cropped-Matteo-Renzi.jpgdi Ida Dominijanni

[Questo intervento è uscito sul sito di Ida Dominijanni].

E’ dura da dire, visto lo stato in cui ogni giorno il Pd mostra di versare, eppure anche stavolta, alla fine, il principale erede della defunta democrazia dei partiti è riuscito ad allestire un congresso ”vero”, con contenuti, poste in gioco e profili di leadership riconoscibili. E malgrado l’intero percorso sia stato viziato da regole traballanti e assurde – tutte: dal tesseramento aperto e pertanto corrotto al populismo del gazebo che consente a chiunque di votare per il segretario di un partito -, alla fine chi andrà a votare l’8 dicembre potrà farlo con cognizione di causa, salvo essere completamente assordato dalla grancassa mediatica che suona pressoché all’unisono per il sindaco di Firenze.

Oscurato, per l’ennesima volta dal 1989 in poi, dalla finta rappresentazione politico-mediatica di un derby fra ”nuovo” e ”vecchio”, per l’ennesima volta il conflitto è invece sulla direzione dell’innovazione. Non c’è, fra i tre contendenti, chi non si dichiari per il cambiamento: il punto è come cambiare. L’uscita dal ventennio berlusconiano, che è stato anche il ventennio della sconfitta e della subalternità della sinistra, è il problema comune: il punto è come se ne esce. Si deve alla sterzata che Gianni Cuperlo ha impresso negli ultimi giorni alla sua battaglia, affilando la polemica con Renzi, che i termini di questo ”come” si siano chiariti. Se per Renzi uscire dal ventennio significa portare a compimento l’innovazione che il Pd (anzi il Pds-Ds-Pd) ha lasciato a metà e farla finalmente finita con la genealogia della sinistra, per Cuperlo uscire dal ventennio significa correggere radicalmente la rotta di questa ventennale innovazione, ritrovando e rilanciando quella genealogia. Meno sinistra per Renzi dunque, più sinistra per Cuperlo. Più neoliberismo in salsa blairiana per Renzi, abbandono della ricetta neoliberista, responsabile della crisi economico-finanziaria, per Cuperlo. Meno partito e più democrazia del pubblico e dell’applauso per Renzi, più partito e più partecipazione organizzata per Cuperlo. Meno rappresentanza dell’insediamento sociale tradizionale della sinistra per Renzi, più per Cuperlo. E così via. Chi dei due è più innovatore? Dipende, è ovvio, dalla lettura del ventennio e degli errori della sinistra durante il ventennio. Per Renzi il Pd ha perso e rischia di perdere perché troppo legato alla sua provenienza originaria; per Cuperlo perché l’ha abbandonata.

Sarebbe un gioco da ragazzi rintracciare, dietro i due contendenti di oggi, le due visioni del Pd che si contendono il campo fin dalla sua nascita, e se lo contendevano già nel Pds-Ds, con relativi leader di riferimento: un gioco da ragazzi che tuttavia basterebbe a sfatare la leggenda metropolitana secondo la quale l’innovazione di Cuperlo sarebbe ”zavorrata” da D’Alema e quella di Renzi invece volerebbe leggiadra senza zavorra alcuna (”rottamandi” di ogni tipo, e perfino uno come Pippo Baudo, sono saltati sul carro del sindaco di Firenze). Meglio concentrarsi invece su un punto che fa la differenza rispetto al passato. E la differenza, in un congresso che comunque sancirà un forte ricambio generazionale ai vertici del Pd, la fa la postura dei tre contendenti – Renzi e Cuperlo, ma anche Civati – per l’appunto sulla questione generazionale.

Un anno dopo le primarie per la premiership che lo videro sconfitto da Bersani, e quindici giorni prima della sua più che probabile conquista della leadership del partito, la cifra più vera della corsa di Matteo Renzi resta quella della rottamazione. Che ha perso qualunque valenza pratica, il carro di Renzi essendo per l’appunto affollatissimo di esponenti delle generazioni precedenti, ma mantiene intatta la sua valenza simbolica. Che sta non solo e non tanto nel giudizio liquidatorio del sindaco su chiunque l’abbia preceduto (con continui svarioni nei riferimenti storici dei suoi discorsi), quanto nella concezione della propria generazione di cui si fa portatore. Anche nel suo intervento alla Convenzione di stamattina non avrebbe potuto essere più chiaro. La sua è la generazione ”di quelli che siamo cresciuti a figurine e serie tv, ma che malgrado la scuola ce lo impedisse siamo riusciti a innamorarci di un libro o di un quadro». Una generazione dunque tre volte vittima, dei padri che l’hanno allevata ”a figurine e serie tv”, della scuola che ci ha messo un carico da undici nel peggiorare le cose, della politica che ha sfigurato la democrazia e via discorrendo. E due volte eroica, perché malgrado tutto questo sopravvive a un destino di abbrutimento leggendo qualche libro e visitando qualche museo e si candida a salvare il paese che l’ha distrutta. Pertanto è arrivato il momento ”di poter dire una volta per tutte che adesso tocca a noi, e che non siamo disposti ad aspettare”.

Questa concezione risentita di una generazione (auto)vittimizzata, innocente perché figlia degli errori altrui e quindi irresponsabile per definizione, cresciuta ai margini e in diritto di accedere al centro del sistema insediandosi direttamente nella stanza dei bottoni, è il vero punto di senso comune, la vera base ideologica di massa, che determina il successo di Renzi, nonché il suo vantaggio sulla qualità evidente di uno sfidante immune da questa concezione come Gianni Cuperlo. Ed è un punto stupefacentemente sottovalutato nel dibattito pubblico, che invece di contestarlo o quantomeno di problematizzarlo lo blandisce e lo legittima.

Una spinta generazionale di tal fatta non può essere il trampolino del superamento del ventennio berlusconiano, perché ne è precisamente l’effetto. E’ l’effetto della biopolitica neoliberale, che per decenni ha costruito artatamente e pour cause la guerra generazionale fra pensionati e precari, fra garantiti e non garantiti, fra la fragilità (costosa) dei vecchi e la baldanza dei giovani. Ed è l’effetto (lo scrive, fra l’altro, Civati nel suo documento congressuale, che, sia detto per inciso ma non troppo, è il migliore dei tre sia sulla questione generazionale che sulla questione di genere) dell’evaporazione della funzione paterna incarnata da Berlusconi, una funzione che consisterebbe in primis nel garantire non la guerra ma il passaggio del testimone fra le generazioni.

E’ questa la ragione profonda, più profonda delle pur cruciali ricette di politica economica, della continuità di Renzi col ventennio che si candida a chiudere. Assai più discontinua e innovatrice è la postura di chi ha uno sguardo più lungo sul passato, non crede che il presente e il futuro comincino con la propria data di nascita, e delle generazioni precedenti vede sì gli errori ma anche la storia e la tradizione di cui sono state e sono portatrici, e rispetto alle quali non si sente innocente e non si assolve. Jacques Derrida diceva che è così che si eredita, scegliendo che cosa prendere e che cosa lasciare, non per diritto divino a subentrare nello scettro del comando. Ma purtroppo per Renzi Derrida non si scambiava con le figurine e non recitava nelle serie tv.

[Immagine: Maria De Filippi e Matteo Renzi ad Amici (gm)].

9 thoughts on “La generazione innocente di Matteo Renzi

  1. “Meno sinistra per Renzi dunque, più sinistra per Cuperlo. Più neoliberismo in salsa blairiana per Renzi, abbandono della ricetta neoliberista, responsabile della crisi economico-finanziaria, per Cuperlo.
    Per Renzi il Pd ha perso e rischia di perdere perché troppo legato alla sua provenienza originaria; per Cuperlo perché l’ha abbandonata
    E la differenza, in un congresso che comunque sancirà un forte ricambio generazionale ai vertici del Pd, la fa la postura dei tre contendenti – Renzi e Cuperlo, ma anche Civati – per l’appunto sulla questione generazionale.
    Assai più discontinua e innovatrice è la postura di chi ha uno sguardo più lungo sul passato, non crede che il presente e il futuro comincino con la propria data di nascita, e delle generazioni precedenti vede sì gli errori ma anche la storia e la tradizione di cui sono state e sono portatrici, e rispetto alle quali non si sente innocente e non si assolve.” (Dominijanni)

    Meno sinistra, più sinistra? Tutto qua lo «sguardo più lungo sul passato» e la memoria della «sua provenienza originaria»? I lotofagi più vecchi fanno la lezione ai lotofagi più giovani senza manco nominare più gli antenati più antenati di loro? Non dico il PCI e Togliatti, ma almeno Marx, Lenin, Gramsci, che – come si sa – si attenevano scrupolosamente alla distinzione (eterna) destra/sinistra.
    Beati voi che state facendo le primarie! Io purtroppo sono rimasto all’asilo…

  2. L’analisi di Ida è lucida e precisa, come sempre, Ma mi rattrista che non ci sia alternativa al PD.,dopo che Vendola ha civettato un po’ con i resti di un partito ormai confuso , con tutte le possibili soluzioni in ogni luogo, in ogni partito, persino nel modo di presentarsi.all’interno, con parole poco chiare, tendenze religiose, democristiane, centriste, lettiane, rosa e di una pallida sinistra. Con donne e uomini politici che potrebbero star bene in ogni schieramento , anche per quanto riguarda il modo di presentarsi.
    Certo Ida ha delineato bene le tre linee fondamentali, che non sembrano neanche linee politiche e sociali, ma un po’ di salsa con ingredienti misti. Sì Renzi neoliberista alla Blair, Cuperlo che sembra difendere meglio la sinistra tradizionale, Civati un po’ più audace nel parlare di innovazione e più coraggioso.Ma non basta. Credo che nessuno dei tre conosca o legga Derrida.(aggiungo, neanche Marx)
    Avvilente che non ci sia un’alternativa vera di sinistra, che parli di stato sociale, servizi per tutti, sanità, trasposti funzionanti per pendolari, tasse meno alte per stipendi miserabili, la stessa riforma basagliana è diventata solo un ricovero tansitorio in ospedale, ma continuo. Riforma delle carceri, dove ci sia un reale recupero.
    Nella scelta tra i tre, non si sa quanta parte della popolazione sopravviverà e quanta soffrirà la precarizzazione, la povertà, quanta ce la farà a vivere decorosamente.
    E’ la dignità, l’uguaglianza in gioco., la polis, lo stare insieme in una civitas che dia dignità, salute, lavoro, pensioni a tutti i diseredati.
    Sceglieremo senza eredità, dovremo dire a Derrida, non possiamo scegliere. E scegliere sarebbe l’unica possibilità, tra le mille voci che ci restituiscano il nostro contare come donne e uomini pensanti.
    Nella folla: sentire una voce che non dica sempre le stesse cose, una voce di speranza,,cento ,mille voci che aprano un varco, una speranza.,per la parte migliore e più combattiva di questa società malata e depressa.
    Sì, l’analisi sui 3 è corretta, lucida, ma non c’è altro, mentre le strade sono piene di protestatari, di precari, studenti, licenziati o in cassaintegrati,migranti.
    A loro non bastano Renzi, Cuperlo e Civati.
    Non ci salveremo, ci siamo attardati troppo e affondiamo….,per dirla con Eliot, che non è una figura Panini.

  3. @Roberto Buffagni e Gianni

    L’intervento di Ida Dominijanni può suscitare una discussione, com’è prevedibile. Cerchiamo dunque di discutere e argomentare, e non di sparare giudizi. Quello lo sanno fare tutti.

  4. Ma forse un minimo di senso storico non guasterebbe. Farebbe capire di più agli elettori. Cosa significa sinistra? Cos’è il neoliberismo. Studiare gioa. I giovani studiano poco e male nella nuova scuola ragalata da Berlusconi. E continuano così tra test e suntini all’Università. E’ vero che D’alema non si laureò alla Normale, nonostante avesse frequentato, Le 150 ore per tutti i lavoratori avrebbero giovato più di un ventennio televisivo per giovani e non giovani

  5. ai Moderatori.

    Scusate, la battuta mi è scappata. Quanto al resto, propongo una visione alternativa: il PD è da un canto troppo antico, nel senso che prosegue imperterrito nel metodo stalinista-togliattiano di cooptazione dei dirigenti e degli iscritti usi a obbedir tacendo, tacendo votar; dall’altro troppo moderno, nel senso che è il principale agente politico italiano del neoliberismo (vulgo, è lui in primis che sbanca lo stato sociale e abolisce le conquiste dei lavoratori).
    Se poi ciò sia di destra o di sinistra, non so: a me sembra ambidestro…

  6. Il discettare della Dominijanni su candidati e correnti del Pd non mi pare che abbia più senso, come diceva sarcasticamente Lenin, del distinguere tra un diavolo rosso e un diavolo giallo. Cerchiamo allora di uscire dalla fitta nebbia del chiacchiericcio politico-mediatico e di capire come stanno le cose, senza cedere alla logica autolesionista che si può riassumere nella seguente formula: ‘scegli-il-male-minore-finché-vomiti’. Il Pd è l’esito di un lungo processo di socialdemocratizzazione e, successivamente, di ‘liberaldemocratizzazione’ iniziato ben prima del 1992 (di fatto, già con Berlinguer) e ora giunto ad un approdo squisitamente borghese e neocentrista. Esso è anche il frutto della incapacità, ampiamente dimostrata dal gruppo dirigente del Pci, di elaborare una strategia realmente alternativa alla società capitalistica e ai suoi valori. Dissoltosi progressivamente il ‘legame di ferro’ con l’Unione Sovietica, era emersa alla luce del sole, già nel corso degli anni ’80, la natura profonda, di cui la strategia della ‘via italiana al socialismo’ elaborata da Togliatti era stata l’espressione idealmente e politicamente più nobile, di un partito parlamentarista, riformista e socialdemocratico, che non durò particolare fatica a liquidare, con il concorso di una maggioranza di due terzi fra i suoi iscritti, quanto (assai poco) rimaneva del marxismo e del comunismo all’interno di un mero involucro formale che celava la duplice subordinazione agli interessi corporativi e neogiolittiani della Lega delle cooperative e alle politiche economiche del capitalismo di Stato. Non si potrebbe immaginare un taglio più netto, anche sul piano lessicale, sia con la tradizione socialista che con la tradizione comunista: in effetti, se per gli ex comunisti era chiaro che definirsi ‘democratici di sinistra’ significava prendere le distanze dai socialisti e dai comunisti, è altrettanto chiaro per gli ex ‘democratici di sinistra’ che definirsi semplicemente ‘democratici’ significa abbandonare anche quel timido complemento di specificazione (per non dire di qualità) che differenziava i democratici di sinistra dai democratici di centro e di destra. Gramsci avvertiva che i partiti sono nomenclatura delle classi, rappresentano cioè dei gruppi ristretti che esprimono interessi e volontà di ben precisi settori sociali. Non è difficile, quindi, comprendere quali interessi e quali volontà abbiano trovato la loro espressione politica in un partito che ha fatto del ripudio del socialismo l’asse della sua identità e del suo programma, facendo propri, con un cinismo che sorprende e con una rozzezza che offende, in economia i princìpi del libero mercato, della concorrenza, della privatizzazione, della liberalizzazione, della mobilità, della flessibilità e della precarietà, nonché, nelle istituzioni, il sistema maggioritario, il bipolarismo, la riforma del titolo V della Costituzione, l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio in una Costituzione keynesiana (un vero ‘monstrum’) e il presidenzialismo autoritario. L’integrazione subalterna dei Ds con gli ex democristiani ha costituito pertanto l’esito di un processo carsico di riaggregazione che da tempo vede impegnati i ‘poteri forti’ (ossia i centri del capitale finanziario e industriale) nello sforzo di dare vita e base sociale ad un partito neoborghese, moderato e centrista, che possa svolgere, sia nel campo della politica interna che in quello della politica estera, un ruolo più organico e più dinamico, nel senso di più rispondente agli interessi di quei poteri, garantendo nel contempo, sul modello della Grande coalizione tedesca e meglio di quanto non abbia saputo fare, nella stessa direzione, un ‘outsider’ come Berlusconi, la subordinazione al capitalismo, nel quadro della Ue e del dominio imperialistico degli Usa, nonché la passività ideologica delle masse lavoratrici e delle nuove generazioni. L’appoggio e l’accompagnamento passo passo, che i due maggiori quotidiani delle classi dominanti del nostro paese, il “Corriere” e la “Repubblica”, hanno assicurato e assicurano, al di là di talune divergenze tattiche, alla formazione del nuovo partito della borghesia sono un sintomo preciso e inequivocabile della sua natura, del suo carattere e degli obiettivi che esso si pone. Sennonché il vero problema non è quello posto dal difficile parto del ‘nuovo’ Pd, ma è quello di come concepire e far decollare un processo costituente delle forze comuniste che nasca dalla consapevolezza della necessità storica e dell’urgenza politica di dare identità e programma, peso e rappresentanza, al mondo delle classi subalterne. È chiaro come il sole che la soluzione di questo problema va ricercata fondamentalmente non sul terreno delle aggregazioni elettorali, bensì sul terreno della ricostruzione di un blocco sindacale e intellettuale, democratico e popolare, del lavoro, capace di porre al centro della sua azione, oltre che un’analisi scientifica dei meccanismi della produzione e della riproduzione sociale, un progetto di indipendenza nazionale e di liberazione collettiva. Si tratta, con tutta evidenza, della somma dialettica di Marx, di Engels, di Lenin e di Gramsci. Solo in tal modo sarà possibile, dopo il ‘lungo addio’ pronunciato dagli opportunisti e dopo la ‘fin de non recevoir’ imposta dai liquidazionisti, dire nuovamente al comunismo e al socialismo: ben tornati!

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