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Letteratura e realtà

Colmare il silenzio. Un dialogo con Danilo Kiš

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cropped-danilo_kis_081612_620px1.jpgA cura di Fridrik Rafnsson, versione italiana di Massimo Rizzante

[Qualche mese fa, durante un viaggio a Rejkyavík, il mio amico traduttore Fridrik Rafnsson, conoscendo la mia passione per l’opera di Danilo Kiš, mi dice: «Lo sai, nel 1987, a Parigi, due anni prima che morisse, l’ho incontrato ed è nato un breve dialogo che non è mai apparso né nell’ex Iugoslavia né in Francia né altrove. Credo che bisognerebbe farlo conoscere». Kiš, come si afferma di certi musicisti, aveva un orecchio assoluto per i valori letterari e anche quando conversava la banalità, che come lui stesso sapeva è «indistruttibile quanto una bottiglia di plastica», non riusciva a sfiorarlo. Ecco il dialogo tra un islandese e l’ultimo scrittore iugoslavo… (Massimo Rizzante)].

Fridrik Rafnsson: Lei è nato a Subotica nel 1935, vicino alla frontiera ungherese. Dopo un’infanzia e un’adolescenza tra Ungheria e Montenegro, verso i vent’anni giunge a Belgrado, dove compie i suoi studi letterari, laureandosi nel 1958. A partire dagli anni ’60 è lettore di lingua serbo-croata a Strasburgo, poi a Bordeaux e infine a Lille. Dal 1979 vive a Parigi. Che cosa desidera aggiungere a questo rapido profilo biografico?

Danilo Kiš: Bisognerebbe forse precisare meglio le mie origini, o piuttosto i due volti delle mie origini: la radice ebreo-ungherese di mio padre; mia madre, invece, viene dalla provincia montagnosa del Montenegro. L’incontro di questi due individui di estrazione completamente diversa segna l’inizio della mia esistenza. Il peso di questa duplice origine è sicuramente visibile nelle mie opere.

FR: Lei, quindi, fin dall’inizio, ha parlato due lingue…

DK: Sì, parlavo due lingue fin da piccolo. Da una parte il serbo-croato, la mia lingua materna e nella quale scrivo, e dall’altra l’ungherese, che è la lingua di mio padre. Si può dire perciò che possiedo una duplice coscienza linguistica.

FR: Un tratto caratteristico delle sue opere è che lei utilizza la sua lingua materna per parlare di suo padre. Che posto occupa la sua figura?

DK: Per quanto strano ciò possa sembrare, la sua importanza è strettamente letteraria! Il suo vincolo con la letteratura è duplice. In primo luogo, mio padre è nato nello stesso luogo in cui ha visto la luce un certo Virág. Quest’uomo è stato reso immortale da Joyce con il nome di Bloom. Ebreo-ungherese come mio padre, Virág è poi emigrato in Irlanda. In secondo luogo, vorrei ricordare il legame che ho sempre avuto con la professione che mio padre ha esercitato per tutta la vita. Ripeto spesso che era uno scrittore, ma di un genere un po’ speciale. La sua funzione di ispettore delle ferrovie consisteva nel prendere nota delle fermate e degli orari dei treni e nel trascriverli scrupolosamente. Quel tipo di enumerazioni, lungi dall’essere prive di senso, si possono incontrare in diversi passi della Bibbia, nei Libri del Re, ad esempio.

FR: Lei era un bambino quando scoppiò la seconda guerra mondiale e la sua vita, come quella di tanti altri bambini ebrei, era costantemente in pericolo. Una volta mi ha detto che fu proprio durante quel periodo che, per cercare di dimenticare quegli orrori, cominciò a scrivere alcune brevi storie…

DK: È così. Ma non sono purtroppo il solo. Si tratta di un’esperienza che fin troppa gente ha dovuto sostenere. Penso che succeda di frequente che ci si metta a scrivere spinti da una sorta di bisogno, da una specie di sofferenza che si tenta di attenuare o di mitigare attraverso la scrittura.

FR: Sarebbe in grado di datare i suoi primi tentativi letterari?

DK: Quando ho cominciato a scrivere non sapevo ancora quel che facevo. Mi ricordo di aver scritto la mia prima poesia in ungherese, all’età di dieci anni. Aveva per argomento la fame, per la semplice ragione che avevo fame. Tutta la mia famiglia soffriva la fame e sentivo il bisogno di parlare di cibo, del pane soprattutto. Quei versi, naturalmente, non avevano alcun valore, ma allo stesso tempo fu un debutto perfettamente realista! Nello stesso periodo, siccome avevo una cotta per una ragazzina della mia età, ho scritto per lei una breve poesia d’amore. Forse in quel componimento si trova il germe di tutto ciò che ho partorito successivamente, e cioè un insieme di riflessioni e di disgrazie quotidiane. Tuttavia, non mi consideravo affatto un poeta. Avevo piuttosto l’impressione di registrare dei versi che provenivano dalla coscienza delle persone, dei versi che esistevano già: il mio compito era semplicemente quello di metterli sulla carta.

FR: Ha molte traduzioni al suo attivo. Quando ha cominciato a tradurre ?

DK: Ho cominciato a tradurre quando, dopo la guerra, sono tornato in Montenegro con mia madre e mia sorella. Ci arrivammo dopo che mio padre era morto ad Auschwitz. Mi sono ritrovato improvvisamente catapultato nel serbo-croato, lingua che, dopo aver vissuto in Ungheria, non conoscevo bene. Frequentavo una scuola dove si insegnava in serbo-croato, e fu allora che cominciai a pormi alcune domande sulle lingue. Traducevo molto dall’ungherese al serbo-croato, perché mi piaceva. Più tardi, dopo aver appreso il francese e il russo, ho continuato a tradurre per puro divertimento. Nutrivo il sogno di diventare poeta e leggevo tutto quel che potevo trovare sull’arte poetica. Per fortuna tutto questo non durò molto. Scoprii infatti l’opera del poeta ungherese Endre Ady. Mi impegnai a tradurlo e così fui in grado di soddisfare il mio bisogno di scrivere poesia. Ho detto “per fortuna”, perché credo che quando ho qualcosa d’importante da dire la esprimo meglio in prosa che in versi.

FR: Non si può certo dire che si sia occupato di autori di poco conto! Corneille, Lautréamont, Baudelaire, Verlaine, Queneau fra i francesi. Mandel’štam e Cvetaeva fra i russi…

DK: Sì. Quando mi divertivo a tradurre una parte del Cid di Corneille ho avuto l’idea di mostrare il mio lavoro a della gente di teatro di Belgrado. La cosa è andata bene e mi hanno domandato di finire la traduzione. Lo stesso è successo con Lautréamont. Mi capita anche oggi di tradurre dei testi che mi vanno a genio. Del resto, penso che la traduzione sia un ottimo esercizio per la formazione degli scrittori. Lo consiglio a tutti coloro che hanno qualche conoscenza delle lingue straniere. Credo poi che un romanziere abbia tutto l’interesse a tradurre poesia. Imparerà, senza tanti giri di parole, ad andare all’essenziale.

FR: Il suo ultimo libro, Enciclopedia dei morti, contiene nove racconti. Si tratta di una raccolta di tipo classico?

DK: Non proprio. I racconti sono tutti legati tra loro, benché siano ambientati in epoche differenti e in luoghi diversi. Ciò che li unisce è lo stile e l’argomento. Enciclopedia dei morti non è né un romanzo, la cui costruzione sarebbe molto diversa, né un numero determinato di racconti che ho riunito in un unico volume. Si potrebbe definire questo libro come una variazione su alcuni temi. Ciò vale anche per Una tomba per Boris Davidovič.

FR: Variazioni su alcuni temi come i libri, l’amore e la morte, ad esempio?

DK: Sì, questi tre temi attraversano tutte le mie opere.

FR: Perché i libri?

DK: Soprattutto perché mi servo di libri per incorniciare l’immaginazione. In altre parole, utilizzo alcuni documenti fittizi e reali per limitare la mia immaginazione, per rendere l’opera più concreta. Bisogna convincere chi legge che ciò che si sta narrando ha avuto luogo per davvero, poiché il lettore è continuamente assalito dal dubbio sulla verità e sull’esattezza di quanto sta leggendo. I documenti, nelle mie opere, possiedono questa funzione. Che essi siano veri o falsi non è affatto importante.

FR: Non è un gioco sleale nei confronti del lettore?

DK: Guardi, io sono uno scrittore jugoslavo, cittadino di un paese comunista, e se voglio che le mie opere siano pubblicate devo prendere le mie precauzioni. Non getto polvere soltanto sugli occhi dei lettori, ma anche su quelli della censura. Faccio in modo che tutto ciò che scrivo abbia l’aria di essere stato pubblicato altrove. Così nessuno può accusarmi di aver deviato dalla linea del partito. Proprio per questo nei miei libri le fonti non sono mai citate. Ciò equivarrebbe a scoprire gli altarini!

FR: Lei tratta le fonti a suo piacimento e ne crea di nuove. Ma in questo modo non le sembra di prendere in giro gli storici?

DK: Lo spero! Non bisogna dimenticare che la Storia nei paesi comunisti, in particolare quella dei campi di sterminio nazisti, è invenzione pura e semplice. Se per caso vi si trovano menzionati, è per mezzo di formule vuote, e tutto ciò che è falsificabile si ritrova falsificato.

FR: I ruoli dello storico e dello scrittore sono perciò inconciliabili?

DK: Sì. Aristotele diceva che la finzione era più vicina alla verità di quanto non lo fosse la storia dell’umanità. Noi scrittori abbiamo per missione, fra le altre cose, quella di colmare i silenzi lasciati dalla Storia.

FR: Pensa che gli uomini continueranno a leggere libri?

DK: Sì, senza dubbio. L’esperienza che acquisiamo attraverso la lettura aggiunge sapore alla nostra esperienza vissuta, e le due formano un tutto. L’umanità conserva la sua esperienza nei racconti popolari e nei libri. La maggior parte degli europei che amano leggere leggono gli stessi libri, e ciò costruisce un’esperienza comune che chiamiamo cultura. Per questo nei miei romanzi si parla di libri. I libri non sono poi così presenti nei libri, ed io ho voluto rimediare.

FR: Lei però evoca anche la possibilità che il libro rappresenti un pericolo…

DK: Sì. Il pericolo viene da quelli che io chiamo «gli uomini di un solo libro». Parlo di coloro che leggono e rileggono lo stesso libro, che credono ciecamente a ogni sua parola. Che si tratti di un libro marxista, fascista, di economia, della Bibbia, del Corano o di qualsiasi altro la faccenda non cambia.

FR: Nelle sue opere ci sono spesso personaggi alla ricerca di se stessi, o meglio che tentano di fuggire da se stessi, cambiando luogo, nome… I problemi esistenziali sono per lei così importanti ?

DK: No, no! Cambiare nome è ormai moneta corrente. Basta accendere la radio o la televisione per sentir parlare di terroristi che si infiltrano da un paese all’altro sotto falsa identità. I rivoluzionari di cui parlo in Una tomba per Boris Davidovič s’ispirano tutti a personaggi reali.

FR: I critici francesi l’hanno a volte avvicinata al Nouveau roman. Che ne pensa?

DK: Ho poche cose in comune con i detentori del Nouveau roman. I miei scritti sono più vicini alle loro teorie che alle loro opere. Sono completamente d’accordo con loro quando dicono che bisognerebbe rivedere molte cose del corpus romanzesco del XIX secolo e che sarebbe necessario mandare all’aria la costruzione dei personaggi, l’uso dello spazio e altre cose ancora. Hanno anche avviato alcune innovazioni interressanti rispetto alla lingua scritta. Quel che mi rende totalmente diverso da loro è ciò che chiamo «l’oggetto magico». Con questo termine intendo quel tipo di attenzione che sono solito dare a certi oggetti – una vecchia macchina da cucire, una lampada –, che assumono così una dimensione poetica, la quale gioca un ruolo determinante nel corso del romanzo. L’ironia occupa un posto importante nelle mie opere, cosa che non appartiene per nulla agli autori del Nouveau roman. Posso tranquillamente fare mie le parole di Claude Simon: «La mia sola difficoltà è cominciare, continuare e finire una frase». Aveva visto giusto. Tuttavia, malgrado la mia adesione a certe loro idee, ho sempre faticato moltissimo a leggere i loro romanzi. Con una eccezione: L’amante di Marguerite Duras, che del resto si può difficilmente ricollegare al Nouveau roman.

FR: Quali altri autori hanno esercitato la loro influenza sulla sua opera?

DK: Lo scrittore deve conoscere ciò che è stato scritto prima di lui per dare vita alla propria invenzione, è evidente! È impossibile non leggere autori come Joyce, Proust e Queneau, per citare solo qualche nome a caso. D’altra parte, ho delle forti affinità con alcuni scrittori jugoslavi come Andrić, Krleža, Crnjanski. Il Nouveau roman francese non è che una parte di ciò che bisogna conoscere. È sempre difficile stabilire una lista di questo tipo. Una maestra mi disse una volta: «A vederti, non si crederebbe che in questi ultimi tempi hai divorato chili di patate e cotolette di maiale, eppure sono davvero parte di te!».

FR: Da qualche anno i francesi sono attratti dalla cultura dell’Europa centrale che si è sviluppata sulle rovine dell’Impero Austro-ungarico. Come spiega questa improvvisa infatuazione?

DK: I francesi, e non solo loro, stanno scoprendo la cultura di quella parte del mondo che un tempo era parte dell’Impero Austro-ungarico. L’Europa centrale è un concetto allo steso tempo ricco e sfocato che copre cose estremamente importanti nel campo letterario e artistico. Si tratta di un mondo che fino a poco tempo fa non era neppure considerato europeo, o che si fingeva d’ignorare. Tale malinteso è stato corretto da Milan Kundera e da altri che hanno attirato l’attenzione sulla singolarità di questa parte d’Europa. In tempi ancora recenti la cultura di questi paesi era assimilata a quella russa, cosa del tutto aberrante! La letteratura dell’Europa centrale è un contesto che mi appartiene. È la sola etichetta che possa accettare. Non sono uno scrittore ebreo perché non sono un credente. Ho vissuto gli orrori della guerra, ma non sono uno scrittore ebreo, anche se gli ebrei hanno un loro posto nella mia opera. Mi sento a mio agio fra gli autori dell’Europa centrale, poiché è un crogiolo di lingue e di popoli che formano una cultura, o piuttosto, «un insieme di culture» che si arricchiscono mutualmente e sono maestre nell’arte di non prendersi sul serio.

Le opere di Danilo Kiš in italiano

Giardino, cenere (1965), tr. di L. Costantini, Adelphi 1986 ; Dolori precoci (1970), tr. di L. Costantini, Adelphi 1993 ; Clessidra (1972), tr. di L. Costantini, Adelphi 1990 ; Una tomba per Boris Davidovič (1976), tr. di L. Avirović, Adelphi 2005 ; Enciclopedia dei morti (1983), tr. di L. Costantini, Adelphi 1988 ; Homo poeticus (1972, 1974, 1978, 1983, 1990) tr. di D. Badnjević, Adelphi 2009.

[Immagine: Danilo Kiš (gm)].

 

3 commenti

  1. “FR: I ruoli dello storico e dello scrittore sono perciò inconciliabili?

    DK: Sì. Aristotele diceva che la finzione era più vicina alla verità di quanto non lo fosse la storia dell’umanità. Noi scrittori abbiamo per missione, fra le altre cose, quella di colmare i silenzi lasciati dalla Storia.”

    Sì, ma non esageriamo. Non è che *sempre* la finzione è più vicina alla verità. Perché dare sempre addosso agli storici, a tutti gli storici (più che alla Storia)? E poi ci sono anche i silenzi lasciati dagli scrittori che qualcuno deve pur colmare…

  2. Rizzante su Lplc? Larghe intese (letterariamente intese)

  3. Può essere opportuno precisare: a) che Aristotele non parla di finzione ma di invenzione e di verosimiglianza, poiché concepisce la poesia come imitazione della realtà, quindi come rappresentazione delle vicende umane e naturali; b) che, mentre Platone nega all’arte qualsiasi valore conoscitivo poiché essa contribuisce ad allontanare dalla verità e si configura quindi come imitazione della realtà sensibile che a sua volta è un’imitazione delle idee, Aristotele, al contrario, conferisce alla poesia un importante valore conoscitivo; c) che l’imitazione è conoscenza e la poesia si colloca a mezza strada fra la storia e la filosofia, talché «lo storico ed il poeta non differiscono fra loro per il fatto che uno scrive in prosa e l’altro in versi, ma per il fatto che l’uno narra cose realmente accadute, l’altro quali potrebbero accadere, quali avrebbero potuto essere e quali sono possibili, secondo la verosimiglianza o la necessità» (“Poetica”, 1451 b). Riguardo a quest’ultimo punto vale poi la pena di aggiungere che la poesia si avvicina maggiormente alla filosofia, perché esprime l’universale e non si concentra sui particolari come la storia. Dopodiché, molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi dello Stagirita e la duplice funzione conoscitiva della storiografia è stata chiarita, ad esempio, da Claudio Pavone in modo assai incisivo, come si può leggere in questo passo di una sua lettera al collega Roberto Vivarelli (Torchiara, 24 agosto 1992):
    «Ricordi il sofista che diceva: oh Socrate! io vedo il cavallo ma non la cavallinità? Io penso che lo storico dovrebbe saper vedere insieme, strettamente connessi, cavalli e cavallinità».

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