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[È da poco trascorso il cinquantesimo anniversario del convegno di Palermo che sancì la nascita del Gruppo 63. Nella nuova serie della collana fuoriformato, pubblicata dalla casa editrice L’orma, sta uscendo la ristampa del volume Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Contiene gli atti del terzo convegno del Gruppo (Palermo, settembre 1965); la prima edizione fu pubblicata da Feltrinelli nel 1966, a cura di Nanni Balestrini. Nella ristampa 2013 è compresa un’ampia sezione intitolata Col senno di poi, nella quale Andrea Cortellessa ha raccolto contributi dei partecipanti al convegno e di alcuni scrittori e critici del nostro tempo. Ne fa parte l’intervento del collettivo 404: file not found che oggi presentiamo, e che conclude la nostra rassegna di riflessioni retrospettive sul romanzo sperimentale. Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato gli interventi di Andrea Cortellessa, Raffaele DonnarummaGianluigi Simonetti e Emanuele Trevi. L’intervento di Nicola Lagioia è uscito su «Minimaetmoralia»]

Tornare a parlare della Neoavanguardia a distanza di mezzo secolo significa interrogarsi su quello che a prima vista potrebbe apparire un paradosso: la volontà di un’avanguardia di preservarsi nel tempo, o meglio la volontà di rilanciare linguaggi e modalità di azione (culturale) del passato cercando di conservarne la natura sperimentale e, appunto, avanguardista.

Non è superfluo ricordare che il termine avanguardia è stato mutuato dal lessico militare, dalla denominazione delle prime linee degli eserciti che avevano il compito di sondare il terreno ed aprire la strada verso il nemico. La natura dell’avanguardia è dunque quella del sacrificio, dell’esploratore che rischia la vita affinché altri dopo di lui possano usufruire delle sue scoperte e compierne a loro volta di nuove. In letteratura, la natura dell’avanguardia è quella di essere up to date, absolument moderne. Ed è dunque legittimo, oggi, domandarsi se sia possibile tornare alle posizioni teoriche della neoavanguardia per riportarle nella scrittura o nella critica del presente o se non sia possibile soltanto lo sguardo dello studioso, un’attitudine archeologica verso un’idea di letteratura tipicamente novecentesca e non necessariamente adeguata ai nostri anni. La domanda non è peregrina, viste le numerose discussioni sviluppatesi soprattutto in rete (su «Nazione indiana» su «Lipperatura») riguardo la salute delle scritture sperimentali italiane – discussioni dove spesso si vedono contrapposti nostalgici neoavanguardisti e sostenitori di una letteratura non necessariamente di rottura. Eppure non sempre l’avanguardia ha posto in termini assoluti l’intento di fare tabula rasa della tradizione, ma anzi ha ricercato nelle sperimentazioni passate un terreno dal quale ripartire. Robbe-Grillet stimava come d’avanguardia alcuni grandi autori del passato, creando un canone della sperimentazione secondo il quale Balzac scriveva il nouveau roman dell’Ottocento.

Nelle relazioni introduttive al convegno, Barilli e Guglielmi si situano su posizioni analoghe. Il primo rivendica una ripresa delle avanguardie storiche, aggiornate attraverso i concetti di normalizzazione ed abbassamento e verso un’avventura autre; il secondo propone una nozione di sperimentalità romanzesca incentrata sulla dimensione linguistica della letteratura che non si può considerare di per sé avanguardistica, tanto che Gadda viene eletto a modello delle nuove generazioni di scrittori. Ammettendo quindi una qualche conservazione del passato, sia pure lungo il crinale di un paradosso, l’avanguardia riconosce una certa estensione storica, che potrebbe perfino prolungarsi dopo di sé, in una sua possibile eredità. Chiederci quale sia quella del Gruppo 63, e del suo precipitato di osservazioni sul romanzo sperimentale, è il proposito di questa nostra breve nota.

 Un’atletica del linguaggio

Il dibattito di Palermo, sia pure nella varietà di posizioni che esprime, ci pare che trovi una convergenza su due aspetti che può essere utile, per quanto schematicamente, tentare di focalizzare:

1. il vagheggiamento di un grado zero del reale, o piuttosto di un’alterità non-tecnicizzata (Barilli), da trattare in ogni caso con un linguaggio autre, capace di sfuggire al sistema di determinazioni imposte dall’approccio naturalistico (divergono le letture sulla funzione di questo impianto: qualcuno sottolinea la purezza del gesto sperimentale, la sua sostanziale gratuità; altri, come Sanguineti, lo leggono come effrazione locale di una più ampia rottura con le strutture di senso della società borghese);

2. una decisa attenzione verso gli aspetti formali del romanzo, ritenuti primi trasmettitori di questo rinnovato approccio, e specularmente una valutazione quasi completamente strumentale di trama o materiali narrativi.

Da qui, l’articolazione di queste due posizioni stabilisce una tesi che ci pare, come vedremo, irricevibile nel romanzo contemporaneo: gravare la letteratura di uno smisurato compito filosofico, e anzi perfino ritenere la letteratura una componente, tra le altre, di questa più generale impresa. Ciò accade perché tali posizioni non sono separabili dalla difesa di una classe varia e impegnativa di claims: la definizione di un’ontologia che ammetta un grado zero del reale, o almeno un accesso non-strumentale nei confronti della realtà stessa; una teoria del significato nel quale esista la possibilità, semantica, che le parole sfuggano, o addirittura si oppongano, alla lingua (cfr. le note di Guglielmi, parecchio ambigue, sull’ambiguità); una netta demarcazione tra forma e contenuto, preliminare alla ripetuta gerarchia che si istituisce fra i due ruoli; una convincente mappatura dei piani e delle funzioni dell’atto linguistico. L’esaurimento di un elenco di questo tipo è un compito possibile, seppure non obbligato, per un teorico, ma qui la richiesta si estende ai romanzieri; in questa luce vanno letti i giudizi di Guglielmi, che giunge a promuovere gli aspetti dimostrativi (quasi deduttivi) di certa letteratura italiana sperimentale: crediamo certe cose, quindi scriviamo certe cose, e quindi le facciamo in un certo modo.

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[Immagine: Agnès Varda, Cléo de 5 à 7 (1962) (gm)].

 

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