cani
della prateria, uno era morto,
schiacciato da una macchina
qualche minuto prima.
L’altro restava là
gli prendeva la mano, lo scuoteva
voleva troppo tardi
salvarlo dal pericolo.
Chissà se rientrato alla tana
ricordava il compagno sulla strada
se il suo sguardo era ancora triste e incerto
o aveva soltanto ripreso
una vita di istinti e sensazioni.
Io continuo a pensarci
e mi sento fratello di quel topo
che proprio come me
comprendeva l’amore non il lutto.

 

[Immagine: Stephen Shore, U.S. 97, South of Klamath Falls (1973) (gm)].

 

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