di Alberto Bagnai

[Dal 29 luglio al 1 settembre 2013 Le parole e le cose osserverà una pausa estiva; la programmazione regolare riprenderà il 2 settembre 2012. Durante questo periodo, per non lasciare soli i nostri lettori, pubblicheremo dei video, delle interviste, delle fotografie e delle playlist. L’immagine di copertina non verrà cambiata regolarmente].

[Alberto Bagnai è professore associato di Politica economica. Si occupa di economie emergenti e della sostenibilità del debito pubblico ed estero. Il suo blog (www.goofynomics.blogspot.it) è diventato un importante punto di riferimento (oltre due milioni di contatti a metà 2013) per l’analisi della crisi dell’Eurozona. Nel novembre del 2012 ha pubblicato, per le edizioni Imprimatur, Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa. Nell’intervento che vi proponiamo, estratto dalla presentazione del volume lo scorso 22 aprile allo Zetalab di Palermo, Bagnai ripropone in modo estremamente chiaro e conciso i punti essenziali dell’impostazione del suo ragionamento (dba)].

144 thoughts on “Il tramonto dell’euro

  1. Scusate il solito clic che ha fatto partire l’intervento prima del dovuto.
    Ecco la versione corretta.
    È uscito in questi giorni, e merita grande attenzione, un libriccino intitolato “La trappola dell’euro” (Asterios), scritto da Marino Badiale, docente di analisi matematica all’università di Torino, e da Fabrizio Tringali, sindacalista della Fiom. Sappiamo tutti che la crisi attuale viene spesso presentata come una crisi da debito pubblico, che trarrebbe origine da uno Stato e da un’economia scarsamente competitivi a causa di un’eccessiva spesa pubblica, nonché dall’indolenza di cittadini poco laboriosi: una crisi il cui superamento consisterebbe nel copiare il rigore tedesco. Sennonché pochi (e fra questi vi sono Bagnai, Badiale e Tringali) ricordano che, quantunque il rapporto debito/Pil italiano sia alto (intorno al 120%), esso è tale, con poche variazioni, da almeno vent’anni. Ancora di meno sono coloro che sanno come si è formato il divario di competitività fra la Germania e i ‘brutti anatroccoli’ dell’Europa del sud. Chi leggerà questo libro troverà non solo la demistificazione documentata di uno schema interpretativo fondato sul presupposto delle tanto declamate virtù teutoniche, ma anche la spiegazione della superiorità della Germania e degli altri Stati del centro-nord Europa nelle esportazioni: superiorità che molto semplicemente va ricercata nella moderazione salariale. Così, mentre vacillerà il diffuso luogo comune secondo cui in Germania si guadagna molto di più che da noi, sembrerà anche meno assurda l’idea di abbandonare un’unione monetaria dove la potenza più forte rifiuta di introdurre meccanismi di riequilibrio delle disparità.
    In questo libro alle argomentazioni economiche si accompagna un’analisi particolareggiata delle conseguenze sociali e politiche delle scelte che i governi, o meglio i banchieri che ormai governano l’Europa, stanno compiendo. La conclusione che gli autori ricavano dalla loro analisi è che la moneta unica va abbandonata al più presto possibile. Gli autori, peraltro, conoscono molto bene le obiezioni che immediatamente vengono avanzate ogniqualvolta venga enunciata la tesi sull’opportunità di restare o no nell’euro, e mostrano come tali obiezioni siano prive di fondamento. La principale è rappresentata dal timore di dover attraversare un periodo di super-inflazione a causa della necessaria svalutazione della nuova moneta, cioè della lira. Ma il nostro Paese è già uscito da un sistema a cambi fissi (il Sistema Monetario Europeo) quando ha svalutato del 7% la propria moneta nel 1992. Orbene, nel periodo successivo la lira continuò a deprezzarsi, ma ciò non ebbe alcuna incidenza sull’inflazione. Il tasso di aumento dei prezzi addirittura diminuì passando dal 5% del 1992 al 3% del 1994. La svalutazione, quindi, non determinò alcun effetto catastrofico. In conclusione, questo libro sfata vari miti e contribuisce a rimettere in piedi un tavolo che la propaganda neoliberista e l’oligarchia finanziaria hanno capovolto alimentando catastrofismi irrazionali e dogmatismi fallaci.

  2. Qualche dubbio che abbia ragione comincio ad averlo anche io. Ho sempre pensato che l’idea dell’euro, così come quella di Europa che avrebbe potuto portarsi dietro (l’Europa dei popoli – come si dice un po’ retoricamente -, non solo dei mercati), non fosse male, però non mi reputo abbastanza competente, né di materie economiche, né delle relative politiche, per poter sposare a ragion veduta questa o quella causa in merito al problema della moneta unica. Vedo però, anche come sindacalista, cosa sta succedendo nella carne viva del lavoro tutti i giorni, sento cosa raccontano lavoratori e altri sindacalisti e la lettura che ne da Bagnai calza perfettamente: un gigantesco trasferimento di reddito verso l’alto, in modo speciale verso la rendita finanziaria. E’ vero che non è il solo a fare questa diagnosi, (Luciano Gallino, per esempio, è uno che lo dice da tempo, senza invocare l’uscita dall’euro – mi pare -, ma Gallino è un sociologo), ormai lo sanno anche i muri, però sentirlo dire da un economista – e argomentato secondo logica economica – è una cosa interessante, come è interessante in generale tutta la sua analisi. Se non altro tenta di essere realistica.

  3. E che nel 2007 il rapporto debito “pubblico”/Pil fosse al 103% rafforza (secondo me) la tesi di Bagnai (che non è proprio sua, com’egli stesso dice, ma è suffragata dalle analisi di molti economisti – quelli non embedded – tra cui anche premi Nobel). Vale a dire che con l’arrivo della crisi targata a stelle e strisce, l’€pa ci ha messo del suo per renderla ancora più devastante. Ovvero, grazie a una moneta forte e al cambio fisso, e grazie agli squilibri strutturali tra le economie €pee, approfonditi anziché sanati dalla mancanza d’una politica fiscale comune, dai mancati trasferimenti fiscali Nord-Sud come un’Area valutaria ottimale richiederebbe e dalle politiche di austerità implementate nei paesi del sud, si è prodotto il crollo della domanda interna che ha costretto molte aziende a chiudere e ha accresciuto disoccupazione e cassa integrazione, mentre l’export italiano si arrabatta, ma non può certo compensare il crollo della domanda interna e il conseguiente impoverimento nazionale.

  4. Gli apprendisti-stregoni dell’eurozona manifestano la loro preoccupazione per il possibile collasso dell’euro. Ma se l’Italia tornerà alla cara vecchia lira e tutti gli altri paesi torneranno alle vecchie divise, in modo da poter accordare la propria economia alle necessità politiche degli Stati, è evidente, come sostiene con validi argomenti Bagnai, che a guadagnarci saranno i popoli e a rimetterci le banche. Il problema della fuoriuscita dall’euro è solo un problema di volontà politica, mentre il problema economico è tecnico, quindi secondario. D’altronde, prima si farà questa scelta e minori saranno i costi che ad essa si accompagneranno; la cosa peggiore sarebbe arrivarci sotto la sferza di una necessità non più eludibile e non più differibile, laddove, fin quando esistono dei margini di manovra, è ancora possibile coordinarsi con altri paesi a noi affini (Spagna, Grecia, Portogallo) e rafforzare i rapporti economici e politici, oltre che con l’area del Mediterraneo, con l’area dei paesi Brics, naturale punto di riferimento per le nostre esportazioni. D’altronde, uscire dall’euro non significa altro che liberarci dalla camicia di forza della Uem, cioè dal giogo del capitale finanziario transnazionale, e aprire uno spazio nuovo per il rilancio, su ben altre basi, dell’unità europea. Perfino la Germania, meno insipiente di altri governi (fra cui i nostri), la cui adesione all’euro è stata finora un atto di fede e una scelta masochista, sta riesumando il marco per fronteggiare la fine di quella moneta unica che pure le ha recato molti vantaggi. La verità è che in Europa la creazione artificiale e artificiosa dell’euro e la correlativa Unione europea stanno abortendo, come era del tutto normale che avvenisse in un periodo di crisi economica.
    Gli eurofili, che coincidono con i servitori più sciocchi dell’imperialismo Usa, strillano e si strappano i capelli, come se fossimo all’ultima spiaggia, eppure in quei paesi dell’Unione dove la valuta europea non è mai entrata l’economia non è affatto malridotta (dalla Danimarca alla Polonia, dall’Inghilterra alla Svezia e alla Repubblica ceca). Monti dette soddisfazione alla finanza internazionale colpendo senza pietà lavoratori e pensionati, eppure per la stampa di sinistra egli è stato il ‘salvatore della patria’, poiché il suo avvento, reso possibile da un colpo di Stato freddo, pose fine alla Sodoma e Gomorra di Berlusconi…per precipitarci però nella Gehenna, sacrificando diritti e risparmi dei ceti popolari al Moloch della speculazione finanziaria!
    La situazione dell’Italia è peggiorata a causa della depressione industriale aggravata dalla passività di governi che, per compiacere le Borse, hanno abbandonato le politiche industriali e gli accordi mondiali con le potenze emergenti. Ora siamo prossimi al ‘crash’ economico e finanziario; eppure, se guardassimo allo stesso debito pubblico con un’altra ottica, che non è quella delle agenzie di ‘rating’, scopriremmo che esso è anche un credito enorme a cui non è affatto impossibile attingere per finanziare un modello di sviluppo alternativo a quello neoliberista che ci sta portando alla rovina. Se l’euro diventerà la nostra tomba economica è solo perché le classi dirigenti italiane sia di destra sia di sinistra sia di centro (da Berlusconi a Prodi, da Ciampi a Dini, da Monti a Letta) si sono scavate la fossa politica con le loro stesse mani. Per codardia e antica vocazione al tradimento e alla servitù.

  5. Mi permetto di dissentire da Buffagni su Bagnai.
    Bagnai argomenta molto bene la tesi contraria all’euro, e certo non sarò io che metterò in dubbio le sue tesi, tesi di una persona che si nota bene essere molto competente.
    Ciò che io addebito a Bagnai è la parzialità della sua tesi. In altre parole, non basta dimostrare con tutte le evidenze che l’euro danneggia tanti paesi dell’eurozona, se non si dice nulla in positivo, ed in particolare cosa può succedere e che misure bisogna intraprendere il “day after”.
    Ricordo a chi magari non ha seguito il dibattito in proposito che molti tra coloro che vogliono l’abbandono dell’euro, vogliono anche uscire dall’unione europea, ad altri invece basta l’abbandono dell’euro.
    Altri ancora, e tra questi includo me stesso, ridimensionano limportanza della scelta sull’euro, convinti che il problema sia globale, sia anzi dovuto allo specifico tipo di globalizzazione che è stata attuata. La crisi è nata negli USA, questo è un fatto, a causa del debito privato, quelle delel grnadi banche che, apporfittando di una legislazione favorevole attuata da Clinton (nel lontano 1998), hanno risposto alla crisi di domanda e quindi di crescita, creando liquidità tramitye l’emissione dei più stravaganti titoli di credito privati, nella massima parte i noti derivati, nome sotto cui in realtà si raggruppano tipologie molto differenti di titoli. Nel momento in cui alcuni debitori non sono stati più in grado di restituire i loro debiti, immediatamente si è realizzata una situazione di insolvenza generalizzata che come sappiamo ha costretto Bush in uno degli ultimi atti della sua presidenza ad emettere circa 800 miliardi di dollari per salvare quasi l’intero sistema bancario USA. Le esigenze di liquidità da parte di questo sistema bancario ormai cronicamente malato (cioè in stato di effettivo fallimento), sono senza fine, tant’è che ogni mese ormai da anni la FED stampa ben 85 miliardi di dollari, proprio allo scopo di fornire la dose mensile di droga monetaria alle banche che, come i drogati veri, non guarisce certo per le dosi somministrate, non soffre, ma rimane comunque tossicodipendente, cioè fuori di metafora, fallito. Saggezza vorrebbe che i governi del mondo decidessero assieme di prendere atto di questo fallimento, lo sancissero predisponendo un sistema bancario pubblico di riserva, ma di saggezza nella politica internazionale non ne vedo granchè. Se continuerà questa politica di ripianare i crescenti debiti delle banche stsampando moneta, il risultato sarà lo scoppio improvviso di un’inflazione così forte che metterà in crisi lo stesso uso del denaro.
    Se quindi un medico mi dice che devo prendere l’antipiretico per fare scendere la temperatyura corporea senza dirmi che ho un’infezione in corso, questo medico non fa bene il proprio mestiere. Sì, l’antipiretico fa scendere la febbre, ma non guarisce il pazientre che anzi rishcia la propria stessa morte.
    Ecco, io sono con coloro che credono che l’euro sia la risposta più assurda e inappropriata per la crisi mondiale, ma non arriverò sino al punto di attribuire la crisi all’euro pensando così di risolvere tutto uscendo dall’euro. Non basta cioè riconoscere il danno causatyo dall’euro, bisogna capire il contesto generale perchè il giorno dopo essere usciti (meglio però prepararsi per tempo), dovremo sapere cosa fare.
    Personalmente sono fermamente convinto che bisogna difendersi dalla globalizzazione, ripristinando adeguate barriere doganali e dando default. Così, potremo avere una nostra politica fiscale, una nostra politica del lavoro e per il lavoro, e ci libereremo dei vincoli che la restituzione di un debito non restituibile ci pone.
    Al solito, come commento mi dilungo più del dovuto, ma nel contempo per la vastità del tema affrontato, il commento risulta troppo succinto. Magari, si può approfondire la questione nel dibattito.

  6. Caro Ferrero,
    che l’euro abbia creato una dinamica che accresce la competitività dei paesi del Nord e diminuisce la competitività dei paesi del Sud, e cioè in sintesi che l’euro ci rovini, non lo dice solo Gallino.
    L’ ha detto apertis verbis anche l’attuale Sottosegretario all’Economia Fassina nel suo intervento all’ultima direzione nazionale PD [v. qui: http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=5bCw-bS6KAg&t=230%5D.
    Una bella gatta da pelare, per lo psicoterapeuta di Fassina.

    Il problema è che il PD e la sinistra in generale, non solo italiana, hanno investito il loro intero capitale politico nell’avventura UE + euro.
    Il ceto dirigente della sinistra conosceva benissimo le conseguenze nefaste dell’euro, cioè di un vincolo monetario esterno, sull’Italia in generale e sul proprio blocco sociale ed elettorale in particolare (chi ci ha rimesso e ci rimetterà di più sono i lavoratori addetti a mansioni esecutive).
    Si veda qui il discorso, molto lucido, condivisibile e preveggente, che l’attuale Presidente della Repubblica G. Napolitano tenne alla Camera dei Deputati nel 1978, quando si discuteva dell’ingresso dell’Italia nel sistema di cambi fissi dello SME:
    “…la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità. E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.”
    […]
    “[c’è il rischio che] le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive.”
    (www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0383/sed0383.pdf).

    Il ceto dirigente della sinistra, insomma, per trent’anni e passa ha mentito, sapendo di mentire, al suo elettorato, e gli ha raccontato la favoletta che noi italiani siamo cattivi e corrotti e poveri perché c’è l’italiota Berlusconi & e la sua Corte dei Miracoli capeggiata da Batman Fiorito che gonfiano il debito pubblico accollandogli le loro evasioni fiscali, le loro troie, i loro SUV e le loro strafogate di fettuccine, aragoste e cocaina; ma se cacceremo Berlusconi e i suoi Proci/Porci, voteremo per la rigorosa sinistra e andremo umilmente a lezione dai buoni, parsimoniosi e onesti tedeschi, entreremo tutti, cantando l’Inno alla Gioia, nel pacifico Walhalla della Unione Europea, là dove scorrono fiumi di latte, miele, diritti umani, pannelli solari e sandali ortopedici con calzettone sanitario.

    In sintesi, il ceto dirigente della sinistra italiana ha mentito e guidato verso la rovina il suo blocco sociale e l’Italia perché dopo il passaggio di campo verso la NATO e il crollo dell’URSS, solo riciclandosi come campione dell’europeismo e di un nuovo atlantismo riteneva di poter accedere al governo del paese (e in effetti è andata proprio così, questo gli va riconosciuto: se poi sia un’aggravante o un’attenuante lo decida il lettore).

    Oggi, non vedo come il suddetto ceto dirigente della sinistra possa fare marcia indietro senza essere spazzato via, probabilmente con le cattive: e quindi continua a infilare se stesso e l’Italia in questa trappola, usque ad sanguinem (sanguinem altrui, sia ben chiaro).
    “Morire per Maastricht?” intitola un suo libretto il Presidente del Consiglio Letta; e si risponde “Yes, dulce et decorum est pro patria mori”: peccato che la patria di cui parla non sia l’Italia.

    Quanto alla destra, i gruppi di potere più legati alla grande industria hanno accolto con favore l’euro per la banale, miope venalità che li contraddistingue: perché garantiva una forte deflazione salariale, rendeva inevitabile l’introduzione della flessibilità del lavoro, e permetteva di delocalizzare senza tanti complimenti: quindi regalava un accrescimento del potere e dei profitti agli imprenditori (nel breve periodo, finché è andata bene: ma tanto nel lungo periodo siamo tutti morti, unica frase delle opere di Keynes ben nota anche a Confindustria).
    Questa scelta non è stata contrastata dai gruppi di potere legati alla media e piccola industria, sia per impotenza politica, sia per ignoranza delle reali conseguenze dell’euro, sia perché una sconfitta dei lavoratori faceva comodo anche a loro.

    Oggi gli effetti dell’euro si fanno sentire, con forza devastante, su tutto il tessuto industriale italiano, che sta cominciando a smagliarsi in modo veramente preoccupante, con chiusure a catena di aziende e acquisti da parte di stranieri, a prezzi sempre più stracciati, di imprese non solo piccole e medie, ma anche grandi e strategiche. Già si parla di una nuova ondata di privatizzazioni di aziende strategiche a partecipazione statale quali ENI, ENEL, Finmeccanica. Encore un effort…
    I piccoli e i medi imprenditori cominciano a sentire un gran freddo nelle ossa, e stanno cambiando idea sull’euro e la UE, “il Mostro Buono” come lo chiama H.M. Enzensberger.

    Sarebbe una gran bella cosa se cominciassero a capire l’antifona e a svegliarsi un po’ anche i lavoratori, disoccupati e non, e in generale il blocco sociale della sinistra italiana. Si spera che per l’agnizione non si dovranno attendere folgorazioni tipo Damasco quali la cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro nel pubblico impiego (anche insegnanti di ruolo, eh? attenti, ragazzi!), l’abolizione dalla sera alla mattina di tutte le polizie municipali e di tutti i posti da bidello, la chiusura della radiotelevisione di Stato, l’istituzione di appositi campi per la reclusione dei debitori verso lo Stato (5000 € di imposte non pagate = 1 anno di galera), la fissazione del salario minimo a 500 € mensili, etc.: tutti benefici dell’euro e della UE già regalati alla culla della civiltà europea, la Grecia, ridotta come mai l’Impero Persiano l’avrebbe conciata se alle Termopili, Maratona e Salamina le schiere elleniche se la fossero data a gambe.

    Certo che con il fuoco di sbarramento ideologico e mediatico pro euro che batte il suolo d’Italia – bel paese dove “il sì suona”, specie quando si tratta di rispondere ai superiori – non sarà facile.
    Proprio per questo mi sembra tanto meritevole l’opera di divulgazione e di verità che da un paio d’anni sta facendo, con minime forze, Alberto Bagnai. Bravo Bagnai, vai così.

  7. Caro Cucinotta,
    premessa: non sono un economista, né professionista né dilettante. Vado a buon senso (e a volte il buonsenso non basta) e cerco di vedere l’oggi alla luce dell’esperienza storica.
    Comunque. Sul day after (che non verrà mai troppo presto), dicono cose che mi sembrano plausibili sia Bagnai, nel suo libro e sul suo blog, sia Jacques Sapir, che sul suo sito http://russeurope.hypotheses.org/ ha pubblicato diversi articoli molto dettagliati su a) come fare b) che cosa succederà dopo.
    Sul problema globalizzazione e protezionismo sono d’accordo con lei. Ne parlava quasi trent’anni fa, inascoltato, il premio Nobel francese per l’economia Maurice Allais (se cerca su internet: “Lettre aux francais” trova il testo divulgativo a cui mi riferisco, e la bibliografia scientifica).
    La globalizzazione odierna non è un’invenzione originale. E’ la politica tradizionale degli imperi che giungono al loro apogeo: veda il “free trade” dell’Impero britannico nel XIX secolo, che in nome della libertà di commercio scatenò due guerre contro l’ Impero Cinese che resisteva alla libera circolazione dell’oppio.
    Come diceva Friedrich List, è una mossa quanto mai semplice: chi arriva in cima alla scala, la toglie, così gli altri non arrivano in vetta.
    Cito List perché il grande economista tedesco, artefice del decollo della potenza industriale tedesca della Germania dopo Bismarck, aveva studiato la mondializzazione e il free trade negli Stati Uniti del dopo guerra civile. Colà, la guerra civile si era combattuta tra un Sud liberoscambista (perché doveva esportare il suo cotone) e un Nord protezionista (perché doveva proteggere le sue industrie strategiche nascenti, in particolare siderurgica e meccanica, dall’industria matura britannica, incomparabilmente superiore per qualità e prezzi). Con la vittoria del Nord vinse anche il protezionismo, e decollò, in uno dei boom capitalistici più selvaggi e criminali che la storia ricordi, la potenza economica e politica statunitense.
    List infatti chiamava il sistema di protezione delle industrie strategiche “il Sistema Americano”. Lo stesso sistema americano, applicato in Germania vincendo le resistenze degli junker prussiani, liberoscambisti per le stesse ragioni dei cotonieri confederati, consentì il decollo della potenza tedesca.
    Uscire dall’euro non risolve tutto. Nessuno sano di mente lo sostiene. Non lo dice Bagnai, non lo dice Sapir, non lo dico, si parva licet, neanche io. Però uscire dall’euro è indispensabile per non asfissiare. Intanto proviamo a uscire, che non sarà per niente facile. Il resto, vedremo, discuteremo, ci litigheremo, ma intanto saremo vivi. Primum vivere, eccetera.

  8. Avviso a chi va in Grecia per le vacanze:

    “La Grèce entière et jusqu’en Crète se transforme en pays qui grince, et ses… grincheux, peuvent alors s’occuper davantage de ces rumeurs, plutôt que des nouvelles du jour. Comme par exemple, du licenciement annoncé, par le ministre lui-même jeudi 1er Aout, de la suppression de 1.500 postes de fonctionnaires, praticiens et agents à la Santé Publique, dont deux cent médecins. C’est également et surtout en cela, que nos visiteurs doivent comprendre et accepter certains dangers de notre pays.

    Dans une lettre adressée au ministre de la Santé et publiée par la presse locale le 12 juillet, le maire d’Amorgos Nikitas Roussos, dénonce en effet une situation déjà difficile, mais qui devient désormais insoutenable. Il proteste vivement suite au refus du SAMU grec d’évacuer par hélicoptère un blessé de la route depuis Amorgos. Et ceci, en dépit de demandes incessantes et insistantes des médecins d’Amorgos. Le malheureux blessé, déjà resté huit heures durant au dispensaire d’Amorgos sans que les médecins ne puissent agir efficacement au-delà des premiers secours, il fut finalement transféré en caïque jusqu’à Naxos, le tout par une très grosse mer. Les médecins du dispensaire de Naxos n’ont fait que constater la gravité de son cas, et demander à leur tour son transfert urgent vers Athènes. Finalement, et face à l’écœurement des médecins et l’indignation de tout le monde, le SAMU s’est résolu à dépêcher son hélicoptère à Naxos.
    […]
    La Grèce en danger, elle se transforme autant… en pays dangereux. Parfois de manière trop flagrante, et parfois en catimini pour ne pas faire mauvaise presse. Pays alors dangereux, pour ses travailleurs, ses habitants, ses immigrés, et même paraît-il, ses touristes. Cette semaine en Crète, trois touristes allemands auraient été agressés et frappés, d’après le reportage, “les agresseurs auraient été motivés par la nationalité de leurs victimes. Les trois allemands agressés n’ont pas souhaité leur transfert à l’hôpital.”. Plus tard, la… rumeur venue en bonus, affirmait que les trois allemands auraient déjà quitté la Grèce, ne souhaitant plus y poursuivre leurs vacances. On comprend.”

    http://www.greekcrisis.fr/2013/08/Fr0263.html#more

  9. Caro Massino,
    accolgo la sua puntualizzazione, ma osservo che essa non sposta in modo significativo i termini del problema. Infatti, è dal 1992 (governo Andreotti-Amato) che il rapporto debito/Pil viaggia al di sopra del 100%, raggiungendo l’apice del 127% nel 2012 con il governo Monti, quello del ‘salvatore della patria’…
    A questo proposito, vale la pena di precisare che l’origine del debito pubblico è un altro esempio di falsa spiegazione (per altro funzionale agli interessi dominanti), poiché i difensori di quegli interessi (tanto al governo quanto all’opposizione) si guardano bene dal dire (come fanno invece Bagnai e Badiale) che l’origine di tale debito non sta dal lato delle uscite, ma dal lato delle entrate. Queste ultime, grazie alle misure di detassazione dei profitti e al vero e proprio piano di sabotaggio dello ‘stato sociale’ posto in essere nel corso dell’ultimo ventennio anni, sono andate progressivamente diminuendo, talché il rapporto entrate/Pil da allora non è più aumentato. Orbene, come dimostrano i fatti precedenti, la spesa sociale, lungi dall’essere un regalo della fiscalità generale, rivela sempre più la sua vera natura di variabile dell’accumulazione del capitale in una fase di declino. Anche le progressive riduzioni del tasso di sconto decise dalla Bce non modificano, stante il ferreo vincolo di bilancio dal lato delle spese, una politica economica che continua ad essere fondata sui due dogmi monetaristi per cui: 1) + spesa pubblica = – investimenti privati, 2) un aumento di offerta di denaro superiore al Pil genera inflazione. D’altro canto, la storia insegna che le epoche di aumento della spesa pubblica e di pieno impiego hanno coinciso con la prima e con la seconda guerra mondiale, mentre sia la storia che la cronaca ci insegnano la funzione (non solo politica, ma anche e soprattutto) economica del permanente stato di guerra in cui (e di cui) vive la superpotenza mondiale. In effetti, sia la destra che la sinistra sono incapaci, sul piano teorico, di cogliere il nesso tra autovalorizzazione e capitalismo: quel nesso che spiega come mai la spesa pubblica incontra un limite nel momento in cui la redditività del capitale diminuisce, quel nesso che spiega come mai la domanda complessiva (= beni di consumo + beni di investimento) non aumenta e come mai la riduzione dei salari (sia diretti che indiretti) serve a questo preciso scopo, quel nesso che spiega come mai la costante di tutte le manovre finanziarie è sempre questa, quel nesso che esprime la tendenza al declino del saggio di profitto, iniziata per l’appunto negli anni ’70 e tipica dell’intera economia mondiale. La conclusione è che, rispetto alla crisi economica mondiale, non esistono né una fuoriuscita di destra (il liberismo puro è solo un’utopia reazionaria) né una fuoriuscita di sinistra (il keynesismo puro è un impraticabile sogno riformista). Infatti, le politiche economiche seguite dai governi borghesi (con o senza la partecipazione dei riformisti) non sono né carne né pesce, ma si limitano molto empiricamente a mescolare e dosare in misura variabile (ma dipendente, in buona sostanza, dalla natura di classe del blocco sociale di consenso) elementi propri di una politica di sostegno dell’offerta (= liberismo) con elementi propri di una politica di sostegno della domanda (= keynesismo). Gli ultimi decenni hanno posto fine perciò ai miti della sinistra (controllo sociale degli investimenti, salario come variabile indipendente, programmazione economica), dimostrando che il capitalismo non è controllabile. Ecco perché la sinistra non propone nulla, se non una versione edulcorata del programma della destra. Ecco perché, data la relazione esistente, secondo il noto teorema di Kalecki, fra democrazia, capitalismo e piena occupazione – relazione in virtù della quale i suddetti termini possono procedere, come la storia e l’economia del nostro secolo dimostrano, soltanto a due a due -, i margini sempre più ristretti della coppia ‘democrazia-capitalismo’ rendono matematicamente inevitabile il dilemma, che solo la lotta fra le classi potrà sciogliere, fra la coppia ‘capitalismo + piena occupazione’ (= fascismo) e la coppia ‘democrazia + piena occupazione’ (= socialismo).

  10. E a proposito di debito “pubblico” che cresce, si dimentica (io per primo, visto che di matematica non ne mastico molto: ah, gli umanisti!) che il rapporto debito/pil è, appunto, un rapporto, quindi a numeratore costante (il debito), se il denominatore diminuisce (e il pil italiano è diminuito, causa € e €usterity), il risultato (matematico, ma se vogliamo anche politico) è un aumento del debito.

  11. da: http://goofynomics.blogspot.it/2012/05/la-spesa-pubblica-al-bar-dello-sport.html
    Col copiaincolla i grafici non vengono. Chi è interessato se li va a vedere sul sito di Bagnai. Già che ci siamo, aggiungo che sul suo blog, Bagnai ha predisposto un percorso guidato di letture, molto chiaro ed esauriente, dove si dà risposta alle domande più frequenti sull’euro, e si criticano le obiezioni correnti all’uscita da questa truffa del secolo. In un paio d’ore si legge tutto.

    “giovedì 17 maggio 2012

    La spesa pubblica al bar dello Sport

    Domanda:

    Bene, dall’analisi costi/benefici di una permanenza nell’euro vs un’uscita potrebbe anche risultare conveniente uscirne. Non ci devono essere tabù.
    E poi?
    Lo stato resta, con la sua famelica voracità ed in più il potere di maneggiare la nuova Lira…col solo nuovo vincolo costituzionale sul deficit… ma non sulla spesa.
    Cosa sarebbe peggio?
    Forse, prima di decidere di restare o andare, ammesso che tale scelta sia mai all’ordine del giorno, bisognerebbe agire sulla reale origine dei mali italiani: la spesa pubblica che drena le risorse produttive del paese.
    Che ne pensa?
    Grazie mille,
    Giampaolo Ongaro

    Risposta:

    Penso che lei è uno che crede a quello che le dicono, il che può essere un bene o un male. L’idea che la spesa pubblica “dreni” le risorse produttive del paese è un ottimo luogo comune da prima serata.

    Replica:
    Mi aspettavo una risposta nel merito piuttosto che una battuta. Giannino è pazzo?

    Controreplica:

    Vede, lei se la prende perché l’ho liquidata con una battuta, e vuole una risposta “nel merito”? E io gliela do, sperando di essere chiaro. Dopo di che forse intuirà perché a certi argomenti chi i dati li conosce è fortemente tentato di rispondere con una battuta.

    La sua idea che la spesa pubblica “dreni” (un economista direbbe “spiazzi”) risorse è estremamente semplicistica, si appoggia a modelli discutibili, e le assicuro che sul piano dottrinale è molto più controversa di quanto non sia nei dibattiti da bar. Va bene così?

    L’Italia ha sì un problema strutturale di deficit pubblico, credo di essermene accorto in venti anni che lo studio. Le faccio notare che questo problema è strutturale, preesisteva alla crisi, e anzi prima della crisi l’Italia stava lentamente rientrando dal deficit pubblico:

    2001 -3.1
    2002 -3.0
    2003 -3.5
    2004 -3.5
    2005 -4.4
    2006 -3.3
    2007 -1.5

    (i dati sono in punti di Pil e vengono dal database del Fmi).

    Vede? Dopo aver raggiunto un picco nel 2005 per motivi congiunturali, nel 2007 (anno precedente alla crisi) il deficit si era dimezzato rispetto al valore del 2001. Il deficit pubblico quindi non è la causa dei nostri problemi attuali (ma certo rimane una circostanza aggravante). Ma certo, lei forse si ricorderà come funzionava al tempo della cosiddetta aviaria: “un’altra vittima dell’aviaria!” (titolo strillato)… poi, sottovoce, nascosto fra le righe: “il virus è stato trovato su un vecchio ottantenne malato di tumore al polmone che si è gettato dalla finestra”… Si sa come i giornali graduano le cause e gli effetti: allora il problema era far vendere il vaccino alle industrie farmaceutiche. Oggi il problema è salvare le banche. E quindi dare la colpa allo Stato cattivo (mentre gli si chiedono i soldi).

    Il nostro deficit è composto essenzialmente da spesa corrente per interessi, cioè è legato alle dimensioni del debito, che effettivamente costituiscono un problema. Da cosa si vede? Semplice: dal fatto che il saldo primario (al netto degli interessi) è costantemente e consistentemente positivo:

    1999 4.6
    2000 5.2
    2001 2.9
    2002 2.4
    2003 1.4
    2004 1.1
    2005 0.1
    2006 1.1
    2007 3.2

    Le chiarisco un punto che potrebbe sfuggirle. Se, ad esempio, nel 2007 il nostro saldo primario era di 3.2, ma il saldo complessivo di -1.5, questo significa che la spesa per interessi era di 4.7 punti di Pil (complessivo=primario-interessi=3.2-4.7=-1.5).

    Ci siamo, nel merito, come piace a lei?

    Quindi il problema a monte della spesa è chiaramente il debito, che determina l’enorme spesa per interessi (della quale possiamo solo aspettarci che riesploda nei prossimi anni, a causa dello spread). A spanna, se il nostro debito fosse quello che i parametri di Maastricht richiedono, cioè quello che era alla fine degli anni ’70, noi nel 2007 avremmo pagato 2.5 punti di Pil di spesa per interessi, e quindi avremmo avuto un surplus complessivo di quasi un punto di Pil (3.2-2.5=0.7).

    Sa quando è sorto il problema del debito? Glielo dico subito: dopo il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, effettuato come parte integrante del percorso verso l’Euro(pa), contestualmente all’ingresso nel Sistema Monetario Europeo. Perché? Semplice. Perché l’ingresso nello Sme obbligava l’Italia ad adottare una politica monetaria restrittiva (alti tassi di interesse) per “difendere” il valore del cambio. Il tasso di interesse reale ha superato il tasso di crescita e l’Italia ha cominciato a indebitarsi per pagare gli interessi sul debito. Vuole vederlo? Eccolo qua:

    È ampiamente riconosciuto da chi non adotta un approccio ottusamente ideologico che il percorso “europeo”, intrapreso per questi nobili scopi, ha avuto come “danno collaterale” l’esplosione del debito pubblico, con la quale la spesa primaria c’entra poco, perché mentre il debito raddoppiava, essa restava costante in rapporto al Pil (32% nel 1980, 36% nel 2000), mentre c’entra quella per interessi, che raddoppiava (dal 5% nel 1980 fino a oltre l’11% a metà degli anni ’90, per poi ridiscendere quando il debito, come vedrà dalla Fig. 1, si stabilizza). Vuole vederlo? Eccolo qua:

    Vede? La spesa primaria sale fino all’inizio degli anni ’80, poi si stabilizza. Ma in Fig. 1 vedrà che è proprio da allora che il debito comincia a correre.

    Vuole il parere di un esperto? Nicola Acocella “La politica economica nell’era della globalizzazione”, p. 122: “Quanto poi la scelta di ricorrere a un fattore esterno di disciplina sia stata coronata da successo… e quanto invece abbia imposto sforzi eccessivi in termini di elevati tassi di interesse e, quindi, di aggravamento del debito pubblico è materia che deve essere ancora serenamente valutata, in particolare alla luce della svalutazione della lira avvenuta nel 1992”. Direi che alla luce della crisi che stiamo vivendo, i benefici del vincolo esterno non si vedono, i costi invece ci sono tutti, e si vedono bene in Fig. 1.

    Tornando all’età dell’euro, nel periodo dell’euro, dal 1999 al 2007, l’Italia è stata più virtuosa degli altri paesi europei. Ce lo dice la media del saldo primario in rapporto al Pil:

    Ireland 2.9
    Italy 2.4
    Spain 2.2
    Netherlands 1.7
    Austria 0.7
    Germany 0.4
    Greece 0.4
    France -0.1
    Portugal -1.2

    Solo l’Irlanda ha avuto uno stato più “risparmioso”, ma non le è servito perché essa aveva ben altri squilibri strutturali, che noi non abbiamo (ancora), dovuti agli ingenti afflussi di capitale estero, i quali non sono sempre benefici, talora sono venefici, come ho spiegato su lavoce.info. La Germania, tanto virtuosa, ha avuto un saldo primario pari a un sesto del nostro, e del resto abbiamo visto che la sua crescita è stata trainata in buona parte dalla spesa pubblica, e abbiamo anche visto per quali motivi: sostanzialmente per finanziare una svalutazione reale competitiva ai danni della periferia, violando il patto diStabilità per sostenere i costi sociali delle sue “riforme” del mercato dellavoro (deprecate perfino dalle Nazioni Unite per il loro carattere unilaterale, foriero di instabilità strutturale per l’intera area euro).

    Certo, il governo italiano ha risparmiato anche perché era costretto a farlo, data la pesante eredità che aveva. Ma una eredità simile ce l’avevano anche altri governi, che non si sono comportati altrettanto bene. Quindi finiamola anche con la storia che la colpa è di Berlusconi sempre e comunque, perché questo nei dati non c’è.

    Ah, ma lei parla di spesa, quindi, mi dirà, non è significativo parlare di deficit, perché in fondo lo Stato italiano potrebbe essere risparmiatore a spese del contribuente: spende tantissimo e tassa tantissimo. Orrore! Solo che le cose non stanno così. Nel periodo 1999-2007 il rapporto fra spesa pubblica complessiva e Pil nei paesi dell’eurozona è stato questo:

    France 53
    Austria 51
    Italy 48
    Germany 47
    Netherlands 46
    Greece 45
    Portugal 43
    Spain 39
    Ireland 33

    L’Italia arriva terza, dopo la Francia (5 punti di Pil in più) e l’Austria (tre punti di Pil in più), mentre la Germania, la virtuosissima Germania, è indietro, distante, distantissima, a, si figuri, ben un punto (dicesi 1 punto) di Pil in meno di spesa pubblica. Lo sapeva? Credo di no. Ecco, ora lo sa. Quindi “spesa pubblica” è una parola che al bar Sport dice più di quanto dica nella realtà e anche nella teoria economica. Tant’è vero che il paese meno spendaccione chi era? Guarda un po’, or vedi sorpresa: l’Irlanda. Che infatti aveva un debito pubblico bassissimo e un debito estero altissimo. Secondo lei, cosa l’ha mandata per aria?

    Ricapitolando: la rigidità del cambio, che lei lo colga o meno, è stata evidentemente una parte del problema della spesa (imponendo politiche di alti tassi di interesse e avviando l’Italia nella spirale del debito), e la sua rimozione dovrà essere una parte della soluzione. Se le interessa la Francia, per dirne una, ha avuto dinamiche simili dopo il suo “divorzio” (nel 1973).

    Giannino è un simpatico showman, del quale talora apprezzo le analisi e sempre apprezzo l’unica cosa che certamente abbiamo in comune: il narcisismo. Sta a lei decidere adesso chi se lo può permettere di più, se Goofy, o Giannino. Siamo in democrazia. Nel frattempo sto valutando l’ipotesi di farmi crescere dei baffi a manubrio. Fanno molto Maupassant, che resta uno dei miei autori preferiti.

    E la morale della favola è che se non volete essere liquidati con una battuta… non cominciate voi!

  12. Caro Buffagni,
    vorrei solo precisare meglio la mia affermazione sul trasferimento di reddito. Forse si era capito lo stesso, ma io ne do un’interpretazione di classe, piuttosto che geopolitica, come mi pare faccia lei nel rispondere indirettamente al mio commento. Interpretazione di classe tra l’altro in linea con quello che dice il già più volte citato Gallino. Che poi esista anche il fenomeno in base al quale, nella attuale congiuntura, si stanno arricchendo i paesi dell’area tedesca (chiamiamola così), è un fatto di acclarata evidenza, ma a premeva sottolineare il carattere pervasivo di questa espropriazione all’incontrario di ricchezza, per la quale la cosiddetta forbice sociale si sta allargando anche nei paesi che stanno vincendo la competizione economica internazionale. La solita vecchia – piaccia o non piaccia – lotta di classe, marxianamente decisa dai rapporti di forza, dal grado di sviluppo delle forze produttive e, aggiungerei, dal grado di consapevolezza e di maturità politica di chi dovrebbe guidare le classi subalterne. E’ vero, sono affermazioni assolutamente generali, arcinote, ma che poi mancano della sostanza della prassi, per non parlare della assoluta mancanza di prospettiva e, forse, di capacità di lettura della realtà che affligge il soggetto politico di cui ho accennato più sopra, cioè la sinistra – laddove, ben inteso, si possa ancora parlare di sinistra. Almeno, questa è la mia impressione.
    Aggiungo solo, ma come espressione di perplessità, che leggere di frontiere, passaporti e dazi doganali, in Europa, mi da un leggero brivido! Insomma, tornare ad un’Europa delle nazioni, magari fortemente identitarie, mi sa di film già visto… non è certo quello che auspica Bagnai, però forse il rischio c’è: la storia non si ripete, è vero, forse neanche come farsa, ma potrebbe essere come quei bravi compositori (come Bach, per esempio) che sanno imbastire moltissime variazioni su un unico tema. Tanto più che le implicazioni politiche di tale svolta non sono neanche molto chiare allo stesso Bagnai, come ammette nella presentazione del suo libro.

  13. Caro Ferrero,
    io sono per l’interclassismo, e *proprio per questo* le do ragione.
    Certo, l’euro è anzitutto uno strumento bellico al servizio delle guerra di classe, messo a punto e utilizzato dalle armate avverse ai lavoratori. Se non fosse stato uno strumento di guerra di classe (per una guerra di sterminio di classe, volta a distruggere cento anni di conquiste dei lavoratori) chi avrebbe persuaso le varie Confindustrie francese, italiana, spagnola, greca, etc., a infilarsi in questa trappola mortale per le nazioni sulle quali, bene o male, campano anche loro (almeno finché non vendono o non delocalizzano tutto)?
    Resta meno immediatamente logico e comprensibile che la sinistra europea abbia allegramente adottato, propagandato e raccomandato caldamente ai suoi elettori questo strumento di guerra di sterminio di classe. Non voglio tirare in ballo parole grosse tipo traditori, collaborazionisti, voltagabbana, venduti, etc. Ricordo soltanto, a parziale scusante di questi signori, che Vidkun Quisling ci credeva sinceramente, nel progetto hitleriano di Europa unita. Poi è andata male, e il povero Vidkun è diventato una locuzione proverbiale.
    Quanto a passaporti e frontiere, le segnalo che a) uscire dall’euro non significa uscire dalla UE, e tanto meno uscire dall’Europa, che non ha mai fatto a meno dell’Italia nei millenni della sua esistenza b) l’eventuale introduzione di protezionismi (nazionali, regionali o continentali) e la denuncia di Schengen non sono né la fine del mondo né il prodromo a una guerra intraeuropea c) invece di guerre intraeuropee ne abbiamo avute, *con la UE*, più di una, e vi ha partecipato – illegalmente – anche l’Italia (governo D’Alema, bombardamento di Belgrado, operazione Kosovo, 1991).
    Per tornare alla questione “lotta di classe”, le propongo un quesito: è più facile spostare il lavoro o i capitali? Io direi che è più facile spostare i capitali. Se lei vuole mantenere un minimo di controllo sui capitali, e di conseguenza un minimo di controllo sulle condizioni di lavoro e i salari, le converrà non spalancare le porte d’Italia, e ritornare, come un tempo accadeva senza che il Duce uscisse a dichiarare guerra sul balcone di Palazzo Venezia, a subordinare gli investimenti stranieri in Italia, e gli investimenti italiani all’estero, al benestare dei competenti ministeri.
    A proposito di guerra, mi viene in mente una cosa che disse, tanti anni fa, Federico Caffè (sono certo della citazione, ma la riporto a memoria, e non ho modo di indicarle dove può controllarla): “L’Italia è entrata nello SME [papà e prova generale dell’euro] con la stessa incoscienza con la quale è entrata nella Seconda Guerra Mondiale”.
    Per concludere. Secondo me, se c’è qualcosa che la UE e l’euro producono di sicuro, è la rinascita dei nazionalismi. Badi: nazionalismi, e non patriottismi. I patriottismi sono salute, i nazionalismi malattia (che può anche diventare molto grave, addirittura mortale).
    L’Europa falsa, cioè la UE, scaccia l’Europa vera, cioè la realtà politica e culturale plurimillenaria che tutti amiamo, e alla quale tutti dobbiamo di essere quel che siamo diventati. Come vuole che la pensi, di questa Europa fasulla, un popolo che viene impoverito, umiliato, depredato, ridotto a far fuggire le sue forze migliori e più fresche, costretto alla disperazione e all’anomia? (E in più gli fanno anche la morale col ditino alzato, questi farisei!)
    Nell’articolo di Panagiotis Grigoriou che ho riportato più sopra, si racconta che tre turisti tedeschi a Creta sono stati aggrediti e picchiati *perché tedeschi*. Lo trova strano? Io mi stupisco che gli aggrediti siano così pochi, e che se la siano cavata con qualche pugno: in Grecia ci sono centinaia di persone che si suicidano per la disperazione, anche madri che si ammazzano abbandonando i figli.
    Da amici greci tutt’altro che golpisti o fascisti sento che nelle conversazioni, sempre più spesso qualcuno salta su a dire: “La nostra unica speranza è un colpo di Stato dell’esercito”, e i presenti sono d’accordo: perché, probabilmente, è vero. Noti che tutti costoro ricordano che cosa fu la dittatura dei colonnelli greci, e mai ne furono dei fan.
    Parlo della Grecia perché quello è il girone infernale più profondo di questa megatrappola; ma noi non è che siamo tanto lontani da quel destino. Siamo più grossi, ma il mare, il naufragio e gli squali sono gli stessi. Per mangiarsi l’Italia ci vorrà solo più tempo, e/o più squali.
    Quanto alle “implicazioni politiche” dell’uscita dall’euro, naturalmente nessuno può sapere sul serio quali sarebbero. Io solo questo dico: se tu vedi che restando dove sei muori, spostati. Discorsi tipo “spostiamoci a sinistra” o “spostiamoci a destra” concludono solo a restare fermi, e a morire. Chi prendesse l’iniziativa, di destra o di sinistra o di centro o di Alfa Centauri che fosse, ne avrà onori e oneri: la responsabilità – merito e colpa – è sua.

  14. La fuoriuscita dall’euro è un obiettivo che riveste un significato strategico per il futuro della nostra nazione. Ribadisco perciò il punto: occorre avere il coraggio di rompere nella maniera più radicale con un quadro economico, politico e istituzionale che è sempre più costrittivo e regressivo: l’Unione europea e il marco rivalutato, denominato correntemente ‘euro’. In effetti, una politica diretta a contrastare la crescente disoccupazione di massa e quindi a creare, ponendo ben precisi limiti alla formazione del marxiano “esercito industriale di riserva”, le condizioni di base per superare la stagnazione salariale, implica una tassazione progressiva e una drastica tassazione delle rendite. Orbene, è realistico pensare ad una politica fiscale e finanziaria di questo tipo senza introdurre limiti alla libera circolazione dei capitali e quindi senza uscire dalla Ue, che si basa invece sulla libera circolazione dei capitali?
    È evidente che una politica diretta a combattere la disoccupazione e quindi ad ottenere un aumento dei salari implica, in una fase storica in cui emergono con forza paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, provvedimenti protezionistici relativi a specifici settori e quindi, anche su questo versante, l’uscita dalla Ue. La ripresa delle esportazioni verso i paesi europei implica, a sua volta, il ritorno alla moneta nazionale svalutata. Da ultimo, il ritorno alla moneta nazionale svalutata e opportune barriere protezionistiche potrebbero far risorgere quelle realtà produttive che sono state sacrificate al dogma della moneta unica e della dogana unica.
    Se per attuare la fuoriuscita dall’euro e dalla Ue (questa è la giusta via da seguire, ben diversa sia dal terrorismo euromonetario della fazione filotedesca sia dal vicolo cieco di un velleitario rifiuto del debito, agitato da fazioni massimaliste, ma in realtà opportuniste) si deve ripristinare la centralità del settore pubblico dell’economia, attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e di indirizzo degli stessi investimenti privati sino ad introdurre elementi di pianificazione economica, come è possibile farlo rimanendo nella Ue che è uno spazio senza frontiere dominato dalla concorrenza, che non permette né monopoli né posizioni dominanti e neanche aiuti di Stato?
    Per attuare questa strategia di “rinazionalizzazione” occorre, peraltro, nazionalizzare le banche e fare del credito un pubblico servizio, rompendo anche su questo terreno con la concezione e con la pratica privatistiche della Ue. Forse che nel “trentennio glorioso” nel quale sono state applicate queste scelte politiche vigevano la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, il terrore dell’inflazione e la regola della concorrenza, o invece si giungeva a nazionalizzare l’energia elettrica e a creare e mantenere tutta una serie di monopoli tramite le partecipazioni statali?
    Da venticinque anni la sinistra socialista e comunista predica al vento, perché ha accettato premesse che tolgono ogni senso ai programmi che essa propone. Che senso ha attendere che l’Ue si disintegri da sola per l’irrazionalità di un sistema che genera necessariamente e costantemente squilibri micidiali? Perché non prendere atto che lo Stato sociale è per sua natura uno Stato sociale nazionale, mentre uno spazio aperto senza frontiere, privo di un potere politico centrale, non può che essere uno spazio dominato dal capitale?
    Si capisce perché la sinistra rifiuta di prendere atto della verità. Dovrebbe riconoscere che da quasi trent’anni è legata a premesse che negano totalmente i fini enunciati. Ma tutto ciò ha comportato il sacrificio degli interessi operai e popolari che la sinistra avrebbe dovuto difendere. Mai come ora conviene applicare il detto: “meglio tardi che mai”. Infatti, più il tempo passa e più tutto quello che hanno costruito generazioni di italiani rischia di andare perduto, compresa l’unità della nazione.

  15. Caro Buffagni,
    mi rivolgo spèecificamente a lei perchè prendo spunto dalla sua risposta al mio precedente intervento, ma in verità vedo che qui tutti gli intervenuti praticamente la pensano come lei.
    Trovo preoccupante che anche qui si verifichi la palese incapacità di guardare alla situazione in modo organico, che pare costituire una caratteristica dei nostri tempi, ed in particolare del nostro paese.
    E’ ciò che vedo ogni volta che ricordo la causa della crisi attuale, e il fatto che essa si stia incancrenendo, che si va disegnando un quadro internazionale in cui in sostanza domina la paura e il riflesso condizionato a trasferire in un futuro non meglio precisato la soluzione di problemi che invece andrebbero risolti oggi.
    Naturalmente, accetterei ben volentieri un’argomentazione che smentisse la mia visione “catastrofista” dell’economia globale, mi viene più difficile quella sorta di rimozione collettiva che vedo attorno a me.
    Il risultato è che tutti gli interventi si concentrano non sulla questione centrale e più grave, ma su quella che è riuscita per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo ricostruire, a guadagnare il centro della scena mediatica.
    In questo modo, alla posizione dominante e che vede come figura di riferimento principale Napolitano, favorevole all’euro ed alle scellerate scelte di politica economica, si va contrapponendo un fronte che più eterogeneo non potrebbe essere.
    Accanto a Bagnai che ha assunto il ruolo di protagonista del movimento anti-euro dal punto di vista tecnico, vedo schierarsi una parte della destra fino a coinvolgere frange dello stesso PDL, e gran parte dello schieramento a sinistra del PD. Così, a Bagnai che non nasconde di voler promuovere una politica neo-keynesiana che possa fare ripartire la crescita del PIL, si sono aggregate gran parte delle forze ambientaliste che al contrario vedono come fumo negli occhi la crescita del PIL come via d’uscita dalla crisi.
    Soprattutto, ciò che mi preoccupa è che si evochi ancora una volta Keynes, apparentemente senza capire che mai l’occidente ha creato tanta liquidità, e che crearne ancora di più con tutta evidenza non può rappresentare la soluzione della crisi. Il paradosso della liquidità enorme e della carenza evidente di risorse finanziarie da parte delle imprese, sta tutta nelle abnormi esigenze di liquidità del sistema bancario che assorbe praticamente l’intera massa della liquidità che le banche centrali continuano ad immettere nel sistema. D’altra parte, a questa avidità delle banche non c’è modo di porre riparo, perchè senza ingurgitare tutta questa liquidità, il sistema bancario fallirebbe nel giro di poche settimane. Non v’è in realtà alcuna alternativa, bisogna necessariamente lasciare fallire questo sistema bancario privato malato, per questi commensali bulemici bancari il cibo non è mai abbastanza, e per gli altri commensali che si contenterebbero della loro modesta porzione, cibo non ve ne sarà in nessun caso, per potere mangiare anche noi, bisogna espelelre dalal tavola le banche bulemiche, e bisogna farlo subito.
    La mia opinione è che questo falso equilibrio che è stato raggiunto obbligando gli stati a inondare l’economia di liquidità, non durerà a lungo, penso che prima della fine dell’attuale decennio vi sarà il redde rationem. Ecco perchè per me diventa prioritario che l’Italia esca dal circuito globale prima che ciò avvenga, essere dentro o fuori dall’eurozona a quel punto sarà irrilevante.

  16. Caro Cucinotta,
    anzitutto premetto che non sono in grado di darle una risposta esauriente.
    Io non so leggere tecnicamente le ragioni economiche della crisi mondiale e finanziaria in atto, e non so se darle ragione o torto, non so neanche analizzare seriamente le questioni che lei mi propone.
    Qualcosa di più comprendo sul piano geopolitico. Per come la vedo io, la crisi economica in atto è la manifestazione di superficie degli scontri politici mondiali che si sono aperti con l’implosione dell’URSS, e il tentativo fallito degli USA di fondare un unipolarismo praticabile (che sia fallito lo dimostra l’attuale isolamento politico degli USA).
    Fallito quel tentativo, si sta lentamente e faticosamente costituendo un multipolarismo, nel quale gli schieramenti non sono ancora solidamente formati; e in cui l’unica potenza di prim’ordine che pare (pare) schierarsi irrevocabilmente contro gli USA è la Russia. E’ una situazione delicata e pericolosa, nel corso della quale si potrebbero verificare anche scontri armati di prima grandezza.
    Secondo il mio modo di vedere, a decidere in ultima istanza è la politica, e in particolare la geopolitica. L’economia, per quanto sia grande la sua importanza, visto che l’oro è il nerbo della guerra, non mi sembra abbia carattere di causa prima. Lo stesso vale, a maggior ragione, per la finanza, etc.
    Posso sbagliarmi, ma questa è la mia formazione, e non me ne posso improvvisare un’altra. Aggiungo che l’impostazione delle sue analisi mi è completamente estranea (non dico che sia sbagliata, dico che non è la mia e stento a immedesimarmi nelle categorie da lei usate). Lei ragiona della crisi economica mondiale, delle sue cause – ad esempio, il sistema bancario malato – e dei suoi possibili rimedi come se avesse di fronte un problema di tipo ingegneristico o fisico, da risolvere in base a una comprensione analitica e all’applicazione delle procedure tecnicamente corrette.
    Io vedo anzitutto i conflitti fra nazioni, popoli, classi, etc., e dunque scarto a priori ogni possibilità di pacifico accordo tecnico per la risoluzione delle crisi. Le crisi si risolvono, quando si risolvono, e comunque sempre provvisoriamente, per mezzo dei conflitti, aperti o coperti che siano, e quando lo scontro fra i contendenti abbia chiarito qual il nuovo equilibrio delle potenze in campo. Una volta risolto il problema di base, cioè “chi comanda e in nome di che cosa” (altrimenti detto, la forza e la legittimità), tutto il resto si accoda e si adatta, anche il sistema bancario, i titoli tossici, la finanza folle, etc.
    Quanto alla questione euro, le dico quanto segue, liofilizzando in una pillola, perché su cose del genere o molto lunghi o molto brevi.
    Uscire dall’euro, per l’Italia e in generale per le nazioni europee del Meridione, è una necessità vitale, sia economica sia politica. Se l’Europa, ingabbiata nella UE, procede indisturbata lungo il cammino intrapreso, che prevede anche un accordo commerciale e giuridico privilegiato con gli USA, si condanna alla subordinazione definitiva e alla perdita di ogni speranza di ritrovare un ruolo autonomo nella politica mondiale per almeno altre due o tre generazioni.
    Tornando al discorso geopolitico accennato più sopra, mi sembra che gli schieramenti in campo si stiano formando lungo un clivage abbastanza chiaro: mondialismo a guida USA/sovranità nazionali. Non c’è bisogno che le dica da che parte vorrei che si schierasse il nostro paese. Per farlo, è indispensabile uscire dall’euro, che insieme alla UE è il principale strumento destrutturante delle nazioni e delle autonomie politiche europee.
    Non sono la persona adatta per parlare seriamente di keynesismo, di uscite da destra o da sinistra dall’euro, etc. Ne so molto poco, e francamente mi interessa fin lì.
    A me interessa che i popoli e le nazioni europee, anzitutto l’Italia visto che sono italiano, riprendano in mano il proprio destino, e la piantino di vivere per procura come un minus habens giuridicamente interdetto, emozionandosi vicariamente col patriottismo per conto terzi, americano o tedesco che sia, o con le chiacchiere farisaiche dei diritti umani. Mi interessa che torniamo a vivere da adulti, non so se sono abbastanza chiaro: perché a vivere così, a parte che è una cosa gravemente umiliante, la cultura europea si spegne. Senza la sfida dell’indipendenza e della storia, qui passiamo i prossimi secoli a pettinare le bambole. Non ho niente contro i parrucchieri, ma forse qualcosina di più lo potremmo tentare.
    Ripeto: secondo me, l’obiettivo politico di valore strategico immediato è buttare giù il muro UE, e uscire dalla trappola euro. Si possono anche fare previsioni sulle conseguenze politiche, ma non sarebbero molto più che letture dei fondi di caffè. L’unica previsione che mi sento di fare e che mi sembri sensata è questa: che la nazione europea che abbattesse il muro euro/UE (e che probabilmente non sarà l’Italia, ma la Francia) si troverebbe dinnanzi al compito politico inevitabile di una ristrutturazione delle alleanze, in breve si troverebbe costretta, volens nolens, a fare grande politica. In casi del genere, fare previsioni è futile.

  17. È ormai evidente che la crisi in cui ci troviamo impone scelte drammatiche al sistema capitalistico. Infatti, misure tese a provocare la detumescenza del semplice ‘valore contabile’ del capitale non rappresentano una soluzione di lungo periodo se non vengono associate ad una distruzione fisica del capitale sovraccumulato intesa sia in termini di capitale costante che in termini di capitale variabile. Alla tassativa necessità della svalorizzazione non può quindi sottrarsi nessuno dei soggetti coinvolti nella gestione della crisi: Stati, governi, finanza, industria e classi sociali. Merita allora di essere sottolineato un elemento assolutamente centrale che viene nascosto da tutti: è stata la crisi dell’economia reale a scatenare la crisi finanziaria (e non viceversa), anche se in séguito la crisi finanziaria ha aggravato le condizioni dell’economia reale.
    Orbene, la prima reazione alla crisi del 2007-2008, comune sia alla Federal Reserve americana che agli Stati europei, fu quella di immettere nel sistema finanziario una massa enorme di mezzi monetari per impedire l’esplosione della bolla speculativa. Sennonché, da un lato il salvataggio delle banche ha determinato un ulteriore aggravamento dei debiti pubblici e, dall’altro, questa sorta di ‘socialismo delle banche’ posto in atto dalle autorità centrali ha riportato il settore finanziario a macinare nuovi profitti, senza che tutto ciò giovasse al rilancio della produzione. Così, i capitali ricevuti dagli Stati sono stati utilizzati dal settore finanziario per speculare in modo ancor più violento contro i debiti pubblici degli Stati stessi, producendo il risultato paradossale di creare una situazione prossima al ‘default’.
    Si tratta di capire, d’altronde, la ragione per cui la speculazione non ha agito indistintamente contro tutti i debiti pubblici, ma si è particolarmente concentrata contro i debiti pubblici degli Stati dell’euro-zona e contro l’euro. La risposta è la seguente: l’euro, creazione artificiale e artificiosa essendo una moneta che non ha alle spalle una vera banca centrale, è nata come moneta che aspirava a fare una seria concorrenza al dollaro. Il motivo della concorrenza non era semplicemente di attrarre capitali monetari e speculativi, ma quello, molto più consistente, di costruire un polo monetario e finanziario europeo in grado di competere con quello americano nell’appropriazione della ricchezza prodotta in tutto il mondo. In effetti, anche se oggi appare soprattutto come “denaro che crea denaro”, la finanza, nella realtà capitalistica moderna, svolge il ruolo fondamentale di centralizzazione dei profitti, e svolge tale ruolo indipendentemente da quale sia il settore o l’ambito geografico da cui deriva il profitto in questione. La finanza si appropria, dunque, della parte preponderante del plusvalore prodotto e la moltiplicazione degli utili finanziari si traduce in una parossistica pressione sulla produzione di plusvalore, di cui esige una crescita continua sia in termini di massa del plusvalore che di saggio del plusvalore. In tal modo, la finanza diviene un moltiplicatore del profitto e della marxiana “sussunzione reale”, da parte del capitalismo, di economie pre-capitalistiche e dell’intera vita degli esseri umani nelle economie pienamente capitalistiche. Questo processo di sistematica spoliazione ha fatto affluire in Occidente risorse tali da garantire il livello dei profitti, assieme ad una crescente diffusione del consumo ‘a credito’, divenuto indispensabile sia per il ceto medio che per il proletariato come mezzo per compensare la riduzione dei redditi e dei salari.
    Con la nascita dell’euro, l’Ue si proponeva perciò di determinare degli equilibri diversi tra le due aree dominanti, quella anglo-americana e quella europea. Tuttavia, nella fase iniziale della sua introduzione l’euro non è stato in grado di sviluppare un’effettiva concorrenza rispetto al dollaro, benché Saddam Hussein progettasse, per esempio, un mercato del petrolio in euro anziché in dollari. Nello stesso senso agivano altre spinte a creare mercati monetari indipendenti dal dollaro (basti pensare al progetto, coltivato da Gheddafi, della moneta africana, il dinaro d’oro), ossia ‘mercati comuni’, a base regionale, autonomi dai centri mondiali dell’imperialismo. Queste tendenze costituivano chiaramente una minaccia per il predominio del dollaro (e, di riflesso, per il predominio degli Usa come beneficiari della quota più alta dell’usura mondiale): minaccia a cui gli Usa hanno reagito usando anche, quando necessario, la violenza militare. Naturalmente, una simile politica è stata possibile in quanto gli Usa sono la principale potenza militare e finanziaria mondiale, ma soprattutto perché sono la potenza decisiva per garantire la stabilità mondiale, ossia per impedire che da qualsiasi parte del mondo possa nascere una seria minaccia per la permanenza del sistema capitalistico attuale, che vede sottomessi i 3/4 del mondo all’unico quarto costituito da Nord America, Oceania ed Europa (con una propaggine in Asia, il Giappone). È accaduto, pertanto, che, dopo le prime avvisaglie della crisi, tutti gli Stati capitalistici si sono uniformati alle direttive del governo Usa e della Federal Reserve e gli attivi delle banche, che rischiavano il fallimento a causa della tossicità di un gran numero di titoli, sono stati sostenuti trasferendo una buona parte di tale tossicità sui bilanci pubblici. In sostanza, la manovra ha, sì, sterilizzato le conseguenze finanziarie della crisi, ma si è rivelata inefficace rispetto ad un altro, decisivo, compito: rilanciare l’attività di produzione e di scambio delle merci e dei servizi. Dopo qualche timido segnale di ‘ripresa’, la stagnazione produttiva e commerciale ha steso la sua ombra sull’economia reale e il rischio di una depressione è tornato ad affacciarsi sul mercato mondiale. Tale rischio nasce da una situazione sempre più insostenibile che può essere descritta nei termini seguenti: da un lato, l’aumento dei tassi di interesse può portare al crollo del sistema bancario; dall’altro, l’intervento dei governi con politiche di sostegno della domanda
    (= keynesismo), siccome la base monetaria addizionale si dissolve nella speculazione e non genera ripresa, non è in grado di rimettere in moto l’accumulazione. È sempre più probabile, dunque, che il crac (che potrebbe cominciare dalla discesa del dollaro) sia l’unica ‘soluzione’: la grande purga con cui il capitalismo, liberandosi dalla congestione speculativa, realizzerà la coincidenza tra il valore fittizio del capitale azionario e il valore reale del capitale fisso.

  18. C’è un patrimonio artistico, culturale e paesaggistico che è sotto ai nostri occhi, e sgorga a fiotti da ogni dove, con una popolazione giovane laureata per la maggior parte in materie umanistiche e nell’area della valorizzazione e del recupero di questo patrimonio, con un indole incline all’accoglienza; i quali vivono su un territorio pronto allo sfruttamento economico dei sui mari e del suo sole per produrre energia, per ridurre così drasticamente la sua dipendenza da paesi fornitori di energia. Per di più l’Europa, oltre al rigore, ci offre finanziamenti a riguardo, che la nostra classe politica nazionale e locale non sa e non vuole utilizzare … e siamo qui a teorizzare la necessità di un’uscita dall’Europa per poter, nei recinti nazionali, coltivare il proprio orticello di privilegio ?!?! e contestualmente auspichiamo un crac cruento, o la sua necessità, senza dar voce alla necessità di mettere regole e paletti allo strapotere delle banche, mentre tutta una politica industriale, da anni ’70, impera nelle menti dei nostri amministratori ?? Cominciamo a spostare i capitali dove servono, e cambiamo questa classe politica senza visione(o dalla visione provinciale come l’esempio fiorentino), e valorizziamo il nostro patrimonio, creando così nuove opportunità di occupazione, invece che svenderlo al primo venuto e alle banche.

  19. Guardi Ares che ci sono tanti giovani disoccupati proprio grazie, si fa per dire, all’euro.
    Si legga le cose che scrive Bagnai, e capirà meglio la questione.

  20. Caro Buffagni,
    quindi come vede, non siamo d’accordo, e penso che questo fronte antieuro guadagnerebbe tanto da una discussione franca al proprio interno, invece di pretendere di rimanere falsamente unita insistendo su una limitazione forzosa ed artificiosa della discussione.
    Non siamo d’accordo perchè lei ha una visione interclassista, e crede soltanto alle solidarietà nazionali, a una dinamica di guerra perpetua anche se condotta con mezzi differenziati. Ciò non è mai stato interamente vero, ma oggi come non mai prima non corrisponde a mio parere allo stato dei fatti.
    Ma davvero lei crede che il capitalista USA si senta solidale non dico con i barboni, ma con la middle class del suo paese più che con il capitalista giapponese? Ciò aveva ancora un senso in un’epoca in cui la separazione topologica era nei fatti una separazione in tutti i sensi. Il fatto che io possa parlare per telefono o via E-mail o con Skype (c’è solo l’imbarazzo della scelta) in tempo reale con una persona che vive ai miei antipodi, o che io possa perfino incontrarlo di persona con un viaggio di una decina o poco più di ore, queste conquiste tecnologiche costituiscono dei cambiamenti formidabili.
    In breve, pazienza se mi si darà del complottista, io credo nell’esistenza di una cupola del capitalismo mondiale (magari con l’assenza significativa di qualche paese), che esercita un potere ben più forte rispetto al governo USA, tradizionalmente considerato come il vertice assoluto. Che il centro di questa cupola stia negli USA, non cambia il quadro della situazione, i governi si mostrano succubi come non mai prima, degli interessi dei capitalisti che hanno deciso di saltare il ruolo mediatore dei governi, assumendo in proprio la gestione del potere. I governi eseguono sotto dettatura, questo io vedo. Governano per la parte che non interessa a questa cupola, ma dove sono in primo piano gli interessi dei componenti della cupola, i governi possono soltanto eseguire.
    E’ chiaro che questa situazione rimane comunque confinata a una certa situazione geopolitica, e nulla esclude che possano sorgere motivi di conflitto tra nazioni aderenti a questa cupola, ma oggi con questi governanti, con queste classi politiche, le cose non possono che andare come vanno, una situazione di conflitti interstatali richiederebbe una rivoluzione della classi dirigenti, e quindi un nuovo protagonismo popolare di cui s’intravvedono al momento solo elementi ribellistici ed anche in misura minima, nessuna capacità di nuove egemonie, di nuove mentalità, di nuove progettualità.
    Non solo io credo all’esistenza della cupola, ma credo anche che questa cupola sia diventata particolarmente pericolosa perchè si trova in una situazione disperata, autointroppolatasi in una situazione senza sbocco se non la propria sconfitta aperta.
    Anche Barone nel suo intervento mi pare commetta l’errore di credere che le banche stiano sfruttando la situazione per arricchirsi ulteriormente a spese di tutti noi. Le banche in verità nella situazione data, non hanno alternative, se vogliono evitare il fallimento conclamato, devono continuare a fare ciò che hanno iniziato a fare da circa l’inizio del millennio, continuare ad aumentare il loro giro di affari. Se tu crei una massa di titoli che poi naturalmente vengono a scadenza, non hai alternative, devi continuare a sfornare nuovi titoli per coprire i rimborsi dei vecchi.
    E’ questo l’aspetto particolare di questa situazione, i comportamneti “cattivi” degli operatori sono in qualche misura obbligati anche per la sola loro sopravvivenza, ed è per questo che continuo a credere che non debbano sopravvivere ma debbano fallire al più presto, ma chi dovrebbe lasciarli fallire, cioè i governi, ne sono totalmente succubi, e così il cerchio si chiude. Se quindi non avremo governi in grado di determinare un momento di reale rottura, la crisi potrà solo incancrenirsi con continua stampa di denaro fino a che si determinerà la perdita di valore di questo denaro con un’inflazione da fare impallidire tutte quelle precedenti (qualcosa di simile a ciò che si determinò nella repubblica di Weimar), e la cosa non satrà verosimilmente tanto remota nel tempo.
    Mi pare che io disegni un quadro che ha una sua certa coerenza, lo si può contrabattere con argomentazioni adeguate, ma non capisco come lo si possa ignorare, magari sostenendo che per il momento noi ci occupiamo solo di euro. Sarà anche utile in una casa curare l’eliminazione della fonte di spifferi, ma se si pensa cvhe stia arrivando un tornado, logica vorrebbe che ci si occupasse prima del tornado, della cosa più grave.
    Come dicevo anche nel precedente intervento, qui qualunque iniziativa che non sia adeguata a combattere la globalizzazione, è acqua fresca, o si vince quella battaglia o si perde in ogni caso.

  21. Caro Buffagni,
    su patriottismo e interclassismo non posso seguirla. Patrioti furono gli eroi del nostro Risorgimento, come lo furono quelli della rivoluzione americana; lo furono Leonida e i suoi alle Termopili e i partigiani che si opposero all’occupazione nazista in tutta Europa. Molti però considerano patrioti anche gli invasori di Iraq e Afghanistan, perché sono lì per difendere la sicurezza e i supremi interessi nazionali del loro paese; ma allora sono patrioti anche i talebani perché, in fondo, si oppongono a una occupazione militare – e, mi creda, gli studenti delle madrase mi sono molto poco simpatici, come tutti quelli che vanno in piazza agitando il Libro in una mano e il fucile nell’altra: mai piaciuti i sanfedisti, qualsiasi sia il loro credo. Il sostantivo “patria” mi fa subito venire in mente i pronomi “noi” e “loro” (quest’ultimo spesso connotato negativamente), mi ricorda frontiere e caserme e io, da convinto antimilitarista – e anche un po’ allergico alle gerarchie – non mi ci riconosco per niente.
    Mi è chiaro che, da quando si formarono le prime comunità umane organizzate, nel neolitico, c’è sempre stata l’esigenza della difesa comune attraverso la creazione di milizie di vario tipo, sino ad arrivare agli eserciti nazionali: istanze di tipo materiale comunque, perché si tratta di difendere territori, proprietà e, naturalmente, la vita e la possibilità di perpetuarla. Però io continuo a pensare, sempre secondo la stessa prospettiva di cui ho già detto, che le classi lavoratrici di tutti i paesi mostrino più somiglianze, nelle loro condizioni di vita, che differenze: si potrebbe forse dire che la loro patria sia, appunto, il mondo, come dicevano con molta retorica gli anarchici di fine ‘800. Io sono tutt’altro che anarchico, e mi rendo conto di quanti calci sulle gengive si sia presa questa concezione dell’internazionalismo proletario, dalle posizioni assunte dai vari partiti socialisti europei allo scoppio della prima guerra mondiale alla concezione del socialismo in un paese solo dei comunisti della terza internazionale – per non parlare della fase attuale, in cui il capitale è impegnato, a livelli mai visti prima, nella (ri)costruzione di quell’esercito industriale di riserva che scatena guerre tra poveri, oltretutto senza neanche più la presenza di un antagonista di classe organizzato. Ma tant’è.
    Più o meno per le stesse ragioni non posso certo essere interclassista: la lotta di classe è incomponibile, se non con il netto predominio di una parte sull’altra. Mi sembra che l’esperienza storica parli abbastanza chiaro, e laddove si è cercato di addormentarla (come nei paesi a regime dittatoriale di destra, ma anche nelle democrazie “maccartiste” all’americana) lo si è sempre fatto conculcando diritti e condizioni di vita, o al più costringendo a barattare le seconde con i primi.
    Lei chiude la sua risposta con l’affermazione “se tu vedi che restando dove sei muori, spostati”. Certo, come non essere d’accordo? Solo che qui non si tratta di effettuare un esperimento ripetibile (come nella prassi scientifica): se si sbaglia – e questo lo si evince anche dalle sue parole – le conseguenze possono non essere piacevoli. Ecco da dove sorgono gran parte dei miei dubbi (penso di avere più dubbi e domande che certezze): vorrei che non si prendessero decisioni avventate, che per dar ascolto a ragioni tecniche di tipo economico si trascurasse di valutare il lato politico e viceversa (non sono un fautore del materialismo dialettico a prescindere, per cui non penso che basti solo aggiustare una parte perché l’altra si acconci di conseguenza). Bel problema, mi pare, forse irrisolvibile, ed è vero che spesso la storia si mostra più decisionista e finisce per tagliare questi nodi gordiani, senza più curarsi delle fini analisi e dei dubbi degli intellettuali (come delle loro certezze). Ma fin che si può – e sottolineo il “fin che si può” – è meglio fermarsi a soppesare e ragionare secondo tutti i punti di vista.
    Finisco con una battuta: è curioso che esattamente cento anni dopo lo scoppio della Grande Guerra si ritorni a parlare, qui in Europa, di queste cose.

  22. Certo Buffagni ma uscire dall’euro non significa abbandonare il concetto sovranazionale di Europa, e soprattutto l’Italia deve essere pronta all’eventuale uscita dall’euro, valorizzando il proprio patrimonio senza necessariamente venderlo e “finanziando” Tecniche di approvvigionamento energetico per non essere strangolata dal debito.

  23. Caro Ferrero,
    non mi sembra l’occasione adatta per farle il promo del patriottismo, dell’interclassismo, delle caserme, della gerarchia, del cattolicesimo e di tutto il mio armamentario ideale, che le è estraneo.
    Provo invece a risponderle nel modo più sintetico e pratico.

    1) L’euro è un esperimento politico, non tecnico. I tecnici più quotati dissero da subito, anzi da prima di subito (fin dal 1957, se rammento bene) che era un provvedimento tecnicamente sbagliato. I suoi promotori, del resto, lo dissero e lo dicono apertis verbis, che l’euro ha uno scopo politico. Unificare l’Europa per via politica democratica era, ed è, impossibile. L’euro è stato consapevolmente usato, *proprio perché si sapeva che avrebbe provocato crisi economiche devastanti e grave peggioramento delle condizioni dei lavoratori*, per costringere gli Stati a cedere via via sempre più sovranità alle istituzioni UE (nelle quali il peso dei paesi nordici, e della Germania anzitutto, è prevalente). Scrive Tommaso Padoa Schioppa: “La costruzione europea è una rivoluzione, anche se i rivoluzionari non sono dei cospiratori pallidi e magri, ma degli impiegati, dei funzionari, dei banchieri e dei professori. L’Europa non nasce da un movimento democratico. Essa si crea seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di dispotismo illuminato.” http://www.pmcouteaux.org/cabris/cabris2.html

    2) Quale scopo si prefiggono, la UE e l’euro? Da un canto, come vediamo, la progressiva distruzione delle sovranità nazionali a vantaggio di centri direzionali oligarchici e politicamente irresponsabili, privi di legittimità democratica. Dall’altro, sempre per esprimerci con Padoa Schioppa, ““Attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna”. In altre parole, cancellare le conquiste sociali del welfare europeo, «degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.
    http://archiviostorico.corriere.it/2003/agosto/26/BERLINO_PARIGI_RITORNO_ALLA_REALTA_co_0_030826002.shtml

    3) Sintesi: per i fondatori di UE ed euro, gli Stati nazionali democratici vanno spazzati via per due motivi: a) sono nazionali, cioè nazionalisti, guerrafondai, fascistoidi b) sono democratici, e ingrassano così il popolino votante che poi si crede un despota illuminato mentre invece è un fannullone/bamboccione di ultrà del Napoli semianalfabeta che campa con la pensione fasulla da finto cieco. (Also Sprach Padoa Schioppa, la cui ex moglie Fiorella Kostoris , altra illuminata liberista-europeista d’acciaio, attualmente dirige il comitato scientifico dell’ANVUR beccandosi 200.000 € anno per sbagliare i test INVALSI, sbagliare il sistema bibliometrico di valutazione dei docenti infilando tra le riviste scientifiche “Airone” e “La rivista del Clero”, annoverare nel medesimo comitato scientifico millantatori che falsificano il CV e quando li beccano chiedono scusa ma non vengono espulsi, etc. Nonostante sia lo Stato italiano che la paga per fare pasticci e disastri, la signora Kostoris, però, a quanto pare non è “un accidioso individuo, senza più meriti né doveri”).

    4) A me, interclassista, patriota, gerarchico, militarista, etc., forse colpisce di più l’aspetto “perdita di sovranità nazionale” (forse, perché a dire il vero anche io trovo immondo, indecente e criminale togliere la sicurezza e la dignità del lavoro e dello Stato sociale ai lavoratori, riducendoli a miserabili lacchè e puttane pronti a leccare gli stivali, e non solo, dei padroni). A lei, immagino colpisca di più l’aspetto “distruggiamo lo Stato sociale e precarizziamo tutta la forza lavoro”.

    5) Anche se lei ed io possiamo avere prospettive culturali e politiche diverse, mi sembra però molto evidente che abbiamo un nemico comune, l’euro e le centrali oligarchiche della UE, e un obiettivo politico altrettanto comune: riprenderci la sovranità politica nazionale uscendo dall’euro e denunciando i trattati UE. Perché se lei vuole combattere la distruzione dello Stato sociale e la precarizzazione selvaggia del lavoro, come può farlo se non riprendendosi gli strumenti politici minimi per fare la sua battaglia? Contro quale governo vuole fare sciopero, se il governo italiano e tutti i partiti, sia di destra che di sinistra, sono subordinati a istanze oligarchiche sovrannazionali democraticamente irresponsabili alle quali dei suoi scioperi e delle votazioni italiane non gliene può fregare di meno (se la votazione non piace, si annulla e si rifà, veda i referendum, o veda l’insediamento del governo Monti)? Contro quali imprese vuole lottare, se queste sono libere di ricattarla con la delocalizzazione? Se aspetta di formare un fronte comune con i sindacati tedeschi, austriaci, francesi, etc. e di costringere così la UE a cambiare le legislazioni sul lavoro e a elevare i salari nell’eurozona, le consiglio di mettersi comodo, armarsi di pazienza certosina e di cominciare a parlarne ai suoi nipoti, se ne ha.

    6) Secondo me, chi ha un nemico e un obiettivo comuni si deve alleare, sennò perde. Poi, certo, si dibatte, ci si divide anche aspramente, e chi ha più tela tesse. Però, c’è un di qua e un di là, e girarci intorno mi sembra poco produttivo. Nel Risorgimento o nella Resistenza da lei citati, all’interno del partito indipendentista e antifascista c’erano un’infinità di posizioni politiche, a volte così lontane che si è giunti a spararsi reciprocamente (tra formazioni comuniste e fazzoletti azzurri) o a mettersi le bombe sotto al sedere e a condannarsi a morte (mazziniani e cavurriani). Con ciò, non è che S.M. Francesco di Borbone fosse un “diversamente indipendentista” o Pavolini un “diversamente resistente”.

    7) Certo che le conseguenze di una uscita dall’euro possono non essere piacevoli. Perché invece restarci è bello? Le scelte politiche decisive sono fatte così: tu fai, e per quanto tu possa prevedere non sai e non puoi sapere. Nel linguaggio militare si chiama “la nebbia della guerra”, cioè lo stato di permanente incertezza nel quale ogni decisione, tattica o strategica, deve essere presa. Attenzione però che anche non decidere è una decisione: di solito quella sbagliata, perché lascia l’iniziativa al nemico, che ti asfalta. E qui già ci hanno asfaltato, la parte sua e la mia, un bel po’.

  24. Caro Cucinotta,
    siamo meno in disaccordo di quel che lei pensa. La cupola di cui lei parla esiste eccome, altro che complottismo. Negli Stati Uniti d’America ci sono, almeno a partire dalla fine dell’Ottocento, due linee culturali e politiche in merito alla gestione dell’impero, che collaborano confliggendo anche molto aspramente (anche se l’impero non vuole mollarlo nessuna delle due, naturalmente).
    Una, la più tradizionalmente realistica, intende l’impero territorialmente, a partire dalla nazione americana, e preferisce trattare con gli alleati/subordinati a livello statuale. Potremmo, molto grossolanamente, chiamarla “repubblicana”.
    L’altra, che altrettanto grossolanamente si può denominare “democratica”, intende l’impero in forma tendenzialmente deterritorializzata, cioè come “anglosfera”, e agisce anzitutto per mezzo di centrali mondialistiche quali l’ONU e la UE; essa è disposta a indebolire anche la sovranità nazionale USA, oltre che naturalmente a disgregare le nazionalità altrui.
    E’ un progetto che nasce con Cecil Rhodes e Albert Milner, fondatori a cavallo tra Otto e Novecento della “Round Table” e promotori della “traslatio imperii Anglorum” da Londra a Washington (è una vicenda molto ben descritta nelle opere del docente di Yale Carroll Quigley).
    Concordo quindi con lei che il nemico principale da battere è proprio la globalizzazione a guida statunitense, del quale la costruzione della UE e l’adozione dell’euro sono una articolazione (non l’esecuzione di un comando, ma l’implementazione di una direttiva di fondo).
    Non dubito che sia importante analizzare teoricamente e storicamente la presente crisi mondiale, nei suoi aspetti economici, finanziari, etc. Non ci provo io perché non sono all’altezza. Io dico soltanto – anche più sopra a Ferrero – che l’obiettivo politicamente praticabile per noi europei e italiani oggi è la battaglia per uscire dall’euro e disarticolare la Ue. Non è tutto, ma secondo me, visti i rapporti di forze in campo, basta e avanza. Diamoci una mossa.

  25. Nel ventennio passato l’Italia avrebbe dovuto ristrutturarsi, approfittando dei finanziamenti disposti dall’Unione Europea sia in ambito energetico che infrastrutturale, non ha saputo farlo, e voluto farlo, è ha sperperato l’immediato benessere offerto dall’introduzione dell’euro. L’Italia avrebbe potuto, oggi, trovarsi in una situazione di tutto rispetto, al pari dei paesi del nord Europa e co-fondatori. MA si è preferito continuare con il magna magna italiano, e si è preferito mettere sulle poltroni degli enti locali i soliti parenti e amici corrotti e corruttibili(questo è il vero limite delle regioni e province, e quindi dell’Italia tutta, non L’Europa) che non hanno saputo approfittare delle opportunità offerte dai finanziamenti che l’Europa ha disposto.
    Abbiamo mandato in Europa rappresentanti incapaci, corrotti e corruttibili Nel ventennio passato l’Italia avrebbe dovuto ristrutturarsi, approfittando dei finanziamenti disposti dall’Unione Europea sia in ambito energetico che infrastrutturale, non ha saputo farlo, e voluto farlo, è ha sperperato l’immediato benessere offerto dall’introduzione dell’euro. L’Italia avrebbe potuto, oggi, trovarsi in una situazione di tutto rispetto, al pari dei paesi del nord europa e co-fondatori. MA si è preferito continuare con il magna magna italiano, e si è preferito mettere sulle poltroni degli enti locali i soliti parenti e amici corrotti e corruttibili(questo è il vero limite delle regioni e province, e quindi dell’Italia tutta, non L’Europa) che non hanno saputo approfittare delle opportunità offerte dai finanziamenti che l’Europa ha disposto.
    Abbiamo mandato in Europa rappresentanti incapaci, corrotti e corruttibili che non abbiamo potuto eleggere direttamente e democraticamente.
    Avremmo dovuto avere politici capaci e invece abbiamo votato per anni imprenditori sessomaniacali e idraulici leghisti. Dovevamo avere politici capaci di andare in Europa e battere i pugni sui tavoli parlamentari Europei, opponendosi a provvedimenti regressivi, senza chiudersi nelle politiche nazionali.
    Se qualche imposizione europea non piace, va contrastata, non che si esce dal gioco perché si è incapaci di giocare
    Se siamo in questa situazione è perché per 20 anni l’ITALIA si è fermata, perché ha eletto i rappresentanti sbagliati, anche tra le opposizioni.
    E ora siamo qui a dar contro alla matrigna cattiva, suvvia BUFFAGNI, si ricordi chi ha votato per un ventennio (^_^).
    L’Europa è un’occasione di civilizzazione per l’Italia, basta ed essere messi nelle condizioni di poter votare i propri rappresentanti in modo trasparente e diretto. L’Europa deve essere un organo trasparente e controllabile. Non si eliminano le lobbies e corporazioni internazionali e nazionali, rientrando nei recinti nazionali, perché quelle rimarrebbero a livello sovra nazionale, ed è in quell’area che vanno contrastate. Il ritorno ha nazioni singole provocherebbe un indebolimento dei singoli stati, e i poteri forti non aspettano che questo: la possibilità di una nuova speculazione. In realtà l’Europa deve decidere al più presto di unirsi politicamente, ogni nazione diventerebbe una regione politica che porterebbe in Europa le proprie istanze attraverso i propri rappresentanti(in queste condizioni un nuovo nano costituirebbe un suicidio per la regione), in un parlamento europeo che come caratteristica dovrà avere la massima trasparenze.

  26. Correggo una imprecisione. Carroll Quigley non ha insegnato a Yale, ma a Princeton, Harvard e soprattutto (1941-1976) alla School of Foreign Service della Georgetown University. Tra i suoi studenti, il futuro presidente Clinton.

  27. Va bene, Ares, è colpa di Berlusconi e degli italiani cialtroni se ci sono i disoccupati. Il moralismo cattolico dovrebbe essere prerogativa mia, ma vedo che anche dalle sue parti continua ad andare forte.
    Mi fermo qui, e le consiglio di leggere le cose che scrive Bagnai. Bagnai è d’accordo con lei sul matrimonio gay, è di sinistra, è laico, non ha mai votato Berlusconi, è antimilitarista, antileghista, antitutte le cose che non piacciono a lei. Faccia uno sforzo e ascolti la sua campana.

  28. Mi chiedo come faccia lei ad essere d’accordo con lui punto.

    1)Bagnai parla della remisione dell’euro, che é altra cosa rispetto all’uscita dall’UE nella quale lei spera.

    2) Se l’Italia è arrivata a questo punto non è colpa dell’euro ma di azioni politiche di cambiamento nn realizzate… e non ho governato io per vent’anni.

  29. Caro Cucinotta,
    mi sembra che Lei sopravvaluti l’incidenza delle innovazioni tecnico-scientifiche sull’organizzazione dei processi produttivi e dei mercati, cadendo in una posizione di determinismo tecnologico, la quale, mi permetto di aggiungere, fa il paio (non troppo paradossalmente poiché ne è il rovescio speculare) con la sua concezione (non funzionalista ma) intenzionalista della globalizzazione.
    A questo proposito, ritengo invece che occorra sgombrare il campo da due miti diffusi nei primi anni ’90 del secolo scorso. Il primo è quello che afferma che la rivoluzione informatica e microelettronica ha comportato una contrazione spazio-temporale del mondo, rendendo possibili rapidi ed estesi collegamenti informativi e finanziari tra unità produttive e centri decisionali diversi che soltanto trent’anni fa sarebbero stati impensabili. Ciò avrebbe condotto alla nascita delle imprese transnazionali, le quali tenderebbero a compensare con la proiezione nei mercati mondiali i vincoli posti alla crescita dal raggiungimento della fase di maturità nel ciclo di molti prodotti e dal conseguente ristagno della domanda interna. In altri termini, le grandi imprese si sgancerebbero dal radicamento nazionale e tenderebbero ad articolarsi su scala globale, dandosi strutture organizzative di tipo reticolare piuttosto che gerarchico. Questa è, in effetti, la tesi della globalizzazione produttiva (presente, ad esempio, assieme alla sua consorella, nel saggio sull’“Impero” di Negri e Hardt), cui si affianca la tesi della globalizzazione tecnologica, secondo la quale tali imprese tenderebbero a sviluppare l’attività di ricerca tecnologica nei loro gangli multinazionali, evitando di concentrarle nella casa-madre. Lo “sciame delle innovazioni”, per usare l’efficace metafora di Schumpeter, sfocerebbe così in un processo internazionale policentrico. Orbene, entrambe le tesi sono state invalidate dalla ricerca empirica già negli anni ’90. Gli studiosi che hanno affrontato questo problema, sottoponendo a verifica la tesi della globalizzazione produttiva, hanno studiato le cento più grandi imprese del mondo e hanno scoperto che, con rare eccezioni, i consigli di amministrazione e i modelli di direzione rimangono saldamente nazionali nel loro ‘modus operandi’. Altri studiosi, che si sono interessati al problema della globalizzazione tecnologica, hanno scoperto che nella stragrande maggioranza delle maggiori imprese manifatturiere del mondo le attività di ricerca tecnologica sono concentrate nella casa-madre e restano saldamente incentrate nei paesi della metropoli imperialista (ossia nel Nord del mondo). È vero che diversi paesi emergenti, con la Cina al primo posto, hanno fatto massicci investimenti nel settore della ‘Ricerca e Sviluppo’ e producono una quantità crescente di brevetti, ma si tratta prevalentemente di innovazioni consistenti nel perfezionare, adattare e imitare creativamente tecnologie importate. Il tratto saliente di questi processi, comunque, non è connesso tanto alla concentrazione del ‘management’ e della ricerca tecnologica di punta delle grandi imprese multinazionali in questa o in quella nazione, quanto alla loro dislocazione nei paesi avanzati del Nord del mondo. Le innovazioni vengono quindi trasferite con gli investimenti diretti in diversi paesi emergenti e in via di sviluppo, dove danno luogo ad una ricerca tecnologica derivata. Sennonché le imprese in cui questa si svolge, essendo per lo più controllate dalle grandi multinazionali, generano, attraverso il processo di espansione degli Ide (investimenti diretti esteri), un flusso costante di profitti dalla periferia al centro della metropoli imperialista, in cui si concentra il capitale multinazionale.
    Per quanto concerne il cappio della bancocrazia, che strangola progressivamente la produzione, il lavoro e i consumi di grandi masse di popolo (suscitando la giusta ribellione delle medesime contro le istituzioni sovrannazionali che, come l’Unione Europea, appaiono, a livello politico e governamentale, come la ‘longa manus’ del capitale finanziario), conviene ritornare sul tema e approfondirlo alla luce della critica dell’economia politica. Non sono mancati, peraltro, in questi ultimi anni fenomeni che, per ampiezza, profondità e durata, hanno confermato che la crisi mondiale del capitalismo, che ebbe inizio negli anni ’70 del secolo scorso dopo il lungo ‘boom’ del secondo dopoguerra, non solo è ben lungi dall’essersi conclusa, ma è destinata ad aggravarsi ulteriormente, come indicano l’ascesa dei giganti asiatici (Cina e India) e la conseguente ristrutturazione, non lineare né indolore, che essa necessariamente determina nella spartizione planetaria dei mercati e delle sfere d’influenza. Mentre le schiere di esperti al servizio del grande capitale finanziario somigliano ad altrettanti idraulici che non riescono più a tamponare le sempre più numerose falle che si aprono nei tubi degl’impianti che sono stati chiamati a riparare, appare con sempre maggiore chiarezza che solo la teoria marxista è in grado, collegando categorie concettuali ed evidenza empirica, di spiegare le crisi capitalistiche.
    Sarebbe opportuno ricordare che nel 1998, mentre la crisi delle borse asiatiche attendeva ancora di essere archiviata, giunsero, puntuali come la morte, il crollo di Wall Street del 31 agosto, lo scivolone, che coinvolse, oltre a quelle asiatiche, le borse dell’America Latina, e la svalutazione del rublo. La ricerca del colpevole di tanti guai si appuntò allora sulle banche giapponesi (e sulla Himalaja di crediti non riscossi, che fa del Giappone il maggior creditore mondiale), sulla bancarotta della Russia e sulla debolezza delle economie latino-americane. In realtà, si guardava agli alberi senza vedere la foresta, senza capire, in altri termini, che quelli erano aspetti particolari della crisi generale che stava facendo implodere il capitalismo mondiale.
    Come dimostrano i fatti recenti – dalla concorrenza dei giganti asiatici sul mercato mondiale all’alto costo del denaro, dall’andamento del tasso d’interesse alla crescente estensione del lavoro improduttivo -, la causa strutturale (non congiunturale) della crisi va ricercata nelle contraddizioni che nascono dai processi di produzione e di accumulazione e si manifestano, come bolle di sapone che si formano e poi scoppiano, nell’abnorme dilatazione della sfera del credito e del capitale fittizio, autentico tumore generato da un sistema capitalistico che non trova più sbocchi per valorizzarsi, ossia creare plusvalore e saggi di profitto adeguati. La conseguenza è dunque la svalorizzazione del capitale e la sua trasformazione in capitale fittizio, in capitale finanziario, in speculazione che frutta interessi ma non ha più una base reale. La crisi finanziaria (come nel 1873, come nel 1929, come nel 1987, come nel 1998 e come nel 2008) preannuncia – e per certi aspetti determina -la crisi della struttura produttiva, in seno alla quale va ricercata la vera causa della crisi, che dipende dal meccanismo della sovrapproduzione: è il ‘fuori giri’ del sistema capitalistico, il quale, non essendo in grado di pianificare la produzione ‘ex antea’ in base al valore d’uso, cioè ai bisogni collettivi della società, ma essendo capace solo di continuare indefinitamente a produrre sulla base del valore di scambio, cioè sotto la spinta della ricerca del massimo profitto, può introdurre l’unico possibile aggiustamento ‘ex post’, vale a dire attraverso la crisi stessa.
    Nell’epoca dell’imperialismo, iniziata negli anni ’70 del XIX e dispiegatasi nel corso del XX secolo – epoca segnata dal dominio (non del capitale industriale ma) del capitale finanziario -, la borsa funziona (non più come “un elemento secondario nel sistema capitalistico” ma) come “il rappresentante più notevole della produzione capitalistica”: essa – nota Engels nelle “Considerazioni supplementari” al III libro del “Capitale” (Editori Riuniti, Roma, 1968, p. 48) – “tende progressivamente a concentrare nelle mani degli uomini di borsa la totalità della produzione industriale e di quella agricola, tutto il traffico, mezzi di comunicazione e funzioni di scambio”. La previsione che il capitalismo va verso il crollo non è pertanto una profezia, ma il risultato di un’analisi scientifica e di una constatazione storica: la crisi del capitalismo genera inesorabilmente la tendenza alla guerra imperialista. Quali che siano i saliscendi delle borse mondiali determinati dalla pletora di capitale in eccesso da smaltire, a sua volta determinata dalla crescente sovrapproduzione di merci, forza-lavoro, capitali e mezzi di produzione, quali che siano le diverse puntate che i vari giocatori fanno sul banco del ‘capitalismo da casinò’, ciò che risulta ineluttabile è la dinamica della svalorizzazione delle forze produttive e la correlativa distruzione di risorse materiali ed umane in cui la crisi consiste: è quindi altamente probabile che il gioco del cerino acceso, che le classi dirigenti del mondo capitalistico stanno praticando sia nell’economia sia nella politica sia nella guerra, non permetterà di salvarsi a nessuno di lorsignori, poiché si sta svolgendo all’interno di una polveriera. Dal canto loro, le grandi masse popolari, se resteranno semplici vittime delle contraddizioni e non si eleveranno al livello di agenti risolutori delle medesime, non potranno che condividerne la tragica sorte.

  30. Pur seguendo questo sito, intervengo solo adesso, per la prima volta, perché il tema mi sta a cuore e perché voglio ringraziare Roberto Buffagni per i suoi interventi. Ah, sono tutt’altro che un fascio-clerical-nazionalista: sono stato iscritto a Rifondazione Comunista (che Marx mi perdoni) e fino al momento in cui arrivò una certa letterina della BCE al governo Berlusconi ero convinto che tutte le nostre disgrazie fossero da imputare quasi esclusivamente al tizio di Arcore.
    Per Ares: se il problema fosse solo italiano, non si capisce come mai l’Irlanda (bassa tassazione, basso debito pubblico, scarsa corruzione, clima favorevolissimo per gli investimenti esteri: il paradiso, secondo gli euristi) sia saltata prima di noi.

  31. Scusi, Ares: e se invece di preoccuparsi di come faccio io a essere d’accordo con Bagnai, vedesse se è d’accordo o in disaccordo lei?

  32. Caro Barone,
    ma no, non mi faccia dire ciò che non ho detto. Soprattutto, dovrebbe resistere alla tentazione di etichettarmi, di piazzarmi in un suo cassettino, io ho la pessima abitudine di pensare con la mia testa.
    Da cosa derivi questo suo accomunarmi a Negri, rimane per me un mistero.
    Io tentavo di dire qualcosa che è perfino banale, che la tecnologia influenza i nostri comportamenti così come quella dei capitalisti, non mi pare un’affermazione così avventurosa, penso che con i dovuti distinguo, tutti potremmo convenirne. Che esistano poi vere multinazionali, o che la nazionalità delle singole imprese sia una loro caratteristica ineliminabile, non è che sia un argomento che mi appassiona più di tanto, non cambia mi pare il senso della mia argomentazione. La cupola di cui dicevo non ha alcuna esigenza di basarsi su componenti multinazionali, le cose non mi pare cambino se essa fosse costituita da soggetti ognuno dei quali sia di differente e ben definita nazionalità. D’altra parte che esista una internazionale del capitale non mi pare neanche una novità, di nuovo, come tentavo di dire, c’è solo il volere sempre più saltare il ruolo di mediazione dello stato-nazione.
    Se mi rileggesse, vedrebbe che il riferimento a ciò che lei scrive riguardava esclusivamente il fatto che dalle sue parole le banche sembravano all’attacco, mentre a mio parere, esse sono in grave difficoltà, direi perfino disperate, perchè si sono incastrate in una situazione apparentemente senza alcuna via d’uscita che non sia il loro stesso suicidio.
    Ciò mi pare faccia coincidere il mio “catastrofismo” con quello che lei considera un esito catastrofico obbligato del capitalismo. Gli aspetti concordanti delle nostre analisi si fermano qui, in quanto io non sono marxista, non trovo la categoria “capitalismo” fondamentale, io, seguendo Polanyi, preferisco riferirmi all’attuale sistema politico come quello della società di mercato, ma su questi aspetti, il discorso ci porterebbe troppo lontano.

  33. @Operaio,
    non ho affermato che il problema sia solo Italiano, ma che il problema Italiano è legato ad un’assenza ( chiamiamola assenza ) politica efficace in sede europea, la stessa assenza l’abbiamo registrata a livello nazionale: il mancato intervento politico di controllo sull’operato delle banche, sulle rendite finanziarie, è il problema. I mancati provvedimenti energetici e infrastrutturali ha paralizzato ogni possibilità di crescita virtuosa dell’Italia, che si sarebbe potuta ritrovare in una situazione nettamente migliore. Per di più in Italia siamo stati in grado di sperperare le opportunità offerte inizialmente dall’Europa. Non escludo che anche altri Paesi abbiano fatto scelte politiche sbagliate. Ora l’euro è il problema, ma l’euro è diventato il problema perché le politiche comunitarie, e nazionali, sono state, e a mio parere restano, il problema.

    @Buffagni
    Siamo qui a discutere, so benissimo che non ama essere contestato quando cerca di snaturare il pensiero altrui per volgerlo a favore delle sue argomentazioni nazionaliste e corporativiste. Ma non posso farci niente. Poi la sua Claque, come vede, ce l’ha. Si accontenti.

  34. Caro Ares,
    guardi che non snaturo niente. Concordo con Bagnai per un motivo molto semplice, e l’ho anche scritto in questi interventi: penso che sia l’euro sia la UE siano costruiti in modo da a) danneggiare economicamente l’Italia e i paesi mediterranei in generale, a vantaggio del paesi del Nord Europa e della Germania b) essere incompatibili sia con le sovranità nazionali, sia con la legittimazione democratica.
    L’Europa mi piace, altroché. Non mi piace la UE. Non penso che la cura dei problemi della UE sia “più Europa”, cioè la trasformazione della UE in un vero e proprio stato europeo, in forma federale o confederale e democraticamente legittimata (gli “Stati Uniti d’Europa” di cui si sente parlare).
    Non lo ritengo possibile perché l’Europa (quella vera) è formata da diecine di nazioni e di popoli, che hanno lingue, culture, religioni, economie, interessi molto diversi. Non credo che tutte queste diverse caratteristiche e diversità – che sono profonde, non superficiali – possano essere composte attraverso una procedura democratica, di tipo parlamentare o presidenzialistico.
    Se si volessero rispettare le differenze, si giungerebbe alla paralisi; se si volesse privilegiare la governabilità, si giungerebbe alla tirannia.
    A questo poi aggiunga, last but not least, anzi in realtà first, che in Europa si trovano, dalla fine della IIGM, svariate centinaia di basi militari USA. Non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai uno Stato indipendente sul territorio del quale si trovino armate altrui. Mettere fuori gli americani dal territorio europeo non è uno scherzetto da nulla.
    Quindi, in sintesi: io penso che la via giusta per l’integrazione europea sia quella intrapresa nel dopoguerra da de Gaulle ed Adenauer, cioè la via degli accordi tra nazioni sovrane: nel campo dell’economia, della istruzione, della cultura, della difesa. E’ stata abbandonata a vantaggio della strategia UE. Io credo che vada ripresa.

  35. Dedicato a Roberto Buffagni, “fratello in camicia tricolore”.

    Qualche giorno fa, passando in rassegna i libri della mia biblioteca, mi è caduto l’occhio su un volumetto di Régis Debray, che lessi a suo tempo con un certo scetticismo. Si trattava di un saggio sul nazionalismo di De Gaulle, intitolato «A domani, presidente». L’intento dell’autore era, quando il libro vide la luce all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, quello di rilanciare il pensiero di De Gaulle come asse portante di una politica della sinistra francese. Per Debray il grande presidente francese era lo statista che meglio aveva compreso come le forze principali della storia moderna siano le nazioni. Tuttavia, sbaglierebbe chi attribuisse a De Gaulle un atteggiamento ultranazionalistico, poiché il generale non usava il lessico dello sciovinismo francese e non parlava mai di ‘radici’ o di ‘corpi estranei’. Mettendo a confronto la concezione di De Gaulle con le opposte tradizioni dell’illuminismo, del contrattualismo anglosassone e del romanticismo tedesco, Debray sottolinea invece che la visione del fondatore del movimento di “France libre” era una sintesi di classico e di romantico nel modo di concepire la nazione, essenzialmente riguardata come una “eredità simbolica” che unisce un passato e una volontà, frutto di quel realismo moderato nella conduzione della politica estera che fece di De Gaulle lo statista più lungimirante del suo tempo, e che lo ha reso indimenticabile. Questa esperienza ci insegna, sosteneva Debray (ma la sua tesi sta ora acquistando una crescente attualità), come la passione nazionale continui ad essere uno dei motori della vita politica persino in un mondo altamente tecnologico ed integrato a livello internazionale, qual è quello del capitalismo contemporaneo. Si avverte nel saggio di Debray l’eco delle tesi elaborate fra le due guerre mondiali, a proposito della questione nazionale, dall’austromarxista Otto Bauer: il libro di Debray esprime anche, come quello di Bauer, un’affermazione vigorosa di ciò che il socialismo significa nel mondo contemporaneo.
    Se l’interesse per il tema dell’identità nazionale nasce, in qualche misura, dall’erosione materiale di ciò che una volta si riteneva fosse il carattere nazionale (così come oggi tale interesse rinasce dialetticamente dal contraccolpo che la crisi economica mondiale determina sugli stereotipi relativi ai diversi caratteri nazionali), ci si può domandare se il decorso della globalizzazione capitalistica lo dissolverà o lo rafforzerà. Nel suo saggio su «Nazioni e nazionalismo dal 1780», coevo al saggio di Debray in parola, Eric Hobsbawm sosteneva che gli Stati nazionali erano giunti al crepuscolo della loro storia ed erano ormai sorvolati dalla nottola di Minerva. Non vi è dubbio, d’altra parte, che le contrastanti ipotesi siano state messe alla prova in due poderosi esperimenti: la disintegrazione del mondo sovietico e l’integrazione dell’Europa. Orbene, il capitalismo, la democrazia e lo Stato nazionale sono più o meno contemporanei. Una volta vi era chi riteneva che sarebbero finiti insieme e chi asseriva che il primo e il secondo sarebbero sopravvissuti al terzo. Ora è lecito domandarsi se il capitalismo e la democrazia non siano pervenuti al loro stadio finale e se gli Stati nazionali non siano destinati a risorgere. Una cosa è certa: la risposta a queste tre domande non sarà necessariamente la stessa: sono queste, infatti, le tre principali incognite della politica del secondo decennio del XXI secolo.

  36. @Buffagni
    Beh certo così elimineremo le basi Usa dai nostri territori più facilmente… ahahahahaha

  37. Caro Ares,
    liberare l’Europa dall’occupazione statunitense non sarà facile mai, perché gli USA non hanno la minima intenzione di mollare l’osso.
    Però, senza la UE e senza l’euro, la Francia di De Gaulle uscì dalla NATO e costruì la sua force de frappe nucleare per garantirsi la sovranità nazionale.
    Con la UE e l’euro, la Francia di Sarkozy è rientrata nella NATO, e Hollande ha confermato la decisione.
    La UE è il principale strumento di *neutralizzazione politica* dell’Europa.

  38. Premesso che Roberto Buffagni, Eros Barone, roberto b, e altri hanno già ampiamente illustrato dinamiche e meccanismi del fallimento dell’€, vorrei suggerire a coloro che paventano catastrofi nell’eventualità di un ritorno alla moneta nazionale la lettura di un interessante articolo sull’“Italia della liretta”, basato su grafici ed analisi economiche e statistiche della Banca d’Italia, ISTAT, OCSE ed istituti finanziari internazionali come Thomson Reuters.
    L’articolo si trova qui:

    http://www.qualcosadisinistra.it/2012/08/08/litalia-della-liretta-sfatare-il-mito/

    e ricorda che «l’Italia della Lira era l’Italia che entrò nel G7, l’Italia che con il suo export terrorizzava i tedeschi e l’Italia che era la prima economia europea per produttività industriale. Eravamo i leader delle economie europee.
    Dopo 10 anni di Euro, siamo tra i “maiali” d’Europa».

  39. Eh si, invece senza UE l’Italia sarebbe una grande nazione con la schiena dritta… ahahhahahahhahahha …. va beh parliamo d’altro: cosa a mangiato a colazione Buffagni ??

  40. Fino al 2011 l’adozione dell’euro ha consentito alla Germania di accumulare surplus commerciali a scapito dei paesi europei mediterranei. Ma già nel 2012 le importazioni di beni tedeschi nei paesi mediterranei sono diminuite a causa della crisi. Il che sta provocando una sempre più accentuata flessione dell’economia tedesca. Di conseguenza, è nata “Alternative für Deutschland” (Alternativa per la Germania), un movimento che chiede l’uscita della Germania dall’Euro.
    Nell’aprile 2013, durante la presentazione del partito, «l’economista amburghese Bernd Lucke, fondatore e leader del movimento, annunciava dalla tribuna che “adesso si parte, dobbiamo abolire l’euro, se siamo dei veri europei”.
    […] Il partito nasce in aperta polemica con Angela Merkel e pesca, tra i suoi iscritti, molti transfughi della Cdu […]. Il nome stesso nasce in risposta a un’affermazione della Merkel, secondo cui il salvataggio dell’euro era una decisione “senza alternative”. Lucke, dal palco della neonata Afd, ha invece affermato che “se fallisce l’euro, non fallisce l’Europa, ma fallisce questo governo”».
    Tra virgolette:
    http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/04/14/germania_afd_alternative_fuer_deutschland_merkel_elezioni.html

    Nel giugno 2012 Wolfgang Münchau, economista e fondatore del quotidiano Financial Times Deutchland, su Der Spiegel: «Probabilmente non c’è più tempo per salvare la moneta unica, e bisogna prepararsi a nuovi scenari. Se ce lo dice un’euro-entusiasta, c’è davvero da riflettere.
    […]
    Che prima o poi l’€ volgerà al termine, nel settore [dei grandi investitori] viene ormai dato per scontato. E per la prima volta anche i professionisti cominciano a scommettere sulla rottura della zona €. E questa volta non sono solo gli speculatori. Il gioco d’azzardo sul tramonto dell’€ è iniziato.[…]
    Stiamo andando verso un bivio […]: una unione politica da negoziare e adottare molto in fretta oppure il ritorno alle monete nazionali».
    Tra virgolette:
    http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/06/quanto-manca-alla-fine.html

    Nel settembre 2012 Heiner Flassbeck, capo economista dell’UNCTAD, ex ministro federale del lavoro e degli affari sociali, sottosegretario di Stato, e ministro federale delle Finanze, notava che 200 anni di storia ci dicono che “soprattutto i mercati finanziari commettono sempre errori”, ha concluso Flassbeck. “L’ Europa si è concentrata troppo sul Patto di stabilità e ha perso di vista il divario nella competitività e nei salari dei paesi dell’Eurozona, che è un errore politico fondamentale”.

    Per farla breve, Bagnai ha anticipato ciò che oggi risulta sempre più evidente a chiunque voglia esaminare sulla base di dati oggettivi e non di impressioni personali o pregiudizi, l’effettiva situazione in cui ci troviamo.

    P.S. Ares, lei appartiene a quella categoria di persone che non hanno molto da dire ma lo vogliono dire lo stesso. Niente di cui preoccuparsi, tutto sommato; lei per il momento continui a ridere che mamma Merkel ha fatto i gnocchi. Però quando tra non molto l’€ non ci sarà più non venga a raccontare che lei lo aveva sempre saputo.

  41. @kthrcds a cuccia !!

    Lei attribuisce i mali d’europa e dell’Italia all’euro, a una monetina, io dico che il male è in chi di quella monetina non ha ” saputo ” e “voluto” sfruttarne l’immediato vantaggio.

    p.s. Lei invece vedo che ha molto da dire linkando pensieri altrui… che noia.

  42. Caro Barone,
    grazie mille della dedica amichevole.
    Non ho letto il libro che lei cita, ma il socialismo nazionale di Débray, che fu anche coraggioso combattente per l’indipendenza di Cuba, mi sta simpatico assai. Ce ne fossero, uomini di sinistra così!
    De Gaulle, eh! Lei mi nomina uno dei miei supereroi…Magari potessi essere gaullista! Ma non essendo francese, mi contento di ispirarmi alla figura e all’opera del generale, che a mio parere è stato il più grande e lungimirante patriota europeo – europeo, e non solo francese – del Novecento (e speriamo che in questo secolo qualcuno lo eguagli). Per la grandezza, bè: basta ricordare il suo coraggioso rifiuto della sconfitta francese, e il suo appello alla resistenza: in nome della Francia, e non in nome di un partito. Per la lungimiranza, ricordo che non appena entrarono in guerra gli USA, De Gaulle, considerando ormai scontato l’esito del conflitto, indirizzò tutta la sua azione politica proprio contro gli americani e la loro pretesa di menomare la sovranità francese e subordinare l’Europa congiuntamente all’URSS. Non era facile vederci così chiaro, a quell’epoca; e ancora meno facile era riuscire parzialmente nell’impresa con minime forze, quasi esclusivamente in base al proprio prestigio personale (De Gaulle è l’unico uomo politico di cui Kissinger dica, nelle sue memorie, che ne era intimidito).
    Un’altra prova delle lungimiranza della politica gaulliana, e della sua attualità, è la trasformazione dell’identità e della strategia oggi in corso nel Front National francese. Il FN è nato da una coalizione delle forze pétainiste e fasciste e delle forze cristallizzatesi intorno alla rivolta algerina dell’OAS: gente che aveva per nemico principale proprio De Gaulle e il gaullismo, e che ha tentato seriamente, in più occasioni, di fare fuori fisicamente il generale; andandoci anche molto vicino, per la precisione di sei o sette centimetri.
    Oggi, sotto la pressione della realtà politica, il FN sta abbandonando la sua identità tradizionale, ha intrapreso una politica sovranista chiaramente gaulliana, e lo dichiara apertis verbis; tant’è vero che raccoglie consensi e attivi sostegni anche tra i gaullisti e i sovranisti, di sinistra e di destra.
    Credo che l’attualità dell’impostazione fondamentale della politica europea De Gaulle dipenda dal fatto che il Generale, in conformità alla lezione del realismo politico vestfaliano e in particolare di Richelieu, sempre si orientò sulle realtà permanenti della geopolitica: si vedano le sue cordiali aperture all’URSS, che lui sempre intese come incarnazione provvisoria dell’Impero Russo.
    E questa fedeltà al realismo oggi si dimostra meritata e premiata dalla realtà. Si stanno infatti delineando, in questi anni, due grandi campi, che si cristallizzano intorno alle due principali potenze a vocazione imperiale. Il campo mondialista si cristallizza intorno all’impero marittimo USA, il campo sovranista di cristallizza intorno all’impero terrestre Russia. Gli imperi marittimi tendono, secondo la loro natura, a *destrutturare*: destrutturare nazioni, stati, popoli, famiglie, e persino identità psicologiche (su questo tema, sono acutissime le analisi di Ch. Lasch). Gli imperi terrestri tendono, sempre secondo la loro natura, a *strutturare*, e a costruire un ordinamento sociale nel quale lo Stato si riappropri delle sue prerogative “regali”. Così, l’impostazione gaulliana si dimostra feconda anche per quanto attiene alla politica interna. Solo uno Stato nazionale investito delle sue prerogative sovrane può esercitare la necessaria azione strutturante e limitante sulla dinamica destrutturante e illimitata del capitalismo mondialista a guida americana; e solo la legittimità conferita dal mandato democratico può conferire allo Stato nazionale l’autorità necessaria per assumere ed esercitare la sua sovranità.

  43. @ Ares (9 agosto 2013 alle 12:13)

    Non se la prenda, tanto le cose andranno comunque come devono andare, e lei domani tornerà a qui a spiegare quello che ieri si prevedeva che accadesse oggi.
    Qui, però, non si tratta di attribuire tout court i “mali d’europa e dell’Italia all’euro”, ma di considerare che diversamente dalle attese l’€ non ha portato a convergere i tassi di inflazione dei paesi EZ. Come spiega Vito Lops sul Sole24Ore, l’€ ha favorito i «Paesi che, come la Germania, sono riusciti a contenere il tasso di inflazione anche perché agevolati dal fatto che la loro economia si è sviluppata negli ultimi anni più sulle esportazioni (di merci e capitali) che non sui consumi interni (che sono quelli che poi generano più inflazione). […] Questa del tasso di cambio reale (differente inflazione tra Paesi a parità di cambio) è un’altra delle distorsioni tra le economie nazionali, dopo quella dello spread sui titoli di Stato e sui finanziamenti interbancari, che la crisi dell’euro sta mettendo a nudo».
    Tra virgolette:
    http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-06-18/fare-svalutazioni-competitive-leuro-131248.shtml?uuid=Abmze35H#comments

    Nel 2012, in un suo studio Paul De Grauwe, della London School of Economics, notava che la divergenza di competitività creatasi dagli inizi del 2000 è la causa dei gravi squilibri dell’EZ, «dove i paesi che hanno visto deteriorarsi le loro posizioni competitive (soprattutto il “PIIGS”) hanno accumulato grandi disavanzi delle partite correnti e dell’indebitamento estero, abbinati ad un surplus delle partite correnti dei paesi che hanno migliorato la loro competitività (Germania in particolare)».

    Tra virgolette:
    http://www.econ.kuleuven.be/ew/academic/intecon/Degrauwe/PDG-papers/Discussion_papers/Symmetries.pdf

    Il differenziale d’inflazione dell’EZ ha fatto sì che i prezzi siano cresciuti più altrove che in Germania, rendendo più economici i prodotti tedeschi. Ciò spiega perché il surplus commerciale tedesco è cresciuto più all’interno alla UE che nei paesi extra-Ue.
    Bagnai lo spiega con analisi molto dettagliate elaborate sulla base di dati del Fmi, Bd’I, Istat, Ocse, Bce, Ilo e altri, che forniscono un quadro della composizione del debito e delle sue dinamiche molto articolato.
    Tra l’altro, che l’euro convenga più alla Germania che agli altri paesi dell’eurozona, lo ha ammesso recentemente anche Prodi:

    http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KC9vpP26mJk

    In definitiva, «€ e UE sono gli strumenti concreti per ottenere i risultati voluti dal ceto dominante: disoccupazione e precariato, azzeramento del potere contrattuale dei lavoratori, spoliazione delle risorse degli enti locali per imporre la privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici. Una volta compreso tutto ciò non si può non immaginare i sorrisi dei ceti dominanti di fronte a chi dice di voler difendere il lavoro e di voler combattere i “piani Marchionne” ormai estesi a tutte le categorie di salariati, ma contemporaneamente non prende nette posizioni contro l’euro e la UE. L’innocuità di simili posizioni è a loro del tutto chiara».
    Tra virgolette:
    http://il-main-stream.blogspot.it/2013/07/granelli.html

    Di questa palmare evidenza, nota alla comunità scientifica internazionale da molto prima dell’adozione dell’€ si sta rendendo conto un sempre maggior numero di persone, tra economisti, politici, accademici, nobel, ecc.

    Se i link la annoiano non li legga, me ne farò una ragione. Tenga comunque presente che se si rimane nell’€ verrà svalutato anche il suo salario.

  44. @kthrcds

    Non sono noiosi gli articoli che lei Linka, è noioso lei che linka articoli divulgativi e per niente esaustivi, reperibili facilmente in rete nei canali ufficiali.

    In ogni caso tutti gli articoli che ci propina, svelano politiche economiche intelligenti (anche se a carattere nazionalista) della Germania e dei paesi del nord Europa; che è appunto, quell’intelligenza e furbizia strategica( di regolazione e controllo) che è mancata alla politica Italiana, che ha preferito far indebitare gli Italiani per finanziare le vecchie filiere del lavoro, es. l’edilizia, a discapito di altre più opportune e innovative, in previsione di un futuro di ristrutturazione del debito pubblico.

    Per di più i nostri gloriosi imprenditori nazionali, che avrebbero dovuto avere l’intelligenza strategica di uscire dall’Italia per andare a “vendere” i loro prodotti e tecnologie(e non il lavoro) fuori dai confini Italiani(ostacolati in questo anche dalle politiche sbagliate nazionali), hanno preferito restare nei confini Italiani, portando all’estero solo i propri guadagni, che nel primo decennio dall’avvento dell’€ sono stati cospicui.

    Adesso l’euro è diventato il problema, certo, visto le premesse.

  45. Caro Ares,
    a colazione ho mangiato un branzino al sale (ottimo). Quanto all’Italia: chi le vuole bene sa essere modesto e realistico, e quindi non ama le fanfaronate fuori luogo; anche se sa bene che ci sono stati, e ancora ci sono, italiani degni di rispetto e ammirazione, e circostanze in cui l’Italia s’è fatta e si fa onore.
    Chi non le vuole bene si diverte a deriderla anche quando da ridere non c’è proprio nulla. Lo vedo da una vita, eppure stento ancora a capire quale gusto ci trovino tanti italiani a disprezzarsi così. Identificazione con l’aggressore? Mah.

  46. Charles De Gaulle, durante il maggio francese, indusse il suo primo ministro Pompidou a trattare con i sindacati e a stipulare gli accordi di Grenelle. Questa fu una risposta egemonica al movimento rivoluzionario che da settimane bloccava la Francia. Anche i governi di centro-sinistra degli anni ’70 risposero alle grandi tensioni sociali e politiche del ’68 italiano e dell’autunno caldo con importanti provvedimenti: lo Statuto dei diritti dei lavoratori e la riforma della scuola.
    Oggi, invece, il potere si chiude a riccio e riduce la questione sociale a questione di ordine pubblico. Se ciò accade, è perché oggi non esistono vere opposizioni politiche in Parlamento che sostengano e traducano in provvedimenti legislativi le rivendicazioni delle classi subalterne. Inoltre, una volta vi era l’Urss con la sua Costituzione e la sua gestione socialista di tutti i beni della società, un paese la cui sola esistenza costringeva le classi dirigenti dell’Occidente a non tirare troppo la corda, ad offrire una qualche risposta alle rivendicazioni di diritti e alle richieste di rinnovamento. Ma ormai, da molti anni, le cose non stanno più così. I governi ignorano la protesta delle masse. Vanno avanti per la loro strada fatta di tagli ai salari e al ‘welfare’ e di finanziamenti delle guerre colonialiste. Questi governi sono l’espressione di una classe dirigente che si limita a criminalizzare la ribellione senza capire che la paralisi economica è dovuta anche alla precarietà e al crescente disagio sociale e senza dare risposte ai movimenti di massa: una classe dirigente che, essendo in realtà una classe servente di borghesia compradora, si dimostra non solo priva di credibilità e incapace di egemonia, ma è essa stessa causa di ulteriore paralisi e di ulteriore malessere.

  47. A proposito della subalternità della sinistra (oltre che alla “cultura Nato” anche) alla cultura di un europeismo sub-imperialista e filo-statunitense sempre più retrivo, può essere utile richiamare gli interventi e i saggi contenuti in un numero monografico della rivista “Democrazia e Diritto” risalente al 2008 e dedicato al tema “Operai e Banca d’Italia. La cultura economica della sinistra dal dopoguerra ad oggi”. Al centro della disamina condotta dai diversi autori vi è la necessità di riflettere sugli errori della sinistra: errori non solo politici, ma anche di natura culturale e scientifica. Questa serie di errori comincia dal Pci, il cui limite fu sostanzialmente quello di muoversi (non prima ma) dopo i fatti, puntando alla semplice razionalizzazione economica di un mondo che cambiava. Da questo punto di vista, l’ottica del Pci, lungi dall’affrontare i fatti per cercare di dominarli, era quella di adeguarsi ai fatti dopo che questi erano avvenuti. Sennonché per una forza politica che originariamente aveva una visione complessiva del mondo, questo approccio empiristico di corto respiro costituì una grave debolezza, che risultò ancor più pesante a seconda del tipo di fatti a cui ci si adeguava. Del resto, occorre riconoscere (e ciò emerge con chiarezza dalla lettura della rivista or ora menzionata) che il Pci, sul piano economico, non ha mai seguìto una linea di sinistra: ciò è riscontrabile non tanto nell’analisi economica quanto nelle scelte economiche. Un esempio si ricava dal dibattito del primo e del secondo centro-sinistra negli anni Sessanta del secolo scorso: dibattito che non ebbe un carattere culturale ma politico. Un altro esempio, che rivela i limiti dell’ottica del Pci in campo economico, è che tale partito non ha mai compreso la grande importanza dello Stato sociale della fine degli anni ’70, il che, fra l’altro, spiega come mai tale partito abbia potuto andare d’accordo con la Dc sul terreno della solidarietà e dell’equità, che palesemente non sono la stessa cosa della giustizia. Date queste premesse, la logica conseguenza non poteva essere diversa da quella che si è potuto osservare durante tutti questi anni, e cioè che, nell’affrontare i problemi dello Stato sociale, il bisogno di mettere a posto i conti è sempre venuto prima dell’impianto universalistico della sanità e dell’istruzione (per citare due elementi costitutivi dello Stato sociale) .
    Un altro pesante limite della cultura economica della sinistra è stato l’atteggiamento acritico nei confronti della Banca d’Italia. In questo senso, se è vero che, dopo il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, sancito con la legge Andreatta del 1981, la progressiva lievitazione del debito pubblico fu il frutto di tale scelta (oltre che il portato del cosiddetto ‘Caf’, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani), è altrettanto incontestabile che il debito pubblico derivava da precise scelte di politica economica, non solo da errori di governo. Proseguendo sul piano inclinato delle politiche di ispirazione liberale, condizionate dal dogma del pareggio di bilancio, un altro esempio degli errori della sinistra fu il sostegno alla politica del cambio della ‘lira forte’, che porterà, sempre negli anni Ottanta del secolo scorso, a un pauroso aumento del debito pubblico, dato che il tasso di interesse che veniva imposto era superiore al tasso di crescita.
    La visione epistemologicamente ingenua dei problemi di carattere macroeconomico, per cui si pensa che il tutto sia la semplice somma delle parti, vale a dire che la macroeconomia corrisponda sostanzialmente alla somma delle operazioni fatte dai diversi soggetti economici (aziende, lavoratori, consumatori ecc.), ha così condotto la sinistra a praticare, quando essa è stata al governo, una politica dell’offerta, che non ha concesso spazio alcuno a una politica della domanda. La riprova è rappresentata dalla ricorrente proposta di aumentare i salari con la detassazione e non (come invece sarebbe necessario in base alla logica di una politica della domanda) con una lotta vigorosa del sindacato che porti i salari a superare la produttività. Ma la condizione affinché si esca dalla crisi è proprio che i salari aumentino più della produttività. In realtà, non si capisce che esistono margini di politica economica che riguardano (non solo l’offerta ma anche) la domanda. Anche la questione del modo in cui sono state attuate le privatizzazioni costituisce un altro esempio dei limiti (e della subalternità) della cultura economica della sinistra, perché si è giunti a compiere questa operazione sotto la minaccia di un debito pubblico crescente, al fine di ridurlo. Ancora una volta, l’equilibrio di bilancio, condizione per entrare nella moneta unica, fu anteposto a ogni altra considerazione sulla base di un ragionamento zoppo, per cui si riteneva che, riducendo il debito pubblico e allineando il tasso del deficit ai parametri di Maastricht, si sarebbero create automaticamente le condizioni dello sviluppo. Ma in realtà non vi era alcuna ragione perché si instaurasse, sulla base di una pura operazione contabile, un rapporto virtuoso tra riduzione del debito pubblico, riduzione del deficit e sviluppo economico.
    Infine, è opportuno aggiungere due ulteriori osservazioni: per quanto riguarda la tecnologia, la sinistra non è andata finora al di là di un’invocazione astratta della ricerca e dell’innovazione, senza mai scendere in un’analisi concreta della natura economica e sociale, nonché dei prerequisiti istituzionali e cognitivi, della ricerca e dell’innovazione; per quanto riguarda la speculazione, anche intuizioni giuste sui processi di patologica finanziarizzazione dell’economia, come quella relativa alla definizione della cosiddetta ‘economia di carta’, non hanno prodotto, di là dalla corretta rilevazione del fenomeno e delle sue abnormi dimensioni, alcuna politica che investisse le istituzioni italiane ed europee. In conclusione, questa sommaria rassegna delle questioni trattate cinque anni fa in questo numero monografico di una rivista indubbiamente qualificata dimostra che, anche sul piano della cultura economica di riferimento, la sinistra era giunta al bivio: senza grandi cambiamenti non solo delle analisi ma dello stesso modo di pensare la teoria economica e le scelte conseguenti di politica economica (cambiamenti di cui non vi è stata le benché minima traccia in questi ultimi anni), la sinistra non aveva – e non ha a tutt’oggi – prospettive di ripresa e di sviluppo. Come ho già detto e come non mi perito di ripetere, da trent’anni la sinistra socialista e comunista predica al vento, perché ha accettato premesse che tolgono ogni senso ai programmi che essa propone. Che senso ha attendere che l’Ue si disintegri da sola per l’irrazionalità di un sistema che genera necessariamente e costantemente squilibri micidiali? Perché non prendere atto che lo Stato sociale è per sua natura uno Stato sociale nazionale, mentre uno spazio aperto senza frontiere, privo di un potere politico centrale, non può che essere uno spazio dominato dal capitale? Si capisce perché la sinistra rifiuta di prendere atto della verità. Dovrebbe riconoscere che da trent’anni è legata, anche sul piano della cultura economica di riferimento, a premesse che negano totalmente i fini enunciati. Ma tutto ciò ha comportato il sacrificio degli interessi operai e popolari che la sinistra avrebbe dovuto difendere. La prospettiva strategica della “rinazionalizzazione” è l’unico modo per svincolarsi dal ricatto e dalla minaccia, quando non dal conflitto, fra ‘Stati disgreganti’ e ‘Stati disgregati’ – conflitto che è sotteso alla logica della globalizzazione ultraimperistica -. Tale prospettiva si impone sempre di più come una necessità ineludibile e improrogabile per le masse che desiderano acquisire il benessere economico e la sicurezza sociale, per i popoli che intendono proteggere la coesione nazionale e garantire l’indipendenza e la libertà, per i governi che, attraverso un legittimo mandato democratico conferito a classi autenticamente dirigenti, intendono esercitare la propria sovranità nazionale. Solo realizzando queste condizioni sarà possibile rilanciare, su basi radicalmente diverse da quelle attuali, un processo di unificazione dell’Europa che non sia un’illusione o, come sta accadendo, un incubo.

  48. L’Italia che io critico è l’Italia che pretende di governare, di condurre un paese straordinario, abitato da gente straordinaria, da un popolo straordinario, che in questi anni da questi soggetti, é stato tradito.

    Avrei anche qualcosa da ridire ai grandi imprenditori italiani che hanno deciso di prendere residenza all’estero e di portare i propri soldi all’estero, e che possono da quei luoghi votare i loro rappresentanti.

  49. @ Ares

    Ecco, avevo pensato di propinarle noiosi link per i prossimi due mesi, ma le sue osservazioni mi hanno convinto che due mesi sono pochi, meglio quattro.
    Per il momento, però, mi limito a sottolineare che non sono del tutto in disaccordo con lei circa la mancata capacità della politica e dell’imprenditoria italiana di tenere il passo con i tempi. Ma, forse ne converrà con me, l’adozione dell’€ è stata comunque improvvida, perché si è trattato di una scelta politica nonostante l’evidenza empirica storica e scientifica dicessero a chiare lettere che non avrebbe funzionato, e ha finito per rappresentare un handicap, piuttosto che un incentivo ai cambiamenti da lei auspicati.
    Lei giustamente sottolinea che “un paese straordinario, abitato da gente straordinaria […] é stato tradito”. E io aggiungerei che è stato tradito anche e soprattutto con l’adozione dell’€.

    A inizio luglio, nell’annunciare che i tassi d’interesse potrebbero scendere ancora, perché “voci di una possibile ripresa lo spingono a dispensare ottimismo”, Draghi ha ammonito che i paesi dell’EZ devono andare avanti sul percorso delle “riforme strutturali” in modo da “stimolare la crescita e l’occupazione e affrontare i problemi della competitività e della capacità d’aggiustamento sui mercati del lavoro e dei servizi”.
    Non è chiaro a chi si riferiscano le voci di una possibile ripresa, ma non certo all’Italia, visto che nel frattempo «Le multinazionali internazionali fanno acquisti in Italia, approfittando dei prezzi vantaggiosi che la crisi ha portato. […] Sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di almeno 10 miliardi di euro dall’inizio della crisi, che ha reso più facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese, dall’Orzo bimbo agli spumanti Gancia, dai salumi Fiorucci alla Parmalat, dalla Star al leader italiano dei pomodori pelati finito alla Mitsubishi.
    […]
    ”Il passaggio di proprietà – ha denunciato [il presidente della Coldiretti] Marini – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero».
    Tra virgolette:
    http://www.wallstreetitalia.com/article/1600762/crisi/marchi-made-in-italy-in-mani-straniere-persi-10-miliardi.aspx

    Ciò che realmente intende Draghi quando parla delle mitologiche “riforme strutturali” da attuarsi nell’Ue è la trasformazione degli europei da cittadini, che godono formalmente dei diritti garantiti dalla Costituzione, in “clienti” paganti.
    L’Ue è una gabbia in cui le politiche liberiste – quelle che ovunque sono state applicate dal dopoguerra ad oggi hanno mandato fallite intere nazioni in America latina, Sud est asiatico e Africa -, hanno campo libero. Prova ne sia la “Direttiva Bolkestein”, presentata dalla CE nel 2004, che dovrebbe entrare in vigore dal 2015, che prevede la privatizzazione di ogni settore dell’attività produttiva.
    Siamo entrati nel sesto anno di una crisi che si fa più feroce ogni giorno che passa. Ogni giorno i tg ci ricordano che gli euro-burocrati ci chiedono il rispetto degli “impegni presi”, gli “esperti” della tv esortano al sacrificio, i politici spiegano con aria compunta che il Fmi sollecita un ribilanciamento del risanamento fiscale, che è “assolutamente necessario per supportare la crescita attraverso tagli di spesa e tasse più basse” – manca solo il frate che ti passa sotto le finestre e ti urla “ricordati che devi morire” -, mentre le aziende continuano a chiudere e milioni di persone vedono sfiorire una dopo l’altra le probabilità di migliorare la propria condizione, o anche solo di mantenerla.
    Prima comprendiamo che con l’austerità non faremo altro che peggiorare la situazione fino al punto di non ritorno – dopo la “cura” Monti, il debito è aumentato di 9 punti -, e meglio sarà per tutti.

    Vorrei quindi farle una domanda: non crede anche lei che sia poco affascinante la prospettiva di vivere per i prossimi lunghi anni in condizioni di pauperizzazione crescente, mentre attorno a noi cresce la disperazione di chi perde il lavoro, e non sa come far fronte alle necessità ineludibili quali pagare affitto, bollette, nutrirsi, ecc., il tutto in nome della salvaguardia di una moneta?
    Non staremo esagerando?

  50. Caro Ares,
    nel popolo italiano ci siamo anche io e lei. Non so lei, ma io non mi sento tanto meraviglioso e straordinario. Però, non c’è bisogno che un popolo sia meraviglioso e straordinario per volergli bene. Al popolo cui si appartiene si può voler bene come si vuole bene a una persona cara, o come si vuole bene, umilmente, a se stessi: cercando di riconoscere i propri limiti ed errori senza disprezzarsi e senza venire meno alla propria dignità.
    Per farla corta, secondo me l’Italia e gli italiani, che non si trovano in un momento di eccezionale spolvero della loro lunghissima storia, vanno presi e amati per quel che sono e che possono diventare; tenendo sempre presente che quando pensiamo all’Italia e agli italiani, nel loro peggio e nel loro meglio, è anche a noi stessi, o a una parte di noi stessi, che pensiamo.
    Una cosa che mi piacerebbe tanto vedere prima di togliere il disturbo è questa: che noi italiani la piantassimo di qualificare di veri italiani la nostra parte (politica, culturale, ideologica, calcistica, etc.) e di falsi italiani la parte opposta. Temo che dovrò giungere a un’età da patriarca biblico, per riuscirci.
    Poi, quanto alla sua giustificata protesta contro i tradimenti, che le posso dire? Prenda il biglietto e si metta in fila. Mentre aspetta, magari potrebbe cercare di qualificare un po’ meglio chi ha tradito che cosa, e perché. Va poi da sé che chi ha responsabilità di comando porta sempre su di sé anche la maggior quota di colpa per gli errori, colposi e dolosi.

  51. Eros Barone 9 agosto 2013 alle 21:41

    « … Inoltre, una volta vi era l’Urss con la sua Costituzione e la sua gestione socialista di tutti i beni della società, un paese la cui sola esistenza costringeva le classi dirigenti dell’Occidente a non tirare troppo la corda, ad offrire una qualche risposta alle rivendicazioni di diritti e alle richieste di rinnovamento.»

    Anche le divisioni corrazzate che scaldano i motori nella steppa ungherese fanno la loro figura … ;-)

  52. @Barone, Buffagni e Cucinotta

    Mi spiace di non aver potuto intervenire finora in questa discussione. L’ho seguita però attentamente nel suo svolgersi e vorrei esporvi soprattutto e in ritardo le mie perplessità, sperando che non siano ritenute “disfattiste”.

    Barone e Buffagni concordano su un punto: « la moneta unica va abbandonata al più presto possibile». Ammesso che sia una soluzione corretta e ragionevole (io non so accertarlo e non ci metto becco……), mi chiedo chi possa farlo o quale sia il soggetto politico deciso a farlo o quello sociale capace di premere oggi in modo tale su chi attualmente comunque governa. Abbiamo visto che fine ha fatto l’opposizione in Grecia. E dobbiamo dirci sinceramente che è qui che casca l’asino; e capire perché casca.
    Che a dare autorità a questa prospettiva dell’uscita dall’euro sia Bagnai, e cioè un’economista, può far piacere, perché si spezza un muro d’omertà. (Ma ricordo che tempo fa questa proposta era stata caldeggiata anche da Loretta Napoleoni, anche lei economista…). Non mi pare però che, individuato l’obiettivo “giusto”, venga superata la vera difficoltà: individuare il soggetto capace di praticarlo.
    Barone riconosce che «il problema della fuoriuscita dall’euro è solo un problema di volontà politica, mentre il problema economico è tecnico, quindi secondario». Non mi pare però che indichi con chiarezza chi farà o dovrebbe fare o potrebbe fare «questa scelta». O almeno c’è un passo – quando dice che sarebbe «ancora possibile coordinarsi con altri paesi a noi affini (Spagna, Grecia, Portogallo) e rafforzare i rapporti economici e politici, oltre che con l’area del Mediterraneo, con l’area dei paesi Brics, naturale punto di riferimento per le nostre esportazioni» – in cui lo dice; e – in modi non dissimili da Buffagni che si richiama a De Gaulle e ad Adenauer – fa intendere che l’operazione va condotta sul piano statuale. Che, però, come tutti sappiamo è occupato dalle forze che sostengono la politica UE .

    Di Cucinotta condivido sia la preoccupazione sul “day after” (dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’euro) sia la sottolineatura che il problema è globale, « dovuto allo specifico tipo di globalizzazione che è stata attuata». Mi pare però debole (o economicista) l’affermazione che la crisi, «nata negli USA» sia avvenuta solo o soprattutto «a causa del debito privato, quello delle grandi banche che, approfittando di una legislazione favorevole attuata da Clinton (nel lontano 1998), hanno risposto alla crisi di domanda e quindi di crescita, creando liquidità tramite l’emissione dei più stravaganti titoli di credito privati, nella massima parte i noti derivati». Cucinotta sembra sorvolare sul fatto che la conflittualità è presente e crescente nella politica internazionale degli Stati e non considera a sufficienza che nella storia, quando i conflitti diventano acuti o acutissimi, gli Stati ricorrono non solo alle pressioni più o meno forti ma alla guerra. Anche lui poi, che si dichiara «fermamente convinto che bisogna difendersi dalla globalizzazione, ripristinando adeguate barriere doganali e dando default», non indica il ‘noi’ capace di tanto. A meno che Cucinotta non veda (e non so con quanta convinzione) che questo ‘noi’ si sta formando in un eterogeneo fronte d’opposizione “anti-euro” . In tal caso le mie perplessità anti-economiciste si rafforzerebbero.

    Esse, invece, si riducono se guardo alle tesi di chi (La Grassa) insiste a sostenere che la crisi è *soprattutto* politica e che derivi dallo squilibrio di potere creatosi con la conclusione della Guerra fredda, l’implosione dell’Urss e la mancata stabilizzazione della strapotenza assoluta (imperiale) degli USA. Per cui le grandi banche non si limiterebbero affatto ad approfittare di un’occasione offerta da Clinton (la politica), ma sarebbero parte organica di una strategia politica di predominio (statunitense), che viene portata avanti *anche* attraverso la finanza. Le banche risultano, dunque, complici “alla pari”, più che “variabili indipendenti” o addirittura “autonome” e persino al di sopra di tutti gli Stati.

    Proprio alle tesi di La Grassa, del resto, mi pare si richiama Buffagni quando scrive: «Per come la vedo io, la crisi economica in atto è la manifestazione di superficie degli scontri politici mondiali che si sono aperti con l’implosione dell’URSS, e il tentativo fallito degli USA di fondare un unipolarismo praticabile (che sia fallito lo dimostra l’attuale isolamento politico degli USA). Fallito quel tentativo, si sta lentamente e faticosamente costituendo un multipolarismo, nel quale gli schieramenti non sono ancora solidamente formati; e in cui l’unica potenza di prim’ordine che pare (pare) schierarsi irrevocabilmente contro gli USA è la Russia. E’ una situazione delicata e pericolosa, nel corso della quale si potrebbero verificare anche scontri armati di prima grandezza».
    Buffagni fa bene anche a ricordare che « il PD e la sinistra in generale, non solo italiana, hanno investito il loro intero capitale politico nell’avventura UE + euro» o le posizioni del ’78 di Napolitano e che a destra la grande industria ha accolto con favore l’euro e che anche la media e piccola industria c’è stata « sia per impotenza politica, sia per ignoranza delle reali conseguenze dell’euro, sia perché una sconfitta dei lavoratori faceva comodo anche a loro».

    Tuttavia – e qui devo dichiarare il mio scettico dissenso – se concordo con la *pars destruens* dell’analisi di La Grassa e Buffagni, non concordo nel puntare le speranze di un riscatto sulla nazione-Italia (per Buffagni addirittura ancora patria). Se la nazione Italia c’è ancora ( ma subordinata nella sua maggioranza ad un’alleanza politica con gli USA e socialmente americanizzata in profondità), la patria davvero non c’è più; e potrebbe essere “resuscitata” solo nei modi artificiali, ristretti e caricaturali delle “piccole patrie”, come le hanno tentato i leghisti. Questo ‘noi’, che non c’è e sarebbe tutto da pensare e ricostruire senza lasciarsi lusingare dai vecchi immaginari, è secondo me il vero buco nero che la nostra critica minoritaria dovrebbe affrontare. Partendo da zero, in modi leali e coraggiosi.
    Non c’è più il ‘popolo’. Cose simili dovrei forse dire anche per la classe o l’internazionalismo di classe, rivolgendomi a Barone. Mi si dirà che esistono immaginari peggiori, che puntano su fantasmatiche moltitudini. Può darsi. E infatti vedo i limiti ancora più grossi dei movimentisti moltitudinari. E allora?
    Non è entusiasmante – l’ho già detto in un commento rivolgendomi a Barone – provenire da una storia sconfitta (la Grande Causa, di cui parlava Fortini) e ritrovarsi isolati e senza ‘noi’. Ma nella storia che altri stanno facendo da posizioni di maggior vantaggio e contro la maggioranza di questo Paese non si può agire con un ‘noi’ qualsiasi. In tali condizioni mi vedo costretto a pensare e agire come la brechtiana Madre Courage (dunque: senza patria e senza classe…). È davvero poco, lo so. Ma io così la penso e ve lo dico.

  53. Che i problemi dell’Italia siano dovuti ANCHE ad un’opposizione debole e a un sistema sindacale che ormai ha messo la falce e il martello al chiodo Posso essere d’accordo, ma non dimentichiamoci Che al governo ci sono state ben altre forze politiche, che mi pare siano definibili di DESTRA, che hanno governato a colpi di voto di fiducia e hanno comprato voti e poltrone parlamentari.

    E il dubbio che mi assale, viste le premesse é: ha senso tornare indietro mantenendo un sistema partitico basato sulla corruzione e sulla compravendita di parlamentari, invece che andare avanti verso un’integrazione politica europea? se mi Voltarsi indietro Sarei già quel che mi aspetta..dopotutto.

  54. Caro Abate,
    grazie dell’intervento e delle critiche, tutte pertinenti. Replico molto brevemente. A mio avviso, la disarticolazione della UE e l’uscita dall’euro (due dinamiche congiunte) può avvenire solo per via statuale.
    Le ipotesi plausibili mi sembrano:
    a) Francia. Se il Front National riesce a rompere la conventio ad excludendum e a esprimere un Presidente della Repubblica. Non facile, ma non impossibile, considerando le tendenze in atto nella società e nel sistema politico francese, e gli ultimi risultati elettorali.
    b) Germania. La crisi di domanda indotta nella UE dalla politica tedesca mette a disagio l’industria, che ha bisogno di continuare ad esportare nell’eurozona. La finanza tedesca vuole incassare tutti i suoi crediti fino all’ultimo, l’industria ha bisogno di vendere. Da questa contraddizione, probabilmente stimolata da pressioni USA, potrebbe sortire un’azione autonoma tedesca. Più che un’uscita dall’euro della Germania, una divisione tra euro A ed euro B; la quale, non risolvendo i problemi dei paesi del Meridione, potrebbe dare inizio a una dissoluzione vera e propria.
    c) Italia-Spagna-Portogallo-Irlanda. Da quel che posso sapere spigolando sulla stampa internazionale, si sta formando in Portogallo una forte opposizione politica all’euro. In Spagna, aumentano le tendenze alla frammentazione lungo le linee di faglia delle regioni/nazioni spagnole, e le forze politiche centraliste sono seriamente preoccupate. L’Irlanda potrebbe essere spinta ad uscire se in Gran Bretagna prendesse il sopravvento il forte partito contrario alla UE. In Italia il sistema politico è insieme bloccato e marcescente. I partiti, di destra e di sinistra, sono nel reparto rianimazione diretto dal primario prof. Napolitano. L’opposizione è ingabbiata a) nell’astensione b) nel M5S, che non pare in grado di elaborare una cultura politica e una strategia minimamente all’altezza, sia perché si tratta di una formazione improvvisata, sia perché sembra parzialmente eterodiretto. E’ improbabile che si formi una direzione politica antiUE/antieuro in tempi brevi. E’ però possibile che si disgreghino entrambi i maggiori partiti di destra e di sinistra, e che si sfarini il M5S: che dunque si apra un periodo di caos nel quale anche questo potrebbe accadere; cioè che frammenti espulsi dal sistema politico si cristallizzino intorno a una linea politica antiUe, secondo lo schema “chiesa di tutte le eresie” che fu proprio del fascismo (caveat: con il fascismo storico, e con il fascismo babau, questa ipotetica formazione non avrebbe nulla a che vedere, tranne che per il modo della sua formazione e la risposta a una crisi di legittimità dello Stato).

    Tranne che nell’ipotesi tedesca, la condizione preliminare, necessaria ma non sufficiente, per un’uscita dalla trappola, è che non sia più elettoralmente decisivo il clivage destra/sinistra, e che gli si sostituisca il clivage mondialismo/sovranismo, nella forma UE/stato nazionale. Il paese dove più ci si avvicina a questa condizione è la Francia, la quale ha anche la maggior tradizione di fierezza nazionale. Insomma, se devo scommettere scommetto Francia.
    Quanto al discorso “non c’è più patria, non c’è più popolo, non c’è più nazione, non c’è più Stato”, che – intendiamoci – ha tutto il suo perché, ne limiterei il peso. Per come la vedo io – e può essere benissimo che veda quel che desidero vedere – patria, popolo, nazione e Stato sono realtà politiche permanenti, che certamente possono oscurarsi e sbiadire, ma non svanire.
    Ripeto: può farmi velo l’affetto e la formazione. Però, se si guardano gli eventi storici degli ultimi duecent’anni – l’implosione dell’URSS è un caso esemplare – si vede che anche dopo eventi disastrosi, le tendenze di fondo geopolitiche e culturali di lungo e lunghissimo periodo ritornano a farsi valere, e certificano l’esistenza in vita di queste realtà.

  55. Una piccola aggiunta. Che Bagnai, Napoleoni, Borghi Aquilini ed altri pochi economisti siano diventati le figure di riferimento dell’opposizione all’euro e alla UE dipende dal fatto che il linguaggio di legittimazione politica e culturale attualmente vigente è l’economia.
    Nell’Europa del Seicento, ad esempio, il linguaggio di legittimazione politica e culturale vigente era la teologia (Richelieu era un teologo di prim’ordine). Lo scontro fra Bossuet e Fénelon, che appassionò tutta la Francia istruita, dal sovrano all’aristocrazia agli studiosi etc., esprimeva in termini teologici (di una finezza ineguagliabile) lo sconto fra assolutismo regale e riformismo aristocratico in merito alla suddivisione del carico fiscale, della partecipazione alle responsabilità di governo, della formazione della classe dirigente, etc. Non dico che se avesse vinto Fénelon non ci sarebbe stata la rivoluzione, ma chissà?
    Quanto precede, per dire che quanto sta avvenendo va letto, a mio avviso, in termini anzitutto politici. L’intèndence suivra.

  56. Mi sembra che questo importante dibattito stia dimostrando che, perlomeno dal punto di vista teorico, è possibile fuoriuscire dall’euro e dalla Ue (un’endiadi indissociabile) e porre termine al ciclo neoliberista avviato trent’anni fa. Il problema, come ho sottolineato in precedenza, è di volontà politica, non di possibilità tecnica. È, peraltro, evidente che le forze di centrosinistra mancano sia della indispensabile lucidità scientifico-culturale che della necessaria volontà politico-sociale. Siccome restano legate, mani e piedi, al carro della reazione, subordinando a questa quei vasti settori delle masse popolari che nutrono ancora fiducia in esse, sarebbe inopportuno, da parte della sinistra patriottica e di classe, alimentare speranze non corrispondenti ai reali rapporti di forza. La battaglia per il recupero della sovranità nazionale è nondimeno, come ho già detto e argomentato, il terreno strategico del conflitto di classe odierno. Smantellare l’eurozona ne rappresenta necessariamente il primo atto. L’euro, che a sua volta è il punto apicale della costruzione di questo Moloch reazionario, è l’ostacolo da abbattere, come risulta sempre più chiaro e inoppugnabile alla luce delle analisi svolte da molti economisti progressisti europei, dal francese Jacques Sapir al nostro Alberto Bagnai. Un buon numero di partiti comunisti e operai europei hanno già preso posizione in difesa della sovranità nazionale contro l’Unione europea, come è accaduto recentemente nel vertice dei partiti della Sinistra europea (Izquierda Unida, Partito comunista portoghese, Partito comunista francese e Akel) sul tema: “Un’altra Europa, dei lavoratori, dei popoli”. Con l’importante presa di posizione anti-Ue di Oskar Lafontaine il quadro si è finalmente esteso anche a parte della sinistra tedesca. È dunque auspicabile che nel volgere dei prossimi mesi la sinistra di classe prenda anche in Italia una posizione patriottica coerente con la linea adottata nel vertice di Lisbona, ponendo fine alle ambiguità che ancora permangono e affermando con forza la necessità di chiudere l’esperienza della moneta unica e di questo processo di integrazione europea. Dopodiché si potrà pensare ad un rilancio di questo processo incentrato sui popoli e sulle patrie, avendo maturato la consapevolezza che senza popoli e senza patrie nessun’altra Europa sarà possibile.

  57. Ennio Abate, adempiendo la missione critico-filosofica di “un tafano posto dal dio ai fianchi della città come ai fianchi di un cavallo grande e di buona razza” (Platone, «Apologia di Socrate»), ci stimola a misurarci con i quesiti, sempre significativi e importanti, con cui egli ci incalza. Proverò a delineare una risposta a quelli che egli pone nel suo intervento, e che, in buona sostanza, riguardano la funzione storica della classe operaia e, implicitamente ma soffertamente, il significato dell’impegno espresso dagli intellettuali che ne hanno sposato la causa. Premetto che chi risponde è un intellettuale militante che ha passato quasi cinquant’anni della sua vita a stillarsi le meningi e a rompersi le tasche sulla condizione, le lotte e le prospettive della emancipazione di questa classe, senza che i singoli membri di questa classe, a parte alcune rare e indimenticabili testimonianze, lo abbiano minimamente ripagato dell’impegno profuso e dei sacrifici affrontati. “Ma ne vale la pena?”, chiede lo scettico che si annida anche nel più ferreo dei militanti della sinistra di classe. Su questo punto mi riservo di rispondere alla fine del mio ragionamento, dopo aver prodotto qualche dato e qualche deduzione.
    La centralità della classe dei lavoratori salariati (o, se si preferisce, dei venditori di forza-lavoro) risulta da una duplice cinematica: a mano a mano che si diffonde nel pianeta il modo di produzione capitalistico, cresce insieme con esso il peso del lavoro salariato, che (secondo i dati dell’Oil) passa da 1,3 miliardi di persone nel 1965 a 2,4 miliardi nel 1995, sino a 3 miliardi nel 2000, con una previsione di 3,6 miliardi nel 2025. Naturalmente, occorre tenere conto del fatto che questa espansione produce in pari tempo una crescita della disoccupazione di massa, poiché la velocità di espulsione della manodopera rurale è nettamente superiore alla capacità di assorbimento di industria e servizi. Sempre secondo l’Oil, una persona su tre è disoccupata, e ciò significa che «un miliardo di persone nel mondo, un terzo della forza-lavoro, vive in condizioni precarie e con scarse protezioni sociali». In conclusione, la mondializzazione capitalistica produce simultaneamente l’espansione del lavoro dipendente e la sua svalorizzazione. Ciò significa, in altri termini, che, lungi dall’essere il miraggio di un intellettuale affetto da romanticismo rivoluzionario, la classe operaia (cioè la classe dei lavoratori salariati produttori di valore divenuta cosciente di sé stessa) è la più grande scoperta all’interno della società e il più grande investimento sul futuro che possa compiere un intellettuale capace di ragionare (non in termini soggettivistici e autoreferenziali ma) in termini di continenti e di generazioni. In questo senso, la sinistra ha dentro di sé una lunga storia che parte dalla prima rivoluzione industriale alla fine del Settecento, passa attraverso tutte le esperienze di lotta e organizzazione dell’Ottocento (cooperativismo, mutualismo, sindacalismo, internazionalismo) e giunge alle grandi esperienze del Novecento (rivoluzioni, costruzione di regimi socialisti, guerre di liberazione contro il nazifascismo, compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro, temporanea sconfitta dei primi grandiosi esperimenti di socialismo realizzato). Protagonista di tutte queste esperienze è stato il movimento operaio, un soggetto sociale incentrato sulla classe operaia, con una propria organizzazione e una propria teoria. Nel ciclo neoliberista, che sta giungendo al termine mentre è in pieno svolgimento la terza crisi generale del capitalismo iniziatasi intorno alla prima metà degli anni Settanta del secolo scorso e ora in fase di acutizzazione, la centralità politica della classe operaia è stata negata, ma la crisi stessa ne ripropone costantemente la centralità sociale. Orbene, il passaggio da questo tipo di centralità (che si chiama essenzialmente sfruttamento, precarietà e disoccupazione) a quel tipo di centralità (che si chiama egemonia) ha un nome preciso e insostituibile: partito comunista. Da qui occorre ripartire: da una forza autonoma che deduce dalla centralità economica del plusvalore nel sistema capitalistico la centralità politica della classe operaia nel rovesciamento di tale sistema. Una forza autonoma capace di usare l’arma della lotta di classe e lo strumento dell’organizzazione (applicati a tutti e tre i fronti di engelsiana memoria: teorico, politico ed economico) non solo per fronteggiare l’impatto della crisi con le sue inevitabili ristrutturazioni produttive e per sostenere i lavoratori che vengono colpiti da essa, ma anche per indicare una prospettiva ben precisa: quella del controllo operaio, delle nazionalizzazioni e, ‘last but not least’, della “rinazionalizzazione”. In questo senso, la battaglia per il recupero della sovranità nazionale è il primo punto dell’agenda politica odierna. Se si intende invertire la tendenza reazionaria avviata con la “reaganomics” trent’anni fa, occorre limitare drasticamente la ‘libera’ circolazione dei capitali, ricondurre la banca centrale sotto il controllo del potere pubblico ed adottare tutti gli altri provvedimenti che si riterranno necessari, guardando all’interesse collettivo della comunità nazionale (che coincide poi con quello delle classi lavoratrici e degli altri strati sociali proletari e semiproletari che possono essere raggruppati, attraverso un vasto fronte popolare, in un blocco sociale che faccia pernio sulla classe operaia) e non a quello delle oligarchie finanziarie transnazionali e della borghesia compradora ad esse legata. Insomma, per tornare al “porro unum necessarium”, che è la ricostruzione del partito comunista, è evidente che la necessità che legittima una forza di questo tipo non nasce unicamente da un’elementare esigenza difensiva, ma nasce, ad un livello più profondo, strategico e ideale, dalla esigenza e dall’urgenza di proporre un’alternativa di civiltà e di ‘ordine nuovo’ al caos e alla barbarie scatenati dal capitalismo. So bene che queste indicazioni sono schematiche, ma le ritengo tuttavia necessarie, anche se non sufficienti, al fine di delineare lo spazio, per l’appunto strategico e ideale, di una transizione rivoluzionaria dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione comunista. Da questo punto di vista, la classe operaia è una realtà attuale che ha, dentro di sé e davanti a sé, un avvenire importante e decisivo per l’intera società umana.
    Del resto, per non fare della classe operaia un mito consolatore, non intendo eludere un’analisi, per quanto sommaria, della sua composizione politica, che mi conduce a individuare in essa: 1) una minoranza di lavoratori che si riconosce nella politica dei vertici dei sindacati confederali, 2) una minoranza che ha rotto con essi, creando nuovi sindacati di base, 3) una vasta area di lavoratori che vive in modo conflittuale la propria collocazione all’interno dei sindacati confederali, 4) una massa crescente di lavoratori che sono rifluiti dai movimenti sindacali nel purgatorio del qualunquismo e del populismo (da quello leghista a quello del M5S). Orbene, va detto che la crescita di questa quarta area offre potenzialmente una base di massa ad una mobilitazione reazionaria. L’unica differenza rispetto al periodo del primo dopoguerra, in cui i liberali tenevano la scala ai fascisti, è che ora sono i fascisti a tenere la scala ai liberali. Ma dietro a queste maschere c’è un unico volto: quello del capitale che, come scrive Marx, “nasce con una voglia di sangue in faccia e trasuda fango e sporcizia da tutti i pori”. Sennonché per l’assenza del partito comunista e per il correlativo scadimento del ceto politico la classe operaia paga un prezzo molto più alto di quello che paga la borghesia, in quanto quest’ultima, sempre distinguendo metodologicamente, come è necessario, tra base sociale e base di massa, non si esaurisce semplicemente nel Pdl e nella Lega Nord, ma si identifica, in tutto il suo reale spessore, con la finanza, con l’industria, con i dirigenti delle imprese pubbliche e private, con quelli dell’alta amministrazione, con il mandarinato accademico e con la grande e media borghesia.
    Concludendo, osservo che la risposta al quesito “Ma ne vale la pena?” è stata data varie volte nella storia del movimento operaio rivoluzionario. Io mi limito a trascrivere quella fornita da Rosa Luxemburg in una lettera scritta dal carcere, il 16 febbraio 1917, a Mathilde Wurm, una sua amica e compagna. Va da sé che è una testimonianza in cui mi riconosco totalmente.
    «Tutta la tua argomentazione contro il mio motto: “Qui io resto, non posso altrimenti” [è il motto attribuito dalla tradizione a Lutero, il quale lo avrebbe pronunciato rivolgendosi all’imperatore Carlo V nella Dieta di Worms del 1521 che lo condannò per eresia], si riduce a quanto segue: è tutto molto bello ma gli uomini sono vili e deboli per un tale eroismo, per cui bisogna adattare la tattica alla loro debolezza e rispettare il principio: chi va piano, va sano. Che ristrettezza di vedute e di senso storico! Non c’è nulla di più mutevole della psicologia umana. Soprattutto la psiche delle masse racchiude in sé, come “thàlatta”, il mare eterno, tutte le possibilità allo stato latente: mortale bonaccia e bufera urlante, la più abbietta vigliaccheria ed il più selvaggio eroismo. La massa è sempre quello che deve essere a seconda delle circostanze storiche, ed è sempre sul punto di diventare qualcosa di totalmente diverso da quello che sembra. Bel capitano sarebbe uno che dirigesse il corso della nave solamente in base all’aspetto momentaneo della superficie delle acque e che non sapesse prevedere l’arrivo delle tempeste in base ai segni del cielo e del mare. Bambina mia, essere “delusi dalle masse” è sempre il peggiore attestato delle qualità di un capo politico. Un dirigente in grande stile regola la sua tattica non in base all’umore momentaneo delle masse, ma in base a leggi eterne dello sviluppo, si attiene alla sua tattica a dispetto di qualunque delusione e quanto al resto lascia tranquillamente che la storia porti a maturazione la sua opera.»

  58. @Buffagni
    sinceramente le dico che il suo commento delle 10 ago 2013 delle 12:13 mi pare Intriso di un moralismo stucchevole un po’ paterno un po’ ipocrita. La storia italiana è fatto da Italiani e italiani, taluni geniali e generosi che della patria si sono messi al servizio , altri hanno preferito esaudire le proprie cupidige e brame di potere a discapito degli altri; e la tendenza di questi ultimi anni e quella di mettere queste due tipologie di italiani in un’unica maleodorante minestra.
    Non parlo di “destra” o di “sinistra”, parlo di italiani.

  59. Questo dibattito, veramente deprimente, mostra come posizioni di estrema destra e di estrema sinistra si saldino nella critica senza quartiere all’euro; e anche come come si potrebbe arrivare oggi a una dissoluzione della moneta unica soltanto attraverso una vittoria in Europa di forze fascistoidi, xenofobe, antisemite, basate sul vecchio risentimento contro le élite.
    Riguardo all’intervento di Bagnai, che un po’ da finto ingenuo dichiara di non essere competente in materia politica di “ritorno alla sovranità”, predicando un ritorno alla sovranità monetaria e fiscale, mi limito a osservare che, in un rapido passaggio, egli sostiene che la Grecia avrebbe avuto un sicuro vantaggio dall’uscita dall’euro, pur esportando servizi come il turismo e non manufatti e tecnologia. Mi pare una petizione di principio priva di qualsiasi riscontro. In una situazione generale di depressione non è con il turismo che si rilancia un’economia, perché proprio i turisti cominciano dovunque a diminuire. Il riferimento alla Polonia, che avrebbe svalutato e sarebbe andata benissimo, dimentica di aggiungere che quel paese è uno dei beneficiari dei processi di delocalizzazione delle produzioni industriali in atto: in altri termini, è il basso costo della manodopera che ha permesso alla Polonia di svalutare con qualche vantaggio.
    Ricordo a tutti i nostalgici della “sovranità nazionale” che, quando questa c’è stata (fino agli anni settanta del Novecento), c’era anche un’altissima conflittualità operaia e sindacale che permetteva, almeno in parte, di recuperare l’inflazione (in Italia c’era la scala mobile…). Nella situazione odierna anche soltanto rischiare una “certa inflazione” sarebbe puro avventurismo. Non c’è alcuna possibilità di un ritorno indietro, bisogna andare avanti verso una maggiore integrazione europea, verso gli Stati Uniti d’Europa, facendo dell’euro una moneta con una entità statale sovranazionale alle spalle. Come arrivarci, è il problema. I paesi del Sud Europa dovrebbero unire le loro forze per determinare un cambiamento di rotta… Ma ce la vedete l’Italia della meschina “strana maggioranza” assumere un ruolo leader in questa direzione?

  60. Caro Abate,
    grazie delle tue osservazioni che mi permettono di chiarire meglio il mio pensiero.
    Innazitutto, vorrei chiarire un punto per me fondamentale e che mi rendo conto non risulta per niente chiaro dalle mie parole.
    Si tratta del rapporto tra potere e ricchezza, che poi si riverbera sul rapporto tra politica ed economia.
    Come mi pare dica anche Buffagni, non sempre l’economia è stata così importante. Egli cita il seicento, io potrei citare il medioevo, in cui i famosi feudatari non pensavano minimamente ad accumulare ricchezze (tra l’altro l’uso del denaro a quel tempo era ridotto al minimo), e spesso spendevano fino all’ultima lira delle loro sostanze per mettere su dei gruppi di cavalieri armati, taluno addirittura finendo nelle mani della borghesia nascente. A quel tempo, la considerazione sociale era legata al numero di cavalieri di cui si dipsoneva che ai dollari posseduti (come cambia il mondo!).
    Tutto ciò si spiega se si considera debitamente la natura sociale dell’uomo. Il potere è strettamente correlato alla considerazione sociale, l’uomo cerca di conquistare il potere come segno di riconoscimento sociale. Ai nostri giorni, la considerazione sociale è legata al proprio livello di ricchezza, questa funziona come fonte di potere. Si tratta evidentemente di un’ideologia che ci fa credere che staremo meglio se saremo più ricchi, non v’è nulla di obiettivo in ciò, è il pensiero dominante che ce lo fa credere.
    Per questa ragione, io ritengo che sia gravissimo che l’economia abbia preso il sopravvento sulla politica, e parte fondamentale dlela mia personale crociata contro il liberalismo sta proprio nel ridimensionare drasticamente il ruolo dell’economia.
    Non solo quindi ritengo che la società di mercato vada superata, ma vedo con preoccupazione che per superarla, il marxismo usa argomenti di tipo economico, punta alla ridistribuzione ma anch’esso punta comunque ad un’innalzamento delle ricchezze individuali. Non solo, perfino i movimenti ambientalisti che invece si oppongono esplicitamente a questa coincidenza tra ricchezza e benessere, usano tuttavia una parola d’ordine, la decrescita, che li lascia comunque prigionieri dell’economia, seppure stavolta in senso inverso.
    Quindi, non credo proprio di meritare l’epiteto di economicista, tuttaltro, nessuno più di me vuole rimettere la politica sullo scranno più alto.
    Probabilmente, le mie parole si prestavano all’equivoco, ma io stavo semplicemente fotografando la situazione esistente, constatavo con grande rammarico che oggi è l’economia a comandare.
    Voi tutti pensate che io stia gravemente sottovalutando l’importanza degli stati nazionali e delle loro dinamiche. La mia personale impressione è che chi comanda al mondo della propria nazione se ne freghi allegramente, la usa come userebbe qualsiasi altro strumento, ed è chiaro che a nessuno dei grossi capitalisti un esercito come quello USA sia indifferente, lo considera certamente come uno strumento formidabile per “convincere” chi non si convince altrimenti a piegarsi alla logica economicista, ma mi rifiuto nella maniera più assolutadi credere che ci sia alcuna forma di patriottismo in questi personaggi.
    D’altra parte, è il sovranismo una forma di opposizione al potere dominante? Se le cose stanno così, è perchè i nostri nemici stanno dalla parte del globalismo falsamente internazionalista, nella sostanza indifferente alle nazionalità. Per opporsi al globalismo, non rimane che appellarsi alle sovranità nazionali, e questo difenderle deve avere anche a che fare col ritenerle indebolite.
    Diciamo la verità, i potenti c’hanno fregati, pensavamo come opinione di sinistra di essere all’avanguardia sulla via dell’internazionalismo, e ci siamo ritrovati globalizzati a modo loro.
    Evidentemente, anche il mio sostegno al sovranismo è puramente strumentale, non è che riesca, neanche con tutta la mia buona volontà, a diventare un italiano sciovinista, forse domani coloro che la pensano come me potrebbero trovarsi a dovere ripartire con un nuovo internazionalismo, ma questa è una pura illazione sul futuribile, oggi rivendicare le sovranità nazionali è per me proprio la rivendicazione della supremazia della politica contro il globalismo economicista che sta distruggendo il mondo.

  61. Io invece mi trovo del tutto in sintonia con Eros Barone (10 agosto 2013 alle 22:32) sulla “necessità di chiudere l’esperienza della moneta unica e di questo processo di integrazione europea. Dopodiché si potrà pensare ad un rilancio di questo processo incentrato sui popoli e sulle patrie, avendo maturato la consapevolezza che senza popoli e senza patrie nessun’altra Europa sarà possibile”.

  62. Caro Genovese (ma mi rivolgo anche a Piras, che sottoscrive “in ogni parola” il suo commento),
    la ringrazio del suo intervento. Mi chiedevo: quando arriverà qualcuno che mi dà del nazista? E stavo un po’ in pensiero. Finalmente è arrivato lei, e mi metto l’animo in pace.

    Visto che lei si toglie i guantoni regolamentari e preferisce le ginocchiate nei coglioni, le testate in bocca e le ditate negli occhi di aggettivi quali “fascistoide, xenofobo, antisemita” non me ne vorrà se rispondo a tono.

    Lei scrive: “Nella situazione odierna anche soltanto rischiare una ‘certa inflazione’ sarebbe puro avventurismo. Non c’è alcuna possibilità di un ritorno indietro, bisogna andare avanti verso una maggiore integrazione europea, verso gli Stati Uniti d’Europa, facendo dell’euro una moneta con una entità statale sovranazionale alle spalle. Come arrivarci, è il problema.”

    Iniziamo dalla sciocchezza del “rischio ‘una certa inflazione’ = puro avventurismo”, che è una stupidaggine pura e semplice (se ci crede sul serio) o una menzogna propagandistica (se è in malafede).

    La disoccupazione di massa getta nelle disperazione generazioni intere di europei, in Grecia il salario minimo, per chi c’è l’ha, è stato fissato a 500€, il Comune di Napoli ha appena bandito un concorso – affollatissimo – per assistenti negli asili le cui fortunate vincitrici saranno pagate 2,50€ all’ora (due virgola cinquanta euro/ora) e lei mi tira fuori che chi vuole uscire dall’euro è un affamatore del popolo perché la pastasciutta costerà un miliardo? Complimenti, la faccia tosta non le manca.

    Io sono tutt’altro che un economista, ma un po’ di stampa internazionale la leggo, e terrorismi del genere non li fanno né il “Wall Street Journal” né lo “Economist” né il “Financial Times”, evidentemente xenofobi, fascistoidi e antisemiti anche loro. Né paventano simili catastrofi Stiglitz e Krugman, forse infiltrati delle Waffen SS nella comunità scientifica. Si legga che cosa scrive in un’intervista all’edizione tedesca del “Wall Street Journal” Heiner Flassbeck. No, non è un Obersturmfuhrer della Divisione Leibstandarte SS. E’ un economista tedesco, sottosegretario alle finanze del governo federale tedesco quando Oskar Lafontaine era ministro delle medesime. Lafontaine è un dirigente di primo piano di “Die Linke”, che in tedesco significava, fino all’ultima volta che ho consultato il vocabolario, “La sinistra”. Ecco il link:
    http://www.wsj.de/article/SB10001424127887323415304578370011195224832.html?mg=reno64-wsjde
    Ah: Lafontaine (è nato nel 1943, ha fatto in tempo per un pelo a diventare nazista) ha recentemente dichiarato che l’euro – del quale fu uno dei padri – è “un disastro” e invoca il suo abbandono. E con un’abile manovra di guerra psicologica di chiara impronta goebbelsiana aggiunge: “Questa è la domanda: che cosa è l’Europa e come ci immaginiamo l’Europa? L’Europa per me ha tre colonne, una è la democrazia, poi c’è lo stato sociale, uno non può esistere senza l’altro, terzo, lo stato di diritto.
    La democrazia viene smantellata giorno dopo giorno. Abbiamo dei governi mai eletti: pensi alla Grecia o all’Italia. Ai parlamenti invece si dice: non avete piu’ nulla di cui discutere, dovete sostenere i pacchetti di salvataggio bancari, e dovete fare quello che la Troika e il FMI dicono. Potete dire solo si’ o no. La democrazia di fatto viene svuotata.” http://vocidallagermania.blogspot.it/

    Con questi slogan e queste falsità vada a intimidire i deboli e gli ignoranti. Lei e il ceto dirigente di mediocri sopracciò dalle budella di stoppa che ci ha portato in questa rovina da trent’anni abusate vigliaccamente della loro ingenua fiducia. Un giorno ve ne chiederanno conto, e che Dio vi aiuti, se ne avrà voglia.

    Trovo poi particolarmente sintomatica, come referto clinico di una grave sindrome angosciosa, la sua affermazione che “Non c’è alcuna possibilità di un ritorno indietro”.
    Naturalmente, il “ritorno indietro”, cioè il famoso “piano B”, non solo è possibile, ma è stato seriamente studiato dagli Stati, dai partiti e degli uffici studi delle principali imprese, e da più di un economista accademico. A questo link c’è lo studio (145 pagg.) del vincitore del Wolfson Economic Prize 2012, Roger Bootle. http://www.policyexchange.org.uk/images/WolfsonPrize/wolfson%20economics%20prize%20winning%20entry.pdf
    Il Wolfson Economics Prize è stato indetto da Lord Simon Wolfson of Aspley Guise, uomo d’affari e pari conservatore britannico (un appeaser criptonazista nella tradizione di Neville Chamberlain e Oswald Mosley, animato dal “vecchio risentimento contro le élite”). Il tema era “Come uscire in sicurezza dall’euro”.

    L’unico evento dal quale è senz’altro impossibile tornare indietro (almeno fino alla Parusia, per chi ci crede) è la cessazione della vita. Pare proprio che persino i suoi più persuasi sostenitori associno mentalmente l’euro e la UE alla morte: persino il Presidente del Consiglio Letta intitola un suo libretto con la domanda “Morire per Maastricht?” (e naturalmente si risponde di sì, forse facilitato dal fatto che a morire sono gli altri).

    A chiunque ragioni un momento con il cervello che ha in dotazione dalla nascita, è evidente che si può “tornare indietro” alle valute nazionali, eccome se si può.
    Certo si potrebbe, e anzi si dovrebbe, discutere apertamente e a fondo se sia necessario e opportuno, giusto o sbagliato farlo, quali ne siano i costi e i benefici, quali le procedure possibili e auspicabili. Anzi: io sarei felicissimo che si aprisse nel paese un ampio, approfondito e se possibile onesto dibattito su questo tema politico di primaria, strategica importanza, con tanti confronti fra opposte posizioni sulla stampa nazionale, in televisione e in Parlamento (sì, c’è anche il Parlamento).

    Purtroppo, questo dibattito in Italia non si tiene se non negli angolini dell’ufficiosità al limite del samizdat, e con qualche cameo da 5 minuti in TV delle lunatic fringes antieuro, perché gente come lei preferisce evitare la discussione, e tappare la bocca agli avversari con la pura propaganda menzognera e intimidatoria del “non è possibile tornare indietro”.

    In realtà, gli unici per i quali “non è possibile tornare indietro” senza morire (politicamente) sono coloro che hanno investito tutto il loro capitale politico e morale nell’avventura della UE e dell’euro; i quali, ora che il disastro e l’imbroglio si fanno sempre più evidenti, mentono a tutto spiano evocando catastrofi future per giustificare le catastrofi in corso.
    E si capisce bene che i sacerdoti di questo culto idolatrico dell’euro siano spaventati. Se il loro dio fallisce, chi glielo va a spiegare agli umili fedeli, ai quali hanno predicato per trent’anni che era colpa della loro incapacità, corruzione e ignoranza se non accedevano di botto nella Terra Promessa Europea, e che per espiare i loro peccati e meritarsi la salv€zza si sono affibbiati il cilicio e al dio euro hanno sacrificato decenni di conquiste sociali, di recente minimo benessere, di modesta dignità? Chi va lì a dirgli, faccia a faccia, “Ci siamo sbagliati”?

    Ma siccome a me non piace indurre alla disperazione nessuno, neanche gli avversari e i nemici, le faccio intravvedere una lucina in fondo al tunnel. Se il baraccone idolatrico euro crolla perché se la danno a gambe con la cassa del Tempio i Grandi Sacerdoti Germanici, come non è improbabile, i Piccoli Sacerdoti come lei e il ceto dirigente eurista italiano ve la potete ancora cavare (specie se resta in circolazione Berlusconi o almeno sua figlia).
    Agli ingenui fedeli dei gruppi di preghiera di Sant’Euro, ai friggitori di salsicciotti votivi delle Feste del PD, potrete sempre raccontare che è colpa nostra, di noi italiani che non siamo stati all’altezza dell’inestimabile dono divino dell’euro; e che il Messia Europeo, irato per i nostri peccati di gente di dura cervice, s’è ritirato a leccarsi le ferite nei suoi domini ancestrali della Foresta Nera: ma forse, misericordiosamente, tornerà, se continuano a votare a sinistra. A scanso di incresciosi equivoci, preciserete che i colpevoli di tentato deicidio non siete né voi né loro, i veri ItalianiEuropei, ma gli altri, gli osceni e falsi italiani/italioti evasori fiscali e berlusconidi. Chissà, potrebbe anche andarvi liscia. In bocca al lupo.

    E veniamo al saporito benché poco innovativo dessert che lei ci mette in tavola: “bisogna andare avanti verso una maggiore integrazione europea, verso gli Stati Uniti d’Europa, facendo dell’euro una moneta con una entità statale sovranazionale alle spalle. Come arrivarci, è il problema.”

    Bella domanda. Provo a risponderle io.
    No, non è impossibile arrivare agli Stati Uniti d’Europa. C’è solo da:

    a) mettere fuori dal territorio europeo gli USA con le loro basi militari e le loro truppe. Gli Stati Uniti d’America, grande potenza democratica, progressista e amica dei diritti umani, ai quali illustrerete l’alternativa tragica euro-democrazia-progresso/valute nazionali-xenofobia-fascismo-antisemitismo, dopo un momento di iniziale perplessità e forse anche di malinconia (si chiude un’era!), non potranno che fare ordinatamente i bagagli, al massimo addebitandoci le spese del viaggio di ritorno in patria.

    b) persuadere gli elettori tedeschi a trasferire ingentissime risorse (qualcuno le ha calcolate nell’ordine di 6-7 punti percentuali/anno del PIL tedesco) verso i paesi europei del Meridione per i prossimi dieci-quindici anni, e forse per sempre, per ripianare i deficit delle regioni svantaggiate del grande Stato Europeo: come fanno tutti gli Stati nazionali con le loro regioni economicamente più deboli. Come fa, ad esempio, il governo federale statunitense con gli Stati americani più poveri, o lo Stato italiano con il Mezzogiorno.

    c) istituire un parlamento (ce lo mettiamo un parlamento, negli S.U. d’Europa? Ma sì, dai, che senza parlamento si fa brutta figura, sembriamo dei dittatori arretrati) nel quale i rappresentanti dei popoli europei riescono a contemperare gli interessi di 28 Stati profondamente diversi per lingua, cultura, religione, economia, senza arenarsi nella paralisi o ripristinare il giudizio per ordalia.

    d) eleggere un Presidente degli S.U. d’E., il quale in campagna elettorale si rivolgerà, presumibilmente in inglese, così al Lappone come al Cipriota, e gli chiederà di conferirgli il mandato di decidere sulla sua vita e la sua morte: perché si presume che, in conformità al modello statunitense, egli sarà anche il comandante in capo delle FFAA, e potrà dunque inviare in guerra (oh, mi scusi: in missione di pace) i cittadini europei.

    Come vede, tutto sommato si può fare, perché no. Non è facile, ma dicono che quando c’è la volontà politica si può fare tutto.

    Oddio: ci sarebbe anche un’altra strada, ma quella è la strada nazista. Nazista vera, eh? Nazista D.O.C. Gliela indico solo per completezza d’informazione.

    «Io sono stato l’ultima speranza dell’Europa. L’Europa non poteva essere unificata per effetto di una riforma volontariamente concertata. Non poteva venire conquistata con il fascino e con la persuasione. Per poterla prendere bisognava violentarla. L’Europa può essere costruita soltanto su rovine. Non su rovine materiali, ma sulla rovina congiunta degli interessi privati, delle coalizioni economiche, sulla rovina delle idee ristrette, dei particolarismi superati e dello stupido spirito di campanile. Bisogna fare l’Europa nell’interesse di tutti e senza risparmiare nessuno. Napoleone lo aveva compreso perfettamente»
    Adolf Hitler, Discorso del 26 febbraio 1945, in “Ultimi discorsi”, Edizioni di Ar, Padova, 1988

  63. @kthrcds lei scrive:

    ”Il passaggio di proprietà –almeno 10 miliardi di euro dall’inizio della crisi, che ha reso più facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese, dall’Orzo bimbo agli spumanti Gancia, dai salumi Fiorucci alla Parmalat, dalla Star al leader italiano dei pomodori pelati finito alla Mitsubishi. […] ”

    E lei vorrebbe fermare queste acquisizioni svalutando la futura valuta italiana uscendo dall’euro ???

    La preferivo quando compulsivamente linkava articoli pensieri altrui.

  64. Devo dire che risultano alquanto fastidiosi gli isterismi cui si abbandonano molti europeisti di tendenza fondamentalista, che non solo non indicano soluzioni ai problemi che l’euro ha creato e sta progressivamente aggravando, ma, come altrettante Cassandre, si stracciano le vesti preconizzando conseguenze catastrofiche qualora si verificasse la disintegrazione della moneta unica e dell’eurozona. Certamente la fuoriuscita dall’euro comporterebbe, almeno nell’immediato, una svalutazione del potere d’acquisto interno, un aumento dei costi dell’energia e qualche altra incognita, ma ciò non può essere lo spauracchio per esorcizzare lo svincolamento da un meccanismo che ci sta soffocando a poco a poco. Inoltre, solo partendo da un’ottica del tutto subalterna al capitale finanziario è possibile auspicare, come fa Rino Genovese coniugando il massimo dell’illusionismo con il massimo dell’utopia, che con la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa”, realizzando “una maggiore integrazione europea…[e] facendo dell’euro una moneta con una entità statale sovranazionale alle spalle”, si possa uscire dalla crisi che attanaglia l’eurozona. Evidentemente, il dottor Pangloss che frequenta questo blog ignora la natura della Ue, che è quella di essere creatura e strumento del capitale, come i marxisti hanno sempre ribadito. Lenin è stato infatti il primo marxista a sottolineare che in un regime capitalistico un’unione politica degli Stati europei è impossibile o reazionaria. Affermare, d’altra parte, che, nelle condizioni attuali, l’uscita dei popoli dalla Ue e dall’euro equivarrebbe ad una catastrofe per i popoli stessi significa soltanto ripetere ciò che si affannano ad affermare quotidianamente i rappresentanti delle imprese multinazionali e delle potenze imperialiste. I comunisti, dal canto loro (mi riferisco naturalmente ai marxisti-leninisti, non ai revisionisti e ai socialdemocratici più o meno mascherati), sono sempre stati contrari all’entrata nella Ue, ragione per cui non hanno alcuna difficoltà a sostenere l’uscita immediata da questa istituzione reazionaria ed imperialista. Non si deve infatti dimenticare (o sottacere, come fanno gli apologeti degli “Stati Uniti d’Europa”) che i popoli non sono mai stati consultati sull’entrata nella Ue. Ma vi è di più: chi sostiene, con una disinvoltura culturalistica sconfinante nell’avventurismo, che l’unità europea non cancella, ma allarga e invera quella nazionale, afferma una falsità patente, poiché nega il sacrosanto diritto dei popoli, in particolare di quelli dei paesi schiacciati dal capitale finanziario globale, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e l’Italia, ad uscire subito dalla gabbia dell’imperialismo europeo. Il cosmopolitismo liberale e filo-statunitense che caratterizza questa concezione politica e ideologica mira così ad impedire che i partiti dei lavoratori prendano decisamente nelle loro mani la bandiera della libertà, della sovranità e dell’indipendenza nazionale, svenduta dalla borghesia compradora ai ‘mercati finanziari’. Anziché sognare la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa” e spargere illusioni sulla sua desiderabilità politica e sulla sua concreta possibilità, occorre invece lottare in modo conseguente, e fin da oggi, contro le politiche di austerità e per l’uscita dalla Ue e dall’euro, rilanciando, insieme con la prospettiva del socialismo, un progetto di ‘rinazionalizzazione’ del nostro Paese.

  65. Si dice che :

    “Certamente la fuoriuscita dall’euro comporterebbe, almeno nell’immediato, una svalutazione del potere d’acquisto interno, un aumento dei costi dell’energia e qualche altra incognita”.

    In realtà comporterebbe:

    1) UNA FUGA DEI CAPITALI ALL’ESTERO: Non appena sarà chiara la volontà dell’Italia di abbandonare la moneta unica, molti investitori saranno infatti spinti a darsela a gambe, spostando le attività finanziarie detenute nel nostro paese verso nazioni con una valuta più forte.

    2) IL DEBITO: Oggi tutto il debito pubblico italiano ha un valore espresso in euro: se il nostro paese adottasse una nuova valuta al posto della moneta unica I possessori dei titoli di stato (soprattutto gli stranieri che detengono ancora più di un terzo del nostro debito), difficilmente accetteranno di convertire i loro crediti in una nuova moneta che vale meno. In altre parole, chi possiede i Buoni del Tesoro pretenderà che vengano ripagati in euro (cioè nella valuta in cui sono stati emessi), anche a costo di affrontare delle cause legali contro lo stato italiano.

    3) LE IMPORTAZIONI: l’Italia è un grande importatore di materie prime come gas e petrolio, il cui valore sui mercati internazionali viene espresso in dollari e si impennerebbe all’improvviso se l’Italia avesse una moneta svalutata.
    Inoltre il nostro paese ha la seconda industria manifatturiera d’Europa, che eccelle in alcuni segmenti come la meccanica industriale, particolarmente bisognosi di materie prime, che con una moneta svalutata costerebbero di più.

    4) L’INFLAZIONE E I TASSI D’INTERESSE. Non appena un paese decide di svalutare la propria moneta, ovviamente corre il rischio di una fiammata dell’inflazione a causa di un maggior costo delle materie prime importate, che indirettamente finiscono nel carrello della spesa. Quando i prezzi aumentano troppo, inoltre, la Banca Centrale di un paese tenta spesso di fermarli aumentando anche i tassi di interesse, cioè il costo del denaro. Negli anni ’70 e ’80 il nostro paese ha effettuato più volte delle svalutazioni competitive della lira, guadagnandosi però un triste primato: quello di avere dei tassi d’interesse e una crescita dei prezzi altissimi, entrambi a due cifre.

    Giusto per completare l’informazione ;o)))).

  66. @ Ares

    Lei mi delude. Innanzitutto il passaggio che lei cita non l’ho scritto io, il che ci dice che lei è perlomeno distratto. Poi debbo dirle che non è sportivo cogliere fior da fiore solo ciò che la interessa e ignorare tutto il resto.
    Quanto al punto da lei evidenziato, non ci siamo. La vendita di aziende nazionali è proprio la conseguenza delle crescenti difficoltà che le imprese stanno incontrando a causa della rigidità dell’€ che non permette di recuperare tramite la flessibilità del cambio il divario dei tassi di inflazione presente all’interno dell’EZ, favorendo implicitamente la Germania. E sì che negli ultimi mesi lo hanno spiegato in molti. Persino Luigi Zingales ha sottolineato che «l’atteggiamento tedesco è un espediente dietro cui si cela un comportamento ostile alla concorrenza, perché il governo di Berlino sovvenziona le banche e le industrie nazionali a spese di tutti gli altri, compresi gli stessi contribuenti tedeschi.
    […]
    Nel 2008, quando si scoprì che le Landesbanken erano imbottite di mutui subprime americani, il governo di Berlino intervenne a salvarle con uno stanziamento di 500 miliardi di euro a spese dei contribuenti. Nel 2010, quando le banche tedesche erano molto esposte – per qualcosa come 535 miliardi di euro – verso i titoli di Stato di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, i contribuenti europei e la Bce diedero una mano a riportare a casa buona parte di quel denaro. La minaccia più seria per i contribuenti tedeschi non è la dissipatezza del sud Europa, ma le banche teutoniche.
    […]
    È tempo che gli elettori tedeschi capiscano che le cicale più grandi stanno nel centro delle loro città».
    Tra virgolette:
    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-07-21/grandi-cicale-sono-tedesche-152945.shtml?uuid=AbHIPBGI

    Per ciò che riguarda: “Giusto per completare l’informazione”, lei ha inanellato tutti più classici e infondati luoghi comuni sull’eventuale uscita dalla moneta unica.
    E senza fornire un solo dato a supporto. Il che, però, è comprensibile dal momento che i dati a supporto non riuscirebbe a trovarli.

    In questi giorni mi trovo in un luogo molto carino con un panorama splendido, e molte persone simpatiche. Quindi mi perdonerà se non sarò assiduo nel risponderle. Ma le farò compagnia fino al fatidico momento in cui l’€ non ci sarà più e lei dovrà trovare un nuovo argomento di conversazione.

  67. E’ interessante tirare le somme del commento di Rino Genovese 11 agosto 2013 alle 07:01.
    Sostanzialmente le somme nel suo ragionamento sono: indietro non si può tornare, avanti non riusciamo ad andare. Quindi? Dobbiamo morire e dobbiamo farlo soffrendo.

    Bene!

  68. @Ares
    Complimenti. Non credo che abbia stabilito record e nemmeno che il suo nome verrà scritto negli annali di alcunché. Però è riuscito a farsi quattro domande (opera meritoria) sbagliando tutte (ma proprio tutte) le risposte (veda un po’ lei)

    1) UNA FUGA DEI CAPITALI ALL’ESTERO
    I capitali non stanno certo ad aspettare i suoi input. I capitali veri sono già fuori da un pezzo. Saranno ancora dentro i (piccoli) capitali (più che altro risparmi) probabilmente messi da parte durante i periodi di “altissima conflittualità operaia e sindacale che permetteva, almeno in parte, di recuperare l’inflazione” che tanto fastidio hanno dato a Genovese

    2) IL DEBITO
    … se il nostro paese adottasse una nuova valuta al posto della moneta unica I possessori dei titoli di stato (soprattutto gli stranieri che detengono ancora più di un terzo del nostro debito), difficilmente accetteranno di convertire i loro crediti in una nuova moneta che vale meno.
    E perché mai non dovrebbero. E’ sempre così e loro lo sanno benissimo.

    3) LE IMPORTAZIONI
    Anche lei appartiene alla setta che la benzina costerà settantasettevoltesette?
    Non si preoccupi è in buona (si fa per dire) compagnia. Però ancora una volta non l’ha proprio azzeccata. Lei lo sa che il costo dei carburanti alla pompa vale si e no il 50% del prezzo finale?

    4) L’INFLAZIONE E I TASSI D’INTERESSE
    Questa volta a smentirla è addirittura … Ma no, le lascio il piacere della scoperta. Si legga questo :
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/09/12/la-svalutazione-ci-ha-fatto-bene.html

  69. Per dare risposta agli scenari apocalittici disegnati dagli europeisti ‘a prescindere’ conviene ripartire ‘ab imis fundamentis’. Sarà allora opportuno rammentare che il terzo debito pubblico del mondo in valore assoluto è quello della Germania (gli altri due sono quelli degli Stati Uniti e del Giappone). Occorre muovere da questo dato per comprendere il significato che assume in Europa (ma anche nel resto del mondo) la crisi dei debiti sovrani. In tal senso, sia la Ue (in assenza di un popolo europeo che non esiste) sia l’euro sono, di fatto, gli strumenti di cui si serve la Germania per risolvere il problema della gestione di questo enorme debito pubblico. Sennonché la soluzione della Germania è diventata sempre di più, come sappiamo, il problema di tutta l’Europa. È utile, pertanto, cercare di capire come abbia fatto la Germania a contrastare quella tendenza alla depressione che caratterizza tutti i paesi capitalistici avanzati. Orbene, il primo strumento sono state le politiche fiscali restrittive che hanno aumentato la disoccupazione, ridotto i salari e diminuito i consumi, diminuendo nel contempo le importazioni. Il secondo strumento è stato una politica industriale fondata sulla combinazione fra la delocalizzazione selettiva di produzioni a basso contenuto di innovazione tecnologica e il mantenimento in patria di produzioni ad alto contenuto tecnologico, che richiedono l’intervento di capitale umano con elevata specializzazione: è a questa combinazione di fattori produttivi che si devono gli aumenti di produttività e di competitività fatti registrare dall’industria manifatturiera tedesca sul mercato mondiale. Il terzo elemento, quello decisivo, è l’euro, e qui “de nobis fabula narratur”.
    Ma che cos’è l’euro? La risposta, confortata da molte e molteplici evidenze, è la seguente: l’euro è un marco svalutato (inversamente, si può anche definire una lira sopravvalutata). Se si tiene presente questo rapporto di equivalenza, non dovrebbe essere difficile capire che ciò che ha permesso all’industria tedesca di continuare ad esportare merci e capitali in misura maggiore di altri paesi è proprio la bilancia commerciale europea che, essendo formata dai deficit di paesi come la Spagna e l’Italia, ha impedito quell’apprezzamento della moneta tedesca che, in un regime di cambi flessibili, sarebbe stato la naturale conseguenza del surplus commerciale realizzato dalla Germania, mentre, grazie all’euro (= marco svalutato), ha invece consentito alla stessa di mantenere e di accrescere, a spese del resto dell’Europa, le sue esportazioni in tutto il mondo. In altri termini, si è trattato (e si tratta) di una sorta di ‘dumping’ monetario, oltre che commerciale, attuato su scala continentale da un imperialismo di stampo mercantilista. I paesi del Sud Europa sono dunque serviti alla Germania per tenere bassa la sua valuta e l’euro, controllato dalla Germania e reso funzionale alla sua economia, è servito a impedire a questi stessi paesi di recuperare i loro deficit attraverso l’arma della svalutazione competitiva. Ma quando si sancisce che non è più possibile procedere sul terreno della svalutazione (come accade attualmente con l’‘euro-marco’), quali sono le conseguenze? Una volta escluse le politiche protezionistiche, come imposto dal Wto e dal Trattato di Maastricht, restano, in teoria, due strade: o la svalutazione o la deflazione. La prima, come si è visto, non è ammessa e quindi l’unica strada che resta è la deflazione. La crisi in corso è, in sostanza, il ‘secondo tempo’ della crisi iniziata nel 2007 e si sta svolgendo, secondo uno schema a W, attraverso una fase di recessione e di ripresa, seguita da un’altra fase similare. Naturalmente, la Germania non ha interesse, per i motivi testé indicati, che l’Italia arrivi al ‘default’ e la Bce sta facendo il possibile per evitare che questo contagio si estenda, prima, dalla Grecia all’Italia e alla Spagna e, successivamente, alla Francia e a tutto il mondo, poiché, date le strette interrelazioni esistenti sui mercati commerciali, creditizi e finanziari fra i paesi capitalistici, coinciderebbe con una grande depressione economica (la terza nella storia del capitalismo dopo quella che ebbe inizio nel 1873 e dopo quella che ebbe inizio nel 1929). Sicché la domanda che sorge spontanea è: all’Italia, al popolo italiano e ai lavoratori italiani conviene essere trattati in questo modo, ossia sulla base di un rapporto sempre più iugulatorio e regressivo di compressione finanziaria, di subordinazione economica e di dominazione politica? Ed esiste una possibile e praticabile fuoriuscita da quegli incubi senza fine che sono l’‘euro-marco’ e la Ue, ossia una moneta funzionale all’imperialismo economico tedesco ed una organizzazione politica funzionale al grande capitale finanziario multinazionale?
    In teoria, stando a ciò che affermano diversi economisti progressisti, fra i quali è doveroso citare Emiliano Brancaccio, esistono due ‘exit strategy’ per fuoriuscire dall’euro. La prima, costituita dalla passività dei poteri pubblici (questo è infatti il vero nodo da sciogliere), è stata esemplificata anche in pratica dal non intervento del governo italiano nei confronti della fuga dei capitali verificatasi nel 1992 in séguito al crollo dello Sme e alla conseguente svalutazione della lira, il cui effetto, a causa del correlativo blocco dei salari determinato nello stesso periodo dal nefasto accordo sul costo del lavoro, fu interamente scaricato sulle spalle dei lavoratori. La seconda ‘exit strategy’ consiste nel guidare il processo della fuoriuscita dall’euro facendo in modo che il prezzo non venga pagato esclusivamente dai lavoratori. Gli strumenti per porre in atto questa strategia non mancano: dai meccanismi per limitare la circolazione dei capitali e delle merci, che esistevano negli anni cinquanta del secolo scorso e che sono stati poi liquidati quando, negli anni ottanta, è iniziata l’offensiva neoliberista, alla informatizzazione dei controlli sui capitali. Quest’ultima, come è stata recentemente posta in atto dalla Ue per sottoporre le banche di Cipro ai ‘Diktat’ della Commissione europea, così può essere attuata in direzione inversa per esercitare un’effettiva sovranità anche in àmbito monetario, controllando i movimenti dei capitali con quello stesso semplice clic che è servito alla Ue per mettere sotto chiave le banche cipriote. Ancora una volta, il problema non è la possibilità tecnica, ma la volontà politica. In effetti, meccanismi di questo tipo consentirebbero di guidare la svalutazione e di regolare la sua incidenza sulle condizioni di vita dei lavoratori, a cominciare dalle retribuzioni salariali. Infine, poiché la fuoriuscita dall’eurozona comporta una svalutazione dei capitali, si imporrebbe la scelta tra il favorire e il limitare gli investimenti di operatori esteri sul territorio nazionale. Fermo restando che i neoliberisti optano per principio per il ‘laissez faire, laissez passer’, non è affatto detto, come dimostra l’esperienza del nostro e di altri Stati, che per definizione gli investimenti esteri siano sempre e comunque un bene, poiché possono anche danneggiare in maniera grave il tessuto finanziario e produttivo di un paese. In questo senso, è assai sintomatica la crescita dei controlli sui movimenti di capitali e di merci, classici provvedimenti protezionistici, che, come la stessa Commissione europea ha segnalato, ha coinvolto in questi ultimi anni paesi chiave del mondo attuale: dagli Usa alla Cina, dal Brasile alla Russia. Un altro segnale che attesta la fine del ciclo neoliberista e conferma “il tramonto dell’euro”.

  70. @AP

    1) UNA FUGA DEI CAPITALI ALL’ESTERO:
    E’ sicuro che sono rimasti solo i piccoli capitali ? Che culo, così con la svalutazione conseguente l’uscita dall’euro saranno annullati proprio.

    2) IL DEBITO: perché i creditori non dovrebbero pretendere la restituzione in euro, dopotutto vi sono contratti in essere stipulati in euro? e un contratto è un contratto. L’euro non dovrebbe proprio più esistere, ma per tutti gli stati europei, non solo per l’Italia.

    3) LE IMPORTAZIONI: se quel 50% di effettivo valore della benzina dovesse aumentare del al 70% per effetto della confusione e della speculazione internazionale? Anche le accise aumenterebbero. Dopotutto il greggio aumenta con un sistema previsionale, e le la previsione per l’Italia fuori dall’euro è la decrescita almeno in tempo immediati.

    4) L’INFLAZIONE E I TASSI D’INTERESSE:
    Beh in quell’occasione tutte le manche centrali europee svalutarono, qui dobbiamo capire cosa faranno gli altri.

    Lei crede nella capacità politica italiana di gestire questa fuoriuscita ? io no!!

    @kthrcds
    Ma…per stare così tranquillo in ferie, dove ha portato i suoi capitali, ce lo dica ?

  71. Caro Ares,
    perché non si informa un pochino, prima di scrivere? Neanche io sono un tecnico dell’economia, eppure, con un piccolo sforzo, ascoltando un po’ entrambe le posizioni, un’idea me la sono fatta. Lei magari se ne farebbe una opposta, ma cerchi di basarla su qualcosa di più solido degli slogan e del sentito dire.

    1) FUGA DI CAPITALI. L’uscita dall’euro andrebbe certamente eseguita con la massima rapidità e con il favore della sorpresa, per esempio nel corso di un fine settimana. Il controllo efficace dei capitali in uscita (e in entrata) è reso possibile dal fatto che i trasferimenti internazionali di denaro avvengono per via telematica, attraverso poche piattaforme informatiche ben note e controllabili. Un esempio molto recente e tecnicamente riuscitissimo di blocco dei capitali è quello messo in atto a Cipro dalle autorità UE.
    I grandi capitali tendono a proteggersi diversificando gli investimenti. Chi rischia un bagno di sangue sono gli speculatori finanziari, se hanno scommesso (per esempio con i derivati) sulla permanenza nell’euro dell’Italia (o della Francia, etc.). Forse, qualche grande speculatore si suiciderà. Che dire? Esiste anche il contrappasso.
    Se il piccolo risparmiatore, in previsione dell’uscita dall’euro, accende un C/C in una nazione straniera per lucrare il cambio favorevole euro/neolira, può farlo. Gli sconsiglierei di accendere il C/C in Germania o in altro paese euronord, perché il paese euronord, incavolato, potrebbe anche varare una legge in base alla quale, dopo l’uscita dall’euro, restano denominati in euro solo i depositi dei residenti. Comunque, se il piccolo risparmiatore si accende il C/C a Singapore o a Dallas, per lui problemi non ce ne sono. C’è qualche problema per lo Stato italiano: ecco perché bisogna uscire in fretta e senza preavvisi.
    I provvedimenti che sarebbe consigliabile prendere in vista dell’uscita sono: proibizione ai residenti di acquistare attività finanziarie in valuta straniera, di accendere crediti e debiti con controparte straniera; imporre la conversione in valuta nazionale dei saldi monetari in valuta estera risultanti da compravendite, donazioni, etc.; vietare il rimpatrio dei profitti percepiti da aziende estere presenti sul territorio italiano. Sono tutti provvedimenti legali, e attuabili senza dichiarare lo stato d’assedio. Aggiungo che sarebbe imperativo riportare la Banca d’Italia sotto il controllo del Ministero del Tesoro. A questo modo, come accadeva prima del 1981, lo Stato italiano potrebbe emettere i suoi TdS al tasso da lui ritenuto opportuno, e se il mercato non li acquistasse tutti, la Bd’I sarebbe obbligata a rastrellarli, così impedendo che gli interessi sul debito pubblico vadano alle stelle.
    L’idea che le Banche centrali debbano essere indipendenti dal sistema politico è un’idea balzana che ha un unico ratio: conviene agli speculatori, perché così le Banche Centrali dipendono da loro.

    2) SVALUTAZIONE CHE ANNULLA I RISPARMI. La svalutazione non “annullerebbe” i risparmi suoi o miei. In caso di una svalutazione del 25%, accadrebbe questo: che i suoi 1000 euro diventerebbero 1000 neolire.
    Ipotesi:
    a) lei va in vacanza su Marte. Se cambiando 1000 euro le davano 1000 crediti marziani, cambiando 1000 neolire le daranno 750 crediti marziani. Suggerimento a lei: perché non visitare la nostra bella Italia, invece dell’arido Marte? Suggerimento ai marziani: perché non venite a visitare la bella Italia, che adesso vi costa il 25% in meno?
    b) lei va a fare la spesa al supermarket preferito. Se con 1000 euro faceva 10 spese, con 1000 neolire continuerà a fare 10 spese. Nel corso dei mesi seguenti il cambio della moneta, si accorgerà che alcuni prodotti provenienti dall’estero (caviale russo, latte francese, carne tedesca, etc.) costano di più, e alcuni prodotti (pasta, latte, carne italiane) costano di meno. Se è un tipo parsimonioso, troverà conveniente acquistare più spesso i prodotti italiani e meno spesso i prodotti stranieri.
    c) lei paga un mutuo o un affitto per la casa. Se prima la rata del mutuo o dell’affitto era di 500 euro mensili, dopo la rata del mutuo sarà di 500 neolire mensili.
    d) lei prende uno stipendio. Se prima lo stipendio era di 1000 euro, dopo lo stipendio sarà di 1000 neolire. Se poi prima non prendeva lo stipendio perché era disoccupato, forse, dopo l’uscita dall’euro lo stipendio lo prenderà perché le aziende italiane, per la ragione illustrata al punto b), tornano a vendere i loro prodotti e di conseguenza ad assumere dipendenti. Se le aziende italiane vendono e assumono, aumenta il reddito delle famiglie e di conseguenza il gettito fiscale, e magari tornano ad assumere anche gli enti pubblici.

    3) I CREDITORI ESTERI PRETENDONO IL RIMBORSO IN EURO. Gli artt. 1277 e 1278 del Codice Civile italiano regolano i debiti in denaro, e dicono, in sintesi, che i debiti si regolano in moneta avente corso legale in Italia. Dall’istante in cui in Italia avesse corso legale la neolira, tutti i debiti sarebbero regolati in neolire. L’art. 1281 prevede la possibilità di varare leggi speciali in materia di debito e di moneta. Avvalendosene, lo Stato italiano delibererà che i rapporti di debito e credito denominati in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in neolire al cambio previsto alla data d’uscita dal sistema euro, e non alla data di scadenza del pagamento.
    E i creditori privati stranieri sono sistemati: minestra o finestra. Gli Stati esteri creditori dello Stato italiano possono rifiutare questa soluzione, e dichiararci guerra. Sarò ingenuamente ottimista, ma io non ce la vedo la Germania che ci manda le divisioni corazzate al Brennero. Salvo questa eventualità, sono sistemati anche gli Stati esteri creditori: si prendono un default del 25% sui loro crediti, s’incavolano un po’, ma si rendono conto che a) abbiamo già dato b) la festa è finita.

    4) LE IMPORTAZIONI, LA DECRESCITA. Per la benzina dell’automobile, il rapporto fra prezzo del carburante e accise in Italia è di 0,738: il 73,8% del prezzo alla pompa sono tasse. Dopo una svalutazione del 25%, il prezzo del carburante (26,2% del totale) aumenterà del 25%. L’aumento complessivo del prezzo della benzina, ad accise invariate, sarà del 6, 55%. Se le accise saranno aumentate dal governo che ci porta fuori dall’euro, lei potrà protestare e non votare per i partiti che lo compongono. Le accise le hanno aumentate più di una volta anche i governi che ci hanno portato e tenuto *dentro* l’euro. Con quelli, però, protestare e non votarli è inutile, perché “ce lo chiede l’Europa”, che in caso di inadempienza ti impone un Untergauleiter tipo Monti o Samaras.
    Quanto alla decrescita, per la verità la decrescita ce l’abbiamo, e precipitosa, proprio adesso, e proprio a causa dell’euro. I redditi italiani sono al livello del 1997. Se c’è un motivo per uscire dall’euro, è proprio arrestare la decrescita e ricominciare a crescere.
    E come si fa a ricominciare a crescere? Le faccio un quiz.
    Lei deve acquistare un’automobile.
    Caso a) Un’Alfa Romeo e una Mercedes della stessa classe costano più o meno uguale. Lei cosa compra?
    Caso b) La stessa Alfa Romeo costa il 25% in meno della stessa Mercedes. Lei cosa compra?
    Caso c) L’operaio tedesco vuole comprare una utilitaria. La Panda gli costa 6000 euro, la piccola equivalente della VW gli costa 9000 euro. Cosa compra?
    Lo stesso vale per l’intero comparto manifatturiero italiano (in ispecie l’industria meccanica), che è tuttora – anche se ancora per poco – il principale concorrente del comparto manifatturiero tedesco.

    5) INFLAZIONE, SVALUTAZIONE Qui evidentemente lei non ha compreso il meccanismo della svalutazione e della rivalutazione. Si tratta di concetti relativi e reciproci, non di valori assoluti. Come accadde nel 1992, alla nostra svalutazione, corrisponderebbe automaticamente una rivalutazione altrui. Sintesi: le nostre merci costerebbero meno, le loro merci costerebbero di più.
    Nel 1992 l’inflazione scese, dopo la svalutazione. E’ possibile che l’inflazione salga, dopo l’uscita dall’euro, ma chi terrorizza con i tassi di inflazione weimariani o è sciocco, o è in malafede. L’inflazione dipende da molti fattori, tra i quali assai importante è la forte pressione della domanda solvibile sui prezzi: se c’è forte domanda, causata da un forte aumento dei redditi, e probabile che vi sia inflazione (i prezzi salgono perché le merci vengono più richieste). In Italia i redditi di gran parte della popolazione sono in sala di rianimazione. Un aumento dei redditi, anche con il piccolo aumento inflazionistico che ne potrebbe conseguire, sarebbe una mano santa. Ottima cosa sarebbe, se possibile, reintrodurre dei meccanismi di adeguamento dei salari all’aumento del costo della vita.

    Per finire. Lei mi chiede se credo alla capacità italiana di gestire la fuoruscita dall’euro. Se è di capacità tecnica che parla, stia tranquillo che problemi non ce ne sono. In Italia ci sono ottimi tecnici del diritto e dell’economia che sarebbero perfettamente in grado di gestirla. Se parla di capacità politica, la risposta è più lunga. Attualmente, non c’è neanche la capacità politica di *mettere all’ordine del giorno il dibattito sull’euro*, perché la totalità dei partiti italiani si rifiuta di farlo (per i motivi che ho cercato di illustrare nei precedenti interventi).
    La situazione, però, si aggrava e non solo si aggrava, ma non può migliorare; e quindi, prima o poi (spero prima) qualcuno che si rende conto che se vuole sopravvivere come forza politica non può più rinviare, forse ci sarà.
    In questo caso, è possibile che si formi una direzione politica abbastanza forte da decidere l’uscita dall’euro. Non è probabile, eh? Ma è possibile.

  72. @ Ares (12 agosto 2013 alle 19:05)

    “dove ha portato i suoi capitali”

    Beh, ho fatto ricorso ad una svalutazione competitiva. Anziché andare in luoghi costosi, ho optato per l’ospitalità offertami da amici in montagna, a soli 80 km da casa: 50 minuti di viaggio e pochi € di Gpl. Però a me basta poco: l’ombra di un albero, una bella vallata sottostante, il fiume per fare due tuffi, il computer per scrivere i miei sermoni che tanto l’annoiano, insomma cose così.

    Comunque, occorrerebbero senz’altro maggiori controlli in caso di uscita dall’€, ossia una vera e propria restrizione dei movimenti di capitali. Ma i grandi capitali sanno sempre in anticipo come muoversi, e non è facile trovare una strategia efficace. Poi dipende da come si uscirà, ovvero se si mantiene la segretezza, magari approfittando di un week end per effettuare i necessari aggiustamenti al sistema bancario. Molto dipende anche dalla circostanza che si voglia mantenere la deregolamentazione finanziaria, o piuttosto si adottino misure più prudenziali nella gestione dei mercati.

    “perché i creditori non dovrebbero pretendere la restituzione in euro”

    Perchè «applicando la Lex Monetae e il codice civile italiano lo Stato avrà convertito simmetricamente crediti e debiti! […] La Lex monetae si applica anche ai debiti verso creditori esteri, purché regolati dal diritto italiano, come è oggi la stragrande maggioranza dei titoli di Stato in circolazione».
    Tra virgolette:
    http://goofynomics.blogspot.it/2013/02/la-prevalenza-del-declino.html

    “LE IMPORTAZIONI”

    Dopo la svalutazione del ’92, la nostra bolletta energetica rimase sostanzialmente inalterata. I dati vengono dal database Chelem e si trovano qui:
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002468.html.

    “dobbiamo capire cosa faranno gli altri”

    Dipende se l’uscita sarà coordinata, oppure alla “si salvi chi può”. Nel secondo caso non saranno rose e fiori. Ma non sono rose e fiori nemmeno rimanendo nell’EZ. Anzi.

    “Lei crede nella capacità politica italiana di gestire questa fuoriuscita ? io no!!”

    Nemmeno io. Basta guardarli. Io la sera guardo un 20 minuti di Telese (In onda, La7) per farmi due risate. Risate amare, ma mia moglie ed io ridiamo come matti guardando le faccette dei vari Quagliariello, Santanchè, Lupi, ecc., mentre recitano le loro litanie.

    Ma anche qui, che facciamo? Lei crede che questa classe politica sia in grado di lavorare per il bene dell’Italia chiusa nella gabbia dell’€?
    L’uscita dall’€ non risolve immediatamente i nostri problemi, ma riacquistare una sovranità monetaria, ci mette in condizione di avere gli strumenti per ridare avvio al lavoro. In sostanza,

    nessuno dice che uscire dall’€ risolverebbe i problemi, ma dovrebbe ormai risultare evidente che entrarci li ha creati, e restarci li aggrava. Purtroppo anche Letta prosegue sulla linea del rigore imposta da Bruxelles, fingendo di non sapere che la riduzione del deficit rispetto al Pil – unico obiettivo conseguito da Monti – altro non è che la conseguenza dei tagli indiscriminati di bilancio che a loro volta hanno portato al peggioramento generale dello stato dell’economia, all’aumento della disoccupazione, e all’aumento del debito.

    Per concludere, credo che sia io che lei vorremmo un mondo meno squilibrato a favore dei ricchi e delle leggi del mercato. Lei ritiene che l’€ ci avvantaggi, io no. Ma credo sia principalmente un problema di informazione asimmetrica. In altri termini, non ci hanno raccontato tutto sull’€.

  73. Caro Buffagni,
    mi permetta di correggerla in un piccolo punto. Il divorzio tra banca d’Italia e governo in realtà non è avvenuto. A distanza di alcuni decenni dall’improvvida decisione di Andreatta (Dio ne abbia misericordia), col governo Monti prima e con il governo Letta oggi, il matrimonio si è ricostituito avendo il ministero del tesoro commissariato da funzionari della Banca d’Italia, Grilli prima e Saccomanni oggi.
    Apparentemente, questo divorzio non si può avere, o comanda il governo che ha ottenuto la fiducia di un parlamento democraticamente eletto, oppure comanda la Banca d’Italia ed i suoi funzionari, tutto qui: oggi, Letta, tra Napolitano e Saccomanni conta quanto il due di spade quando la briscola è a coppe.

  74. Data l’importanza (per me…) assunta da questa discussione, ho segnalato a vari amici questo post invitandoli anche a intervenire.
    Pubblico, con l’autorizzazione dell’autore, riottoso alla comunancazione sui blog, le considerazioni in forma di lettera di Giulio Toffoli, anche lui come me della redazione di Poliscritture.

    ***
    Carissimo Ennio

    grazie per l’invio a leggere/sentire l’intervento dell’economista Alberto Bagnai.

    Ora, per non assumere la solita dimensione che può essere letta in modo acre cercherò di vedere con te, se sei disponibile, in modo problematico, il valore delle affermazioni del nostro interlocutore. O almeno come io le ho intese. Se dopo le prime righe ti pare che deragli getta tutto e finisce lì.

    In primis l’intervistato parte dall’idea che ci sia una teoria di un’area comune ottimale che ha le sue fondamenta nella teoria (pratica?) della integrazione monetaria che a sua volta si fonda sul concetto di mobilità dei fattori di produzione.

    Ci dice, attenzione si tratta di una teoria errata perché l’Europa non è come gli USA. Siamo convinti che questa affermazione sia sensata o si tratta di un discorso superficiale, che sembra ovvio ma non lo è? Proviamo a ragionarci su:
     E’ poi certo che gli USA hanno riso quando è stato creato l’Euro?
     Non è che l’Euro ha mangiato una fetta consistente e in prospettiva perfin crescente del primato finanziario USA dando vita a una vera e propria guerra finanziaria, anche se non dichiarata?
     E’ poi vero che, come dice l’economista intervistato, in Europa il lavoro, come forza lavoro, a differenza degli USA fa fatica a spostarsi? La mia famiglia direbbe il contrario. Sono l’unico da due secoli che non si è mosso o quasi. Per il resto emigrazione, parziale o definitiva in Francia, Germania, Austria e, toh, perfino Grecia. Poi Argentina e Australia. Non basta?
     Mobilità dei capitali? Non è che l’Euro è nato proprio per favorirla, come, scusa se mi permetto di usare questo termine che forse per un economista è un poco blasfemo, espressione di un preciso disegno politico? Non è che la Thatcher è un originale prodotto europeo prima ancora del buon Reagan? Non è che tutti e due sono figli della scuola di Chicago?
     L’Euro causa della crisi finanziaria europea, siamo poi certi? Ci viene raccontato che l’Euro è al collasso, ma il Dollaro come sta? Anche qui mi sembra che non si faccia conto a sufficienza della differenza fra la gran cassa mediatica e il vero rumore di fondo che è quello strutturale. Possiamo affermare che se l’Euro piange il Dollaro può in ogni momento essere travolto da una crisi epocale o no? 2008 docet. Si può ragionevolmente affermare che il Dollaro si sorregge solo grazie alla muscolatura militare fino a che regge e il capitale che è ormai transnazionale non decide che val la pena puntare su un altro cavallo, o vaneggio?
     Debito. Mi sembra che l’intervistato voglia negare o almeno minimizzare la componente della crisi fiscale dello stato. Possiamo credergli? Certo non manca un elemento ampiamente ideologico nel dibattito (?) politico d’oggi ma come negare che il dato ci sia e sia oggettivo?
     Ci vien detto la crisi è dovuta all’indebitamento delle famiglie. Il problema è di chiedersi chi lo ha stimolato e per quale disegno. (Affascinante l’accusa a Zapatero di essere un bancarottiero, un giorno sugli altari l’altro nella polvere!) Non è che l’indebitamento corrisponde a una formidabile forma di ricatto, ancora una volta – me ne scuso – politico. La richiesta di una totale resa da parte dei lavoratori alle necessità del profitto? Come leggere altrimenti l’impressionante disegno per cui in Europa del sud i sindacati hanno sostanzialmente contrattato la riduzione sistematica dei salari o la loro resa? Certo l’indebitamento delle famiglie è preoccupante ma il fenomeno non è che un aspetto di una realtà più generale, ad esempio lo sfarinamento della stessa struttura famigliare, che si è tanto esaltato, e che favorisce un impoverimento assoluto degli individui impotenti di fronte alla duplice sfida di due entità astratte ma aggressive quali stato e banche?
     Il debito delle banche in che senso è privato? Si diceva fino a poco fa che le banche, che ora sono private (non nel senso che sono nostre ma di qualcuno di identificabile, più o meno), privatizzavano gli utili e socializzavano le perdite. Non è più vero? Negli USA questi fenomeni sono radicali (falliscono e chi ha lì i soldi li perde e stop. Esclusi i ricchi che vengono informati prima!), da noi sono attutiti ma non diversi. Sembra davvero incredibile che la cosiddetta “sinistra” ne rimanga stupita. Non è che “pantalone” nella fase repubblicana, ma non dimentichiamo Crispi e il caso della Banca Romana, ha sempre sostenuto le banche, allora erano di interesse pubblico, quando erano vicino al crak? La memoria fa brutti scherzi ma basterebbe andare indietro e ricordare i casi del Banco di Napoli o quello di Roma? E’ forse doloroso dirlo ma siamo noi che pagheremo il gioco di sottogoverno del Monte dei Paschi e dei giochetti fra PDL e PD(-L), o se si vuole fra Verdini e D’Alema. O possiamo pensare che tramite una nuova moneta si realizzi un taumaturgico mutamento di logica?
     Ci vien detto che ci sono paesi che hanno recuperato la loro autonomia monetaria e lì si è andati nel bengodi (scusa l’ironia). Non ne ho idea, si dovrebbe fare un’analisi approfondita e sentire la voce dei lavoratori. Il caso della Polonia, mi sembra una oleografia, ma forse sbaglio.

    Quella che conosco è la realtà italiana almeno dalla metà degli anni ’60 e allora cerchiamo di vederla non dal punto di vista delle astratte misurazioni ma da una realtà limitatissima ed insieme concreta.

     Dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’60 la condizione del proletariato (gli operai) era dura, molto dura. Salari minimi, assenza di diritti. Certo c’era una parte della piccola borghesia che dall’inizio del decennio ’60 ha visto migliorare la sua condizione, ma è stato solo uno strato.
     Il cambiamento epocale è avvenuto fra il 1969 e il 1979 quando la materialità delle condizioni dei lavoratori è per la prima volta nella storia di questo paese davvero mutata sia dal punto di vista salariale sia da quello dei diritti (in 150 anni).
     Quale è stata la reazione della borghesia? Innescare l’inflazione. Un’inflazione selvaggia. Come dimenticare il ghigno di Guido Carli che inveiva contro le richieste dei lavoratori che non erano compatibili con il profitto, pardon la redditività dell’impresa. Come dimenticare gli “assegnini” quei pezzetti di carta senza valore né garanzia che le banche stampavano a ruota libera. Lo stato aveva nei fatti abdicato alla sua funzione lasciando spazio all’inflazione. Ci raccontavano che non valeva la pena coniare moneta e i fessi ci credevano.
     Poi il resto è andato da sé, una serie di fasi inflattive che hanno reso sempre più difficile la condizione dei lavoratori e favorito le esportazioni. Espressione di quel ciclo sono stati due momenti di svolta: l’eliminazione della scala mobile ( a furor di popolo, incredibile ancora oggi crederci), ed infine la beatitudine dell’Euro secondo il verbo di D’Alema, Dini e Prodi. Euro che per noi ha voluto dire un salasso e un aumento ulteriore dei prezzi.
     Giunti a questo punto mi viene un dubbio. Non è che con l’Euro l’industria italiana e il ceto finanziario (un tempo avrei parlato di borghesia ma ora dio me ne scampi) che un tempo giocava sulla differenza fra il costo della forza lavoro in Italia e in Europa e fra l’altro sulla differenza fra nord e sul Italia (come non ricordare il caso emblematico della Cassa del Mezzogiorno) ha semplicemente mostrato una volta di più il suo volto. La produzione di merci rende meno dei giochi finanziari e allora si specula sul mercato europeo e l’Italia si è trasformata nei fatti nel sud d’Europa. Questo fenomeno può mutare? Mi permetti di dubitarne? La storia per quel che vale pare proprio negarlo. La classe imprenditoriale italiana è stata sempre retriva ed è arrivata sempre penultima alla meta (certo prima di Grecia, Spagna e Portogallo ma non credo ci sia da consolarci). Può essere sconsolante ma questo vuol dire che per una fase abbastanza lunga le logiche innescate dall’Euro di estrazione da parte del piccolo capitale, ovvero della piccola imprenditoria, crescente e “forzata” di profitto dal lavoro si manterranno inalterate. Mente il grande capitale rientrerà solo sub-condicione se avrà le garanzie per speculare.
     Ridare i diritti ai lavoratori dice in un inciso il relatore. Ma chi glieli può dare? Le leggi? Cadranno dal cielo come la manna? Mi scuserai se non ci credo. Ci sarà sempre un motivo, l’arte della retorica ideologica è come la mamma sempre incinta, per comprimere i diritti dei lavoratori. Anche qui storia docet. Solo le lotte sindacali possono smuovere la montagna del capitale. Quale esempio più certo di quello del lavoro flessibile. La logica avrebbe voluto che il lavoro flessibile dovesse almeno in una certa prospettiva di buon senso essere pagato di più di quello fisso. Invece è accaduto il contrario: è diventato il cavallo di Troia di una nuova neo-schiavitù. Non si è mai sufficientemente flessibili e visto che è in gioco un denaro che è pur necessario per vivere si è disposti a far tutto, anche a barattare tutti i diritti.

    Infine uscire dall’Euro. Il problema non è un esercizio teorico, almeno non solo, è serio e duro problema pratico. Per andare dove, tornare sui nostri passi, sulla vecchia via? Era forse una via virtuosa? Come si fa a parlarne estraendola dalla fase di crescita “esuberante” dell’economia mondiale postbellica e trasformandola – anche se in modo sotteso – nella espressione di uno stato di ideale sviluppo del paese?
    L’intervistato ci dice: un poco di svalutazione non fa poi così male. Poi la logica del mercato (ma qui non riemerge la mano invisibile – lui che contestava i neoclassici), visto che si troverà in difficoltà, limerà e cercherà di non perdere i suoi spazi di profitto.
    Il ragionamento vale se si accettano due presupposti.
    Uno: che la condizione salariale in Italia sia tale da assorbire uno scatto di inflazione abbastanza consistente. Quanto nessuno può dirlo ma sarebbe inevitabile, tutti lo riconoscono. Ma, aggiungo, possiamo anche solo lasciare l’Europa dicendo: i nostri debiti? Fatti vostri! Non credo ci sia caso che dimostra la fattibilità di un simile giochetto, alla fine qualcuno paga e guarda caso sono sempre i soliti.
    Due: che il riallineamento sia davvero capace di stimolare l’infingarda classe imprenditoriale italiana. Ed arrivati a questo punto ci viene da domandarci questa ripresa chi la pagherà? Ci saranno forse i magnificati miglioramenti salariali? Quello che vediamo in giro per le strade delle città è l’aumento esponenziale dei piccoli negozi che chiudono, lo sviluppo dei supermercati primo prezzo e una battaglia sui prezzi degli alimentari con prodotti in molti casi sempre più scadenti. La disoccupazione e l’aumento della povertà assoluta. Ed ancora chi faranno lavorare gli strozzini del sud e i piccoli imprenditori del nord: i nostri lavoratori o immigrati a salari da fame? Non mi si dica che sono razzista.

    Se sei arrivato fin qui spero che non provi un senso di acre disagio. Sono tante domande che mi pare abbiano un significato, una loro ragionevolezza e che forse lasciano alla fine una patina di sconforto in fondo alla mente, ma questi sono a mio vedere i problemi.
    Mi si dirà: un approccio classico. Lo so, è il solito modello marxista che fatalmente riemerge. Alla fine torno a parlare di capitale, di borghesia, di proletariato, anche se cerco di nascondere questi termini. Sono concetti non alla moda. Oggi è di moda la nazione, l’interesse nazionale, l’unità del popolo, la necessità di darsi tutti da fare…
    A quelli che mi trovano inattuale risponderei: “Forse avete ragione ma io continuo a credere che la vera forza sia quella delle merci che distruggono tutte le grandi muraglie … Quelle delle nazioni a confronto sono carta, sono delle tigri di carta, anche se i loro problemi possono sul contingente colpire l’immaginazione”.
    Davvero per concludere aggiungerei che gli accademici di ogni colore possono riempirci le orecchie di teorie numeriche, di previsioni statistiche (un tempo gli oroscopi li facevano i maghi, nell’epoca del positivismo rinvigorito sono nati i nuovi maghi?). Quello che scopriamo ogni giorno che ai numeri si può far dire quello che si vuole. L’economia rimane nonostante tutto una disciplina che non può essere sterilizzata in giochetti di formule matematiche, trova la sua prima radice nella politica, nell’economia politica e nelle condizioni di vita della gente. Qui si tratta di far delle scelte, schierarsi per una economia che si flette davanti al presente o che si presenta come critica dell’economia politica. Non è facile ma questo è il problema.

    Vale

  75. In una recente intervista il professor Antonio Maria Rinaldi afferma che l’Italia è stata svantaggiata dall’€ perchè l’EZ «si è trasformata in una specie di gabbia dove abbiamo potuto constatare che c’è un solo Paese, la Germania, che se ne sta avvantaggiando oltremodo. […] Noi siamo ancora la seconda impresa manufatturiera, dopo la Germania, dei 27 (tra poco 28) Paesi dell’Ue e aver affidato la nostra economia a questo modello economico ci consuma come una candela.
    […] oggi se non ci fosse la moneta comune euro, ma avessimo […] le nostre valute nazionali, la Germania rapporterebbe il marco nei confronti del dollaro a non meno di 1.75/1.80 contro gli 1.32 dell’euro. Cosa vuol dire? Vuol dire che, rispetto ai fondamentali economici dell’economia tedesca, la valuta euro è una valuta estremamente sottovalutata, mentre invece gli altri Paesi, a iniziare dal nostro che, ripeto, siamo la seconda impresa manufatturiera e, quindi, esportatori per propensione, avere questo tipo di euro significa esserci dotati di una valuta estremamente sopravvalutata.
    [Inoltre] tutta la letteratura economica in merito alle Aree Valutarie Ottimali (le AVO) lo dice da sempre: non si è mai verificato nella storia che un’area valutaria con le caratteristiche simili a quella dell’Unione Europea abbia avuto successo. Purtroppo è così. La postfazione di Alberto Bagnai al mio ultimo libro, “Europa Kaputt“, lo dice in maniera magnifica. […] La stabilità dei prezzi e il contenimento dell’inflazione, che è il loro [dei tedeschi] chiodo fisso, non si sposa con i modelli economici degli altri Paesi. Un esempio per tutti: cosa ce ne facciamo noi di un’inflazione che è ormai all’1.1% se poi, per poterla perseguire, ci ritroviamo con una disoccupazione ai massimi? Noi ai tempi dell’inflazione a due cifre avevamo, però, la disoccupazione ai minimi, perché il nostro modello prevedeva questo effetto.
    […] Quando ho detto che questo modello economico imposto dalla Germania non va bene per gli altri Paesi, è perché il modello prevede il contenimento dei prezzi, cioè dell’inflazione. Perché? Perché i tedeschi, proveniendo dall’esperienza della Repubblica di Weimar che fu dilaniata dall’iper-inflazione, pensano che essa abbia spianato la strada all’ascesa del Nazismo. L’errore, però, è proprio qui: non è stata l’inflazione a favorire l’avvento del Nazismo, ma sono state le politiche deflazionistiche per contenere l’inflazione. E le politiche deflazionistiche, ricordo, sono: il taglio della spesa pubblica in maniera lineare, licenziamenti, taglio del welfare e del sociale. Cioè le stesse politiche proposte attualmente dai vari governi dell’area euro e vediamo che, laddove sono state proposte con maggiore forza, come ad esempio in Grecia, hanno prodotto la nascita di partiti estremistici, che è esattamente ciò che è avvenuto negli anni ’30 in Germania dopo la Repubblica di Weimar. Hitler andò al potere proprio per la protesta nei confronti delle politiche deflazionistiche. La storia si ripete sempre e io dico: attenzione, perché chi non conosce la storia è condannato a riviverla. Ne vale la pena? ».
    Tra virgolette:
    http://www.correttainformazione.it/in-primo-piano/rinaldi-euro-fallimento/

  76. Sono d’accordo con Giulio Toffoli, che ha fatto un intervento cristallino, fatto di molte domande ma che apre a mille risposte.

    E sono d’accordo con lui in particolar modo quando chiude dicendo:

    ” L’economia rimane nonostante tutto una disciplina che non può essere sterilizzata in giochetti di formule matematiche, trova la sua prima radice nella politica, nell’economia politica e nelle condizioni di vita della gente. ”

    L’economia politica italiana che in questo ventennio è stata criminale, ha lasciato che la grande imprenditoria e il sistema finanziario facessero l’Italia che ci ritroviamo oggi, più povera di diritti e più povera economicamente.

  77. ANCORA PUNTURE DI TAFANO

    @ Barone e Buffagni

    Ho dichiarato la mia incompetenza a entrare nel merito della questione uscita o no dall’euro, che qui viene dibattuta con tanto vigore. Mi limito a imparare e a valutare i vari pro o contro per farmi un’idea più precisa della questione. Ma sulle “filosofie di fondo” delle vostre posizioni credo di avere qualche cosa da dire. Prendetele pure come punture “teoriche” da «tafano posto dal dio ai fianchi della città», come ironicamente Barone mi ha definito.
    Constato perciò che sul problema del ‘noi’ avete un po’ glissato. Ve lo faccio notare perché una delle funzioni positive che agli intellettuali dissidenti e costretti più o meno a spazi samizdat resta è, secondo me, quella di esaminare *tutte* le posizioni più o meno sensate che oggi analizzano la crisi e i modi di uscirne.
    Spero di non apparire antipatico se noto, soprattutto in Barone, la tendenza ad evitare di pronunciarsi sulle posizioni di La Grassa, da me ripetutamente citato. Eppure esse mettono in seria discussione proprio la sua riproposizione di un discorso (che a me pare astorico) sulla centralità politica e sociale della classe operaia e sulla funzione insostituibile del partito comunista, sul controllo operaio, ecc. Non so se Barone abbia letto gli scritti più recenti di La Grassa, con colpevole disinvoltura ignorati dagli esperti accademici. Forse l’ha fatto e magari in altre sedi li ha criticati argomentando il suo rifiuto. Mi parrebbe il caso che dicesse cosa ne pensi anche in questa sede. Anche perché trovo davvero nostalgico il suo uso di una terminologia («partiti comunisti e operai europei», «partiti della Sinistra europea», «sinistra di classe») che salta i conti con la storia delle esperienze del “socialismo reale” sviluppatesi nel Novecento. Non mi convince la «posizione patriottica» assunta dagli attuali «partiti comunisti e operai europei», che sono – l’ammetterà Barone? – delle organizzazioni epigoniche rispetto a quelle ancora operanti negli anni Settanta del Novecento, imparagonabili dunque a quelle esistenti nell’epoca in cui c’era ancora l’Urss (o Stalin). Prima, dunque, di affermare con sicurezza che la crisi «ripropone costantemente la centralità sociale» della classe operaia, io vorrei capire che fine ha fatto la sua «centralità politica». E poi il ‘noi’ (sociale e politico) che auspicherei è ancora organizzabile da un «partito comunista»? Si può ancora parlare di «controllo operaio» (come ai tempi delle Tesi di Lucio Libertini)? di classe operaia come «perno» di un «blocco sociale»? si può dire oggi che il « “porro unum necessarium” […] è la ricostruzione del partito comunista»? Insomma, per essere chiaro e leale, non escludo a priori l’ipotesi di Barone, ma chiedo che la misuri con le obiezioni serie che uno studioso serio ha mosso sia alle esperienze del “socialismo reale” sia allo stesso impianto teorico di Marx. Il silenzio non è mai d’oro. Ignorare delle tesi ostili alle proprie in una ricerca che si pretende scientifica è deleterio.

    Quanto alla veloce risposta che Buffagni ha dato alla mia critica “antipatriottica”, preciserei che la mia posizione non è riducibile a una piatta negazione (“non c’è più patria, non c’è più popolo, non c’è più nazione, non c’è più Stato”). Io dico piuttosto che patria, popolo, nazione sono oggi miti raffreddati e logorati. Possono essere rispolverati e usati strumentalmente. Soprattutto o più facilmente e in modi strumentali da chi ha già potere, è già dominante. Che li può rinfocolare attraverso gli strumenti di cui dispone (i mass media in particolare), ma sempre in misura ridotta, che non attiva le masse delle società industrializzate fino in fondo. La situazione storica d’oggi – sia strutturale (globalizzazione caotica) sia culturale (americanizzazione dilagante) – a me pare trattenga le masse dal riaffezionarsi ad essi. (Al massimo forse possono “consumarli” con un certo scetticismo, come accade qui da noi per quelli direttamente e tradizionalmente religiosi). Questi miti possono valere invece per minoranze intellettuali capaci di inventarsi in modo volontaristico una tradizione (nel senso studiato da Hobsbawm e Anderson). Però abbiamo visto com’è andata l’esperienza della Lega Nord, che ha mostrato tutti i limiti (regressivi) di una tale re-invenzione in un contesto “postmoderno”.
    Un discorso un po’ diverso, ma sempre scettico, farei per i tentativi di rivitalizzare lo Stato-nazione. Anche qui siamo in parte di fronte a un mito “logorato” (e la critica alla sua falsa neutralità è di lunga data, specie nella tradizione marxista). Ma qui non c’è solo o soprattutto mito. Gli Stati hanno una loro storia e si sono dati una consistenza economica, organizzativa, politica e militare dall’epoca moderna ad oggi. Dietro la permanenza secolare della facciata in apparenza unitaria di uno Stato, però, quali mutamenti ha subito nel tempo la sua sostanza materiale? E quali conflittualità al suo interno (tra lobby, centri che rispondono ad interessi esterni,ecc.) si sono manifestate? Tante e credo che siano tali da rendere dubbia a un esame più attento la sua identità. Da qui tutto il dibattito sull’esaurimento o meno dello Stato-nazione, sotto la pressione delle spinte globalizzanti, che non ha raggiunto – credo – esiti definitivi. Che gli Stati siano i cavalli di Troia di ben altri processi da indagare più a fondo e non quella realtà politica permanente e mai evanescente?

    P.s.
    Anche Cucinotta mi pare abbastanza scettico sulla possibilità di puntare sul patriottismo; e pur riconoscendo l’indebolimento (ma in che misura?) delle sovranità nazionali, sembra, vista anche l’impraticabilità attuale di una qualche accettabile internazionalismo, acconciarsi ad accoglierlo in modo «puramente strumentale». Non ho dubbi che egli (ma la cosa vale anche per Buffagni, credo) non diventerà un italiano sciovinista, ma – senza agitare fantasmi – quando ci si avvia sulla via “nazionale” io temo che prima o poi proprio lo sciovinismo venga fuori. Siamo davvero in tempi bui. (Vorrei che Cucinotta approfondisse di più come la pensa in merito).

  78. Per Diego Meloni.
    Non so da dove abbia tratto la sensazione che io sostenga che non si possa fare nulla. Al contrario. È vero che le proposizioni di un discorso politico-intellettuale sono della forma ipotetica “se…allora” (non sono certo delle decisioni collettivamente vincolanti, né assomigliano – meno male! – a delle esortazioni del genere “armiamoci e andate”); ma non per questo sono rinunciatarie. Anche sul piano personale un pessimismo di maniera, di tipo nichilistico, non è affatto nelle mie corde. E, nella parte finale dell’intervento, dicevo che i paesi del Sud Europa dovrebbero unirsi per spingere verso un cambiamento di rotta. In che senso? Ma nel senso di una maggiore integrazione europea! Nel senso di una Bce che assomigli alla banca centrale degli Stati Uniti d’America e di un superamento sempre più esteso delle diverse sovranità nazionali capace di determinare, se non altro, un’incrinatura nell’attuale egemonia tedesca… Per procedere in questa direzione, poi, si dovrebbe cominciare con una piattaforma comune dei partiti socialisti e socialdemocratici europei alle elezioni del 2014, in cui c’è il rischio di una grossa affermazione dei populismi e dell’estrema destra (quella alla Marine Le Pen, per intenderci). Sul tappeto andrebbe posta la questione di politiche di ridistribuzione del reddito a livello europeo, nella prospettiva, come dicevo, di una entità statale sovranazionale. Qui perfino un dibattito sull’introduzione di barriere doganali (sul piano europeo, perché su quello dei singoli Stati sarebbero prive di senso) andrebbe affrontato: io sarei contrario, in linea di massima, per motivi etici – perché dazi e simili colpirebbero le economie emergenti, già in netta difficoltà a esportare verso l’Europa -, ma riconosco che, nell’ambito di un’Europa unita, se ne potrebbe discutere. Per l’Italia, infine, ci sarebbe da chiudere con la moltiplicazione dei populismi – da ultimo quello di Grillo: si dovrebbe andare al più presto a nuove elezioni con un sistema elettorale mutato, e la cosa più facile sarebbe ritornare a quello precedente alla bruttura introdotta da leghisti e berlusconiani. Insomma, ci sarebbe un sacco di cose da fare…
    Una breve nota, ancora, sulla Grecia, di cui secondo me si parla spesso a vanvera: nel 2012 e nel 2013 in quel paese c’è stato un forte incremento del turismo – in particolare di quello russo – a causa dell’abbassamento dei prezzi, ma questo non ha determinato una vera e propria ripresa. Se la Grecia fosse uscita dall’euro e avesse svalutato sarebbe andata meglio? Non ci sono elementi per dirlo. In ogni caso, non l’ha fatto. Come mai? Si può rispondere: ha preferito evitare il rischio di andare ancora peggio.

  79. Non è chiaro cosa si intenda con la “maggiore integrazione europea” evocata da Rino Genovese (14 agosto 2013 alle 21:34), dal momento che quando alla Germania è stato richiesto di aderire ai programmi di sostegno ai titoli dei debiti sovrani dell’area euro la Corte costituzionale tedesca «ha ribadito un concetto fondamentale, cioè che la Germania subordina l’ordinamento dell’Ue a quello nazionale, prima c’è l’ordinamento e gli interessi nazionali e poi il diritto europeo. In questo modo ha certificato, di fatto, quello che avevamo capito da tanto, cioè che la Germania considera l’Ue, non con spirito di aggregazione, ma con un semplicissimo criterio contabile: se ci conviene lo facciamo, altrimenti no».
    Tra virgolette:
    http://www.correttainformazione.it/in-primo-piano/rinaldi-euro-fallimento/

    Inoltre, una Bce simile alla Fed non migliorerebbe la situazione perché l’€ non ha portato a convergere i tassi di inflazione dei paesi EZ, come invece sostenevano i suoi ideatori. Come spiega Vito Lops sul Sole24Ore, l’€ ha favorito i «Paesi che, come la Germania, sono riusciti a contenere il tasso di inflazione anche perché agevolati dal fatto che la loro economia si è sviluppata negli ultimi anni più sulle esportazioni (di merci e capitali) che non sui consumi interni (che sono quelli che poi generano più inflazione). […] Questa del tasso di cambio reale (differente inflazione tra Paesi a parità di cambio) è un’altra delle distorsioni tra le economie nazionali, dopo quella dello spread sui titoli di Stato e sui finanziamenti interbancari, che la crisi dell’euro sta mettendo a nudo».
    Tra virgolette:
    http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-06-18/fare-svalutazioni-competitive-leuro-131248.shtml?uuid=Abmze35H#comments

    Per ciò che riguarda “il rischio di una grossa affermazione dei populismi e dell’estrema destra”, l’impressione è che se si prosegue sull’illusoria strada dell’unità europea, a suon di austerità fine a sé stessa, più che di rischio si tratti di una certezza.

    “ridistribuzione del reddito a livello europeo, nella prospettiva di una entità statale sovranazionale”

    Temo che anche qui ci si nutra di illusioni, dal momento che «Le istituzioni europee sono tra le entità governative più influenzate dalle lobby, attraverso l‟azione dei 2.600 gruppi di pressione che lavorano al fianco di parlamentari, funzionari, assistenti, giornalisti e commissari: un totale di 55 mila persone attive in un centinaio di studi legali, oltre 150 società di consulenza (public affairs consulting) e di pubbliche relazioni, decine di think tank, Ong, sindacati. Senza contare gli innumerevoli uffici di rappresentanza (governi nazionali, regioni, enti locali, industrie, gruppi inter-istituzionali, camere di commercio, ecc). Questa presenza imponente si deve al fatto che a Bruxelles viene deciso circa l‟80% dei contenuti delle leggi nazionali e locali, incluse le leggi finanziarie, con un evidente impatto sul PIL dei Paesi membri e sullo sviluppo sociale ed economico. Inoltre, si negoziano gli stanziamenti del budget delle istituzioni comunitarie per l‟attuazione dei programmi e dei progetti europei, di cui circa il 6% è destinato alla gestione amministrativa delle istituzioni, per un totale di circa 100 miliardi di euro all‟anno, ovvero circa l‟1% del PIL cumulato dei 27 Stati membri».
    Tra virgolette:
    http://www.ilchiostro.org/wp-content/uploads/2011/02/Ricerca_UE_a.a.09.101.pdf

    In sincronia con le agenzie di rating, i lobbisti influenzano l’attività della Commissione, del Parlamento e delle istituzioni europee.
    Ad esempio, «Benita Ferrero-Waldner (Commissario agli affari esteri nella prima Commissione Barroso e Commissario al Commercio fino al 2010), è dal febbraio 2010 membro del Supervisory Board della compagnia di assicurazioni tedesca Munich Re. Günter Verheugen (Commissario alle imprese e industria e vice-presidente della Commissione) lavora oggi con […] Royal Bank of Scotland. Meglena Kuneva (Commissario per la tutela dei consumatori) è stata nominata nel board di BNP Paribas. Charlie McCreevy, Commissario al mercato interno fino al 2010, ha inoltrato la richiesta di permesso per entrare nel board di RyanAir».
    Tra virgolette:
    http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/La-lobby-della-finanza-colpisce-ancora-4478

    Per ottenere la ridistribuzione del reddito la condizione ineludibile è l’uscita dall’€ perché è «impossibile democratizzare l’Europa, proprio come è stato impossibile democratizzare la globalizzazione, poiché entrambe, nel costituirsi, determinano le condizioni che ne rendono impossibile una versione progressiva: la globalizzazione concedendo la massima libertà di movimento ai capitali, l’Ue imponendo la difesa del capitale monetario come valore costituzionale, garantito proprio dall’€ e dalla Bce. Dire che si può costruire, attraverso le lotte continentali, un’Europa diversa è dire solo una mezza verità: si tace, infatti, che per costruire l’Europa sociale si deve non solo superare questa Europa, ma anche superare l’€. E tutti coloro che lottano per l’altra Europa senza mettere però in discussione il regime dell’€ rischiano di agire irresponsabilmente perché si ritraggono davanti alle conseguenze della propria azione».
    Tra virgolette:
    http://il-main-stream.blogspot.it/2013/07/granelli.html

    “le economie emergenti, già in netta difficoltà a esportare verso l’Europa”

    Le difficoltà derivano dalla circostanza che a suon di austerità il potere d’acquisto di mezza Europa si è fortemente ridotto.

    In Grecia “c’è stato un forte incremento del turismo […] a causa dell’abbassamento dei prezzi, ma questo non ha determinato una vera e propria ripresa”.

    Era prevedibile che un sistema economico basato su licenziamenti, falcidia di salari e svendite non avrebbe portato alla ripresa. Difficile invece è ipotizzare che uscendo dall’€ in Grecia poteva “andare ancora peggio”. Peggio andrà continuando su questa strada.
    «Intervistato da radio Real Fm su un’eventuale collaborazione tra Nuova democrazia (Nd), il partito del premier Antonis Samaras, e i neonazisti di Alba dorata (Xa), il deputato di Nd Viron Polydoras ha risposto: “Perché no! Sappiamo che Alba dorata ha 600mila elettori e che in futuro ne avrà un milione”».
    Tra virgolette:
    http://www.presseurop.eu/it/content/blog/3943951-chi-flirta-con-alba-dorata

    Gli ideatori dell’€ promisero un futuro radioso, ma si guardarono bene dal chiedere un parere ai cittadini europei.
    Oggi sappiamo perchè.

  80. @Abate e tutti
    Su questo tipo di argomenti, ho scritto più volte sul mio blog (ideologiaverde.blogspot.it) e se qualcuno fosse interessato, potrebbe rintracciarli lì (magari andando parecchio tempo indietro perchè ne tratto da circa due anni).
    Detto ciò, io penso che dovremmo decidere se pensiamo di costruire l’Europa come una scelta dei cittadini europei o come un atto d’imperio da parte di un certo potere che possiamo qui anche evitare di specificare. Non mi faccio illusioni, le nazioni sono nate sul sangue delle vittime di conflitti armati, la storia così ha proceduto, così non mi scandalizzo se qualcuno vuole operare d’imperio sostituendo magari alle armi tradizionali, armi di tipo economico. In verità, a me pare che questo ipotetico processo di unificazione europea non interessi a nessuno, si sfrutta una certa struttura comunitaria per costringere le singole nazioni a misure economiche a favore dei soliti noti (il sistema bancario) altrimenti troppo impopolari per essere accettate.
    Alcuni rispondono chiedendo un’accelerazione del processo di unificazione, inteso quindi (presumo) come processo volontario. Tuttavia, non si capisce quali sino le gambe su cui fare avanzare tale processo. Se chiedete a un tedesco di trasferire risorse dalla germania alla Grecia, ricevete un secco rifiuto. Le banche che hanno prestato il denaro alla Grecia sono molto più malleabili perchè capiscono che è meglio ricevere una restituzione parziale di niente, ma il cittadino comune non capisce, non capisce che è normale finanziare le spese di altri che contribuiscono a farti vendere i prodotti che produci, non lo capiscono in Italia neanche i leghisti.
    Alla fine, se uno si sente tedesco e non europeo, dobbiamo accettare questa triste realtà, non v’è nulla che possa suscitare questa solidarietà se non un lungo processo di interessi condivisi. Nel frattempo, saremo tutti uccisi dalla crisi generata dalle politiche europee.
    Ci troviamo insomma davanti a un processo di finta unificazione che in realtà serve a meglio garantire gli interessi del sistema bancario globalizzato sostanzialmente già fallito, mentre una parte considerevole del mondo politico racconta la favola dell’Europa unita non si sa quanto in buona fede, quelli che contano sicutramente sanno il tradimento che stanno perpetuando a danno dei loro concittadini.
    Io dico allora di partire da ciò che abbiamo, la repubblica italiana e la sua costituzione, questo è il fronte della resistenza da cui lanciare l’offensiva alla società di mercato. Non v’è nulla di nazionalista in questo progetto, al contrario si tratta oggi dell’unico modo adeguato di manifestare l’internazionalismo, quello che consiste appunto nel dare l’esempio, nel mostrare ai popoli di tutto il mondo che un’uscita alternativa dalla crisi c’è, quella che nel piccolo della tua nazione, sei riuscito a praticare.
    Detto tutto ciò, trovo del tutto ragionevoli le obiezioni di Toffoli che sono state qui riportate.
    L’unico modo secondo adeguato di rispondere a queste obiezioni è concordare che l’obiettivo fondamentale sia la lotta a questa globalizzazione. Il resto allora diventa mezzo a questo fine. Se qualcuno, come tipicamente Bagnai, mi propone di tornare all’Italia di Andreotti e Craxi con le continue svalutazioni e con le connesse crescite di evasione fiscale, di criminalità organizzata e cose di questo genere, non posso proprio essere d’accordo. Io penso al contrario dei nostri governi che non bisogna combattere evasione e criminalità per risanare i conti pubblici, ma che quelli siano i reali obiettivi da porsi, il pareggio di bilancio non può in alcun modo essere un obiettivo da perseguire di per sè.
    La differenza col punto di vista di Bagnai sorge chiaro quando si vanno ad esaminare le misure da assumere assieme all’uscita dell’euro. Io dico uscire dall’unione europea, dare default, e intraprendere una politica economica protezionistica. Queste misure risultano a mio parere indispensabili se si vuole uscire dal circuito distruttivo della globalizzaizone finanziaria, per una società che rinunci all’adorazione del PIL, che rinunci alla comepttività, che consideri l’economia un mezzo a disposizione delle persone e non il contrario, il lavoro come fine e non come mezzo per fare crescere il PIL.

  81. Caro Toffoli,
    provo a replicarle per punti.
    Premetto che per esaminare meglio le posizioni di Bagnai, che in questa breve intervista sono compendiate in estrema sintesi, le conviene leggere qui: http://goofynomics.blogspot.it/2012/10/istruzioni-per-luso-20.html

    1) ” [Bagnai] Ci dice …[che l’Europa non è una Area Valutaria Ottimale] perché l’Europa non è come gli USA. Siamo convinti che questa affermazione sia sensata o si tratta di un discorso superficiale, che sembra ovvio ma non lo è?”

    A parte la considerazione elementare, ma non secondaria, dell’unità linguistica, culturale, politica che negli USA c’è e in Europa no, consideri che negli USA non ci sono Stati o contee nei quali il lavoro costa 100 e altri in cui costa 500, in Europa sì. Differenze di quest’ ordine di grandezza ci sono, per esempio, tra USA e Messico, le relazioni economiche tra i quali sono inquadrate nell’accordo NAFTA, che però nessuno si è mai sognato di integrare adottando una moneta unica. Differenze altrettanto grandi nel campo previdenziale, politico e giuridico ci sono tra USA e Canada, tra i quali vigono accordi di libero commercio, non integrati, però, da una valuta comune.
    Le differenze nel costo del lavoro, nel sistema fiscale, previdenziale ed educativo, che pure negli USA sono rilevanti, in Europa sono macroscopiche. Che salari paga la Fiat in Serbia? Che imposte pagano le imprese in Irlanda? Che sistema sanitario c’è, in Slovenia? Che sistema scolastico, in Croazia?

    2) “E’ poi certo che gli USA hanno riso quando è stato creato l’Euro?
     Non è che l’Euro ha mangiato una fetta consistente e in prospettiva perfin crescente del primato finanziario USA dando vita a una vera e propria guerra finanziaria, anche se non dichiarata?”

    Per non dire sciocchezze, mi astengo da un’analisi finanziaria dei rapporti dollaro/euro, e mi limito a proporle, in pillola, la mia interpretazione politica dei rapporti USA/UE.
    A mio avviso, per quanto seri e aspri possano essere i conflitti fra dollaro USA ed euro sui mercati finanziari, non sono mai stati né mai saranno scontri che mettano in gioco il primato USA, per il semplice fatto che gli USA sono la potenza egemone mondiale, mentre la UE non è neppure uno Stato sovrano, e anzi ospita sul suo territorio centinaia di basi americane.
    Personalmente, credo che all’indomani del crollo dell’URSS, e in vista della riunificazione tedesca, i dirigenti USA abbiano stipulato un patto con i dirigenti europei e in particolare tedeschi, il cui cardine è: in Europa, la Germania può ambire alla supremazia economica in cambio della conferma della propria subordinazione politica agli USA. La UE è lo strumento principale di questo accordo. Lo si vide molto bene con le guerre balcaniche degli anni Novanta, innescate da un’iniziativa tedesca, che, per estendere la propria zona d’influenza nella Mitteleuropa, ha incoraggiato la disgregazione jugoslava, poi risolta dagli USA a proprio vantaggio politico.
    Frizioni ce ne sono eccome, sia politiche sia economiche. Per fare esempi recenti, gli USA non hanno gradito affatto l’astensione tedesca dal ridisegno del Levante da loro promosso; né gradiscono che la recessione economica voluta da Berlino danneggi seriamente le esportazioni USA in un mercato importante come l’Europa. Infatti, il presidente Obama ha recentemente proposto un accordo quadro economico e giuridico tra USA ed UE, che verisimilmente è inteso a risolvere questi contrasti a favore degli USA, limitando e definendo la libertà d’azione tedesca.

    3) “Si può ragionevolmente affermare che il Dollaro si sorregge solo grazie alla muscolatura militare fino a che regge e il capitale che è ormai transnazionale non decide che val la pena puntare su un altro cavallo, o vaneggio?”

    No, non vaneggia. Penso anch’io che il dollaro si regga sulla supremazia mondiale, anzitutto militare ma anche politica degli USA. Dissento da lei quando ipostatizza “il capitale”, il quale potrebbe puntare su un altro cavallo, eccetera. Nessuno, neanche il Capitale con la maiuscola, possiede allevamenti di cavalli imperiali.

    4) “Non è che l’indebitamento corrisponde a una formidabile forma di ricatto, ancora una volta – me ne scuso – politico. La richiesta di una totale resa da parte dei lavoratori alle necessità del profitto? Come leggere altrimenti l’impressionante disegno per cui in Europa del sud i sindacati hanno sostanzialmente contrattato la riduzione sistematica dei salari o la loro resa?”

    Certo, è esattamente così. Aggiungo che i sindacati “hanno sostanzialmente contrattato la riduzione sistematica dei salari ” non solo in Europa del Sud, ma anche in Germania (riforme Harz). Liberismo e mondialismo puntano, fra le altre cose, a una distruzione del potere acquisito dai lavoratori nel secondo dopoguerra, e negli ultimi trent’anni sono passati da una vittoria schiacciante a un trionfo clamoroso.

    5) “Ridare i diritti ai lavoratori dice in un inciso il relatore. Ma chi glieli può dare? Le leggi? Cadranno dal cielo come la manna? Mi scuserai se non ci credo. Ci sarà sempre un motivo, l’arte della retorica ideologica è come la mamma sempre incinta, per comprimere i diritti dei lavoratori. Anche qui storia docet. Solo le lotte sindacali possono smuovere la montagna del capitale. ”

    Per brevità, cito qui solo la conclusione del suo ragionamento sull’industria italiana, ma rispondo, liofilizzando, a tutta la sua argomentazione.

    I diritti li dà solo la forza: si prendono, non si concedono; o quando si concedono, è per anticipare chi altrimenti te li strapperebbe. Quindi, sì, certo: “solo le lotte sindacali possono smuovere la montagna del capitale”.
    I capitalisti italiani, grandi e piccoli, non sono più buoni, generosi e abili dei capitalisti americani o tedeschi, e i lavoratori italiani non sono più lungimiranti, intelligenti, solidali e politicamente preparati dei loro colleghi stranieri. La capacità di entrambi di comportarsi con cattiveria, slealtà, autolesionismo e stupidità non è inferiore a nessun’altra.
    Inoltre, dopo un paio di migliaia di anni pare assodato che la profezia contenuta nel Discorso della Montagna, che “gli ultimi saranno i primi”, non si realizzerà mai compiutamente in tempi storici; e che dunque, nelle vicende storiche, gli ultimi saranno semmai i primi a rimetterci.
    Il punto politico è che nel conflitto fra capitale e lavoro (e fra capitale e capitale, fra lavoro e lavoro) attualmente il lavoro italiano combatte contro il capitale internazionale e perde per dodici a zero da trent’anni, e il capitale italiano è in grave affanno nel conflitto contro il capitale straniero, con il quale riesce a stabilire solo rapporti di subordinazione svantaggiosi, al limite della riduzione in servitù.
    Quindi le rispondo come ho risposto (il 7 agosto 2013 alle 14:19) a un sindacalista, Alberto Ferrero:
    Anche se lei ed io possiamo avere prospettive culturali e politiche diverse, mi sembra però molto evidente che abbiamo un nemico comune, l’euro e le centrali oligarchiche della UE, e un obiettivo politico altrettanto comune: riprenderci la sovranità politica nazionale uscendo dall’euro e denunciando i trattati UE. Perché se lei vuole combattere la distruzione dello Stato sociale e la precarizzazione selvaggia del lavoro, come può farlo se non riprendendosi gli strumenti politici minimi per fare la sua battaglia? Contro quale governo vuole fare sciopero, se il governo italiano e tutti i partiti, sia di destra che di sinistra, sono subordinati a istanze oligarchiche sovrannazionali democraticamente irresponsabili alle quali dei suoi scioperi e delle votazioni italiane non gliene può fregare di meno (se la votazione non piace, si annulla e si rifà, veda i referendum, o veda l’insediamento del governo Monti)? Contro quali imprese vuole lottare, se queste sono libere di ricattarla con la delocalizzazione? Se aspetta di formare un fronte comune con i sindacati tedeschi, austriaci, francesi, etc. e di costringere così la UE a cambiare le legislazioni sul lavoro e a elevare i salari nell’eurozona, le consiglio di mettersi comodo, armarsi di pazienza certosina e di cominciare a parlarne ai suoi nipoti, se ne ha.

    6) “Infine uscire dall’Euro. Il problema non è un esercizio teorico, almeno non solo, è serio e duro problema pratico. Per andare dove, tornare sui nostri passi, sulla vecchia via? Era forse una via virtuosa?”

    Io lascerei perdere le qualificazioni morali, in questo campo. Dal punto di vista economico, uscire dall’euro serve a due cose: a) consentire una svalutazione, che adegui la nostra moneta alla realtà della nostra economia, in modo da rendere più competitivi i prodotti che esportiamo, meno competitivi i prodotti che importiamo dalle nazioni euronord b) rilanciare la produzione, diminuire la disoccupazione, aumentare la domanda interna e il gettito fiscale, riducendo il debito pubblico.
    Uscire dall’euro non rappresenta, in sé e per sé, la soluzione ai nostri problemi. Semplicemente, ci doteremmo di uno strumento difensivo indispensabile al quale abbiamo autolesionisticamente rinunciato, e senza il quale la nostra economia e i nostri redditi stanno asfissiando.
    E’ poco? E’ poco. Solo che senza quel poco, ci disindustrializziamo, e tutti i danni, i problemi, le ingiustizie che lei giustamente lamenta peggioreranno drasticamente. Poi veda lei se vale la pena combattere per quel poco.
    Quando si combatte per un obiettivo politico difficilmente raggiungibile si ha sempre bisogno di pensare – specie quando si lotta in condizioni di inferiorità – che una volta raggiuntolo, il mondo cambierà radicalmente in meglio, e che ci sorriderà un domani integralmente nuovo. Purtroppo, non capita mai. Quando vinci, il risultato è che raggiungi l’obiettivo realisticamente raggiungibile, e che il resto procede come prima, cioè senza che la giustizia, la verità e la bellezza si insedino al governo, senza che la gioia, la bontà e l’amore prendano domicilio permanente nelle nostre vite. Su questo tema, Simone Weil ha scritto pagine splendide.
    (Poi, c’è anche il caso di quando perdi: e nella circostanza presente, se facessi il bookmaker non darei vincente alla pari il mio campo).
    L’uscita dall’euro ci risolverà i problemi fondamentali della vita, così come li individua lei o come li individuo io? No.

    7) “Mi si dirà: un approccio classico. Lo so, è il solito modello marxista che fatalmente riemerge. Alla fine torno a parlare di capitale, di borghesia, di proletariato, anche se cerco di nascondere questi termini. Sono concetti non alla moda. Oggi è di moda la nazione, l’interesse nazionale, l’unità del popolo, la necessità di darsi tutti da fare…
    A quelli che mi trovano inattuale risponderei: ‘Forse avete ragione ma io continuo a credere che la vera forza sia quella delle merci che distruggono tutte le grandi muraglie … Quelle delle nazioni a confronto sono carta, sono delle tigri di carta, anche se i loro problemi possono sul contingente colpire l’immaginazione “.

    A me, dell’inattualità interessa zero; e inattualità per inattualità, sono più inattuale io di lei. Tutta questa moda della nazione e della patria, poi, francamente non la vedo (magari!).
    Le ribatto solo questo, cercando di mettermi dal suo punto di vista. Terra terra:
    Nella partita capitale – lavoro, il capitale da trent’anni dà cappotto al lavoro. La strategia di gioco principale a cui ha fatto ricorso è l’ampliamento del campo di gioco al mondo intero. La squadra Capitale corre a tremila km. all’ora, la squadra Lavoro a venti. A chi conviene giocare su un campo così grande? Quindi, o lei trova il modo di far correre la sua squadra a tremilauno km ora, o le conviene cercare di restringere il campo di gioco.

    8) “L’economia rimane nonostante tutto una disciplina che non può essere sterilizzata in giochetti di formule matematiche, trova la sua prima radice nella politica, nell’economia politica e nelle condizioni di vita della gente. Qui si tratta di far delle scelte, schierarsi per una economia che si flette davanti al presente o che si presenta come critica dell’economia politica. Non è facile ma questo è il problema.”

    Concordo parola per parola, e la rimando ai punti 7) e 5).

  82. Caro Abate, mi sembra che Lei solleciti, con callida ingenuità, un equivalente della “Professione di fede del vicario savoiardo” di roussoviana memoria. Se però Lei ha seguito i miei interventi, dovrebbe essersi reso conto “in rebus ipsis” che la mia posizione teorica è neo-ortodossa e marxista-leninista, attenta perciò a non buttare via con l’acqua sporca anche il bambino (sono infatti convinto, insieme con Lukàcs, che il peggiore paese socialista sarà sempre migliore del migliore paese capitalista) e a cogliere quanto di positivo e di fecondo è presente anche nelle posizioni di un ex marxista come La Grassa, al netto dell’oggettivismo spinoziano di derivazione althusseriana e di una lettura della crisi mondiale come esclusivo conflitto fra dominanti che è molto affine a quella del gruppo di “Lotta comunista”, anche se declinata in chiave tendenzialmente nazionalitaria. Non mancherà, comunque, l’occasione per intervenire sulle questioni che Lei giustamente pone: da quella del ‘noi’ e della soggettività (avendo ben chiaro che questa è tanto un soggetto preesistente quanto un “presupposto posto”) a quella della ‘transizione bloccata’, da quella del controllo operaio (non nell’accezione autogestionaria e socialdemocratica di Lucio Libertini, ma in quella rivoluzionaria e comunista della Terza Internazionale) a quella che nasce dall’esigenza e dall’urgenza della ricostruzione del partito comunista in un paese, come è l’Italia, che è oggi uno dei paesi più reazionari esistenti in Europa. Mi lasci concludere questa risposta un po’ cursoria alle Sue sollecitazioni, osservando che la ‘crisi del marxismo’ non è mai esistita, e che sarebbe più utile parlare di crisi dei marxisti, poiché la malattia più grave della sinistra nostrana, fin dai tempi di Antonio Labriola, nasce, come ha giustamente sostenuto in questi ultimi decenni la rivista “La Contraddizione” raccolta attorno al critico dell’economia politica Gianfranco Pala, dall’insufficienza di marxismo e (per usare l’icastico sintagma brechtiano) dagli “usi gastronomici e culinari” del medesimo.

  83. Caro Abate,
    replico alle sue osservazioni.

    Lei scrive: “Io dico piuttosto che patria, popolo, nazione sono oggi miti raffreddati e logorati. Possono essere rispolverati e usati strumentalmente. Soprattutto o più facilmente e in modi strumentali da chi ha già potere, è già dominante. Che li può rinfocolare attraverso gli strumenti di cui dispone (i mass media in particolare), ma sempre in misura ridotta, che non attiva le masse delle società industrializzate fino in fondo. La situazione storica d’oggi – sia strutturale (globalizzazione caotica) sia culturale (americanizzazione dilagante) – a me pare trattenga le masse dal riaffezionarsi ad essi.”

    Condivido. Non c’è dubbio che la tendenza prevalente sia questa che lei descrive. Aggiungo, preciso e obietto per punti.

    1) La patria/casa/Heimat e il popolo/comunità/noi sono realtà storiche e culturali molto antiche, bisogni materiali e spirituali molto profondi, e desideri radicati nell’infanzia di ciascuno. A questi bisogni e desideri la realtà effettuale può rispondere in mille diversissimi modi, anche con la Padania e il tifo per la squadra di calcio, ma rispondere deve, finché il profilo umano resta vagamente somigliante a quello che conosciamo.

    2) Si può strumentalizzare ed in effetti sovente si strumentalizza tutto, e quindi anche il bisogno e il desiderio di patria e di comunità.

    3) Il suo maestro Fortini riferisce, non rammento più dove, l’acuta osservazione “di una intelligente prostituta”: “Com’è gradevole, l’amore ben imitato.” Verissimo. Persa la speranza di trovare l’amore vero, è facile rassegnarsi a una buona imitazione. Bisogno e desiderio si sentono più acutamente quando sono insoddisfatti. Si può cercare di soddisfarli con dei succedanei. Meglio, però, la cosa vera.

    4) Qual è, la cosa vera? Come la si distingue dalle imitazioni più o meno riuscite? Non so rispondere. Credo addirittura che sia impossibile indicare un criterio infallibile o almeno affidabile. Sappiamo tutti che la differenza c’è, e che è possibile sentirla, ma non disponiamo di specifiche tecniche della verità, che è priva di copyright.
    “Che cos’è la verità?” chiedeva e si chiedeva un politico intelligente e preparato.

    5) Quando vidi, molti anni fa, l’ “Andrej Rublev” di Tarkovskij, rimasi profondamente colpito dalla storia della campana. Se la ricorda? La vicenda è situata nel periodo in cui la Russia, priva di un governo unitario, era soggetta all’anarchia feudale e alle invasioni e ai saccheggi mongoli. Un principe decide di far fondere una campana per la chiesa della sua capitale. Come lei sa, nella cultura russa la campana è insieme voce del popolo e voce di Dio; per questo Herzen intitolò il suo giornale di opposizione “Kolokol”, “campana”. Il maestro fonditore è morto, e non ce ne sono altri nelle vicinanze. Fare una campana è molto difficile. Disponibile è soltanto il suo apprendista, un ragazzo di neanche vent’anni che ha visto fare ma non ha mai fatto. Il principe gli affida il lavoro, ammonendolo che se non riesce, gli taglierà la testa. Il ragazzo ci prova, e visto che ci troviamo nel film del grande umanista e patriota russo Tarkovskij, la campana riesce, e il suo limpido rintocco si propaga per tutta la Santa Russia, chiamandola alla riscossa contro l’invasore. (Certo, poteva anche andare male).

    6) Cosa c’entra la campana con noi? Eh, c’entra. Quando girò l’ “Andrej Rublev” Tarkovskij, che oltre ad avere le antenne sensibili di un vero artista era vicino alla cerchia più ristretta del ceto dirigente sovietico, sapeva molto bene che il suo paese era in uno stato di avanzatissima colliquescenza; e sapeva anche che nessuno aveva un’ idea sparata su come arrestare il processo di marcescenza, o come ricostruire dopo il probabile crollo. Risposta di Tarkovskij: ci si prova con i mezzi di bordo; e ci prova non chi ha gli strumenti per riuscire, ma chi, per il destino che gli tocca, si trova a doverci provare.

    7) Secondo me, Tarkovskij ha ragione. In Russia, a quanto pare, non solo ha avuto ragione, ma è stato anche buon profeta: dopo due lunghi decenni di anarchia feudale e di invasioni mongole, qualcuno ci ha provato, e oggi la campana suona con voce inconfondibilmente russa. Altrove la campana può riuscire male; o magari non si trova nessuno che ha il coraggio di provare a fonderla (perché, come sottolinea Tarkovskij, se la sbagli ci rimetti la testa). Resta, a parer mio, che la risposta di Tarkovskij è la risposta giusta.

    8) Lei sottolinea che sul problema del “noi” ho glissato. Eh sì, per forza. Posso anche fare uno sforzo da autodidatta e tentare una analisi sociologica in base agli interessi e alle tradizioni culturali e politiche dei vari ceti presenti in Italia, per individuare quali sia possibile coinvolgere nell’appoggio a una politica sovranista. Però da un canto non ne so abbastanza, e di pressapochismo ce n’è anche troppo, in giro. Dall’altro, mi interessa fin lì. Per me, va bene chiunque ci sta, da dovunque venga. A patto che non mi metta al punto 2 del suo programma lo sterminio di qualche categoria sociale, razziale, religiosa, etc., mi va bene chi viene da sinistra, da destra, dal centro, da sopra e da sotto. Come si dice non a Mosca ma a Roma, “ce provamo”.

    9) E’ poco? E’ poco. Almeno, ho cercato di non raccontare e non raccontarmi delle storie. La prego di contentarsi.

  84. Segnalo, a chi vuole aggiornarsi sulla situazione economica in Grecia, il documento pubblicato in luglio a cura di un importante istituto di ricerca, il “Levy Institute” del Bard College, New York.
    Il Board of Directors del Levy Institute è composto da: Leon Botstein, presidente del Bard College, Bruce Greenwald e Joseph Stiglitz, della Columbia University, Lakshman Achuthan, direttore generale dell’ “Economic Cycle Research Institute”, Martin L. Leibowitz, direttore generale di Morgan Stanley, William Julius Wilson della Università di Harvard, and Dimitri B. Papadimitriou, presidente dell’ istituto e vice presidente esecutivo del Bard College.
    Il documento si trova qui:

    http://www.levyinstitute.org/pubs/sa_gr_7_13.pdf

    “The current economic conditions in Greece are, by and
    large, the result of foolish policy based on a shaky economic
    theory that advocates “expansionary austerity,” along with
    labor market reforms, as the best recipe for medium- and
    long-term growth in countries that, like Greece, are running
    large government deficits and high levels of public debt as a
    percentage of GDP.
    In this report we argue, on the basis of simulations drawn
    from the newly constructed Levy Institute macroeconometric
    model for Greece, or LIMG (see Papadimitriou, Zezza, and
    Nikiforos 2013), that prolonged austerity will result in a continuous
    fall in employment, since real GDP cannot grow fast
    enough to arrest, let alone reverse, the downward trend in the
    labor market.” (p. 3)

  85. Se vi è un dato, quanto mai preoccupante, di cui occorre tenere conto in questo dibattito (un dato di cui devono farsi carico, in primo luogo, coloro che sostengono la necessità e la possibilità della fuoriuscita dall’euro, nonché la prospettiva strategica della “rinazionalizzazione”), è quello che ci dice, ponendo a confronto ciclo elettorale e ciclo neoliberista, che vasti strati delle classi lavoratrici – soprattutto quelli costituiti dai lavoratori con minori tutele, che operano, prevalentemente con mansioni esecutive, nel settore della piccola e media impresa – hanno da tempo abbandonato i partiti socialisti e comunisti, cioè i partiti che si rifanno alla tradizione del movimento operaio, e hanno orientato sempre di più il loro voto verso le destre, in particolare verso le destre populiste. Si tratta di una tendenza che è in atto in Europa e in Italia da quasi trent’anni e che, lungi dall’arrestarsi, sembra addirittura rafforzarsi. Orbene, questi lavoratori si dimostrano così sensibili alle rivendicazioni incentrate sulla difesa degli interessi territoriali e nazionali, che è possibile affermare che nella loro ottica il conflitto di classe finisce con l’essere sostituito dal conflitto territoriale. Basta considerare che il movimento operaio, come già sosteneva trent’anni fa il sociologo Serge Latouche, si organizza nei ‘luoghi’, mentre il capitale prende il controllo degli ‘spazi’, per capire che un simile spostamento delle rivendicazioni operaie dalla classe al territorio si realizza, sì, in modo istintivo, ma non è affatto né casuale né irrazionale. In sostanza, questi lavoratori si rendono conto che la liberalizzazione degli scambi e la crescente circolazione mondiale dei capitali, delle merci e, in parte, anche dei lavoratori – in una parola la cosiddetta “globalizzazione capitalistica” – ha generato una conflittualità sempre più aspra tra i lavoratori, la quale, peggiorando le condizioni di lavoro, intensificando lo sfruttamento, comprimendo i salari e destrutturando lo Stato sociale, è una potente concausa della crisi economica. È chiaro che, per difendersi dalle conseguenze sempre più pesanti che il controllo capitalistico del mercato, della dislocazione e della organizzazione del lavoro comporta, i lavoratori hanno cercato risposte politiche, e occorre riconoscere che, almeno finora, essi hanno trovato risposte soltanto a destra. Sono state infatti le destre (non solo quelle populiste e xenofobe, ma anche quelle tradizionalmente conservatrici) che hanno manifestato i loro propositi di difesa dei capitali nazionali, si sono espresse a favore del protezionismo commerciale e hanno individuato nel blocco dell’immigrazione la risposta più valida al conflitto tra i lavoratori che viene oggettivamente alimentato dalla globalizzazione. Da questo punto di vista, senza escludere che sia possibile agire anche su questo terreno con un’ottica di sinistra (e io stesso, intervenendo, sempre in questo blog, nel dibattito occasionato dalla lettera di Ikram Labouini, ho indicato un possibile progetto di immigrazione bilaterale e perequativa), occorre sottolineare che la classica alternativa di sinistra al blocco dell’immigrazione agitato dalle destre xenofobe è il blocco dei movimenti di capitale. Limitare questi movimenti significa perciò impedire che i capitali scorrazzino liberamente da un capo all’altro del mondo al fine di realizzare i massimi profitti, ossia le maggiori possibilità di sfruttamento del lavoro; significa, altresì, impedire ai capitali di scatenare una concorrenza selvaggia tra i lavoratori a livello globale. A questo proposito, vale la pena di ricordare che la Prima Internazionale, oltre ad essere nata nel 1864 a Londra, in occasione di un ‘meeting’ di solidarietà con la causa dell’indipendenza polacca, trasse la sua origine da un problema molto concreto e perfettamente identico, nella sostanza, a quello che qui si discute, e cioè dalla necessità di controllare l’immigrazione di lavoratori tedeschi, spagnoli e francesi in Gran Bretagna, immigrazione che determinava una riduzione dei salari delle classi lavoratrici, poiché i lavoratori immigrati accettavano salari più bassi e condizioni peggiori di lavoro rispetto ai lavoratori autoctoni. Siccome sembra che la ‘sinistra radicale’ stia dando qualche segno di risveglio dal lungo sonno in cui è rimasta immersa a causa della sua subalternità teorica e politica all’iniziativa della borghesia (si veda sul sito web “Pop Off” l’articolo di Dino Greco, direttore del quotidiano “Liberazione”, intitolato “Del mito dell’Europa occorre liberarsi al più presto”), parlare dell’ipotesi di un blocco dei movimenti di capitale potrebbe forse non risultare una mera esercitazione accademica. Naturalmente, è bene ricordare che i partiti socialisti europei in questi anni non hanno semplicemente favorito la globalizzazione capitalistica, ma sono stati i principali vessilliferi dell’apertura dei mercati in Europa, spingendo il loro fondamentalismo mercatista sino al punto di identificare l’odierno internazionalismo del capitale (e la correlativa apertura dei mercati) con una variante aggiornata dell’internazionalismo operaio, storica bandiera del movimento dei lavoratori. In realtà, per comprendere che questa è una volgare mistificazione è sufficiente considerare che l’internazionalizzazione del capitale e l’internazionalismo dei lavoratori si trovano in un’opposizione inconciliabile, poiché, quando prevale la prima, come accade in questa fase storica, il secondo non solo si riduce a pura testimonianza, ma è sostituito dalla ‘guerra tra i poveri’, laddove la competizione globale tra i lavoratori si acutizza sino a cancellare quasi del tutto la percezione e la pratica della solidarietà internazionalista nella lotta contro il capitale. Sennonché questa è la prova provata che la globalizzazione capitalistica non asseconda la convergenza tra i paesi, come sostengono i liberisti, ma, conforme alla legge economica dello sviluppo ineguale, produce crescenti sperequazioni e divergenze sempre più difficili da ricomporre. Sotto tale profilo, se l’Italia è uno dei paesi che sta maggiormente annaspando in Europa, è perché ha perso molto terreno, sia in termini di redditi che di salari, rispetto alle aree centrali dell’accumulazione capitalistica europea. In effetti, come non vedere che, se, nonostante le politiche antioperaie messe in campo, l’economia ristagna ed i contrasti fra le potenze imperialiste aumentano, questa è una conferma palese della legge dello sviluppo ineguale. La semplice constatazione che la UE, un accordo temporaneo fra Stati e imprese capitalistici creato a suo tempo per battere il socialismo e reggere la concorrenza degli USA, appaia sempre più divisa e impotente a fronteggiare la crisi dovrebbe indurre ogni persona sensata a domandarsi quale sia il motivo reale del suo fallimento. La risposta sta proprio nella legge dell’ineguale sviluppo economico e politico del capitalismo,che, come aveva già previsto Lenin, rende la UE impossibile o reazionaria. La UE, in altri termini, si spacca, adotta il modello a “più velocità” e affonda la “solidarietà reciproca” in forza di questa legge assoluta del capitalismo, confermata dal crescente divario fra le economie degli Stati membri. Insomma, bisogna tenere conto di questa legge, se vogliamo capire, con logica dialettica, che sul piano storico il movimento dei lavoratori si sviluppa a livello internazionale proprio in rapporto a processi di compartimentazione e di parziale chiusura dei mercati finanziari e delle merci, non certo grazie ad una loro apertura. Così, è sempre accaduto che, quando si è verificato un processo di apertura globale dei mercati finanziari e delle merci, la competizione è diventata selvaggia e il movimento internazionale dei lavoratori è stato sconfitto (si pensi, per citare un esempio storico, al periodo iniziatosi dopo la sconfitta delle rivoluzioni del 1848 con la “seconda Restaurazione”).
    Tornando alla legge dell’ineguale sviluppo, può infine essere utile fare un esempio. La bancarotta della Grecia era una realtà fin dal 2006 e si è poi aggravata con la crisi mondiale. La UE lo sapeva, ma non ha fatto nulla perché la borghesia tedesca e francese ci speculavano sopra. Ciò significa che in un regime capitalistico non può esistere cooperazione e solidarietà, ma solo concorrenza e rapine per accaparrarsi mercati, risorse, zone di influenza. Dalla legge dell’ineguale sviluppo però deriva anche la possibilità della vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, in cui il proletariato prende il potere. Questo, ne sono razionalmente convinto, deve essere allora il progetto a lungo termine del movimento di classe: un progetto di cui la strategia della “rinazionalizzazione” si rivela essere un anello fondamentale e decisivo.

  86. Sempre ma volentieri nel ruolo di postino imbuco questa

    LETTERA DI G. TOFFOLI A R. BUFFAGNI

    *****
    Gentile sig. Buffagni

    Ennio mi ha scritto dicendomi: “compito di ferragosto”. Mi aspettavo chissà quale cosa e invece ho apprezzato molto le sue parole per il tono e per le argomentazioni che a mio avviso ci portano però verso un allargamento del discorso che trascende, ma questo era già un fatto in quello che avevo scritto, il problema all’ordine del giorno ovvero il dibattito sull’Euro.

    Parto sottolineando che lei ha ragione quando dice che l’argomentazione del Bagnai, che ha costituito lo stimolo alle mie righe, era espressa nell’intervista in modo troppo sintetico e che avrei dovuto forse accedere a un livello più alto. Questo è un poco il motivo per cui mi trattengo dal partecipare a queste discussioni che mi pare corrano sempre il rischio di essere irrispettose del pensiero di chi partecipa proprio perché mai il pensiero si risolve in formule ma per sua natura è/deve essere complesso, pena sua totale banalizzazione. Aggiungo che proprio la necessità di sintesi può portare all’uso di categorie troppo astratte che in qualche caso dovrebbero essere meglio definite (come lei ha fatto notare per il mio inciso su il “capitale”).

    Espletate queste doverose premesse cerchiamo di vedere nel merito le sue argomentazioni.

    1- E’ ovvio che fra USA e UE c’è una differenza che va riconosciuta. Se non altro perché i primi sono il risultato di un processo di due secoli, non escluso un genocidio e una guerra civile che è stata il paradigma della Grande Guerra e di quella successiva, e l’EU è rimasta fino all’altro ieri ed è ancora oggi un mosaico di popoli. Non solo il processo di costituzione degli USA, guidato almeno fino ad oggi dalla oligarchia degli WASP , è la più contraddittoria esperienza storica di sintesi fra popoli, gruppi di lingue e culture che si possa immaginare e nel contempo però la più riuscita. Gli USA sono – inutile negarlo – la più affascinante e tragica forma di espressione della “democrazia” di questa fase storica.
    L’EU invece è una contraddizione in tutti i sensi, partendo dalla sua costituzione autoritaria. Chi ci ha mai permesso di esprimerci sulla integrazione ad esempio della Romania, dell’Irlanda, della Slovenia nell’EU o sugli infiniti casi del genere verificatisi nell’ultimo decennio? Non ci hanno mai concesso di esprimere alcunché se si esclude un ridevolissimo voto per il cosiddetto Parlamento Europeo. Rimane il fatto che nel caso degli USA come in quello della EU il processo di unificazione si è verificato o si sta verificando come processo autoritario totalmente slegato da una qualsiasi logica “democratica”. E, a mio vedere, ci sono poche possibilità che possa mutare.
    Certo oggi le differenze fra le varie regioni d’Europa sono macroscopiche ma senza l’UE forse il capitale sarebbe più interessato a restare in un paese come il nostro ove non vi fosse una riduzione drastica dei salari o cercherebbe altri insediamenti. E’ proprio di questi giorni il caso di una fabbrica del parmense, se non erro, che durante le vacanze di ferragosto ha spostato tutti i suoi macchinari in Polonia andandosene alla chetichella. Domanda: sarebbe restata se i salari e tutto il resto di questo “bel paese” fossero stati a livello tedesco o francese? O avremmo dovuto cedere definitivamente i diritti che ci restano diventando la Serbia bis d’Europa? Nella EU o fuori dalla EU?

    2- Sul punto in questione vedo che siamo ampiamente d’accordo. Io mi rifaccio a un detto di un mio vecchio maestro, tale Li Yu che dice: “Come può aspettarsi successi chi, al momento di imboccare una strada nuova, si avvia impreparato?”. Questo però è ormai un discorso storico-politico che trascende decisamente il nostro terreno anche se è fra i più affascinanti e importanti. Non è per nulla da escludere che l’EU sia nata da un compromesso politico/militare fra Germania e USA. Potrebbe essere un terzo caso o una terza fase di quell’*Assalto al potere mondiale* di cui parlava Fritz Fischer in un libro giustamente famoso. D’altronde come non ricordare la guerra di d’Alema, “il miglior atto del suo governo”. L’intero disegno della EU è nato su basi fragili e ambigue come può essere una guerra criminale e questo nodo irrisolto peserà sul suo futuro. Ne è esempio probante la creazione del Kosovo come sostanziale base militare USA nel sud Europa.

    3- Forse mi sono espresso in questo punto in modo eccessivamente sintetico proprio su quel capitale che lei ha giustamente contestato. Dicevo – tanto per rammentarlo – che tale supremazia USA sarebbe rimasta fino a che “il capitale non avrebbe deciso di puntare su un altro cavallo”. Invero pensavo ai lavori di Luttwak, il politologo che tutti conosciamo, che ha pubblicato ormai molti decenni fa un La grande strategia dell’impero romano e più recentemente La grande strategia dell’impero bizantino. Appare chiaramente in quelle pagine un senso di arroccamento teorizzato dal Luttwak causato da quello che egli definisce un tendenziale indebolimento del primato mondiale degli USA con l’inizio del XXI secolo dopo un secolo di dominio globale. Credo sia questo il terreno su cui si dovrebbe ragionare. Pur avendo coscienza che si tratta di prospettive che si iscrivono su orizzonti più larghi.

    4- Evidentemente siamo d’accordo sulla subordinazione dei sindacati alla logica del mondo industriale.

    5- Mi sembra assolutamente certo che si debba uscire da ogni prospettiva moralistica. Troppo spesso certa sinistra si è nutrita di immagini oleografiche, definendo i conflitti sociali con termini come buoni o cattivi, poveri o ricchi che hanno, almeno dal mio punto di vista, sempre un che di “peloso”.
    A questo livello però ho l’impressione che lei si muova con una eccessiva disinvoltura.
    In che senso “il lavoro italiano combatte contro il capitale internazionale”? Non è che più esattamente il capitale italiano si trova a reggere a fatica la concorrenza di quello internazionale mentre in Italia come altrove la forza lavoro è una variabile sottomessa alle necessità del capitale? Cerco di essere più chiaro: dagli anni ’80 i lavoratori hanno conosciuto una compressione relativa e crescente del valore dei loro salari e una crescita della redditività oraria del lavoro. Ciò non è mai risultato sufficiente. La scomparsa della scala mobile ha inciso in modo cruciale sul costo del lavoro in Italia, la flessibilità lo ha colpito in modo spietato. L’arrivo di manodopera extracomunitaria da sfruttare in nero è stata il cavallo di Troia per un’ulteriore attacco. Cosa si vuole ancora? Mi pare che sia questa la domanda che ci dobbiamo porre. Una parte significativa dei nostri lavoratori vive con un salario di poco più di 1000 € e spesso anche meno, si può comprimerlo ancora? Anche uscendo dall’EU, cosa di per sé ipotizzabile, sarà possibile vincere la logica del capitale di muoversi a tutto campo in quella che, bene o male, si chiama globalizzazione e che ormai nessuno può pensare di bloccare ?
    Lei mi parla di “oligarchie dell’Euro” ma esse sono forse come il “capitale” o forse sono tout court proprio il “capitale europeo” e il “capitale italiano” ne è parte integrante.
    Insomma se da un lato convengo ampiamente con lei sulla necessità di trovare il modo per “riprendere gli strumenti politici minimi per fare la battaglia contro la precarizzazione ecc.” mi domando se la strada non sia, so bene che è molto più lunga e dura ma probabilmente ineludibile, quella di individuare forme di solidarietà transnazionale fra i lavoratori della EU.

    6- Insomma uscire dall’Eu perché?
    Sia chiaro non sono né favorevole alla teoria del “meglio peggio” e neppure ai deliri del “vogliamo tutto”. Il nostro problema è di ragionare, o per lo meno cercare di farlo, a mente fredda. Ed allora ecco cosa penso.
    Lei mi dice usciamo per poter vendere i prodotti dell’industria italiana in Europa (in sottordine le chiederei: esiste poi un’industria italiana o è incardinata, per proprietà e giochi societari, in quella europea? Le medie industrie sappiamo che giocano già a livello mondiale. Allora è esclusa forse la piccola industria. Di piccola industria una nazione vive? Anche questa è una domanda che forse ci si dovrebbe porre.).
    La domanda che le porrei per prima è la seguente: è poi così facile uscire dall’EU o siamo costretti nonostante il nostro volere a pensare che non tutto sia così ovvio. Nel concreto perché i tedeschi dovrebbero comperare le nostre (?) auto e non poter più vedere le loro ad un valore concorrenziale. Perché dovrebbero comparare i nostri elettrodomestici senza vendere i loro. Dove li esporteremmo i nostri prodotti, nei paesi sottosviluppati in concorrenza con Vietnam, Bangladesh, India e Cina? Le aggiungerei che per esempio nella mia zona Lumezzane e viciniori (produzione pentolame, posateria, rubinetteria ecc.) il problema non è mai stato il costo del lavoro, fra lavoro nero e una forte solidarietà lavoro-padrone se la sono sempre cavata bene, ma la produzione di bassa qualità su cui si sono sempre basati non regge la concorrenza globale. E una evoluzione verso produzioni diversificate è ardua e molti cadono sul terreno. Non è più possibile vendere pentole di alluminio in Africa ricavando lauti profitti. Le vendono gli Indiani a prezzi di realizzo.
    Anche riuscendo ad aumentare la produzione è poi certo che riusciremo a ridurre la disoccupazione? Oppure l’automazione necessariamente creerebbe una ulteriore contraddizione che è palese e chiaramente denunciata dagli organismi internazionali fra una popolazione in aumento e una sua utilità decrescente. Per dirla dura dura c’è oltre un miliardo di individui inutili e non è che in quella lista ci sono anche i nostri lavoratori e più in generale i lavoratori?
    Poi perché dovrebbe aumentare la domanda interna? Questo è un quesito che si è posto un ministro dell’economia giapponese qualche tempo fa: quando hai due case, due/tre macchine, due/tre televisori, gli altri elettrodomestici necessari in quantità fin eccessiva, l’abbigliamento necessario cosa puoi comperare di più. Solo quel tanto che serve per mantenere l’equilibrio della tua vita. Il parossismo della logica di acquisto dei telefonini in Italia è l’esempio di una società folle. Siamo il paese con il maggior numero di telefonini pro capite al mondo. Sempre che non si pensi a una società basata sullo spreco potenziato all’ennesima potenza.
    Non solo, qui aggiungerei una bella battuta del Luttwak per ciò che riguarda il nostro paese e che apre un’altra e dolentissima pagina: «Gli italiani, in pratica, lavorano per 7 mesi all’anno per pagare tasse e contributi, consapevoli che questi soldi non saranno mai spesi bene, ma saranno impiegati per pagare gli enormi stipendi dei politici. In nessun paese d’Europa i politici arrivano a questo livello di spesa.»
    Forse questo è uno dei terreni su cui ci si dovrebbe muovere ma qui incredibilmente ci si trova ad aver a che fare con un popolo che democraticamente si è ridotto a plebe imbelle. Difficile uscire da questa contraddizione ancor più che uscire dall’Euro.

    Temo con questo ultime righe di allargami troppo … e me ne scuso anticipatamente con lei e con chi avesse la bontà di leggerle.

    7- Bella la metafora del campo di calcio ma nonostante tutto non riesce completamente a convincermi. Mi scusi se ritorno alla mia esperienza intellettuale e le porto un esempio tratto dal mio repertorio. Marx quando scrisse il Capitale si trovò ad affrontare le critiche di coloro che lo giudicavano troppo difficile, inadatto a quel mondo del lavoro a cui era primariamente rivolto. La risposta fu che se si voleva capire qualche cosa di ciò che si verificava nel mondo ed essere all’altezza di quelle sfide bisognava giungere ad acquisire una capacità interpretativa scientifica adeguata. Solo confrontandosi da pari a pari con l’avversario si ha la possibilità di passare da servo a uomo adulto. Mi rendo conto che sono parole dure ma più faccio i conti con la storia e la mia storia personale più mi convinco che sono le uniche valide. Senza una coscienza soggettiva e collettiva all’altezza delle sfide del tempo c’è ben poco da fare.
    Ecco che allora rivolterei come un calzino la sua posizione e mi chiederei, intanto siamo fra inattuali, se non fosse il caso davvero di riprendere a stendere una trama fra coloro che lavorano e vivono nella EU cercando di far capire che, se pur le lingue sono diverse, i bisogni materiali ed esistenziali sono uguali e ciò che è in gioco è il loro destino. Che il “posto” alla Fiat è instabile ma anche quello alla Volkswagen non è poi così stabile.
    Il grande problema è allora forse un altro: quello della ragionevolezza sociale di questo intero sistema economico. Della sua irrazionalità, della frattura fra il significato della sua ragion d’essere come strumento di produzione di beni e la sua ragione d’essere come espressione di rapporti sociali. Ma su questo terreno non è proprio il caso di muoversi …

    Con amicizia

    Giulio Toffoli

  87. Anch’io sono convinto che si debba recuperare il senso dell’identità nazionale – da non confondersi con i patriottismi e nazionalismi di infausta memoria – che da troppo tempo è stata soffocata da un “sogno europeo” tanto inconsistente quanto ingannevole, perpetrato, da un ceto politico che ha via via allontanato da sé la memoria dei sacrifici di quei milioni di italiani che dopo il disastro della II GM hanno ricostruito l’Italia portandola ai massimi livelli in innumerevoli campi, e che, nonostante tutto, resiste ancora – ma non per molto se continuiamo a subire le “ricette” elaborate da presuntuose nullità del calibro di Olli Rehn.

    Inoltre non ci avevano avvertiti che l’Ue sarebbe stata a guida tedesca. E ora che è accaduto, e vedo come si comportano, i tedeschi cominciano a starmi un filo antipatici.
    Infine, c’è più di un’Europa. Quella sopra le Alpi e quella sotto. Quella della costa atlantica e quella che guarda ad est. Ognuna ha tradizioni, culture, costumi, religioni e climi diversi, spesso inconciliabili tra loro, che rendono improponibile pensare che un europeo mediterraneo dovrebbe improvvisamente ragionare come un europeo che vive sulle coste del Mare del nord, o in prossimità del circolo polare artico, pur avendo esigenze del tutto diverse.
    Pretendere di mettere insieme queste diverse realtà è, come la storia recente dimostra, un tentativo bizzarro, necessariamente destinato al fallimento.
    Prima lo si comprende e meno gravi saranno le conseguenze che dovremo subire. E sin qui, a mio modo di vedere, abbiamo subito sin troppe angherie.

  88. @ Ennio Abate
    16 agosto 2013 alle 15:49
    Sempre ma volentieri nel ruolo di postino imbuco questa
    LETTERA DI G. TOFFOLI A R. BUFFAGNI

    Di piccola industria una nazione vive?

    «In Italia le PMI costituiscono una realtà numericamente molto significativa: su 4.338.766 imprese, 4.335.448 (il 99,9%) sono, infatti, piccole e medie imprese (Tab. 1). Inoltre, la quasi totalità di PMI (il 95%) è costituita da imprese con meno di 10 addetti. Il resto è formato da imprese che impiegano da 10 a 49 addetti (196.090 unità, pari al 4,5%), mentre le imprese di taglia più grande (da 50 a 249
    addetti) sono appena 21.867, ossia lo 0,5% del totale. »

    http://www.confcommerciovenezia.it/public/comunicazione/materiale_news/scheda_pmi_italia.pdf

    ps dececco le chiama metastasi, brancaccio lo cita (e quindi…). Quando c’erano le grandi aziende italiane facevano parte delle partecipazioni statali e non andavano bene. Come si può fare per accontentarvi? Chiedete e vi sarà dato.

  89. La crisi che è iniziata nel 2007 ed è ora giunta al sesto anno del suo decorso è una crisi che sta tenendo tutto il mondo col fiato sospeso e che non ha precedenti per profondità ed estensione a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Come sempre accade quando si verificano eventi di questa portata, si va a cercare un termine di confronto nel passato e tale termine viene individuato nella crisi del 1929 e negli sviluppi che ne seguirono negli anni Trenta. Se è vero che le soluzioni allora sperimentate furono molteplici (la più importante è, comunque, legata al nome di Keynes), è altrettanto vero che è impossibile, in questa ricerca delle cause e delle conseguenze della ‘grande crisi’, non incrociare l’analisi scientifica di Marx. Così, i riferimenti a Marx si sono andati moltiplicando e si è arrivati a parlare di una riscoperta di Marx. Ciò conferma che il marxismo è insuperato come strumento di indagine e di trasformazione della società capitalistica. Naturalmente, questa constatazione comporta per i marxisti (non un atteggiamento di supponenza ma) uno sforzo costante di applicazione all’attualità degli strumenti teorici e politici offerti dal materialismo dialettico e storico e una scrupolosa individuazione delle analogie e delle differenze rispetto ad altre situazioni critiche registrate dal modo di produzione capitalistico nel corso della sua storia. Il marxismo è dunque la bussola per orientarsi ed orientare nel complesso mondo di questo turbolento XXI secolo.
    Orbene, di fronte a quella che è stata definita la “terza primavera” della crisi, ossia la crisi del debito, dopo la “prima” e la “seconda primavera”, corrispondenti rispettivamente alla crisi finanziaria e alla crisi economica, vanno sottolineati due punti fermi del marxismo: 1) l’economia non è separabile dalla politica; 2) il mercato non è separabile dalle classi sociali. Riguardo al primo punto, è da osservare che non esistono mercati separati dalla politica, quasi fossero entità astratte, poiché i mercati si incarnano negli Stati. Lo confermano sia le protezioni del mercato europeo predisposte nei confronti delle incursioni di fondi stranieri come quelli cinesi e russi, sia gli attacchi della speculazione finanziaria nord-americana al debito greco e al debito italiano. Del resto, l’esperienza storica dimostra che lo ‘sviluppo ineguale’, caratteristica del modo di produzione capitalistico, trascina con sé lo scontro politico fra gli Stati. Le potenze, infatti, che traggono vantaggio da un certo tipo di sviluppo economico (si pensi alla Germania e alla Francia in Europa) si adoperano con tutti i mezzi a loro disposizione per assecondarlo; le potenze svantaggiate da un certo tipo di sviluppo economico sono, al contrario, in difficoltà (si pensi alla Grecia e all’Italia in Europa) e utilizzano (o dovrebbero utilizzare) tutti gli strumenti a loro disposizione per difendersi. Parimenti, il mercato non è separabile dalle classi sociali, poiché i grandi gruppi economici e gli Stati che li sostengono sono impegnati in una lotta incessante per ritagliarsi la quota più ampia di profitti sul mercato mondiale, laddove tali profitti non sono altro che il frutto del lavoro non pagato dei salariati. Possiamo quindi individuare la tendenza profonda che muove il capitalismo globale, questo “respiro del mondo”, e strappa centinaia di milioni di uomini dall’arretratezza secolare delle campagne, concentrandoli nelle megalopoli divenute ormai le nuove fornaci della produzione del plusvalore mondiale. Questo flusso imponente ha luogo nei paesi emergenti (Cina, India, Indonesia, Maghreb, Sud Africa, Brasile) e alimenta per il 90 % la formazione del proletariato, sconvolgendo i rapporti fra gli Stati.
    Un problema cruciale, che non va assolutamente eluso, riguarda allora il modo in cui le contraddizioni e gli antagonismi connaturati alla conflittualità intercapitalistica si manifestano oggi, quando le imprese transnazionali sono enormemente cresciute sino a travalicare i confini degli Stati stessi. Resta, comunque, accertato che gli Stati-nazione (il cui numero è ulteriormente aumentato negli ultimi decenni sino a raggiungere la ragguardevole cifra di 204) continuano ad essere la principale espressione politica e militare delle contraddizioni intercapitalistiche e interimperialistiche. I quesiti a cui occorre rispondere sono quindi i seguenti: qual è la funzione dello Stato odierno rispetto al capitale? in che modo e in quale misura esso è funzionale a quest’ultimo? e quali interessi capitalistici lo Stato protegge, dal momento che il capitale nazionale si fonde con quello straniero e la compenetrazione tra capitali di diversa origine spesso occulta la base nazionale di essi? Vale la pena di sottolineare, inoltre, che l’esistenza di imprese transnazionali non annulla affatto, ma accentua, la configurazione gerarchica del mondo capitalistico. In altri termini, l’interdipendenza non pone tutti i soggetti statuali sullo stesso piano di parità. Perciò, quando si usa il sintagma “perdita di sovranità dello Stato-nazione”, se non si vuole immergere tutti gli Stati-nazione, come accade nell’“Impero” di Negri e Hardt, nella notte della globalizzazione in cui tutte le vacche sono grigie, è necessario cogliere la dinamica conflittuale attraverso cui si svolge quella spartizione imperialistica del mondo che vede il rafforzamento e l’estensione di sovranità di alcuni Stati (super-Stati e, quando è necessario per rafforzare il loro dominio, Stati disgreganti) a detrimento di altri che sono costretti a ridurre fortemente le prerogative della loro sovranità (sotto-Stati e, quando è necessario, Stati disgregati). Esemplifichiamo: vi è forse una riduzione di sovranità che colpisce gli USA o la Germania in questo momento? È pur vero che, essendo ancora in corso la ridefinizione imperialistica degli assetti statuali e del sistema degli Stati, la struttura del mondo attuale non è affatto stabile e la crisi di sovrapproduzione, intrecciandosi alla caduta del saggio di profitto nella contesa mondiale per accaparrarsi mercati e penetrare in aree nuove, acutizza ed esaspera le contraddizioni. Ecco perché rappresentare il mondo attuale come un impero già costituito o in via di avanzata costituzione è, oltre che una visione subalterna a quella degli apologeti del capitale, una fonte di gravi errori nell’azione politica.
    In conclusione, la crisi sta drammaticamente confermando le caratteristiche del capitalismo individuate dalla teoria marxista, a dispetto di altre ideologie incapaci di andare oltre confusi e incerti balbettii. Sicché il bolso trionfalismo dell’ideologia della globalizzazione è stato impietosamente spazzato via dalla crisi attuale, benché all’inizio degli anni novanta vi fosse qualcuno che si era spinto ad affermare che il mondo era arrivato alla “fine della storia”. Allora, dopo il crollo del socialismo reale in Urss, nulla sembrava più opporsi al trionfo del capitalismo multinazionale e della democrazia e dei ‘diritti umani’ plasmati su di esso, così come al trionfo della rivoluzione microelettronica ed informatica che aveva trasformato il mondo in un “villaggio globale” grazie alla ‘leggerezza’ della “società della conoscenza” che sostituiva la pesantezza dell’industrialismo. In effetti, il trionfo del capitalismo si è realizzato con la piena formazione del mercato mondiale, ma non ha cancellato l’altra faccia, ineliminabile, del capitalismo, cioè la guerra, la crisi e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Del resto, chi si era illuso sulla fine della storia, all’inizio di questo turbolento XXI secolo deve riconoscere che “la storia è tornata”: quella storia che non se ne era mai andata, come hanno dimostrato negli anni novanta del secolo scorso le guerre balcaniche, poi l’11 settembre 2001, successivamente l’Iraq e l’Afghanistan, ieri la Libia e oggi la Siria e l’Egitto: tutte tragiche testimonianze della immanenza e della continuità della storia. Se le lezioni della storia sono queste, darebbe prova di non aver capito praticamente nulla di ciò che è accaduto in questi decenni chi avanzasse la vacua pretesa cosmopolita di realizzare una cultura mondiale disconoscendo le culture nazionali, così come chi mirasse ad una società senza classi prescindendo dalle identificazioni di classe o chi postulasse l’estinzione dello Stato senza passare attraverso il suo estremo rafforzamento e, ‘last but not least’, chi propugnasse un potere sovrannazionale senza prendere sul serio le nazioni e gli Stati nazionali.

  90. A proposito delle lezioni della storia e della conflittualità fra gli Stati nazionali (nella fattispecie si tratta di una conflittualità che trae origine dal trattato di Utrecht del 1713), mi piacerebbe conoscere l’opinione di coloro che sono intervenuti in questo dibattito: a) sul ‘silenzio assordante’ dei mass media italiani (ma non di quelli degli altri paesi europei) circa la recrudescenza del contenzioso tra Spagna e Inghilterra, relativo al controllo delle frontiere di Gibilterra: un contenzioso che da giuridico tende a trascrescere in militare, dal momento che l’Inghilterra ha inviato la portaerei “Westminster”, altre due fregate da guerra e cinque navi di appoggio verso Gibilterra per far capire alla Spagna che, pur di risolvere il contenzioso, è disposta anche a replicare l’esempio delle Falkland-Malvinas; b) sulle conseguenze che un conflitto ispano-britannico potrebbe determinare, pur limitandosi a questioni di confine e ad “esibizioni muscolari”, sulla traballante costruzione della UE e su una possibile crisi di fiducia rispetto alla moneta unica.

  91. Caro Signor Toffoli,
    la ringrazio di cuore per le attestazioni di simpatia e di stima, che ricambio.
    Le replico (per quanto posso).

    1) “Domanda: sarebbe restata [l’azienda parmense che ha delocalizzato] se i salari e tutto il resto di questo “bel paese” fossero stati a livello tedesco o francese? O avremmo dovuto cedere definitivamente i diritti che ci restano diventando la Serbia bis d’Europa? Nella EU o fuori dalla EU?

    Riprendere sovranità significa anche sottoporre i movimenti di capitale, dall’Italia all’estero e dall’estero all’Italia, al benestare dei competenti ministeri. Quindi l’azienda parmense, come qualsiasi altra azienda italiana, non potrebbe delocalizzare a suo arbitrio, né qualsiasi azienda straniera acquistare qualsiasi azienda italiana con una semplice pattuizione privata tra proprietari.

    2) “Lei mi dice usciamo per poter vendere i prodotti dell’industria italiana in Europa (in sottordine le chiederei: esiste poi un’industria italiana o è incardinata, per proprietà e giochi societari, in quella europea? Le medie industrie sappiamo che giocano già a livello mondiale. Allora è esclusa forse la piccola industria. Di piccola industria una nazione vive? Anche questa è una domanda che forse ci si dovrebbe porre.”

    Premessa: non sono economista né professionale né dilettante; anzi, confesso che le trattazioni economiche mi fanno venire dei tremendi colpi di sonno.
    Comunque, mi risulta questo. La struttura economica italiana si basa sui distretti industriali formati da medie e piccole aziende. Di aziende grandi ce ne sono rimaste poche, dopo il trasferimento oltreatlantico del centro di gravita di FIAT e le svendite dell’IRI: sostanzialmente, le aziende di dimensione mondiale che ci restano sono ENI, ENEL, Finmeccanica, che sono in lista d’attesa per la svendita. Questa struttura industriale, che non se l’è cavata affatto male fino agli anni Novanta, non è compatibile con la legislazione e la politica comunitaria, pensate per favorire le grandi aziende (prevalenti in Germania). Esempio, la battaglia pro e contro l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. L’ articolo si applica solo ad aziende con più di quindici dipendenti, e quindi nel mercato del lavoro italiano di oggi cambia poco. Cambia molto, invece, nella ristrutturazione del sistema produttivo italiano promossa dalla UE, che prevede una sostanziale sparizione della piccola industria, assorbita da grandi complessi industriali (in buona parte stranieri). Segnalo che in Germania, dove prevale la grande industria, non esiste equivalente dell’art. 18, e il datore di lavoro ha ampia libertà di licenziamento.

    3) ” In che senso ‘il lavoro italiano combatte contro il capitale internazionale’? Non è che più esattamente il capitale italiano si trova a reggere a fatica la concorrenza di quello internazionale mentre in Italia come altrove la forza lavoro è una variabile sottomessa alle necessità del capitale?”

    Certo, ha ragione lei. Nel conflitto in corso in Italia e nel mondo, l’attore più debole è proprio il lavoro. Capisco benissimo la sua diffidenza. Io qui le sto dicendo: “siamo nella stessa barca”, e le propongo, di fatto, una alleanza politica fra settori del capitale italiano in difficoltà e lavoratori italiani, rivolta contro la UE e il suo Schwerpunkt, il centro di gravità del suo dispositivo, che è l’euro.
    Il discorso “siamo nella stessa barca” suscita giustificate resistenze in chi lavora in sala macchine, che ci fiuta un’ennesima fregatura alla Menenio Agrippa. Non le sto a raccontare che stavolta andrà diversamente. Io non lo so, come andrà. Tra l’altro, in una scala da 1 a 10, la mia simpatia per il capitalismo (al suo meglio) è pari a 0,75.
    Le dico solo questo: guardi i rapporti di forza. La vittoria del capitalismo – vittoria economica, politica, culturale – è stata talmente schiacciante che la principale minaccia al dominio mondiale del vincitore è endogena: l’ubriacatura del trionfo (qualcuno ha scordato lo schiavo che rammenta al trionfatore “sei solo un uomo”).
    Chi vuole e/o deve opporsi al dominio del vincitore combatte una guerra asimmetrica, da debole a forte. L’obiettivo strategico che può ragionevolmente proporsi non è la vittoria campale, ma un parziale arresto dell’avanzata del nemico, che gli permetta di riprendere l’iniziativa.
    In altre parole: si può forse sperare di porre qualche limite all’espansione mondiale e all’approfondimento microcellulare dei rapporti sociali imposti dalla Forma Capitale, come la chiama de Benoist.
    Pensare di affrontarla da pari a pari in campo aperto, come lei implicitamente suggerisce dicendo “solo confrontandosi da pari a pari con l’avversario si ha la possibilità di passare da servo a uomo adulto” è pura follia testimoniale.
    L’Internazionale dei lavoratori, che per la verità nei momenti cruciali – le guerre – non ha mai funzionato bene, dall’implosione dell’URSS non esiste più: non esiste come non esistono più le stelle morte di cui ancora vediamo la luce.
    A me sembra che l’obiettivo strategico massimo -massimo al limite del miraggio – a cui si possa puntare è imporre una battuta d’arresto, parziale e limitata, al movimento della mondializzazione capitalistica a guida statunitense.
    Per raggiungere questo obiettivo bisogna perseguire anche: contingentamento dell’immigrazione, misure protezionistiche, ristabilimento delle monete sovrane nazionali, riconquista delle funzioni “regali” dello Stato, e di conseguenza, sul piano politico, promuovere il progressivo abbandono o almeno sospensione provvisoria del clivage destra/sinistra, e la formazione di alleanze su basi nazionali, e non di classe.
    Altro che “vaste programme”!
    Però veda: “all’altezza delle sfide del tempo” ti ci metti, secondo me, anzitutto individuando con esattezza e modestia dove ti situi tu; e non è vero che “solo confrontandosi da pari a pari con l’avversario si ha la possibilità di passare da servo a uomo adulto”. Da servo a uomo libero si passa prendendo la decisione di *combattere* il nemico. Se il nemico ti è superiore, non è un atteggiamento “adulto” trattarlo come un tuo pari, o confidare nell’aiuto delle stelle, della giustizia, della necessità storica, del Settimo Cavalleggeri o dell’Armata Rossa, che solo nei film americani arrivano in the nick of time.
    La ringrazio di nuovo per la conversazione, e anch’io la saluto in amicizia.

  92. Caro Barone,
    senza avere informazioni privilegiate credo che l’iniziativa spagnola di tirare fuori dalla naftalina il contenzioso per Gibilterra sia intesa a prevenire qualche colpo di testa o di Stato delle FFAA.
    La crisi economica e politica spagnola mette a grave rischio l’unità nazionale. Per come le conosco io, le FFA spagnole non accetterebbero mai una secessione; e se la Corona non reagisse con la massima fermezza a qualsiasi minaccia all’unità della nazione, correrebbe un serio rischio di rotolare per terra, con o senza testa del re dentro.
    Al contempo, la Gran Bretagna non può accettare, e non accetterà mai senza reagire con la forza delle armi, la menomazione dei suoi possedimenti: anche colà, in mancanza di una ferma reazione il governo verrebbe spazzato via, e la Corona rischierebbe il licenziamento.
    In Italia non se ne parla perché da un pezzo va in onda lo spot sull’Unione Europea che mette fine a secoli di guerra europee, e le portaerei in assetto di battaglia al largo di Gibilterra stonano con lo “Alles Menschen werden Bruder” dell’ Inno alla Gioia.

  93. Il dibattito che si sta svolgendo in questo blog assume importanza non solo per il contenuto specifico (la crisi dell’euro), ma anche per il linguaggio e gli statuti epistemici che esso implica. Interrogarsi sul linguaggio e sugli statuti della disciplina economica può quindi servire ad esplicitare quel ‘non detto’ che è sottostante (o retrostante) agli enunciati e alle asserzioni di qualsiasi discorso sull’‘economico’ e lo sovradetermina, anche al di là delle intenzioni del soggetto discorrente. Orbene, ritengo che il ‘non detto’ che è qui in questione concerna le definizioni dell’economia da cui muovono i linguaggi e gli statuti caratterizzanti i diversi (e talora avversi) discorsi entro cui è stata inquadrato il tema che è oggetto di questo dibattito. Le definizioni dell’economia sottese a tali discorsi sono infatti, a mio giudizio, di tre tipi: un tipo formalistico, che è poi quello proprio della teoria economica ‘standard’ di derivazione marginalista, secondo cui l’economia è la scienza che studia il comportamento umano come una relazione tra scopi e mezzi in condizioni di scarsità; un tipo sostanzialistico, che critica il formalismo del tipo precedente e si ispira essenzialmente alla concezione di Polanyi, secondo cui l’economia è un processo di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, attraverso cui l’uomo si procura i mezzi per soddisfare i suoi bisogni; un tipo “marxista”: e pongo intenzionalmente tra virgolette l’aggettivo per sottolineare, da un lato, la pluralità delle tendenze interpretative che caratterizza questo campo teorico e, dall’altro, il significato radicalmente critico dell’analisi economica sviluppata da Marx, ben segnalato dai sottotitoli di tre delle sue opere principali: “Per la critica dell’economia politica” (1859), “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” (1857-1858) e infine “Il capitale” (1867), il cui sottotitolo è, ancora una volta, “Critica dell’economia politica”.
    Queste tre definizioni, ravvisabili, come ho già detto, sotto traccia ma anche in modo palese e dichiarato all’interno dei discorsi che sono stati svolti, si differenziano non tanto in ciò che dicono, quanto in ciò che non dicono e sottintendono. In effetti, se i formalisti accusano i sostanzialisti di limitare l’analisi economica alla produzione materiale, dimenticando i ‘servizi’, e respingono la definizione marxista incentrata sulla categoria di “produzione a un determinato stadio dello sviluppo sociale” perché sfocia nella teoria marxiana del valore-lavoro, che essi rifiutano nettamente insieme con le sue conseguenze (rappresentate, come è noto, dalla teoria dello sfruttamento e dalla necessità della rivoluzione sociale), i sostanzialisti, dal canto loro, obiettano ai formalisti la visione “mercantile” e borghese dell’economia con cui questi analizzano qualsiasi realtà storica ed umana, ma concordano con essi nel rifiutare la teoria marxiana del valore-lavoro, giacché per i sostanzialisti valore e prezzo s’identificano e il prezzo di una merce è regolato dal gioco della domanda e dell’offerta. Polanyi, tuttavia, si differenzia dai formalisti in quanto condanna sul piano morale la “cattiva distribuzione della ricchezza” nel sistema capitalistico e auspica una società socialista di impronta umanistica.
    Orbene, rispetto al dibattito sul “tramonto dell’euro” è doveroso osservare, per non incorrere in facili equivoci, che Alberto Bagnai muove nella sua critica dissolvente della moneta unica da presupposti (linguistico-epistemologici) di tipo formalista, potenziando però il suo approccio con gli apporti sostanzialistici ricavati dalla concezione di Polanyi e, quindi, con una visione più ampia dell’‘economico’, delle sue aporie intrinseche così come dei paralogismi marginalisti, visione corroborata da un vivo senso della dialettica sociale che questo economista progressista ha chiaramente appreso (un po’ come accadeva a economisti ‘eretici’ quali Federico Caffè o Paolo Sylos-Labini) dalla lezione di Marx. Dal punto di vista scientifico-culturale, questo carattere polimorfo dell’approccio analitico di Bagnai (ma anche dello stesso Badiale, che è peraltro un matematico) mi sembra rispecchiare in modo tanto fedele quanto sintomatico il carattere politicamente, socialmente e ideologicamente articolato dello schieramento che la strategia della “rinazionalizzazione” richiede di costruire per essere attuata e condotta a compimento con successo. Un vasto fronte popolare che deve comprendere tutte quelle forze che si propongono di lottare contro il potere dispotico del capitale multinazionale (da cui deriva quella che Guido Rossi ha efficacemente definito la eterocefalia del nostro Paese), e contro il sotto-potere delegato ai suoi ascari interni, per l’indipendenza, la sovranità e il progresso del nostro Paese (o, se si preferisce, della nostra Patria). Queste forze possono essere individuate non solo in quella parte del movimento sindacale (sia all’interno della Cgil sia nei sindacati di base) e della sinistra radicale (PRC e PdCI) che intende rompere con la sudditanza alla nefasta triade FMI-BCE-UE, di cui l’euro è lo strumento prìncipe, ma anche in quella parte della destra democratica e repubblicana (e penso ad un intellettuale come Roberto Buffagni, che qui la rappresenta in modo esemplare) che avversa la globalizzazione capitalistica e i suoi effetti distruttivi sul piano dei valori morali e spirituali, così come delle identità culturali e nazionali. Per quanto concerne la piccola borghesia, “questa autentica peste della società italiana” (Gramsci), vale naturalmente la consueta tripartizione tattico-strategica in base alla quale ha sempre agito, nei suoi momenti migliori, il movimento operaio: una parte va conquistata alla prospettiva della “rinazionalizzazione”, mostrando i vantaggi economici e sociali della prospettiva di un mercato nazionale proiettato, sul piano della esportazione di prodotti tecnologici intermedi e della importazione di energia, verso i paesi in via di sviluppo e i paesi emergenti, a partire dalla “quarta” e “quinta sponda” del Mediterraneo, che è il naturale centro di gravitazione della nostra economia (“quel nostro stagno su cui si affacciano tutte le rane”, diceva il sommo Platone); una parte va neutralizzata e una parte va distrutta (non in senso fisico, ma in senso economico e politico, togliendole, cioè, quell’ossigeno corrotto dal parassitismo e dal lavoro improduttivo nel quale questa parte della piccola borghesia ha finora prosperato). Una vigorosa battaglia va condotta, inoltre, fra gli strati intellettuali (quelli che Che Guevara definiva con un sintagma folgorante “brillanti e onesti”) e fra la gioventù sensibile e combattiva per creare al loro interno una tendenza organizzata che sostenga, come in qualche modo si sta ora cominciando a fare, la prospettiva della “rinazionalizzazione” e contrasti su tutti i terreni, dalla scuola all’università, dagli apparati della comunicazione sociale ai centri della ricerca scientifica e tecnologica, le politiche di “snazionalizzzazione” attuate dal capitale multinazionale e assecondate da talune istituzioni statali (ancora una volta, scuola e università, ma anche difesa e tesoro ecc.).
    Ho provato ad esemplificare un’ipotesi, che va ulteriormente approfondita e specificata, di blocco storico decisamente alternativo a quella destrutturazione economica, politica, etica, sociale, culturale e ideale del nostro Paese che, se non viene denunciata con forza e combattuta con decisione in tempi stretti, può condurre ad una seconda “morte della Patria”, ossia alla distruzione dell’Italia, grande nazione democratica alla quale ci onoriamo di appartenere. Per quanto concerne il nodo del PD, esso è trasversale alle forze precedenti e, se si distingue, come è necessario sul piano metodologico, tra base sociale e base di massa, è il nodo stesso del grande capitale, da un lato, e della piccola borghesia e delle masse popolari, dall’altro. Altrettanto dicasi per il nodo costituito dal PDL, che però, rispetto al PD, è una variante secondaria delle strategie economiche e politiche perseguite nei confronti del nostro Paese dal capitale multinazionale. Lascerei da parte, per ora, a causa della loro inconsistenza politica e del loro carattere residuale, le destre populiste rappresentate dalla Lega Nord e dal M5S.
    Torno pertanto al meta-discorso iniziale sui linguaggi e sugli statuti epistemologici dell’economia e concludo osservando che il tipo del discorso marxista è chiamato oggi a intersecare, sul piano della competizione/contaminazione per una posta ad essi superiore, sia il tipo del discorso formalista (si legga sul sito web “Sbilanciamoci”, per uno ‘specimen’ di questo tipo di discorso, l’intervento fortemente problematico e decisamente ipocondriaco, che la conclusione parenetica non è sufficiente a risarcire se non in modo retorico, dell’economista Domenico Mario Nuti sull’“euro, una moneta prematura e divergente”) sia il tipo del discorso sostanzialista. Come si usava dire una volta, per ora, in attesa di costruire quel vasto fronte nazionale e popolare che la storia ha posto all’ordine del giorno della lotta politica nel nostro Paese, si tratta di marciare divisi e colpire uniti per poi giungere, quando le condizioni oggettive e i rapporti di forza soggettivi lo consentiranno, a centrare il bersaglio della “rinazionalizzazione”. Come nel 1815-1861 e come nel 1943-1945.

  94. A mio parere, a questo dibattito, manca un elemento fondamentale, quello che dovrebbe essere costituito dall’analisi della profondità della crisi in atto.
    Seppure sembra non esserci un disaccordo su dove e perchè sia scoppiata una crisi così virulenta, alla fine questa questione viene messa da parte e la discussione torna in ambito europeo. Su questo percorso, c’è accordo tra i due opposti fronti.
    Chi è a favore della politica europea e quindi anche dell’euro, persevera con la favola del debito pubblico come fonte della crisi, e a questo scopo ha tutti i vantaggi nell’occultare il fatto centrale che in realtà la causa della crisi è interamente dovuta al debito privato del sistema bancario.
    Per il pensiero liberista pro-euro, il vantaggio corrisponde a un guadagno di tempo. Pur sapendo che l’imposizione di vincoli e sacrifici sempre più stringenti ai paesi del sud-europa non risolve nessuno dei problemi dell’economia mondiale va a soluzione, anzi i vincoli si risolvono in cappi al collo delle loro economie, tuttavia l’acquisizione di risorse finanziarie a scapito dei bilanci statali di questi paesi costituisce una dose di ossigeno per prolungare senza risolverlo lo stato comatoso del sistema bancario globalizzato.
    Sull’altro fronte, il vantaggio in realtà non c’è, si tratta in realtà di una sottovalutazione della gravità della crisi. Si continua a ragionare nei termini tradizionali dell’imperialismo USA chiudendo gli occhi di fronte all’evidente declino di questo paese, in parte dovuto proprio al crescente ruolo egemone che ha voluto assumere la cupola del potere finanziario mondiale in questa fase. Tutto così si iscriverebbe negli interessi degli USA, anche quindi l’euro che si vuole ricondurre a un piano pilotato anche questo dagli USA.
    La mia impressione è differente, la cupola finanziaria utilizza strumentalmente le nazioni ed i loro eserciti ma essa in sè non ha nazionalità. L’impossibilità di continuare a far crescere i propri profitti sul piano produttivo a causa di nuovi protagonisti che si sono inseriti sulla scena mondiale (la Cina in primo luogo), e della caduta della domanda dovuta alla saturazione dei mercati occidentali, ha fatto prendere la sciagurata decisione di ordinare a Clinton, presidente protempore degli USA, di abrogare la legislazione vincolante verso le banche adottata a seguito della crisi del ’29. L’effeto sul piano dei profitti bancari si è visto immediatamente, ma ha lasciato tuttavia un gravissimo strascico. Si tratta come si sa del fatto che è stata creata una enorme liquidità tramite la emissione di titoli bancari, quindi privati. Il problema è costituito dalla grave asimmetria tra la quantità congiunta esistente di denaro e titoli e la quantità di merci esistenti. Così oggi, i grandi patrimoni che si riescono ad accumulare, non trovano il loro limite fisico nella quantità di merci esistenti, in quanto essi sono sbilanciati nella componente mobiliare.
    Come dice Polanyi, tuttavia, il denaro non è merce, e non lo sono conseguentemente titoli che alla scadenza prevedano un pagamento in denaro (altra cosa sono ad esempio le obbligazioni che danno luogo a un pagamento in azioni). Insomma, i grossi capitalisti si sono comportati come dei bambini che giocando a monopoli, si redistribuiscano tra loro anche le banconote di una seconda confezione del gioco per vedersi circondati da tanto simbolo di ricchezza, simbolo appunto, ma in assenza di ricchezza reale.
    Purtroppo, i governi che come i genitori dovrebbero andare da costoro e costringerli a giocare secondo le regole distruggendo questa falsa ricchezza, non ne sono capaci, essi pensano soltanto a galleggiare, apparentemente anch’essi nella passiva attesa del momento in cui questa enorme massa di liquidità smetterà di essere custodita nel circuito bancario per riversarsi nell’economia reale.
    Non sono un economista, ma l’osservazione dello stato delle cose mi porta ad una analisi catastrofista, cioè non vedo vie d’uscita a questa situazione in quanto le banche non possono smettere (e quindi non possono essere indotte a smettere) di emettere titoli se vogliono evitare di fallire, come è evidente che non si può pompare continuamente liquidità nel sistema, pensando di poterla confinare all’infinito. Stavolta, non vedo come l’attuale sistema economico possa prolungare ancora la propria esistenza se non attraverso il fallimento clamoroso del sistema bancario privato globale che, a causa della concomitante ignavia dei governi, rischiano di portarsi dietro l’intero sistema finanziario con gravissimi danni allo stesso commercio mondiale almeno subito a seguito dello scoppio del big bang finanziario. In verità, tutto questo non sarebbe per me una fonte così forte di preoccupazione in sè, se non per i possibili esiti bellici che si potrebbero avere a seguito dell’insolvenza di grandi paesi verso altri grandi paesi.
    Proprio perchè sono convinto di questa estrema gravità della crisi in corso, davvero epocale e molto maggiore della stessa crisi del ’29, penso che essa costituisca anche una grande opportunità per uscire dalla società di mercato e realizzare società “sostenibili”, cioè rispettose dell’ambiente e con al centro l’umanità e non il PIL.
    Tale sbocco tuttavia è tuttaltro che scontato, all’attuale fase potranno seguire differenti sbocchi, inclusi alcuni scenari davvero sconvolgenti. In un contesto in cui i governi sono deboli e il potere sta nelle mani di un gruppo di persone ormai in preda ai loro infantilistici desideri di arricchimento, si potrebbero riaprire scenari di utilizzo di ordigni nucleari che potrebbero distruggere l’intero sistema tecnologico e produttivo, lasciando l’umanità sopravvissuta in un mondo quasi inabitabile.
    Dove andrà il mondo, dipende anche dalla capacità di considerare tutte le opzioni possibili e di porsi obiettivi di lungo periodo. E’ per questo che considero irresponsabile le logiche di corto respiro, come a mio parere è l’uscita dall’euro considerata come un obiettivo in sè, piuttosdto che come un mezo per obiettivi più vasti, tipicamente quello di sfilarsi dal circolo della globalizzazione e per questa via di contrastarla.
    Naturalmente, ciò non esclude che si possano costituire alleanze anche eterogenee proprio sull’uscita dall’euro, purchè sia chiaro che si tratta di passaggi tattici in vista di obiettivi differenti.
    Vedo che questa prospettiva non gode di grande popolarità, e non me ne sorprendo visto che viviamo in una cultura che rifugge da un pensiero complessivo, sempre presa dai problemi contingenti, o in cui i fatti vengono analizzati non per assumere decisioni conseguenti, ma piuttosto come una forma di conferma del proprio schema teorico di interpretazione della realtà.
    Non me ne sorprendo, ma combatto entrambi questi atteggiamenti mentali, anche se non posso non vedere quanto sia arduo superarli.

  95. a V. Cucinotta.
    Concordo con lei che il problema storico è “sfilarsi dal circolo della globalizzazione e per questa via … contrastarla.” Mi sembra che le proposte di alleanza culturale e politica lato sensu sovraniste (quindi anche il fronte antieuro) siano una prima, indispensabile risposta. Come lei sa, ne esistono altre diverse e incompatibili, dalla teoria negriana alle proposte di trasformazione della UE in una Europa-Potenza. Secondo me sono vicoli ciechi, ma esistono e hanno dignità culturale.
    Direi però che un conto è il dibattito teorico sulla globalizzazione capitalistica, che per trovare una formulazione egemonica attende un principe del pensiero capace di leggere questa “epoca di gestazione e di trapasso”; un conto è il dibattito culturale e politico inteso a formulare le domande a cui è imperativo rispondere oggi (non lo definirei soltanto tattico, ma non ne faccio questione di lessico).

    a Eros Barone.
    Anzitutto la ringrazio di cuore per le gentili parole che mi indirizza. Condivido, nel fondo, la sua lettura. Unico dubbio. Temo che promuovendo una alleanza culturale e politica intesa alla “rinazionalizzazione”, il primo serio ostacolo che si incontrerà, e che anzi già si incontra, come si è visto anche qui, è la forza incapacitante della dicotomia destra/sinistra, e delle pregiudiziali antifascista/anticomunista. Perché si può benissimo “marciare divisi e colpire uniti”, però bisogna, tutti, avere chiaro chi è il nemico: esattamente “come nel 1815-1861 e nel 1943-1945”.
    Altrimenti, mentre si marcia divisi ci si decima reciprocamente con il fuoco amico; poi arriva il nemico e finisce il lavoro.

  96. Caro Buffagni,
    è un’antica massima della scienza politica quella che afferma che si sceglie il nemico, non l’alleato.
    Parimenti, forse qualche inguaribile soggettivista resterà basito da un’altra massima della scienza politica: quella che afferma che sono le rivoluzioni a cercare noi, non noi a cercare le rivoluzioni. A ‘noi’ compete, semmai, prepararle (poiché, come dice il Bardo, “essere pronti è tutto”) e dirigerle (se ci riusciamo); sicché la parola d’ordine corretta è esattamente, a distanza di oltre un secolo, quella di August Bebel: “Studiare, propagandare, organizzare”.
    In effetti, come ebbe a sottolineare una volta Augusto Del Noce (credo in quel libro, non meno acuto che profondo, che è “Il suicidio della rivoluzione”), la logica oggettiva delle cose è molto più potente delle intenzioni soggettive degli individui e alla fine, se quel processo andrà avanti (e andrà avanti), dovremo ‘scegliere’ di fare non ciò che vogliamo, ma ciò che dobbiamo, realizzando con Hegel (se non con Kant) la coincidenza dialettica tra il “Mussen” e il “Sollen”. Dal canto suo, Marx (assunto come epigrafe da Lukàcs nella sua “Ontologia dell’essere sociale”) notava a proposito del rapporto tra spontaneità e coscienza nelle azioni delle masse, riprendendo il motto evangelico: “Non lo sanno, ma lo fanno”.

  97. Caro Barone,
    non si può dir meglio. Concordo, aggiungendo soltanto che a volte, è il nemico che sceglie te.

  98. Caro Buffagni,
    mi permetta di riformulare il suo ultimo intervento.
    In sostanza lei dice che sbaglio a considerare tattica la scelta sovranista, e per rafforzare questo punto di vista, lei richiama l’esistenza di teorie alternative. Non solo, lei introduce una specie di criterio di classificazione per cui fino alla scelta sovranista, lei afferma che abbiamo la capacità (ma forse starebbe a lei scegliere il termine più adatto) per affrontare una simile scelta. Avventurarsi nell’analisi della fase in un senso più generale, storico potrei dire, le sembra azzardato. Ora, sebbene questa sua opinione sia del tutto lecita e rispettabile, lo è meno se pretendendo di avere un certo carattere di oggettività, diventa un mezzo per definire i limiti in cui il dibattito deve esercitarsi.
    In tal modo, lei che vede il sovranismo come un obiettivo e non un mezzo strumentale ad altri obiettivi, si garantisce il monopolio di tutte le opinioni antieuro. Ciò è proprio il motivo per cui sento il bisogno di tanti distinguo, proprio perchè mi rendo conto di quante differenti posizioni politiche stiano dietro la scelta antieuro e come esse vadano esplicitate senza falsi unanimismi.
    Io mi sono avventurato ad analizzare la fase convinto che siamo ad un punto di svolta di dimensioni storiche, e penso di averlo argomentato a mio modo.
    Che la mia analisi possa essere perfino stroncata nel merito, sta nelle regole del gioco, ma lei, almeno così mi pare, somiglia ad un giocatore che durante la partita in corso si mette il fischietto in bocca e comincia a dettare le regole, non mi pare che vada bene, no?

  99. Caro Barone,
    ecco qui il soggettivista di cui lei parla. Non sapevo di esserlo, forse perchè ritengo che le opinioni siano semptre inevitabilmente soggettive. Anzi, le vorrei fare notare come la più soggettivista opinione è quella che ritiene di essere oggettiva, come se la definizione di un piano oggettivo non sia a sua volta un fatto del tutto soggettivo.
    Badi, io non ho nulla con la funzione che la teoria può svolgere, tuttaltro, la predico, mi lamento anzi del ritrarsi soprattutto dei più giovani dai fondamenti, come se fosse lecito darli per scontati.
    Ciò che io contestavo è il rapporto tra teoria e pratica politica, che mi pare il punto più delicato.
    La teoria dovrebbe essere uno strumento per perseguire degli obiettivi politici, mentre a volte ho l’impressione che l’obiettivo sia l’adorazione della teoria e che si cerchino nelle vicende politiche prevalentemente conferme alla teoria. Se si cercano, stia certo che le conferme si trovano per quanto la teoria possa eventualmente essere sballata. Insomma, nei confronti della teoria, la mia domanda non è se sia vera, ma se sia utile, tutto qui.

  100. Caro Cucinotta,
    non mi fraintenda. Mi limito a dire che ad “avventurarsi nell’analisi della fase in un senso più generale, storico potrei dire” non ci riesco io. Non sono all’altezza, tutto lì.
    Appunto per questo, non pretendo per nulla di “delimitare i confini del dibattito”, ci mancherebbe altro.
    Io vedo “il sovranismo come un obiettivo e non un mezzo strumentale ad altri obiettivi” perché credo che, politicamente, un obiettivo più ambizioso non sia praticabile.
    Il che non toglie che sul piano teorico, chi ne è capace possa e debba elaborare analisi all’altezza dell’epoca, e individuare obiettivi di portata storica che vadano oltre il sovranismo, leggendo a fondo l'”epoca di gestazione e trapasso” in cui viviamo.
    Cito Hegel perché la sua formulazione, che si riferisce al periodo che va dalla rivoluzione francese all’inizio della nascita degli Stati borghesi, a mio avviso può descrivere anche il nostro presente, per l’importanza qualitativa delle trasformazioni in corso.
    Spero di essermi fatto intendere meglio.

  101. Caro Cucinotta,
    io rovescio i termini in cui Lei pone la questione della verità e affermo invece che, soltanto se una teoria è vera, essa è anche utile, essendo l’utilità il sigillo inconfondibile del vero. Aggiungo poi che, nella prospettiva marxista, la questione della verità è essenzialmente una “questione pratica” (cfr. la seconda delle undici “Tesi su Feuerbach” enunciate da Marx) e, dunque, scaturisce da un corretto e verificabile rapporto tra la teoria e la prassi. Affermare, come Lei fa, che “nei confronti della teoria, la mia domanda non è se sia vera, ma se sia utile” significa, a mio sommesso avviso, eludere la questione della verità e scivolare sul piano sdrucciolevole del pragmatismo. Diciamo allora che la Sua è una procedura operazionista e che, in quanto tale, è, così come l’orientamento pragmatistico ad essa sotteso, pienamente legittima. Come marxista, ritengo però, pur senza disconoscere la loro relativa utilità, che sia quella procedura sia questo orientamento siano riduttivi e, in definitiva, fuorvianti, e che per indirizzare l’azione di grandi masse in modo corretto e fecondo sia necessaria una rigorosa fondazione teorica della prassi e un criterio chiaro della verità. Se la fondazione teorica della prassi mira ad impedire la relativizzazione del rapporto tra prassi e teoria (che rischia, se non di renderne indipendenti i termini, di produrne una disarticolazione), la scienza sperimentale e la stessa vita sociale permettono di individuare il giusto criterio della verità nella prassi: un criterio non solo abbastanza indeterminato da non permettere alle conoscenze dell’uomo di trasformarsi in un assoluto, ma anche abbastanza determinato da permettere una lotta senza quartiere contro tutte le varietà dell’idealismo e dello scetticismo. Per queste ragioni, in un paese come l’Italia, in cui la mancata Riforma e la pretesa, sempre avanzata dalla Chiesa, di esercitare il monopolio della verità assoluta hanno portato a svalutare da una parte la verità relativa, spingendo ad identificarla scorrettamente con la verità soggettiva e a negarle una validità oggettiva, e dall’altra il carattere normativo dell’ideale della verità nelle relazioni umane (sia etico-civili sia politico-sociali) – duplice svalutazione le cui ripercussioni sono rappresentate nella storia italiana dalla simulazione e dalla dissimulazione, dall’opportunismo e dal trasformismo –, rivendicare il valore della verità è altrettanto importante quanto rivendicare il valore della ragione e del dubbio, quanto affermare con la massima energia che la prassi è l’etica della teoria, che l’azione deve seguire il pensiero come il tuono segue il fulmine (se non con la stessa velocità, con eguale necessità) e che il vero banco di prova della “capacità di dirigere e di controllare chi dirige” (in cui consiste per Gramsci la vera democrazia) è proprio la capacità di tenere unite la teoria e la prassi come le labbra e i denti. E qui si apre l’affascinante capitolo del partito comunista e della sua organizzazione come strumento, esempio e guida sia della lotta di classe sia della fecondazione reciproca tra la teoria e la prassi, laddove tale rapporto è regolato dal principio di complementarità secondo cui la teoria senza la prassi è sterile (= teoricismo) e la prassi senza la teoria è cieca (= praticismo).

  102. Caro Buffagni,
    cerco di stemperare le sue ansie sulla dicotomia destra/sinistra. Per quanto riguarda la prima, mi sembra opportuno chiamare in causa il linguista cognitivista George Lakoff, il quale, anche in qualità di esponente della sinistra “liberal” statunitense, ha sottoposto a critica la rappresentazione bipolare destra/sinistra in quanto spinge a pensare che le persone siano allineate l’una l’accanto all’altra e quindi collocate entro un piano bidimensionale, talché si possa procedere con continuità dal soggetto “più a destra” al soggetto “più a sinistra”. Lakoff ci ricorda invece che, essendo la realtà multilaterale, il modo in cui si formano le nostre idee non è lineare ed esiste perciò un buon numero di persone “biconcettuali”, ovvero progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri.
    Per quanto concerne la dicotomia antifascista/anticomunista, temo che sarò un po’ ansiogeno, poiché sono fermamente convinto che l’unica risposta possibile nei confronti di chi saluta con il braccio teso sia il saluto con il pugno chiuso. E’ pur vero che il nostro paese ha conosciuto nel secondo dopoguerra una straordinaria fioritura di anti-antifascisti e una più modesta fioritura di anti-anticomunisti (in Italia, come si sa, è sempre buona cosa tagliare le ali alle posizioni radicali e l’unico estremismo ritenuto accettabile è quello di centro), ma questo secondo me non è un buon motivo per cancellare, pur riconoscendo le ambiguità e le ‘zone grigie’ che sono insite nel ricorso al prefisso ‘anti’, la discriminante dell’antifascismo e la sua ineliminabile asimmetria rispetto all’anticomunismo. Ciò detto, occorre distinguere e, nel contempo, connettere, come ci hanno insegnato i classici, le contraddizioni fondamentali e principali. Così, se è vero che nel periodo 1815-1861 la contraddizione fondamentale era quella tra le masse contadine e i proprietari terrieri, non è meno vero che la contraddizione principale era quella tra la dominazione austriaca e le forze che si battevano per l’indipendenza e l’unità del nostro Paese, forze che troveranno il loro vettore decisivo nei disegni espansionistici della monarchia sabauda. Parimenti, se è vero che nel periodo 1943-1945 la contraddizione fondamentale era quella tra la borghesia e il proletariato, non è meno vero che la contraddizione principale era quella tra il nazifascismo e le forze che si battevano contro di esso (il merito di aver capito questa verità e di averla tradotta in azione politica va riconosciuto a Togliatti, un “tattico geniale” secondo Lukàcs). Nella situazione odierna la contraddizione fondamentale è sempre quella tra borghesia e proletariato, ma la contraddizione principale è quella che oppone la triade UE-BCE-FMI, espressione del capitale finanziario multinazionale, alla stragrande maggioranza della popolazione italiana. Lei, caro Buffagni, rientra dunque pienamente in quel vasto fronte popolare e nazionale che deve essere costruito e il cui obiettivo precipuo è la “rinazionalizzazione” del nostro Paese attraverso la fuoriuscita dall’euro e dalla UE. Naturalmente la prospettiva strategica e ideale del socialismo, che come comunista perseguo, non coincide e non si esaurisce nel progetto della “rinazionalizzazione”, ma si connette tuttavia organicamente a tale progetto che ne costituisce una tappa necessaria ed una premessa condizionante. La cosa non dovrebbe sorprendere poiché, come disse una volta “il Migliore” a proposito dei comunisti, “veniamo da lontano e andiamo lontano”.

  103. Caro Barone,
    lei mi vuole trascinare su un piano filosofico e la tentazione di accogliere la sua sollecitazione è forte, ma resisterò, dato il contesto.
    Non mi pare che ci sia l’esigenza di occuparsi del significato e dei limiti del termine “verità” perchè la questione che ponevo era molto più specifica. Infatti, non entravo neanche nel merito della possibile applicazione della categoria della verità alle teorie (che è comunque già cosa ben differente di discettare del termine verità in quanto tale), seppure mi permetta di sorprendermi nel vedere che lei che mi pare si consideri un hegeliano, possa applicare la categoria di verità alle teorie che invece sono destinate ad essere superate.
    Ammesso e non concesso dunque che abbia senso parlare di verità, ammesso e non concesso ancora che si possa applicare tale concetto alle teorie e quindi anche alle teorie politiche, rimane la questione che ponevo che prescindeva dunque da quanto detto nelle due precedenti proposizioni.
    Io dicevo piuttosto che una teoria ( vera o falsa che fosse, non entravo neanche nel merito), andrebbe richiamata ed utilizzata solo se si riconosce che essa è utile a un progetto politico, e lo dicevo perchè dai suoi interventi avevo tratto l’impressione che lei fosse così innamorato delle teorie marxiste, da avere capovolto quello che a me appare l’unico ordine lecito. Apparentemente, lei pone la teoria al centro dei suoi interessi e l’analisi politica solo come un mezzo finalizzato a confermarla nelle sue convinzioni. Ciò non va bene, come dicevo su un altro blog, tale atteggiamento mi pare in definitiva soltanto come una sofisticata forma di consolazione. Come dire, non riesco ad incidere sulla realtà, ma so io come vanno le cose e che ci aspetta un domani in cui le previsioni della mia teoria si avvereranno.
    Dico tutto ciò perchè constato che nei marxisti, tale atteggimento è preoccupantemente frequente.

    Visto però che siamo in argomento (e consapevole dei guai in cui mi metto), dico anche che il marxismo è diventato ai nostri giorni come una teoria inutile ed impossibile da verificare perchè manca l’esperimento che potrebbe falsificarlo. Infatti, è deterministico ma è anche volontaristico, pur distinguendo tra struttura e sovrastruttura, nega la radicalità di tale distinzione sottolineando l’importanza del piano sovrastrutturale, e mi fermo qui solo per non dilungarmi troppo.

  104. Caro Cucinotta,
    si figuri. Mi fa piacere che ci siamo chiariti. Almeno nel nostro Quartetto Cetra evitiamo i malintesi.

    Caro Barone,
    grazie per la puntualizzazione. Veda, però, e mi scusi se scherzo un poco: le dicotomie e le pregiudiziali destra/sinistra e antifascismo/anticomunismo, che lei interpreta con finezza secondo la sua prospettiva, non mi mettono l’ansia perché temo che le sinistre non mi lascino salire sul pullman della gita antieuro. Mi chiedo piuttosto come far partire il pullman.
    Secondo la mia prospettiva, il problema e la sua soluzione sono chiarissimi.
    Se individuiamo come nemico la UE e come obiettivo politico della presente congiuntura storica la rottura del suo cardine, che è l’euro, facciamo esattamente come il Cardinale Richelieu, fine teologo e principe della Chiesa cattolica, che nella Guerra del Trent’anni, per salvaguardare gli interessi vitali della Francia minacciati dalla Casa d’Asburgo, si allea con le potenze protestanti e non ci perde un’ora di sonno; perché come lei correttamente ricordava, gli alleati non si scelgono in base alle affinità ideali, ma te li impone il nemico.
    La differenza è che mentre Richelieu doveva persuadere della sua politica solo Luigi XIII, qui si tratta di persuadere della politica di “rinazionalizzazione”, o di recupero della sovranità”, milioni di persone spesso ideologizzate. E’ una cosa meno facile, che metterebbe l’ansia anche al geniale statista francese.

  105. sarò sincero, e non me non vogliate davvero, ma mai come in questa occasione il commentario (è un commentario, non è un dibattito parlamentare) mi è parso una sorta di tenzone (c’è anche la rima) al commento più pieno, più lungo; ma alla fine restano voci isolate, che è dire senza una formazione politica di riferimento; ciascuno dice la propria, e ci mancherebbe altro, ma resta la propria, specie in questo caso che vai al supermercato e con venti euro non ci prendi niente, e venti euro al giorno ogni mese fan 600, e sono tanti, per tantissimi sono tanti, e questi solo per mangiare; sembra non entrarci niente, lo so; ma, poi, alla fine, quegli euro che non ci sono, per moltissimi, è la cosa primaria – sì, una sorta di tenzone al commento più lungo
    vi giunga un cordiale saluto

  106. Caro Adelelmo Ruggieri,
    Lei ha perfettamente ragione a proposito del carovita che divora i nostri redditi: un bel ‘regalo’ (lo stesso euro vale 1000 lire per chi compra e 2000 lire per chi vende) che ci hanno fatto Prodi e tutta la cricca di ascari al servizio delle oligarchie finanziarie euro-americane. Anch’io, che con la madre anziana e malata sono diventato lo sbriga-faccende della famiglia, verifico ogni giorno, per limitarmi a questa voce del bilancio domestico, la crescente incidenza della spesa alimentare sul reddito del nostro nucleo familiare e, conseguentemente, le crescenti difficoltà nel combinare pranzo e cena. Sarebbe qui interessante un’analisi specifica del ruolo svolto nella vita della popolazione italiana da due costanti antropologiche, la tendenza alla rassegnazione e la tendenza alla rivolta, per capire come sia possibile, secondo quanto afferma un pittoresco proverbio ungherese, che un uomo si adatti a tutto, anche a porgere la sua schiena perché vi si spacchi sopra la legna. Io penso, a questo riguardo, che un formidabile fattore di passivizzazione, di ricatto e di depotenziamento del conflitto sociale sia, proprio in Italia, la linea della casa in proprietà, che il connubio tra capitale finanziario e rendita edilizia, con l’appoggio di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, ha imposto alle classi lavoratrici: linea che ha portato milioni di persone ad impiccarsi, letteralmente, a mutui sempre più onerosi sul piano economico e sempre più prolungati nel tempo.
    In merito al “commentario” e alla “tenzone”, cui rischia di ridursi questo dibattito “senza una formazione politica di riferimento”, ritengo però che Lei compia una sottovalutazione: pur senza essere “trascendentale”, come ha scritto Buffagni da qualche parte, questo dibattito può fornire nondimeno più di uno spunto di riflessione teorico-politica e perfino qualche indicazione operativa sulla tematica del “tramonto dell’euro” (con gli annessi e connessi, non solo tematici ma anche retorici e personali, che il confronto su un blog suole mettere in campo). Per quanto mi riguarda, ho inserito una segnalazione di questo dibattito in un articolo inerente allo stesso tema che ho inviato al periodico di informazione online “LavoroSocietà”, organo di un’area programmatica della CGIL con cui collaboro da diversi anni. La mia razionale speranza è che anche questo possa servire a far maturare fra i giovani che sono attenti, fra gli operai e i sindacalisti che non mollano, fra gli intellettuali che non si vendono, la coscienza della necessità e della possibilità di un’alternativa allo “stato di cose esistente”.
    Contraccambio il Suo cordiale saluto.

  107. Caro Ruggieri,
    lei ha più che ragione, e con poche righe ha centrato il nocciolo della questione: a) i soldi che non bastano b) noi qui che ce la cantiamo e ce la suoniamo.
    Io credo che per risolvere a) bisogna cambiare la situazione b).
    Non è facile ma è indispensabile. Un cordiale saluto anche a lei.

  108. Mi pare che gli interventi di Ruggieri e di Barone – di Barone sollecitato da Ruggieri – finalmente colgano il punto. Dopo le annose chiacchiere sui difetti del consumismo (che peraltro ci sono), si comprende come proprio una contrazione dei consumi, di quelli essenziali, sia la vera questione sociale attuale imposta da una crisi che si prolunga e da cui non si vede una via di uscita. Qui c’è anche la strutturale debolezza dell’Italia: non mi riferisco soltanto al ben noto capitalismo piccolo piccolo, incapace d’innovazione, dedito all’evasione fiscale e così via; mi riferisco soprattutto all’incapacità culturale di uscire da un’idea di famiglia come nucleo economico-affettivo, ciò che nel passato ha implicato una corsa alla proprietà, all’idea dell’eredità da lasciare ai figli, e – da ultimo – all’uso degli stessi come assistenti o camerieri. C’è un passato che non passa, che impedisce il conflitto aperto ed è in contraddizione con la prospettiva (europea) dello Stato sociale.

  109. @ Cucinotta

    Dal punto di vista del marxismo, il problema del rapporto tra teoria e pratica va inquadrato entro la totalità complessa costituita dall’insieme ‘base-sovrastrutture-pratiche’, in cui si intrecciano e interagiscono l’una con l’altra la pratica economica, politica e teorica della lotta di classe. Per impostare e risolvere correttamente tale problema è opportuno premettere un chiarimento sul significato del termine ‘pratica’ (qui adottato in omaggio al lessico teorico che caratterizza il contributo fondamentale e creativo con cui Mao Zedong ha sviluppato il materialismo dialettico nei suoi scritti filosofici e politici, fra i quali meritano di essere ricordati almeno il “Saggio sulla contraddizione” e il “Saggio sulle classi della società cinese”). In tal senso, ci si può rifare alla limpida definizione, formulata per l’appunto da Mao Zedong, secondo cui la pratica è l’attività consapevole (cioè ‘prassi’) diretta a modificare il mondo esterno ai diversi livelli della produzione e del lavoro, della sperimentazione scientifica e della lotta di classe. La teoria è quindi la riflessione sulla pratica, ossia la conoscenza delle modificazioni indotte nella realtà dalla pratica. La pratica propriamente detta, o prassi, non esiste senza la teoria, produce la teoria e ne è un prodotto. Queste precisazioni concettuali sul nesso di coimplicazione dialettica tra teoria e pratica consentono di affermare che la ricerca deve incardinarsi, per essere proficua, su una corretta determinazione del nesso tra teoria e politica (laddove si assume per teoria l’analisi scientifica della realtà economico-sociale e per politica la prassi cosciente della lotta di classe).
    Ripartiamo allora da Marx, il quale nella seconda delle “Tesi su Feuerbach” asserisce che ogni problema di conoscenza è una “questione pratica” e compie in tal modo una rottura radicale con il formalismo metodologico di stampo kantiano. Vi è qui, in germe, l’affermazione (che sarà poi elaborata nella “Introduzione” del 1857 a “Per la critica dell’economia politica”) della specificità irriducibile – di campo e di metodo – del materialismo storico, il quale rende funzionali le ‘astrazioni determinate’ alla conoscenza di oggetti reali, concreti e singoli (ad es., questa società italiana del secondo decennio del XXI secolo). La stessa affermazione, oltre ad un valore epistemologico, ne assume uno, per così dire, teleologico (il marxismo è, in primo luogo, una “guida per l’azione”), poiché il materialismo dialettico e storico fornisce al movimento di classe non solo una base orientativa, ma anche un criterio applicativo ed auto-correttivo, grazie a cui esso è in grado sia di istituire un circuito fecondo tra teoria e pratica sia di verificare la corrispondenza dialettica fra i due termini. La specificità socio-politica – applicativa ed auto-correttiva – della teoria marxista conduce a riconoscere nel processo attraverso cui l’idea (intesa nelle sue diverse accezioni: da quella più semplice e particolare sino a quella più complessa e generale), quando penetra nelle masse, diviene una forza materiale, il fondamento del carattere intersoggettivo del criterio della prassi in quanto criterio di verità della conoscenza. Sotto questo profilo, l’analogia che è possibile individuare fra il criterio della prassi e ciò che il positivismo logico chiama principio di verificazione permette di riformulare il celebre assioma secondo cui il significato di una proposizione è il metodo della sua verifica nell’assioma in base al quale la validità della teoria marxista – e del progetto che ne dipende – consiste nella quantità e nella qualità della pratica sociale di massa che è in grado di organizzare e dirigere. “Hic Rhodus, hic salta”.
    D’altra parte, la seconda tesi su Feuerbach non autorizza né un’interpretazione strumentalistica (riconducibile ad una visione demopsicologia, a mezza via tra Le Bon e Sorel, del ruolo della teoria socio-politica quale moderno mito per l’azione) né uno slittamento, che avviene pur sempre sullo stesso sdrucciolevole terreno del pragmatismo, verso le posizioni di coloro che teorizzano il ruolo ancillare della teoria rispetto alla pratica (disconoscendone l’autonomia relativa e degradandola a mero ricettario). Al contrario, essa apre la via, ancora per ampio tratto da percorrere, ad una pratica teorica che si pone e si esplica come punto di vista materialistico sulle molteplici pratiche del mondo umano e sociale, di cui conduce un’analisi positiva, nel mentre ne smaschera i fini apologetici e ne assume l’eventuale contributo conoscitivo. La seconda tesi marxiana su Feuerbach indica inoltre al movimento di classe il compito di costruire, se è lecito esprimersi con una metafora tratta dall’informatica, quei “framework” di una nuova razionalità collettiva che soli possono dare corpo e forma all’egemonia di un blocco storico alternativo. Cito senza un ordine preciso alcuni esempi di un programma di transizione, attinti dalle esperienze di questi ultimi decenni, che possono sostanziare un moderno “Manifesto del partito comunista”: controllo operaio del mercato, dell’organizzazione e della dislocazione del lavoro, sperimentazione di forme di gestione operaia delle unità produttive, pianificazione economica nazionale, controllo sociale della scienza, controllo sociale del ricambio organico con la natura, uso parziale alternativo del diritto, immigrazione bilaterale e perequativa, sviluppo di una divulgazione rigorosa della scienza e della tecnologia, formazione culturale di massa e di qualità, funzione pedagogica dei ‘mass media’, difesa popolare territoriale ecc. ecc. La direzione in cui occorre muoversi, a partire dal valore teleologico che assume la teoria marxista in quanto “guida per l’azione”, è allora quella che prepara, sperimenta e rende possibile, previa conquista del potere politico di Stato da parte del proletariato e dei suoi alleati, “una società in cui ciascuno dirige o controlla chi dirige” (Gramsci).

  110. Il mio commento non voleva essere una sottovalutazione della discussione in corso: volevo solo dire dello scarto intollerabile per moltissimi fra il dato di realtà nudo e crudo degli “euro che non bastano” (o non ci sono per niente) e la riflessione sul perché questa cosa persiste “e da cui non si vede via d’uscita”, come scrive Genovese. Non ho competenze di economia politica per partecipare a questa discussione, ma questo scarto per moltissimi, non per tutti, è intollerabile e a esso deve fare fronte nei modi in cui è possibile la politica.

  111. Caro Ruggieri, non occorre essere degli specialisti di economia politica (magari avere studiato con La Grassa…) per spingere verso scelte che vadano nel senso di un salario minimo garantito (in Italia non c’è), di un reddito di cittadinanza, di una “carta dei diritti” dei nuovi lavori che impedisca o almeno ostacoli una precarizzazione e una flessibilizzazione selvagge, e ancora nel senso di un’imposizione progressiva (dunque sì all’Imu ma con una rimodulazione e un’esenzione delle fasce più deboli), di un recupero dell’evasione fiscale per mettere su, anche con l’intervento dello Stato, iniziative in campo ecologico (la “green economy”). Occorrerebbe però finirla con i populismi e, al tempo stesso, andare a una battaglia dentro la cosiddetta sinistra attuale affinché queste cose si facciano. Insieme con importanti riforme “societarie” (Pacs, matrimonio gay) che intacchino l’egemonia familistica in Italia.

  112. Le due posizioni fondamentali che si sono contrapposte anche qui (dichiarare il fallimento dell’esperimento UE/promuovere “più Europa”) sono state recentemente espresse da due importanti accademici tedeschi, entrambi legati alla Scuola di Francoforte, Wolfgang Streeck e Jurgen Habermas, che ne ha recensito l’ultimo libro, tradotto in italiano con il titolo di “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”, Feltrinelli 2013.
    In forma di breve working paper in inglese, le tesi di Streeck si possono leggere anche in rete: http://www.econstor.eu/bitstream/10419/51554/1/670480223.pdf

    Riporto un compendio della discussione a cura di Filippo Donati (che appoggia le tesi di Habermas):

    http://www.confronticostituzionali.eu/?p=544

    “La rivista “Blätter für deutsche und internationale Politik” ha recentemente pubblicato la recensione di Jürgen Habermas all’ultimo libro di uno dei più conosciuti sociologi europei, Wolfgang Streeck, dal titolo “Gekaufte Zeit” (Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano, 2013). Il confronto tra i due intellettuali conferma l’esistenza, nel dibattito attuale sul futuro dell’Unione europea, di due opposte visioni.
    Streeck sostiene la fuoriuscita della Germania dall’euro e, più in generale, l’abbandono del progetto di integrazione europea, definito dallo studioso un “frivolo esperimento”. Secondo il sociologo, a lungo direttore del Max Planck Institute per la ricerca sociale di Colonia, l’Unione europea non sarebbe in grado di garantire un sufficiente livello di democrazia, essendosi ormai trasformata – soprattutto a seguito dell’introduzione della moneta unica – in uno strumento volto essenzialmente a salvaguardare gli interessi del grande capitale finanziario. Il capitalismo, secondo l’Autore, è incompatibile con la democrazia, perché non tollera le limitazione e i vincoli che discendono da un sistema istituzionale volto a rappresentare e tutelare gli interessi dei cittadini.
    Opposta la visione di Habermas. Secondo il grande filosofo tedesco, infatti, il progetto di integrazione europea deve proseguire e, anzi, deve essere rafforzato, perché senza una forte Unione europea le piccole scialuppe delle democrazie nazionali sarebbero destinate a naufragare nel grande mare della globalizzazione. Contrariamente a Streeck, Habermas ritiene che l’Unione Europea sia l’unica istituzione in grado di comporre la tensione tra capitalismo e democrazia. Secondo il grande filosofo, per salvaguardare l’euro e quindi la tenuta complessiva dell’Unione non sono più sufficienti le misure di assistenza finanziaria fino ad oggi concesse a favore degli Stati indebitati, in cambio dell’adozione di severe misure di liberalizzazione e di risanamento del debito pubblico. Occorre invece una maggiore solidarietà tra gli Stati membri, uno sforzo comune fondato su una visione politica condivisa, per promuovere la crescita nell’intera eurozona. Questo sforzo, secondo Habermas, richiede che la Germania e altri Stati membri accettino misure redistributive che, pur creando sacrifici nel breve e medio termine, garantiranno la soddisfazione dei loro interessi a lungo termine.”

    Un altro rendiconto a cura di Maurizio Ferrara qui: http://lettura.corriere.it/debates/il-dilemma-delleuropa-capitalismo-vs-democrazia/

    Qui un’intervista (in inglese) a Streeck: http://cesran.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1381%3Ainterview-with-prof-dr-wolfgang-streeck&catid=250%3Ainterviews&Itemid=267&lang=en

    “The middle classes in the Mediterranean consider EMU as the lesser evil compared to a return to national currencies, because their savings are denominated in Euros and full membership in the European Union harbors vague promises of individual mobility and collective support, however meager. In the North, the common currency ensures export industries against competitive devaluation and guarantees a favorable external exchange rate. This is why German industry, including industrial trade unions, are strongly in favor of “European solidarity,” meaning that Mediterranean countries must by all means be prevented from getting out of the monetary trap in which they have moved themselves when joining the common currency. Some sort of competitiveness tax to be paid out of public budgets or in the form of some sort of “Eurobonds” is accepted as the price for unlimited access to Southern markets, especially if it is paid by taxpayers at large and not by industry itself. Here I see an unholy alliance between Southern middle classes and state elites on the one hand, and Northern export industries on the other. It will, however, be an unhappy alliance as Southern countries will inevitably be disappointed by the benefits they will receive from the North, while Northern electorates will resent such benefits regardless how small they may be, at a time when they themselves have to accept spending cuts of all sorts. Like in Italy, the South will hate the North and vice versa. Northern clichés of lazy Southerners will be complemented by Southern clichés of Northern, in particular German, imperialism. Europe will grow together at the price of rising nationalist resentment.”

    La posizione di Habermas è sinteticamente espressa anche in questa conferenza (in inglese): http://www.kuleuven.be/communicatie/evenementen/evenementen/jurgen-habermas/democracy-solidarity-and-the-european-crisis

    Trovo particolarmente interessante e puntuale questa considerazione di Habermas:

    “After the foundation of the German Empire in 1871, Germany assumed a fatal “semi-hegemonic status” in Europe — in Ludwig Dehios’s words, it was “too weak to dominate the continent, but too strong to bring itself into line.”[13] It is in Germany’s interest to avoid a revival of this dilemma that was overcome only thanks to European unification. This is why the European question, which has been intensified by the crisis, also involves a domestic political challenge for Germans. The leadership role that falls to Germany today for demographic and economic reasons is not only awakening historical ghosts all around us but also tempts us to choose a unilateral national course, or even to succumb to power fantasies of a “German Europe” instead of a “Germany in Europe”. We Germans should have learned from the catastrophes of the first half of the twentieth century that it is in our national interest to avoid permanently the dilemma of a semi-hegemonic status that can hardly held up without sliding into conflicts.”

    In effetti, se la Germania avesse le capacità culturali e politiche di guidare l’Europa, sarebbe il momento di dimostrarlo, e di mostrarsi imperialmente generosa e cordiale: come sa fare un egemone, che prima ti sconfigge, poi ti invita a fare qualcosa di grande insieme a lui, e ti mostra una prospettiva comune praticabile e dignitosa.
    Come la storia tedesca ha mostrato fin da subito dopo l’unificazione (si pensi al catastrofico errore dell’annessione dell’Alsazia-Lorena), purtroppo la Germania è incapace di intendere che l’egemonia e il dominio sono due cose diverse.
    Per capirci meglio. Gli USA, vinta la guerra, hanno discusso due politiche alternative per l’Europa occidentale e in particolare per la Germania: il piano Morgenthau, e il piano Marshall.
    Il piano Morgenthau, che per un periodo iniziale fu parzialmente applicato alla Germania, prevedeva disindustrializzazione totale, deportazione di milioni di tedeschi, riduzione al limite e oltre il limite di sopravvivenza dell’assistenza agli sconfitti, etc.; anche la sua versione mitigata ha provocato terribili sofferenze al popolo tedesco.
    Poi però, nel ceto dirigente USA è prevalsa la scelta, politicamente lungimirante, del piano Marshall. E’ così che gli Stati Uniti d’America si sono guadagnati l’egemonia politica e culturale sull’Europa per tre generazioni almeno.
    La Germania di oggi sceglie l’equivalente – toute proportion gardée – del piano Morgenthau per chi cada sotto il suo dominio, e non ha neanche versato una goccia di sangue tedesco per convalidare il suo dominio.
    Francamente, la raccomandazione di Habermas non mi pare realistica.

  113. Segnalo il blog di Luciano Barra Caracciolo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, rappresentante italiano presso la rete UE degli organi di autogoverno del potere giudiziario, membro del gruppo di esperti per l’Accertamento dell’impatto della regolazione (AIR) presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, che insieme ad Alberto Bagnai fa parte del Comitato Scientifico dell’associazione A/simmetrie: http://www.asimmetrie.org/statement/

    Nel suo blog, Caracciolo affronta soprattutto gli aspetti giuridico-istituzionali del rapporto fra Italia e UE. A questa pagina: http://orizzonte48.blogspot.it/2013/03/percorso-di-orientamento-nel-blog-prima.html
    un utile percorso di orientamento.

  114. Caro Barone,
    la ringrazio dell’attenzione.
    Tuttavia, non mi pare che lei intenda rispondere alle mie obiezioni. In definitiva, continua ad utilizzare parti della teoria marxista per difenderne altre parti. Con ciò però, lei può al massimo riscontrarne elementi di coerenza, non di validità.
    Tanto meno, mi sembra impegnato a spiegare a un qualsiasi cittadino a cosa gli serva oggi nelle condizioni storicamente date la teoria marxista. Non credo che questi sarebbe lieto di sentirsi rispondere con “in principio fu il verbo…”, almeno così credo.

  115. * Genovese

    Il paradigma nel quale si situa la mia analisi non deriva dal cosmopolitismo social-liberista ed europeista, bensì da un progetto di ‘rinazionalizzazione’ dello Stato quale via maestra di una rivoluzione democratica e socialista che abbia la sua forza propulsiva e dirigente nel movimento operaio. Il corollario che sgorga da tale premessa è il seguente: di fronte alla borghesia capitalistica transnazionale che domina gli ‘spazi’, il movimento operaio storicamente si è sempre organizzato, ha combattuto le sue battaglie e ha conseguito le sue vittorie nei ‘luoghi’, ossia a partire dai territori e dalla dimensione nazionale. Sotto questo profilo, non vi è dubbio che un periodo di riunificazione della classe operaia e di iniziativa egemonica del movimento dei lavoratori a livello globale, insomma un periodo di nuovo “internazionalismo operaio”, potrà nascere solo in seguito a un processo di ‘verticalizzazione’ e divisione dei mercati, partendo da quelli finanziari per arrivare ‘tout court’ a quelli delle merci. La proposta di bloccare i capitali va esattamente in questa direzione e postula una forte volontà politica e culturale di contrasto teorico e pratico verso quelle tendenze alla ‘snazionalizzazione’ che, facendo passare la globalizzazione come un processo oggettivo e ineluttabile, hanno investito negli ultimi due decenni il nostro paese, hanno innescato in esso dinamiche disgreganti e lo hanno ridotto, sul piano economico, politico, etico e scientifico, ad uno stato larvale.
    In realtà, la globalizzazione e, quale suo necessario correlato, le divisioni che hanno investito il mondo del lavoro sono nate in misura rilevante da una serie di scelte politiche. Queste scelte hanno dato luogo ad una profonda differenziazione nei salari, nelle condizioni di lavoro e nelle tutele, differenziazione che ha accentuato la “guerra tra poveri”, cioè tra i lavoratori, che è il dato saliente della fase attuale su cui ho insistito nella mia analisi: lavoratori privati contro lavoratori pubblici, lavoratori precari contro lavoratori stabili, lavoratori giovani contro lavoratori anziani e, naturalmente, lavoratori autoctoni contro lavoratori immigrati. È su questo ‘ventre molle’ della questione sociale che giocano le loro carte con estremo cinismo le destre, strumentalizzando le “contraddizioni in seno al popolo” e spingendo verso la conversione del conflitto di classe (oggi totalmente denegato dalle sinistre) da conflitto ‘verticale’ in conflitto ‘orizzontale’, cioè ‘sezionale’ e corporativo. Del resto, non può sfuggire a chi esamini oggettivamente questi fenomeni socio-politici che sono proprio le crescenti differenze tra i lavoratori ad aver creato le condizioni per una sconfitta generale del mondo del lavoro nella distribuzione del reddito, nella scelta dei metodi e dei ritmi produttivi, nonché nel tipo di produzione che ci si propone di realizzare. I bassi salari italiani dimostrano, infatti, che la globalizzazione capitalistica non favorisce la convergenza tra i paesi, come sostengono i liberisti, ma produce divergenze economiche e politiche sia in termini di ‘sviluppo ineguale’ fra i diversi paesi capitalisti sia in termini di conflitti più o meno latenti fra ‘Stati disgreganti’ e ‘Stati disgregati’. Di questo fa fede, con tutta evidenza, la condizione, in cui si trova oggi l’Italia, di area periferica e marginale rispetto alle aree centrali dell’accumulazione capitalistica europea.
    Orbene, perché il paradigma sotteso al discorso di Genovese non mi convince? Non mi convince perché, da un lato, è teoricamente tributario di un determinismo economico la cui origine è quel principio che si suole indicare con l’acronimo “TINA” (‘there is no alternative’: non esiste alternativa); dall’altro, si inscrive in quella propensione globalista, propria di una certa sinistra, che nasce da un paralogismo di tipo pseudo-kantiano a causa del quale si ritiene che, mentre la globalizzazione preserva dai pericoli della guerra e del nazionalismo, lo Stato nazionale sia, per definizione, foriero di tali perniciose tendenze. La mia preoccupazione, invece, è che, se si accetta lo schema interpretativo sotteso alla posizione di Genovese, schema che è diffuso in vari ambienti della sinistra, il flusso di voti di alcune frazioni di lavoratori e di vasti settori delle masse popolari, che si indirizza attualmente verso le destre populiste e razziste, sia destinato a diventare inarrestabile.

  116. Scrive Barone:
    “La mia preoccupazione, invece, è che, se si accetta lo schema interpretativo sotteso alla posizione di Genovese, schema che è diffuso in vari ambienti della sinistra, il flusso di voti di alcune frazioni di lavoratori e di vasti settori delle masse popolari, che si indirizza attualmente verso le destre populiste e razziste, sia destinato a diventare inarrestabile.”

    In effetti, si veda qui l’analisi del voto alle presidenziali francesi del 2012 a cura della Fondazione Jean Jaurés:

    10 Janvier 2013

    Où en est le vote ouvrier ?

    par Jean-Philippe Huelin

    Si, lors de la campagne de 2012, les candidats de gauche ont souhaité reconquérir le vote des ouvriers, ceux-ci ont pourtant voté majoritairement Marine Le Pen.
    Comment comprendre ce vote au regard des mutations sociales et politiques touchant le monde ouvrier ?
    Plus qu’aucune autre, la campagne présidentielle de 2012 s’est placée sous le signe de la reconquête du vote ouvrier. Après la campagne de 2007 où les stratèges de Nicolas Sarkozy avaient réussi à préempter le vote ouvrier, l’élection de 2012 constituait une sorte de revanche pour les candidats de gauche. Pourtant, les ouvriers ont voté majoritairement Marine Le Pen. Comment comprendre ce vote au regard des mutations sociales et politiques touchant le monde ouvrier ?

    – Le vote ouvrier en 2012
    Tous les instituts de sondages ont cette année placé en tête au premier tour chez les ouvriers Marine Le Pen (28 à 35 %), devant successivement François Hollande (21 à 27 %) et Nicolas Sarkozy (15 à 22%). Le candidat du Front de Gauche ne réalise pas la percée escomptée dans le segment particulièrement symbolique pour lui du vote ouvrier. Le premier parti du vote ouvrier reste l’abstentionnisme.

    – Dynamique historique du vote ouvrier
    La conquête du vote ouvrier est le cœur vital des gauches marxistes françaises. Après la Seconde Guerre mondiale, l’alignement du vote ouvrier sur les partis de gauche se réalise progressivement. Le désalignement vient de l’exercice du pouvoir par le Parti socialiste et ses alliés notamment après les élections législatives de 1993.

    – Les raisons de ce désalignement
    Le déclin de l’industrie a entraîné la baisse du nombre d’ouvriers. De plus, avec le développement des ouvriers de service, la classe ouvrière a perdu de sa visibilité sociale. Fin des collectifs au travail, productivité à outrance, contrôle des entreprises par des grands groupes internationaux insérés dans une économie mondialisée, tout a vraiment changé dans l’environnement économique des ouvriers et rien ne favorise plus les solidarités ouvrières.

    – Vote Front national et dextrisme
    Le glissement progressif vers la droite et l’extrême-droite du vote ouvrier est d’abord un fait. Loin du vote protestataire longtemps incarné par Jean-Marie Le Pen, le vote FN devient de plus en plus un vote « pour ». Loin du transfert de l’extrême-gauche à l’extrême-droite, le vote ouvrier s’est radicalisé à droite.

    http://www.jean-jaures.org/Publications/Les-notes/Ou-en-est-le-vote-ouvrier

    Non è diversa la ripartizione sociale del voto italiano alle ultime politiche, anche se in Italia manca, naturalmente, un partito populista con la coerenza e il radicamento del FN francese, e va invece valutata la presenza, politicamente ambigua, del M5S.

    Si veda qui l’analisi a cura di demos:
    http://www.demos.it/a00831.php

  117. @ Cucinotta

    Marx ed Engels hanno distinto, nell’àmbito di ogni società, la ‘base’, ossia il binomio forze produttive/rapporti di produzione, dalle ‘sovrastrutture’ (Stato, ideologia, diritto, religione ecc.) e dalle ‘pratiche’. Essi hanno inoltre correlato le pratiche ai diversi livelli della base e delle sovrastrutture, distinguendo le pratiche in politiche, economiche, ideologiche ecc. Marx ed Engels hanno infine stabilito fra questi tre livelli della società relazioni specifiche, tali da consentire di spiegare e prevedere la dinamica reale della società. Le relazioni sono di tre tipi: a) ‘determinazione in ultima istanza’, corrispondente al ruolo svolto dalla base nei confronti degli altri due livelli (sovrastrutture e pratiche); ‘retroazione’, corrispondente al ruolo svolto dalla pratica e dalle sovrastrutture sulla base; c) ‘rivoluzionamento’, cioè un’azione trasformatrice della base e delle sovrastrutture, che un sola pratica, differente da tutte le altre, la pratica politica, è in grado di esercitare.
    Nella storia del marxismo questo modello ha subito due tipi di riduzione: uno di carattere genetico-formale ed uno di carattere prettamente soggettivistico. Il primo tipo di riduzione consiste nell’identificare il ruolo di determinazione della base sulle sovrastrutture con la genesi delle seconde da parte della prima: le sovrastrutture, concepite quali ‘forme’, sono tendenzialmente vanificate come ‘realtà materiali’ e appaiono come un semplice ‘riflesso’ meccanico della base; inoltre, la loro retroazione rispetto alla base, anche quando è riconosciuta, viene separata temporalmente dalla determinazione della base sulle sovrastrutture, sicché nella dinamica (ma, in questo caso, sarebbe più appropriato il termine di ‘meccanica’) delle relazioni intercorrenti fra i livelli dell’insieme la priorità appartiene sempre alla base. Il limite di questa concezione meccanicista – e la fonte delle conseguenti deviazioni – consiste nel fatto che essa non è capace di spiegare teoricamente le pratiche e le loro relazioni con i livelli della base e delle sovrastrutture, nel duplice senso che o le pratiche restano fuori dello spazio della teoria come un elemento arbitrario ed inintelligibile o risultano completamente omologate alle sovrastrutture.
    La concezione soggettivistica identifica invece la relazione base-sovrastrutture con la pratica della classe che detiene il potere (vista come soggetto creatore), alla cui potenza demiurgica viene ricondotta la genesi delle sovrastrutture, come se queste fossero il prodotto di un’azione cosciente e finalistica della classe medesima. Questa concezione non nega la determinazione in ultima istanza, ma riduce, ad esempio, l’ideologia (vista, alla stregua di tutte le altre sovrastrutture, come una mera creazione della classe dominante) ad uno strumento il cui unico carattere è quello di occultare la realtà. In tale ottica la retroazione delle ‘sovrastruttur-e’ (è opportuno sottolineare il plurale, poiché l’approccio in questione dissolve la molteplicità materiale delle sovrastrutture nell’unicità dell’azione soggettiva posta in essere dalla classe al potere), la retroazione delle sovrastrutture sulla base, dicevo, è identificata con la funzione di occultamento e mistificazione.
    Simili concezioni, oltre ad essere riduttive, sono anche dotate di uno scarso potere esplicativo, poiché sono incapaci di individuare le forme concrete e multilaterali secondo cui si articolano fra di loro base, sovrastrutture e pratiche. Ciò che resta escluso da questi approcci unilaterali è la ‘differenza tra sovrastrutture e pratiche’. Il primato leniniano della politica deriva dal fatto che nella nostra epoca vi è una, ed una sola, pratica che è atta a disgregare l’unità di una formazione sociale e ad aggregare una ‘nuova unità’: la pratica politica (o prassi cosciente della lotta di classe articolata sui tre fronti engelsiani della lotta economica, politica e teorica di classe). Essa è la forma più elevata – e l’unica forma rivoluzionaria – della pratica, in quanto si dirige, per disgregarla, sulla sovrastruttura statuale, cioè sull’apparato che garantisce l’unità della formazione sociale capitalistica. Ma le pratiche non sono altro che il prodotto dell’azione esercitata ‘congiuntamente’ dalla base e dalle sovrastrutture. Le pratiche, in altri termini, sono l’effetto della lotta fra le classi, laddove queste ultime non vanno viste né come realtà puramente oggettive (anche se il posto che gli uomini occupano nel – o rispetto al – processo produttivo è ciò che in ultima istanza determina l’esistenza delle classi) né come forze puramente soggettive (anche se le ideologie e le pratiche in cui esse si materializzano svolgono un ruolo importante nella definizione delle classi), bensì – assieme e nel contempo – come i supporti dei rapporti di produzione e le forze vive in azione sul terreno dell’intera formazione sociale.
    Dalla incomprensione di tali relazioni e del loro articolarsi secondo un ‘verso’ derivano le varie deviazioni del (e dal) marxismo, le quali a loro volta si configurano, in ultima analisi, come pratiche borghesi della lotta di classe ed agiscono nel senso di ostacolare o deformare o sabotare la lotta di classe per la conquista del potere politico e la trasformazione della società in senso socialista.

  118. Per Eros Barone.
    Come fa a dire che non vedo alternative e che sarei un determinista economico? Le vedo benissimo: tant’è vero che la dissoluzione dell’euro è un’ipotesi sul tappeto. Soltanto, per me è un’ipotesi regressiva, e cercherò ora di spiegarle il perché parlando, per quanto mi è possibile, la sua stessa lingua.
    Viene chiamata globalizzazione, per me è piuttosto il “caos planetario”. Parafrasando il vecchio presidente potremmo dire: grande è il disordine sotto il cielo, purtroppo la situazione non è affatto eccellente! La rivoluzione mondiale non avanza; e, per il momento almeno, non si vede neanche profilarsi una guerra mondiale che, secondo una delle previsioni del vecchio presidente, avrebbe condotto alla rivoluzione se questa non fosse riuscita ad anticipare la guerra. No: pur essendo densa di possibilità, come per definizione una condizione di caos, lo sfarinarsi delle possibilità stesse appare quasi la possibilità più probabile. È l’idea della catastrofe, presa in considerazione anche da Marx (oltre che successivamente da Rosa Luxemburg, con lo slogan “socialismo o barbarie”).
    A cosa si deve questa situazione di blocco dei possibili, pur in presenza della relativa apertura successiva alla cosiddetta guerra fredda? Al fatto che siamo in una situazione del mondo sfrenatamente policentrica. Lei parlerebbe forse di “ultraimperialismo”; io, invece, preferisco soffermarmi su un altro aspetto: quello della esplosione-implosione delle culture intese in senso antropologico. Ogni cultura pretende di essere dominante a casa propria (ecco il “luogo”, sì, ma in maniera del tutto regressiva). Cos’è per esempio la Cina? Uno stranissimo ibrido tra la vecchia modernizzazione occidentalizzante (noti l’ossimoro) e la tradizione culturale autoctona. È questo enorme pasticcio ad avere dato vita, incredibilmente secondo certi canoni, a un’economia competitiva a livello mondiale.
    Lo si vede dappertutto. Le culture “reincorporano” l’economico, si mangiano anche l’autonomia della politica. Come nei nazionalismi del passato, proprio il “luogo” (per nulla in contrapposizione con gli “spazi”, tant’è vero che si parla di “glocal”) diventa, nei populismi, il cemento interclassista che impedisce il conflitto sociale. L’Italia ne è un triste esempio. Quando, in un’impresa di una decina di operai con il suo bravo padroncino, gli interessi di classe si confondono, addio al conflitto sociale! Siamo sotto un paternalismo-populismo di fatto. Per giunta quella italiana è già oggi, in larga misura, un’economia dipendente: nel Nordest si produce componentistica per l’industria tedesca, quando non merci a basso contenuto tecnologico scarsamente competitive.
    Lei, nelle sue analisi, dimentica poi un aspetto: lo sviluppo tecnico, l’automazione, hanno polverizzato la classe operaia di fabbrica: è l’altra faccia della globalizzazione, ma non riducibile a questa, nel senso che l’applicazione della tecnologia ai processi produttivi è una tendenza storica di lunghissimo periodo. C’è dunque un incremento della componente di capitale fisso nelle merci, che espunge la forza lavoro viva; c’è l’immaterialità crescente, ci sono la flessibilizzazione e la precarizzazione dei lavori; c’è l’assenza di un “luogo” dell’aggregazione operaia, che un tempo era dato dalla grande fabbrica. Sono tutti elementi che rendono oggettivamente difficile la lotta di classe. Unire i salariati (e magari i disoccupati, i sottoccupati e le partite Iva) deve diventare, perciò, uno sforzo da compiere su un piano transnazionale, con un sindacato europeo.
    Rinazionalizzare in senso progressivo è un puro sogno. Non lo è, invece, in senso regressivo: ed è quanto tentano di fare le leghe oppure Marine Le Pen, che ha un piede nella “francesità” – la cultura in senso etnico – e uno nell’eterna Francia di Vichy.
    Infine, le propongo un parallelo storico. Anche l’unità italiana è stata fatta da classi dirigenti spaventosamente miopi, e tuttavia è stato un terreno di lotta più avanzato – anzi, l’unico possibile – per il movimento operaio e socialista dell’epoca. Se l’immagina un Bava Beccaris napoletano, un altro austriaco e uno del granducato di Parma, Piacenza e Guastalla? Meglio averne di fronte uno solo. Allora che ci sarebbe di così tremendo se il sindacato, di cui lei fa parte, fosse su base europea, se davanti alle “forze proletarie” ci fosse una federazione di Stati, sia pure con la Germania in posizione dominante? Lei costruirebbe il suo “partito comunista europeo (m-l)” e si misurerebbe con la rivoluzione a livello continentale. Non le pare?

  119. Dall’entrata nella moneta unica, qual è stato il differenziale di inflazione fra Italia e Germania?
    Circa del 20%.
    Quindi significa che ogni bene prodotto in Italia – sia esso in concorrenza sul mercato globale, sia esso prodotto per l’interno e quindi sottoposto alla concorrenza dei prodotti importati, – è come se avesse scritto un + 16% sul cartellino del prezzo.
    Quando faccio notare questo semplice fatto, la gente mi ride dietro.
    “Ma come, vuoi combattere sul mercato globale con il prezzo?”
    E’ inutile, quindi, discutere, né di questo né di altri argomenti.
    Bisogna solo aspettare che la costruzione crolli da sola. E non è la prima volta nella storia che questo succede.

  120. @ Barone

    “che un formidabile fattore di passivizzazione, di ricatto e di depotenziamento del conflitto sociale sia, proprio in Italia, la linea della casa in proprietà”.

    Egregio Barone, sono stato umilmente alla finestra, felice di questo dibattito, prezioso (succede) e civilissimo (non succede quasi mai) ma sono sconcertato dalla Sua riduttiva spiegazione del prevalere della peggiore(?) delle nostre due costanti antropologiche:

    Non voglio inoltrarmi sul terreno simbolico, e nemmeno soffermarmi troppo sui vantaggi materiali e psicologici che l’acquisizione della Casa comporta (che ne sarebbe di tanti della legione dei 600 € se non avessero almeno un tetto sulla testa, se con quei 600 dovessero anche pagarci l’affitto? ); mi limiterò a far notare che chi non la possiede si trova ‘impiccato’ fino alla morte dalle stesse cifre di un mutuo senza che alla fine neppure i suoi familiari entrino in possesso di qualcosa, facendo un grosso favore a quella che una volta si stigmatizzava come rendita parassitaria. Comprendo che il desiderio di una casa venga rubricato come aspirazione borghese ma davvero non vedo perché chi non la possiede dovrebbe essere più combattivo di chi ce l’ha. La prospettiva di finire sotto i ponti con la famiglia rende più fieri e baldanzosi?

    Non una parola, invece, sul più formidabile dei fattori di passivizzazione, la pervicace, scientifica, proterva opera della Casta Mediatica, molti esponenti della quale, non a caso, risultano sul libro paga di servizi stranieri. E non mi riferisco ai soliti format spazzatura ma ai programmi ‘di approfondimento’ e alla totalità della stampa, in particolare di quella Repubblica che ha letteralmente ‘costruito’ gli esponenti del ceto medio semicolto (uso per comodità una definizione che non mi ha mai convinto, sfido anzi l’amico Buffagni a coniare un termine più calzante).

    Non scrivo per evidenziare le differenze tra ‘noi’ (termine sempre in attesa di definizione), che è bene forse mettere da parte, ma se, come quasi tutti qui dichiarano, occorre individuare il nemico, credo sia indispensabile anche individuare i suoi più organici alleati, che, a me sembra, non sono i palazzinari.

  121. Caro Elio,
    vediamo qualche equivalente per “ceto medio semicolto”.
    i Mitili Ignoti
    B&B dell’Abisso
    Lost in Translation
    i Penultimi Uomini
    [segue]
    Poi ne avrei qualcun altro non male, ma impubblicabile perché incivile.

    Approfitto per farti notare che se Barone ce l’ha con la casa in proprietà, Genovese è assai più radicale, e ce l’ha con:

    a) “le culture che pretendono di essere dominanti a casa propria”, queste maleducate asociali (per la verità ci sarebbero anche culture che pretendono di essere dominanti a casa altrui ed entrano con i cacciabombardieri senza bussare, ma non facciamo i difficili).

    b) “le imprese di una decina di operai con il loro bravo padroncino” [metastasi italiana] dove “gli interessi di classe si confondono”, e addio “al conflitto sociale”. Viva i fabbriconi! Ma allora com’è che i fabbriconi italiani dell’I.R.I. la sinistra li ha svenduti/privatizzati/fatti a pezzettini quasi tutti, e adesso lancia l’ideona di svendere anche i pochi che restano? Perché essendo statali e non sovrannazionali erano metastasi anche loro? Mah.

    c) “l’incapacità culturale di uscire da un’idea di famiglia come nucleo economico-affettivo, ciò che nel passato ha implicato una corsa alla proprietà, all’idea dell’eredità da lasciare ai figli”. Non si capisce bene che cosa dovrebbe diventare la famiglia, forse un circolo di lettura? Una setta catara, solo puro amore e niente soldi? Una aziendina solo soldi e niente amore no, perché la piccola impresa nuoce al conflitto sociale. Non si sa. Forse, grazie alle “importanti riforme “societarie” (Pacs, matrimonio gay) che intacchino l’egemonia familistica in Italia”, le famiglie diventeranno circoli Arcigay. Per “l’idea dell’eredità da lasciare ai figli”, non c’è problema: basta non avere più né la casa né un soldo, e ai figli gli lasci solo i debiti, così quei bamboccioni “si ritrovano a contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna” (Padoa Schioppa) e chissà, magari fondano un fabbricone, e/o fanno la rivoluzione mondiale.

    Tanti anni fa, i lavoratori della Germania Est protestarono contro il governo comunista. In confronto ad oggi si lamentavano del brodo grasso, perché in Germania Est, per esempio, le lavoratrici incinte avevano un anno di permesso pagato al 100%. Comunque, avranno avuto i loro motivi, e protestarono, scioperando, etc. Il Partitone/Stato comunista la prese molto male e li accusò, in buona sostanza, di essere populisti che facevano il gioco della reazione mondiale.
    Bertolt Brecht, che in Germania Est aveva scelto di viverci, commentò suggerendo al Partitone: “Sciogliete il popolo”.
    Pensava di fare una battuta di spirito: e vedi invece che qui si fa sul serio. I popoli sono populisti, sciogliamoli!

  122. Per Rino Genovese.

    Procedo, nella risposta alle Sue osservazioni, riportando gli enunciati chiave (o almeno quelli che a me paiono tali) del discorso da Lei svolto, e mi scuso fin d’ora se le mie repliche e contro-deduzioni saranno un po’ più estese delle Sue obiezioni.

    «Viene chiamata globalizzazione, per me è piuttosto il “caos planetario”.»

    A mano a mano che la globalizzazione capitalistica si dispiega, la contraddizione tra capitale e Stato si palesa sia sul terreno delle politiche economiche interne sia nel crescente contrasto tra le ambizioni geopolitiche delle classi dirigenti dei singoli Stati e gli interessi del capitale multinazionale. Tali classi (perlomeno quelle che meritano di essere definite dirigenti e non serventi) mirano a consolidare il proprio potere, favorendo lo sviluppo economico necessario per garantire la coesione sociale; il capitale globale, invece, mira ad estendere i processi di liberalizzazione e di competizione internazionale, generando così una tendenza alla depressione produttiva e all’impoverimento delle classi lavoratrici nei paesi avanzati, che contribuisce ad inasprire il conflitto sociale ed esalta la funzione dello Stato in quanto “guardiano notturno”. È pur vero che le funzioni della cosiddetta ‘governance’ globale sono state adempiute con una certa efficienza dagli Stati Uniti fin verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso; dopodiché l’accelerazione del processo di globalizzazione, accentuando la concorrenza dei paesi emergenti nei confronti dei paesi avanzati, ha ridotto la capacità di questi ultimi nel governare il mondo e ha determinato, con il risorgere delle ambizioni tedesche, da una parte, e l’emergere di quelle cinesi, dall’altra, un’acutizzazione delle rivalità inter-statali. Sono questi i processi che, insieme con quella sorta di guerra mondiale valutaria che è scoppiata negli ultimi due anni, hanno contribuito all’approfondimento della grande crisi in corso, ponendo in essere quel circolo di ‘rivalità-crisi-rivalità’ che o si risolve nella costruzione di un nuovo stabile assetto delle relazioni tra le grandi potenze o è destinato a sfociare nella guerra. A questo proposito, l’ipotesi kautskiana dell’ultra-imperialismo, pur riconosciuta teoricamente da Lenin come tendenza di lunghissimo periodo, è stata da lui altrettanto giustamente criticata nel suo famoso saggio in quanto apologetica e tendente ad occultare il carattere insanabile delle contraddizioni inter-imperialistiche.
    Si può dunque sottoscrivere, senza condividere visioni apocalittiche come quelle richiamate da G., ma anzi movendo da questi presupposti per impostare e risolvere correttamente il problema della rivoluzione socialista, quanto ha rilevato Immanuel Wallerstein: “La contraddizione politica fondamentale del capitalismo in tutta la sua storia è che i capitalisti hanno un interesse politico comune in quanto c’è una lotta di classe mondiale in corso. Allo stesso tempo tutti i capitalisti sono rivali di tutti gli altri capitalisti […] Siamo entrati in un mondo caotico […] Questa situazione di caos continuerà per i prossimi venti o trenta anni. Nessuno la controlla, tanto meno il governo degli Stati Uniti. Il quale è alla deriva in una congiuntura che cerca di gestire ovunque ma che è incapace di gestire.”

    «Lo si vede dappertutto. Le culture “reincorporano” l’economico, si mangiano anche l’autonomia della politica. Come nei nazionalismi del passato, proprio il “luogo” (per nulla in contrapposizione con gli “spazi”, tant’è vero che si parla di “glocal”) diventa, nei populismi, il cemento interclassista che impedisce il conflitto sociale.»

    Dal chiarimento teorico sul rapporto base-sovrastrutture-pratiche, che ho fornito in un precedente intervento, è possibile dedurre che le culture definiscono l’àmbito delle soggettività sociali: un àmbito che, se per un verso è più ampio di quello dell’ideologia ma più ridotto di quello della società, è per un altro verso più impalpabile di quello dell’economia ma più tangibile di quello della teoria. Da questo punto di vista, è opportuno osservare che il post-modernismo (al quale G. mi sembra molto vicino per il suo approccio culturalistico) non è universalista ma cosmopolita, il che è cosa ‘toto coelo’ differente dall’internazionalismo. Infatti, mentre per l’internazionalismo operaio l’universale è compatibile col nazionale, talché la cultura universale risulta essere una ‘summa’ delle opere migliori delle culture nazionali, la cultura cosmopolita prescinde dai confini nazionali né più né meno di come fanno i soldi e le imprese transnazionali. Ma vi è di più: il cosmopolitismo appartiene alla cultura del capitale globale, mentre l’internazionalismo marxista è una forma di resistenza politica a questo mondo. Vi è un passo dei “Grundrisse” che merita di essere citato, poiché in esso Marx definisce sinteticamente il comunismo come “la forma della comunità”; ebbene, se è vero che questa “forma della comunità” è lo scopo e l’internazionalismo proletario (riassumibile nella parola d’ordine che conclude il “Manifesto del partito comunista”: “Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi!”) è il mezzo, è altrettanto vero che, essendo i lavoratori sempre legati a un ‘luogo’, a differenza del capitale che è un ‘perpetuum mobile’, sia lo scopo che il mezzo possono essere raggiunti solo in termini di locale e di particolare. Ciò comporta che il movimento operaio impari a coniugare il particolare e l’universale esattamente come ha fatto la borghesia con lo Stato-nazione, ma in modo tale che il recupero del terreno fondativo dello Stato-nazionale – terreno su cui il movimento operaio è più forte – costituisca la ‘conditio sine qua non’ del suo superamento verso la ‘forma della comunità’, ossia verso la realizzazione dell’universalità a livello della specificità individuale (ossia verso il comunismo che, sempre nel “Manifesto”, è definito come “società di liberi e di eguali”). Concludendo su questo punto, è possibile affermare che, se il cosmopolitismo postmoderno è un particolarismo universalizzato, la visione del socialismo è quella di un universalismo diventato particolaristico, vale a dire di un universalismo per cui la molteplicità delle diverse culture rappresenta la necessaria premessa di una cultura universale. Si potrebbe obiettare, magari appellandosi alla legge di Hume, che ciò che per il capitalismo è un fatto diventa per il comunismo un valore, ma a questo riguardo occorre sottolineare che Marx, ponendosi dal punto di vista del materialismo, respinge l’idea di ‘astrarre’ l’universalità dalle differenze, così come l’idea di scindere il “citoyen” dal “bourgeois” o il valore di scambio dal valore d’uso. In breve, per il pensiero comunista l’universalità è insita nel locale, non alternativa ad esso.

    «Lei, nelle sue analisi, dimentica poi un aspetto: lo sviluppo tecnico, l’automazione, hanno polverizzato la classe operaia di fabbrica: è l’altra faccia della globalizzazione, ma non riducibile a questa, nel senso che l’applicazione della tecnologia ai processi produttivi è una tendenza storica di lunghissimo periodo.»

    Concordo sulla premessa (l’automazione come grande vettore storico) a tal punto che, con Marx, considero la riduzione del lavoro necessario, in cui essa consiste, una delle tendenze storiche che realizzano, sotto il capitalismo, le premesse materiali del comunismo (le altre due sono lo spostamento della frontiera tra società e natura e la potenziale formazione di un’umanità integrata a partire dalla costituzione del mercato capitalistico mondiale). Sennonché G. passa con eccessiva disinvoltura sopra i rapporti di produzione capitalistici sotto i quali questo processo si realizza nel mondo attuale. E se, grazie all’automazione, la produttività e i profitti crescono, è pur vero che non solo cresce la disoccupazione sia strutturale sia congiunturale (talché oggi è possibile giungere a formulare, stante il nesso tra sviluppo e crisi del capitalismo, la legge economica della disoccupazione crescente), ma cresce anche l’enorme massa di merci che, una volta prodotte, non trovano sul mercato una domanda solvibile che permetta ai capitalisti di realizzare il plusvalore incorporato in esse. Questo tuttavia non significa che la stragrande maggioranza della popolazione dei paesi capitalistici non sia più formata da lavoratori salariati: anzi, il lavoro salariato costituisce, all’interno dei processi e delle leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico, la base di esso modo su una scala molto più grande che ai tempi di Marx. Basti pensare all’aumento della produzione dei servizi rispetto a quella dei beni materiali, laddove ciò si realizza soprattutto con processi di esternalizzazione dei servizi e di fasi del processo produttivo a basso valore aggiunto, processi caratterizzati da uno sfruttamento selvaggio del lavoro; oppure ai processi di delocalizzazione in cui il capitale va a caccia di forme di lavoro con uno scarso contenuto di diritti e un bassissimo salario. Certo, è innegabile che la minaccia sempre incombente della disoccupazione e, in particolare, il micidiale intreccio tra la disoccupazione congiunturale e quella strutturale, così come l’‘accumulazione flessibile’ della cosiddetta epoca post-fordista resa possibile, per l’appunto, dall’automazione della produzione e dall’intensificazione del lavoro, esercitino un’influenza determinante sul generale peggioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici. D’altra parte, gli sviluppi, le tendenze e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo (la crescente “incertezza dell’esistenza” di cui parlava Engels più di un secolo fa) confermano l’analisi scientifica di Marx sul lavoro salariato, sulla “proletarizzazione” e sull’impoverimento assoluto e relativo di strati sociali sempre più estesi nei paesi avanzati, per non parlare dei livelli di schiavitù, di feudalesimo e di miseria assoluta nel Terzo e nel Quarto mondo.

    «Allora che ci sarebbe di così tremendo se il sindacato, di cui lei fa parte, fosse su base europea, se davanti alle “forze proletarie” ci fosse una federazione di Stati, sia pure con la Germania in posizione dominante?»

    Evidentemente, G. ha dimenticato (forse per effetto di una rimozione) l’esito dello sciopero europeo del 14 novembre 2012. Uno sciopero che, pur essendo stato proclamato di comune accordo dalla Confederazone europea dei sindacati (CES) , della quale fanno parte i sindacati confederali del nostro Paese, non essendo stato né pubblicizzato né tanto meno preparato, è passato sul mondo del lavoro italiano ed europeo come l’acqua sul marmo. A questo punto, dubiterei (non dell’intelligenza ma) dell’onestà di G. se egli avesse bisogno di altre prove di questo tipo per comprendere: a) quanto sia priva di senso e del tutto velleitaria la parola d’ordine dell’“unità transnazionale”, che egli propone, in un’eurozona dove sono presenti livelli salariali fortemente diversificati a causa delle politiche di ‘dumping sociale’ perseguite dai Paesi economicamente più forti e ‘in primis’ da quella Germania alla cui borghesia G. chiede di inchinarsi; b) le conseguenze derivanti per lo Stato italiano e per il movimento sindacale del nostro Paese dalla legge dello sviluppo economico e politico ineguale del capitalismo, che Lenin ha enunciato demistificando, alla luce di tale legge, il carattere illusorio, ad un tempo utopistico e reazionario, della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, la cui sola enunciazione, con la sua omologia rispetto agli attuali Stati Uniti d’America, da sola è sufficiente a screditare e a rendere inaccettabile la prospettiva politico-culturale di coloro che la propongono; c) che il parallelo storico tra l’unità italiana e quella europea è privo di fondamento per l’assenza, nel secondo caso, di un soggetto che si chiama ‘popolo’; d) la necessità di un progetto di “rinazionalizzazione” che, attraverso la fuoriuscita dall’euro e dalla UE, spezzi la crescente subordinazione dell’economia italiana al capitalismo franco-renano (subordinazione peraltro riconosciuta dallo stesso G.) e il ruolo ancillare che è stato assegnato, nella divisione internazionale del lavoro, all’economia, alla politica e alla cultura del nostro Paese.

  123. Caro Paoloni, mi sembra difficile negare il carattere piccolo-borghese dell’ideologia proprietaria sottesa alla privatizzazione e alla mercatizzazione di quello che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso veniva tematizzato dal movimento operaio, in un’accezione squisitamente universalistica e collettiva, nonché parzialmente riconosciuto dagli stessi governi nazionali con i piani di edilizia pubblica e popolare, come “diritto alla casa”; mi sembra difficile negare che la linea della casa in proprietà svolga un ruolo di neutralizzazione del conflitto sociale ben più potente, in quanto strumento materiale nei suoi effetti e nelle sue modalità, di quello svolto dalla disinformazione e dalla comunicazione deviata che viene ininterrottamente prodotta e riprodotta da quell’apparato di prostituzione politica, economica ed intellettuale che Lei definisce, e giustamente stigmatizza, come Casta Mediatica; mi sembra poi insostenibile, alla luce dei livelli di rimborso dei mutui per la casa raggiunti negli ultimi anni e prescindendo da altre motivazioni legate alle scelte di vita delle persone (vendere una casa, ad esempio, non è la stessa cosa che disdire un contratto di affitto per chi deve o vuole cambiare la località in cui vivere), affermare, come Lei fa, che, variando l’estensione dell’unità abitativa in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare, non esiste differenza tra l’affitto e il rateo di un mutuo. So bene che nel nostro Paese quasi l’80% dei cittadini sono proprietari di almeno una casa, ma mi chiedo anche se l’attuale composizione demografica della società nazionale, con una fascia sempre più ampia di anziani e con un calo demografico compensato unicamente dai flussi migratori, consentirà, in un periodo medio-breve, di mantenere, o invece non ridurrà drasticamente le schiere oggi in apparenza così folte del ‘popolo dei proprietari’.
    In effetti, io sono convinto che l’ideologia proprietaria impedisce ai lavoratori di cogliere i propri veri interessi e li rende succubi della borghesia. Marx descrive le condizioni dei contadini francesi, vittime più che beneficiari della proprietà parcellare. I terreni erano ipotecati, le vere proprietarie erano le banche, che intascavano gran parte dei frutti del lavoro dei contadini, imponendo loro un livello di vita spesso peggiore di quello dei proletari e mantenendoli in uno stato che rasentava la barbarie: «Il contadino francese, sotto forma di interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma di interessi per anticipazioni dell’usuraio non garantite da ipoteca, cede al capitalista non solo la rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, e così precipita al livello del fittavolo irlandese: e tutto ciò sotto il pretesto di essere proprietario privato» (K. Marx, “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, Parte Terza, “Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850”). Negli Usa e in Europa istituti bancari, assicurativi e società finanziarie hanno concesso crediti per l’acquisto della casa a persone che non avevano la possibilità di pagare. Si pensava di ridurre i rischi, perché le banche li diluivano in tutto il mondo attraverso ‘bond’, fondi e altri prodotti finanziari derivati. I piccoli acquirenti di tali titoli, completamente all’oscuro della gigantesca truffa, si sono ritrovati con un pugno di carta straccia in mano, mentre gli americani poveri, non riuscendo più a pagare le rate sempre più gravose del mutuo, hanno perduto la casa. Così, sono crollati i prezzi immobiliari e molte famiglie hanno perso i risparmi di una vita. La Banca Europea e la Federal Reserve sono corse in aiuto, non dei truffati, ma delle banche, mettendo a disposizione miliardi di dollari e di euro. Mentre negli Usa per la crisi dei ‘subprime’ si registravano tassi d’insolvenza superiori al 60%, i nostri politicanti, banchieri e industriali spergiuravano che in Europa il problema è assai meno grave. Ma le banche europee sono coinvolte fino al collo in queste speculazioni e possiedono ancor oggi tonnellate di titoli spazzatura. In Italia persino il quotidiano che è il portavoce diretto dell’ideologia confindustriale, “Il Sole 24 Ore”, ha parlato della necessità di «una sorta di ‘moral suasion’ nei confronti delle banche», perché rinegozino gratuitamente i mutui a tasso variabile e allunghino il periodo di ammortamento. Ma è come pretendere che una vipera non morda o uno scorpione non punga! Comunque sia, era facile prevedere che le destre, con i leghisti in testa, rilanciassero la vecchia favola dei mutui agevolati per divenire proprietari della casa e soffiassero sul fuoco della guerra tra poveri, chiedendo che le case popolari siano assegnate esclusivamente ad italiani.
    Eppure il problema della casa era già stato affrontato con estrema chiarezza quasi centotrent’anni fa in uno scritto di Engels, “La questione delle abitazioni”, ricavato da tre articoli apparsi nel 1872 e ripubblicati sotto forma d’opuscolo nel 1887. Engels scrive: «Poniamo che in una data regione industriale sia diventato normale che ogni operaio possegga la sua casetta. In questo caso la classe operaia di quella regione abita gratuitamente; del valore della sua forza-lavoro non fanno più parte le spese per l’abitazione. Ma ogni riduzione dei costi di produzione della forza-lavoro, cioè ogni durevole deprezzamento dei bisogni vitali del lavoratore, ‘in forza delle ferree leggi dell’economia politica’, si risolve nel ridurre il valore della forza-lavoro e finisce quindi per avere come conseguenza una corrispondente caduta del salario. Quest’ultimo, quindi, verrebbe decurtato in media del valore medio della pigione risparmiata, vale a dire che il lavoratore pagherebbe l’affitto della sua propria casa non più, come prima, in denaro al padrone, ma in lavoro non retribuito all’industriale per cui lavora. In tal modo i risparmi dell’operaio investiti nella casetta diventerebbero, sì, in un certo qual senso, capitale, ma non per lui, bensì per il capitalista che gli dà lavoro.» Engels aggiunge: «Per gli operai delle nostre grandi città la prima condizione vitale è la libertà di movimento, e la proprietà fondiaria non può essere altro che una catena, per loro. [….] Procurate loro una casa in proprietà, incatenateli di nuovo alle zolle, ed ecco che spezzerete la loro capacità di resistenza contro la politica di riduzione salariale condotta dagli industriali.» Purtroppo questa lezione è stata ben assimilata dal capitalismo e non dagli operai ai quali era rivolta, i quali a milioni si sono indebitati per comprare la casa. In questo senso, le ore di straordinario non si contano e, oltre a perderci in tempo libero e salute, gli operai deve contenere i già modesti consumi propri e dei familiari. Gli scioperi, se ci sono, devono essere limitati non solo per contenere la perdita salariale, ma anche e soprattutto perché chi si mette troppo in vista ed è licenziato perde tutto. Così la capacità di resistenza è spezzata.
    Bankitalia ha rilevato che la spesa per la casa a Roma e a Milano può arrivare fino al 70% del reddito di una famiglia: «Nel mercato dell’abitazione in proprietà si presentano situazioni di disagio sociale. La sostituzione di un canone di locazione con una rata di mutuo non è avvenuta alla pari». Ad affermarlo è la società di studi Nomisma, che così descrive la situazione: «Il mutuo, causa soprattutto l’aumento dei tassi d’interesse delle banche, è sempre più alto e le famiglie fanno fatica a pagarlo. Per il mercato italiano dei mutui si tratta di una crescita senza precedenti. Sono aumentate le famiglie indebitate e la loro esposizione è peggiorata negli anni recenti».
    Con tutto ciò, neppure la soluzione dell’affitto è facile. È senz’altro preferibile perché meno ingannevole, non lega al suolo e rende più agevoli i trasferimenti, ma ha i suoi aspetti negativi. I precari spesso non riescono a trovare case in affitto, perché le agenzie, non appena sentono parlare di lavoro a tempo determinato, cambiano tono. Molte case sono sfitte e, per celarle al fisco, molti proprietari disdicono persino il contratto per la corrente elettrica. Questo è possibile non solo perché il nostro catasto è meno efficiente di quello del tempo dell’imperatrice Maria Teresa, ma anche perché i diversi governi non hanno fatto nulla per sanare la discesa nella clandestinità di molti proprietari di case. Occorre infine considerare che è principalmente la diffusione della proprietà la causa che riduce il mercato degli affitti, facendo salire i prezzi. Come Engels precisa, «non è la soluzione del problema delle abitazioni che risolve al tempo stesso la questione sociale, ma solo la soluzione di questa rende possibile al tempo stesso quella del problema della casa». Nei periodi di ‘boom’ economico fioriscono i sogni proprietari dei lavoratori; in tempi di crisi avviene invece la grande scrematura: debiti, fallimenti, pignoramenti. Operai e piccoli borghesi si accorgono di aver lavorato per i grandi finanzieri, che speculano sulle loro disgrazie, e una potente ondata di proletarizzazione e anche di pauperizzazione scuote la società.
    Detto ciò, caro Paoloni, non intendo fare della questione della casa in proprietà, almeno in questa fase, quando occorre costruire un vasto schieramento di forze economiche, sociali, politiche e culturali a sostegno della linea della “rinazionalizzazione”, una discriminante. Penso però che nel programma economico e sociale della “rinazionalizzazione” il diritto alla casa dovrà essere garantito, con adeguati investimenti pubblici e piani pluriennali di edilizia popolare, alle masse lavoratrici così come ai giovani, ai precari così come ai pensionati.

  124. Caro Barone, neanch’io, come dicevo, intendo fare della questione casa una discriminante. Non mi sembra però “insostenibile” affermare che “variando l’estensione dell’unità abitativa in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare, non esiste differenza tra l’affitto e il rateo di un mutuo”. Lei cita Bankitalia: “La sostituzione di un canone di locazione con una rata di mutuo non è avvenuta alla pari.” Sicuramente c’è una differenza tra l’importo della rata e quello dell’affitto, che in certe zone non è – o non è stata – molto ampia, ma se anche questa differenza fosse cospicua la possibilità di entrare in possesso del bene la rende accettabilissima. Un bene difficile da vendere, nota Lei, in caso di trasferimento, ma che si può sempre affittare per pagarci l’affitto nel nuovo domicilio.
    Non faccio l’agente immobiliare ma, almeno fino a qualche anno fa, l’unico fattore che tratteneva gli affittuari dall’accendere un mutuo casa era la mancanza di un gruzzoletto iniziale, necessario per anticipi, spese notarili ed altro.
    Con tutto il rispetto le condizioni dei contadini francesi descritte da Marx mi paiono irrilevanti. Più calzante la tesi di Engels sulla sostanziale parità di reddito tra operai muniti di casa e operai erranti (anche se le leggi dell’economia politica non sono così ferree e la quantificazione degli stipendi dipende da molti altri fattori).
    Che i mutui siano recentemente diventati più onerosi è un fatto contingente. Che si siano truffati gli acq

  125. Caro Genovese, ha ragione, forse non occorre, e di sicuro i provvedimenti che elenca sono tutti giustissimi. Per quanto all’egemonia familistica e alla piccola casa di proprietà (e non la terza casa a Park Avenue o la seconda a Capri) mi sembra che questo breve servizio riassuma assai bene lo stato delle cose, con una buona notizia in coda:

  126. uirenti è un fatto contingente e anche l’aver indotto i malcapitati ad accettare il tasso variabile. E’ roba da codice penale. Ma mi sembra di capire che, aldilà delle considerazioni economiche e nonostante il sacrosanto inserimento del diritto alla casa nel nuovo programma, Lei continui a vedere nell’aspirazione alla casa un ‘cedimento’ ideologico, come fa Genovese, che di Engels abbraccia in pieno certe diffidenze sulla famiglia.
    Resta il fatto che non si intravede una brigata armata costituita da affittuari. Del resto Lei ammette che “neppure la soluzione dell’affitto è facile”, quali che ne siano le cause. Si è tutti abbrutiti dalla miseria incombente e, in seguito a quella che Lei definisce “la grande scrematura” molti proprietari di casa sono disperati come e più dei nullatenenti. Che la disperazione di entrambe le categorie si risolva nell’autolesionismo, nel suicidio, invece di spingere contro i nemici ha a che vedere con strane categorie della mente, non dell’economia politica, e anche qui, in questo affermarsi di un inopinato senso di colpa e nell’incapacità di individuare i bersagli entra a pieno titolo la casta mediatica, la potenza delle armi di distrazione di massa.
    Ma non è il caso di continuare a discutere su questo argomento, anche perché, come Lei rileva, già l’80% degli italiani sono proprietari di case e l’altro 20% probabilmente le erediterà (il comico vantaggio della denatalità è che non ci sarà più da accapigliarsi sulle spartizioni: con un figlio a testa il problema è risolto).

  127. Scrive Genovese:

    “Allora che ci sarebbe di così tremendo se il sindacato, di cui lei fa parte, fosse su base europea, se davanti alle “forze proletarie” ci fosse una federazione di Stati, sia pure con la Germania in posizione dominante?”

    Tralascio ogni considerazione in merito al “sindacato europeo”, perché in proposito Barone ha già detto tutto, e come meglio non si potrebbe.

    Tocco invece il tema “federazione di Stati, sia pure con Germania in posizione dominante”, per dire solo questo:
    a) la Germania non vuole federare l’Europa
    b) se anche volesse, non saprebbe
    c) se anche sapesse, non potrebbe.

    a) Da trent’anni a questa parte, la politica europea tedesca non va nel senso raccomandato da Habermas, (v. una sintesi della posizione di Habermas nel mio intervento del 20 agosto 2013 alle 09:59) ma in direzione diametralmente opposta. Terra terra: i tedeschi non mostrano la minima intenzione di accollarsi la responsabilità economica e politica di una federazione europea. Non solo non danno segno di voler mai cacciare i soldi (che sarebbero tanti) per ripianare i debiti dei paesi eurodeboli, ma anzi fanno del loro meglio per affogarli nei debiti privati e pubblici per poi acquistarne a prezzi stracciati i più appetitosi asset e subordinarli in una posizione di vassallaggio permanente e strutturale. Sul piano politico, non solo incoraggiano attivamente la frammentazione degli Stati nazionali eurodeboli (nel caso della ex Jugoslavia, la destabilizzazione da loro promossa ha concausato terrificanti guerre civili e di secessione); ma dopo che hanno distrutto o destabilizzato gli Stati con manovre di guerra economica e diplomatiche, non si assumono la diretta responsabilità di governarli che, nel diritto di guerra, compete alle potenze occupanti; con la scusa che non si sono viste in giro le divisioni corazzate tedesche e che anzi l’opera di disgregazione viene compiuta in forma di “correzione fraterna” e a scopo pedagogico; per cui li si dovrebbe anche ringraziare. Non è partire col piede giusto, se si vuole diventare egemoni. Se si vuole invece suscitare durevoli e radicati risentimenti nazionalistici, è una ricetta infallibile.

    b) per la storica incapacità culturale della Germania di distinguere tra dominio ed egemonia, rinvio a quanto dico nel mio intervento del 20 agosto 2013 alle 09:59 (e anche a quanto dice Habermas, che con la sua proposta di “più Europa” vuole porre rimedio proprio a questa incapacità e ai seri pericoli che ne conseguono).

    c) se poi, per un miracolo che non si può mai escludere, la Germania si mostrasse disposta a farsi federatore autentico d’Europa, mostrandosi imperialmente generosa e cordiale e guadagnandosi l’egemonia in Europa grazie a una politica di piena assunzione di responsabilità della guida economica e politica continentale, essa farebbe i conti senza l’oste.
    L’oste imperiale, in Europa, sono gli Stati Uniti d’America. Perché gli USA accettassero di buon grado una federazione europea in forma di Stato politicamente e militarmente indipendente a guida tedesca (o francese, o finlandese, sanmarinese, etc.) ci vorrebbe un altro miracolo, ancora più grosso del precedente.
    Non metto limiti alla Provvidenza, ma una prospettiva politica che dipenda dal verificarsi non di uno, ma di due miracoli, non mi sembra destinata al successo.
    In linea puramente teorica, gli Stati Uniti d’America potrebbero accettare una federazione europea a guida tedesca solo nella forma di una federazione economica , con progressiva omologazione giuridica del continente europeo, ma SENZA indipendenza politica e militare; e ciò, solo nell’ambito di un trattato-quadro tra USA e Federazione Europea che da un canto ribadisse e rinnovasse la supremazia politica USA, dall’altro uniformasse progressivamente il quadro giuridico UE al quadro giuridico USA (e non viceversa, naturalmente).
    Perché altrimenti gli USA temerebbero che, con il tempo, la Germania integrasse alla sua supremazia economica continentale una vera e propria supremazia politica, che potrebbe condurla all’indipendenza anche militare (armamento nucleare strategico) e la trasformerebbe un potenziale rivale per l’egemonia mondiale. Ricordo che la dinamica che condusse alla I Guerra Mondiale fu esattamente questa, basta sostituire agli USA l’Impero Britannico.
    La Federazione Europea, quindi, non diventerebbe uno Stato vero e proprio, perché sarebbe privo del requisito minimo degli Stati: l’indipendenza politico-militare. Sarebbe semplicemente la UE 2.0.
    In sintesi, gli USA potrebbero dire di sì solo se la UE diventasse un altro “cortile di casa” degli Stati Uniti, in merito al quale essi pronuncerebbero un aggiornamento della dottrina Monroe, sinora riferita al solo continente americano.
    Questa è un’ipotesi teorica, e spero vivamente che non si verifichi mai; per molte ragioni, la più clamorosa tra le quali è che costituirebbe una minaccia esistenziale diretta alla Russia, la quale non potrebbe non reagirvi con la massima fermezza. L’espressione diplomatica “massima fermezza”, quando si riferisca ai rapporti fra grandi potenze dotate di armamento nucleare strategico, a me mette una fifa blu.

  128. Ma certo, nella situazione attuale meno male che l’ottanta per cento delle famiglie italiane sia almeno proprietaria di una casa… Non è di questo, però, che si discuteva: piuttosto del “come sarebbe potuto essere”… Il diritto alla casa è un diritto fondamentale. Ma ci sono diversi modi per rendere concreto questo diritto: a Stoccolma, per esempio, la maggioranza delle abitazioni è di proprietà comunale, e i canoni d’affitto sono calmierati. Ecco un modo per organizzare il godimento di un diritto all’interno di uno Stato sociale di tipo socialdemocratico. L’Italia della Dc, invece, puntò tutto sulla piccola proprietà: e questo era funzionale a un sistema di potere che aveva il suo perno nel familismo italiano. Il lungo predominio democristiano ha significato l’esaltazione, attraverso un determinato modello di sviluppo basato sui consumi privati anziché su quelli collettivi, di tutti quegli aspetti della storia unitaria italiana, anche “localistici”, precipitati in una particolare cultura in senso antropologico: gli stessi che poi troviamo, in una costellazione peggiore, come cemento del leghismo.
    A Barone vorrei dire, infine, che sono un “culturalista” – nel senso in cui, con una specie di lettura rovesciata di Polanyi, vedo la cultura “reincorporare” di continuo il momento economico -, ma che non lo sono affatto, sotto un altro profilo: perché per me le culture vanno rotte dall’interno aprendole al conflitto sociale (come per esempio sta facendo oggi Amina in Tunisia con la sua battaglia). Sono un po’ sorpreso che lui citi Latouche come un punto di riferimento. Il buon Serge, che conosco bene, vorrebbe che tutti si facessero il pane in casa, che nessuno bevesse l’acqua minerale perché questo sarebbe già consumismo… Vorrebbe quasi un’economia di autosussistenza, basata sull’autoconsistenza delle diverse culture: il che – in un paese come l’Italia, con le sue mafie – vorrebbe dire chiuderlo ancor più nel campanilismo e familismo tradizionali.
    Per finire ancora (e poi mi taccio perché ci deve pur essere un’autolimitazione negli interventi), non bisogna scoraggiarsi se gli scioperi “europei” oggi non riescono. È perché l’Europa non c’è ancora: dove sarebbe, infatti, la controparte? Una maggiore integrazione europea potrebbe condurre, invece, alla creazione di un’organizzazione sindacale su scala continentale. E sarebbe anche un colpo agli interessi dei gruppi capitalistici più forti – i quali prosperano nella condizione attuale, quella di un’Europa fantasma -, perché impedirebbe il “dumping” sociale. A che cosa servirebbe delocalizzare in Polonia se anche in quel paese, grazie a un’unica legislazione, il costo del lavoro fosse compreso all’interno di un’unica media europea?

  129. Genovese scrive: “A che cosa servirebbe delocalizzare in Polonia se anche in quel paese, grazie a un’unica legislazione, il costo del lavoro fosse compreso all’interno di un’unica media europea?”

    Ma scusi, Genovese, a parte tutto il resto che non è poco, e ammettendo anche che tutto il mondo cooperasse volonteroso a questo fine, che è ancor di più, secondo lei quanto tempo ci vorrebbe? Dieci anni? Venti? E nel frattempo i disoccupati cosa fanno, il pane in casa come suggerisce Latouche? Li iberniamo?
    Più che ingegneria sociale mi sembra il trattamento per un film di fantascienza.

  130. “Quandoque dormitat bonus Homerus quoque”: ho scambiato Alain Touraine con Serge Latouche (“quod Deus avertat”…).

  131. Pallante e Latouche a cui il primo si ispira, costituiscono purtroppo il magro bilancio dell’elaborazione nel campo del movimento ambientalista.
    Con questa sciagurata scelta della parola d’ordine della decrescita, un’autentica idiozia, le osservazioni
    al modo di genovese si moltiplicano.
    Si sfugge così al punto fondamentale che per me rimane lo scontro tra politica ed economia.
    La risposta alla ricerca della crescita più forsennata da parte della società di mercato, si è opposto il marxismo che tuttavia non si è mai opposto alla crescita, a questa santificazione del PIL, seppure predicando una redistribuzione della ricchezza del tutto differente.
    Se ora perfino gli ambientalisti si attaccano al PIL seppure per farlo decrescere, la prevalenza dell’economia rimane.
    L’unico reale modo per ridare prevalenza alla politica è prescindere dal PIL, il che implica fare davvero politica economica, le scelte economiche diventano discrezionali, non determinate da una specie di meccanismo automatico di qualsiasi segno esso sia.
    Solo questo è il modo efficace per uscire dalla società di mercato, quella per cui il possesso degli oggetti è l’unico criterio delle scelte di vita, differentemente da quanto l’umanità ha sempre fatto nel corso della sua storia: solo nella società di mercato l’aspetto economico è stato assunto come l’unico criterio nelle scelte di natura collettiva ed individuale.

  132. “ELECTIONS EUROPÉENNES – Après les municipales, ce sera l’autre grand rendez-vous électoral de 2014 et il s’annonce d’ores et déjà corsé pour le Parti socialiste. A un an des élections européennes, un sondage YouGov réalisé pour Le HuffPost et Itélé annonce une déroute du parti dirigé par Harlem Désir ainsi que l’explosion des intentions de vote pour le Front national.
    […]
    En attendant, ce contexte n’est guère favorable aux partis de gouvernement. Comme en 2009, l’UMP se classe en tête mais avec seulement 19% d’intentions de vote. Le parti de Jean-François Copé, qui avait recueilli 28% des suffrages en 2009 (dans le cadre il est vrai d’une alliance avec le Nouveau Centre), ne dépasse que d’une courte tête le Front national (18%) qui pointe désormais en deuxième position.

    Un score proche de celui remporté par Marine Le Pen à l’élection présidentielle et qui, s’il devait se confirmer, ferait grimper le parti d’extrême droite de plus de 10 points en 5 ans. En 2009, les sondages n’avaient jamais placé le FN au-dessus de 9%.

    “Au rythme où vont les choses, le Front national va terminer premier aux élections européennes de mai 2014”, pronostiquait d’ailleurs récemment Marine Le Pen, en s’appuyant sur des sondages confidentiels qui créditent son parti d’un score équivalent à celui de l’institut YouGov. “Les sondages nous placent déjà à 18%, alors que nous avions 10,5% en 2010 [sic]. Nous allons avoir de vraies têtes de liste dans chaque grande région, des hauts dirigeants du parti et non des personnes inconnues comme le font l’UMP et le PS”, expliquait-elle début juin dans les colonnes du Parisien Dimanche.”

    http://www.huffingtonpost.fr/2013/06/13/europeennes-2014-fn-ps-ump-sondage-yougov_n_3428818.html

    La Commission des Sondages dice che il sondaggio non è affidabile: http://www.huffingtonpost.fr/2013/06/21/sondage-mise-point-commission-nationale_n_3479552.html?1371846860

    Bè, vedremo l’anno prossimo.

  133. Il primo consigliere del Ministro delle Finanze tedesco dice, in una intervista pubblicata il 17 agosto da “Die Welt”, che “La Germania non può salvare l’euro”, e propone che siano la Germania e i paesi euronord a uscire dall’euro.
    Aggiunge che pensare a “più Europa”, cioè alla creazione di un vero e proprio Stato europeo, è “pensiero magico”:

    “Konrad: Une union monétaire sans union politique peut fonctionner, mais seulement si les États endettés sont véritablement contraints de se désendetter et si tous appliquent une discipline fiscale beaucoup plus stricte qu’il ne serait nécessaire s’ils étaient en dehors de l’union monétaire. Je pense ici à un ordre de grandeur de 10% du PIB. Mais les réalités politiques, on le sait, sont tout autres. Une autre alternative serait une union politique véritable, formant un État central unique, très fort, ayant une légitimité politique très forte aussi… mais il s’agit là de pensée magique, qui n’a rien à voir avec les réalités politique de l’Europe.”

    L’intervista si può leggere qui: http://www.welt.de/politik/deutschland/article119104708/Deutschland-kann-die-Euro-Zone-nicht-retten.html
    Per chi non legge il tedesco, la traduzione francese: http://russeurope.hypotheses.org/1478

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