cropped-PAR375131.jpgdi Daniele Giglioli

[Questa recensione è uscita sul «Corriere della Sera»].

 «Gli anni passano, si sa. Passano in fretta, e anche questo si sa. Allora ditemi, vi prego, qualcosa che non sappiamo già». E’ bene che uno scrittore si ponga questi problemi. Perché è esattamente nella faglia che si apre tra ciò che tutti sappiamo, il nostro mondo comune, la nostra sorte comune, e ciò che di quel mondo e di quella sorte siamo chiamati a sentire come singoli irripetibili, che si annida la cosa chiamata letteratura. Tutto il resto è sociologia, generalizzazioni, schemi astratti, sceneggiature preconfezionate che si sovrappongono al vivere e allo scrivere.

La sociologia è il grande rischio della narrativa italiana contemporanea. Antonio Scurati, il cui nuovo romanzo, Il padre infedele (Bompiani), è andato in libreria in questi giorni, vi si è esposto al pari di tanti altri, con alterne vicende come è giusto che sia. Qui però è la letteratura che vince, bruciando in una prova felice tutto ciò che di meccanico e freddo è implicito in questa tendenza. Nulla di più comune della storia che vi si racconta: un uomo si innamora, si sposa, diventa padre, ma dal giorno del parto le cose cominciano a precipitare. La moglie gli si rifiuta, lui riprende a coltivare i fantasmi dell’eros aggressivo e predatorio che lo assillano da quand’era ragazzo, la bambina non dorme ma è anche adorabile e amata senza riserve: un destino di molti. Ma anche nulla di più enigmatico, come sempre accade quando ciò che capita a tutti ora capita a te, e non c’è consiglio o sapienza che possa aiutarti a capirlo, puoi solo ripercorrerlo attonito.

Non che il protagonista e narratore, Glauco Revelli, chef d’avanguardia all’inseguimento della sua prima stella Michelin, non ci provi a spiegare. Era stato, quello suo e di Giulia, un innamoramento di testa? Avevano bassamente ceduto, in vista della quarantina e dopo tanti anni di disincanto, a quell’ingiunzione alla felicità che è il più crudele inganno dei nostri tempi? Non c’entrerà perfino, si chiede Glauco in un eccesso di severità con se stesso, la visione di uno spot della pasta Barilla? Era superficiale, era cieca, era arrogante la loro speranza di farla franca, di esentarsi da quel divorzio tra eros e nozze che le generazioni passate avevano messo in conto con smagata saggezza? Un figlio a quell’età non era un capriccio, una sfida alla specie, l’ennesimo sintomo di una società esausta e viziata?

Forse, ma non è qui la risposta. Ce n’è un’altra che fa più paura, ed è un enigma a sua volta. Tra il rifiuto di Giulia, assalita dalla depressione post-parto, stremata dalla mancanza di sonno, letteralmente piagata dall’allattamento, e il ritorno alla macchia di Glauco, che vive o fantastica (il romanzo lascia aperte entrambe le ipotesi) deludenti avventure sessuali con la malinconia di chi implora un ultimo giro di giostra, non c’è un nesso causale – e infatti Glauco non cessa di desiderare la moglie, né lei lo respinge per le sue infedeltà vere o sognate. Si vedono le due metà della mela, non il coltello che le separa. A meno non si voglia accettare, ed è la cosa più dura, che quel coltello sia Anita, la figlia. E’ a lei, non a Giulia, che Glauco si sente infedele. E’ da lei che si vuole giudicato, è a lei che chiede di essere assolto. A indagare le ragioni di Giulia non si azzarda nemmeno, perché questo significherebbe aggirare l’ostacolo, e come può se l’ostacolo è Anita? Non scorgiamo, di Giulia, che una nuca ostinatamente voltata: «Conserviamo tante fotografie di quei giorni, ma se qualcuno ci avesse autenticamente ritratto in quanto coppia, al centro dello scatto si vedrebbero un maschio che gira lo sguardo in alto a destra, in cerca di un’impossibile via di fuga, e la nuca sottile di una femmina con un taglio di capelli maschile».

Ciò che doveva unirli li divide, e questo è tutto. Spiegare sarebbe il tradimento più grave. Forse un po’ troppo colto e pensoso per essere un cuoco, Glauco accumula ipotesi e teorie, che Scurati gli dispone intorno come castelli di carte o cataste di legna da ardere: ma non sono quelle che illuminano e scaldano, e il fallimento del personaggio va di pari passo con la liberazione dell’autore, assistito ma anche assediato, nella sua produzione precedente, da un’ansia dimostrativa che qui finalmente si scioglie in accettazione commossa.

E’ come se, voltando le spalle alle proprie ambizioni più esose (e al netto invece del tasso di autobiografia eventualmente presente nel libro; non è questo che conta), Scurati si fosse ritrovato. Il padre infedele è il suo libro migliore dai tempi de Il sopravvissuto, dove invece di un padre c’era un professore alle prese con la disfatta del suo rapporto con l’allievo prediletto, fascinoso e pluriomicida: questa volta non bisogna sbagliare, pedagogia e cura dei figli sono epici almeno quanto la guerra. Costruito su una serie di capitoli brevi, è giusto nei tempi, pregnante nelle formule, (per esempio: «la lunghissima marcia di allontanamento nei deserti della madre»), motivato nelle iperboli ed elastico nelle clausole: «Mi mandò al diavolo. Ci andai senza rimorso: non ero mai stato tanto sincero quanto in quei momenti di bassezza». E il diapason che gli ha registrato le corde è la figura di Anita. E’ a lei, che non può ancora capire, che è rivolta la confessione di Glauco.

Ma per potersi confessare al futuro occorre prima crearlo, nutrirlo, curarlo, farlo forte nonostante le proprie fragilità: le scene di ansioso accudimento del padre alla figlia sono senz’altro le più belle del libro. «Ecco cosa è stato, penserà, mio padre per me. Un uomo grande e grosso, accovacciato su un muretto basso, magari incapace d’altro ma capace, con la sua rassicurante, inesorabile presenza, di trasformare un’opera di demolizione nell’incantevole spettacolo del mondo». Perché ciò sia diventato un’impresa e non, come un tempo, la norma, non è il più piccolo enigma che la generazione di Scurati si trova davanti. Meritarsela, una conclusione così.

(Antonio Scurati, Il padre infedele, Bompiani, 188 pagg., 17 euro)

[Immagine: Foto di Herbert List (gm)].

 

5 thoughts on “Il padre infedele di Antonio Scurati

  1. E’ una bella recensione, ma chissà perché, non mi fa venire nessuna voglia di leggere il romanzo.
    Forse perché l’infedeltà è del marito, piuttosto che del padre ( i padri sono infedeli quando lo sono ai figli, no? Se fossero infedeli quando lo sono alle mogli, di padri fedeli per tutta una lunga vita matrimoniale ne resterebbero pochini.
    Segnalo, già che ci siamo, che sul manuale d’istruzioni del matrimonio non c’è scritto: “Sposatevi e farete le migliori scopate della vostra vita.”

  2. PI è un romanzo senza bagliori, in quanto vi si raccontano avvenimenti quanto mai usuali e ordinari(lavoro, paternità, invecchiamento, innocenti evasioni) sotto l’unica luce del loro essere intrinseci all’indiscusso spirito del tempo. È una farsa familiare che non vuole soluzioni (“La nostra storia non è ancora pronta a ricadere nella quiescenza di un finale”, p. 182) e non approda a qualche vera comprensione (sovente la conclusione dei capitoli di PI, esemplificata dall’ultimo “Il resto non ci riguarda”, PI, p. 185, rappresenta una rinuncia a credere nei valori pregressi, a osarne di nuovi, insomma a vedere, come ricorda il nome del protagonista). È un ininterrotto soliloquio di un pensatore dilettante, che dalla scena si rivolge ai lettori per chiedere pareri, giustificarsi, convincersi delle proprie scelte (Giglioli ha giustamente parlato di “ansia dimostrativa”).
    Scurati ha scritto un libro sulla crisi di senso di un’epoca e sulla crisi di coppia di Glauco e sua moglie dopo la nascita della figlia Anita. Ma delle due, è la prima a risultare più nuova e interessante, perché le teorie di Scurati stravolgono l’equilibrio del racconto e succhiano il sangue al resoconto della rottura coniugale, mancante di drammatica complessità. Per rimettersi in riga e tornare un responsabile padre di famiglia, nonché cuoco finalmente libero da sperimentazioni esotiche, a Glauco basta un’imbeccata di saggezza del vecchio padre: né manca (p. 177) una esplicita messa in posa epica con padre e figlia, al modo di Enea e famigliola in fuga da Troia.
    Nel compiersi di tendenze meno accentuate nei precedenti romanzi di Scurati, PI arriva a rendere sulla pagina il senso dell’assoluto: un assoluto mercificato, fatto da e per un uomo programmaticamente “medio”, capace di commuovere e trovare valori nella regressione etico-estetica. Forse un giorno si parlerà di PI come del grande romanzo kitsch di questi anni.

  3. Caro Giglioli,
    la sua recensione mi lascia molto perplessa. Intanto di questo capolavoro dovrebbe spiegarmi il significato di frasi come la seguente: “la magia crudele della dissolvenza incrociata, capace di bersi l’eternita’ in un secondo di ellissi”. Ammetta che il significato e’ a dir poco oscuro. Immaginerebbe mai, lei, un Roth o un Dostojevskij, ma potrei citare scrittori piu’ modesti, scrivere una frase di tale insignificanza? Ma passiamo oltre e soffermiamoci sulla frase che da’ inizio alla sua recensione. Non le sembra di una banalita’ imbarazzante? Del resto, se sappiamo gia’ tutto perche’ dovremmo dedicarci alla scrittura? Banale e’ la trama, banale il punto di vista narrativo per non parlare poi dell’epilogo. Piu’ che un romanzo mi sembra un’accozzaglia di frasi kitsch in cui l’unica cosa che trionfa e’ un io ipertrofico. Il protagonista e’ solo uno dei tanti uomini comuni in crisi per i rifiuti della moglie, che reagisce nel piu’ scontato dei modi. La lettura, immagino soprattutto quella femminile, risulta troppe volte irritante per la sconcertante ovvieta’ della narrazione.
    Sinceramente da uno “scrittore -intellettuale” mi sarei aspettata di piu’; e anche dalla sua recensione.

  4. Che il sesso ‘aggressivo e predatorio’ sia l’unica modalità in cui un ‘maschio’ si ritrova a suo agio, l’unico sesso di cui è capace? Ed è questa una modalità ‘naturale’, come sostenuto a gran voce dalla maggior parte dei maschi? O culturalmente indotta? Se è cultura dobbiamo e vogliamo cambiarla, noi donne. E lo stiamo già facendo. Se è ‘natura’, dobbiamo opporci e contrastarla, come facciamo con eruzioni vulcaniche e terremoti, perché alla ‘natura’ possiamo concedere di non preoccuparsi delle conseguenze, ma ad un essere umano chiediamo il rispetto dovuto ad ogni essere umano. Questo rispetto annulla o diminuisce la soddisfazione dei maschi? Sono ben povera cosa, allora; e infischiarsene di quanto stiano bene sessualmente i maschi dovrà diventare prioritario nel modo in cui le donne si relazionano con gli uomini.Cordiali saluti

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