cropped-Sabrina-Ragucci.pngdi Giorgio Falco

[Con questo articolo Giorgio Falco inizia la sua collaborazione con Le parole e le cose].

Pochi giorni fa un drone americano ha ucciso – in Pakistan – il leader talebano Hakimullah Mesud. Un drone è stato abbattuto nella stessa zona. Non è chiaro se il drone abbattuto fosse l’ “autore” dell’uccisione.

“Non doveva sembrare una ritirata, ma la fine di una normalissima giornata di lavoro.” Questa frase rivelatrice potrebbe essere il pensiero di un qualsiasi lavoratore occidentale dell’ultimo decennio, mentre torna a casa impoverito in auto, incolonnato lungo la tangenziale o stretto sull’autobus, lo sguardo perso fuori, nell’accumulazione senza senso del finestrino. Ma la ritirata è un’azione di ripiegamento dell’esercito americano in Afganistan, descritta nel primo dei due preziosi reportage narrativi che compongono il nuovo libro di William Langewiesche, Esecuzioni a distanza, (pagg. 88, euro 7, traduzione di Matteo Codignola). Nel primo testo, il protagonista è Russ Crane, tiratore scelto e sergente maggiore nella Guardia Nazionale del Texas. Vive alla periferia di Austin, dove fa l’istruttore di tiro in una divisione di fanteria. Ma nel 2008, il tiratore scelto Crane è in Iraq e poi in Afganistan. Langewiesche ci conduce nel mezzo delle azioni di guerra, alternando il racconto della formazione americana (“L’addestramento non lo aveva preparato a niente del genere. Era come se gli avessero insegnato a uccidere in astratto”) ai combattimenti afgani. Se Crane fosse un soldato semplice, sparerebbe all’impazzata verso il vuoto ostile. Se fosse un pessimo tiratore, recriminerebbe come l’inglese che dice di aver “ucciso più asini che talebani”, delusione mitigata dal fatto che, comunque, erano “asini talebani.”

Crane è un tiratore serio, professionale, non necessita di ironia o cinismo, questo aumenta ancor di più il nostro senso di inquietudine, la selezione degli obiettivi non può trasformare la guerra in una forma asettica di sollievo. “A quanto sembra Crane ha colpito sempre e solo bersagli giusti. Ciò significa che in varie occasioni ha rinunciato a sparare”. Langewiesche evita qualsiasi epica guerresca, ci costringe a un mero calcolo balistico, che tuttavia racchiude anche l’etica del gesto: siamo a 806 metri di distanza da un altro uomo, un combattente afgano nascosto dietro una roccia e inquadrato nel mirino di Crane. Abbiamo dimenticato il motivo per cui, dopo un decennio, siamo ancora immobilizzati in quei metri. Non bastano un presidente, un premier, qualche surrogato paterno dell’autorità, peraltro sempre più indefinita nella frammentazione della responsabilità che rimbalza dai politici a forze economiche più o meno occulte, al fantasma del mercato; non basta la lingua politica propagandistica, quando diventa slogan pubblicitario, lingua apocalittica di matrice messianica aziendale (enduring freedom, peacekeeping) che spinge il proprio limite sempre un po’ più in là (qual è il limite della guerra infinita?), confidando nel cuscinetto amorfo, nei meccanismi di formazione e gestione dell’opinione pubblica, inerte o ridotta a mugugno telematico. Non sappiamo nemmeno dire se 806 metri sono tanti o pochi. 806 metri sono due giri di una pista d’atletica, più quei sei metri in cui di solito, al termine della gara, si crolla a terra esausti per lo sforzo. L’essere umano più veloce impiega circa un minuto e quarantuno secondi per compiere 806 metri, un proiettile impiega pochi istanti. 806 metri è una distanza notevole, si può considerare già un’uccisione remota, o è la giusta distanza per sentire ancora il corpo vago dell’uomo che rifiata dietro una roccia, e poi muore?

Nel secondo testo del libro, Langewiesche ci porta dentro la base militare di Holloman, ad Alamogordo, New Mexico, in un anonimo edificio di mattoni rossi. “Da una poltroncina di vinile marrone piloto un aereo da ricognizione armato che sorvola a 15.000 piedi una città afgana, a 13.000 chilometri da qui.” I Predator non sono robot, ma piccoli aerei pilotati a distanza, utilizzati in Kosovo, Iraq, Afganistan e recentemente anche in Libia o lungo il confine tra Messico e Stati Uniti. Restano in volo fino a ventiquattro ore, viaggiano alla velocità di circa cento chilometri orari e sono sensibilissimi alle intemperie, tanto che la pioggia può causare loro danni. Questi aerei aiutano le truppe di terra, sono fondamentali nella ricerca di informazioni e dati. Ma possono anche sparare. Il Predator è un aereo con due abitacoli: il primo è in una base del posto, dove equipaggi verificano le fasi di decollo e atterraggio; il secondo è in una base negli Stati Uniti, dove altri equipaggi controllano, via computer, l’aereo in volo. I piloti di Alamogordo hanno smesso di usare i caccia, vivono la loro giornata di guerra tra pannelli di controllo, tastiere, mouse, monitor. “Oggi ci hanno dato l’Afganistan, ma possiamo avere mappe di qualsiasi parte del mondo.” Intanto, fuori dalla base scorre il traffico inconsapevole delle auto dirette a Las Vegas. Alamogordo è la città in cui gli Stati Uniti hanno effettuato il primo test nucleare – Trinity – nel giugno 1945, prima dell’attacco al Giappone. Ma ora “niente turbolenze, nessuna sensazione di essere in volo, nessun rumore d’aria, anzi, nessun rumore, solo il ronzio degli strumenti e delle loro ventole.”

È una situazione comune a molti altri lavori. Riguarda un pilota, certo, o un manager di una multinazionale, per cui è possibile – grazie alla tecnologia e alla legislazione complice – licenziare centinaia di lavoratori spostando migliaia di fax dall’Italia per tramutarli simultaneamente in formato elettronico, e assegnarli a un computer, al piano terra di un palazzo in Romania, al confine con la Moldavia, mentre continuiamo a credere di aver inviato il fax a un numero verde, in Italia; riguarda un caporeparto, che controlla le risorse da una postazione telematica a distanza, icone che lui vede pulsare dentro il proprio monitor, e i login non sono persone e nemmeno più risorse, ma – come gli afgani sorvegliati dai Predator – frammenti nemici da ricomporre in un processo di simulazione, in un quadro economico accettabile; riguarda un operatore, quando prende le distanze da se stesso, mentre digita login e password, il login non è esattamente la persona che si è alzata poche ore prima, ha fatto colazione e letto la free press sul treno o in metropolitana, il login è un altro io, che invia minacciose lettere prestampate ai clienti morosi di un servizio, basta un clic su icone che ricordano i videogame dell’infanzia ininterrotta. Mettiamo una pellicola tra i gesti e le loro conseguenze. Eppure “tra i movimenti del controllo e la risposta del Predator c’è un intervallo di due secondi, il tempo necessario a trasmettere il segnale attraverso le fibre ottiche in Europa, e da lì, via satellite, all’aereo in volo sull’Afganistan”, che così subisce oscillazioni, corrette dal pilota. Vorrei credere che due secondi di lieve discrepanza satellitare tra l’istante di Alamogordo e l’istante dell’aereo nel cielo afgano – come la breve indecisione degli 806 metri di Crane o la sensibilità dei Predator alle gocce d’acqua – siano una forma residuale di scelta, di resistenza anomala nemmeno troppo consapevole, ma grazie alla quale possiamo ancora definirci, abbastanza, umani.

[Questo articolo è uscito l’11 settembre 2011, su il manifesto].

Ragucci

[Immagine: Sabrina Ragucci, da Lo sguardo giù da basso siamo noi (2009) (gf)].

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