cropped-big_354015_6613_Davis-COLOSSEUM2.jpgdi Paola D’Agostino

Nell’Italia neorealista dei primi anni ’40, all’estremo sud di una Campania popolare molto distante dall’epopea del cinema, una fotografia aveva l’eccezionalità dei grandi eventi. Era un cimelio, da conservare in bella mostra magari in cornice, alla parete o su un centrino ricamato a mano. Da far vedere agli ospiti, anch’essi rari, con una buona dose di legittimo orgoglio.

Ecco perché, in quel tag continuo di immagini da cui siamo necessariamente coinvolti se decidiamo di usare facebook, ho provato un’emozione fortissima quando un giovane grafico mi ha taggata in una foto di mio padre ragazzino, spuntata chissà come da un vecchio libro di memorie fotografiche locali. Quello che un tempo si chiamava folklore. La foto non l’avevo mai vista prima, non ne avevo mai neanche sentito parlare – e del resto il ragazzino nella foto potrebbe addirittura non essere lui ma uno che gli somiglia – però il contesto di quell’immagine l’avevo sentito raccontare mille volte a mio padre, di soprannome “il Turco” per via della carnagione troppo scura e dei lineamenti aspri. Qualcosa come: “Il cono palla l’ho inventato io, ai tempi della guerra, ché giravamo per le feste di paese a vendere i gelati. I migliori clienti erano i soldati americani, che a volte li offrivano alle ragazze per conquistarsi un bacio…” E l’avevo immaginato, mentre guardavo Sciusciá su uno schermo troppo piccolo, o passeggiando nei piazzali davanti alle moschee di Istanbul in cerca di una familiarità sempre troppo sbiadita.

Perciò quando è spuntato quel tag sulla mia pagina non ho avuto bisogno di pensarci neanche un attimo prima di riconoscere immediatamente quel ragazzino che non avevo mai visto in vita mia. Ho guardato la foto, un secondo o due, e l’ho riconosciuto. Qualcosa nel mio inconscio lo ha riconosciuto, il che è diverso, credo. E dopo l’attimo di spaesamento che ogni emozione provoca, sono andata a cercare nel cassetto dei fogli sparsi un disegno, l’unico che abbia mai fatto, precisamente nel 2010, una volta che mi ero iscritta ad un corso di scrittura creativa solo per capire se è vero quel che si dice, e cioè che non servano a niente.

Si trattava di passeggiare per gallerie e chiese napoletane registrando su un block notes storie e sensazioni in modo da costruirci poi un racconto. Al MADRe (Museo d’Arte Contemporanea DonnaRegina), chiusa in una stanza con i teschi di Rebecca Horn, disegnai questo:

Immagine 1

Trovato il disegno, era inevitabile paragonarlo alla fotografia, riflettere sulle due cose insieme, e sulla differenza tra loro. Sul grado di verità di ciascuna in quanto memoria, e sulla scrittura come sintesi di quello scarto che necessariamente vi è tra la prima e la seconda. La foto è questa:

Immagine 2

Se devo dire quale delle due memorie sento più mia, sono portata a protendere per la prima, cioè il disegno, elaborato da una reazione istintiva ad una memoria inconsciamente rievocata. Mi sembra la più organica, la vera “fotosintesi” della storia, se applichiamo alla nostra costruzione identitaria una categoria prettamente botanica. Fotosintesi: a partire da ciò che respiriamo e beviamo dal terreno in cui ci è dato crescere, si produce in noi una reazione chimica che genera sostanze organiche (la scrittura come vita). Una sintesi, o costruzione, resa possibile dalla luce solare (o dallo sguardo che se ne serve). La prima forma di processo anabolico che gli organismi viventi producono, l’unico processo determinante per assicurare la vita della specie. Ma quello che continuo a chiedermi, dal momento fatidico del tag, è questo: la scrittura come memoria o registrazione di un tempo e di una società, è più simile al disegno o alla fotografia? O invece risiede in quel necessario grado di soggettività capace di cogliere l’oggettività di un istante cruciale? (L’epifania di Joyce, per intenderci). E quella soggettività dello scrittore nel guardare volendo vedere, cercando un’immagine che aveva già dentro e che aspettava di trovare una forma, un’espressione, è quello il vero senso della scrittura? E una foto è davvero più “obiettiva” di un disegno?

Il tutto ovviamente apre una serie infinita di domande: in questa logica, Gomorra di Saviano è più un disegno o una fotografia? E L’odore dell’India di Pasolini? (Quest’ultimo libro mi viene in mente perché ne ho sempre ricordato un dettaglio che era poi la descrizione di uno sguardo. Lo sguardo di un giovane indiano incontrato in una delle sue deambulazioni notturne Pasolini lo descriveva “dolce come un fulmine di miele”). E Balzac, in tutto questo, come si colloca?

Essendo a crudo di teorie sul disegno e la fotografia, sono andata a leggere The Pencil of Nature (1844) di William Henry Fox Talbot. L’eclettico inglese aveva inventato, qualche anno prima del dagherrotipo, un processo di riproduzione chimica denominato calotipo (o talbotype) . E quest’idea gli era venuta sul lago di Como. “One of the first days of the month of October 1833, I was amusing myself on the lovely shores of the Lake of Como, in Italy, taking sketches…”. Ma c’era qualcosa che gli impediva di riuscire nei suoi intenti: “For when the eye was removed from the prism – in which all looked beautiful – I found that the faithless pencil had only left traces on the paper melancholy to behold…”. Per non perdere nessun dettaglio della bellezza che osservava, Talbot si mise a studiare il modo chimico di fissarla sulla carta. E ci riuscì. Poi pubblicò il primo libro nella storia della fotografia, in cui presentava dei calotipi e li commentava, riflettendo contemporaneamente sulle potenzialità di quella nuova tecnica e sulle differenze con il disegno.

Ora, la principale differenza tra fotografia e disegno è sostanzialmente quella del dettaglio che la riproduzione fotografica permette. A proposito del calotipo intitolato The Haystack egli commenta “One advantage of the discovery of the Photographic Art will be, that it will enable us to introduce into our pictures a multitude of minute details which add to the truth and reality of the representation, but which no artist would take the trouble to copy faithfully from nature” . Inutile dire che se, come dice Talbot,i dettagli minuziosi della foto vengono ad aggiungersi alla “verità e realtà” della rappresentazione, significa che questa verità e questa realtà ce le aveva anche il disegno.

Potremmo allora dire che la differenza tra fotografia e disegno è quella che intercorre tra scrittura letteraria e scrittura giornalistica. Forse nell’Italia di oggi le due scritture tendono ad avvicinarsi sempre più, nel senso che la letteratura sembra andare a ricercare una obiettività che il giornalismo pare star gradualmente perdendo. Perché è chiaro che anche il giornalismo, esattamente come la fotografia, dipende dalla luce che si proietta sui soggetti, dal punto di vista e da tante altre tecniche che possiamo o meno dominare. Mi viene in mente un esempio: il personaggio Berlusconi descritto alternativamente da “Libero” o da “Repubblica”, e la “immensa differenza” nell’effetto che ciascuna delle due descrizioni può produrre.

Ovviamente di questi tempi viviamo una deriva, ma ai tempi di Salgari, per esempio, la differenza tra i due tipi di scrittura era ancora molto evidente. Il Salgari giornalista scriveva:

Questa mattina, la celebre compagnia americana condotta dal colonnello Cody, meglio conosciuto col soprannome di Buffalo-Bill è venuta a Verona per dare due grandiose rappresentazioni nella nostra Arena. Crediamo perciò opportuno far conoscere al pubblico chi sono questi indiani, che tanto entusiasmo hanno destato a Londra, a Parigi, a Napoli, a Roma, a Bologna e a Milano e che tanto hanno fatto parlare di loro.

Premettiamo però che ci occuperemo solamente degli indiani del Wild-West, ossia dell’America Occidentale, di cui è formata la truppa di Buffalo Bill. Lasceremo quindi da una parte le tribù canadesi, Algonquini, Cippeuè, Irocchesi ecc.: le tribù dell’America Orientale, Delawari, Moicani, Crick ecc. e le tribù della Terra della Baia d’Hudson, Cippewiani, Copper Indians, Lepri, Serpenti, Coste di Cane, Teste piatte, che nulla hanno a che fare con quelli di Buffalo-Bill, quantunque appartengano sempre alla stessa razza… (Una tigre in redazione, minimum fax, 2011)

Il Salgari scrittore onirico invece disegnava così:

Nessuna nave si scorgeva al largo, né all’est, né all’ovest, né al nord, né al sud. Abbondavano invece gli uccelli dei tropici, instancabili volteggiatori che si incontrano perfino a parecchie centinaia di miglia dalle coste. Erano nembi di sule e di prionfinus cinereus, specie di procellarie le quali, cosa davvero strana, portano quasi sempre attaccati alle penne dell’addome, dei granchiolini di mare, dei piccolissimi cirripedi, costringendoli così a vivere, loro malgrado, in aria. Sembra però che non si trovino troppo a disagio in quei viaggi aerei, perché non pare che ne soffrano. (Il Re del Mare, Fabbri Editori, 2003)

E allora: contrapponendosi o meno al giornalismo, la letteratura deve disegnare il presente o fotografarlo? L’ideale sarebbe che riuscisse a fare entrambe le cose, magari tenendo sempre l’occhio puntato sul rigore scientifico. Penso alla scrittura di Primo Levi, alla chimica come modo di osservare il mondo. Ma anche a un certo Calvino. E soprattutto a Elsa Morante, che mentre “disegna” La Storia la fa precedere da brevi sintesi “fotografiche” degli eventi di quell’anno di guerra.

Tornando al punto iniziale, cioè le diverse possibilità di disegnare o descrivere i padri, di cui poi in sostanza non siamo altro che riproduzioni genetiche, lastre fotografiche umane, diciamo così, mi piace concludere con il Calvino de La strada di San Giovanni:

Ma anch’io, cos’era la strada che cercavo se non la stessa di mio padre scavata nel folto d’un’ altra estraneità, nel sopramondo (o inferno) umano, cosa cercavo con lo sguardo negli androni male illuminati nella notte (l’ombra d’una donna, a volte, vi spariva) se non la porta socchiusa, lo schermo del cinematografo da attraversare, la pagina da voltare che immette in un mondo dove tutte le parole e le figure diventassero vere, presenti, esperienza mia, non più l’eco di un’ eco di un’eco?

[Immagine:  Tim DavisColosseum (gm)].

 

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