cropped-Simona-Ghizzoni-In-between-2006.jpegdi Giulio Mozzi

[E’ appena uscito per Aragno, nella collana “I domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno, l’ultimo libro di poesie di Giulio Mozzi, Dall’archivio. Presentiamo alcuni testi tratti da La serie del passato remoto, una delle sezioni in cui il libro è diviso].

da La serie del passato remoto

*

acuta, e nell’attesa
quasi infinita venne
come un sonno d’incanto, sulla corriera del ritorno,
e sparì
ogni paura, ogni pensiero amaro
nella certezza di una cosa dolce
e morbida, di tenerezze
senza obbligazione al domani:
oggi, presente, viva

*

E se ne andò, e tutto. Non ebbe più
nome, fu confusa
tra le cose del mondo, indistinguibile. Cominciò
a trasformarsi ed ebbe
paura, poi si dissolse e non fu più capace
di paura. Divenne polveri, liquidi,
sostanze semplici. Mentre la divoravano
miriadi di viventi fu capace
di ricordarsi, per un momento, e fu felice. Risorse
innumerevole e fu sparsa
ovunque, smemorata, la sua memoria.

*

e vide e fu bellissimo
la neve

lei rise e si spogliò

entrò portando il freddo e la abbracciò
nel buio le sfilò la maglia
pungendole la pelle col cappotto
le dita ancora fredde, le sfiorò

entrò, la stanza buia

nel buio la abbracciò
pungendole la pelle col cappotto
lei rise respingendolo per gioco, lui

la neve sul cappotto, ma non ebbe
nemmeno il tempo:
lei rise e si sfilò
la maglia

pungendole la pelle la abbracciò
la neve sul cappotto
percorse, le dita gelide

e vide, no, non vide
percorse con le dita
la cicatrice dalla nuca al coccige

all’alba, il letto sfatto
una riga di luce, splendente
nel buio, risplendente
la cicatrice dalla nuca al coccige

le dita intirizzite
entrò, ma gli occhi pieni
di neve non distinsero nel buio
se non la lama rossa, la splendente

toccò la cicatrice e la sua vita
s’impossessò, s’impossessò di lui

*

Rimasta sola
si allontanò, lasciò la porta aperta
e si inoltrò
nel buio della via, nel vuoto degli incroci.

Arrivò in centro,
trovò una panchina e sedette.
Prima o poi qualcuno sarebbe arrivato, la via si sarebbe riempita, sarebbero passati degli autobus.
Il cappotto leggero la proteggeva dal poco freddo:
e si comportò normalmente, come se niente fosse stato, come se suo marito non fosse fuggito, come se il giorno ormai arrivante fosse un giorno qualsiasi, un giorno da andare a lavorare e far la spesa. Salì sul primo autobus, cambiò, cambiò ancora, andava a caso, andava e tornava.

Fu a casa che era quasi mezzogiorno
e trovò la porta socchiusa.
La chiuse.
La vicina accorsa suonò, bussò, chiamò,
chiamò il 118, appena in tempo.

Il suo corpo fu salvo, almeno quello.

*

allora disse che non era vero
niente
e si alzò dalla sedia, camminò in tondo
nella stanza, tornò seduta
e non disse più
niente: incrociò
le gambe e dondolò la ciabatta
sulla punta del piede destro,
dondolò la ciabatta, guardando
la punta del piede destro:
il mondo non
esisteva più
la ciabatta, la punta del piede,
la ciabatta la punta del piede esistevano

*

e lentamente, poi
non aprì quasi gli occhi, fino
alla cucina camminò, mano sul muro, si fermò
sulla soglia e guardò
dentro, lo stupore di tutti che cenavano:
gli domandarono e non seppe
rispondere, tornò al letto
dove stava da mesi e mesi per
sua volontà diceva
lui, ripeteva, sua

[Immagine: Simona Ghizzoni, In between (gm)].

14 thoughts on “Dall’archivio

  1. Sinceramente, non riesco a trovarle degne di nota. Mi sembrano poesie molto sciatte, irrisolte sulla soglia di una narrazione a metà, che molla tutto quando sente di non riuscire e sfuma nel “poetico” la cattiva coscienza che portano.

    “[…] Risorse
    innumerevole e fu sparsa
    ovunque, smemorata, la sua memoria”.

    Il luogo comune novecentesco è una specie di alibi dietro il quale giocare un nascondino senza sale, la punteggiatura ordinata, editoriale (i frequentissimi due punti, le virgole cadenzate che incastrano incise, i punti fermi) è una specie di vizio del mestiere (di narratore) che sacrifica la parola in virtù di una frase che si allunga a dismisura per spezzare una monotonia avvertita dall’autore stesso.
    Queste poesie sono un campionario dei trucchi di un mestiere scomparso, una geografia inattuale, e soprattutto, unico vero rammarico che accompagna la lettura, che ha rinunciato a cercare se stessa.

  2. Ho letto il libro. La materia all’interno trova risoluzione soltanto all’interno. Se ne porti fuori un po’, risulta evidentemente irrisolta. E’ un’impressione da lettore qualsiasi.

  3. Nella mia lettura è attorno a questo verso – il solo rischioso, ovvero: l’unico che linguisticamente oltrepassi il registro mimetico sottotono – che si innerva il testo: se non arrivasse qui e non fosse da qui che si riallontana, crollerebbe la tensione. A margine – ma qui entra una sensibilità personale da subito ingenerosa con l’intenzione autoriale – asciugherei molto il resto e lo stringerei attorno a questa carezza aberrante e rivelativa.

  4. Però, Reader, a me “la cicatrice dalla nuca al coccige” sembra un verso strettamente referenziale: nomina una cosa. Non mi pare “oltrepassi il registro mimetico sottotono” (più degli altri versi, almeno). E’ perfino un canonico endecasillabo.

  5. Per me la colonna vertebrale di tutti trasformata nella cicatrice di chi la chiama cicatrice perché allora la sua vita deve essere e essere stata una lunga ferita (e che lo sia di tutti, questa cicatrice? non voglio liricizzare né estendere per compiacimento doloristico, ma associare alla colonna vertebrale una lunga cicatrice è un commento a doppio taglio sulla condizione umana tutta, e spero di non aver sbragato troppo) non è mimetica e sottotono se, per l’appunto, per cicatrice non ci si riferisce a una cicatrice nuda e cruda ma alla colonna vertebrale in quanto tale.

    Quindi, mi sembra di capire, mi sono fatto una lettura tutta mia, però ammetto che continuo a preferirla.

    La cicatrice che intendo io, infine, ce l’abbiamo tutti, ma in pochissimi accetterebbero di chiamarla così.

  6. Il problema (per me, Reader, per capire quello che tu dici) è forse che io avevo in mente una cicatrice dalla nuca al coccige, non un’ardita metafora. O meglio (come peraltro mi pare chiaro dal testo): una riga di luce filtrante dalla finestra o da altrove, che su un corpo produce l’illusione di una cicatrice dalla nuca al coccige. “Avevo in mente”, e intendo: “vedevo con la memoria”.
    Che poi di quel che ho scritto si possa fare l’uso che ne fai tu, è ovviamente più che legittimo.

  7. A me queste poesie sinceramente piacciono: ellittiche, narrative, si fermano appena prima di diventare simbolo o allegoria. Mi sembrano memori – non so perche’ – di un’imagismo alla William Carlos Williams, ma con un taglio piu’ impersonale ancora, forse vicino ai nuovi oggettismi… mi piace anche il ritmo (di contrappunto, basato sulla prosodia della frase). Non mi convince “smemorata, la sua memoria” perche’ il gioco e’ troppo scoperto (somiglianza fonetica e opposizione semantica) e suona troppo ‘poetico’. Credo che per apprezzare per intero queste poesie occorra leggere l’intero libro, perche’ sembra esserci un filo romanzato a percorrerle.

    Per concludere: queste poesie hanno una freschezza e novita’, relative certo, ma notevoli in un panorama come quello italiano dove non si riesce a schiodarsi da certe pose, tra il pensoso il sofferente e il passivo, e da certi ritmi coi versi che si avvicinano alla prosa, anziche’ avvicinare la prosa ai versi come fa Mozzi.

  8. @giulio mozzi, due domande

    1) su Vibrisse, nell’intervento “Dieci cose che mi vengono in mente aspettando il 21 gennaio 2014”, scrive:

    In mezzo ho fatto una quantità di libretti su richiesta: pamphlet, brevi storie, addirittura un libretto in versi (probabilmente l’unico libro in versi scritto su commissione nel nuovo millennio). Oggi la mia “carriera” vive di ripubblicazioni, di nuove edizioni appena ritoccate.

    Non ho capito in che modo questo libro è stato scritto su commissione: me lo potrebbe spiegare, per favore?

    2) Sulla pagina del libro di Nino Aragno Editore (qui: http://www.ninoaragnoeditore.it/index.php?mod=COLLANE&id_collana=75&op=visualizza_libro&id_opera=641 ), leggo:

    Sono tre serie – della figlia, del passato remoto e delle storie –, ognuna in qualche modo già in nucleo nella precedente, a comporre questo libro in parte anticipato sul blog dell’autore, vibrisse, in un gioco continuamente simulato e dissimulato di auto fiction.

    è lei a voler parlare di auto fiction, o la scheda l’ha scritta qualcun altro? Pensa che la definizione di “gioco continuamente simulato e dissimulato di auto fiction” si adatti bene al libro?

    Infine, un ringraziamento. Lessi all’epoca della pubblicazione su Vibrisse una poesia della serie “della figlia”. Meravigliosa e semplice, mi intrappolò l’immaginazione all’epoca. Non la riporto perché non vorrei eventualmente violare copyrights, ma era splendida.

  9. Davide: ho letto e riletto William Carlos Williams, soprattutto il “Paterson”.

    Lorenzo: 1. Avevo scritti e pubblicati in “vibrisse” alcuni testi in versi. I curatori della collana, avendoli letti, mi domandarono se per caso avessi abbastanza testi da fare un libro. Io risposi: “No, ma mi ci impegno”.
    In questo senso il libretto è “scritto su commissione”.
    2. La scheda del libro nel sito dell’editore riprende la quarta di copertina, scritta da Laura Pugno. In una lettera che riporto parzialmente nella nota (richiesta dai curatori) che chiude il libretto, Andrea Cortellessa mi parlava di «lirismo simulato»; e aggiungeva: «questa tua mistificazione non fa che evidenziare quello scollamento noetico, o semplicemente psichico, che c’è sempre e costitutivamente fra il personaggio-io di ogni poesia lirica, e l’estensore anagrafico della stessa».
    O, come mi disse una volta un amico: «Tu fai finta per finta, il che non comporta necessariamente che tu faccia per davvero».
    Il termine «autofiction» non mi piace molto, ma è entrato nell’uso ed è pratico. Mi fossi scritto da me la quarta di copertina, non l’avrei usato. Ma è sempre bene stare a sentire che cosa dicono gli altri.

  10. grazie mille delle risposte sui mascheramenti dell’io lirico. faccio tesoro soprattutto di questa frase: “Ma è sempre bene stare a sentire che cosa dicono gli altri”. Nelle discussioni sulla letteratura e sull’arte cui partecipo, è un principio di buonsenso che non viene molto spesso rispettato.
    spero di leggere “Dall’archivio” quanto prima.

  11. io meno male che ho letto, appena finito, Favole del morire, così che mi sembra di riuscire a starci più dentro a queste poesie così attorcigliate e spiraleggianti… potrei, credo, leggere tutto il libro, avendone piacere anche se mi fa fatica tutto questo passato remoto – ma la fatica sto imparando a considerarla un bene.

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