Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Linguaggio e corpo femminile

| 62 commenti

cropped-Erwitt.jpgdi Tiziana de Rogatis

[Oggi è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La violenza da avversare non è soltanto quella, gravissima, che si consuma nelle forme più eclatanti dell’uccisione o dell’uso sprezzante del corpo femminile nella comunicazione pubblicitaria, ma anche quella, molto più impercepibile, che si consuma nelle categorie del discorso comune. Ne parla Tiziana de Rogatis in questo articolo, che prende spunto dalla ripubblicazione di un libro di Franco Rella, Ai confini del corpo. Una versione più breve dello scritto di de Rogatis uscirà sul numero 67 di «Allegoria» (dbr)].

Il sesso femminile è «foro», «aspettativa oscena», «richiamo di carne»: la donna è «”bucata”»; il «vischioso» «è un’attività molle, bavosa e femminea». Di chi sono queste parole? Di uno dei Padri della Chiesa? No. Leggiamo ancora: «l’oscenità del sesso femminile è quella di ogni cosa spalancata: è un rischio di essere». E poi la sintesi: «in sé la donna richiama la carne estranea che la trasforma in pienezza di essere, per penetrazione e diluizione». La penetrazione, naturalmente, sarebbe quella del sesso maschile; la diluizione verrebbe dallo sperma. Ancora: di chi sono queste parole? Forse di Adolf Hitler? Un passo di Mein Kampf? Una sorta di prologo all’inferiorità delle razze, inclusiva anche di quella femminile (Littell ha scritto in effetti un saggio sul dualismo parasessuale dell’umido/femminile e del secco/maschile, ricorrente nell’ideologia nazista)? No. L’autore di queste citazioni è Jean-Paul Sartre. Forse sono state pescate da un qualche suo testo marginale, secondario, postumo e non autorizzato? Ancora una volta, no. Sono le pagine finali dell’Essere e il nulla.

Il «rischio di essere» – cui Sartre vorrebbe inchiodare la donna – allude ad un elemento non quantificabile, non controllabile del desiderio femminile e quindi ad un’ansia maschile, spesso capace di evolvere in violenza, verso una sessualità doppia (clitoridea e vaginale), metamorfica (erotica e materna) e complessa: chiamata quindi – più che mai in questi tempi di modernità liquida – a individuarsi, ad esprimersi attraverso una soggettivizzazione, un transito della natura in cultura. Possiamo ritrovare questi frammenti sartriani (ovviamente riportati da una prospettiva critica) in un testo di Franco Rella, composto da altri centosettantotto frammenti: tasselli di un complesso mosaico, il cui senso va trovato attraverso il campo di tensione che ogni elemento – al tempo stesso dettaglio e totalità – stabilisce con il tutto.

C’è il metodo di Benjamin, a lungo argomentato, dietro questa struttura, certo. Ma c’è anche una originale scommessa: il montaggio dei frammenti non è più allegoria e mappa della città moderna, ma del corpo. E il libro di Rella si intitola infatti Ai confini del corpo (prima edizione Feltrinelli, Milano, 2000; nuova edizione aggiornata Garzanti, Milano 2012). Il mosaico dei frammenti è l’equivalente metaforico del corpo, ma anche l’unico strumento conoscitivo che può avvicinarlo, renderlo parlante e dicibile. Il corpo è un’entità plurale, molteplice, sfuggente, attraversata da mille soglie (p. 187): esse sono i transiti, i passaggi, gli attraversamenti delle nostre vite; la parola soglia – ci ricorda Benjamin (cui Rella dedica l’intera terza sezione del libro: Scrivere il corpo. La scrittura critica e il pensiero del confine, pp. 325-354) – comprende in sé «mutamento […], maree, significato» (p. 344. Il corpo ha bisogno di questa messa a fuoco mobile, situazionale, ampia e circoscritta nello stesso tempo, anche perché su di esso grava una secolare rimozione, inaugurata dalla condanna di Platone e quasi sempre confermata dalla tradizione filosofica occidentale (anche da una attuale deriva di un certo femminismo, tutto incentrato sulla onnipotenza dell’identità mutante, che trascende se stessa e il corpo; pp. 301, 305-306). Ecco spiegata la scelta di citare la miseria maschile di Sartre. Il corpo femminile è la «bestia», la «carogna» (p. 259), e questa volta è una donna che parla: Louise de Bellière du Tronchay, internata alla Salpêtrière nel 1677. Quindi è una donna che si esprime con il linguaggio della reclusione e della devianza, una donna che si rappresenta come il calco inerte della sessualità maschile e si firma Louise du Néant, Louise del Nulla. Ma il punto è che tutti i corpi sono devianti, tutti i corpi sono reclusi, tutti i corpi sono annullati; su quelli femminili, tuttavia, il dominio maschile ha proiettato le forme di animalità e materialità biologica che poteva, in questo modo, decantare da sé. Per essere finalmente puro pensiero. Louise du Néant, in fuga dal suo essere «bestia» e «carogna». Il suo pseudonimo ci ricorda che fino a quando rappresenterà solo il femminile, la fisicità continuerà a ricevere proiezioni antifemminili.

Ai confini del corpo ricostruisce le tappe, le oscillazioni, le sfumature e anche le controtendenze dell’immaginario maschile moderno, ma lo fa nella forma sintetica, intuitiva del frammento. Così alcuni brani sono riletture di splendidi luoghi letterari da Baudelaire a Proust, passando per Flaubert e Kafka (Franco Rella, un filosofo e un esteta, ci dice che la filosofia ha fallito nel raccontare il corpo; la sua messa in forma va cercata invece nella poesia, nei romanzi; pp.7-24, 35-36), altri sono brevi e intensi appunti autobiografici, altri ancora sono sparse schede di un possibile romanzo nel quale un femminicida e un investigatore incarnano alcune posture maschili verso il corpo della donna e verso il desiderio: posture omicide, rapaci o anche solo prensili. In ogni caso orientate verso un possesso: un «sapere maschile sul corpo» che si contrapporrebbe ad una potenzialità femminile di «sapere del corpo» (p. 222). Questa potenzialità, tuttavia, non va interpretata come un essenzialismo. Anch’essa si esprime all’interno di un dualismo; anch’essa è inscritta in una gerarchia di valore e disvalore tra maschile e femminile e può portare quindi a sviluppi nevrotici o patologici (basti pensare all’isteria o, nella nostra attualità, all’anoressia).

All’interno di questo percorso, il corpo parla quando si situa ai suoi stessi confini, nelle condizioni eccezionali dell’eros, del dolore, della malattia, della vecchiaia: frontiere esistenziali, cui sono dedicati moltissimi frammenti e molte riletture letterarie (qui l’elenco si apre a poetesse e scrittrici, da Achmatova a Szymborska). Ma – aggiungo io – il corpo femminile parla invece anche dal pieno centro di se stesso, non ha necessariamente bisogno di esorbitare da sé. La maternità, per esempio, può essere una straordinaria rivincita del corpo sul pensiero: è un corpo che chiede imperiosamente al pensiero di pensarsi attraverso la morte e la nascita di nuove parti psichiche. Altre soglie, quindi. Di una storia che deve essere ancora scritta.

[Immagine: Elliott Erwitt – Prado Museum – Spain, Madrid, 1995 – © Elliott Erwitt/Contrasto (dbr]).

 

62 commenti

  1. Noi uomini abbiamo detto e pensato tante prodigiose follie, scemenze, cavolate sul corpo delle donne: un arcobaleno di gloriose, infami, maestose e ridicole sbroccature.
    Invito però le signore a riflettere che questa manifestazione di perverso, infantile, preoccupante interesse per il loro corpo e le sue inquietanti porticine è anche un elemento chiave per il marketing del prodotto donna, che sinora s’è assai giovato del mistero che lo circondava…

  2. Giornata internazionale contro la violenza sulle donne? E perché mai?
    Omicidi, pornografia, oscenità, stalking, aggressioni, prostituzione, adulteri, buchi, ferite, ricuciture, vacche, pesci, conigli, galline, caffè, brodo, acqua, vento, mozzarelle, orti, streghe e fattucchiere, monaci e madonne, diavoli e angeli, sifilide, alcol, droghe, femminismo solidale, isole e montagne, schizofrenia, grandi fratelli… Boh, che sia tutto una grande invenzione mediatica?
    Silenzio silenzio silenzio.

  3. “Il «rischio di essere» – cui Sartre vorrebbe inchiodare la donna –” (de Rogatis)

    Forse Sartre è un esemplare di maschilista da detronizzare, ma – se non sbaglio – per lui al rischio di essere sono inchiodati uomini e donne; e non solo “la donna”.

  4. lA CAPAil corpo del suo amato -odiato filosofo, CITà DI SCOPRIRE ANCHENELLE PIEGHE DELLAFILOSOFIA E TEORIA CHE STIMAVAMO libera, interessante, il disprezzo del corpo femminile, la diversità, il fascismo inconscio, per cui dovremmo rieducare la cultura maschile. E ben fece Simone DE Bauvoir, nell’ultimo libro, a presentare il corpo del suo amato-odiato filosofo, come putrescente,incontinente, disgustoso. Esiste anchequesta fase del corpo- E Sartre, da buon maschio, non ne aveva parlato.
    Ma la donnalosa ,e non se ne rammarica, perchè è madre, dedita al dono e alla cura., attenta alle tante trasformazioni del suo corpo., attenta a coltivare e creare sull’immaginazione, sull’intuizione, sul dentro-fuori, sul Noi.

    La lontananza dalla soria, come diceva Carla LOnzi ci ha avvantaggiato, allontanato da violenza e guerra, da una storia raccontata così, come esplosione di potere ,sopraffazione e violenza. Non vorremo che la società patriarcale ci insegnasse a diventare competitive e guarrafondaie, ma solo brave, capaci.
    Ci siamo a lungo interrogate sul motivo che ci ha spinto a pensare e

    raccontare la differenza e l’identità femminile. E non abbiamo trovato altre risposte se non questa, la più semplice eppure la più autentica: il tema della differenza si è imposto naturalmente, in quanto tema che ci appassiona proprio perché ci riguarda. “Pensare la differenza” parla di noi.
    Raccontare eccede la realtà, ridisegnandone sempre nuovi e inattesi significati, anche se forse non esaurisce il compito di far essere attraverso le parole: non riesce fino in fondo a dar conto di luoghi, presenze, colori, pensieri, incontri….!
    L’intero progetto può essere così riletto come preziosa tessitura di dialoghi e relazioni.
    E questo scambio non dovrebbe interrompersi mai, come testimonianza, desiderio di continuare, negli anni, l’esperienza avviata oggi.
    Mi pesa essere una donna: una donna ha pronunciato questa frase. “Mi pesa essere una donna” sarà la traccia di un’ultima opacità o di un residuo anacronismo, ma segna in ogni caso una asimmetria, un modo duplice di stare al mondo, di sentirsi pienamente partecipi di esso e insieme straniere.
    Essere donna è un fatto, nel senso in cui Hannah Arendt nominava la nudità e irrevocabilità di ciò che è, di ciò che accade e che non è in potere dell’agire umano di cambiare. La nascita è per Hannah Arendt il prototipo della nudità di ciò che è, in quanto incarna l’accadere nel suo aspetto di miracolo, di irruzione del nuovo, dell’imprevisto nella regolarità dei processi naturali e insieme attesta la durata, la persistenza e preesistenza di un mondo senza la cui accoglienza e ospitalità ogni novità sarebbe scaraventata nel vuoto e destinata a naufragare. E’ un dato di fatto nudo e irrevocabile che nascano uomini e donne e che non l’Uomo, ma uomini e donne abitino la Terra in una dimensione originaria di pluralità e di essere insieme. Ma nel momento in cui quel nudo dato di fatto accade nella sua qualità di evento unico e irripetibile – “sono una donna, è accaduto qualcosa” .

  5. Errori terribili, dovuti a qualche difetto di una linea traballante.

    da ‘La capai fino a cità’, da cancellare.

    Comincia: L’articolo cerca di scoprire……(continua sopra)

  6. E, sì, la sroria va riscritta….

  7. Forse l’autrice di questo articolo, anziché riportare alcuni passi dell'”Essere e il nulla” di Sartre, isolandoli dal contesto e criminalizzandoli con bislacchi riferimenti a Hitler, avrebbe fatto meglio a ricordare, in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, una vicenda emblematica come quella di Franca Rame. Una figura, indubbiamente, che, non essendo riducibile ad un’icona dolciastra dei buoni sentimenti e del “politicamente corretto”, non si presta neanche ad essere procustizzata nelle dimensioni piccolo-borghesi di un generico progressismo o in quelle altrettanto indistinte del femminismo interclassista. Non si deve infatti dimenticare che l’artista milanese, partendo dall’esperienza dello stupro a cui fu sottoposta, è arrivata a trasformare quell’esperienza in un’arma di demistificazione e di denuncia della violenza maschilista e fascista. Sennonché anche questa rielaborazione, ad un tempo psicologica, artistica e politica, non andò disgiunta dalla particolare attenzione, spinta fin quasi all’identificazione fisica, con la condizione della donna operaia, come testimoniano i drammi e i monologhi sulla fabbrica e sul lavoro a domicilio, che la Rame scrisse, recitò e replicò a più riprese. Del resto, l’esperienza di teatro proletario della Comune fu una tappa fondamentale del percorso artistico, politico ed umano di questa grande attrice. In questo senso, l’omaggio che va reso alla Rame è duplice. Da un lato, esso consiste nel riconoscere la sua intelligenza politica, che le permise di comprendere che la liberazione della donna in generale non si realizza senza la liberazione specifica della donna operaia dal padrone, oltre che dal padre, dal marito, dal compagno e dal fratello; dall’altro, consiste nel non obliterare questa semplice verità: che l’amore verso gli oppressi è soltanto carità pelosa o vano intenerimento se non si accompagna all’odio per gli oppressori e alla lotta per un mondo realmente umano.

  8. Grazie per il bell’articolo! Leggerò con piacere il libro di Rella, che non conoscevo. E per quanto riguarda Jean paul Sartre, gli ho sempre preferito Jean Paul Belmondo! Se questa non è la saggezza del corpo… ;-)

  9. Volevo ringraziare Tiziana de Rogatis per questa recensione molto bella. Volevo ringraziare anche Daniela Brogi per averla pubblicata. Ci sarebbero molte cose da dire, ma vorrei partire dalle soglie di questo post – dove si condensano due temi centrali – , per fare un’osservazione e porre una domanda.

    L’osservazione riguarda il tema della violenza. Come fa notare giustamente @ Daniela Brogi, la violenza è iscritta nel nostro commercio quotidiano di parole e gesti. Se la riflessione come attività ha un senso è proprio anche come terapia della violenza cieca – Melanie Klein la chiama “invidia” – che ognuno porta dentro di sé contro il proprio corpo e che è stata e viene proiettata sui corpi delle altre ed anche degli altri (lo spiega bene Martha Nussbaum). Vorrei portare all’attenzione questo video del 1976, dove Adele Faccio parla in un programma televisivo. Il discorso di Adele Faccio è un modello di chiarezza concettuale e attenzione al dato concreto; la reazione degli interlocutori è un buon esempio di miseria e, soprattutto all’inizio, di violenza implicita nel commercio quotidiano di parole e gesti: http://www.youtube.com/watch?v=Aui8F9yU6GI

    Ho poi una domanda per @ Tiziana de Rogatis ed è sulle madri. Non sono sicuro che vi sia un elemento generazionale, ma mi è chiaro che per molte persone della mia generazione ci siano state madri simboliche – e non solo padri simbolici. Parlo di donne il cui pensiero, le cui azioni e il cui potere hanno influenzato educazione e percorsi professionali. Sono anni che cerco di riflettere su questo, ma non ho trovato un libro dove si rifletta su questo – può essere solo ignoranza purtroppo. Mi colpisce comunque che recentemente si discuta molto della figura del padre e quasi per niente della figura della madre – e mi colpisce anche che in Italia si tenda ad avere un’immagine riduttiva di Klein e della maternità come tema di riflessione. Volevo sapere cosa pensava @ Tiziana de Rogatis di questo.

  10. Cara Cristina,
    standing ovation + ola!
    Tra Jean Paul Sarte e Jean Paul Belmondo non c’è proprio partita.
    E la Jean Seberg di “A bout de soufflé”, che incanto di donna…

  11. La donna sa il corpo. Il proprio corpo richiama alla donna il termine “spalancato” come ultima frontiera sul sè. Oltre il corpo o la resa, o la forza. Ancora una volta il guado chiama la coscienza, la difesa dei propri confini contro la violazione palese o subdola, in bilico pericoloso sulla trasposizione della propria immagine su un piano esterno a noi. Violenza, mercificazione, ammiccamenti costanti, presenti nelle sfumature del quotidiano sono il cibo insano alla nostra tavola. Sollecitare le coscienze e alzare muri è operazione sfiancante e necessaria, mi pare di vedere una recrudescenza di violenza e un regresso culturale in questo senso, al movimento femminista va la mia gratitudine, troppo presto abbiamo dato per acquisiti superamenti che si sono rivelati non essere assimilati nel profondo del femminile per non dire del maschile. Grazie a Tiziana De Rogatis per gli spunti, sono d’accordo sull’osservazione rigurdante la maternità, la forza biologica del corpo femminile che ci qualifica, ci identifica e col corpo ci fa tutt’uno, per questo la violazione del corpo è violenza sull’essere.

  12. Ringrazio tutte e tutti per i commenti al mio post e rispondo, in particolare, a @Baldini, che mi ha posto una domanda articolata sul tema maternità/paternità e sul dibattito italiano. Credo ci sia ancora molta strada da fare, molto da discutere e da chiarire. Penso a due testi, che hanno una funzione antitetica: Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre (1991) e Luigi Zoja, Il gesto di Ettore (2003). Già i titoli denunciano il fatto che il primo valorizza la funzione materna e il secondo quella paterna. La cronologia ci dice poi qualcosa in più, perché il libro di Muraro conclude e suggella la fase più vivace del pensiero femminista della differenza inaugurato da Irigaray con Speculum nel 1975 e continuato poi per tutti gli anni Ottanta. Se guardiamo alla cronologia, quindi, il testo di Zoja – insieme a quelli successivi di Massimo Recalcati – segna innegabilmente una revanche della Legge del Padre, seppure articolata in una variante antiautoritaria, problematica etc. etc. Sia L’ordine simbolico della madre, sia Il gesto di Ettore sono secondo me due libri al tempo stesso utili e suggestivi – importanti insomma. Ma per rispondere a @Baldini, e per farlo sinteticamente, dovrò parlare soprattutto dei loro limiti e non dei loro pregi. L’ordine simbolico della madre difende – secondo me giustamente – la centralità della madre per una identità femminile e lo fa valorizzando il rapporto tra madre e linguaggio, perché “l’origine della vita non è separabile dal linguaggio, né il corpo dalla mente” (p. 48). Resta però il fatto che poi l’esperienza di relazione con la madre è sottoposta nelle nostre vite ad una gigantesca “rimozione culturale”, di cui secondo Muraro le donne dovrebbero liberarsi… amando la madre, “traducendo nelle vite adulte l’antica relazione con la madre per riviverla come principio di autorità simbolica” (p. 35). Ecco, il limite di Muraro sta nel ridurre il problema ad una dimensione puramente ideologica e precettistica, come se fosse possibile recuperare con un puro sforzo di volontà questa antica relazione (l’antico amore omosessuale che lega la madre alla bambina) e, soprattutto, come se questa antica relazione fosse poi di per sé solo positiva e non – come quasi sempre accade – anche piena di ombre, di traumi, di aspetti irrisolti. Così si scavalca l’esperienza vissuta delle donne, che sanno quanto sia profondo ma anche remoto il punto di saldatura che le lega alla madre e quanto sia pieno anche di risonanze dolorose (molte lo scoprono in gravidanza, quando la madre diventa un fantasma essenziale per la nuova identità della gestante). Insomma, il limite di Muraro sta nel ridurre la figura della madre ad un valore astratto, un dover essere privo di quelle contraddizioni psichiche, esistenziali, sociali che rendono il rapporto tra madri e figlie ambivalente ma anche vero.
    E veniamo a Zoja, che prende invece avvio da un dualismo essenzialista, secondo il quale al materno perviene il mondo istintuale e al paterno il mondo della civiltà. Il padre si situerebbe sulla soglia che consente il passaggio del bambino nel mondo sociale e culturale, perché “il padre è costruzione, il padre è artificio: diversamente dalla madre, che continua in campo umano una condizione consolidata e onnipresente ai livelli che contano della vita animale” (p. 19). “Ai livelli che contano della vita animale”: bontà sua… Entrambi i libri, in qualche modo, aboliscono il problema dell’altro sessuale e sociale: l’uomo per la donna e la donna per l’uomo. Non credo che questa sia la strada giusta: dietro l’angolo, in questo modo, c’è sempre il rischio dell’essenzialismo e dello stereotipo. Entrambi i libri inoltre faticano a definire adeguatamente la posizione femminile rispetto al rapporto tra natura e cultura. Se è vero che l’essere umano è un ibrido che vive mettendo in tensione il mondo animale e quello culturale, è ancor più vero allora che la contraddizione passa in primo luogo attraverso il corpo della donna: slegato – a differenza delle nostre antenate scimmie – da una istanza riproduttiva rigidamente connessa all’estro e depositario quindi di una straordinaria libertà rispetto all’istinto. Mi chiedo: perché – invece che nel padre – non vede proprio in questo aspetto sotterraneo, invisibile della fertilità femminile il segno del passaggio alla civiltà umana (qualcosa di simile postulavano infatti i Misteri eleusini in età classica)? Ma questo corpo resta però pur sempre anche un corpo profondamente scandito, attraversato dalla biologia. Ben più di quello maschile. Così la sua condizione potenzialmente metamorfica (donna e madre, eros e riproduzione) e polimorfica (i cicli ormonali, mestruali, le gravidanze), doppia (clitoridea e vaginale) e scissa (i suoi prodotti – sangue, bambino – si separano da lei; il bambino poi – ma questa è la parabola sociale – prende anche il nome del padre) ci parla di una natura che è già cultura, e che ha un assoluto bisogno di soggettivarsi, di collocare cioè in un contesto culturale un corpo portatore di tensioni estreme tra il tutto pieno della fisiologia e il tutto vuoto della perdita (cui si deve aggiungere il vuoto della castrazione sociale, spesso introiettata dalle donne: quella che fa dire a Sartre le cose deliranti che ha detto) con quello che ne può anche conseguire in termini di Grande Madre terribile (Neumann) e di ipertrofia e sconfinamento del materno (oggi molto presente nel costume italiano, anche come inevitabile compensazione del mancato riconoscimento della maternità nelle scelte politiche italiane). Ne consegue una idea del materno meno istintiva (o non solo istintiva) e molto più problematica, ma proprio per questo inclusiva e aggregante: capace di rappresentare in modo emblematico la condizione umana.
    Ecco, credo di avere risposto.
    Grazie ancora a tutte e a tutti, anche alla redazione di Le parole e le cose che mi ha permesso di vivere questa esperienza.

  13. trovo demenziale lanciare questi strali contro Sartre, che non solo ha vissuto in privato ma ha esibito come parte della sua immagine pubblica il rapporto con una sua pari, contribuendo all’emancipazione delle donne molto più di Luisa Muraro (lo scrivono le storiche del femminismo). Sulla decontestualizzazione dei brani dell’Essere e il nulla, l’ignoranza del linguaggio metaforico della fenomenologia, per non parlare dei riferimenti a Hitler o ai padri della Chiesa — questi ultimi di ben più proficua lettura delle banalità discusse in questo articolo, mi rifaccio al commento di Eros Barone.

  14. Bisogna capire se per Sartre l’essere è meglio del nulla.
    Che il nulla possa essere rischio di essere avviene con il suo riempimento. Ciò che è vuoto può essere riempito e ciò che entra nel nulla per riempire di fatto esce da sé, si perde.
    Non so cosa sia meglio.
    Non so se le parole di Sartre implichino un migliore e un peggiore, un mancante e un pieno, in relazione all’essere e al nulla, ossia nella fattispecie in relazione ai due sessi.
    Potrebbero essere solo l’indice puntato verso una diade consustanziale.

  15. riprovo, visto che il messaggio precedente è stato censurato. Ho scritto che trovo stupido, e ingiusto, scegliere come bersaglio proprio Sartre, che esibendo come parte della sua influente immagine pubblica il rapporto con una pari (e che pari…) ha contribuito all’emancipazione delle donne molto più di Luisa Muraro. (non lo dico solo io, lo dicono le storie del femminismo).
    Deploravo poi, richiamandomi al commento di Barone, i richiami bislacchi a Hitler, l’ignoranza del linguaggio metaforico della fenomenologia, e in genere della storia della cultura (i padri della Chiesa scrivono cose degne più rilevanti delle banalità sul corpo che circolano nella cultura contemporanea). In generale, questo articolo non mi sembra al livello di questo sito, come dimostra d’altra parte l’insicurezza dell’autrice che non può tollerare altro che elogi. Grazie dell’attenzione.

  16. Grande titolo comico, “A bout de soufflé”, però il bel film con Belmondo e la Seberg si intitolava “A bout de souffle”. Mi scuso con Godard e i lettori.

  17. a Tiziana de Rogatis

    Nel suo bel libro “Il gesto di Ettore”, Luigi Zoja dice la semplice verità che mentre nei mammiferi, uomo compreso, c’è un montaggio istintuale materno, non esiste alcun montaggio istintuale paterno, e che dunque la paternità è un dato esclusivamente culturale. E siccome i dati culturali si possono anche cancellare, mentre i montaggi istintuali no (salvo eventuali futuri sviluppi da brivido delle tecnoscienze), la paternità opera per così dire senza rete: senza trasmissione culturale del ruolo paterno, il ruolo paterno sparisce, punto; e mentre l’uomo maschio continua ad esistere, l’uomo padre non c’è più (per le poco simpatiche conseguenze di questa sparizione leggere il libro).
    Mentre la maternità (che come tutto ciò ch’è umano è anche, e se si vuole soprattutto, un dato culturale modificabile) si innesta su un vero e proprio istinto.
    Quindi, se per ipotesi il dato culturale “maternità” non venisse più trasmesso, potrebbe in linea di principio essere ricostruito simbolicamente sulla base istintuale, insomma sul fatto banale che la donna prova un forte legame istintivo per la sua prole; come d’altronde le femmine degli altri mammiferi, mentre i mammiferi maschi dei loro figli se ne fregano (quando non li trovano fastidiosi e non li fanno fuori).
    Poi l’ essere umano, essendo un animale sui generis, può certo contraddire, con la volontà, anche i suoi istinti: per esempio, suicidandosi l’uomo vince l’istinto di sopravvivenza, e a maggior ragione potrà vincere anche l’istinto materno.
    Ma il fatto che Zoja rilevi un fatto puro e semplice come questo, non vedo come possa parere una svalutazione della donna. Siamo animali tutti, uomini e donne, comunque si interpreti e motivi la nostra differenza dalle altre specie.

  18. @ Una lettrice

    Volevo dialogare con lei, perché il tema dello stile e del linguaggio filosofico mi interessa. Capisco le sue obiezioni, anche se mi dispiace il tono – ma sono convinto che il medium non aiuti la discussione.

    Spero che lei sia d’accordo nel dire che lo stile vada preso sul serio, compresa non solo la scelta delle metafore, ma anche degli elementi apparentemente neutri, come ad esempio i pronomi. Certo, lo stile della fenomenologia va giudicato in prospettiva storica: ma è proprio questo per me il punto della recensione. L’effetto che la recensione ha su di me come lettore è proprio sottolineare la distanza storica che ci separa dallo stile della fenomenologia – e l’effetto è ottenuto anche con la scelta straniante dei due riferimenti, che sono caricati retoricamente.

    Le vorrei fare una domanda: lei se la sentirebbe di negare che nello stile di questo passo di Sartre si sente l’eco della cultura e dei rapporti di genere dell’epoca? E questo non vorrebbe certo dire che Sartre non sia un filosofo interessante o che non fosse femminista, quanto e forse più di quanto lo potesse essere un uomo della sua epoca – per parafrasare quanto è stato detto di Bernard Williams, che era di una generazione più giovane.

    Come esempio di percezione di distanza storica del linguaggio anche filosofico, mi viene in mente questo. Ripensando al suo libro più importante a trenta anni di distanza, Roland Dworkin ha scritto che avrebbe voluto cambiare tutti i pronomi personali e non usare più il pronome personale maschile di terza persona come neutro. Dopo aver letto questa osservazione di Dworkin, la mia percezione dell’uso dei pronomi personali nel discorso filosofico è cambiata – so che era già diventato un problema e questo molto tempo prima; riporto solo un’esperienza personale e un esempio. Mi chiedo se lei non pensi che questioni come queste siano tutto sommato esterne a ciò che conta nel discorso filosofico.

  19. @ Buffagni

    montaggio istintuale materno?

    cito da “perché il sesso è divertente?” di jared diamond:

    “nella minoranza di mammiferi maschi adulti che prodigano cure paterne ai piccoli si contano i poliginici zebra e gorilla ( che possiedono harem di femmine ), il gibbone (che forma una coppia solitaria con la femmina) e il tamarino ( piccola scimmia la cui femmina adulta poliandrica dispone di un harem di due maschi ). I maschi di alcune specie di pesci, come l’ippocampo e lo spinarello, e i maschi di alcuni anfibi, accudiscono le uova nel nido o prendendole nella bocca, in una sacca o sul dorso. ”

    @ Baldini

    io dalle poche righe che ho letto direi che il problema non è tanto lo stile, ma il contenuto, prossimo allo zero. Il rischio di essere?

  20. Scusate la fretta, dovuta a una difficoltà di connessione, ma sia pur rapidamente sono sostanzialmente d’accordo con Roberto Buffagni”sul fatto banale che la donna prova un forte legame istintivo per la sua prole; come d’altronde le femmine degli altri mammiferi, mentre i mammiferi maschi dei loro figli se ne fregano (quando non li trovano fastidiosi e non li fanno fuori)”.

    Però non è così semplice, e soprattutto fermarsi a quella che lei stesso giustamente definisce una banalità forse è rischioso. Mi spiego: sempre guardando al mondo animale, spesso proprio le madri abbandonano i cuccioli in difficoltà (le gatte per esempio: smettono di allattare i figli più deboli), dunque anche nel mondo animale evidentemente agisce un criterio di selezione. In più: proprio il mondo animale offre vari esempi di quello che un veterinario poco tempo fa mi diceva forse in maniera troppo brusca: “attenzione, perché in natura un maschio basta e avanza: non pensare solo ai fuchi, pensa anche alle tigri, che vanno a caccia mentre i leoni sonnecchiano nella savana”. Non ho esperienza diretta con leoni e leonesse, effettivamente, ma mi sono accorta che le gatte di campagna spesso si stufano di allattare, e molto presto cominciano a uccidere, anche inutilmente, piccole prede, per insegnare ai cuccioli a cacciare; e sono sempre loro a difendere con particolare ferocia il territorio. Cosa dobbiamo dedurne? e soprattutto, considerati questi rapidi e semplici esempi, siamo proprio sicuri che questi paragoni, usati in maniera totalizzante, funzionino, e che non possano tra l’altro rischiosamente condurre a simmetrie e conclusioni ideologiche diverse da quelle di Zoja? – almeno quando schiaccia (tocca dirlo: violentemente) la funzione materna sul biologico, riservando invece solo alla funzione paterna la capacità di saldare biologico e culturale.
    Vorrei poi invitare anche a evitare parole offensive, come indicato dalle regole di LPLC; e in ogni caso a spiegare i giudizi: basta dire “perché, ecc.
    Un saluto

  21. Pingback: Post del blog di Alessandra Sarchi che riprende il suo racconto “Così simile a una morte” | Alessandra Sarchi

  22. Sto pensando a tutti quegli individui che hanno vissuto o vivono con una sola figura genitoriale, il quale, comunque, racchiude in se tutti i riferimenti necessari…

    “necessari”(?)…mah… anche di questa necessità dubito fortemente.

  23. Non sono tigri, sono leonesse quelle..

  24. a Dfw vs Jf

    Guardi, io di scienze naturali so zero. Riferisco quel che dice Zoja, che certo riporterà in bibliografia di riferimenti del caso (mi scuso, non ho il tempo di controllare).

    a Daniela Brogi.
    Grazie della replica. Sempre tornando a Zoja: non gli preme di sostenere che il padre sia l’unico legame tra biologico e culturale (se ricordo bene il libro, non lo dice affatto). Gli preme dire un’altra cosa: che un indebolimento o addirittura sparizione del ruolo paterno nella cultura a) è più facile da attuarsi appunto perché non c’è istinto paterno, mentre far sparire il ruolo materno è meno facile perché l’istinto materno esiste eccome b) è foriero di sviluppi poco divertenti, perché senza un padre (esteriore e soprattutto interiore) i maschi umani si imbrancano -stavolta davvero come animali da preda – e diventano assai pericolosi. E questo è un fatto noto a tutti coloro che conoscano un po’ gli adolescenti e i giovani maschi.
    Quanto all’istinto materno negli animali e negli uomini, nessuno, penso, ha mai creduto che le mamme siano o debbano essere tutte sante e madonne pronte al sacrificio totale perché hanno l’istinto materno. Le gatte rimangiano i gattini nati male, le donne vendono e uccidono i figli, e “Medea” non è un testo di fantascienza. Con gli istinti, la bontà e la malvagità, e in genere le qualificazioni etiche, non c’entrano.

  25. Oggi in Senato, donne vestite in nero, a lutto, perché il loro maestro-amante-padre-padrone veniva cacciato. Cosa le spingeva? Una coercizione alla o una libera scelta di sudditanza? Un reale possesso o una volontà di essere possedute, di appartenere a?

  26. “Nel suo bel libro “Il gesto di Ettore”, Luigi Zoja dice la semplice verità che mentre nei mammiferi, uomo compreso, c’è un montaggio istintuale materno, non esiste alcun montaggio istintuale paterno, e che dunque la paternità è un dato esclusivamente culturale. E siccome i dati culturali si possono anche cancellare, mentre i montaggi istintuali no (salvo eventuali futuri sviluppi da brivido delle tecnoscienze), la paternità opera per così dire senza rete: senza trasmissione culturale del ruolo paterno, il ruolo paterno sparisce, punto; e mentre l’uomo maschio continua ad esistere, l’uomo padre non c’è più (per le poco simpatiche conseguenze di questa sparizione leggere il libro).
    Mentre la maternità (che come tutto ciò ch’è umano è anche, e se si vuole soprattutto, un dato culturale modificabile) si innesta su un vero e proprio istinto.”

    Il minimo che si possa dire è che o questa sintesi del libro di Zoja è assai grossolana e difettosa, o lo psicoanalista Zoja è alquanto ignorante o incompetente nello scrivere di biologia, in particolare di zoologia ed etologia. La distinzione così netta tra istinti (a parte il nonsenso della locuzione “montaggio istintuale) e cultura, inoltre, unita alle proprietà che vengono associate a queste due funzioni, denota schemi mentali decisamente rigidi e lineari, che non tengono in alcun conto la circolarità e la complessità dei fattori in gioco.

  27. @ Buffagni

    neanch’io so molto di scienze naturali, per questo leggo i libri di chi ne sa, cosa che a questo punto dubito che abbia fatto Zoja. Se ha basato il suo testo sulla convinzione dell’esistenza dell’istinto materno ha scritto un testo che può tranquillamente essere buttato.

  28. Non so nulla del libro di Zoja e naturalmente evito di parlarne.
    Rimango tuttavia turbato dalle certezze del commentatore che mi ha preceduto (e che citerò solo quando cambierà nick), che mostra come ogni età abbia le sue ideologie.
    Non so quale sia la sua fonte di certezze, ma ricordo che noi umani siamo strettamente imparentati con gli altri mammiferi, che devono questo nome al fatto che vengono allattati dalla madre.
    Non ho certezze, ma qualche domanda l’avrei. Cosa mai induce una gatta ad allattare i suoi piccoli? A me pare rientri a pieno titolo in ciò che si designa come istinto, e sono portato a credere che un simile istinto esista anche nella femmina degli umani.
    Magari qualcuno potrebbe perfino sostenere che noi umani non abbiamo istinti, ma sarebbe un’ipotesi stupida, non potremmo nenache sopravvivere senza istinti.
    E’ invece vero che nell’uomo il furore ideologico può prevalere perfino sull’istinto, e quindi non mi meraviglio se vedo una donna che non mostra istinto materno. Se un uomo si può suicidare disubbidendo all’istinto di sopravvivenza, perchè mai dovrei meravigliarmi se un certo clima culturale possa occultare qualcuno dei nostri aspetti istintuali?
    Gli umani possono disobbedire agli istinti, anzi lo fanno spessissimo, ma negarne l’esistenza è tutt’altra cosa: almeno evitiamo khomeinismi su questi temi.

  29. @ Cucinotta ( ma cosa c’è che non va nel mio nick? è un omaggio scemetto a questo sito )

    La mia certezza non dimostra affatto che ogni età ha le sue ideologia, al massimo che io ho un modo di intervenire a volte irruento e presuntuoso. Al di là di approfondire il concetto di istinto genitoriale, se uno scrive che ne i mammiferi esiste l’istinto materno e non quello paterno e poi ci basa una qualsiasi riflessione commette un errore grave. Nel primo libro divulgativo che mi è capitato fra le mani casualmente ci sono appunto comportamenti di mammiferi che mostrano cure paternali e vorrei vedere se li vogliamo spiegare con la trasmissione culturale.
    cito ancora:
    “L’anatomia, la fisiologia e gli istinti alla base delle cure parentali sono programmati geneticamente dalla selezione naturale. Collettivamente, essi fanno parte di ciò che i biologi chiamano “strategia riproduttiva”. la selezione naturale può essere una lotta anche fra genitori e figli oppure fra i membri di una coppia, perché gli interessi dei genitori possono non coincidere con quelli dei figli e gli interessi del padre con quelli della madre. Questi risultati così diversi ( ovvero se le cure sono prevalentemente o esclusivamente o egualmente materne o paterne ) dipendono da tre ordini di fattori fra loro correlati, le cui differenze tra i sessi variano da specie a specie: investimento nell’embrione o nell’uovo già fecondato; possibilità alternative che verrebbero precluse dalla prestazione di ulteriori cure parentali; certezza della paternità o della maternità riguardo all’embrione o all’uovo.” Leggendo questo libro si apprende inoltre che la lattazione maschile umana è fisiologicamente possibile.

  30. @Buffagni

    lei scrive:

    “(..)perché senza un padre (esteriore e soprattutto interiore) i maschi umani si imbrancano -stavolta davvero come animali da preda – e diventano assai pericolosi.”

    io dico:

    Ma cosa sta dicendo??? ..

    Il linguaggio fatto di assolutismi è sempre fastidioso, non perché dica delle verità, ma perché non tiene conto degli esempi omologhi e contrari, che negano i suoi assiomi e quindi il suo ragionare: io conosco giovani cresciuti senza padre che non si sognerebbero mai di aggregarsi ad altri maschi da preda e tanto meno a un capobranco, perché sono persone equilibrate, autonome, ideologicamente libere, di indole nettamente opposta, filantropica direi.

  31. …Che poi bisogna vedere se “i branchi” è vero sono fatti di individui senza padre, esteriore od interiore che sia , o invece il padre lo hanno o lo hanno avuto, magari pure autoritario, che li spinge ad aggregarsi per eternare il rapporto di sudditanza genitoriale al quale sono stati sempre abituati.
    In casi meno estremi, aver avuto un padre presente ed autoritario spinge a parlare per assolutismi(imitazione verbale dell’autorità paterna) e ricercare in un leader, magari politico, una sorta di affermazione specchio.

  32. Caro nick impronunciabile,
    noi non siamo animali qualsiasi, siamo mammiferi e non ad esempio uccelli, può piacere o no, ma si tratta di un dato di fatto.
    Quindi, l’esempio del padre uccello che cura i figli similmente alla madre non è pertinente.
    L’allattamento è ciò che contraddistingue specificamente i mammiferi, e questa è riservato alla madre, checchè ne dica il libro a cui lei si riferisce. Una cosa risaputa viene a quanto pare ignorata solo dai cosiddetti esperti, bisogna essere esperti per non vedere che sono le madri e non i padri ad allattare. Pur di formulare ed argomentare le proprie tesi, c’è chi non si sottrae alle osservazioni più improbabili, rendendo complicato quanto è semplice.
    Infine, rimane per me un mistero perchè chi come lei cita le relazioni tra le cure parentali e la selezione genetica, finisca poi per negare addirittura l’istinto: dove starebbe la coerenza?

  33. @ Cucinotta

    non sono io che nego l’istinto, è Zoja che lo fa. Io nego la connotazione di genere esclusiva. Le cure le danno sia le madri che i padri, ma pure le zie e i cugini e i nonni, ma non c’è un istinto materno diverso da un istinto paterno o un istinto nonnesco ( che Zoja nega per i mammiferi, e i gli esempi parlano anche di mammiferi, e pure di scimmie antropomorfe, non solo di uccelli, senza contare che appartenere a specie diverse non ci rende completamente diversi, e il concetto stesso di specie va preso con le molle ), per questo si parla di istinti alla base delle cure parentali. Zoja basa il suo assunto sul fatto che nei mammiferi non è presente l’istinto paternale, e gli esempi lo smentiscono ( a meno di non voler trovare motivi misteriosi per i quali certi mammiferi maschi si occupano dei figli, senza contare che i biologi evoluzionisti sono andati a cercare il perché le cure parentali si differenziano, cosa che fa capire che ciò che chiamiamo istinto appartiene a tutti, ma appunto si è sviluppato in maniera diversa, per questo ho riportato anche i fattori correlati in gioco, fattori che cambiano essi stessi ) . L’allattamento non è riservato al sesso, questo è un modo di descrivere le cose non proprio adatto. Semplicemente la lattazione si è sviluppata in questo modo, ma dato che anche i maschi sono fisiologicamente in grado di produrre latte, non solo assumendo ormoni appositi, ma anche in certe condizioni particolari, non c’è nulla che lo impedisca. è stata una concomitanza di fattori che ci ha fatto sviluppare in questo modo. cmq più tardi posterò qualcos’altro da un altro testo di Diamond.

  34. @Tiziana de Rogatis

    condivido molto il tuo commento e mi piacerebbe leggere la versione più estesa di “Linguaggio e corpo femminile” per seguire il suo articolarsi meno sintetico.
    E’ giusto un piccolo pezzo di giornale quello che linko qui sotto, ma c’entra con le cose delle quali qui si parla.
    http://www.nazioneindiana.com/2013/11/28/tutte-le-madri-felici-si-somigliano/

    In un momento di maggiore freschezza avrei forse da dire qualcosa su Muraro. Più facile invece è esprimere l’impressione che – junghiano per junghiano – il vecchio Erich Neumann abbia formulato una visione dei ruoli di genere (anche nella dimensione del profondo e/o simbolico) meno restaurativa che mezzo secolo e passa più tardi Luigi Zoja.

  35. Caro nick impronunciabile,
    possibile che lei non riesca a distinguere tra una remota possibilità e la realtà effettuale?
    Sarebbe come se noi negassimo che gli USA sono un paese più ricco del Ruanda solo perchè non possiamo escludere in linea di principio che un ruandese diventi ricco.
    Ripeto, la sua mi pare una posizione ideologica al traino di questo libro che cita, dove evidentemente, la tesi da sostenere precede la sua verifica, ed anzi l’autore cerca solo conferme pretestuose alla sua tesi precostituita.

  36. Non ho tempo di rileggere “Il gesto di Ettore” di Luigi Zoja per rispondere argomentando con precisione alle obiezioni di chi mi replica. Invito a leggere il libro, che è bello e serio; poi magari ne parliamo, se possibile senza farcire la discussione di ideologia e tirare in ballo gli animali maschi che possono allattare e dunque dimostrano che le coppie gay possono essere fantastici genitori, e altre amenità.
    Sono intervenuto solo perché mi pareva che la signora de Rogatis attribuisse indebitamente al lavoro di Zoja intenti antifemministi che non c’entrano niente. Zoja è un amico e apprezzo il suo lavoro, ma lui è grande e vaccinato, il suo lavoro di ottima qualità, e quindi si difendono da soli.
    Chi ha voglia di parlarne è il benvenuto, chi ha voglia di fare una discussione a latere dovrà cercarsi un altro interlocutore perché io adesso non ho tempo.
    Cordiali saluti a tutti.

  37. @Buffagni

    Esistono le famiglie arcobaleno, che dimostrano che le coppie omosessuali possono essere fantastici genitori.

    Ci risparmi le sue amenità, grazie.

  38. @ buffagni e cucinotta

    chiudo il parziale ot, piuttosto perplesso dalle vostre repliche nelle quali tirate in ballo le ideologie, che non c’entrano niente. in particolare buffagni, dire che ho tirato fuori l’allattamento per arrivare alle coppie gay è un flash che ti sei fatto, buon per te. io l’ho tirato fuori come pura curiosità, non c’entrava neanche con l’obiezione che ho posto al tuo primo intervento, e che rimane. obiezione che arriva da uno che ha studiato biologia evolutiva ( diamond ) e che non sta sostenendo alcuna ideologia ( il libro parte da una domanda, non da una tesi precostituita ). cosa che neanch’io sto facendo. Buffagni, sei partito da una semplice verità che non è né semplice né vera. a casa mia non si tirano fuori le ideologie, si va a verificare. Io di contro leggerò il libro di Zoja.

  39. a Dfw vs Jf e Ares

    Grazie, come non detto, buona conversazione.

  40. @ Helena Janeczek
    Tra quanto tu scrivi in “Tutte le madri felici si somigliano” e quanto io vado meditando c’è una forte convergenza. Anche io credo che la maternità sia un argomento che non riguarda solo le madri: dovremmo pensarlo come la cornice che dà forma alle esperienze psichiche e sociali degli uomini e delle donne, ma in modi radicalmente diversi per i due sessi/generi. Che rapporto c’è per esempio oggi tra la maternità e le forme del potere? In particolare, mi sembra che Muraro abbia visto bene quando ha individuato un vuoto di valore – ben peggio di una svalutazione – nel rapporto che lega le madri alle figlie nella modernità. E forse proprio da questo vuoto ha origine la mancanza che denunci nel tuo pezzo: come mai in un clima culturale italiano di materno ipertrofico e chiaramente problematico latitano i film o i racconti sulla maternità? Come mai l’immaginario creativo non viene sollecitato (o quanto meno, non quanto si riesce a fare recentemente sul versante del paterno?)? Mi ha molto incuriosito anche il rinvio al film di Alina Marazzi, che non conosco. Dando un’occhiata, mi sembra che questa giovane regista proponga una filmografia davvero interessante. Proverò a recuperare “Tutto parla di te”.
    Linguaggio e corpo femminile è un piccolo frammento di una ricerca su narrazioni (del passato e dell’immediata contemporaneità), mito classico e identità femminile, su cui sto lavorando. Il post continua alcune riflessioni che si ritrovano in un mio saggio recente, reperibile on line: “Lady Macbeth e noi: potere, corpo e desiderio”. Quello che mi ha colpito di LM è il trapiantare il pensiero nelle sue metamorfosi fisiche; lei esprime una competenza della mente che si pensa attraverso il corpo, mentre Macbeth esprime una competenza della mente tesa al dominio sul corpo. LM chiede – nel suo famoso monologo – di rinegoziare la sua identità sessuale, che vuole soggettivarsi in modo estremo e onnipotente (inclusivo cioè di tratti sia maschili sia femminili, in senso seduttivo). Il cross-dressing metaforico di LM è il tentativo violento di scardinare quegli standard delle personalità sociali dei due sessi (binari e antitetici), che proprio la prima modernità di Shakespeare comincia a fissare in modo particolarmente rigido. La rivolta antimaterna di LM va situata in un periodo storico in cui le istituzioni (religiose e politiche) e il versante conservativo dell’immaginario tentano in tutti i modi di formalizzare una differenza “naturale” tra le donne e gli uomini, incalzati dalla pressione di una inedita rivalità femminile (un nome per tutti, quello della stessa regina Elisabetta: lei sconvolge con il suo corpo di donna il codice teocratico della monarchia inglese): dunque la maternità viene rappresentata in modo veramente sistematico come l’istinto biologico che rende le donne estranee all’aggressività, alla violenza, alla conquista del potere. Sempre a questo periodo storico, per esempio, e sempre in Inghilterra risale l’insistente proposta, da parte dei predicatori puritani, di estendere anche alle borghesi e alle aristocratiche l’allattamento. Fino ad allora l’allattamento era percepito, per le donne appartenenti a questi due ceti, come una pratica deprecabile ed eccentrica (e di fatto la pratica diventerà usuale solo a partire dalla metà del Settecento). Sto lavorando in questo periodo alla parte teorica del mio discorso (su cui più in là, se vuoi, posso aggiornarti…), ma lavoro parallelamente anche sui testi e sulla rielaborazione della mia esperienza e di quella di altre donne che conosco e in cui mi riconosco. Quanto meno in questo campo non ha senso per me una forma diversa di teoria. Grazie, in ogni caso, per le tue parole.

  41. Mi trovo in accordo con i termini del problema posti da Tiziana ed Helena, e soprattutto sulla scarsità di rappresentazione fuori dai cliché della madre, e della funzione madre. Per la ricerca che Tiziana sta affrontando e in relazione anche al libro di Zoja, “Il gesto di Ettore”, vorrei ricordare che con una vastissima ricognizione sul mondo classico (letteraria e iconografica) Jakob Bachofen pubblicava nel 1861 il Matriarcato (tradotto in un ponderoso millennio Einaudi), dove gettava le basi di quella distinzione fra materno= biologico, istintuale, solidale, pacifico VS paterno=fondativo, conflittuale, culturale, che si ritrovano anche nel testo di Zoja.
    Bachofen era immensamente attratto dalle tracce di società matriarcali reperite in area mediterranea e mediorientale in epoca pre-micenea, per la concezione armoniosa di convivenza territoriale e di organizzazione comunitaria che gli pareva di poter ricavare da queste testimonianze. Il fulcro era ovviamente la gestione del corpo e della sessualità femminile, e della prole. L’avvento del diritto paterno, e quindi del riconoscimento da parte dei padri dei legittimi figli, per Bachofen è uno spartiacque di civiltà, ma non un guadagno netto, poiché lo studioso tedesco vi annetteva la radice di individualismo, di proprietà, di esclusività, di manipolazione del corpo femminile, di competizione e conflitto che di fatto hanno sorretto e sorreggono la forma capitalistica, e ora tardo capitalista, della nostra società. Non a caso Marx, Engels e Benjamin prestarono molta attenzione a questo studio. Ma per tornare sul piano della rappresentazione, trovo interessante che Bachofen caduto nell’aporia di una contraddizione nei fatti molto forte, non riuscisse a escogitare di meglio che attribuire il femminile alla sfera dionisiaca e il maschile a quell’Apolinea. Un ‘a posteriori’ culturale che non spiega e nemmeno legittima una fondazione lunga millenni di potere maschile legata a un dato in origine abbastanza semplice: la superiore forza fisica.

  42. @ Alessandra Sarchi
    ti ringrazio molto per questo tuo contributo su Bachofen, la cui opera dà voce al bisogno della modernità di codificare e disciplinare in modo rigidamente dualistico le competenze di genere, con risultati – nel suo caso – per fortuna anche fortemente aporetici. Certamente il testo e l’autore sono da considerare, seppure da una prospettiva critica. Un’altra cosa da fare è tenere presente l’area di studi che ha raccontato il nesso tra il rafforzamento degli standard binari di genere e il consolidamento delle identità nazionali europee. In Inghilterra, per esempio, durante l’età di Shakespeare la caccia alle streghe (e quindi la codificazione del normale e dell’eccentrico femminile, proprio sul piano del comportamento) conosce un notevole incremento, connesso probabilmente anche alla forte tensione tra ordine e caos di quel periodo storico e al bisogno di esorcizzare quegli elementi confusivi che d’altronde la stessa Prima modernità produceva.

  43. @Tiziana e Alessandra,

    All’epoca in cui ero da poco arrivata a Milano, ho frequentato per un po’ la libreria di Via Dogana. Se poi me ne sono allontanata (forse sarebbe più preciso dire che me la sono svignata) è proprio per la reazione profonda che mi suscitava il pensiero che Luisa Muraro stava elaborando in quel periodo. Per me, allora forse nemmeno ventenne, l’idea che l’identità differente delle donne dovesse costiuirsi ” “traducendo nelle vite adulte l’antica relazione con la madre per riviverla come principio di autorità simbolica” era letteralmente terrorizzante. La sola madre che avessi conosciuto per me rappresentava un potere da cui affrancarsi era una necessità primaria e vitale. Ora per quando la cosa toccasse nodi affatto tranquilli, riuscivo anche a concepire che la mia fosse un’esperienza personale per quanto affatto così insolita. Ma aldilà di questo, ossia cercando di arrivare a una riflessione pur partendo dal mio sentire, mi chiedevo: come dovrebbe essere fatta questa autorità simbolica? Basta che la si chiami “autorità” e “simbolica” per differenziarla dal potere immenso che il ruolo materno ha sempre mantenuto, anche nelle società più patriarcali e/o misogine? Non capivo perché non nascesse l’esigenza di partire dall’esperienza vissuta del materno per discernere e chiarire che tipo di “madre” simbolica fosse quella su cui costruire dei rapporti futuri.
    Aggiungo una cosa importante quanto risaputa. Il distacco dalla madre è il movimento basilare dell’individuazione degli esseri umani, ma nel momento di passaggio alla vita adulta, ossia l’adolescenza, per le donne diventa conflitto con la madre. Non è detto che il conflitto non si plachi varcate le soglie di quel passaggio, ma se e quando e come questo accada, appartiene alla storia di ciascuna/o. A me però sembra che una parte della maggiore maturità e anche maggiore forza riscontrabile in molte donne oggi, stia in relazione con quel pressoché inevitabile distacco dalle madri. Per gli uomini è più facile che scontino la tanto deplorata assenza o eccessiva debolezza della figura paterna e che al contempo possono evitare di fare i conti con quella materna. Quindi usando un lessico maschile, sono le donne, oggi, a essere più soggetto autonomo, più “se”, e non più vicine al bios degli istinti. Il che, giusto per tornare al tema del testo, non intende negare la centralità del corpo: ma di un corpo che è anche terra di conflitto

  44. @ helena

    vorrei chiederti delle cose, perché anche se trovo interessante ciò che dici e ciò di cui rifletti lo trovo anche davvero incomprensibile ( non di difficile comprensione letterale, ma proprio di senso ), insieme anche con le riflessioni di de Rogatis. Spero di non avere un atteggiamento importuno. Magari possono intervenire anche Sarchi e de Rogatis. Io nel leggere le parole di Muraro non mi spavento, rimango piuttosto perplesso, come di fronte alle stesse parole deliranti di Sartre. Vorrei sapere come si fa a tradurre nella vita adulta l’antica relazione. Vorrei che si parlasse ogni tanto in maniera concreta e possibilmente delle proprie esperienze. La cosa che più non capisco e che mi lascia piuttosto sbigottito è leggere affermazioni circa la vita degli altri senza la più pallida idea di come sia. Le donne oggi sono più forti, più autonome. I padri sono assenti ( o deboli, e cosa vuol dire poi? E se le donne prima erano più deboli, il conflitto madre vs figlia c’era anche prima? ). Le donne tutte vivono il conflitto con la madre, gli uomini scontano l’assenza del padre. Perché se le donne acquistano forza con il distacco con la madre, gli uomini che oggi neanche devono lottare con il padre ne risentono? Infine vorrei dire che il lessico che ancorava le donne agli istinti non è un lessico maschile, è solo il lessico dei ciarlatani.

  45. @Helena e Alessandra
    “Basta che la si chiami autorità e simbolica per differenziarla dal potere immenso che il ruolo materno ha sempre mantenuto, anche nelle società più patriarcali e/o misogine? Non capivo perché non nascesse l’esigenza di partire dall’esperienza vissuta del materno per discernere e chiarire che tipo di madre simbolica fosse quella su cui costruire dei rapporti futuri”. Condivido assolutamente questo pensiero di Helena. Dobbiamo partire dall’esperienza vissuta del materno, non da un astratto dover essere. Però mi sembra che la forza di questo intervento di Helena, nel suo insieme, sia quello di rievocare una sua ambivalenza verso il libro di Muraro, che prendeva forma nei dibattiti della Libreria delle donne: una prospettiva “terrorizzante” è pur sempre anche qualcosa che muove un nodo profondo. E questo vale ovviamente anche per me (o forse solo per me, se Helena non concorda). Di questo libro discutibile ma importante che è L’ordine simbolico della madre vorrei condividere con voi un passaggio che mi ha molto colpito: “in gioco c’è il superamento di ogni avversione verso la figura della madre, l’effettivo superamento che vuol dire, soprattutto, non mettere l’uomo al posto della madre per amarlo/odiarlo invece di lei” (p. 66). Diversi anni fa, queste parole non avrebbero creato in me alcuna risonanza, invece questo ora accade, perché prima o poi bisogna fare i conti con la madre simbolica e questa resa dei conti ha prodotto in me una revisione delle mie gerarchie, dei miei desideri: molto più implicati di quanto avessi mai pensato da questo nodo. Vorrei poi tornare sulla parte finale del discorso di Helena, quando lei dice: “Aggiungo una cosa importante quanto risaputa. Il distacco dalla madre è il movimento basilare dell’individuazione degli esseri umani, ma nel momento di passaggio alla vita adulta, ossia l’adolescenza, per le donne diventa conflitto con la madre. Non è detto che il conflitto non si plachi varcate le soglie di quel passaggio, ma se e quando e come questo accada, appartiene alla storia di ciascuna/o.” Io aggingerei: distinuguiamo ciascuna da ciascuno. La psicoanalisi ha elaborato un modello di funzionamento psichico in larga parte esemplato sul maschile e sul suo conflitto edipico, ma questa non è la nostra storia, non è il nostro mito. Perché esiste una differenza radicale. Bisogna tenere presente che per l’uomo il primo contatto con il mondo è l’alterità della madre, mentre per la donna è l’equivalenza con la madre, in un amore omosessuale. Il nostro orizzonte simbolico è dentro di noi, è nel nostro primo oggetto d’amore (la madre) che rimane sempre dentro di noi – anche quando, soprattutto quando, noi lo odiamo o lo rifiutiamo con più violenza. La figura maschile non è per noi l’oggetto di una ricerca garantita nel mondo da uno scontro o da un patto con chi è simile a noi. Questa è invece l’avventura dell’Edipo, una narrazione del mondo ispirata al corpo, alla psiche e alla nascita dell’uomo. Nel discorso metaforico intorno al mito di Edipo, si racconta che il desiderio, ad un certo punto, viene investito di significato, ma anche drasticamente limitato nelle sua possibilità, dalla legge, incarnata dal Padre. Il significato può essere anche terribile: può essere anche il divieto ad accedere a qualunque desiderio ma porta sempre con sé una sintassi del mondo e dunque una capacità di definire con chiarezza l’oggetto/altro da sé e anche l’equivalenza e la contiguità tra questo oggetto originario ed altri oggetti sostitutivi. L’equilibrio tra l’oggetto e il suo valore simbolico, tra mondo reale e sua risonanza interiore, è allora più facile, più banale se vogliamo. Per la donna, l’uomo è invece la rifrazione di e scaturita da quella figura simile a noi, che è dentro di noi: la madre. Qual è allora la nostra narrazione? Non è solo un andare-verso, ma anche un ritornare-a. Quindi il tema del distacco dalla madre come basilare per l’individuazione vale ovviamente anche per noi, ma va pensato – anche creativamente – non come un processo lineare ma come un movimento ciclico, fatto di distacchi ma anche di ritorni e riemersioni. E naturalmente concordo pienamente con la parte finale del discorso di Helena.

  46. D’accordo su tutto, Tiziana. In particolare che la relazione con il materno dovrebbe avere un andamento ciclico di allontanamenti e ritorni.
    Dwf vs Jf, il discorso sull’assenza o debolezza del padre è riassunto di quel che dicono Zoja, Recalcati e altri. Intendendo (sulla scia di un pensiero fondato sulla psicoanalisi) il padre come colui che simboleggia il limite e la legge, l’assenza (o debolezza) dunque non come reale assenza fisica ma in quanto il venir meno o indebolirsi di quella funzione.
    Poi non capisco esattamente cosa ti turba? L’affermazione che si diventi sé stessi nel distacco dalle figure genitoriali? E che questo percorso, nel caso di una donna, riguarda in primo luogo la propria madre? Basta confrontare gli scontri degli adolescenti con la madre: sbuffi, sfoghi, scoppi sul versante dei maschi, un tira e molla sistematico dalla parte delle ragazzine. Sul piano storico e sociale l’emancipazione è passata e passa ancora attraverso il rifiuto di modelli femminili che pur corripondendo a una società maschile o patriarcale, venivano trasmessi dalle madri. Forse hai ragione a interrogare l’espressione “le donne sono più forti, più autonome” perché senz’altro su molti piani della realtà non lo sono abbastanza. Ma credo che si percepiscano come tali, e che questo incida sul modo in cui si pongono nei confronti degli altri in generale, non solo degli uomini.

  47. @ helena

    grazie per la risposta. Non è che mi turba, è che vorrei che si smettesse di parlare per gli altri. Vorrei sapere come fai a dire che gli uomini scontano l’assenza del “padre” più delle donne, tanto più che stiamo parlando di funzioni che possono essere espletate al di là del sesso ( non sto a dire quanto la visione psicanalitica sia fondata sul nulla, perché non è questo il punto ) quindi non si capisce perché sono gli uomini a soffrirne di più l’assenza, e poi vorrei sapere da cosa si desume questa assenza. Poi, se il conflitto con la madre ( ma poi, farà differenza caso per caso no? non esiste la madre, esistono le madri ) riguarda anche i maschi, perché sarebbero le donne a beneficiarne, e perché lo riscontri in quest’epoca? Dipenderà dal fatto che oggi le donne hanno a disposizione più cultura, consapevolezza e libertà, che c’entra il distacco dalla madre, che stando al tuo discorso è sempre avvenuto? Poi non credo affatto che si diventi mai se stessi, e il mio primo contatto col mondo non è stato l’alterità di mia madre e il distacco da lei, cosa che non ha portato a nessuna individualizzazione.

  48. A qualcuno apparirà come una provocazione, ma mi sembra che su tutta questa discussione aleggi qualcosa di ben più rilevante, e cioè la relazione che negli anni settanta sembrava chiara tra liberazione ed emancipazione femminile.
    Mi pare che che nei decenni che seguirono, la causa della liberazione femminile si sia arenata lasciando trionfare la causa dell’emencipazione.
    Tutto ciò avvenne a seguito della messa in crisi della teoria della differenza, e su questo però una buona volta si dovrebbe tentare di fare chiarezza, o almeno sforzarsi non essere meno ambigui.
    Mi pare invece che ciò che è rimasto del movimento femminista pratichi il perseguimento di obiettivi emancipatori, ma nello stesso tempo richiamando in modi che a volte possono apparire strumentali i temi della differenza. Mi chiedo a chi giovi questa confusione.

  49. dfw vs Jf forse il problema di comunicazione nasce dal fatto, parlo per me, che o risposto vuoi in riferimento all’altrui pensiero (Zoja-Recalcati e Muraro) vuoi sintetizzando il mio. Infatti per me esistono le madri, esistono le esperienze singole e questo mi ha reso l’impatto con il pensiero di Muraro assai problematico.
    Sono d’accordo che la funzione “padre” non debba essere svolta dal padre biologico, ma non importa se si tratti di uno zio, nonno, amico della madre ecc., dovrebbe pur sempre essere un uomo. E’una cosa accettata anche per le copie omoparentali, per esempio, dove vale anche per una figura femminile che non deve simularsi mamma, quando ci sono due padri.
    Ho un figlio tredicenne e conosco tanti suoi amici, perciò ti sto parlando di quel che vedo, non ti quel che mi dicono Zoja e Recalcati. Quel che vedo è che per i maschi di quell’età non avere una figura maschile autorevole con cui confrontarsi (l’accento è su autorevole, dove per autorità si intende qualcosa che uno si guadagna nella relazione e non dando ordini o sbraitando) crea qualche difficoltà.
    Tutto questo, tra l’altro, non implica dare per valide l’Edipo e in genere l’impostazione freudiana.
    Non so che cosa tu intenda per non diventare mai se stessi: è ovvio che non smetti mai di portarti dentro tutto ciò che sono state e sono le tue relazioni, non solo quelle primarie. Però tutti bambini del mondo e in ogni epoca prima o poi hanno smesso di prendere il latte e di stare fiscamente addosso alle madri (in braccio o nelle fasce che in altre culture usano per trasportarli). Quello è il primo distacco: quando cominci a riconoscere e a nominare gli altri e le cose ce ti stanno intorno e infine anche te stesso. E immagino che anche tu, da piccolo, ci sia passato.

  50. Scusate: a parte il brutto vizio di non rileggere, c’è il tasto “h” che funziona malissimo causando errori ortografici da vero asino.

  51. Come si fa a simularsi madre … ?

  52. Perché la differenza?
    Capisco l’importanza di raccontare il materno, le singole maternità ( io di Alina Marazzi ho visto Vogliamo anche le rose ) come le singole paternità, ma perché farle diventare ordini simbolici? Legare il ruolo paterno all’uomo e il materno alla madre non è un modo per tornare ai ruoli dai quali siamo finalmente fuggiti? se il paterno è il senso del limite, perché mai una donna non può insegnarlo? Io sul racconto dei padri non ho riscontri, ma vorrei che fosse tutto più esplicato. Ad esempio che tipo di difficoltà, e in che senso i loro padri non sono autorevoli? Mio padre non mi hai mai dato regole, io mettevo il casco anche se non era ancora obbligatorio. è un esempio banale, ma così spiego meglio di cosa vorrei che si parlasse, perché l’unica cosa che mi viene in mente pensando al declino del padre è che sia anzitutto un bene, perché il padre prima era il rispetto incondizionato di regole idiote e violente, per nulla basate sul rispetto altrui. Oggi vorrei capire di cosa si parla, ma nessuno lo dice.

    A me non piace molto parlare di identità femminile e maschile, perché vedo il rischio di un discorso normativo e perché non vedo cosa cambia per una persona pensarsi in questo modo. per questo le mie difficoltà a capire, non si arriva mai al dunque. l’autocoscienza è l’unico aspetto del femminismo che mi è estraneo. anch’io rifletto su me stesso, ma non a partire dalla mia mascolinità, non so proprio cosa implichi ( per me nulla, a parte avere il pisello ). Capisco la rivolta contro il ruolo materno e gli stereotipi sugli istinti, contro l’idea che se non partorisci non sei una vera donna eccetera. Ma tolto questo nel conflitto con la madre o col padre vedo un semplice conflitto con persone con le quali bisogna vivere per un bel po’ di tempo assieme controvoglia. per questo ho bisogno di leggere le esperienze altrui. Fare i conti con la propria madre simbolica cosa vuol dire? Da cosa nasce questa necessità?

    “Bisogna tenere presente che per l’uomo il primo contatto con il mondo è l’alterità della madre, mentre per la donna è l’equivalenza con la madre, in un amore omosessuale”. questo passaggio di Tiziana de Rogatis lo trovo assai problematico, oltretutto è su questo che viene fondata questa radicale differenza di esperienza. è come se si dicesse che dato che le donne vivono un vero distacco, per questo acquistano la loro autonomia, mentre gli uomini no. mi sembra poco ragionato e messo alla prova.

    @ cucinotta

    leggi femminismo a sud, o incroci-de-generi,

  53. @Helena

    “Quel che vedo è che per i maschi di quell’età non avere una figura maschile autorevole con cui confrontarsi (l’accento è su autorevole, dove per autorità si intende qualcosa che uno si guadagna nella relazione e non dando ordini o sbraitando) crea qualche difficoltà.”

    Quali sono le difficoltà che vede?
    Io nella mia vita non ho avuto nessuna figura maschile autorevole,,, ne ho invece avute molte femminili… mia madre, mia zia Lina e due insegnanti, una delle medie, Mattia Broferio, e una alle superiori, Anna Trentini, le assicuro Helena…
    che sono cresciuto, grazie a loro, proprio bene ^__^

    Forse le difficoltà che vediamo sono fuori, e non dentro a quei ragazzi.

  54. Ares, non sono capace di produrre simboli sofisticati come il suo e quindi si deve accontentare di un :) :) :)! Vale a dire: ci credo, sono contenta!

    Mica voglio fare precettistica, di stampo psicoanalitico o meno. Non metto in dubbio che si possa crescere bene se intorno ci sono delle persone capaci di trasmettere sicurezza e affetto, e entrare in relazione con intelligenza. Più sono, meglio sono. Se c’è una teoria che personalmente prediligo è quella dell’attaccamento (alla madre e a tutti/e coloro che possano integrare la sua funzione o sopperirla).

    Ciascuno ha la sua storia che è sempre fatta anche dei modi in cui uno si ingegna a superare le proprie mancanze o delusioni psichiche, piccole o grandi.

    Però mi spiace che scriva “forse le difficoltà che vediamo sono fuori, e non dentro a quei ragazzi.”
    Forse quelle difficoltà possono anche essere dentro, sebbene non sia stato così nel caso suo e di chissà quanti altri?

    ps. non so se è una svista da parte sua, ma non ho proprio detto che una donna dovrebbe “simularsi madre” bensì il contrario. E tra l’altro, quel discorso faceva riferimento alla paternità di Tommaso Giartosio e compagno.

  55. Dfw vs Jf,

    ehi, se dovessi risponderti punto per punto, sto qui fino a domani….e non posso. Spero di riuscirci in un altro momento.

  56. @ helena

    grazie comunque. io mi leggo un po’ di cose di Sarchi. Ti lascio, ma anche per chi vuole un piccolo doc fatto con un gruppo di ragazzi in biblioteca. non si parla proprio di maternità, ma un po’ sì.

  57. Helena purtroppo io credo sia così: che le difficoltà siano fuori, altrimenti non si capisce a cosa dovrebbero servire le figure genitoriali, se tutta una comunità fosse pronta ad accoglierti.

    si, si avevo capito che l’oggetto fosse l’uomo..ci sono uomini che non saprebbero simulare la maternità, perché lo sono già ;-o

  58. Seguendo la discussione che si è sviluppata intorno al tema del corpo e del linguaggio femminile, mi è avvenuto di ripensare alle memorie di Rossana Rossanda intitolate “La ragazza del secolo scorso”, in cui l’autrice racconta le vicende non solo di una militante e di una dirigente comunista, ma anche di una ragazza e di una donna formatasi a cavallo tra la prima e la seconda metà del Novecento: di una persona che, come scrive l’autrice, ha vissuto “la politica come educazione sentimentale”. Si tratta di una lettura coinvolgente, lucida e profonda, come sa chiunque abbia dimestichezza con lo stile, la struttura e il lessico che caratterizzano gli articoli della Rossanda e delineano la figura di un’intellettuale di formazione milanese ed europea nel cui periodare e nel cui argomentare si avverte l’eco della lezione di filosofi come Antonio Banfi, Enzo Paci e Jean-Paul Sartre. Orbene, tra gli episodi che rendono esemplare ed altamente istruttiva questa autobiografia ve ne è uno che merita di essere ricordato per la valenza straordinariamente allegorica che assume in relazione a questo dibattito e segnatamente in relazione a quel suo segmento decisivo che è la problematica del rapporto tra madri e figlie. La Rossanda ha infatti il coraggio filiale (e la sapienza simbolica) di descrivere con un misto di inesorabile durezza materialistica e di meravigliosa levità femminile l’esumazione della salma della madre al cimitero di Milano. “… trovammo un cranio perfetto, aggraziato… e perfette le falangi delle belle mani composte, che si sbriciolarono all’aria. Ma il torso era intero, come di cartapesta, mummificato dal nylon e dall’umidità di quella terra. Ci riprendemmo quando il becchino alzò la vanga per spezzarlo. Lo rompemmo noi con le mani, era leggero come un pane, una bambola o larva”. Che dire se non che si tratta di una grande prosa, di un realismo potente e, nel suo dettato ad un tempo icastico e suggestivo, di un’allegoria altrettanto potente?

  59. Caro nick impronunciabile,
    non volevo essere istruito, volevo discuterne…

  60. @ cucinotta

    geeeeesù ( cit. ) , il mio suscettometro è esploso. Ti ho solo consigliato due siti che mi piace leggere, tutto qua. le mie lezioni costano, non ti credere. ciò che so è che i mondi femministi sono sfaccettati, che c’è una parte più istituzionale e appunto altre che non si riconoscono affatto, a partire dalle critiche sul decreto femminicidio, dal mancato riconoscimento delle sex workers come soggetto politico, dalla critica a un femminismo borghese, che al di là della questione della lotta contro il neoliberismo, può essere riportato al dibattito italiano pensando a un movimento come snoq, che nelle sue rappresentazioni parla di donne italiane, escludendo le migranti, le sex workers e le persone transgender, detto in maniera grossolana. per quanto riguarda il tema della differenza, non saprei né in particolare per questa discussione né in generale per il movimento femminista.

  61. Oibò, Sartre addirittura nazista? E che dire della necrofilia gaddiana davanti al corpo della Liliana? e della risaputa misoginia di Leopardi? e del più politicamente scorretto di tutti, Dante, che tratta come tratta Semiramide e non so quanti altri?

    Se i dualismi archetipici infastidiscono De Rogatis, che dire di questo uso metafisico della categoria della barbarie, dell’oscurantismo, della reazionarietà? Due pesi e due misure?
    Nazismo come accusa scagliata dall’alto di non so quale vetta della storia su cui noi stiamo appollaiati a distribuire patenti di civiltà e inciviltà.

    Ora, Sartre non è Weininger, credo, e i dualismi del secondo inquietano parecchio, è vero (più che altro perché sono filosoficamente nulli). Però dire che siamo tutti uguali o tutti diversi non porta da nessuna parte, almeno come lo si sente dire nella vulgata postmoderna e turbocapitalistica di un’umanità che si balocca con l’infinito possibile offertogli dalla pubblicità e da tutte le altre forme, buone e non buone, di emancipazione individuale.

    Tra uomo e donna è da secoli in corso una lotta, e tra uomo e uomo, e tra parti diverse dello stesso uomo e della stessa donna.
    Non sarà un caso che il paese inventore della modernità “finalmente” si appai ai concorrenti di testa della storia, Norvegia e Svezia, e faccia una legge contro la prostituzione. Che è come dire fare una legge contro la natura umana, contro le assurde (ma solo per la nostra ragione) pulsioni masochistiche e brutalità. Straordinari lumi della modernità: ciò che non è in grado di modificare per via culturale, lo modifica per via legale, come il pletorico legalismo burocratico dell’Ue dimostra indefettibilmente.

    Così la donna che si prostuitisce dovrà ritirarsi nei rischi della clandestinità (no, non ho detto “che ha scelto di prostituirsi”, nessuno può scegliere davvero una cosa così, almeno nella forma libertaria radicale alla Pannella); così l’uomo che va con la prostituta, perché magari ha un’infinità di fatiche e sofferenze, sarà esposto alla pubblica gogna (neanche lui, ahituttinoi, lo sceglie, almeno nella forma della astratta scelta razionale per il bene e il male. No, certo, qualcuno pur non scegliendolo, se ne vanta pure, e questo fa schifo, proprio schifo; ma anche la categoria dei “clienti” è fatta da esseri umani e magari anche qualcuno di loro avrà diritto a un po’ di pietas).

    Se questa è la strada per lottare contro la violenza sulle donne, io preferisco fermarmi ancora a riflettere su quale altra strada prendere.

  62. @ lettore

    il punto non è tacciare di nazismo o di misoginia gli autori passati, né credo che il riferimento a Sartre sia per dargli del nazista, piuttosto per parlare appunto di discorso comune, come si legge nel preludio. Discorsi comuni e stereotipi che vanno semplicemente indagati e messi in discussione. Non ci vedo nulla di strano. Che siamo tutti diversi non è vulgata post-moderna, è made in Darwin.

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