cropped-170514866-4ffc10ea-5f24-41e5-9a38-3dbbf47cbafc.jpgdi Gabriele Salvia

«C’è un tipo di complessità che deriva dal prendere una situazione altrimenti del tutto normale, convenzionale, anche anonima, e ridefinirla, ritradurla in letture molteplici e sovrapposte di condizioni passate e presenti».

 Gordon Matta-Clark, 1970 c.a

Viviamo in un condominio lungo via dell’Acqua Bullicante a Roma. Il fronte principale insiste sulla via rumorosa e popolata mentre quello secondario affaccia su un ampio campo incolto che arriva almeno fino a Centocelle. Una pausa sofferta in un settore urbanizzato in maniera intensiva che va avanti per chilometri dalla Stazione Termini in direzione est. Il terrazzo condominiale offre una panoramica a 360° sull’area: l’affaccio sul centro città – ovviamente non si vede il Cupolone – è un panorama frastagliato di sopraelevazioni, attici, vani ascensori. Da ogni giacitura possibile si ramificano antenne e parabole che con un po’ d’immaginazione sembrano centinaia di sculture di Fausto Melotti.

 Abbassando lo sguardo sulla destra il nostro edificio è separato da quello a lato da una strada senza uscita che si ramifica dalla via principale e muore contro una rete malandata circa venti metri dopo aver lambito i fronti ciechi dei due condomini. Questa via, priva di attività commerciali e garages al piano terra, per anni una speranza in più per chi cercava parcheggio nelle ore tarde, un giorno è stata privatizzata. Una mattina sono stati colati nel cemento due paletti e posta una catena con lucchetto; è inoltre apparso un cartello con la scritta STRADA PRIVATA. Si è scoperto in seguito che era diventata una via di pertinenza dell’edificio a fianco al nostro. Ovviamente non è cambiato nulla nell’aspetto della strada che è rimasta un caotico parcheggio; ma le uniche vetture che potevano sostarvi erano quelle dei condomini dell’edificio in questione. Ma l’appropriazione non è passata con indifferenza, ha invece suscitato un certo scontento nel vicinato, che si è subito riunito in una causa collettiva che ha portato alla rimozione dei paletti di lì a un mese.

Sul lato opposto c’è più spazio. Il lotto adiacente, sempre sulla via principale è un quadrato asfaltato da cui emergono tre oggetti: un gabbiotto rettangolare che fa pensare a quello di un benzinaio, due rulli scoloriti di un autolavaggio sorretti da una struttura metallica e un albero. A terra vi sono le tracce in gesso dei posti auto, forse un tempo era un parcheggio; oggi è vuoto anche se ogni tanto compare qualche auto stazionata. Per impedire l’accesso alle macchine dalla via principale c’è un’esile catena e un cartello scritto a mano appoggiato a terra: PROPRIETA’ DI X.X.

Il campo alle spalle del palazzo rappresenta però la realtà più complessa e incerta dell’area. Nonostante la sua notevole estensione e sebbene la costeggi per quasi trecento metri è praticamente invisibile da via dell’Acqua Bullicante. Vi si accede da buchi sporadici tra la quinta edificata; ad esempio c’è un buco abbastanza grande nella rete dietro il gabbiotto dell’ex parcheggio. Non ci sono molti alberi ma una vegetazione spontanea e rigogliosa lo avvolge interamente. C’è anche un sentiero che parte dal buco nella rete e si avventura verso l’unico casale al centro del campo. Ogni tanto qualcuno ci porta a spasso il cane data l’assenza di parchi pubblici nel raggio di almeno tre chilometri. Altri frequentatori abituali del campo sono i tossici a cui è propizia la mancanza di illuminazione e la scarsa visibilità.

L’unica parte curata è un rettangolo adiacente a uno degli edifici che vi si affacciano. I condomini hanno recintato una parte di questo terreno incolto e l’hanno attrezzato con delle altalene, dei cestini per l’immondizia e delle innocue panche da picnic in legno; lo utilizzano per mangiare all’area aperta con il beltempo. Quest’area è aperta a tutti durante il giorno ma data la scarsa accessibilità e il carattere domestico del cancelletto è poco frequentata.

  Ma non si tratta dell’unica occupazione in atto nel campo: una famiglia anziana residente in un  altro palazzo che fronteggia l’area ha ricavato un orto recintato che mantiene attivo durante l’anno e un pollaio improvvisato. Inoltre attorno al casale alcuni appezzamenti sono coltivati e arati dai contadini metropolitani che vi risiedono che hanno anche “decorato” il manufatto con superfetazioni in plexiglass e lamiera. Loro hanno piantato l’unico albero degno di nota: un enorme pino marittimo. Continuando lungo il sentiero ci si rende conto che il campo ha altri abitanti: dentro un canneto difatti ci sono tre o quattro baracche di nomadi. Si capisce che sono abitate dai panni appesi fuori.

 Questo racconto, così radicato nel contesto romano eppure così vicino a molte altre realtà italiane, apre ad alcune riflessioni sulle conseguenze spaziali e ambientali di queste occupazioni, reali o potenziali che siano. Innanzi tutto notiamo che al di là della normativa nazionale, dei regolamenti edilizi e dei piani regolatori, gran parte del territorio urbanizzato non soddisfa requisiti minimi di vivibilità (affollamento, mancanza di un adeguato sistema di trasporto pubblico, carenza di servizi, degrado delle infrastrutture …). Parlo di contesti periferici dove l’investimento economico per un risanamento o un progetto urbano non è motivato da attrattori turistici o consumistici. Questo è un dato sensibile per la cittadinanza e che in un certo senso legittima moralmente le occupazioni di suolo pubblico o privato. Lo Stato omette di fare qualcosa non provvedendo ai servizi e soprattutto non esercitando un adeguato controllo sulla proprietà privata. Oggi è possibile che una palazzina che ospita 12 famiglie abbia sul tetto 12 antenne per la televisione e 12 parabole, con altrettanti buchi in facciata per installare i condizionatori. Slarghi e piazze, terreno di nessuno, sono selvaggiamente invasi dalle automobili al punto da diventare negli anni dei veri e propri parcheggi. Soprattutto è possibile che un ampio campo agricolo tra le maglie della città consolidata giaccia abbandonato a discarica abusiva e ricovorero d’emergenza per i senzatetto.  Lo spazio pubblico si è trasformato in uno spazio che appartiene al predatore più forte, a chi prima se ne appropria e questa nuova prospettiva di accesso al presente nasce e si rafforza in contraddizione con l’urbanistica intesa come pianificazione sostenibile del futuro.

 Tornando brevemente al racconto possiamo classificare le appropriazioni in atto in tre tipi. La maggior parte sono di tipo parassitario: parliamo delle antenne, delle baracche e dei pollai abusivi, dei rifiuti lasciati dai drogati; tutte occupazioni che consumano e infestano l’ambiente circostante in quanto di iniziativa individuale. Ce ne sono alcune in cui il passaggio pubblico-privato non lascia segni evidenti di cambiamento, come nel caso della strada privata che è rimasta un caotico parcheggio. Ci sono poi delle appropriazioni che al di là della qualità architettonica potremmo definire virtuose in quanto prevedono, anche se minimo, un miglioramento e un’apertura al pubblico: gli orti ben tenuti nelle vicinanza del casale come il giardino  attrezzato dai condomini.

Ma la città è ad uso e fruizione collettiva…

Si sprecano gli slogan: RIPRENDIAMOCI LA PIAZZA, IL PARCO NON SI TOCCA in bella grafica affissi ai muri delle vie più trafficate; nelle università di architettura riappare lo spettro dell’urbanistica partecipata. Ma il problema nella sua complessità viene spesso solo sfiorato e si disperde tra tesi di laurea e associazioni di quartiere.

 Per uscire allora dal circolo vizioso dell’individualismo – ovvero faccio ciò che voglio all’interno e nell’intorno della mia proprietà – c’è bisogno di uno strumento di controllo che permetta un riscontro immediato del miglioramento delle condizioni di vita e che quindi promuovendo un atteggiamento virtuoso incoraggi la gente a rispettarlo.

 Ma aspettando il cambiamento dall’alto forse è auspicabile una riappropriazione strategica dal basso…

 Gran parte del lavoro consisterebbe allora nel riconoscere questi spazi altri; rispettare la loro identità forte anche se diversa da quella di una canonica piazza medievale o di un parco ottocentesco. Potrebbero bastare interventi minimi e non definitivi, strutture in nuce che defilandosi dal processo edilizio convenzionale indirizzino questi spazi verso una riappropiazione autentica da parte della cittadinanza.

 Allora l’ex parcheggio, in attesa di una sentenza, potrebbe rivivere diventando il punto di accesso al campo. Magari un luogo di sosta, non per le macchine. A quest’ultimo basterebbero dei cestini per l’immondizia e un paio di punti luce per scoraggiare i malintenzionati e invitare gli avventurieri.

[Immagine: Stefano Cioffi, Roma (gm)].

 

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2 thoughts on “Appropriarsi del presente

  1. L’articolo di Gabriele Salvia è un po’ strano in un blog che dovrebbe interessarsi di letteratura e comunque anche di realtà. E’ un pezzo di realtà sicuramente, narrato con un certo stile, che ho letto volentieri, rassicurandomi del fatto di vivere in provincia in una città con un alto numero di spazi verdi attrezzati, che comunque potrebbero essere meglio curati. Anche qui per “appropriarsi del presente” è necessaria un’iniziativa dal basso, che poi trovi uno sbocco formale, riconosciuto dalle istituzioni. La prima mossa è costruire un gruppo di cittadini attivi sul tema (o se volete un gruppo di auto-mutuo-aiuto, ne è piena la letteratura scientifica e divulgativa), che metta in rete, una rete umana in cui ci si guarda negli occhi e si sta seduti in cerchio corpo vicino a corpo, tutti gli autori delle iniziative positive descritte nell’articolo. Costituito il gruppo e definiti gli obbiettivi si può allargare la rete anche ai marginali (nomadi e tossici) per stabilire legami di solidarietà e convivenza e poi proporre e imporre nel caso le soluzioni studiate alle istituzioni locali (tanto per appropriarsi anche del futuro).

  2. Lo spazio pubblico si è trasformato in uno spazio che appartiene al predatore più forte, a chi prima se ne appropria e questa nuova prospettiva di accesso al presente nasce e si rafforza in contraddizione con l’urbanistica intesa come pianificazione sostenibile del futuro.

    a questa situazione evidente (e oserei dire: prettamente italiana) si ribatte con un’analisi pragmatica e circostanziata.
    uso e funzione collettiva, basi dell’architettura come di qualsiasi, si spera, scienza umanistica. bravo gabriele, complimenti

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