Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il tempo nella letteratura e nella storia

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cropped-kodachrome-luigi-ghirri-8.jpgdi Italo Calvino*

[Sono nato in America (Mondadori) – a cura di Luca Baranelli, e con un saggio introduttivo di Mario Barenghi – raccoglie 101 interviste a Italo Calvino disposte in un arco di tempo di trentacinque anni (1951-1985). Molte erano rimasta finora confinate e nascoste nei giornali e nelle riviste che le avevano a suo tempo ospitate. Presentiamo un’intervista che Calvino concesse nel gennaio del 1985 a Michele Neri. Ringraziamo l’editore e il curatore del volume per averci permesso di ripubblicarla in questa sede]

«Riassumendo: per fermarmi in t0 devo stabilire una configurazione oggettiva di t0; per stabilire una configurazione oggettiva di t0 devo spostarmi in t1; per spostarmi in t1 devo adottare una qualsiasi prospettiva soggettiva, quindi tanto vale che mi tenga la mia. Riassumendo ancora: per fermarmi nel tempo devo muovermi col tempo, per diventare oggettivo devo mantenermi soggettivo […] Ma il pericolo che corro è che il contenuto di t1, dell’istante-universo t1, sia talmente più ricco di t0, in emozioni e sorprese non so se trionfali o rovinose, che io sia tentato di dedicarmi tutto a t1, voltando le spalle a t0, dimenticandomi che sono passato a t1 solo per informarmi meglio su t0».

Sono le riflessioni conclusive dell’esitante protagonista di Ti con zero, un racconto di Italo Calvino dedicato al tema del tempo e ristampato ora nella raccolta Cosmicomiche vecchie e nuove. Che cosa ne pensa, a diciassette anni dalla pubblicazione? Perché una notazione scientifica per descrivere l’istante?

In Ti con zero cerco di vedere il tempo con la concretezza con cui si vede lo spazio. Nel racconto, ogni secondo, ogni frazione di tempo è un universo. Ho abolito tutto il prima e tutto il dopo fissandomi così sull’istante nel tentativo di scoprirne l’infinita ricchezza. Vivere il tempo come tempo, il secondo per quello che è, rappresenta un tentativo di sfuggire alla drammaticità del divenire. Quello che riusciamo a vivere nel secondo è sempre qualcosa di particolarmente intenso, che prescinde dall’aspettativa del futuro e dal ricordo del passato, finalmente liberato dalla continua presenza della memoria. Ti con zero contiene l’affermazione del valore assoluto di un singolo segmento del vissuto staccato da tutto il resto.

 

Si tratta allora di un racconto che accoglie una visione «felice» del tempo? O piuttosto di un’estrema tragicità?

Ti con zero è lo sforzo di trovare la maniera migliore di abitare la tragicità. C’è ovviamente anche un modo migliore per superare la tragicità: dare una forma al divenire. Ma per far questo bisogna credere alla possibilità di dare una forma qualsivoglia alla propria vita, creando una storia con un senso compiuto. Ma a questa possibilità, che consentirebbe probabilmente un grado maggiore di felicità, credo sempre meno.

 

Proust e Joyce, Borges e Valéry, Baudelaire e Musil: la letteratura moderna sembra costituire un ponte emotivo e razionale tra uomo e tempo, percezione del tempo universale, storico e sociale e esperienza del tempo mentale. Italo Calvino è lo scrittore italiano più sensibile alle problematiche temporali della letteratura, il più adatto a trovare i punti di contatto tra tempo e scrittura.

Il tempo interviene in letteratura in modi diversi. Ci sono alcuni autori che trattano il tempo come un problema: è proprio il tempo l’unico argomento dei loro romanzi. Un esempio straordinario è un racconto di Borges intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano in cui, sotto l’insolita veste del thriller, l’autore presenta una suggestiva teoria del tempo secondo la quale questo è plurimo e a ogni istante della vita si aprono due tracce temporali diverse, che, appunto, si biforcano. Il tempo è un ente sempre più complesso, proprio come conferma l’intuizione. Fanno parte di questa categoria un romanzo come La macchina del tempo di Herbert George Wells, il mio racconto Ti con zero, o ancora il romanzo I fiori blu di Raymond Queneau. In quest’ultimo la storia è vista come sogno, deposito tangibile del nostro inconscio. Queneau è stato a lungo in analisi e il tempo dell’analisi, dell’inconscio, è il vero protagonista di questo libro. E la delicata ironia di Queneau contrappone ai massacri, ai rivolgimenti della storia una saggezza perfettamente statica, ma non per questo meno ricca della romantica ansia del divenire. C’è poi chi rappresenta il tempo nel suo fluire, confuso, immenso. È il caso della Recherche di Marcel Proust.

Qual è la suggestione maggiore del romanzo di Proust?

Il fascino più grande è nel fatto che nel romanzo, tutto, ogni singola azione, gravita naturalmente verso il finale, verso il ritrovamento del tempo come spinto da una corrente. È il libro che in assoluto si avvicina di più a rendere quella sensazione inesprimibile che è poi il modo con cui noi abitiamo il tempo. In un terzo gruppo metterei chi affronta il tempo nella forma che dà alla narrazione. Joyce, per esempio, con il monologo interiore. O ancora Joseph Conrad con il continuo ribaltamento della prospettiva con cui è vista la realtà grazie all’intervento di narratori diversi, ognuno con un suo tempo, un suo spazio.

È tipico della natura del tempo presentarsi in ogni situazione sotto un aspetto molteplice, occupando sempre un posto più importante del previsto. Il tempo non è solo argomento, sfondo in eterno movimento ed espediente dell’opera letteraria. Il tempo, attraverso la forma che assume nel ritmo, è il cuore della scrittura. Calvino, lei non ha mai pubblicato poesie: per una questione di ritmo?

In un certo senso sì: preferisco la prosa perché questa vive di ritmo ancora più della poesia. La poesia si può appoggiare a una metrica dichiarata o implicita mentre la prosa deve continuamente inventarsi un tempo, una musicalità. E la resa ritmica è fondamentale: un episodio straordinario può scomparire una volta sulla pagina se non si riesce a comunicare al lettore il tempo necessario. Trasmettere il senso della rapidità, oppure una pausa, dove la scrittura prende un respiro lento, diventando quasi un adagio, un largo musicale è di fatto lavorare sul tempo, perché la rapidità non è necessariamente espressa con parole e frasi corte, ma con un lavoro stilistico che la faccia sentire come una naturale accelerazione del battito del tempo.

Come nasce il suo ritmo?

La ricerca del ritmo giusto è per me un lavoro molto complesso. Spesso significa scrivere e riscrivere fino a quando la parola non ha trovato la vibrazione giusta. Ogni tanto il ritmo voluto può venire spontaneamente, ma sono casi eccezionali. E poi io non credo al ritmo innato, immediato. È l’effetto finale che deve essere spontaneo e vitale. Dietro c’è sempre molta fatica.

Regolando i cicli di funzionamento dell’organismo, amministrando con regolarità inconoscibile e pertanto incorreggibile gli alti e bassi della prestazione intellettuale, il tempo conosce un altro punto di contatto con la scrittura: il corpo umano. La cronobiologia ha per esempio individuato nella prima fascia del mattino, dalle sei e mezzo alle otto e mezzo, nove, il momento migliore per la produzione intellettuale. Sono molti gli scrittori che appena svegli si mettono subito al lavoro. Un esempio per tutti: Paul Valéry. Ogni giorno, con regola monacale, dalle cinque alle otto riempiva pagine e pagine del suo diario. E a questo proposito scriveva: «Ore otto. Svegliato prima delle cinque, mi sembra, alle otto, di aver già vissuto tutta una giornata con la mente e di aver diritto di essere bestia fino a sera». Anche lei è mattiniero?

No, la mia giornata è fatta di tanti sistemi per perdere il tempo, per ritardare il più possibile il momento in cui mi metto alla scrivania. Non sono certo mattiniero e finisce sempre che scrivo quando posso, alternando il tempo dedicato alla scrittura a quello destinato alle altre attività della giornata. Poi, nel mio lavoro, non c’è una netta separazione tra attività e riposo. Il tempo libero non esiste.

Palomar, Ti con zero, un costante interesse per le verità insieme precise e insufficienti della scienza e per le più recenti scoperte della ricerca… Calvino, si ritiene uno scrittore rivolto al domani e alle speculazioni sul futuro?

Sì, perché anche quando parlo del passato c’è sempre una forte tensione verso un futuro fantastico. In me persiste comunque la tentazione del passato e della memoria e tra i tanti libri che ho cominciato e non ho mai portato avanti ce n’è anche uno autobiografico. Avendo formato però la mia educazione letteraria in un’epoca in cui la letteratura della memoria e l’esempio di Proust erano molto in auge, ho sempre cercato di trascurare questa strada perché era già percorsa da tanti scrittori. Ma non ho dubbi: un giorno dovrò fare i conti anche con la mia autobiografia. Prima che il mio passato esca definitivamente dalla mia visuale. C’è però un libro, Le città invisibili, in cui cerco di esprimere la sensazione del tempo rimasto cristallizzato negli oggetti, contenuto nelle cose che ci circondano. Perché noi ci muoviamo in un presente che contiene sempre in sé anche un tempo passato. Le città non sono altro che forme del tempo. Di questo ho parlato nel capitolo La forma del tempo di Collezione di sabbia, dove cerco immagini visive del tempo. Per esempio, un albero millenario di cui non si distinguono più rami e radici o i fuochi dei riti zoroastriani che si perpetuano in continuità.

Ma questa memoria riguarda un tempo non suo, un passato che appartiene alle cose. Non tiene un diario per conservare il contenuto del suo passato?

Non scrivo un diario vero e proprio. Da parecchi anni sento però il bisogno di segnare su un taccuino gli eventi che hanno riempito le mie giornate. Quindi fatti abbastanza banali come cene, spettacoli e anche le tasse. E non posso più fare a meno di segnarli. Altrimenti mi sembrerebbe di perdere tutto il senso di ciò che ho fatto. Vedo gli anni in cui non mi ero ancora fissato questa pratica come una distesa dai contorni vaghi, da cui affiorano solo piccole isole, a caso.

 

In Palomar lei ha scritto: «Essere morto per Palomar significa abituarsi alla delusione di ritrovarsi uguale a se stesso in uno stato definitivo che non può più sperare di cambiare». Vivere è un continuo modificarsi?

Certo: quello che conta è la possibilità di dare un senso al passato con continue correzioni apportate al presente. La vita ha sempre bisogno di ritocchi, aggiunte, note a piè di pagina. Proprio come la pagina scritta. La morte interviene interrompendo questo processo e tutto diviene irrevocabile.

Il cambiamento inteso quale forza creatrice dell’universo avvicina la filosofia del tempo di Calvino alle teorie dello scienziato russo-belga Ilya Prigogine. E quando, nel 1980, uscì in Francia il saggio «La nuova alleanza», Calvino fu uno dei primi a elogiare questo libro sui giornali italiani.[1] La filosofia del tempo di Prigogine può avere un riflesso anche per l’uomo?

In un certo senso sì: come uomo la posizione di Prigogine m’interessa contrapposta a quella di Jacques Monod, che vedeva l’uomo completamente solo e sospeso tra caso e necessità nell’assoluta indifferenza dell’universo. Prigogine avanza invece l’immagine di una natura grande organismo di cui facciamo anche noi parte. È l’integrazione dell’uomo nel cosmo attraverso un intimo legame che passa per il tempo. E a questa comunione sono particolarmente sensibile. Anche se non ho il coraggio di esplicitare una filosofia, mi appassiona l’immagine di un universo unitario a cui siamo tutti chiamati a collaborare. Ho provato lo stesso fascino anche per le teorie di Mach, per cui anche quello che avviene su una stella lontanissima ha conseguenze su quello che ci capita. A cominciare dal principio d’inerzia: se sull’autobus che frena bruscamente sbatto contro il vicino questo fatto dipende dalla quantità di materia presente nell’universo. Prigogine ha compreso e spiegato che in quella fascia di universo in cui avvengono i fenomeni che ci toccano, il tempo ha un senso più ricco che non ha, per esempio, in un cosmo nelle sue continue oscillazioni o nell’invisibile del mondo subatomico.

Non c’è niente da fare: la tentazione di separare il tempo dell’uomo da quello della natura è troppo forte. Eppure l’intuizione dice che c’è un luogo e un momento in cui i due tempi si confondono: all’infinito. E non è forse questo il messaggio di una pagina dell’Uomo senza qualità di Robert Musil: «Aspettare a ogni momento già il successivo è soltanto un’abitudine; chiudi la diga e il tempo straripa come un lago. Le ore scorrono, è vero, ma sono più larghe che lunghe. Si fa sera, ma il tempo non è passato»?

Questa citazione ci mette effettivamente nel cuore del problema delle due accezioni del tempo. Quello scandito dai giorni, dalle notti, dai minuti misurati dalla nostra vita e dalla storia, e il tempo nel suo fluire infinito e incontrollato, sordo alle nostre esperienze temporali che non sono altro che granelli di sabbia nel deserto. Ed è basilare di ogni tentativo di «saggezza» farsi più vicini possibile al senso del tempo nella sua incommensurabilità. Invecchiando ho capito che questo vale anche su scala storica: ogni pretesa di accelerare la storia costringendola a tempi brevi è solo un’illusione. Contano solo i mutamenti lentissimi.

 

Nel libro che contiene Ti con zero c’è un altro racconto, L’inseguimento, dedicato al tema dello spazio. È più difficile parlare del tempo o dello spazio?

Pensare allo spazio e quindi scriverne è senz’altro meno tragico, perché lo spazio, se c’è, se ne sta buono buono. Il tempo, si sa, non sta mai fermo…


* Italo Calvino: vivere ogni secondo per vincere il tragico divenire, intervista di Michele Neri, «Panorama mese», IV, 1, gennaio 1985, pp. 71-74. Poi in Italo Calvino, Sono nato in America… Interviste 1951-1985, a cura di Luca Baranelli, Introduzione di Mario Barenghi, Mondadori, Milano 2012, pp. 597-603.

[1] No, non saremo soli, «la Repubblica», 3 maggio 1980, pp. 18-19; poi, col titolo Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, «La nuova alleanza», in Saggi, pp. 2038-44; poi in Mondo scritto e mondo non scritto, a cura di Mario Barenghi, Oscar Mondadori, Milano 2002, pp. 277-84.

[Immagine: Luigi Ghirri, Kodachrome (1978) (gm)].

 

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