cropped-David-Lachapelle-Sermon.jpgdi Christoph Türcke

[Christoph Türcke è uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei. Erede della Scuola di Francoforte ed ex parroco luterano, Türcke è noto al lettore italiano per Violenza e tabù (1991), Sesso e spirito (1995) e La società eccitata (2012). Rosenberg & Sellier ha da poco pubblicato Il sogno di Gesù. Psicoanalisi del Nuovo Testamento (introduzione e traduzione di Tomaso Cavallo), un saggio sulla figura di Gesù e sul significato del cristianesimo come sedimento inconscio dell’Occidente contemporaneo. Questa è la premessa che apre il libro. Il titolo è redazionale].

Da molto tempo l’Occidente non è più cristiano. Tuttavia, senza il cristianesimo non sarebbe mai stato la culla di rinascimento, colonialismo, illuminismo, diritti umani, scienze esatte, industria pesante e microelettronica. Né sarebbe stato la cellula germinale di quel mondo occidentale che agisce come se fosse il paradigma d’ogni cosa e a cui continuano a guardare tutti i continenti. Del resto, in nessun’altra parte del mondo esiste una maggior concentrazione di capitali, know-how e conquiste tecnologiche. Egualmente, da nessun’altra parte gli individui fruiscono di uno spazio di movimento fisico, giuridico e morale altrettanto vasto. Le statistiche registrano all’incirca due miliardi di cristiani, due terzi dei quali risiedono in Europa e in America. Molto pochi tra loro, comunque, vivono attenendosi in modo rigoroso a riti e dottrine. Anche includendo nel conto chiese e sette fondamentaliste – in forte espansione soprattutto negli Stati Uniti – è difficile contestare la constatazione che la stragrande maggioranza dei cristiani occidentali considera la propria religione anzitutto quale erogatrice di servizi cerimoniali in occasione di battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, sepolture e, pur partecipando alle solennità religiose, non dispone più di alcuna conoscenza coerente e approfondita né della Bibbia, né della liturgia, né del catechismo o dei principali dogmi. Sopravvivono un paio di idee dai contorni piuttosto imprecisi e alcune convinzioni annacquate a proposito di una potenza sovrannaturale e di una vita post mortem. Ma si tratta di convinzioni che i più si tengono comunque per sé, in modo da non esporle a interrogativi che potrebbero rivelarsi penosi. Per il resto, al pari dei miscredenti o dei credenti in altre religioni, anche i cristiani de facto si orientano in base ai poteri e alle leggi profane che determinano effettivamente la loro vita quotidiana.

Considerato nel suo insieme, il cristianesimo praticato nel mondo occidentale è un cristianesimo svuotato e decrepito. Non si può dire però la stessa cosa del cristianesimo sedimentato che rientra nei fondamenti basilari di questo mondo. Un tempo, quando era ancora grande e potente, fu il cristianesimo a inaugurare il corso della modernità europeo-nordamericana. Da allora però sono trascorsi più di cinque secoli. Il cristianesimo d’allora è solo più un residuo del passato, il sottofondo consolidato e, per così dire, pacificato su cui poggia l’irrequieta vita moderna. Sino a che questo basamento è rimasto effettivamente quieto e pressoché immobile, lo si è potuto ignorare tranquillamente. Tuttavia, da quando è emerso un nuovo conflitto Oriente-Occidente, e l’Est non è più associato con il socialismo bensì con un Islam che interviene risolutamente in Occidente mettendone in discussione gli assunti di fondo, anche i fermenti cristiani del nostro mondo tornano al centro del dibattito. E l’autentico pendant rispetto alla lettura del Corano torna quindi a essere la lettura della Bibbia, non la lettura dei poeti; al Ramadan si contrappone la Quaresima cristiana, non le cure dimagranti; alla preghiera del venerdì, la messa domenicale, e non l’ora di fitness e, infine, il corrispettivo del profeta Maometto ha nome Gesù e non Michael Jakson o Madonna.

Sta avvenendo così qualcosa di imprevedibile. La nuova presenza dell’Islam nel mondo occidentale scuote e fa sussultare il suo basamento cristiano. E proprio contemporanei che vantano il loro illuminismo e la loro libertà di pensiero – non intenzionati, del resto, a tornare alla fede cristiana – si vedono costretti dall’offensiva islamica, in parte islamistica, a riprendere posizione nei confronti di quel cristianesimo sedimentato di cui da tempo avevano smesso d’occuparsi. Così però è il cristianesimo che, si può dire, risale a galla, riacquistando una nuova presenza diffusa, de-sedimentata, la cui portata è ancora difficile da valutare. Ma come starebbero le cose se nel sistema neurovegetativo del mondo occidentale, nella riserva di sensazioni, rappresentazioni, pensieri degli individui occidentali il cristianesimo si annidasse molto più in profondo di quanto si è finora pensato? Era ciò che sospettava più di un secolo fa Friedrich Nietzsche, allorché annotava: «A che giova tutta la libertà di pensiero, la modernità, lo scherno, la scioltezza nel torcere il collo, se si è restati nelle proprie viscere cristiani, cattolici e perfino preti!» [1].

Con un’urgenza imprevista il nuovo conflitto Est-Ovest rimette effettivamente in gioco dimensioni «viscerali», alimentando il sospetto che lo spirito del cristianesimo soffi e spiri con una forza molto più grande di quanto si potesse pensare, svolgendo altresì, per il ricambio organico del mondo high-tech, una funzione costitutiva decisamente più marcata di quanto lascerebbe supporre la smunta presenza in superficie della sua quotidianità. Per mettere qui la situazione in chiaro, sarebbe necessaria una nuova «aruspicina», all’altezza della metodica scientifica; in altri termini: all’altezza di una ermeneutica del profondo, sensibile nei confronti dei processi mentali di ruminazione e sedimentazione.

Ma, anzitutto, per poter analizzare le «viscere» cristiane del mondo occidentale, è indispensabile scrutare con occhio attento le «viscere» del cristianesimo. Perché anche il cristianesimo le possiede. Al di là delle sue figure percepibili, sottocutaneamente pulsa una sua intensa vita vegetativa interiore. Ed è lì che vagano i suoi desideri. Il desiderio è sicuramente la forma di pensiero più primitiva, più emotiva, ma anche la sua forma più intensa e il cristianesimo è whisful thinking in misura particolarmente accentuata. Le sue testimonianze più antiche – gli scritti neo-testamentari – costituiscono però solo l’involucro esteriore della sua intima vita desiderante, in modo assolutamente analogo a quanto accade con il sogno. Ciò che viviamo e raccontiamo come sogno ne è sempre e solo la facciata. L’elemento decisivo ha luogo ogni volta alle sue spalle: là, dove regnano i cosiddetti «pensieri onirici latenti». Ossia, quelle forze desideranti che costituiscono il sogno e che, in qualche modo, si esprimono nel suo contenuto manifesto ma, al contempo, vi si nascondono. La loro scoperta fu una delle conquiste decisive di Sigmund Freud che, al fine di raggiungere il nucleo incandescente del sogno, approntò una specifica strumentazione. In questo nostro saggio il metodo freudiano si rivelerà, sorprendentemente, di grande utilità per risalire al cuore desiderante del cristianesimo e per cogliere ciò che ne derivò come sogno ad occhi aperti, in grado di incidere sulla storia e modificarla[2]. A essere precisi, i focolai di desiderio che qui si alimentano vicendevolmente, ma che occorre distinguere, sono due. Il primo si accese tra i discepoli di Gesù, inducendoli a proclamare la risurrezione del loro Signore e Maestro crocifisso. Ma l’altro, era divampato in cuore a Gesù. Il primo diede vita al sogno cristiano di Gesù, l’altro costituiva il sogno di Gesù. L’esegesi neo-testamentaria ha ormai arato e rivoltato, sino allo sfinimento, le sue fonti testuali: finora, tuttavia, le è riuscito assai meno di cogliere i pensieri onirici latenti del cristianesimo.



[1] Friedrich Nietsche, Götzen-Dämmerung, KSA, Bd. 6, a cura di G. Colli e M. Montinari, München 1988, p. 112 (tr. it. a cura di F. Masini, Crepuscolo degli idoli, Milano 1975, pp.88-89).

[2] Il che non significa accoglimento di tutte le tesi di Freud. In particolare, non condividiamo la sua valutazione del cristianesimo (cfr. infra pp. 67 e ss.) Una argomentata psicoanalisi del Nuovo Testamento deve percorrere strade diverse da quelle seguite da Freud, pur riconoscendo in lui chi ha indicato il cammino.

[Immagine: David LaChapelle, Jesus is my homeboy (gm)].

 

10 thoughts on “Le viscere cristiane dell’Occidente

  1. Per quanto non sappia indagarne la profondità intellettuale, sono d’accordo con la prima parte dell’articolo e tralascio ogni valutazione teologica. Però una domanda mi pongo da tempo: se non avessimo avuto per niente “un cristianesimo”? E’ pur vero che il cristianesimo è alla base della nostra concezione di sviluppo, ma appunto, se la storia si fosse svolta da “altre radici”, magari non si sarebbe sviluppato il capitalismo, non ci sarebbe stata l’inquisizione, eccetera eccetera. Se si potesse avere un’altra possibilità…
    Claudio

  2. Claudio, il tempo è – pare – irreversibile.

    Il lavoro di Türcke a me – teologo molto dilettante e del tutto ignaro di psicoanalisi – è sembrato molto interessante.

  3. la vita è sogno….quello che superficialmente consideriamo sogno sono potenziali-reali possibilità della coscienza che risiede nell’inconscio, essa crea i suoi mondi liberamente, vive realmente,si muove istantaneamente, può volare, non possiede corpo: una sensazione di autentica libertà che niente ha a che fare con la pesante ….esso è anticipazione soggettiva-oggettiva della vera vita.

  4. è un ragionamento piuttosto generico, basta pensare a quanta cultura classica è stata riciclata dal cristianesimo, a quante concezioni ebraiche, pagane, zoroastriane siano state assimilate dal cristianesimo, a quanto profonde siano le differenze all’interno dello stesso cristianesimo: cattolico, ortodosso, protestante…

  5. Si dice spesso che l’Italia ha un patrimonio artistico inestimabile (in senso lato); gran parte di questo patrimonio è dovuto, direttamente o no, alla chiesa. Questo ci autorizza a pensare che le radici cristiane siano da accettare e basta? Credo proprio di no: esse esistono – negarle significa negare noi stessi e la nostra storia – ma esistono nel bene e nel male: ci hanno permesso di avere tanta arte e tanta bellezza diffuse, ma hanno anche permesso atrocità degne di essere considerate “crimini contro l’umanità”. Noto che ancora oggi la Chiesa, specialmente cattolica, ne parla con molta difficoltà. Ma il discorso può proseguire all’infinito e no voglio divagare troppo, per ora.
    Un saluto, Claudio Zucchetti

  6. CRISTO NON ERA CRISTIANO,….DALLE INTER-MANI-POLAZIONI ORIGINARIE DEI REDATTORI DEI VANGEI E DEI PRIMI CRISTIANI-CATTOLICI,,E DALLA LORO ILLUSA INCOMPRENSIONE DELLA FIGURA E DELLA PAROLE DI GESù,FINO ALLA MALAFEDE PER FINI DI DOMINIO POLITICO TEMPORALE, SI è INSTAURATO UNO PSICO-DRAMMA CHE IN 2000 ANNI HA, IN NEGATIVO E POSITIVO,INFLUENZATO MILIONI DI ESSERI UMANI, I QUALI NON POSSONO ORMAI PIù CONOSCERE LA VERITà RIGUARDO ALL’UOMO EBREO GESù.TROPPO SI è SCRITTO SU DI LUI, PIù SI SCRIVE E PARLA DI UNA COSA SCRIVEVANO I TAOISTI, PIù LA COSA SCOMPARE,VIENE OSCURATA.OGNUNO RITORNI ALLORA,NELLA PROPRIA INTERIORITà,DA Lì SI RIPARTE PER OGNI VERA SPIRITUALITà, I RITI I DOGMI,LE ESTERIORITà,LE APPARTENENZE,ECC. SONO INSENSATE FARISEE E CAUSA DI MALATTIA….

  7. Su “Violenza è tabù. Percorsi filosofici di confine”di Turcke, uscito nei Coriandoli Garzanti nel 1991 con una prefazione di Cases, rinvio a un interessante articolo di Franco Fortini (“Nel sottoscala del diritto la violenza della ragion di stato” , Il manifesto, 21 giugno 1991) che auspica una riflessione filosofica e teologica sulla violenza e sui fondamenti del diritto, “che è come dire sulla natura umana e su quella della società”. Era stata appena attuata l’operazione di polizia internazionale nel Golfo e Fortini notava come chi in massa aveva dato il consenso a quella “crociata” non fosse né vile né ipocrita, ma “in un’area crepuscolare della coscienza, crede invece che ascriversi al campo della violenza sugli altri, sui più e più lontani, sia autodifesa dei propri, anche minimi privilegi”. Smascheramento delle giustificazioni della guerra e smascheramento delle “viscere” del cristianesimo in quel libro corrono di pari passo: “l’ambivalenza fondamentale della religione e della civiltà sta (…) nel conflitto oggettivo in cui si trova la coscienza umana di fronte alla natura” (p. 122).

  8. Dell’articolo di Fortini ricordato da Zinato ritengo utile riproporre ai lettori di LPLC altri passi più ampi e “salati”. Specie in questo momento di frastuono entusiastico in omaggio ai “rottamatori/innovatori:

    NEL SOTTOSCALA DEL DIRITTO, LA VIOLENZA DELLA RAGIONI DI STATO

    «Il rozzo istinto, che non conosce che il proprio soddisfacimento, è violento, ma lo è altrettanto lo spirito che lo doma. Entrambi sono reciprocamente violenti … dipende solo da quale delle due parti abbia il sopravvento se la violenza assume connotati barbari oppure umani … Lo stato democratico di diritto fiorisce sulla base di un benessere materiale che è assicurato dallo sfruttamento, ingiusto ma legalizzato, di interi continenti». Ai tempi che corrono, fa una certa impressione [OGGI DIREI CHE FA SPAVENTO…] leggere queste ovvie affermazioni n un piccolo libro di un teologo e filosofo tedesco di quarantatre anni, che prudentemente insegna in Brasile, Christoph Türcke, presentato in Italia da Cesare Cases; libro che raccomando vivamente. L’autore, per chi ama le classificazioni, è un adorniano di sinistra, polemico con Habermas.
    […]
    Non vogliamo sentirci assassini, ecco tutto. Türcke ha ragione: ogni discorso sulla violenza e anzitutto teologico, va al di là di ogni teoria dei diritti, delle costituzioni e delle garanzie. Solo se lo si ammette si può tornare ai diritti, alle costituzioni e alla garanzia. Anzi: solo se si guardano in faccia le maschere che celano la verità della violenza si può veramente delegittimare l’istituzione statuale della guerra. La verità popolare che, le azioni militari, le considera demenziali macelli è stata vigente fra noi ma solo sino a quando non è stata ammutolita perché non traesse la conseguenza – corrente un tempo fra socialisti e anarchici – che nelle pubbliche vicende e istituzioni senza troppo accorgercene conviviamo quotidianamente con orribili criminali di pace.
    La gente, e i suoi organismi politici o sindacali, che non scende in piazza a contrastare la partecipazione delle nostre forze armate alle spedizioni di polizia «internazionali» e che anzi continua a dare la sua scheda a chi l’ha promossa o tollerata, quella gente non è né vile né ipocrita. In un’ area crepuscolare della coscienza, crede invece che ascriversi al campo della violenza sugli altri, sui più e più lontani, sia autodifesa dei propri, anche minimi privilegi. Pensa che è giusto ossia inevitabile – come diceva Alcibiade nel dialogo platonico – che la sua felicità pesi agli altri. Il bisogno di buona coscienza [ impedisce di scorgere] che la ragion di Stato è sempre presente nelle aule della giustizia e che i suoi effetti funesti possono essere solo contrastati o controbilanciati da due e opposte forze, sebbene le armi di queIIe e di queste siano per prudenza o necessità involte nelle carte costituzionali e nei codici. La violenza dello Stato non può essere repulsa sul suo medesimo piano da quando le rivolte non hanno alcuna probabilità di successo. E tuttavia la repulsa non sarà la non-violenza, ma una violenza con altri mezzi e senz’armi … Adorno, nel 1969, aveva avuto ragione di scrivere: «Contro quelli che amministrano la bomba atomica, le barricate sono ridicole; per questo si gioca alle barricate e i padroni per un po’ lasciano liberi di giocare». L’abbiamo saputo anche noi, in quegli anni. E, vent’anni più tardi, Türcke aggiunge: «Qualcosa del genere si prospetta anche per la disubbidienza civile, se essa dovesse diventare socialmente accettabile … simile agli scioperi ritualizzati consueti nel nostro paese. È noto che le limitate interruzioni programmate del lavoro, che accompagnano le trattative annuali per i contratti, ormai da un pezzo non indicano più la disponibilità a uno sciopero che sia veramente tale, ma soltanto la rinuncia a esso. Non sono simbolo, ma surrogato. In quanto valvole sindacalmente gestite di sfogo per il malumore accumulato, esse servono piuttosto alla regolamentazione dell’ equilibrio psichico che al miglioramento delle condizioni di lavoro».
    […]
    O si fa luogo a una riflessione filosofica e, perché no, teolo
    gica sulla violenza e sui fondamenti del diritto, che è come dire sulla «natura umana» e su quella della società, e si compie ogni sforzo perché i risultati divengano «senso comune»; o continueremo a far vivere le nuove generazioni nella incoscienza e nelle illusioni colpevoli e in definitiva micidiali per sé e per gli altri. Bisogna recuperare le peggiori e più gravi difficoltà che abbiamo creduto, o accettato, di rimuovere; farsene ostacolo e risolverle.

  9. Ho letto anch’io “Violenza e tabù” di Türcke quando uscì; e riletto ora l’articolo di Fortini in “Disobbedienze II” pagg. 191-195 suggerito da Zinato. Mi pare però giusto, anche in riferimento allo sciocco frastuono che van facendo i “rottamatori/innovatori”, far conoscere più ampi stralci di quell’articolo, assolutamente “inattuale” in questo clima politico tragico/euforico ma fondamentale per chi vuole resistere alle menzogne ben confezionate. L’ho scannerizzato (togliendo, per semplificarne la lettura, i brani che rievocavano il suo esame di laurea in giurisprudenza del 1939 e gli accenni a Piero Calamadrei) e lo offro all’attenzione dei lettori di LPLC:

    NEL SOTTOSCALA DEL DIRITTO, LA VIOLENZA DELLA RAGIONI DI STATO

    «Il rozzo istinto, che non conosce che il proprio soddisfacimento, è violento, ma lo è altrettanto lo spirito che lo doma. Entrambi sono reciprocamente violenti … dipende solo da quale delle due parti abbia il sopravvento se la violenza assume connotati barbari oppure umani … Lo stato democratico di diritto fiorisce sulla base di un benessere materiale che è assicurato dallo sfruttamento, ingiusto ma legalizzato, di interi continenti». Ai tempi che corrono, fa una certa impressione leggere queste ovvie affermazioni n un piccolo libro di un teologo e filosofo tedesco di quarantatre anni, che prudentemente insegna in Brasile, Christoph Türcke, presentato in Italia da Cesare Cases; libro che raccomando vivamente. L’autore, per chi ama le classificazioni, è un adorniano di sinistra, polemico con Habermas.
    […]
    Non vogliamo sentirci assassini, ecco tutto. Türcke ha ragione: ogni discorso sulla violenza e anzitutto teologico, va al di là di ogni teoria dei diritti, delle costituzioni e delle garanzie. Solo se lo si ammette si può tornare ai diritti, alle costituzioni e alla garanzia. Anzi: solo se si guardano in faccia le maschere che celano la verità della violenza si può veramente delegittimare l’istituzione statuale della guerra. La verità popolare che, le azioni militari, le considera demenziali macelli è stata vigente fra noi ma solo sino a quando non è stata ammutolita perché non traesse la conseguenza – corrente un tempo fra socialisti e anarchici – che nelle pubbliche vicende e istituzioni senza troppo accorgercene conviviamo quotidianamente con orribili criminali di pace.
    La gente, e i suoi organismi politici o sindacali, che non scende in piazza a contrastare la partecipazione delle nostre forze armate alle spedizioni di polizia «internazionali» e che anzi continua a dare la sua scheda a chi l’ha promossa o tollerata, quella gente non è né vile né ipocrita. In un’ area crepuscolare della coscienza, crede invece che ascriversi al campo della violenza sugli altri, sui più e più lontani, sia autodifesa dei propri, anche minimi privilegi. Pensa che è giusto ossia inevitabile – come diceva Alcibiade nel dialogo platonico – che la sua felicità pesi agli altri. Il bisogno di buona coscienza [ impedisce di scorgere] che la ragion di Stato è sempre presente nelle aule della giustizia e che i suoi effetti funesti possono essere solo contrastati o controbilanciati da due e opposte forze, sebbene le armi di queIIe e di queste siano per prudenza o necessità involte nelle carte costituzionali e nei codici. La violenza dello Stato non può essere repulsa sul suo medesimo piano da quando le rivolte non hanno alcuna probabilità di successo. E tuttavia la repulsa non sarà la non-violenza, ma una violenza con altri mezzi e senz’armi … Adorno, nel 1969, aveva avuto ragione di scrivere: «Contro quelli che amministrano la bomba atomica, le barricate sono ridicole; per questo si gioca alle barricate e i padroni per un po’ lasciano liberi di giocare». L’abbiamo saputo anche noi, in quegli anni. E, vent’anni più tardi, Türcke aggiunge: «Qualcosa del genere si prospetta anche per la disubbidienza civile, se essa dovesse diventare socialmente accettabile … simile agli scioperi ritualizzati consueti nel nostro paese. È noto che le limitate interruzioni programmate del lavoro, che accompagnano le trattative annuali per i contratti, ormai da un pezzo non indicano più la disponibilità a uno sciopero che sia veramente tale, ma soltanto la rinuncia a esso. Non sono simbolo, ma surrogato. In quanto valvole sindacalmente gestite di sfogo per il malumore accumulato, esse servono piuttosto alla regolamentazione dell’ equilibrio psichico che al miglioramento delle condizioni di lavoro».
    […]
    O si fa luogo a una riflessione filosofica e, perché no, teologica sulla violenza e sui fondamenti del diritto, che è come dire sulla «natura umana» e su quella della società, e si compie ogni sforzo perché i risultati divengano «senso comune»; o continueremo a far vivere le nuove generazioni nella incoscienza e nelle illusioni colpevoli e in definitiva micidiali per sé e per gli altri. Bisogna recuperare le peggiori e più gravi difficoltà che abbiamo creduto, o accettato, di rimuovere; farsene ostacolo e risolverle.

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