cropped-golf.jpgdi Claudio Giunta

Amici indignati, o meglio irritati più che indignati, o meglio esausti più che irritati, mi invitano a scrivere qualcosa sull’ultimo carnevale che sta per essere montato all’interno della Biblioteca Nazionale di Firenze: una pista da golf lunga quindici metri.

Mesi fa non avevo forse scritto un articoletto dal titolo Vieni anche tu a ballare alla Biblioteca Nazionale, quando l’atrio della biblioteca era stata teatro di una serata dance anni Settanta («Ci piace, ed è la nostra mission – spiegavano, con la loro sintassi, gli organizzatori dell’Evento – divertire e divertirsi a raccontare, vedere ed approfondire quel decennio dei ’70 che per noi è stata l’origine di molto»)? Ora, col golf, si tratterebbe di ripetere lo stesso lamento.

Ma in realtà no, non credo, e ne approfitto per dire quello che penso con più precisione. In linea di massima, io non sono contrario all’uso degli spazi pubblici (musei, biblioteche, stadi, teatri eccetera) a fini privati, purché: (1) i privati paghino profumatamente (e intendo profumatamente) il privilegio di usare per i propri fini gli spazi pubblici; (2) non ci sia il rischio che gli spazi pubblici vengano danneggiati dall’incuria o dalla sbadataggine dei privati locatari; (3) il personale (nel caso in questione il personale della biblioteca) non sia costretto a prestare la sua opera al servizio di questi privati; (4) i normali utenti non vengano disturbati; (5) il ‘fine privato’ non sia troppo, troppo, troppo eterogeneo rispetto ai fini del luogo pubblico preso a nolo. Questo punto (5) è, come s’intuisce facilmente, il più delicato e ambiguo e discutibile, perché come definire la ‘eterogeneità rispetto ai fini’? Appunto, non c’è da definirla, decide di volta in volta il direttore o la direttrice: del resto lo/a paghiamo per questo. Un quartetto d’archi nel foyer del Teatro Regio di Torino? Ma certo che sì. Un campionato di lotta nel fango nella sala dei fondi oro agli Uffizi? Ma certo che no. Su quasi tutto il resto si può discutere, e tocca ai responsabili pronunciarsi. Ma in generale: se a cinquanta parvenus viene un brivido nella schiena al pensiero di consumare il loro filetto tra gli stucchi della reggia di Caserta, e per farlo sono disposti a pagare dieci volte di più di quello che pagherebbero nel migliore ristorante della città, non ho obiezioni di principio. Chiamiamola tassa sullo snobismo.

La trasformazione della Biblioteca Nazionale di Firenze in discoteca non mi trovava d’accordo perché mancava di adempiere almeno quattro dei cinque punti che ho elencato: (1) i locatari, per quel che ne so, non hanno pagato abbastanza; (2) ballare in biblioteca mette a rischio gli ambienti e gli arredi, soprattutto se insieme alla danza ci sono gli alcolici; (3) il personale della biblioteca è stato più o meno obbligato a ‘dare una mano’ in questa avventura – per dei bibliotecari – un po’ umiliante; (4) ballare in biblioteca secondo me non si fa.

Ma adesso, dunque, «grazie all’intraprendenza della direttrice Maria Letizia Sebastiani», la Biblioteca Nazionale «aprirà le proprie porte al golf» (www.sports-more.it/it/aktuelles.php). Perché mai?, uno si può chiedere. Ma anche: perché no? Se pagano molto bene, se non danneggiano niente e non lasciano tracce, se non disturbano i lettori e non costringono i bibliotecari a fare cose che un bibliotecario non dovrebbe fare, se si danno tutte queste condizioni, non ho obiezioni di principio. Per i soldi, va bene quasi tutto.

Ciò detto, devo però aggiungere che oltre a quelli elencati c’è un sesto ostacolo per me quasi insuperabile che mi spinge ad oppormi a qualsiasi uso spettacolar-sportivo-paraculturale di un posto come la Biblioteca Nazionale di Firenze. Questo sesto ostacolo si potrebbe definire in sintesi ‘Produzione di Stupidità’. Perché chi chiede o dà in affitto la Biblioteca Nazionale per la dance anni Settanta o per il golf purtroppo non si limita all’atto: condisce l’atto con motivazioni e rivendicazioni ideali, riassumibili nell’intento di «avvicinare nuovi utenti ai luoghi del sapere». Gli organizzatori della serata disco, nell’autunno scorso, dicevano un «grazie veramente speciale allo staff della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e alla sua illuminata ma rigorosa Direttrice. Lasciateci dire che se altri fossero come Lei, i luoghi più belli del nostro straordinario Paese sarebbero conosciuti e fruiti da tante tante tante persone in più». E i golfisti racconteranno a sé e agli altri più o meno la stessa storiella (vedo che nel loro caso la parola magica è «visibilità»). Ora, può darsi, ed è sperabile, che sia tutta una manfrina: uno vuol fare una festa danzante in un posto strano e si affitta la Biblioteca Nazionale, e poi aggiunge qualche balla democratica per dare un’aura di serietà all’operazione. Ma può anche darsi che discotecari e golfisti ci credano veramente, che si credano davvero l’avanguardia di una rivoluzione democratica che abbatte le Torri d’Avorio della Cultura. Allora sarebbe più grave, perché vorrebbe dire (1) non avere idea di cosa sia l’istruzione; (2) avere un’opinione comicamente esagerata delle proprie capacità e del proprio ruolo; (3) credere che esistano ancora (se mai sono esistite) le Torri d’Avorio della Cultura. Nell’uno e nell’altro caso, si tratta di idiozie, e incrementare la quantità di idiozia presente nell’aria è un delitto contro gli esseri umani.

Perciò ritiro tutto. No, il golf alla Biblioteca Nazionale di Firenze è una cazzata, che vadano a giocare nei prati.

[Immagine: Golf (gm)].

 

7 thoughts on “Golf!

  1. A mio avviso, il golf alla Biblioteca Nazionale è sul serio “l’avanguardia di una rivoluzione democratica che abbatte le Torri d’Avorio della Cultura”.
    Odio, le Torri d’Avorio sono crollate da un bel pezzo: diciamo che è una rivoluzione democratica che abbatte la cultura e basta.
    Mi spiego.
    “Rivoluzione democratica” lo è perché applica il principio democratico cardine, l’eguaglianza, a un ambito nel quale l’eguaglianza non solo non esiste, ma non è mai esistita né mai esisterà: senza le differenze qualitative tra gli uomini la cultura non esisterebbe, e punto. La brillante idea dei golfisti alla Nazionale sottintende, invece, che tutti siamo uguali: basta che paghiamo. Il che, la cultura la abbatte eccome, in meno tempo di quel che serve a fare diciotto buche.

  2. Solo una breve nota: insegno in un liceo classico con una grande e antica e ricca biblioteca: è senza bibliotecario da anni (il MIUR non li prevede più), rimane aperta a tratti grazie al lavoro semi-volontario di insegnanti in pensione devoti alla causa e i ragazzi-e quando ci entrano sbarrano gli occhi e domandano: ma posso toccarli (i libri)? ma davvero posso prenderli? la biblioteca sta diventando un luogo esotico e misterioso per quelli che, auspicabilmente, saranno la futura classe dirigente, o comunque i futuri cittadini della repubblica. Nonostante ciò l’altro giorno una studentessa, neppure delle più brillanti, mi ha detto che la prima cosa che ha fatto compiuti diciotto anni è stata entrare alla Biblioteca Nazionale di Roma. Confesso di essere rimasta senza parole. Non so bene quali conclusioni trarre, ma temo che aprire le biblioteche a eventi così distanti e difformi sia un po’ come tentare di avvicinare i giovani alla lettura proponendo Fabio Volo e non Dostoevskij. Personalmente non amo queste scorciatoie e le trovo piuttosto ridicole. Si dica esplicitamente che non avendo più un soldo le biblioteche sono costrette, per sopravvivere, a offrire i propri spazi e allora vale, ahimè, solo il primo punto: purché paghino profumatamente e consentano alla biblioteca stessa di aprire una sala speciale una mattina in più a settimana…Siamo in trincea signori.

  3. Propongo che, almeno, i nuovi utenti facciano la graziosa concessione di intitolare ciascuna buca a un classico del canone… così, per elogio postumo.

    “Oggi con Boccaccio è stata duretta anzi che no…”

    “Sarà che tirava vento, ma Bembo continuava ad essere così sfuggente, non arrivavo al punto…”.

    Godi Fiorenza…

  4. Per essere veramente europei e democratici, dopo il golf c’è un altro passo da compiere: far pagare (salato, sul serio, a tutti) l’ingresso nelle biblioteche pubbliche; e il prestito, se lo vuoi, accendi un mutuo.
    Voi credete che scherzi, but stay tuned…

  5. E pensare che si lamentava la scarsa sensibilità del ceto politico e amministrativo rispetto ai temi della politica culturale. Era come lamentarsi che uno storpio non possa correre o un cieco non possa vedere: gli esponenti di quel ceto sono interessati a ben altro che alla cultura, la quale, peraltro, ai loro occhi, così come nella pratica concreta di un buon numero dei cosiddetti operatori culturali, coincide con una mera politica di immagine o, come usano dire i nostri raffinati amministratori, con il ‘marketing territoriale’…Ora questa perfetta anfimissi tra la cultura alta e la cultura pop – ballare o giocare a golf nelle sale della Biblioteca Nazionale di Firenze -dovrebbe rendere palpabile, andando oltre lo sdegno virtuistico delle prèfiche dell’alta cultura, quella urticante verità che, quando fu espressa, una ventina di anni fa, da Giovanni Raboni, apparve solo un elegante paradosso: essere Berlusconi, del quale ci illudiamo in questi giorni di celebrare l’eclisse politica, l’autore del mondo culturale in cui viviamo.
    Ancora una volta conviene prendere le distanze dalla sfera illusoria e spettrale della riproduzione, in cui si situa e si esaurisce questo tipo di fenomenologia, e assumere una prospettiva più ampia e più profonda, come quella che ci suggerisce Bertolt Brecht in un testo del 1932, incluso nel volume «Scritti sulla politica e sulla società», tradotto in lingua francese ma non disponibile in italiano. Al centro di questa straordinaria pagina brechtiana vi sono le categorie della grande cultura borghese, di cui viene registrato l’esaurimento in una fase storica in cui non si è ancora manifestata una nuova cultura. Ed ecco il testo in parola: «In breve: quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di sozzure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d’immondizie; quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difenderli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno; quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che vedere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti; quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere; quando l’attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento; quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l’abiezione redditizia, la stupidità una raccomandazione; quando non ci sarà più niente da smascherare perché l’oppressione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati; quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero; oh, allora la cultura potrà venir presa in carico dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina.»

  6. La trovo un’insulto più che una cazzata ( enorme ), un luogo come quello utilizzato per fare cose di ben più basso valore socio-culturale. Per favore, non è così che si avvicinano le persone a leggere ne tantomeno alla cultura!

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