Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Quattro poesie da Jucci

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di Franco Buffoni

[Pubblico quattro poesie tratte dalle prime sezioni di un libro di poesia inedito intitolato Jucci. I testi sono accompagnati dalla nota in prosa che chiude il libro].

Dietro un muretto

In una poesia dei sedicianni
Scrivendo come se io e il mio ipotetico lettore
Fossimo etero, sillabavo:
“Dietro un muretto, due invertiti smaniano”.
Poi – e già ti conoscevo – da proustiano
Divenni gidiano
E scrissi “Culo”
Pubblicata trent’anni dopo senza titolo
– Ancora mi seccava –
Nel Profilo del Rosa:
“Il mio vero nome è così conosciuto
In Lombardia lo si sente dire
Ad ogni fermata di scuola
Talvolta tronco con la u francese
Nelle fonderie,
Comunque sempre a designare me
E tutti quelli che hanno la faccia così
E se lo sentono dire, da principio
Senza ben capire
Forse perché più gentili
O per quel primo bottone allacciato sottogola,
E poi per sempre
Pallone o non pallone
Con o senza le donne da portare
Ed è assolutamente sempre vero,
Lo si ha scritto in faccia
E nell’amore dentro il bosco
E al finestrino dello scalo”.
Questo per dire che
Consapevole lo ero,
In un clima che cercava ragioni
Alla mia “malattia”.

Solo dopo la tua morte imparai
Che non ci sono ragioni,
Non si nasce né si diventa:
Si è. Con la verità infilata dentro
Come un orecchino.

*

Tu legno e io

Come una preghiera per non violenti giorni
Dal lago si estendeva ai colli circostanti,
Sommergeva persino i già bisbigli
Emessi dai risvegli,
Era il cielo con due nuvole
L’emissione della voce
E a forma di labbra la pronuncia:
Tu legno e io poliuretano espanso.
Quando si dice i materiali antichi
Destinati a durare
E quelli innovativi…
Cercavamo il sesso della morte
Nelle pitture alpine. E’ maschio è maschio
Ricordo che scoprivo.

*

Le maniche distanti

A trascinarsi con l’anziana notte
Verso il primo chiaro sul Ticino
Non sono oggi come allora due figure
Legate. Le maniche distanti
Ciondolanti raccontano lo iato che c’è stato,
Il fiato perso nelle spiegazioni di una notte
A dilaniare l’esserino terzo,
L’entità.
E chi avesse assistito stamattina
Al mio saluto a te prima del viaggio
Avrebbe creduto all’illusione tua
Di labbra e mento rivolti al sole-nebbia.
Col mio rifiuto tutto chiuso dentro.

*

Anatomia in cera

Massí, massí, sono convinto anch’io
Che se non fossi la strega lesbica che sono,
Qui dove un tempo gorgogliavano balene
E oggi cerco le conchiglie fossili,
Sigillandoti le orecchie col mio silenzio bianco
Ti saprei dare tanto amore semplice,
Invece del consueto complice armistizio:
Con potenziamento della muscolatura
E maggior turgore delle vene.
Per diventare il mio scorticato in bronzo?
No, il tuo spellato in legno, anatomia in cera.

 

Nota

Nel 1969, quando la conobbi, Jucci aveva ventotto anni, era laureata in tedesco, insegnava e faceva ricerca, in particolare si occupava di etnologia e antropologia.

Di sette anni più giovane, io mi trovavo nella fase dell’ebrezza per l’acquisito affrancamento dalla mia cattolicissima famiglia.

Il nostro legame durò fino al 1980, quando Jucci morì di cancro, dopo alcuni mesi infami costellati di interventi chirurgici.

Per dieci anni condividemmo libri e avventure, vacanze e scoperte: con lei studiai le lingue e le letterature, con lei divenni poeta e traduttore. Con lei scoprii il mio territorio – quello che fa da sfondo al Profilo del Rosa – dalle Alpi al lago Maggiore.

Sul nostro amore l’ombra costante, assoluta, della mia omosessualità, che in quegli anni si concretizzava in numerosi, fugaci e solo fisici rapporti. Si era ancora nella fase della ricerca della “cause”, ci si chiedeva come si diventi omosessuali…

Ci sono quindi come due scalini, alti e scoscesi verso il disastro in questo libro. Il primo che consegue all’innamoramento – reciproco – nella quotidiana tenuta di un rapporto messo costantemente alla prova dai miei “tradimenti”. Che tuttavia consolidavano, pur nella sofferenza, il legame affettivo, perché dall’esterno nulla mi giungeva di minimamente somigliante all’amore. (Né mai sarebbe potuto giungere – capisco bene oggi – dato l’alto tasso di omofobia che avevo interiorizzato negli anni della mia crescita).

Il secondo terribile scalino consegue alla diagnosi della malattia di Jucci e segna l’ultimo anno della sua vita, rafforzando il nostro amore.

Ma non sarebbe nel carattere di Jucci, né tanto meno è nel mio, l’intento di trasmettere una storia sentimentale o persino struggente. Questa è la storia di due persone che, pur amandosi, si sono dilaniate.

Joyce, nel finale del Portrait of the Artist as a Young Man, si propone di ricorrere alle armi del silenzio, dell’esilio e dell’astuzia per sfuggire alla famiglia, al cattolicesimo e all’Irlanda. Nella mia prima fase di scrittura poetica – corrispondente al decennio del legame con Jucci – l’attenuazione, la reticenza e l’ironia erano le armi a cui ricorrevo per rendere pronunciabili l’indignazione, lo sgomento e la pietà. Erano ancora lontani i racconti di Suora carmelitana e le ricognizioni del Profilo del Rosa; e di là da venire gli anni di Guerra. Oggi – scrivendo Jucci – mi trovo a rivivere giorno per giorno quel decennio, ma nella prospettiva esplicita dell’indignazione, dello sgomento e della pietà.

Alcuni testi poetici apparsi in precedenti raccolte sono dedicati a Jucci: in I Tre desideri (1984) una poesia porta il suo nome già nel titolo. In questo libro ho inserito un frammento (“Giochi di bimbi sciocchi”, la cui composizione risale agli anni Settanta) e due poesie (“Dove il fiume fa l’ansa” e “Solo ora”, che invece risalgono ai mesi successivi alla sua morte). Infine, sono ricorso al corsivo per dare “voce” a Jucci.

f. b.

8 commenti

  1. Lo so che è un commento banale, ma sono bellissime.

  2. da Proust a Gide, una rivoluzione dello spirito…

  3. Molto colpito. Sembra di assistere a una sintesi tra il tuo lavoro in versi e quello in prosa, con riusltati che trovo molto originali.
    Il libro e’ finito? Quando esce?
    Abbracci,

    A.

  4. Ringrazio per questi commenti. Il libro è finito. Il titolo JUCCI è definitivo. L’uscita è prevista nello Specchio per l’anno prossimo.

  5. Tutto il libro è bellissimo, nel suo complesso, un personale canzoniere moderno che in alcuni momenti mi ha ricordato gli Amoretti di Spenser per la continua tensione che vive al suo interno, con esiti ovviamente diversi. Un saluto.

  6. Sono molto grato a Gabriele Fratini per questo commento. Ricambio il saluto.

  7. mi sono piaciute sia le poesie che il commento.

  8. Leggendo “Dietro un muretto” , i versi mi hanno preso così tanto nel loro andare discorsivo che mi sentivo come un tremolio alle mani e dentro dei sobbalzi, dei tonfi, perché si sentiva che le parole erano cariche di vita
    che vi correva dentro per l’intensità che poi si liberava.
    Ma anche le altre mi sono piaciute così a prima lettura.
    Saluti da
    Renato Gorgoni

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