cropped-once_2007.jpga cura di Massimo Gezzi

[La nona puntata della rubrica dedicata ai poeti nati negli anni Ottanta ospita oggi una poesia inedita di Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981), insegnante e traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Ulbar è autrice delle raccolte Arance di mezzanotte (ElitEdizioni, 1999), I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, 2012) e Su pietre tagliate e smosse, all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012). Ha pubblicato in edizioni tipografiche limitate il poemetto illustrato Osnabrück e le prime sei cartoline del progetto Poste].

La guerra mondiale

Quindi è questa la barca su cui dovremo stare?
Questa lunga canoa di legno,
tu non ondeggiare,
sei già sopra, guarda, si è staccata
già dalla riva d’erba, sembra
ferma l’acqua, ma non proprio
si muove un poco, senza remare.

*

Facevamo bracciate di nuoto nella vasca
di travertino, fondo basso, bordo scivoloso
avanti e indietro avanti e indietro,
e a noi è mancata una guerra
mondiale, ti ho detto all’improvviso.

*

Poi so che nemmeno qui mi fermerò
e sarà stato un piede pestato, un morso all’aria
e guarda come corre in direzione contraria
quest’auto, così che sembra fermo il fiume.

*
E tutto il mio, il tuo, il nostro insieme,
tutto anche dei paesi l’insoluto
poco prima che inizi l’esplosione
è finito in un terremoto che ho sognato.

*

E’ notte?, non ci vedo. Ora è notte, risponde
al mio fianco una voce, non possiamo
né ridere né accendere il cerino
per fumare. Piangere nemmeno.
Conta le pecore o le onde,
dài dormiamo.

*

Devo sapere che vieni a torturare
nonostante tu sia molto stanco.
È così che la circostanza si fa reale.

*

Quanto pesano due occhi addosso agli altri?
Quanti grammi fanno due palline d’acqua?
Così come le campane a morto pesano
che dal campanile suonano ogni tanto
non sono per noi ma ci ricordano
che qualcosa sempre ci sta accanto.

*

E poi c’era un letto strettissimo
ma il sonno come la morte ci tenne lontani.
In un giorno acquoso noi ci svegliammo
in casa d’altri con odore di cani.
Pensavo di dire ma non era il momento
e mai è il momento,
perché noi siamo quelli che non disturbano mai.

*

Imparare a morire, ordinò dalla torretta un capo.
Ci disposero in riga, noi ci calammo sugli occhi
i copricapo di pelo, puntare, fuoco:
re, mirre, ori, ore, mire, pareri, amore.
Salvare solo il mare, il mare, il mare, il mare.

[Immagine: Jessica Backhaus, Once (2007) (gm).

26 thoughts on “Nuovi poeti /9. Mariagiorgia Ulbar

  1. Così si scrive – me lo dico sempre. L’umano dentro la storia, per ricordare anche senza esserci stati, per imparare, per costruire.
    Mi ha colpito. Molto brava.

  2. Il primo, di questi poeti degli anni Ottanta, che mi colpisce. In certe immagini e cadenze (le campane, il mare, un pathos a tratti ossessivo) mi ricorda un po’ Hart Crane. Brava

  3. Una delle migliori giovani poetesse in circolazione, e si potrebbe togliere tranquillamente la categoria ”giovane”, quindi transgenerazionale, per dire che si contano su una mano. Da leggere assolutamente la raccolta “I fiori dolci e le foglie velenose”. Queste nuove poesie non sono solo compiute; sono come sassi lanciati, dure e in movimento. Una notevole evoluzione.

  4. Lei è davvero speciale: una persona dalla sensibilità dolce, pungente ed intelligente a cui auguro di continuare a dar voce alla sua indole poetica nei suoi scritti sempre piacevoli e mai banali.
    Grazie

  5. CRITICA ANNO 2013 D.C. (Italy)

    «la piú bella sorpresa»
    «Mi ha colpito»
    «mi ricorda un po’»
    «di avere visto giusto»
    «I fiori dolci e le foglie velenose»
    «Splendidi»
    …….
    (continua…)

  6. Leggo e mi accorgo che, in questi testi, non c’è tempo per il tempo. Tutto cristallizzato, e con versi e parole dai bordi affilati. Rileggo e penso a tessere sparse del mosaico di una storia. Che, infine, guardo e non rileggo.

  7. @ Abate

    Mi scusi, ma la sezione dei commenti, a parte per lei e qualche altro frequentatore di questo blog, non è che sia concepita per scrivere saggi critici, credo esista proprio per fare dei commenti, delle postille, anche semplici, dello stesso genere da lei sarcasticamente citato. I saggi critici, di solito, vengono pubblicati nella parte in alto dei blog, o sbaglio? Ma forse fu il sangue suo d’invidia sì riarso…

  8. A scanso di nuovi equivoci (vedi un post precedente), tengo a precisare che non sono nemmeno Massimo Gezzi.

  9. @ massimo (che non può essere Gezzi per quel che scrive)

    E chi pretende che i commenti sostituiscano la critica?
    A me pare però che anche i commenti siano la spia della presenza o assenza di spirito critico o di volontà di andare o non andare oltre l’applauso.
    Ovviamente appena qualcuno accenna una mossa critica, anche un semplice tic, salta fuori il Pierino psicologizzante che tira fuori l’invidia. L’idillio non dev’essere disturbato…
    Un saluto.

  10. C’è un equivoco di fondo: la poesia contemporanea non equivale ad avere un’anima sensibile. Non è necessario, e non è una garanzia di niente. Queste poesie sono banali, non dicono nulla di interessante.
    “Così come le campane a morto pesano
    che dal campanile suonano ogni tanto
    non sono per noi ma ci ricordano
    che qualcosa sempre ci sta accanto. ”
    Questi versi sono degni del peggior Quasimodo. Cosa ci dicono di cos’è la poesia oggi, di quello che può esprimere negli anni Dieci del terzo millennio? Qualcuno veramente pensa che siano tragici?
    Per non parlare di come sono scritti: forse questo modo di comporre i versi e di andare a capo poteva essere originale vent’anni fa.

  11. @ abate

    Allora diciamo che, per pensare che i commenti ai post di questo blog siano improntati a una sorta di plauso acritico, cosa palesemente falsa, bisogna essere accecati da non so quali strani moti dell’animo, lascio a lei il giudizio e la chiudo qui. Saluti.

  12. @Francesco P.

    Quanta superbia nelle tue parole!
    Tu quindi saresti il detentore della “vera” poesia?
    e quale sarebbe il modo giusto oggi di scrivere i versi? C’è un modo più “contemporaneo”, più “originale”?
    Non è forse molto superficiale riportare, a modo di esempio di banalità, solo alcuni versi di una poesia, quando questi hanno ragione di esistere proprio grazie ai primi due versi che tu non riporti nel tuo commento?
    Non vorrei essere fraintesa, non ti rispondo in difesa di Mariagiorgia, i suoi versi sanno farlo da soli, ma in risposta a un atteggiamento molto “contemporaneo” che trovo piuttosto sterile e ottuso.

  13. perta tra la poesia e il proprio destino e la partita tra chi la scrive/dice e chi la cerca, trova e accoglie. Forse in quello spazio sottile di membrana si gioca pure la partita della sua necessità. Ma resta che si scrive poesia senza certezza di nulla. Per fortuna.

    Alberto

  14. Lodevole certo,
    ma difficile ricordare “senza esserci stati” (Stefania)
    – comunque necessario
    e poi a molti di noi manca più d’una guerra (grazie a Dio)
    o così sembra, anche se non è del tutto vero
    La poesia dichiara sempre una sua “appartenenza”, e spesso la Storia
    ci si riversa dentro al di là dell’esperienza strettamente personale,
    a volte persino al di là delle intenzioni di chi scrive.
    “La Soria davvero non ha confini”, dice De Gregori in una dele sue canzoni migliori.

    Detto ciò, quella della Ulbar è un’esperienza poetica che non conoscevo e che credo valga la pena di approfondire – come spesso accade con le proposte di Massimo Gezzi.
    Grazie

  15. Forse pullulano troppe certezze su cosa debba essere la poesia oggi, ma forse lei sta meglio quando vive cullata dall’incerto (tra l’altro insito nelle tante lingue in cui la poesia accade, nel passo metrico e versuale, nella storia della poesia e pure nella storia delle traduzioni di poesia!). Mi pare che la poesia stia meglio se cullata dal non sapere sino in fondo se davvero “vale” qualcosa, se davvero ha “qualcosa da dire”. Ecco, penso banalmente che viva meglio nell’incertezza, quell’incertezza autentica e radicale che la poesia possa essere originale oppure no, interessante oppure no, bella oppure no, sorprendente oppure no. Nello spazio sottilissimo dell”oppure no” credo si giochi la partita aperta tra la poesia e il proprio destino e la partita tra chi la scrive/dice e chi la cerca, trova e accoglie. Forse in quello spazio sottile di membrana si gioca pure la partita della sua necessità. Ma resta che si scrive poesia senza certezza di nulla. Per fortuna.

    Alberto

  16. Mi spiace, ma sono poesie che non mi convincono del tutto. Anzi, direi proprio: non mi convincono alla radice, a livello proprio di ‘poetica’ che intravedo. Forse e’ necessario un chiarimento; e il chiarimento e’ appunto capirsi in merito a cosa si cerca quando si legge poesia (puo’ darsi che ciascuno abbia finalita’ diverse, ed essendo queste taciute, non si comprende nemmeno il perche’ di una possibile discordia). Nel mio caso, quando leggo, cerco inventivita’ stilistica, densita’ di contenuto e una visione anche schiacciata sulle idiosincrasie di chi scrive e che non fa sconti al lettore (ma che proprio cosi’, se riesce a essere accolta, impatta con maggiore intensita’).

    Ora, in queste poesie trovo molta (troppa) misura, nel senso che la scansione in versi, sia pure ritmicamente adeguata, e’ volta piu’ che altro ad accompagnare il discorso senza mai contraddirlo o aumentarne la temperatura. Allora, a mo’ di esempio, prendo il primo frammento:

    Quindi è questa la barca su cui dovremo stare?
    Questa lunga canoa di legno,
    tu non ondeggiare,
    sei già sopra, guarda, si è staccata
    già dalla riva d’erba, sembra
    ferma l’acqua, ma non proprio
    si muove un poco, senza remare.

    A me il collegamento esplicito tra la guerra del titolo e la metafora della barca (rafforzata dall”espressione comune ‘siamo tutti sulla stessa barca’) sembra troppo pigra e scontata. Poi il minimalismo sconfitto della descrizione (un’allegoria in minore) e’ senz’altro un buon modo per evitare la facile retorica del declino, ma manca di nerbo e a me – lettore – non offre nessuna prospettiva, ne’ di consolazione ne’ di lotta, ne’ di folgoramento cognitivo (proprio perche’ l’immagine della barca non e’ originale).

    Il secondo frammento (migliore rispetto al primo) ancora una volta continua in modo un po’ troppo evidente ed esplicito la metafora lunga guerra-acqua (declinata prima in ‘barca’, qui in ‘vasca’), ma il finale inaspettato e narrativo (e anche ambiguo: in che senso una guerra manca? nel senso oggettivo, ma c’e’ un’ombra inquietante di affettivita’ in quel mancare).

    Non posso analizzare tutti i frammenti. Il punto e’ quello che ho gia’ espresso: sono buone prove, ben scritte, ma mancano di un’ambizione alla grandezza o anche solo a un’inventivita’ piu’ spinta, e piu’ rischiosa. Sembrano insomma pascolare una medieta’ piu’ sicura (gia’ a partire dalla semplicita’ del lessico e della forma del verso) che trovo in troppi miei contemporanei per non chiedermi se sia – questa rilassatezza, questo tono ‘in minore’ una spia di un declino piu’ grande, o una forma di epigonismo fomentata da un mutuo leggersi. Solo ipotesi, ovviamente, nate da un’impressione di lettura che ho cercato di articolare il piu’ chiaramente e onestamente possibile.

  17. La poesia di Mariagiorgia Ulbar è andata negli ultimi tempi illimpidendosi, il che secondo me era necessario, per superare taluni grovigli linguistici che esistevano nelle poesie precedenti; qui però (e mi riferisco soltanto a questo testo) mi pare che la sua poesia abbia un po’ perso di peso specifico, si sia un po’ diluita. Ma forse mi sbaglio.

  18. La poesia oggi è tutto e niente, se postata così: lo vedo dai commenti. Occorre più severità nelle scelte e un orientamento critico, altrimenti potete non mettere più nulla di poesia, non serve proprio e produce tutti i malintesi possibili.

  19. Gentile Andrea,

    la ringrazio dei consigli. Rispondo solo che nelle mie scelte un orientamento critico c’è, anche se non è esplicitato in forma di cappello introduttivo o di commento. C’è anche severità, anche se a lei sembra il contrario: pubblichiamo un “nuovo poeta” al mese e, per uno/a che se ne pubblica, almeno quattro o cinque rimangono in una cartella. Posso sbagliare, naturalmente, e in una selezione essenziale come quelle che proponiamo non è detto che emergano sempre dei tratti stilistici riconoscibili e definiti. In ogni caso, mi prendo la responsabilità di scegliere. Se questo lavoro in futuro dovesse diventare un e-book (è un’ipotesi), mi impegnerò a spiegare dettagliatamente i motivi a fondamento delle mie scelte. Per il momento, semplicemente, non ce la faccio.

    La ringrazio per la lettura, e ringrazio tutti gli altri commentatori per la partecipazione.

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