cropped-61431.jpgdi Linnio Accorroni

[Questa è la terza puntata della rubrica dedicata alle piazze, a cura di Adelelmo Ruggieri. La prima e la seconda, rispettivamente a firma di Enrico Capodaglio e di Franca Mancinelli, si possono leggere qui e qui].

Una volta, mi ricordo, sono stato anche giovane. Appartenevo alla sottocategoria dei ‘tormentati, ma non troppo’, quelli cioè che periodicamente diventavano preda di qualche inquietudine mediocre che bruciava per un po’ e poi passava, con la stessa inconsulta rapidità con la quale si era manifestata. Come una febbre, più o meno, come una di quelle malattie che si contraggono da piccoli, e che garantiscono, per il resto dell’esistenza, una immunità quasi magica. Quando ero vittima di questo malestro, per guarirne, girovagavo, senza gran costrutto, da una città all’altra. Giunto in queste stazioni di cura, dopo essermi familiarizzato con vie e piazze, spedivo cartoline, indirizzandole a me stesso. Le sceglievo con cura, badando bene alle immagini che occupavano, per intero, il loro recto, compilando poi il verso con una concentrazione quasi spasmodica. Per il recto, non facevo altro che assecondare placidamente la mia passione per la pittura medievale e rinascimentale. Avevo sempre da sbizzarrirmi, tra le tante possibilità che traboccavano dai contenitori sui quali le cartoline si offrivano agli occhi ed alle mani degli acquirenti, prima della scelta decisiva.

Quasi mai, dopo la scelta e dopo la scrittura, mi sentivo soddisfatto. È persino capitato che, sopraffatto da pentimenti postumi, quelli cioè che mi prendevano a cartolina appena inviata, per tacitarli, giungevo a spedirmi più cartoline dalla stessa città. In quei casi, per uno strano ghiribizzo che, all’epoca, mi sembrava inviolabile e pieno di reconditi significati, mutava solo l’immagine prescelta. Testo, luogo di provenienza e di destinazione e, qualche volta, persino la data, dovevano essere assolutamente identici. Ciò che adoravo era, soprattutto, il momento in cui si gira la cartolina e, come un sipario che scopre una scena vuota dentro la quale può accadere davvero di tutto, ci si spalanca lo spazio che si doveva riempire con la scrittura. Da una parte, le righe orizzontali. Severe ed intimidatorie. Un referto poliziesco, praticamente. Lì c’è poco da sbizzarrirsi o da millantare fole: va compilato con asettica precisione, apponendo, con grafia leggibile, i dati del destinatario perché i postini dell’epoca, solitamente, erano irascibili e non erano tenuti a decodificare grafie non facilmente decifrabili. Dall’altra parte, invece, si apriva un immacolato spazio bianco, che, a seconda degli stati d’animo che mi tormentavano, poteva sembrare enorme, o ristrettissimo. Era cura del mittente riempirlo con ciò che desiderava: una scritta, un disegno, un fumetto, una freccia, un cerchio. Massima libertà. Oppure niente. Lasciare tutto così com’era, sperando che quel bianco abbagliante trasferisse un po’ dello sgomento che dominava il mittente al destinatario.

Io, quasi immancabilmente, finivo col riempire di righe nere e fitte quello spazio bianco, anche se tutte le volte, prima di scrivere qualche cosa, mi dicevo: “Questa è la volta che lascio tutto bianco. Oppure piuttosto ci disegno un ippogrifo. O una nuvola. O una balena”. Poi, ricordando il mio clamoroso analfabetismo figurativo, preferivo rifugiarmi nella pratica che mi era più consueta: la scrittura. Appena riempito di frasi ad effetto lo spazio bianco, il ‘me’ in viaggio si preoccupava di imbucare la cartolina che sarebbe giunta all’ ‘io’ rimasto a casa. Mi serviva quel rito, forse un po’ sciocco, ma che mi riguardava profondamente, per motivi che non riuscivo e non riesco tutt’ora a spiegare compiutamente, come accade in realtà a tutto ciò che ci concerne davvero. Mentre le minuzie del nostro vivere si stagliano sempre molto chiaramente, ciò che davvero conta spesso ci appare incomprensibile, velato di una bruma caliginosa che ne oscura tratti e contorni. Come, per esempio, sapere di aver dormito in una piazza, ricordandosi però solo la città e l’anno. Comunque, questo rito cartolinesco, serviva a bucare, almeno per il tempo che impiegavo tra scelta della cartolina, scrittura, spedizione della medesima, la stoffa spessa di quella opprimente opacità (una forma della solitudine?) che, neppure lontano da casa, si decideva a lasciarmi in pace. Stava sempre lì con me quella voluttà della disappartenenza, per tutto il tempo di questi viaggetti senza gloria: era tutta inscritta in quella frase di Cristina Campo (“Due mondi, e io vengo dall’altro”) che ripetevo, un po’ stupidamente, pensando di darmi un tono, quando incontravo altri girovaghi della mediocrità. Quella disappartenenza mi accompagnava come un parassita, come una specie di certificato d’identità che mi rammentava sempre chi io fossi, ma che avrei voluto volentieri scordare da qualche parte.

Le occasioni che si prestavano all’oblio non mancavano; in questi viaggetti a vuoto, si frequentavano tanti posti, sempre angusti, che ospitavano provvisoriamente questa irrequietudine un po’ miserabile che avrei abbandonato volentieri: una carrozza ferroviaria, una fontana in una piazza, il sedile posteriore di qualche auto che m’aveva elemosinato un passaggio. Le Poste italiane, che io vedevo sempre incarnate nella figura temibile di quel postino irascibile e sempre un po’ incazzoso, poi, all’epoca, consegnavano la corrispondenza non tenendo conto alcuno delle strane traiettorie percorse dai destini individuali. Così, meno spesso di quanto desiderassi, poteva capitare che quelle cartoline giungessero a destinazione, cioè casa mia, solo a viaggio concluso. Un ritardo, in verità, provvidenziale perché quelle che giungevano a posteriori, dopo qualche giorno dalla ripresa delle logoranti abitudini quotidiane, erano le più gradite. Erano quelle che consentivano di proseguire la curiosa autofiction che, iniziata fuori casa, poteva così insediarsi anche tra le mura domestiche, grazie a quella sfasatura cronologica. Si poteva cioè davvero credere che fossero cartoline scritte da un ‘me’ girovago che ancora peregrinava per piazze e chiese e che necessariamente non coincideva con l’ ‘io’ sedentario (quello che era già giunto a casa, che s’era già stancato di tutto e non vedeva l’ora di ripartire per poter tornare).

Mi sorprendevo nel constatare quanto fosse agevole decifrare quella grafia di grande cura formale e che, anche per questo, non sembrava davvero la mia, di solito incomprensibile, tutta sgorbi e imprecisioni. Alla fine, comunque, ciò che colpiva in quelle righe era la ripetizione di uno standard implacabile che, a dispetto dei continui spostamenti geografici, della giovane età, di quel po’ di mediocre febbre di cui periodicamente era vittima predestinata, testimoniava quanto poco epica fosse la mia inquietudine, quanto poco avessi a che fare con la genealogia dei belli e dannati a cui m’illudevo vanamente di appartenere. Non potevo certo nutrire grandi illusioni al riguardo. Su quel verso si rappresentava sempre la medesima pièce: un esibito sarcasmo, talvolta persino feroce, che mai riusciva a nascondere totalmente l’ingombro di una malinconia ineludibile che m’ero portato dietro, insieme allo zaino e al sacco a pelo. Che vivessi una vita grottesca e tutt’altro che eroica lo compresi, in maniera chiarissima, in una piazzetta di Firenze che oggi, un po’ perché la memoria, incrostata dagli anni, non mi soccorre, un po’ perché le condizioni psicofisiche che ci facevano scegliere, per dormire all’aperto, un posto, piuttosto che un altro, mi rendono praticamente impossibile ricollocarne l’ubicazione. Mi sembra (ma è ovvio che questo ricordo può essere solo uno scherzo della memoria, od un artificio onirico, entrambe alleate – la memoria ed il sogno – a delocalizzare luoghi o monumenti in contesti estranei alla loro collocazione originale: luoghi che forse abbiamo solo sognato di vedere, ma che in realtà non abbiamo mai visto) che ci fosse una fontana in mezzo alla piazza e che, appena sveglio, dopo una notte turbolenta, come tutte quelle che ci portavano a scegliere alla cieca un posto dove appoggiare il sacco a pelo, rimasi incantato dalla disposizione armonica delle case. Una specie di quinta da palcoscenico teatrale, in cui mi immaginavo potessero vivere solo persone interessanti, di gran classe. Un grande silenzio, poi, quella mattina: il silenzio tipico delle domeniche d’estate, in una piazzetta semicentrale di una città semideserta, attraversata solo da turisti, da vagabondi, da perditempo, da inquieti di poco conto.

Scendeva, dalla soglia d’uno di quegli usci, affacciato sulla piazza, una donna che, invece del corpo di una bambina morta di peste, offriva a noi, monatti insaccopelati (il sostantivo di manzoniana memoria è, in un certo senso, giustificato dal fatto che quelli erano gli anni in cui alti esponenti del Pci avevano bollato gli estremisti della sinistra più antagonista e non riconciliata, i famigerati autonomi, con il termine ‘untorelli’), un vassoio su cui spiccavano fette di torta fatta in casa, con annessa cuccuma di caffè ancora caldo e succhi vari. Veniva verso di noi (si dormiva in gruppi assortiti, in quel tempo, gruppi formati da persone incontrate casualmente qualche ora prima e che l’indomani avremo salutato, sapendo con malcelato sollievo, che non avremmo rivisto più) che poltrivamo ancora, in attesa di svegliarci, di rimetterci a posto, di tirar su le poche cose che ci portavamo dietro, prima di riandare non so dove, non so perché. “Ragazzi, scusate… Posso offrirvi la colazione? Sapete: mio figlio è partito per l’India in autostop. Ieri. Ecco: spero che qualcuno possa fare a lui ciò che io faccio a voi. Purtroppo non posso farvi salire in casa. Sapete, i vicini…”. Ogni tanto, di mattina, quando sto a casa e di sopra giunge l’odore buono del caffè, mi pare di sentire ancora quella voce, mi pare di vedere ancora quella luce diurna, mi sembra di scorgere, per un attimo, la strana relazione che metteva insieme la perfetta misura e la limpida armonia di quella piazza, la grazia dolce della buona samaritana e la bohème grottesca di quel giovane che spediva cartoline a sé medesimo.

[Immagine: Gerhard Richter, Firenze (gm)]

1 thought on “Piazzetta, 1977, Firenze

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