cropped-222521977-4b193de5-e897-4a73-8679-28998f138c5b1.jpgdi Claudio Giunta

Arrivato a quarant’anni vedi diventare ministri i tuoi coetanei, un paio li conosci anche, li hai sul cellulare o nella posta elettronica, ci hai cenato assieme qualche volta, sono come te, e per questo disperi.

La mattina in tv c’è un talk show in cui si parla di politica, e tutti i maschi presenti hanno anche loro intorno a quarant’anni, portano i capelli a spazzola e hanno occhiali rotondi con la montatura spessa, uno somiglia a tal punto a Corrado Guzzanti e ha un modo di atteggiarsi così artefatto da sembrare un imitatore di Corrado Guzzanti, o un personaggio di Corrado Guzzanti, invece no. Nello studio ci sono dei giornalisti e dei parlamentari, ma sono indistinguibili perché dicono le stesse cose più o meno con lo stesso tono. Per chi si ricorda di Tribuna politica, o per chi vede le televisioni straniere, è una strana situazione: non ci sono persone pagate per domandare e persone pagate per rispondere, gente che non sa e gente che sa, è tutto soltanto un libero scambio d’opinioni tra persone che sanno esattamente le stesse cose, cioè le stesse parole che stanno intorno alle cose, che potrebbero scambiarsi le parti e di fatto se le scambiano, il parlamento è pieno di ex giornalisti. In un’ora di programma non imparo niente che non sapessi già un’ora prima. Giro su Deejay TV, e il profilo intellettuale di Linus e Nicola Savino mi appare (nel senso che è) infinitamente superiore a quello dei parlamentari-giornalisti che ho appena ascoltato. È possibile, è probabile che gli attuali meccanismi di selezione finiscano per destinare alle professioni della sfera pubblica (politica, giornalismo) le persone più stupide.

«La società moderna, nella sua disperata incapacità di formulare giudizi, è destinata a prendere ogni individuo per ciò che egli stesso si considera e si professa e a giudicarlo su questa base. Una straordinaria fiducia in se stessi e l’esibizione di questa fiducia susciterà perciò fiducia negli altri; la pretesa di essere un genio desterà negli altri la convinzione di trovarsi di fronte a un genio. Si tratta solo della degenerazione di una vecchia e provata regola di ogni buona società, secondo la quale tutti devono essere capaci di mostrare ciò che sono e di presentarsi nella giusta luce. La degenerazione avviene quando il ruolo sociale diventa, per così dire, arbitrario, quando cioè è completamente staccato dalla sostanza umana effettiva, quando un ruolo svolto con coerenza viene accettato acriticamente come la sostanza stessa. In una simile atmosfera diviene possibile ogni genere di frode» (Hannah Arendt, parlando di Hitler).

Così giovedì sera sono andato a un meet up dell’M5S all’Hotel Adige di Trento. Si scelgono i candidati alle elezioni provinciali di domenica, e i cinque candidati sul palco si presentano e rispondono alle domande degli altri membri dell’M5S, una sessantina di persone un po’ di tutte le età, due terzi uomini un terzo donne. I candidati sono un tipografo, un laureato in biologia, un direttore del personale, un’insegnante; il quinto non ho capito che mestiere facesse. È gente che, lo ripetono tutti, non ha mai fatto politica, il Leitmotiv è che «mai mi sarei immaginato, due anni fa, di trovarmi qui a parlare davanti a una platea di decine di persone, a candidarmi, addirittura. Ma…». Ma cosa? Nessuna vera vocazione politica (esistono vocazioni politiche?). Ma «adesso abbiamo veramente toccato il fondo, e ho sentito che dovevo darmi da fare, impegnarmi anch’io», e il M5S, per la prima volta in tanti anni, ha dato a molti l’impressione che questo impegno possa servire a qualcosa, portare a qualcosa: deboli vocazioni politiche si sono rinvigorite perché il M5S ha cominciato a esistere. E poi ovviamente si intravedono ragioni personali più intime, e anche semplicemente il caso: uno è passato da un lavoro full time a un lavoro part time e si è detto che il tempo libero poteva spenderlo in qualcosa di utile; a un altro è morto un famigliare, e questa scossa lo ha cambiato, gli ha fatto prendere delle decisioni: «un giorno vorrò dire che anch’io ho provato a fare qualcosa».

Per chi ha partecipato ai meet up del movimento durante l’ultimo anno questo è un momento strano. I candidati sul palco erano, fino a ieri, ‘normali’ membri dell’M5S, e presto torneranno ad esserlo. Alcuni non volevano candidarsi, sono stati pregati di farlo e ora – nella sala risuona tre o quattro volte questa frase così urtante – «ci mettono la faccia», né rassegnati né entusiasti. Nei meet up si è discusso di tutto, prima e dopo le elezioni, e dai meet up sono nati i gruppi di lavoro (GDL) sui temi fondamentali: sanità, istruzione, trasporti, lavoro, energia eccetera. Gli iscritti ai GDL hanno studiato, hanno parlato, hanno scritto. I candidati hanno studiato i dossier preparati dai GDL e adesso rispondono alle domande dei loro amici-colleghi. Naturalmente questa è Trento, non è Roma: i numeri sono piccoli, tutti conoscono tutti, gli eventuali dissenzienti se ne sono già andati mesi fa, chi pone le domande lo fa più per allenare il candidato che per metterlo in difficoltà. Perciò tutte le domande sono domande gentili. Ma quasi nessuna è evasiva, quasi tutte sollevano problemi concreti, alcuni molto specifici: che fare coi 1700 esuberi che la provincia non sembra aver modo né intenzione di riassorbire? Che fare per i disabili, che le aziende trentine in crisi si rifiutano di assumere, preferendo pagare le penali? Che fare a proposito del minacciato tunnel del Brennero?

Le risposte mescolano idee-guida dell’M5S nazionale, osservazioni intelligenti, osservazioni di puro buon senso, opinioni disinformate, sciocchezze. È la miscela usuale, in politica, ed è una miscela comprensibile, tanto le cose sono complicate e tanto stretti i margini di manovra. La risposta sensata ai tre quarti delle domande sarebbe, come è sempre, «non so, bisognerebbe pensarci bene». Ma non si può. Del resto, nessuno chiede a nessuno la formula magica, nessuno vuole i dettagli, stasera: è più una terapia di gruppo, un farsi coraggio per le elezioni di domenica, che probabilmente non andranno bene. Ci si fa forza con gli applausi: si applaudono – troppo – sia le risposte sia le domande.

E dunque: reddito di cittadinanza, eliminazione dei privilegi per i dirigenti pubblici, eliminazione dei privilegi della curia, che in Trentino è ultrapotente e ultraricca, taglio dei contributi alle aziende, taglio delle pensioni d’oro, abolizione dell’IVA, riduzione dell’IRPEF, rifiuti zero, salvaguardia del territorio, stop alla cementificazione, sostegno alle famiglie, alleggerimento della burocrazia provinciale, finanziamenti alla scuola, trasporto pubblico gratuito (ma anche: investimenti nel trasporto pubblico), gestione no profit degli acquedotti (ma anche: investimenti negli acquedotti). E poi parecchie idee semplificate in slogan: trasparenza, meritocrazia, referendum su qualsiasi cosa, andare contro le cricche. E anche un venti venticinque percento di slogan semplificati al punto da perdere il contatto con la realtà, da diventare solo parole dette a vanvera: far conoscere il Trentino nel mondo, finanziare la ricerca solo se serve ai giovani e non ai baroni…

Sul muro, un orologio digitale misura il tempo: cinque minuti per la presentazione, un minuto per porre la domanda, un minuto per la risposta. Tutti rispettano i tempi: se qualcuno non li rispetta, se qualcuno sfora di più di dieci secondi viene richiamato in modo, diciamo, cortesemente fermo da un signore dall’aria bonaria, uno dei pionieri del movimento che è anche uno degli organizzatori della serata. «Posso aggiungere solo una considerazione?», chiede uno del pubblico dopo la risposta di un candidato. «No, mi spiace, non si può, il prossimo», taglia corto il signore bonario. E anche lui prende un applauso.

Dato che non è più il tempo della discussione ma è il tempo dell’autocoscienza, dell’affermazione d’identità, rigidità e semplificazione sono da mettere nel conto. Nessuno sembra essere disposto a considerare l’ipotesi che Stefano Rodotà possa avere torto su qualcosa; o che i «beni comuni» siano un’etichetta senza senso; o che l’«acqua privata», se funziona e costa poco, possa essere preferibile all’«acqua pubblica»; o che la nostra costituzione non sia, dopotutto, «la più bella del mondo», o che anche questa etichetta non abbia senso; o che, in generale, la democrazia diretta, «perché uno vale uno», possa non essere la forma di governo migliore, sia per una nazione che ha sessanta milioni di abitanti sia per una provincia che ne ha cinquecentomila. Rigidità e semplificazione sono da mettere nel conto. Alla fine il volontario più volontario di tutti, quello che gira col camper a sue spese per fare campagna elettorale per il movimento, e che sempre a sue spese ha affittato la sala dell’albergo, dice che «noi siamo come gli antichi romani, che formavano una testuggine per abbattere le porte della cittadella nemica», e l’assemblea si scioglie.

Nelle chiacchiere che seguono – sono le undici di sera di un giorno feriale, tutti l’indomani lavorano – il lamento che sento più spesso da parte dei membri dell’M5S più informati è il lamento sul modo in cui TV e giornali trattano l’M5S: il sarcasmo, le vere e proprie falsità, il puro odio che trapela dai servizi Rai e Mediaset e dalle cronache e dagli editoriali del Corriere e di Repubblica. Io sono d’accordo, sono anch’io sconcertato, e in realtà sono venuto all’Hotel Adige soprattutto per questo, anche se non ho votato e probabilmente non voterò mai l’M5S: per il modo vergognoso in cui i media, e in particolare i giornali, e in particolare Repubblica, sta trattando l’M5S (Libero e Il Giornale non contano, non sorprendono, Repubblica un po’ sì), per la malevolenza a priori, l’indisponibilità a capire, l’incapacità di distinguere, per i titoli scaraventati contro l’M5S come se l’M5S fosse il Nemico, mentre bastava venire all’Hotel Adige per capire che la vera colpa dei membri dell’M5S è la naïveté: non voler capire, non poter capire – per impreparazione, improvvisazione, scriteriato idealismo – che le cose sono molto più complicate di come suonano dal blog di Beppe Grillo. Ma la gran parte di coloro che hanno fatto politica in questi anni aveva ed ha colpe più gravi, difetti più gravi. Sul palco della sala Rubino dell’Hotel Adige io ho visto cinque persone perbene, cinque persone prive di quella «straordinaria fiducia in se stessi» (Arendt) che hanno invece, immotivatamente, persone come Berlusconi o Renzi (e sì, anche Grillo). E nessuno era un genio, ma nessuno neanche credeva di esserlo. E gli altri sessanta in platea erano più o meno così. Non voglio drammatizzare né farla più grossa di com’è, ma a me pare che rifiutarsi di vedere tutto questo, rifiutarsi di cercare il buono che si nasconde nella confusione, confusione che pure c’è, sia, da parte di chi lavora in TV e nei giornali, qualcosa di molto simile a un tradimento.

[Già pubblicato su www.internazionale.it]

38 thoughts on “Sessantacinque persone perbene. Un meet up del Movimento 5 Stelle

  1. Caro Giunta,
    desideravo innazitutto ringraziarla per il tono pacato del tutto inconsueto quando si parla di M5S, sia dal versante pro che da quello contro.
    Tuttavia, non posso esentarmi dal manifestare alcune divergenze che mi sembrano importanti.
    Si può davvero declassare problemi politici a livello di problemi psicologici? Nè lei, nè la Arendt riuscirete a convincermi che ci sia qualcosa di peculiare nel successo associato a questo piacere dell’esibizione di sè (ma non si tratta di fiducia, la vera fiducia in sè stessi non cerca l’approvazione degli altri, se la cerca, si deve interpretare come una richiesta di aiuto, la conferma di valere che non ci si sa dare da sè).
    Gli esibizionisti invadenti ci sono sempre stati e sempre ci saranno, sono caratteristiche permanenti dell’animo umano che pesano sia sul nostro pubblico che sul nostro privato, e non v’è dubbio che chi spende energie per imporsi sul palcoscenico, in genere l’ottiene, non credo sia un problema della contemporaneità.
    Il problema è quello che lei stesso cita, quello della confusione che pervade la mente di quasi tutti, per cui ci si propone di fare senza sapere in realtà cosa fare, nel vuoto pneumatico di idee (fosse solo il problema estetico di espressioni del tipo “metterci la faccia”!).
    Tuttavia, io sono molto meno indulgente su questo aspetto. Non ritengo infatti che sia possibile giustificare la confusione magari con l’argomento del mondo che si fa sempre più complesso. Il mondo cambia, ma la maggiore o minore complessità non è un fatto obiettivo a cui dobbiamo inchinarci, essa in realtà deriva dal fatoo che abbiamo strumenti di analisi della realtà inadeguati. Un mondo senza cultura appare come caotico, è con la cultura che noi inventiamo un ordine, ma naturalmente possiamo anche fallire in questa impresa di creazione dell’ordine.
    Io credo appunto che l’umanità intera stia fallendo in questa impresa e si rifuggi nella concretezza, pensare a risolvere problemi specifici senza una visione d’assieme. Tale concretezza è con tutta evidenza un’incapacità, come se ci trovassimo in un certo ambiente, e ci occupassimo soltanto di tenere gli oggetti che ci stanno attorno a una certa distanza da noi, lasciando a noi stessi uno spazio vitale, ma così rinunciando a stabilire un criterio di ordine.
    E’ a mio parere, l’ideologia liberale che oggi trionfa in gran parte del mondo, che ha fallito nell’interpretare il mondo, e un ordine l’umanità lo troverà soltanto prendendo atto di questo fallimento e definendo una nuova weltanshauung.

  2. Caro Claudio,

    un bellissimo pezzo, complimenti. Ha suscitato un sacco di pensieri. Eccoli.
    Come sai, per banali questioni di “paese”, da tre anni frequento la politica del mio paesello e di conseguenza (anche) i grillini. E riconosco l’approccio e lo stile perbene che viene descritto qua.
    È vero, il M5S ha attirato molte persone che hanno tanta voglia di fare e di impegnarsi in maniera totalmente spontanea, disinteressata e soprattutto gratuita (le campagne elettorali grilline si risolvono in collette da poche centinaia di euro).
    Credo che quest’approccio alla politica sia il vero lascito positivo di questo movimento. Era la scossa positiva di cui il nostro sistema, asfittico e autoreferenziale, aveva assoluta necessità. E tuttavia c’è qualche nesso che non mi torna nelle conclusioni dell’articolo.
    – Il divario. Le persone del movimento, purtroppo, non si rendono conto di quanto l’impresa commerciale Casaleggio-Grillo sia in realtà qualcosa di profondamente diverso dalla loro realtà territoriale. Da una parte c’è l’articolazione del movimento sul territorio (le persone perbene che si smazzano le riunioni), dall’altra ci sono due persone che “gestiscono” il movimento in maniera assolutamente verticistica e privatistica (il M5S è l’unico esempio a me noto di “marchio registrato” di proprietà di una persona: un’assoluta follia per una democrazia parlamentare).
    – Sultani e improvvisatori. Ci deve pur essere una via di mezzo tra la politica come “sistemazione a vita” e la politica come improvvisazione, recitazione a soggetto. Cioè, non è possibile intendere l’amministrazione della cosa pubblica come un diritto divino (le plurime legislature della Finocchiaro), oppure come “sono una persona perbene e non ho mai fatto politica, quindi votatemi”. No, purtroppo non è così. Ci vuole studio, preparazione, esperienza. E non è sufficiente, in politica, la risposta “non so, dovrei documentarmi meglio”. Le cose bisogna saperle, punto. E infatti si è visto come l’ingenuità grillina sia andata a sbattere contro il muro della prassi politica, quella vera (chi dice “sono vegano e disiscritto dalla Chiesa cattolica” non ha titolo per sedere in una Commissione Difesa, allo stesso modo in cui non ce l’ha Scilipoti: solo che il primo è ingenuamente simpatico, l’altro una copia orrenda di un mostro uscito dalla fantasia feroce di Dino Risi).
    – Incoerenza. Anche qui, un divario gigantesco è emerso tra le parole d’ordine vincenti del M5S e le loro azioni concrete. Una su tutte, la trasparenza. Non esistono riunioni in streaming (e quanto ce l’anno menata a noi, per anni, nei consigli comunali, che eravamo brutti sporchi e cattivi perché non si mandava in diretta la riunione del consiglio… ma ce lo ricordiamo?). Adesso, niente, nisba, nada. Processi bolscevichi con una persona messa sulla gogna e tutto oscurato. Secondo, il bilancio. Ragazzi, ma ci rendiamo conto, il M5S non ha e non ha mai avuto un bilancio nazionale online (hanno rendiconato le spese della campagna elettorale, stop). Così come non ce l’ha il PDL. Un parallelismo da far venire i brividi.
    – Manipolazioni dei media. Evvabbè. Che dire, si sfonda la porta dell’ovvio. È da quando è stata scritta “La società dello spettacolo” che occorre mettersi di sana pazienza per far emergere le differenze che contano, per far saltar fuori il poco di buono che c’è in giro dalla melma mediocre delle notizie che leggiamo ogni giorno (Magnini e la Pellegrini, forse, non si sono lasciati… dice il grande capo Estiquaatsi…). Ma questo, purtroppo, vale per tutti. Le tragicomiche telenovele di Scilipoti e Di Gregorio, così come quelle di Lusi e Belsito, hanno devastato innanzi tutto il lavoro di centinaia, dico centinaia, di parlamentari che – senza mai andare sui giornali o in tv – lavorano, si preparano, fanno proposte di legge e si guadagnano per intero il loro alto stipendio. E non ne sto facendo una rivendicazione della mia parte (sinistra). Prendiamo ad esempio la legge che ha imposto nei cda delle società quotate la presenza femminile: una piccola legge passata in sordina che ha combinato un vero casino nel capitalismo italiano, malato e per di più maschilista. Una società quotata che non si adegua alle quote di genere va incontro a pesantissime sanzioni: e infatti si stanno adeguando tutti. Ebbene, legge firmata Golfo-Mosca, una parlamentare Pdl e una PD. L’hanno fatta insieme, quasi di nascosto, nell’indifferenza generale, senza vaneggiare di inciuci e di larghe intese (è entrata in vigore l’anno scorso).

    La mia personale conclusione è questa, molto semplice. Che la politica è una cosa seria e preziosa. Va tutelata sia dai sultani che dagli improvvisatori. Che ci vogliono tanto studio ed tanta esperienza per farla bene. Che i buoni esempi sono oggi sempre più difficili da trovare, ma proprio per questo non bisogna mai smettere di cercarli.

  3. ” «No, mi spiace, non si può, il prossimo», taglia corto il signore bonario. E anche lui prende un applauso. ” Tutto è comprensibilissimo in questa riflessione, e condivisibile, anche per un quasi sessantenne, ma che cosa è che non va allora? Forse che un meetup è un’assemblea? Poco fa su rai3 dal Brasile era data notizia di una manifestazione oceanica (200.000 persone) contro le spese spropositate per i mondiali e la politica di rigore per i comuni mortali. E’ tutto incatenato, Ma un meetup forse non è un’assemblea. Forse sono cose diverse. Dicono di mondi e di politiche diverse. Il paradosso di: “1 vale 1”, e ci mancherebbe altro, è nella sua stessa formulazione. E’ naturale che 1 valga 1, ma 1+1+1+1+1… è un’altra faccenda. Comunque sia, grazie per questa riflessione. E’ davvero significativa.

  4. Giunta, il pezzo è piuttosto corretto. Ma va pure detto che i media, da sempre, fanno analisi basate su ciò che si vede, no su ciò che cova sottotraccia (vale per tutti, anche per i tantissimi militanti PD, normalmente esclusi dai giochi). Il M5S vine valutato da ciò che si vede, Grillo, Casaleggio, il blog supremo, gli eletti sia a livello locale che a livello nazionale; e ciò che si vede è francamente sconcertante. La mia idea è che si tratta di un movimento FALSO che ha occupato lo spazio politico di un movimento VERO, portando di fatto acqua con le orecchie al sistema partitocratico che intendeva contestare e semmai sostituire.

    Ci avevano raccontato che loro avevano aggregato le meglio menti, ma non era vero (bisogna accontentarsi di Paolo Becchi, Ida Magli, Marco Travaglio, Eugenio Benettazzo, Claudio Messora e finanche Rocco Casalino del Grande Fratello…). Ci avevano detto che avrebbero portato in Parlamento gente comune di qualità eccezionali, ma ci siamo trovati con il Parlamento Roberta Lombardi e fuori Rita Berbardini (per non dire dentro Pisolino Crimi e fuori Massimo D’Alema, uno dei capi del PSE…). Ci avevano detto che eleggendo un sindaco dei loro avrebbero ribaltato tutto, e invece ridolini Pizzarotti ha governato peggio di Mario Monti, aumentando i tributi e riducendo i servizi, e NON si è opposto con il proprio corpo all’apertura dell’inceneritore, come avevano gridato dai palchi. Ci avevano detto che il modello Sicilia era fantastico, invece… gli pareva di essere a Ballarò… con l’unico risultato di non aver fatto nulla nemmeno per quella parte di otto milioni di elettori veramente in difficoltà ORA, non tra 30 anni…

    Comunque sono già finiti, danneggiando irrimediabilmente i cittadini che dovevano rappresentare, e ritardando ancora una volta il riformismo di stampo socialista europeo, quello verso cui ci avrebbe portato Bersani, quanto di più a sinistra c’era sulla piazza. Ci aspettano ulteriori anni di andreottismo, sotto forma di montismo, lettismo, veltronismo, d’alemismo o renzismo, o un misto di tutto questo; in attesa che la vecchia borghesia si riorganizzi riunificando i partiti di centrodestra, che in termini di numeri stanno da sempre 6 a 4, tirando fuori dal cilindro un nome nuovo (Marina?)… Unico risultato positivo è che ci si potrà concentrare nel combattere la partitocrazia, essendosi la movimentocrazia dissolta da se medesima nel nulla (da dove veniva…).

    PS: detto questo, Giunta, in termini di potere la politica di consumo della quale ci occupiamo noi comuni spettatori (questo potrebbe essere il motivo per cui finanche i nostri conoscenti diventano sindaci, parlamentari e ministri…), e della quale si occupano i media generalisti, conta poco poco; contano invece tutti quei poteri dei quali nessuno parla, di derivazione bancaria, finanziaria, vaticana, massonica ecc ecc, e contano le influenze internazionali che ci tocca obbligatoriamente subire per via che pareggiammo la guerra in modo maldestro, alleandosi con il nemico-arbitro, che poi pure ci ricostruì e ci creò un’economia industriale (ma in cambio di che cosa?).

  5. Le due interviste ieri sera su Piazza pulita, al fuoriuscito 5stelle (nome? La memoria fa cilecca e in rete non lo trovo) e alla “dissidente” (fra poco ex anche lei?) Pinna erano molto istruttive. Il primo parlava dell’elefantiasi parademocratica delle assemblee grilline che durano ore e ore e in cui si vota per decidere se decidere sull’argomento x. La Pinna mostrava di sapere che cosa sia fare un’analisi politica (a differenza di Crimi e Lombardi: meglio averli persi, avanti altri); la sua definizione del clima dentro il movimento, “psicopolizia”, era ficcante assai. Su tutto spiccava la franchezza di chi non è uso a parlare davanti alla telecamera prevedendo l’effetto che le sue parole avranno sul pubblico (elettorato), ma dice invece proprio solo quello che pensa. I meet up di persone perbene producono cose buone, sì. Eccone due esempi: aria fresca, freschissima.

    Poi c’è Grillo e la sua dittatura, che magari nasce solo da inesperienza. E’ possibile trascorrere ore e ore a decidere se espellere o no una che ha esercitato il diritto elementare di critica?

    Poi c’è il grande sogno (il grande imbroglio?) della democrazia diretta. Che in fondo nasconde, a monte, il sogno dell’immediato contatto con la realtà, della trasparenza, della coincidenza di volere e fare: ci riuniamo, decidiamo e facciamo. Col corollario che chi non decide e non fa ora subito adesso c’avrà dietro qualche lercio interesse personale o di casta, il lurido.
    Pensare che si tratti solo del fatto che le cose sono maledettamente complicate non viene in mente. Pensare che decidiamo quasi sempre in condizioni di incertezza e che comunque ogni decisione ne lascia fuori mille altre e non potremo mai tornare indietro a verificare se non sarebbe stato meglio piuttosto…, né siamo in grado di verificare quando la volontà è stata pervertita da qualche insufficienza della ragione o deviata dall’ostacolo dei fatti…
    Ma ormai dilaga il pensiero magico, come in ogni basso impero (ciò sia detto senza facili spocchie illuministiche, che un non-illuminista come me non ha).

    Infine: quanto può reggere in QUESTE condizioni di comunicazione la bellezza autentica di chi dice le cose che pensa? Non ci sarebbe da dire che pure Socrate da uno studio televisivo direbbe scemenze, perché quello è il gioco baby, e che bisognerebbe fare l’assalto al Palazzo d’inverno alle sedi dei giornali, delle tv (e alla Casaleggio & C.)?
    (Nel caso tra qualche anno le parole pronunciate in Rete siano usate contro di noi in un diverso regime: preciso che la mia è una patetica ucronia letteraria e che “Palazzo d’inverno” è una metafora come un’altra. Firmato: un pacifico piccolo borghese).

  6. Caro Claudio,
    grazie per il pezzo, molto utile. E’ evidente fin dall’inizio che il M5S veicola un bisogno enorme di cittadinanza, di partecipazione e cambiamento. Questi aspetti sono la risorsa che il movimento apporta alla politica italiana, non si può non riconoscerlo. E l’errore dei partiti politici è non sapere raccogliere questa esigenza. Però riconoscere questi aspetti, andando a guardare da vicino, non toglie alcune difficoltà, molto grandi.
    1) Il movimento ha un forte collante ideologico, in questo superando quasi tutte le forze politiche italiane. Questo collante è l’idea di incarnare il rinnovamento e di essere una forza rivoluzionaria che sta cercando di “ripulire” la politica italiana. Il collante ideologico è un vantaggio, ma ha alcune ricadure negative: mette in moto una dinamica di appartenenza “noi-loro” che è davvero settaria; blocca la mediazione politica e la comprensione delle situazioni politiche. Da questi aspetti negativi derivano eventi che ultimamente hanno decisamente messo in crisi il movimento stesso: per esempio, gli attacchi a Gabanelli e Rodotà, dopo il loro incensamento; o l’incapacità di gestire politicamente il dibattito interno (che si accetta di chiamare “dissenso”: già questo è un pessimo segnale).
    2) Molte riunioi di attivisti di un partito presentano molti dei caratteri che tu hai descritto: ci si prepara in gruppi di lavoro, si elaborano documenti, si discute con i propri rappresentanti. Questa “vita buona” dei partiti, poi, viene offuscata dalle gesta politiche dei gruppi dirigenti nazionali. Anche il M5S ha questo problema: i suoi rappresentanti nazionali non sono all’altezza di questo attivismo virtuoso. Intanto, il loro capo offusca largamente questo attivismo, con il suo protagonismo demagogico, che corrisponde molto all’analisi di Hanna Arendt da te citata (che tra l’altro io non condivido). Poi, il movimento come forza nazionale non ha una struttura che garantisca un minimo di reale condivisione democratica: il fatto stesso che il luogo di confronto delle idee sia il blog di Beppe Grillo è un limite enorme. Inoltre, i rappresentanti in Parlamento non sembrano portare alla ribalta questo attivismo della base, quanto piuttosto i problemi di gestione interna del loro gruppo. Dall’altro lato, però, larga parte del successo dipende dalla capacità di Grillo come leader, e dai suoi mezzi organizzativi. Si è visto bene, a contrario, alle amministrative. Queste sono contraddizioni enormi, proprio rispetto all’esigenza di partecipazione democratica.
    Una notazione sui media: è vero, alcuni giornali e telegiornali fanno una campagna impietosa contro i grillini. Però io questo argomento dei “media che ci dipingono male” non lo ricevo, mi dispiace: anche nel PD c’è sempre qualche militante, e anche qualche dirigente, che dice “i media non fanno altro che mettere in evidenza le nostre beghe, invece di mostrare quello che facciamo ecc.”. Però le beghe ci sono. Io imparo dai media che il PD adesso come al solito si divide sulle regole. Già pronti a perdere, bravi. Imparo dai media che i grillini si spaccano sui “dissidenti”, ne hanno espulso una, non sono stati capaci di fare un’analisi della sconfitta elettorale. Bene: sono cose false? No. Certo, sono messe in evidenza rispetto ad altre. Ma i media ci sono, la politica deve tenerne conto; e comunque, quando mettono in evidenza le idiozie della politica è perché queste idiozie ci sono.

  7. Grazie per la lettura e per le osservazioni, e anche il ‘bravo’ che fa piacere.

    Nel pezzo ho evitato di proposito, per quel che ho potuto, di parlare di politica, perché su quella non ho le idee chiare – cioè, sono in dubbio, e alcuni dei miei dubbi sono i vostri – ma sono più propenso a guardare anche a ciò che di buono c’è nella politica del M5S, e al buono del loro effetto sul quadro politico generale (finanziamento ai partiti: ne ho parlato in colloquio con un giurista sul sito di Internazionale); e sono soprattutto propenso a dare loro del tempo, molto più tempo di quello che tutti, mi pare, siano disposti a concedere (in ciò, mi pare, in linea con la fretta, la frettolosità che è – nella forma e nella sostanza – la caratteristica più evidente e più nefasta del movimento: un post al giorno, una sciocchezza al giorno).

    Sono anche molto in dubbio circa la questione della competenza dei politici. I parlamentari che conosco (non M5S) non ne hanno alcuna. Alcuni parlamentari che conosco sanno proprio poco, di qualsiasi argomento: hanno girato a lungo attorno al partito, non altro. Molti dei migliori uomini politici del passato non avevano competenze specifiche. E alcuni del M5S sono certamente competenti. Bisognerebbe articolare tutto meglio.

    L’articolo riguarda solo l’informazione. Siamo, mi pare, un po’ tutti troppo disposti ad ammettere la possibilità che i giornali d’opinione (e soprattutto i siti d’opinione) diventino, senza dichiararlo, giornali partitici, e nel modo sconcio e stupido in cui lo sono diventati i giornali (e i siti) italiani. L’articolo nasce dalla reazione a un paio di titoli di Repubblica e Corriere online visti negli ultimi giorni – titoli semplicemente, verificabilmente falsi. Al di là delle diverse idee politiche (non ho votato M5S né lo voterò, credo), dovremmo preoccuparci di più della (cattiva) qualità dell’informazione.

    Ma sulla questione ‘competenza del politico’ bisogna proprio pensarci meglio – non qui, non io.

  8. Vi leggo di fretta mentre nell’aula viene interrogata una futura docente del TFA, il mio commento precedeva quelli di Larry Massino, Lo Vetere, Piras. Ora do un’orecchio alla candidata e poi leggo con più attenzione scusate. Ma ripeto: ho solo guardato, il giudizio è su quello che dovrebbero fare o non fare i giornali.

  9. Fa un po’ sorridere la malinconia con cui Giunta rileva come alcuni ‘homines novi’ del Movimento 5 Stelle, da lui conosciuti, siano diventati, dall’oggi al domani, ministri o parlamentari. Ma è la ‘società liquida’, bellezza! Quella ‘società liquida’ di cui tanto si discetta e a cui tanto ci si appella, ma che, quando si configura in una dimensione politica, come avvenne a suo tempo anche con il fenomeno leghista, non finisce mai di sorprenderci e di spiazzarci. Si potrebbe aggiungere che, al fondo di questa “fenomenologia dello spirito contemporaneo”, quali che siano le forme che esso assume (da quelle più volgari a quelle più pretenziose), resta il problema della opacità sociale, ossia di un sistema del quale si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Vi è perfino chi si rallegra di questa condizione di “amnesia sociale” (si veda su questo tema il bel saggio di Russell Jacoby), poiché, come affermano gli intellettuali post-moderni alla Umberto Eco, bisogna abituarsi a vivere gaiamente rinunciando a qualsiasi chiave di lettura. Ma le grandi masse popolari, alle prese quotidianamente con i duri e vitali problemi della crisi economica e sociale, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa del sistema esistente se non pagando il prezzo di quella che si potrebbe definire la ‘sindrome di imbecillità generalizzata’. Un sistema, la globalizzazione imperialista, che definire nazista è perfino poco, come giustamente sosteneva con eccezionale lungimiranza Edoardo Sanguineti, che non era un intellettuale pagliaccio di regime, ma un intellettuale marxista organico al proletariato. Un sistema fondato sulla generalizzazione del lavoro flessibile, precario e temporaneo, sulla fine di ogni democrazia, di ogni conflitto sociale e di ogni sovranità nazionale, sull’arbitrio assoluto di un interventismo imperialistico attuato in nome di generici ‘diritti umani’. In un simile contesto la suddetta sindrome, non essendo altro che il riflesso dell’opacità dei meccanismi sociali e del funzionamento ‘spontaneo’ di quelli politici, è destinata a perdurare fin quando una interpretazione critica dell’origine e della natura dei processi che si stanno svolgendo non dissolverà le cortine fumogene prodotte dai ‘mass media’, “ritornando alle cose stesse” e individuando le molteplici contraddizioni che sono immanenti al loro corso.

  10. “Nel pezzo ho evitato di proposito, per quel che ho potuto, di parlare di politica, perché su quella non ho le idee chiare” (Giunta)

    Mal comune mezzo gaudio?
    Evitare addirittura “di proposito” di spingersi sul terreno della politica?
    “Su quella non ho le idee chiare”?
    Ma allora di che parliamo? di quel che ci passa o ci mettono sotto il naso?
    O perché parliamo?
    Corra ai ripari, Giunta!
    In Gramsci, in Lenin qualcosa per chiarirsi le idee lo troverà di certo.
    E anche in qualcuno che non ha svenduto i loro libri:

    “La politica investe tutte le partizioni della formazione sociale: da quella degli apparati dello Stato e della sfera detta pubblica (quella appunto che gestisce la spesa omonima e che è tanto odiata dai liberisti) a quella economica (idolatrata invece da tali adoratori della “libera” iniziativa privata) a quella ideologica o, detto più in generale, culturale (una cultura che, comunque, è sempre pregna di una ideologia, di un punto di vista, di una concezione del mondo, affinata in secoli di storia, con periodici “bruschi passaggi” di fase). Chi dimentica la politica non giunge mai se non a minime analisi (“tecniche”) a spizzico, alle mezze verità con una piegatura tale che le rende facilmente, o comunque in un breve volgere di tempo, ingannevoli.” (http://www.conflittiestrategie.it/sparare-infine-al-centro-di-glg-16-giugno-13)

  11. Scusate il ritardo, ero a fare gli esami per il Tirocinio Formativo Attivo (TFA), tra i pedagogisti. Dov’eri, Adamo? Ero al TFA. Tra i pedagogisti.

    Grazie per le osservazioni, su cui rifletto. Rifletto un po’ muto, perché non so bene cosa pensare/dire su parecchie cose, e perché mi ci vogliono parecchie ore per metabolizzare le opinioni altrui.

    Così non rispondo partitamente: del resto dovrei dire che sono d’accordo nella sostanza con molto di quello che dicono Massino Lo Vetere Allegro Piras sul M5S. Io ho fatto un pochino di campagna elettorale per Bersani e non è che me ne sia poi pentito troppo (ecco una frase virgolettabile! Please, don’t). Farei solo dei piccoli distinguo che non spostano il problema di tanto. Sì, uno può lamentarsi del fatto che l’M5S dà una risposta inadeguata a un giusto bisogno: ma intanto è una risposta, non so davvero se c’era modo di fare le cose molto diversamente – io non avrei saputo farle neanche così, figuriamoci meglio.

    Il pezzo non nasce da meditazioni molto profonde. Nasce dalla lettura di un paio di articoli di F. Merlo (lo so, lo so…), da un paio di vignette sciocche e volgari su Repubblica e Corriere e da una carrettata di titoli sui siti dei quotidiani. Nasce anche dalla constatazione che i miei allievi più intelligenti hanno votato o sono iscritti all’M5S. E anche dal fatto che sono interessato-sedotto-tentato dal pensiero anti-liberale (o populista in senso non deteriore) di gente come Orwell, Lasch, Michéa, ma anche da alcune delle cose che dice Rancière in L’odio per la democrazia. E l’M5S ripete senza saperlo, al suo meglio, alcune di quelle cose. Insomma, un pateracchio.

    E m’interessa, come dicevo, solo l’informazione. Così capisco ma non sono veramente d’accordo con Mauro Piras. No, direi che il framing effect dei programmi TV italiani e la malafede dei giornali, la cattiva informazione dei giornali, le opinioni scriteriate degli editorialisti – tutto questo non si trova né in Germania né in Francia né in GB, e neanche in realtà negli USA. Credo che il caso del M5S misuri bene il grado di corruzione (cioè ignoranza, fretta, irresponsabilità) dell’informazione italiana. E che il M5S abbia ricevuto in pratica SOLO attenzioni di questo tipo, denigratorie-canzonatorie. A quella soprattutto pensavo-penso.

    Torno al TFA. Tra i pedagogisti

  12. Piras scrive:
    “Il movimento ha un forte collante ideologico, in questo superando quasi tutte le forze politiche italiane. Questo collante è l’idea di incarnare il rinnovamento e di essere una forza rivoluzionaria che sta cercando di “ripulire” la politica italiana. ”

    Piras, lei avrà voglia di scherzare, dove l’ha trovata questa definizione dell’ideologia?
    Così lei interpreta perfino in maniera buffa l’opinione che ideologico si riferisca a chi pensa diversamente dagli altri. Il punto invece è esattamente opposto, che la vera ideologia è quella dominante, di coloro che come lei non pensano nè di incarnare il cambiamento, nè di essere rivoluzionari, e quindi funzionano da cinghia di trasmissione del pensiero dominante.

    Nel merito della questione, non penso neanche lontanamente che il M5S sia un veicolo di un pensiero nuovo, mi pare al contrario che soffra della gran parte dei conformismi di cui la nostra società globalizzata è zeppa. La sua intrinseca fragilità sta appunto nel volere porsi come alternativa a un sistema la cui ideologia ha assorbito fino in fondo.
    Particolarmente significativa è l’opinione del tutto priva di fondamento che ci sia del positivo nella spontaneità, che la vera politica debba negare l’organizzazione, la selezione del personale, la tattica politica, tutte idiozie che del resto non sono certo monopolio del M5S (basti cionsiderare tanta parte del movimento ambientalista).

  13. Via, mettiamo una voce femminile in questa discussione da uomini. Opinioni molto personali, forse viscerali, stiamo a vedere.
    Secondo me sui media ha ragione Claudio Giunta, sull’ideologia (riuso il termine, anche se vedo che è stato messo in discussione) ha ragione Mauro Piras. Il quotidiano Repubblica è per me illeggibile/irricevibile in questa come in altre campagne di demonizzazione. A me per esempio non piacque nemmeno l’estenuante battage della vicenda Berlusconi-D’Addario (Patrizia). Cioè non mi piacciono i moralisti all’americana, alla puritana, per intenderci, e quegli atteggiamenti, sempre copiati dagli americani, che definirei “stile Ivy League”. Quindi non mi piacciono nemmeno i grillini per quella posa (anche aggressiva) da càtari dell’ultim’ora. Mi viene di essere irriverente, verso gli uni (per esempio Francesco Merlo) e gli altri (i guru del M5S) come Massimo Troisi e Roberto Benigni nel film “Non ci resta che piangere”, quando si mettono a scrivere la lettera a Savonarola, o quando al monaco che dice: “Fratello, ricordati che devi morire”, arriva la risposta : “Sì, mo me lo segno”. Troppi profeti, troppi saggi in giro, troppe grandi teorie visionarie, e quasi nessuno che sia disposto ad ascoltare umilmente le ragioni degli altri. Forse per questo Claudio Giunta è colpito dall’atmosfera di riunione del gruppo scout che ha trovato nel meet-up di Trento (però, Claudio, i trentini sono persone troppo perbene in tutto, sono troppo vicini alla Germania e quindi sono migliori del resto degli italiani per spirito comunitario e senso della cosa pubblica).

  14. “sono troppo vicini alla Germania e quindi sono migliori del resto degli italiani per spirito comunitario e senso della cosa pubblica” (Caprara)

    Ecco il serpentello leghista che striscia attorno al grande albero della sinistra (c’è ancora?) ed Eva (Caprara) ci casca..

  15. @ Caprara.
    Nientre contro i Trentini, ci mancherebbe. Ma vogliamo ricordare quanto ci costano le loro province “autonome”… Quanto buon senso della cosa pubblica sorgerebbe in altre parti d’Italia se piovessero tanti regali senza neppure il fastidio di doversene ricordare e di dover dire grazie…
    Ah, Sant’Alcide!

  16. No, Abate, tanto per chiarire: la mia simpatia per i trentini deriva da ragioni assolutamente personali. Mi creda.

  17. Il problema dei grillini mi sembra la mancanza di una cultura politica, più della mancanza di competenze. Le competenze si acquisiscono, o ci si rivolge a chi le ha. La cultura politica va prima costruita, poi assimilata e concretata. Purtroppo, una cultura politica non si improvvisa, e neanche ce la si può far spedire in allegato da un blog. In compenso, le culture politiche si possono benissimo distruggere, come s’è ben visto da noi.

  18. Scusi, Mariangela Caprara, lei da’ ragione a Piras sull’ideologia, a prescindere? Voglio dire, chessò un piccolo sforzo così di argomentazione sarebbe chiedere troppo? Insomma, davvero lei crede che non viviamo immersi in un’ideologia così dominante ed esclusiva da risultare soffocante?
    Queste affermazioni fatte in stile così sfrontatamente assertivo mi sembrano da una parte sintomo di una debolezza argomentativa, dall’altra alquanto irrispettose degli interlocutori. Comunque, ce ne faremo una ragione.

  19. @Cucinotta
    Beh, sì, non mi sono presa il tempo di argomentare. E poi, posso essere assertiva con Piras come con chiunque altro. E non vedo in questo nulla di irrispettoso verso gli ‘interlocutori’, forse loro sì, irrispettosi qualche volta. Tra parentesi, forse in un eccesso di sintesi, avevo comunque segnalato che il termine ‘ideologia’ era degno di discussione. Però non volevo parlare di quello che lei desidererebbe sentirmi dire. Tutto qui. (Sto notando in generale che la ‘retorica del paradosso’, che io per formazione – liceo classico, filologia classica, you know – uso quasi sempre, comincia a non essere capita dai più, a cui sfugge la punta icastica dei miei discorsi, cioè la ‘provocazione’, il rovesciamento dell’ordinario, il paradosso appunto. E di questo devo farmi io una ragione.) Comunque non si arrabbi, a me i suoi commenti piacciono quasi sempre. Parlate voi uomini, via, io vi ascolto volentieri.

  20. Concordo con le osservazioni di Buffagni e dal mio osservatorio genovese posso confermare che il problema del grillismo non è la mancanza di competenze (per queste ci si può rivolgere, che so?, ad un esperto di diritto tributario come Gianni Marongiu e farsi spedire in allegato per posta elettronica un progetto di politica fiscale), bensì la mancanza di cultura politica. Da questo punto di vista, il grillismo, oltre ad essere l’ennesima maschera di quella farsa italiana del populismo che, avvalendosi delle doti istrioniche e dell’intuito politico di un ex comico, ha intercettato il rifiuto di massa di un sistema che gira a vuoto, è, puramente e semplicemente, il frutto della disperazione e l’ultima espressione, in ordine di tempo, di un aggravamento della crisi politica italiana. Di un aggravamento, non del superamento.

  21. @Caprara
    Grazie della cortese risposta.
    Lei mi conferma che sì, lei è d’accordo con Piras a prescindere.
    La cosa però che volevo sottolineare è questa apparente impossibilità di entrare nel merito di certi temi.
    Oltre al costume prevalente del silenzio, del ritrarsi a un certo punto di un dialogo senza ulteriori spiegazioni, vedo che si fa sempre più frequente l’uso come una specie di passpartout dell’ironia, del paradosso, per cui non sono le mie argomentazioni ad essere carenti, è il mio interlocutore che non ha capito il registro che sto usando.
    Naturalmente, non ho nulla contro l’ironia, di cui faccio uso, probabilmente meno efficientemente di altri, ma mi rifiuto di considerare delle figure retoriche come se fossero degli strumenti sacri di fronte ai quali sia impossibile obiettare.

  22. A proposito di “informazione”, anche l’Unità si dà da fare… Ecco la prima pagina di oggi (http://www.giornalone.it/prima_pagina_l_unita/) e la risposta di Grillo (http://www.beppegrillo.it/2013/06/lunita_fa_schifo.html).
    Un mese e mezzo fa un deputato del M5S mi diceva: «Se riusciremo a tenere duro per almeno un anno, allora forse qualcosa cambierà». Non so quanto la sua affermazione fosse naïf, però vedere la forza con cui gli organi di informazione quotidianamente si scagliano contro il MoVimento mi fa pensare che lo tsunami a cinque stelle stia disturbando diverse persone.
    Complimenti a Giunta per aver osservato il M5S dall’interno.

  23. Una notazione a margine.
    Non è senza significato che Grillo sia un comico.
    Un comico, se è un vero comico di vocazione, non può essere uomo politico, e tanto meno proporsi come guida di un “potere costituente” cioè a dire di un nuovo regime politico che distrugge il precedente e ne fonda uno affatto nuovo.
    Non perché l’essere spiritosi sia incompatibile con la politica, o perché il mestiere di chi si fa rider dietro sia incompatibile con la dignità dell’uomo politico, o per qualunque motivo attinente al suo carattere di persona privata (detto en passant, i comici di solito sono dei depressi).
    Alcuni comici nella linea di Beppe Grillo, e anche assai più bravi e comici di lui, furono uomini di grande intelligenza, discreta o anche solida cultura, grande buonsenso, equilibrata visione delle cose e capacità di giudicare gli uomini, doti tutte che in un politico non guastano affatto. Qualche nome italiano: Ettore Petrolini, Antonio de Curtis, Enrico Viarisio, Raimondo Vianello (ma ce ne sono altri).
    No. Il vero comico non può essere vero politico perché il comico è per sua natura frammentario e reattivo, e non può (perché non vuole, perché non gli compete) accedere alla costruzione drammatica, che è sempre strategia, visione che supera l’istante, il frammento, la reazione, e li inserisce in una forma durevole che prende in considerazione la frattura della morte, e insieme la accetta e la sfida.
    Morale: il vero comico potrà essere un grande tattico, ma sarà sempre un cattivo stratega. La strategia (politica, e non solo) spetta al tragico. E come si vede anche nel caso di Grillo, la forma non perdona.

  24. a Eros Barone.

    Riprendo la sua osservazione sul M5S come espressione di un “aggravamento” della crisi politica italiana, e come manifestazione reattiva della disperazione crescente di fronte a un “sistema che gira a vuoto”.
    A mio avviso, è insieme verissimo e falso che il sistema politico italiano gira a vuoto. Verissimo, perché le forze politiche nazionali non sono in grado di prendere l’iniziativa e di affrontare le crisi destrutturanti – politica, sociale e culturale – in corso. Falso perché la destrutturazione del sistema politico italiano non è frutto della sola incapacità o dei soli errori delle forze politiche nazionali, ma di un progetto politico coerente sovranazionale, guidato da centri direzionali europei e transatlantici (no, non è un complotto segreto, perché i principali autori lo dicono apertis verbis, in che direzione vogliono andare).
    In sintesi, il sistema politico italiano “gira a vuoto”, sì, ma nel senso che “gira *per fare* il vuoto”: per produrre un vuoto di poteri nel quale si sono insediati, si insediano e si insedieranno nuovi poteri (la destrutturazione in corso prelude a una ristrutturazione delle forze in campo).
    Grazie alla mia temibile professoressa di greco del ginnasio, riesco a seguire la stampa greca, e invito i grecisti che qui certo abbondano a fare lo stesso. In Grecia, dove è nata l’Europa 1.0, sta nascendo l’Europa 2.0 (sintesi: meglio l’altra).
    E’ recentissima la Endlosung della catena radiotelevisiva pubblica ERT, con rapida privatizzazione selvaggia (quando mai ci fu una privatizzazione civilizzata?) delle frequenze, ed episodi di sciacallaggio sbrigliato, allegrissimo, immaginoso come questo: versando 60.000 € al Ministero dell’economia, Sky ha trasmesso la partita del Panathinaikos, i cui diritti erano già stati acquistati (per 200.000 €) dalla defunta ERT. La telecronaca è stata diffusa in lingua tedesca con traduzione simultanea in greco [sic].
    Ma non è finita qui. Circolano da tempo voci secondo le quali il governo greco avrebbe stipulato, o starebbe stipulando, contratti con società private nel settore della sicurezza (leggi: mercenari) per la fornitura di reparti completi di truppa, sottufficiali, ufficiali, logistica, i quali andrebbero a sostituire parti delle Forze Armate e di polizia greche da dimissionare. Follia? Paranoia? Mah. Non ci scommetterei. Come nel caso dell’ERT, le dismissioni delle forze di sicurezza nazionali verrebbero giustificate con “gli sprechi”, “i privilegi”, “la corruzione”, che senza il minimo dubbio in effetti esistono, sia nella TV, sia nella FFAA greche (o italiane). Certo, privatizzare le FFAA greche presenterebbe qualche problema aggiuntivo rispetto alla privatizzazione dell’ERT, perché i giornalisti televisivi non sono armati, i soldati greci sì, e magari deciderebbero di rivoltarsi e stabilire una dittatura (una ipotesi che fa rabbrividire, soprattutto perché una dittatura militare, in questo caso, sarebbe l’ipotesi *migliore* per la nazione greca).
    Di fronte a un progetto “Tabula Rasa” di queste proporzioni, le forze politiche greche di opposizione annaspano. Syriza, che pure è meno improvvisata e novizia del M5S, non è riuscita ad attestarsi su una linea politica coerente al tempo delle ultime elezioni, ed è divisa e inefficace oggi.
    L’Italia è un boccone più grosso. Divoramento e digestione procedono con più lentezza e cautela, ma la bocca spalancata sull’Italia è la stessa che sta facendo il chilo della Grecia. Beppe Grillo e i suoi, con tutta la simpatia che, spinti dal bisogno di non disperare, si può provare per loro, non danno il minimo segno di essersene accorti, e chiacchierano di diarie, di democrazia diretta via web, di sviluppo ecosostenibile… (Mi sembrano il cinema dei telefoni bianchi alla vigilia della seconda guerra mondiale).

  25. @ Andrea Fogato

    davvero sono quei cattivoni degli organi di informazione a quotidianamente scagliarsi contro il MoVimento? Allora gli attacchi per mesi di Grillo alla stampa, specie la stampa e la tv di sinistra, io me li sono sognati? E le liste di proscrizione? E i giornalisti infangati? E gli operatori cacciati dalle piazze? Siete solo dei fanatici…

    @Buffagni

    Grillo non è un comico, appena appena un cabarettista minore, qualunquista, prestato tardi alla satira, a sua volta un sottogenere di umorismo. Oggi come oggi è solo un showman in declino; come tanti in questa fase della carriera è divenuto testimonial commerciale a disposizione di un’agenzia di marketing.

  26. Insomma, c’è chi pensa che i giornalisti, se attaccati da politici, debbano entrare anch’essi nell’arena politica per difendersi.
    Ciò mi pare molto significativo della scomparsa a livello culturale delle distinzioni dei ruoli che poi si evidenzia in modo lampante assistendo ad un qualsiasi talk-show politico, i giornalisti risultano indistinguibili dai politici. C’è un giornalista conduttore che interroga allo stesso modo politici e colleghi.
    Così, non capisco proprio di cosa essi possano lamentarsi, è così palese lo schierarsi in modo quasi militare di interi gruppi editoriali che il loro porsi in un ruolo di osservatori è del tutto privo di senso. Dal punto di vista della deontologia professionale, trovo spregevole questo schierarsi contro una parte politica che esprime pareri critici sul mondo della stampa.

  27. a Larry Massino.

    Sì, Grillo è un cabarettista, e non è della classe dei comici da me citati. La mia non era, però, una recensione di Grillo, ma un piccolo ragionamento sul comico e la politica.

  28. La riflessione sul rapporto tra il ‘comico’ e la politica proposta da Buffagni (e la correlativa contrapposizione con il ‘tragico’ hegeliano e, aggiungerei, il ‘ludico’ nicciano) merita di essere approfondita. In effetti, se si tiene conto che lo spettacolo è un vettore antropologico della società contemporanea, è evidente che, quando ci si riferisce a Grillo, in questione non è tanto un personaggio politico quanto una forma dello spettacolo capace di saldare sia la mobilitazione di massa ottenuta attraverso l’esperienza spettacolare della tivvù, da cui Grillo proviene, sia l’uso delle potenzialità di connessione sociale della Rete alla dimensione dionisiaca tradizionale della piazza. Guardando le cose da questo punto di vista, forse non è un caso che un attore e autore del livello di Dario Fo, che ben conosce questo tipo di spettacolarizzazione socio-politica, si sia schierato con il M5S. Che poi un ‘dux’ informatico o un giullare di piazza siano adeguati ad indicare e guidare la fuoriuscita dalla dittatura commissaria della Ue (le informazioni sulla situazione greca fornite da Buffagni sono terrificanti) è quanto mai lecito dubitare. Ribadisco pertanto il giudizio che ho espresso sul grillismo come espressione dell’aggravamento, non del superamento della crisi italiana. Ritengo invece che la marxiana “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” costituisca, nella situazione attuale, una bussola preziosa sia per condurre una critica efficace delle varie forme di idealismo filosofico (e di interclassismo politico) alimentate dalla ‘società dello spettacolo’ sia per aprire il varco ad un rilancio del materialismo storico (e di una politica di classe) all’altezza delle sfide poste dal carattere sempre più totalitario della globalizzazione capitalistica.

  29. Caro Barone,
    da Abate mi permetto di farle notare che l’invasione barbarica in corso è forse più grave di quel che si pensava; e sta avendo conseguenze tanto nefaste da non permettere né a me né a lei, che apparteniamo, se non sbaglio, alla “vecchia generazione” dei bellatores e degli oratores, di tirar fuori con un bel “ritorno a Marx” i laboratores (tradizionali o della conoscenza) dalla crescente subordinazione (altro che rivoluzione!).
    Che Marx resti anche per me una bussola non ci piove.
    Vedo però che sempre più spesso il suo ago magnetico impazzisce. Specie se la bussola esce dai campus accademici dei marxisti delle (nuove) cattedre e viene portata nelle tempeste globalizzanti che spazzano questo povero pianeta.
    Ho l’impressione che la traversata novecentesca abbia trascinato il nostro vascello in zone ad altissimo rischio. (Ricorda la montagna bruna dell’Ulisse dantesco?…).
    Per cui Marx, da solo, forse non basta più.
    Dobbiamo, come suggerisce La Grassa, “uscire da Marx dalla porta di Marx” e imboccare “L’altra strada” (http://www.conflittiestrategie.it/lultimo-saggio-di-gianfranco-la-grassa-disponibile-in-libreria) che non sappiamo bene dove ci porta?
    Dobbiamo, come suggerisce Preve, non mollare assolutamente il Marx filosofo?
    Dobbiamo aggirarci meditabondi ma ottimisti tra le rovine eretiche, marginalizzate dell’«Altro Novecento» poggiano?
    Non teme che anche una buona rilettura della marxiana “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” alimenti un residuale epigonismo para-idealistico?
    Sperando che le fortificazioni del suo castello siano ancora salde, attendo fiducioso nella mia sgarrupata abbazia l’arrivo di qualche suo messaggere.

  30. Abate, risiamo a Preve, quello là che voterebbe Marine Le Pen? Non c’è un limite anche all’indecenza?

  31. “Non c’è un limite anche all’indecenza?”(Massino)

    Pare proprio di no.
    Vedi che l’indecente (dal tuo punto di vista) Preve rischia di rappresentare l’*extrema ratio* (purtroppo impotente anch’essa) in un Paese che non sa neppure più a chi svendersi. Siamo forse di fronte a una tragedia e tu ti vuoi occupare di galateo?

    P.s.
    E poi io parlavo anche di Marx, La Grassa, di Poggio…

  32. Caro Abate,
    il Suo intervento ruota intorno a due domande, che provo a riassumere così: “Ma il marxismo vale ancora? E se sì, in che misura?” Dopo aver richiamato in via preliminare una pungente osservazione fatta da Rossana Rossanda nella sua autobiografia “La ragazza del secolo scorso” intorno alla mancanza di una diffusa e coerente cultura marxista nel Pci, ritengo di poter affermare che la risposta a queste due cruciali domande debba avere il suo fulcro nel lucido riconoscimento: 1) che esse nascono da una situazione che è il prodotto di un crollo storico – quello dell’Unione Sovietica – i cui effetti sono destinati a protrarsi nel tempo (un crollo che ha detonato come un’esplosione e si svolge poi sotto gli occhi e nelle cose come al rallentatore); 2) che questa situazione, profondamente anche se non irreversibilmente controrivoluzionaria, di ‘after the fall’ ha determinato, su scala mondiale, un massiccio e durevole spostamento a destra dell’asse dell’economia capitalistica (neoliberismo selvaggio, ipertrofia del capitale finanziario, indebolimento sociale e scomposizione strutturale del proletariato attraverso i bassi salari e l’occupazione precaria), della politica imperialistica (trasformazione reazionaria delle istituzioni, predominio schiacciante degli Usa e guerra permanente) e della ideologia borghese (‘clash of civilizations’, oscurantismo religioso e disemancipazione), conducendo, per quanto riguarda il socialismo scientifico, alla separazione dei due elementi – il marxismo e il movimento operaio – che lo hanno costituito e ne hanno fatto, negli ultimi decenni del XIX secolo e per buona parte del XX secolo, una potente forza motrice della storia mondiale (la transizione dal capitalismo al comunismo ha temporaneamente invertito la sua direzione e si svolge oggi all’inverso).
    Occorre aggiungere che la risposta a quelle domande resterebbe su un piano meramente accademico, se nell’analisi non si tenesse conto e non si facesse uso della categoria, ad un tempo critica ed euristica, di revisionismo (= abbandono dei princìpi teorici del socialismo scientifico + cedimento ideologico e politico all’avversario di classe), categoria che rispecchia sia l’esistenza di una precisa base sociale (formata dall’aristocrazia operaia, dalla burocrazia partitico-sindacale e dai gruppi parlamentari di origine piccolo-borghese) per le politiche collaborazioniste, sia le motivazioni economiche (alti salari finalizzati alla corruzione di alcuni strati della classe operaia) da cui traggono origine l’opportunismo e il riformismo incarnati da una frazione che opera come agente della borghesia all’interno delle organizzazioni proletarie. Altrimenti, come spiegare il fatto che lo scioglimento del Pci fu deciso con il consenso dei due terzi di quel partito? Inoltre, come prescindere, nel valutare gli spazi che il marxismo oggi può avere o conquistare all’interno dei partiti dell’attuale sinistra, dall’esame delle deformazioni, delle mistificazioni e delle degenerazioni prodotte nella base e nei vertici di tali partiti da decenni di lenta e progressiva corrosione dovuta prima al revisionismo, che aveva ridotto il marxismo a marxologia svuotandolo della sua carica politica e ideale, e poi al tentativo di una totale liquidazione non tanto della teoria marxista (sebbene la sostituzione della teoria marxista della necessità storica della rivoluzione con l’ideologia buonista della non-violenza sia già estremamente indicativa) quanto, soprattutto, del nesso fra questa teoria e la strategia politica: tentativo in cui, va detto, si segnalarono, a pari merito, gli esponenti dalemiani e bertinottiani del ceto politico della sinistra italiana.
    Bene, che cosa resta dunque oggi da fare per i marxisti? Non è mia intenzione predicare una ‘imitatio Christi’; affermo però che il percorso di Lenin, fondato sul nesso tra teoria e prassi e, nella fattispecie, sul nesso tra scienza e strategia, strategia e tattica, filosofia e politica, è un percorso che conserva un significato oggettivamente esemplare. A mio giudizio, il compito dei marxisti è oggi quello di lavorare, muovendo dagli apparati in cui operano (scuola, stampa, sindacati ecc.), per riconnettere il marxismo al movimento operaio e viceversa, radicandosi sulle tre grandi tendenze del processo storico individuate dai fondatori del socialismo scientifico: la riduzione del lavoro necessario (resa possibile dalla informatizzazione dei processi produttivi), lo spostamento in avanti delle frontiere tra società e natura (reso possibile dalla rivoluzione scientifico-tecnica), la formazione di un’umanità integrata (resa possibile dalla costituzione di un mercato mondiale). Così, per riprendere lo stupendo paragone usato da Gramsci in una delle sue “Lettere dal carcere”, essi si comporteranno esattamente come l’esploratore danese Nansen allorché rimase intrappolato nei ghiacci con la sua nave e decise di resistere avanzando lentamente assieme alla banchisa polare fin quando essa non si fosse sciolta.

  33. Certo che se il limite dell’indecenza fosse Costanzo Preve, staremmo tutti messi assai meglio.

  34. Costanzo Preve che voterebbe Marine Le Pen equivale al comunista Lucio Colletti che dopo aver spiegato per decenni agli italiani quale era il modo giusto di interpretare Marx, sdoganò culturalmente Berlusconi (forse Preve è anche peggio…) e si fece eleggere deputato con Forza Italia. Contenti voi… Io sono sempre più convinto che siete fuori di test(o)a (lo dico amorevolmente..), sempre più reazionari, sempre più confusi, e rimango filo PSE.

  35. Caro Massino,
    “siete” chi? Rivendico il mio inalienabile diritto a essere fuori di testo o di testa in proprio. Un po’ di rispetto per l’iniziativa individuale, e che diamine!

  36. Per coloro che sono interessati ad osservare dall’interno un elemento importante del panorama politico odierno qual è il Movimento 5 Stelle (e che vogliano seguire in questo modo il buon esempio di Giunta che ha analizzato il movimento andando oltre TV e giornali), raccomando di andare a Genova domani al V3DAY.

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