Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Matteo Renzi è il nulla

| 62 commenti

cropped-164918120-c036c705-4ca6-412c-a7da-766a704f4154.jpgdi Rino Genovese

Non è che gli elettori del Pd siano un po’ fessi, che un anno prima decretino la stravittoria di Bersani contro Renzi e il successivo di Renzi contro Cuperlo, come se non ci capissero niente e a loro andasse bene un’ipotesi politica quanto quella opposta. È proprio il meccanismo delle primarie, con il suo risvolto fortemente plebiscitario, a rendere possibili gli splendidi risultati schiaccianti. Il popolo delle primarie è un popolo di suggestionati: si limita a incoronare colui che in quel momento ha dalla sua l’onda della visibilità e del successo agitata dai mass media. I quali, quindi, hanno notevoli responsabilità. Per esempio, con i loro giri di valzer tra cui brillano quelli di Repubblica: prima con Bersani, poi con Napolitano (anche se questi lo ha bloccato nella triste vicenda dell’aprile scorso, impedendogli di presentarsi con un governo minoritario dinanzi alle camere), infine oggi con Renzi che, oggettivamente, è un avversario sia di Napolitano sia di Letta, dato che il suo interesse, del tutto comprensibile, è di non lasciar marcire ulteriormente la situazione e andare al più presto alle elezioni. Tutto quello che accade in Italia, ormai da decenni, dimostra che il quid della politica odierna non è affatto la teologia, come alcuni teorici suppongono, semmai l’estetica: è tutto un fatto di scelte compiute all’interno di una comunicazione politica estetizzata, come lo è del resto l’intera vita sociale (secondo lo schema, tipico dei sondaggi, mi piace / non mi piace, sì/no).

            Ma Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro di Filippo La Porta (e su Internet c’è una foto che c’immortala in sua compagnia). Filippo e io ci guardavamo smarriti, come a domandarci: «Chi sarà questo ragazzo che parla per non dire niente, eppure lo fa con tanto ardore?» Ignoravamo di trovarci al cospetto del presidente della provincia in persona (l’ente inutile per eccellenza, secondo alcuni, ma utilissimo come trampolino di lancio per diventare sindaco della città, e cioè raggiungere un trampolino più avanzato); eravamo dinanzi al futuro rottamatore e l’avevamo preso per un giovanotto raccomandato dai preti, il quale, andandosene prima della fine – come sempre quelli che hanno da fare –, non mancò di darmi un’amichevole pacca sulla spalla. Il vuoto si posava su di me per benedirmi.

            Ora questo vuoto è alla testa dell’unico partito politico sopravvissuto in Italia, la sola organizzazione che abbia un reale radicamento nel territorio nazionale, che abbia alle spalle delle attività economiche (quelle denunciate da alcuni come le coop rosse), che abbia una non trascurabile storia alle spalle, sia pure sempre più confusa e sbiadita. Nell’agone con il suo competitore, l’inesistente Cuperlo una cosa l’ha detta: «Renzi è in continuità con il ventennio berlusconiano». In netta continuità: nel modo che già a Veltroni, che pure ci aveva provato, non era riuscito per via di una storia personale ancora troppo legata, nell’immagine, a quella del vecchio Pci. E si può dire di più: mentre Berlusconi, che certo non aveva dalla sua la gioventù, aveva tuttavia il fascino del grande briccone, del gangster con le ghette dei film americani, Renzi non ha nulla, neanche questo. Perfetto, allora, per essere l’antagonista di Grillo, dato che non si sa chi dei due sia una nullità più dell’altro. La loro totale incompetenza circa qualsiasi dossier è conclamata. Ma forse è proprio da qui che traggono il loro consenso, da una pura capacità di sbraitare. E insomma, se Veltroni – poveretto – si era trovato a fare il berluschino quando Berlusconi risplendeva ancora della sua aureola, ora che il grande briccone finalmente è in difficoltà, per riprendersi i voti andati dal Pd a Grillo chi meglio di Renzi? La sua missione è questa. E sono pronto a scommettere che è l’unica che gli riuscirà.

            Che cosa dovrebbe fare la sinistra in tutto questo frangente, ammesso che ce ne sia una e sia capace di battere un colpo? Anzitutto dovrebbe scindersi dalla nebulosa neodemocristiana che si sta formando quasi come un berlusconismo senza Berlusconi. I Renzi, gli Alfano, perfino i Letta, sono destinati a convergere: chiamiamole “convergenze parallele” in onore alla sublime tradizione politica italiana, ma sempre convergenze saranno. L’idea di marcare stretto Renzi, stringendolo nella morsa di una burocrazia di partito che è uscita stracciata dalla candidatura di Cuperlo (l’uomo sbagliato nel momento sbagliato), è del tutto illusoria. Civati, ciò che resta del gruppo di Bersani dopo la grande sconfitta, le forze vive del Pd – se ancora ve ne sono – dovrebbero staccarsi dalla barca del rottamatore e dare vita a una formazione di sinistra europea coinvolgendo nel progetto anche Sel.

            Una legge elettorale proporzionale di tipo tedesco, con uno sbarramento al 4 o 5%, favorirebbe un progetto del genere. Poi, in parlamento, si stabilirebbero le alleanze anche con il nuovo centro di Renzi, ma lasciando alla sinistra la sua autonomia organizzativa. Del resto, il ritorno alla legge elettorale precedente – al cosiddetto mattarellum, che è un sistema maggioritario con una quota di proporzionale – potrebbe andare altrettanto bene (e sarebbe anzi la soluzione più facile da realizzare), perché consentirebbe, nella necessità di dichiarare le alleanze in precedenza, di fare patti chiari con il nuovo centro e con Renzi, cui si affiderebbe la leadership in base al principio – che chissà quanto a lungo ancora oscurerà qualsiasi politica – che il leader è colui che più riesce ad attirare gli elettori apparendo sugli schermi televisivi. Grillo è certo un neoqualunquista, ma proprio in quel “neo” sta la sua forza: lui ha infatti mostrato che una parte consistente della comunicazione politica del futuro si farà a partire da Internet, non più dalle televisioni.

[Immagine: Arthur Fonzarelli (Fonzie) e Matteo Renzi su ”Chi”, maggio 2013 (gm)].

 

62 commenti

  1. Be’, mi sembra un commento incredibilmente apodittico. Speravo di trovarci delle ragioni ponderate sul perché sia un “nulla”, “incompetente” o sul perché la partecipazione degli elettori PD sia “plebiscitaria” e quasi capricciosa. Ma non ne ho trovato alcuna.

  2. Ma: circa teologia vs estetica, perché vedere per ogni cosa una specialità italiana o comunque all’andazzo odierno? Non penso che le tesi di Lutero siano state lette tutte e già Marx ( e non c’era twitter ) lamentava che gli abbreviassero i punti del manifesto nelle note a margine. Con la politica fatta da persone non può che contare l’estetica e l’empatia. Inoltre è la mente a funzionare in questi casi in maniera superficiale. Poi siamo molto bravi a razionalizzare a posteriori ( o col culo degli altri )

    Gli elettori del pd: viste come sono andate le cose, potevano in uno dei vari passaggi elettorali di questi anni disertare almeno una volta tutti assieme, estromettere il pd dal parlamento e vedere cosa cambiava, ma è difficile raggiungere una tale unione di sforzi e uno tende a sperare. In questo caso non avevano scelta. Non direi però che ci sia una responsabilità mediatica, in continuità col berlusconismo. L’elettore del pd si crede consapevole e profondo, e non gli stava certo bene di votare Renzi l’anno passato, perché equivaleva ad ammettere di essere come gli altri, dunque ha tentato l’azzardo Bersani. Quindi adesso dentro di sé impreca e prega: “te prego basta, non ci ho capito un cazzo. Vinci; fa quelle cose normali che sembra impossibile fa in Italia e non ne parliamo più.”

  3. Basta questa frase a qualificare l’intero post: “Ma Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro di Filippo La Porta”. Io una volta ho visto dei deflini, ma non per questo sono un cetologo…

  4. Che Renzi sia il nulla non ci sono dubbi. Ma la qualità di questa riflessione mi sembra altrettanto scarsa…

  5. Da Renzi non mi aspetto un nuovo programma politico, se mai delle offerte commerciali, in sostanza dei ritocchi sulla spesa e l’assistenzialismo statale. Il resto saranno scopiazzature (vedi il VDay), per lo più tratte da Grillo, edulcorate ma con più mezzi e sbandieramenti. Devo però di ammettere che la sinistra, prima di Renzi, soffriva sul piano comunicazionale; un po’ per il tracollo ideologico e un po’ per l’annacquato centrismo che non poteva che sfociare nelle larghissime intese. Vecchia politica malintesa e protratta oltre ogni limite ragionevole dai discepoli di Berlinguer. Come disse qualcuno, berlusconi si prese il Popolo e la Libertà che erano parole della sinistra, e ora Renzi si prende l’ottimismo berlusconiano; che è di facciata ma tant’è, putroppo siamo ancora nell’epoca delle apparenze. A questo proposito converrebbe guardare con attenzione al linguaggio pubblicitario, che s’è notevolmente sbiadito nei canali tradizionali, non tanto perché sia in atto una trasformazione dei media (verso la rete), ma perché è in difficoltà l’intera società consumistica e i messaggi hanno perso, non la credibilità, che quella vabbè, ma certo è venuto meno l’appeal che avevano un tempo. E’ un segnale, e un vuoto, questo sì, non quello di Renzi, che possiamo considerare positivamente se solo riuscissimo a focalizzare l’attenzione sulle cose che contano e che l’epoca dei consumi ha tentato di cancellare.

  6. Sono piuttosto smarrito nel leggere gli ultimi articoli di “Le parole le cose” sulle primarie del PD. Sembra che siate diventati preda di un oscurantismo medievale: è la fine dei tempi, correte a pentirvi e aspettate l’Armageddon… Boh, è un atteggiamento che fa piuttosto sorridere.
    L’articolo in questione, poi, non ha né capo né coda. Lasciamo stare il giudizio sulla persona (ciascuno è libero di valutare Renzi come vuole), ma è il ragionamento politico che non sta da nessuna parte.
    Renzi avrebbe un progetto neo-centrista. La sinistra sarebbe lasciata alla sua “autonomia organizzativa”. Ma dov’è questa sinistra?
    E’ scomparsa, letteralmente, per incapacità totale di comprendere e interpretare la realtà. Continua ad arrogarsi il titolo di essere la vera “sinistra”, peccato che nel frattempo si sparpagliata in atomi e oggi sembra l’imitazione di Bertinotti da parte di Guzzanti (“andate e scindetevi!”).
    Ogni tre mesi, più o meno, c’è qualche profeta che fonda una nuova lista di sinistra radicale (i girotondini, Ginsborg, Landini, etc). E puntualmente scompare. “Autonomia organizzativa” de che? Autonomia nell’evanescenza, forse…
    Dall’altra parte c’è un partito che muove tre milioni di persone, una domenica fredda e dal tempo infame, per votarsi il segretario. Tre milioni! Sarà anche una roba mediatica (ma ci siete stati alle sedi di provincia o nelle grandi città? con i circoli pieni di gente che parlava, si scambiava idee e votava?)
    Da civatiano convinto, faccio timidamente osservare che magari se si lasciassero le torri d’avorio (molto comode e molto calde e rassicuranti), forse si riuscirebbe a dare un contributo un po’ più consistente alla lettura della realtà. Ecco, bisognerebbe uscire fuori a farsi due passi, ogni tanto.

  7. Sul tema del post sono d’accordo con il commento di Pier. Per quanto riguarda l’ipotesi su che cosa dovrebbe fare la sinistra: ma sì, che bello, un’altra scissione! Per creare un altro minuscolo partito di duri e puri! Continuiamo così, facciamoci del male (cit.). Mi sembra molto più corretta la battaglia che sta facendo Civati, di una trasformazione del PD dal suo interno, cercando nel contempo di portare avanti un’alleanza con SEL (e magari una futura fusione, altroché scissione).

  8. E’ veramente desolante dover constatare quanto povera di argomenti sia questa “analisi” del voto delle primarie PD. Trovo qualunquista – oltre che molto poco educato – parlare del popolo delle primarie come di un popolo suggestionabile sottintendendo quindi un giudizio del tipo: “non sono che un popolo di ebeti capace di dare il suo voto in base ad un impulso non ragionato e agendo secondo quello che dicono i mass media”. E’ come dire “non siamo noi – la “vera sinistra” – che abbiamo sbagliato, sono loro che sono degli stupidi”. Sarebbe invece auspicabile un po’ più di umiltà e di capacità di autocritica. Che vuol dire poi sinistra oggi? A me pare solo una parola vuota, utilizzata o in chiave nostalgica di un passato idealizzato e falsato dal ricordo personale (proprio come gli anziani quando dicono “ai miei tempi…”) o per stabilire senza appello quello che di sinistra non è. Per cui non sarebbe di sinistra Renzi perché utilizza i mass media per arrivare a quante più persone possibile (salvo poi elogiare un autoritario come Grillo solo perché usa internet!), perché critica i sindacati (che negli ultimi venti anni hanno scientemente deciso di fregarsene della mia generazione – sono nata nel 1979 – relegandola ad un precariato infinito), perché ha voluto spazzare via la classe dirigente di un partito ottusamente arroccata su posizioni ideologiche stantie e spaventosamente indifferente ai problemi reali della gente comune. Mi viene solo da parafrasare Totò: ma mi faccia il piacere!

  9. Gli ultimi due commenti mi toccano. Perché non sarei affatto per una sinistra “dura e pura”, e nemmeno, di solito, a favore delle scissioni. Ma il Pd è un partito che non sarebbe mai dovuto nascere: è espressione di una deformazione della democrazia (in senso maggioritario) che ha visto crescere al suo interno l’Italia del leghismo-berlusconismo e poi, quasi per estenuazione, quella del grillismo. Intendo dire che il centrosinistra è una cosa – come alleanza, ancora ai tempi dell’Ulivo, tra un partito di sinistra (sia pure d’ispirazione liberaldemocratica più che socialista) e uno di centro – e un’altra un partito di centrosinistra che non è né carne e né pesce, costretto a mediare al suo interno su tutto e bloccato dai personalismi. In questa situazione, “innaturale” da un punto di vista europeo, e solo in questa situazione, mi sono convinto che l’unica soluzione sia la fine del Pd per scissione, e il ritorno a due partiti che poi possono allearsi. Ma sulla base di un programma chiaro, apertamente contrattato, con una sinistra che faccia valere le proprie istanze, sulla politica economica così come sui diritti civili.

  10. Per quanto suggestionabile dai mezzi di distrazione di massa, il fatto che in Italia esista ancora, numeroso, un popolo delle primarie e che il PD continui ad avere un notevole radicamento non è qualcosa che liquiderei con la sicumera genovesiana. Io ho fatto la coda domenica ai seggi e vi ho visto anche facce giovani, non solo miei coetanei ultrasessantenni e pensionati della CGIL che poi hanno votato in massa chi incarna una speranza di rinnovamento ed è polemico con la Camusso.Il rinnovamento generazionale, anzitutto, in un paese gerontocratico come il nostro è qualcosa di molto diverso dal nulla. Renzi, dovrebbe riconoscerlo anche Rino Genovese, è un eccellente piazzista. Ma essere un buon piazzista non è un elemento trascurabile in politica, dove non si può non far leva che sulle passioni d’attesa. Che anziché solleticare la paura, Renzi cerchi di ridare fiducia a un paese stremato e faccia leva sulla speranza e sul coraggio di cambiare è un fatto che va salutato positivamente anche da chi vuole vedere imbrigliati gli spiriti animali del capitalismo e vorrebbe un’Europa diversa da quella realizzata dall’euro e dal fiscal compact.
    Coltivare ancora una volta lo «spirito di scissione» per mantenere una sinistra purezza come l’articolo propone mi pare un errore: indebolire oggi Renzi da sinistra per condizionarlo, significa de facto continuare a lavorare per quell’altra parte del campo politico che in Italia ha anch’essa una sua corposa base di massa, come il ventennio infausto ci ha dimostrato e come dimostreranno ben presto le prossime elezioni europee. Salvando la purezza sinistra, a condizionare il PD dimezzato sarebbe sicuramente solo la destra che in Italia è maggioranza da sempre, ma che oggi è allo sbando, dopo le prove di incapacità di governo dalle cui responsabilità è stata salvata solo dall’improvvida scelta di formare il governo Monti, anziché mandare com’era indispensabile il paese alle urne. Il voto per Renzi è stato anche un voto contro Bersani e Napolitano, grandi sponsor del governo tecnico.

  11. Alcune cose andrebbero chiarite al sig. Genovese: una cosa sono le primarie per la segreteria del PD, altra cosa sono le primarie di coalizione, quelle che hanno contrapposto, tra gli altri, Renzi a Bersani.
    C’è chi, come me, ha partecipato a quelle di coalizione ma non a quelle del PD: ci si puo’ sentire parte di un’area, senza per questo militare o simpatizzare per uno dei partiti che la compongono.
    Quindi il paragone è fra le mele e le pere, fra due eventi diversi, che solo i media hanno presentato come omogenei: e Genovese sembra in questo vittima di una lettura acritica di quei media che pretenderebbe invece di mettere in ridicolo.

    Ma a parte tutto cio’: siamo proprio sicuri, sig. Genovese, che Lei puo’ guardare tanto dall’alto il popolo delle primarie? Il suo atteggiamento sprezzante non è un po’ oltre le sue possibilità, almeno a giudicare dalla banalità degli argomenti che ci proponei?

  12. Sono completamente d’accordo con Genovese e dico, @alderani, che il meccanismo delle primarie di partito è un’aberrazione politica. Il segretario di un partito lo devono eleggere gli iscritti al partito. Le primarie aperte a tutti non fanno altro che sancire una crisi e rispondere in modo populista a questa stessa crisi.

  13. Segnalo anche, sempre di Rino Genovese, l’articolo Contro le primarie, secondo me molto utile e attuale:

    http://www.leparoleelecose.it/?p=7604

  14. A parte la genericità (più che apodittica direi tautologica…) dell’assunto “Renzi= il nulla”, non mi sembra che lo stesso contenga messaggi di speranza che illuminino il tenebroso panorama attuale del nostro paese. Nulla è detto sul fatto che una figura, discutibile finchè si vuole ma che sa parlare in modo chiaro, come il Nostro è il risultato della ventennale incapacità della sinistra italiana di uscire allo scoperto con una (dico una) idea di programma riformatore dei mali endemici del paese. Detto ciò, colpisce in questo articolo che l’unica alternativa che l’Autore propone è di tipo scissionistico (!) e in questo riconosco la genetica incapacità degli analisti della sinistra a proporre credibili progetti di “governo”, impegnati come sono nell’analisi dei massimi sistemi, lontani anni luce dalla realtà. Renzi se non altro ha la virtù di “sporcarsi la bocca” con concetti che appaiono ai fini esegeti, becere e nulle considerazioni. In quanto al matrimonio Civati SEL sarebbe l’ennesima unione destinata a quel 2-3% di consensi in cui ormai da anni l’italiano ha relegato la sinistra dura e pura.

  15. Matteo Renzi è il nulla. Genovese ha le sue ragioni.
    E l’horror vacui ti salva dalle speranze ridicole in cui cadono spesso le sinistre (sinistre…) coscienze di certi individui, non per forza cattive, non per forza cattivi.
    Non voterò mai più il partito democratico, e questo è chiaro. Tra persone sensate non è il caso di spiegarsi. Non è educato, diciamo.
    Spero che il sempre acerbo cioè il sempre-verde Civati funga – funga – da traino per i pochi rimasti che non si vogliono crogiolare nella disperazione.
    E’ possibile.
    Come quel fantasma di sinistra che sentono gli amputati, di notte, nei sogni… Ecco, così.
    dm

  16. E’ sempre interessante leggere questi commenti, comunque. Rivelano, infatti, quanto poco i loro autori siano abituati al dibattito serio e rigoroso con interlocutori che hanno idee diverse su una qualsiasi questione. Se non fosse così, non ci si potrebbe permettere di omettere qualsiasi argomento a favore delle proprie tesi, a pena di essere confutati con una facilità imbarazzante. In poche righe, Genovese riesce contemporaneamente a (1) etichettare come superficiali, creduloni e volubili gli unici cittadini (3 milioni, quasi) che si danno pena di mobilitarsi attivamente per il Partito Democratico e allo stesso tempo (2) invocare un progetto popolare della sinistra, come se l’idea di “popolo” di sinistra si desse astrattamente e a priori, secondo le convinzioni (non argomentate) di chi scrive e non fosse invece quel che il medesimo popolo dice di essere, secondo la prova dei fatti della partecipazione democratica.

    Per chi invoca Civati: non vorrei che foste caduti anche voi nella faciloneria di cui Genovese accusa i 3 milioni di elettori “attivi” delle primarie. Chi ha scritto la parte economica della segreteria di Civati è un economista forte difensore del mercato, che ha scritto saggi assieme ad alcuni economisti fondatori di Fare per Fermare il Declino, e appena scelto da Renzi come responsabile economico del PD.

  17. Caro Rino,
    non sono d’accordo con nessuna parola di questo tuo intervento, e faccio un po’ fatica a trattenere l’irritazione. Questa riguarda la tua valutazione sugli elettori delle primarie: finché la “sinistra vera” considera “suggestionabili” o simili gli elettori che votano diversamente da lei, non capirà mai niente dei problemi reali e continuerà a perdere. E’ lo stesso errore fatto nei confronti di chi ha votato Berlusconi: non aver capito quali problemi reali c’erano dietro quel voto, quali reali interessi e anche, all’inizio, speranze di riforma, e aver schiacciato tutto sull’immaturità e ignoranza dell’elettorato, e sulle distorsioni del sistema mediatico.
    Tolto questo punto, che mi irrita perché ho sempre votato alle primarie, e con me molte persone non suggestionabili, vengo all’analisi.
    1) Nel quadro attuale, mi sarei aspettato un crollo di partecipazione alle primarie, coerentemente con il collasso della rappresentazione democratica a cui assistiamo da tutti i lati (in questo momento Torino è ostaggio di gruppi minoritari e violenti di esaltati, il cosiddetto “movimento dei forconi”, che mostrano in quali modi possono esplodere la democrazia e lo stato di diritto in questo collasso della rappresentanza); e invece c’è stata una enorme partecipazione, tenuto conto che si trattava di primarie di partito e non di coalizione; questo è segno che ci sono ancora molti cittadini che credono nella democrazia rappresentativa e nei partiti, e chiedono un impegno in questo senso; liquidare dall’alto le primarie significa liquidare questo bisogno di partecipazione, e favorire le forze che distruggono la democrazia.
    2) Le primarie sono l’unico strumento che abbiamo per rifondare la legittimità politica dei partiti, visto che gli iscritti sono quattro gatti, in ogni partito e in qualsiasi paese europeo (gli iscritti dell’SPD, in un paese di quasi 90 milioni di abitanti, sono 750000, calcolate voi la percentuale); se il problema in Italia è il disprezzo per la politica, questo è l’unico strumento per superarlo, a patto di tenere fede a quello che esse ci indicano (cosa che non è stata fatta all’inizio di quest’anno). Inoltre trovo ingeneroso e autolesionista continuare a dipingere il Pd come un disastro su ogni lato, a fronte di partiti che si autolegittimano con operazioni di vertice autoritarie, con ridicole primarie in cui votano 10000 persone (Lega) o ancor più ridicole primarie online; di fronte alla frammentazione delle altre forze politiche, continuare a lavorare per la divisione del Pd vuol dire davvero volersi fare del male.
    3) Le primarie non sono plebiscitarie. Certo, elementi di estetica, populismo, plebiscitarismo, visibilità mediatica ecc. ci sono, come in tutti gli aspetti della politica moderna. Ma c’è stato un reale confronto di programmi e di visioni del partito, e di questo c’era consapevolezza in giro. Bisogna conoscere le persone, non guardare come vengono rappresentati gli elettori nei media.
    4) Molti elettori del Pd sono passati effettivamente da Bersani a Renzi, nel voto alle primarie. Ma in questo hanno mostrato di essere razionali e intelligenti, diversamente dai loro dirigenti. Perché il Pd ha perso per alcune ragioni che Renzi aveva indicato già prima, e che hanno fatto la vittoria di Grillo (ho scritto infatti a suo tempo che il voto per Grillo era razionale). I dirigenti, Bersani in testa, non hanno saputo accettarlo, e io ho visto e sentito persone (militanti, iscritti, ben consapevoli di tutto) stufarsi di questa cecità e perciò scegliere Renzi.
    5) Renzi non è il nulla. Mi spiego. Prima delle elezioni di quest’anno, chi attaccava Bersani diceva: non ha un programma, non dice niente; per esempio, lo dicevano i grillini e l’hanno detto anche dopo. Bene, QUESTA è la rappresentazione mediatica della realtà: continuare a cancellare dei programmi che ci sono, perché si dice così. Invece Bersani aveva un programma, Renzi ha un programma, Cuperlo ha un programma ecc. Io li ho ascoltati tutti e tre dal vivo, questi candidati, e mi sono detto: Civati, simpatico e di sinistra, ma confuso; Cuperlo, intelligente, ma noioso e vago; Renzi, arrogante, populista ma concreto e coerente, su diversi punti. Trovo più accettabile la posizione di chi dice che Renzi ha una posizione troppo liberista. Ma anche questo è sbagliato. Le linee di politica economica di Renzi, esposte da Gutgeld, sono semplicemente quelle della sinistra riformista. Prendetele una per una e criticatele, per favore. Intanto Renzi può costringere il parlamento a fare una legge elettorale decente. Soprattutto, siccome la sua esistenza dipende totalmente dalla capacità di fare qualcosa, o farà qualcosa o morirà, politicamente. Quindi potrebbe sbloccare qualcosa. In ogni caso, sui contenuti si potrebbe dire molto, ma qui non c’è il tempo e lo spazio.
    6) Non vedo proprio come Renzi, Alfano e Letta possano convergere. Questa storia che si stia ricostituendo il centro democristiano è una roba che proprio non capisco. I tre hanno interessi opposti. Alfano ha interesse a far fare una politica di destra a un governo dove non ha più la forza di prima, ma ha quella di ricatto della minoranza indispensabile; Letta ha interesse a durare, e portare avanti il suo modello moderato di riforme, per potere essere un rivale credibile di Renzi in elezioni politiche le più lontane possibili; Renzi ha invece interesse a votare presto, ma allo stesso tempo portando subito a casa dei risultati, altrimenti la gente lo manda a quel paese, alle elezioni. E per fare questo dovrebbe far fare subito la riforma elettorale (cosa che non va bene agli altri due, perché si sa che fatta la legge si va a votare, in questo paese). Insomma, a me sembra un gran casino, altroché convergenza al centro.
    Scusa i toni un po’ accalorati, ma chiederei davvero a tutti, a sinistra, di fare lo sforzo di guardare le cose, pur mantenendo le posizioni critiche; perché davvero è impossibile riuscire a ottenere qualche risultato politico finché si riducono gli avversari a patologia sociale, inferiorità intellettuale, ignoranza ecc. Berlusconi e Grillo sono lì a dimostrarcelo.
    Un caro saluto,
    Mauro

  18. Sono d’accordo con Rino Genovese su Renzi: il Nulla! Ma un nulla incolpevole, in un certo senso. E come potrebbe essere diversamente? Volendo avviarsi ad occupare un posto di assoluto rilievo tra coloro che devono realizzare la “governance” del paese per conto di BCE, Commissione Europea e del capitalismo finanziario transnazionale, non può certo essere esplicito più di tanto sulle soluzioni che pensa si debbano attuare per tirarci fuori dalla crisi: può solo ribadire l’impianto generale, così come si è delineato in questi ultimi anni, a partire dagli ultimi mesi del governo Berlusconi in avanti, delle soluzioni neoliberiste sempre più estreme, sempre più perorate come necessarie per “curare” il paese. Quindi va bene la riforma Fornero, il patto di stabilità, il consolidamento fiscale come legge scolpita sulle tavole, con tutto il corredo, a discendere, delle conseguenze sul lavoro, il welfare e la democrazia. Magari con qualche piccola correzione di make-up qua e là. Si dirà che allora non è proprio il Nulla, ma spacciare questo neo-blairismo per novità è quantomeno mistificante. Un’operazione che già Berlusconi ha tentato – si badi che non voglio impostare una rigida equazione di contenuti tra i due: parlo solo della forma. Il resto è marketing e tecnologia massmediatica.
    Sugli elettori delle primarie che lo hanno (quasi) plebiscitariamente incoronato, non mi permetto di esprimere giudizi – e poi io il PD non l’ho mai votato. Mi pare che però sia un po’ ingeneroso liquidarli come ingenui o suggestionabili. Forse esasperati, come ormai molta parte del paese. Io so che c’è chi ha votato Renzi per poter avere una speranza di vincere le prossime elezioni – non so, sinceramente, quanto motivata. Chi, un po’ qualunquisticamente, perché non ne può più di una classe dirigente sclerotizzata e vecchia – dimenticandosi che non è mai saggio buttare via il bambino con l’acqua sporca. Chi, forse, nel suo sordo anticomunismo pavloviano, perché vede il sindaco di Firenze come colui che butterà fuori gli ultimi “nostalgici” di socialismo (come il sottoscritto) una volta per tutte. Chi perché pensa che la farà finita con i sindacati (che proteggono solo i garantiti) – e allora – evviva! – ognuno per sé e Dio (cioè il capitale) per tutti! Viene da chiedersi però – penso seguendo la linea di Genovese – quanto abbiano riflettuto su quello che Renzi vuole veramente fare, sul quel Nulla così carico di sottintesi politici. Sugli impatti “reali” che un programma così “nuovo” (!) potrà avere sulle loro (e nostre) vite.
    Sulla sinistra in generale (sotto l’aspetto di forze politiche), viene solo da piangere! Un gioco continuo al frazionismo, alla ricerca della purezza teorica (alle volte), carichi entrambi di velleitarismo, che danno l’impressione di non aver effettuato una (seppur sconsolata) valutazione dei reali rapporti di forza: siamo sotto schiaffo ormai da molti anni, impossibilitati a muoverci se non in modo anodino.
    Potrebbe un’eventuale scissione a sinistra del PD, come perora Genovese, avviare quel processo attraverso il quale può ricostituirsi una forza di sinistra-e-basta (a differenza dell’attuale centro-sinistra, o sinistra-ma-non-troppo)? Forse. Ma non vedo molto entusiasmo, né tra i possibili scissionisti, né tra quelli che dovrebbero accoglierli. Il consenso su una piattaforma politica deve nascere nella società, aggregando le persone su obiettivi e contenuti – e riflettendo sulle condizioni di vita materiale -, ma se è ormai diventato così facile vincere delle primarie (ma anche le elezioni) con il Nulla, con quali strumenti si può ricominciare a farsi capire per dire Qualcosa? Soprattutto Qualcosa di Sinistra?

  19. Non è mia intenzione entrare nel merito dell’apodittico o tautologico assunto Renzi=nulla, perché ciò che mi ha colpito di questo scritto è una cosa semplice, ma, a mio avviso agghiacciante: l’autore è persona seria e competente capace di prepararsi scrupolosamente per la presentazione di un libro e, comprensibilmente insofferente verso chi, come Renzi in quell’occasione, parlava senza dir nulla. Mi domando: perché dedicare tanta giusta e meritata cura alle faccende letterarie e poca e sciatta attenzione alle questioni politiche come quella qui affrontata? Come e quando e scrivendo di quale argomento letterario o filosofico si sarebbe varato uno scritto che evidentemente non argomenta quella che è la propria tesi portante? Mi inquieta questo atteggiamento leggero e liquidatorio, la mancanza di un seppur minimo tentativo di analisi accurata e non perché mi stia a cuore il popolo delle primarie o il programma di Renzi, ma perché è necessario domandarsi: quale è il ruolo che noi intellettuali vogliamo ricoprire in questa fase storica? A cosa ci candidiamo noi? Con quali strumenti? Soprattutto quando si assume una tesi forte direi che è corretto prima di tutto da un punto di vista etico munirsi di argomenti adeguati, altrimenti ci si ritrova sullo stesso piano di vanità di chi si accusa di vanità. E se un politico può essere sia “golpe” che “lione”, che nulla, come ci è stato insegnato diversi secoli fa, un intellettuale non può permettersi questi lussi.

  20. E’ alla sinistra del PD che c’è il nulla, purtroppo. I vari Bertinotti, Ferrero, ecc. in quest’ultimo ventennio hanno ricoperto incarichi importanti nei governi di centro-sinistra causando non pochi guasti. Gli attuali leader si dovrebbero dimettere, scomparire, per andare oltre i vari partitini (Rifondazione comunista, Comunisti italiani) per permettere la formazione di un nuovo soggetto politico, partendo dal basso, dalla società civile, dai movimenti. Ormai sono inutili, morti; non rappresentano più nessuno.

  21. Credo che chi voglia degli argomenti in favore di una tesi come quella, non abbia capito. E dunque è preferibile tacere per non denigrare ulteriormente l’interlocutore.

  22. @riccardo

    La invitiamo ad abbassare i toni. Può esprimere il suo dissenso senza attaccare personalmente l’autore di questo post, come fanno alcuni dei commenti che abbiamo pubblicato. Grazie.

  23. @Marco Gusberti: mi scusi ma continuo a non capire che senso avrebbe cercare di avere il 100% dei consensi internamente al proprio partito per poi pesare il 15% fuori al momento delle elezioni.

    @Mauro Piras: bellissimo intervento, condivido la sua analisi.

    @Leparoleelecose: grazie per ospitare questa interessante discussione.

  24. In questa triste stagione bisogna accettare tutti i compromessi della storia. Venite a Torino a vedere gruppuscoli di fascistoidi, ultrà e qualunquisti che bloccano il traffico, intimidiscono, e la polizia li lascia scorrazzare liberamente, come non fa con i No Tav. Ieri fra loro c’erano artigiani e disoccupati giustamente incazzati. Il problema è che un qualche punto di aristocrazia in me disprezza persino quelle giuste ragioni, perché sono espresse in modi urlati e volgari. Vuol dire che non amo il popolo e forse non sono di sinistra. Dunque il problema è mio, fascisti a parte.

    Almeno la demagogia di Renzi è pulita e tiene calmi gli animi ancora per un po’.
    Temo di essere d’accordo con quanti si sono irritati con Genovese.

    Ma non riesco a vedere in tutto questo neanche una ragione di ottimismo.

  25. Caro Daniele, neanche io sono ottimista, per niente. Quello che sta succedendo a Torino è molto grave: piccoli gruppi con atteggiamenti violenti e intimidatori bloccano il traffico e a volte minacciano i commercianti, e la polizia non reprime. Nessuna carica per disperdere questi blocchi.
    Ma proprio la gravità di questa situazione, cioè la presenza di forze incontrollate (e organizzate) apertamente antidemocratiche, ci impone di seguire vie che rafforzano la democrazia, cercando di essere realisti.

  26. Renzi sarà anche il Nulla, però è un Nulla molto ben confezionato che costa un sacco di soldi.
    Un paio di mesi fa ho visto il video di un suo intervento al Festiva dell’Unità di non ricordo più dove. Era la fotocopia appena aggiornata e adattata alla situazione italiana di un celeberrimo discorso che Bill Clinton tenne agli operai di Detroit nella campagna elettorale per il suo primo mandato. Sintesi: “Sono uno di voi, ragazzi. La pacchia del posto fisso e della casetta in periferia è finita, c’è la globalizzazione. Ma noi ci rimboccheremo le maniche e ci riqualificheremo, e ce la faremo tutti insieme!” Seguì la più storica sconfitta della classe operaia americana che si registrasse dagli anni Venti del secolo scorso. Se poi uno fa caso al fatto, non secondario, che l’immagine e la campagna di Renzi sono coordinate da McKinsey, azienda leader nel settore, con la quale il clan Clinton ha tuttora rapporti organici (ci ha lavorato anche la figlia Chelsea) fa 2+2 = Renzi = ultrafregatura in arrivo per il lavoro dipendente italiano, che già tanto in salute non pare.
    Non sarà facile richiamare al galateo i manifestanti disoccupati. Suggerisco a Renzi un Ministro per il Bon Ton.

  27. perché ci sarebbe bisogno di un’analisi approfondita per comprendere che Renzi è il nulla? Basta ascoltarlo un paio di volte. Poi uno può anche scegliere tuirarsi il naso, se vuole.Lo fece anche Montanelli, per ritrovarsi poi con Berlusconi,

  28. “scegliere dii turarsi”, ovviamentei

  29. Eccomi qui a cercare di rispondere. Un po’ di argomenti in più (rispetto ai miei giudicati scarsi) li ha portati Alberto Ferrero che chiarisce bene, mi sembra, il suo e anche il mio pensiero. Un ringraziamento particolare lo devo a Marco Gusberti, che ha richiamato un mio intervento di un anno fa, apparso su questo stesso sito, in cui tentavo di spiegare che è proprio il gioco delle primarie – considerato il rito fondativo del Pd – a creare personaggi come Renzi che, di primarie in primarie, possono arrivare a fare i segretari di un partito senza avervi mai davvero militato (non come fa il mio amico Mauro Piras, che ci crede e si sporca le mani nel lavoro di base, a partire dal sindacato).
    La considero una perversione della democrazia, questa delle primarie. Un’autentica partecipazione democratica non è data da una forma di acclamazione (di volta in volta nei confronti dell’uno o dell’altro: si cominciò con Prodi…), ma dall’andare nelle sezioni, nei circoli, nei luoghi di lavoro, oggi anche praticando la comunicazione attraverso Internet (purché non se ne faccia un mito), insomma stando in un’attività di partito che sia, però, quella di un partito aperto e plurale. La pretesa di un ceto politico ingessato (per intenderci, i D’Alema), rassegnatosi a una pratica plebiscitaria perfino nell’elezione del segretario, sicuro di potere in eterno controllare il gioco, oggi è fallita. E il risultato è stato Renzi.
    Mi ha colpito ciò che ha scritto Francesca Vennarucci. Proprio così: uno va a presentare un libro, e si accorge che c’è un tipo che non solo il libro palesemente non lo ha letto ma che è là “pro domo sua” (come se fosse in campagna elettorale) per non dire niente. Affidereste voi a un tipo così la gestione del condominio in cui abitate? Io no. Ecco un argomento: può il maggiore partito italiano, l’unico sopravvissuto, affidarsi a uno così? Lasciamo pure da parte, per un attimo, il sospetto circa una nuova nebulosa centrista (dopo quella già fallita di Monti): affidereste voi il vostro condominio a uno che appare solo per apparire, che c’è solo per emergere?
    A mio modo di vedere, ripeto, è il meccanismo delle primarie che ha creato questa situazione. Mettiamo in secondo piano gli errori di una sinistra, come quella bersaniana, che si è a lungo nascosta dietro Monti, quasi per non prendersi le sue responsabilità; che poi ha combinato il pasticcio della rielezione di Napolitano preceduta dal siluramento di Prodi… Sono tutte cose certo non secondarie. Ma la personalità di quello che si è presentato come il rottamatore, e che è il risultato di un gioco sfuggito di mano al vecchio ceto dirigente del partito, a questo punto è il problema prioritario. Poi lo so che le scissioni sono una iattura: ma restare in un partito privo di identità fin dalla nascita, per giunta ora diretto dalla persona sbagliata – che può apparire giusta soltanto in virtù di una illusione ottica -, non è peggio?
    (Su quanto scrive Piras riguardo al movimento di estrema destra che si è impadronito di Torino – con l’assenso delle forze di polizia, a quanto pare – la penso come lui: soltanto, caro Mauro, non ti sembra anche questo un segnale che spingerebbe a cambiare politica? Cercare a tutti i costi la “stabilità” finisce infatti, in una eterogenesi dei fini, con l’esporre il paese alla destabilizzazione antidemocratica).

  30. La chiarezza degli interventi di Mauro Piras mi commuove ogni volta un po’.
    Signor Piras lei ha un fan.

  31. “per conoscere una buona pezza ci vuole un buon mercante” cfr mia nonna

    uno dei “fessi”

  32. Sottoscrivo il commento di Mauro Piras. Il problema non è tanto il giudizio – o pregiudizio – su Matteo Renzi, formulato peraltro a partire dal tanto detestato criterio estetico che, secondo l’autore del post, informerebbe tutta la società contemporanea.
    Ben più grave è che Genovese dimostri di non conoscere la realtà degli iscritti al Partito Democratico né del suo elettorato. Ancora una volta, la tesi è quella per cui se “le masse” non seguono gli intellettuali è perché sono rimbecillite, suggestionabili, eccetera. Accogliamo l’insulto (siamo, del resto, buoni incassatori). L’unica cosa che mi sento di aggiungere è: sogni d’oro.

  33. C’è anche chi ne fa una questione profetica. Renzi almeno è simpatico. Ma capite, senza carisma – gratis avete ricevuto gratis darete – non si cammina, finché dura. Ed ecco la strana questione profetica, in un anno di cose strane, doppie, estinte e rinate. Dice che ci piace eccitare…

    http://www.trentinolibero.it/magazine/trentino-magazine/eventi/5718-rinato-sotto-il-segno-dei-pesci-o-the-prophecy-slam.html

  34. L’elogio delle masse, non dimentichiamolo, è anche una forma di seduzione televisiva. “Gli italiani non sono scemi”, detto nell’ambito di un programma televisivo, equivale grossomodo a “Bravo spettatore che ci stai guardando…”

  35. C’è però una cosa che non capisco delle molte critiche risentite a Genovese.

    “Ci tratti come imbecilli”.

    Non mi pare che Genovese intendesse questo. Non per fare il suo esegeta non autorizzato, ma perché mi sento parte in causa.

    Provo a dare una definizione di imbecillità: l’imbecille è colui che sorride beato e scemo mentre il mondo gli passa intorno, e lui manco lo guarda. Ciò presuppone che un mondo cui avere accesso, da guardare nella sua trama e consistenza per ponderla ci sia.

    E se invece, davvero, fossimo tutti imbecilli nel senso di impossibilitai a capirci qualcosa, di ciò che ci capita intorno?

    Ad esempio, ed è solo uno fra molti, questa comunicazione perennemente drogata e sovreccitata da campagna elettorale senza fine, non si è messa tra noi e la realtà a offuscarla?

    Chiedo a tutti gli elettori e simpatizzanti del Pd qui indignatisi: ma voi, davvero, dopo esservi informati su giornali e blog, ci capite qualcosa?

    Io temo di non capirci più niente.

    Un imbecille che ha partecipato alle primarie.

  36. @ Lo Vetere ( mi consigli un paio di libri su Gadda? te lo scrivo qua che nell’ultimo post magari non lo vedresti )

    Io ho votato la prima volta nel 2006 e votai verdi. se avessi avuto contezza della fuffa sul biologico e della crociata anti-ogm ( cose che ho letto dopo ) non l’avrei fatto, pur condividendo l’impianto ambientalista. Alle ultime elezioni ho votato SEL, e se avessi conosciuto meglio le vicende sull’ILVA avrei avuto dei dubbi maggiori. Ho anche votato pd, ma non penso che abbia senso dire mi sono sbagliato o sono imbecille. Il voto è questo, se non avessi votato non sarebbe cambiato nulla, ma alla lunga se un partito non dà segni in nessun modo, si finisce in stallo. Continui a votare pd perché gli dài un’altra possibilità e perché altri sono peggio, ma in questo modo tieni in piedi una forza che “impedisce” ad altre forze di nascere. Ho anche partecipato a qualche riunione del pd del paesino nel quale stavo fino a qualche mese fa e c’erano persone volenterose e oneste che facevano opposizione in comune e che si sbattevano e onestamente io non so se lo farei. Rispetto a queste persone le scelte dei vertici sono vergognose, compreso il venire a sapere che a livello locale le persone non vengono sempre scelte con criteri razionali. Ho letto anche il documento di Barca, e mi pare una persona alla quale dare fiducia e che vorrei riuscisse a fare il lavoro che vuole fare. Renzi ovviamente non è il nulla. Ogni paese ha dei problemi oggettivi ( amministrativi ) e problemi più vaghi. Renzi sembra in grado di affrontare quelli oggettivi, la cosa più razionale è votarlo ( questo per chi non ha particolari idee politiche ) anche se fosse il nulla, perché al momento pare l’unico in grado di far vincere le elezioni e di governare. Al contempo come dice Genovese nasca un partito di sinistra alternativo che sappia raccogliere le idee del caso.

  37. @ Dfw vs Jf.

    Il balzo da Renzi a Gadda è così vertiginoso che… che cosa mi sono perso?

    Io non sono che un povero lettore di Gadda, un devoto prosternato in venerazione. Mica uno studioso.
    Temo di poterti suggerire solo Roscioni e Contini, la mia conoscenza critica non va oltre. Sono comunque i due classiconi su Gadda.

    Ma qui c’è gente illustre che ne ha già scritto, avrai da loro maggiore soddisfazione!

  38. a Daniele Lo Vetere

    Lei tira in ballo un tema ben più importante di Renzi e del PD: gli imbecilli. Era molto caro a Bernanos, che ne ha scritto con ineguagliata profondità per tutta la vita.

    Eccone qua un piccolo saggio.

    “Être informé de tout et condamné ainsi à ne rien comprendre, tel est le sort des imbéciles.” Bernanos, “La France contre les robots”, 1944.

    Sotto, il brano da cui è tratta la citazione. Vale la pena di leggerlo, come tutta questa ultima opera del vecchio Bernanos, che sembra scritta oggi o domani.

    “Politiciens, spéculateurs, gangsters, marchands, il ne s’agit que de faire vite, d’obtenir le résultat immédiat, coûte que coûte, soit qu’il s’agisse de lancer une marque de savon, ou de justifier une guerre, ou de négocier un emprunt de mille milliards. Ainsi les bons esprits s’avilissent, les esprits moyens deviennent imbéciles, et les imbéciles, le crâne bourré à éclater, la matière cérébrale giclant par les yeux et par les oreilles, se jettent les uns sur les autres, en hurlant de rage et d’épouvante.
    Ne pas comprendre! Il faudrait un peu plus de coeur que n’en possèdent la plupart des hommes d’aujourd’hui pour ressentir la détresse de ces êtres malheureux auxquels on retire impitoyablement toute chance d’atteindre le petit nombre d’humbles vérités auxquelles ils ont droit, qu’un genre de vie proportionné à leurs modestes capacités leur aurait permis d’atteindre, et qui doivent subir, de la naissance à la mort, la furie des convoitises rivales, déchaînées dans la presse, la radio. Être informé de tout et condamné ainsi à ne rien comprendre, tel est le sort des imbéciles. Toute la vie d’un de ces infortunés ne suffirait pas probablement à lui permettre d’assimiler la moitié des notions contradictoires qui, pour une raison ou pour une autre, lui sont proposées en une semaine. Oui, je sais que je suis presque seul à dénoncer si violemment ce crime organisé contre l’esprit. Je sais que les imbéciles dont je prends ainsi la défense n’attendent que l’occasion de me prendre, ou peut-être de me manger, car où s’arrêtera leur colère? N’importe! Je répète que ce ne sont pas les Machines à tuer qui me font peur.”

    Aggiungeva, poi, Bernanos, sempre nello stesso libro, che “L’intellectuel est si souvent imbécile que nous devrions toujours le tenir pour tel jusqu’à ce qu’il nous ait prouvé le contraire.”

  39. È vero, non ho trattato nessuno da imbecille: piuttosto ciascuno di noi (compreso me stesso, aggiungo), soprattutto in taluni momenti, come influenzabile e suggestionabile. “Poiché Bersani ha perso, allora tentiamo con Renzi”: un ragionamento come questo non è un ragionamento politico, è una forma di disperazione – mi sembra – dentro cui ci può essere una buona dose di suggestione puramente emotiva. Poi ci saranno altri che, avendo magari un’altra visione politica, sono stati per Renzi fin dal primo momento: a questi dico che a mio parere si sbagliano. E questo non è, come mi rimprovera Federico Gnech (bello questo nome), un giudizio estetico elementare: piuttosto è un giudizio morale – se si pensa alle cose che ho detto riguardo al genere di presenzialismo praticato dal personaggio fin dai suoi inizi come presidente della provincia -, un giudizio morale che per me, non abituato a separare le due cose, è anche politico (e per questo potrebbero accusarmi di moralismo quelli che sono invece per la netta distinzione di morale e politica).

  40. Ponendosi dal punto di vista della filosofia politica, ci si può domandare se il popolo delle primarie in quanto tale sia imbecille, così come postulato dalla teoria delle élite (“vulgus vult decipi”), oppure se sia tale quando viene ridotto a corpo elettorale (si vedano Rousseau e i teorici della democrazia diretta, fra cui rientra anche Lenin). Una possibile risposta a questo quesito, la cui attualità non è più venuta meno dopo che nei “trenta gloriosi” del secolo scorso (1945-1975) era rifulsa l’intelligenza del popolo perfino in un paese come l’Italia in cui lo scambio tra la furbizia e l’intelligenza è sempre stato la norma, riconduce il fenomeno dell’imbecillità alla generalizzazione della forma-merce, cui si deve l’espunzione della verità dalle relazioni sociali. Quella verità che è inscindibile da un progetto di costruzione politica della nozione di popolo e da un intervento dei gruppi intellettuali in questo senso, mancando i quali (progetto e intervento) le masse popolari italiane sono destinate a restare politicamente mute e a diventare facili prede del populismo in tutte le sue varianti (dal berlusconismo al grillismo), ossia delle molteplici superfetazioni di un processo di espropriazione politica e deprivazione culturale. Ha ragione Genovese, con il quale questa volta concordo pienamente e con il quale condivido, avendole da tempo applicate nelle mie analisi, le categorie concettuali che sono decisive per l’individuazione del fenomeno che egli descrive e spiega nel suo articolo (il berlusconismo senza Berlusconi, l’estetizzazione della politica in chiave ‘pop’ e la sua torsione in senso carismatico e cesaristico per effetto del meccanismo maggioritario, il micidiale errore di grammatica politica commesso dal Pd a causa dello scambio tra partito e coalizione): Matteo Renzi è il nulla, anche se, come sappiamo a partire da Gorgia e da Platone, questo nulla esiste.
    In altri commenti (ad es., in quello relativo al fenomeno del grillismo) ho richiamato l’attenzione, riprendendo alcune pregnanti osservazioni di Costanzo Preve, sulla trasformazione del comunismo italiano in una sorta di ‘azionismo di massa’, che ha finito con il mutare radicalmente sia il codice comunicativo che il significato del concetto gramsciano di egemonia. Un simile azionismo, la cui formula paradigmatica è quella esemplificata dal verbo di Scalfari (a sinistra nel costume, al centro in politica e a destra in economia), ha perciò funzionato come moltiplicatore di quell’occidentalismo di massa che ha caratterizzato l’ultimo ventennio all’insegna di un antiberlusconismo moralistico ed estetizzante e di un largo sostegno alle più infami e sanguinose aggressioni imperialistiche, sempre spacciate come “missioni umanitarie in difesa dei diritti umani”. Questa tragedia è tuttavia rimasta inintelligibile, nella opacità ideologica e nella “banalità del male” che l’hanno contraddistinta, perfino alle sue vittime, oggetto di una cretinizzazione scientificamente pianificata dall’alto, cui era praticamente impossibile resistere.
    Sennonché l’azionismo di massa che si è imposto progressivamente in Italia, fino ad essere, come è oggi, dominante, non è altro che la versione italiana di un fenomeno soprattutto europeo, perché Cina, India, Brasile e Russia continuano a essere Stati sovrani, il cui territorio non è occupato da basi militari Usa dotate di armamenti atomici. È così accaduto che un popolo privato di ogni profilo culturale autonomo è diventato preda di un processo che si può definire schematicamente come ‘sindrome di imbecillità generalizzata’ (SIG). Tale sindrome si manifesta quando vengono meno gli approcci di carattere dialettico alla comprensione sociale, e colpisce tutti gli àmbiti, sia a livello verticale che a livello orizzontale, sia a destra che a sinistra, configurandosi ovviamente in forme differenti. A destra la SIG assume le consuete forme paranoiche, poiché la paranoia è una malattia tipica della destra, mentre la schizofrenia è una malattia soprattutto di sinistra. Al fondo di questa “fenomenologia dello spirito contemporaneo”, quali che siano le forme che esso assume (da quelle più volgari a quelle più pretenziose), resta, ad ogni modo, il problema della opacità sociale, ossia di un sistema del quale si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Vi è perfino chi si rallegra di questa condizione di “amnesia sociale” (si veda su questo tema il bel saggio di Russell Jacoby), poiché, come affermano gli intellettuali post-moderni alla Umberto Eco, bisogna abituarsi a vivere gaiamente rinunciando a qualsiasi chiave di lettura. Ma le grandi masse popolari, alle prese quotidianamente con i duri e vitali problemi della crisi economica e sociale, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa del sistema esistente se non pagando il prezzo della SIG e delle strumentalizzazioni reazionarie. Un sistema, la globalizzazione imperialista, che definire nazista è perfino poco, come giustamente sosteneva con eccezionale lungimiranza Edoardo Sanguineti, che non era un intellettuale funzionale al regime, ma un intellettuale marxista organico al proletariato. Un sistema fondato sulla generalizzazione del lavoro flessibile, precario e temporaneo, sulla fine di ogni democrazia, di ogni conflitto sociale e di ogni sovranità nazionale, sull’arbitrio assoluto di un interventismo imperialistico attuato in nome di generici ‘diritti umani’. In un simile contesto la SIG, effetto congiunto del riflesso dell’opacità dei meccanismi sociali e della mobilitazione reazionaria che trova in essi un fertile terreno di coltura, è destinata a perdurare fin quando una interpretazione critica dell’origine e della natura dei processi che si stanno svolgendo non dissolverà i fantasmi paranoici e schizofrenici, “ritornando alle cose stesse” e individuando le molteplici contraddizioni che sono immanenti al loro corso. Una cosa, ad ogni modo, è certa: finché vivremo in un sistema di dominazione e non porteremo i governanti sotto il nostro controllo, finché avremo solo da scegliere fra due (o più) mali, fino ad allora saremo solo gli spettatori delle gare eliminatorie dei potenti tra di loro.

  41. @ Buffagni.

    Pagina mirabile. Grazie. Bisognerebbe leggerla anche in piazza ai manifestanti. Anche se temo che non avrebbero tutta questa pazienza…

  42. Annuncio: sono rinato in Mauro Piras. Nel Pd, ciò che è reale, è razionale.

  43. a Daniele Lo Vetere.

    Prego. Bernanos lo rileggo ogni tanto, e non lo trovo invecchiato mai (forse perché invecchio io, chissà).
    Ai manifestanti di Torino, bisognerebbe leggerlo dopo avergli dato un posto di lavoro, se sono disoccupati, un reddito decente, se non ne hanno, e meno tasse se ne sono perseguitati.
    Dopo, gli diamo anche una bella lettura pubblica di Bernanos, in aggiunta a questo “La France contre les robots” propongo i “Dialoghi delle carmelitane”, esempio luminoso di resistenza di poche persone inermi contro una folla ululante e certa della sua impunità; ne curai anni fa un adattamento radiofonico con cast stellare, lo offro con piacere per trasmissione megafonica dalla Mole Antonelliana rinunciando volentieri ai diritti d’autore.
    Non è carina, la protesta dei forconi, ma forse è ignoto, a molti commentatori, che cosa ci sia nel backstage del PIL italiano, di che lacrime grondi e di che sangue (+ altre secrezioni innominabili).
    Non è un bello spettacolo, codesto backstage.
    In questi anni, c’è la catena di sant’Antonio delle fregature e dei chiodi, ormai ci sono più chiodi che muro…si noti poi che chi va a gambe all’aria non solo non sa più a che santo votarsi, ma sui media viene colpevolizzato, deriso, accusato di tutti i mali della nazione perché evasore, arretrato, non anglofono, non aggiornato, non produttivo, berlusconiano…e a questo bel coretto si addizionano le rimostranze della moglie, gli sguardi di compatimento dei figli, l’eventuale amante che ti dà gli otto giorni, il cane che non ti saluta più quando rincasi…
    Poi stamattina su “Prima pagina” telefona un torinese che li redarguisce e gli dà dei fascisti lamentando il fatto che il ristorante dove è stato ieri sera sembrava un bunker, con le serrande abbassate; e condisce questa geremiade da cumenda con a) richiamo alla legalità, valore supremo b) esortazione alla polizia perché spranghi c) esaltazione della Resistenza antifascista (all’epoca, però, decisamente illegale), con tanto di rinvio ai martiri “che non sono morti per questo”: anche se per la verità, nel programma dei resistenti l’obiettivo di un miglioramento delle condizioni di vita e del reddito c’era eccome (e giustamente, vorrei vedere che uno combattesse per stare peggio).
    Egli si autodefiniva (pleonasticamente) elettore del PD. Era un imbecille, costui? Diciamo, con Bernanos, che era un intellettuale, e lasciamo in sospeso la conseguenza.

  44. Le considerazioni di Rino Genovese si intrecciano con i dati pubblicati da Ilvo Diamanti a proposito dei votanti alle primarie del PD, che offrono uno spaccato molto interessante, che mi pare confermare in pieno le tendenze sociali che per unanime giudizio caratterizzano la società contemporanea occidentale: una società liquida che liquefa di fatto qualsiasi tentativo di costruire una forma associata di espressione politica, duratura e responsabilizzante, una società che isola il singolo di fronte ai problemi del mondo, fornendogli in cambio l’illusoria sensazione di essere in grado di influenzare l’andamento della vita pubblica e le scelte che in essa si compiono, pur nella sua completa e forse gratificante solitudine, grazie alle nuove tecnologie ed alla messe esagerata di informazioni di cui viene quotidianamente rifornito attraverso i più disparati messaggi e mezzi di comunicazione. Ci troviamo di fronte ad un individuo irretito in una sorta di mito dell’autosufficienza cognitiva, se mi si passa la definizione un po’ astrusa.

    L’attuale vita sociale mi appare sempre più come la somma di tante solitudini individuali, che si giustappongono in nome di una malintesa empatia, ma che non riescono a confrontarsi e ad arrivare ad una sintesi, che potrebbe alla fine rivelarsi anche completamente altra rispetto alle loro originarie idee di partenza e per questo potrebbe anche possedere un valore più complessivo e generale rispetto ai singoli interessi soggettivi. Vite solitarie che individualmente aderiscono, concedono il loro prezioso consenso, firmano appelli, talvolta scendono anche in strada, ma restano chiuse nel loro bozzolo individuale (non voglio rifare il verso al Censis, ma mi sembra un’osservazione che ciascuno è in grado di verificare agevolmente nella sua quotidiana esperienza sociale e non) e quindi al massimo delegano, affidano, tifano, ma stentano, se non proprio rifiutano di giocare una partita in prima persona e sporcarsi la casacca.

    Il voto delle primarie così non è più tanto un voto di opinione, che presuppone un confronto autentico, ma è divenuto il frutto di un’esperienza apodittica.

    D’altronde è il meccanismo stesso insito nelle elezioni primarie ad esaltare questo fenomeno: quel meccanismo non richiede un confronto diffuso nel territorio, per arrivare ad elaborare un sintesi politica condivisa, ma richiede una partecipazione intesa esclusivamente come l’espressione di un segno su una scheda. Un gesto tutto sommato solitario, nonostante la cornice affollata in cui l’esperienza si svolge.
    Quel gesto solitario, anche se condiviso da milioni di altri individui, non ricerca una composizione, ma s’accontenta della pura condivisione del gesto, che già di per sé genera una embrionale forma di conforto e di sicurezza. Quel gesto solitario ben si sposa con la natura stessa delle primarie, in cui le varie parti in conflitto – indifferenti persino al fatto di appartenere o meno alla stessa formazione politica, può infatti anche non essere così, nella società liquida anche i confini divengono labili, impalpabili, evanescenti – tendono vicendevolmente non a comporsi ma a superarsi se non annientarsi, lasciando dietro di sé una lunga scia di risentimenti, nonostante tutte le eleganti manifestazioni di fair play a cui si dà vita all’indomani del voto e nonostante tutte le foglie di fico che si cerca di appiccicare qua e là per salvare le apparenze.

    Le primarie tendono d’altra parte ad assottigliare sempre più la base della piramide partecipativa quotidiana, mettendo definitivamente in discussione il ruolo della militanza attiva (25% di iscritti contro il 75% di non iscritti tra i partecipanti alle primarie del PD secondo i dati di Diamanti, ma mi sembra un 25 per cento approssimato per eccesso), cosicché da metodo le primarie divengono esse stesse ragione fondante di una forza politica altrimenti inesistente e si ripetono, in mancanza di altri fattori mobilitanti e aggreganti, senza soluzione di continuità, in un parossismo senza limiti: Segretari Nazionali, Candidati a Premier, Sindaci, Presidenti di Regione, di Quartiere, Segretari Metropolitani, Regionali, Segretari di Circolo, Consiglieri Comunali e Parlamentari, Consiglieri Regionali Segretari di movimenti giovanili e via via, lasciando la nobile funzione della mediazione politica e sociale decadere miseramente ed irrimediabilmente, interrompendo così (per sempre?) la delicata catena della riproduzione della fiducia pubblica e del consenso sociale verso le istituzioni.

    In questo quadro tutti i temi politici vengono agitati strumentalmente ai fini esclusivi del risultato elettorale, non come obiettivi per cui valga la pena impegnarsi in politica: nel PD si fa finta che ci sia stata una scelta a monte, anche se non si sa quale sia stata. Sono temi che divengono interscambiabili, vuoti simulacri di parole senza significato, buoni a seconda della moda del momento e pace ad esempio per quelle fasce più deboli che hanno bisogno di interventi e di provvidenze che però dal punto di vista elettorale, primario o secondario, possono presentare fastidiose controindicazioni o che niente valgono in termini di peso elettorale: saranno temi tabù. All’interno di un forza politica, che sia ancora un vero corpo intermedio, come si usava dire nella società che fu (mi pare infatti che dalla democrazia rappresentativa si sia passati alla democrazia diretta o quasi) le varie issues politiche vengono normalmente armonizzate in un progetto politico complessivo, anche se in Italia negli ultimi tempi i programmi politici sono quasi sempre stati un inutile calepino decorativo. Al contrario, il singolo leader in corsa per le primarie con propri colleghi di partito deve massimizzare il proprio consenso per spenderlo tutto insieme nel giorno delle votazioni ed è costretto giocoforza a lasciare qualcuno per strada, chissà mai se riuscirà a recuperarlo prima delle successive primarie e comunque leadership così selezionate non si pongono poi il problema del consenso sociale alle proprie decisioni, semplicemente perché o rifuggono poi dalle decisioni, in quanto appena entrano in carica si preoccupano solo di come impostare al meglio la successiva campagna elettorale per la riconferma evitando inutili fastidi nel frattempo e/o accontentano le lobbies economico-mediatiche grazie al cui sostegno l’hanno spuntata.

    Mi preme in particolare sottolineare un aspetto della ricerca di Diamanti. Valori e ideali vengono a mano a mano sostituiti da una generica visione del futuro e dalla smania di vincere (costi quel che costi?): i primi infatti costituiscono il 47 per cento delle motivazioni al voto contro il 53 per cento delle seconde, il che francamente non rappresenta certo una garanzia di sopravvivenza per la forza politica che si affida a tali procedure di selezione: e se una bella mattina la visione si dissolvesse come nebbia al sole? E se poi anche l’investito dalle primarie perdesse le elezioni secondarie? Mi verrebbe da chiosare su quest’ultimo punto, mescolando sacro e profano: io che sono viscerale tifoso della Fiorentina, devo allora mettermi a tifare Juventus per poter avere una più che ragionevole certezza di gioire per la vittoria dello scudetto? E’ vero prima o poi bisogna anche pur vincere qualcosa, vale nel calcio, vale a maggior ragione in politica: ma in regime di democrazia una forza politica è (o dovrebbe essere, mi scuso per la confusione) anche una presenza culturale e civile, che per il solo fatto di esserci e di essere credibile, diffusa, radicata, al centro di relazioni sociali e civili, portatrice di un credibile e fondato progetto di radicale cambiamento della società è in grado di condizionare la vita politica del paese. Comunque sia, vincere o meno che sia l’epilogo della vicenda, senza tutto questo composito retroterra una forza politica si ridurrebbe ad essere solo il comitato elettorale del leader o della casta di turno.

    Domenica scorsa le primarie del PD si sono svolte sostanzialmente all’insegna del tutti a casa: dopo quello che era successo a primavera scorsa, non poteva che essere così, è comprensibile. La rabbia per il risultato elettorale, per il comportamento dei gruppi parlamentari, per l’inadeguatezza di una intera classe dirigente ha reso anche tutto più semplice e persino scontato. Ma domani mattina? Si proseguirà a dire che D’Alema se ne deve andare? Il “nuovo” PD sfiderà i populismi che imperversano dalla sera alla mattina sugli schermi televisivi mettendo in campo un progetto organico di proposte, tessendo un rinnovato sistema di relazioni sociali e civili a partire dai territori, condizione necessaria per poter parlare di una rinnovata voglia di partecipazione politica, mettendo in rilievo le contraddizioni della società e dichiarando esplicitamente di volerne cambiare radicalmente gli equilibri, eliminarne le disuguaglianze, impedendo le sopraffazioni e garantendo un sistema di diritti civili e sociali in grado di permettere l’emancipazione e lo sviluppo della personalità? Oppure rincorrerà quei populismi sul loro stesso terreno, banalizzando ogni esperienza politica rappresentativa, in una perenne gara a chi la spara più grossa?

    E chi provvederà a governare il permanente conflitto sociale che agita ed agiterà le viscere del paese, a dispetto di tutti i desiderata o delle ipocrisie di certa stampa cosiddetta liberal, tuttora quotidianamente ossessionata dallo spettro vagante del comunismo, persino peggio di Berlusconi? Senza più corpi intermedi che interpretino e rappresentino le tensioni sociali, il conflitto verrà abbandonato a se stesso, per divenire facile preda del populista di turno. E’ a questo che si mira scientemente? E’ a questo che mira anche la nuovissima e residua élite del PD, che ormai non è più quasi dotato di una classe dirigente territoriale diffusa in grado di tenere in vita un vero sistema di relazioni sociali e politiche? Dal mito dell’autosufficienza cognitiva a quello dell’apprendista stregone: non è un granché.

    Ci si preoccupa giustamente delle manifestazioni dei Forconi: ma nessuno fa un tentativo per risalire alle condizioni che rendono possibili simili fenomeni sociali, a partire dalla demolizione sistematica, a priori, di ogni forma di rappresentanza e mediazione sociale e politica, vista dalla cultura oggi dominante, anche a sinistra, come il peccato mortale per eccellenza, in nome di un direttismo senza se e senza ma, di cui anche le primarie sono figlie.

    Su tutto questo le primarie del PD non hanno detto nulla di nulla, ecco perché Matteo Renzi è il nulla, ma ovviamente si dirà che non era compito delle primarie sciogliere questi nodi, ma solo trovare, anzi incoronare un leader, perché il leader innanzitutto, l’entendance suivra.

    Rimaniamo pertanto in distaccata attesa delle magnifiche sorti e progressive che sicuramente da oggi in poi scaturiranno dalle primarie appena celebrate.
    Un nuovo e autonomo partito di sinistra? Per chi non vuol finire suo malgrado nell’entendance potrebbe anche essere una soluzione, ma un Partito vero ha le gambe lunghe e parti sempre molto complicati e dolorosi: intanto però cominciamo tutti a mettere da parte un po’ di filo da tessere, con un po’ di filo per ciascuno una matassa può anche cominciare a venir fuori.

  45. Si’, si’, Piras e’ lo Hegel del pd.

    L’altro ieri era razionale sostenere Bersani che voleva smacchiare il ghepardo

    Ieri era razionale sostenere Letta che si alleava col ghepardo

    Oggi e’ razionale sostenere Renzi che vuole smacchiare Letta

    Domani sara’ razionale sostenere cio’ che sara’ reale bel Pd

  46. a me basta che un partito che si definisce “democratico” sostenga convintamente un opzione “bipolare” essendo “a vocazione maggioritaria”, pur in un quadro politico nettamente e irriducibilmente multipolare come quello consegnatoci dalle ultime elezioni. cosa c’è di democratico, in ciò? dov’è la volontà di rispettare il principio della rappresentanza del voto espresso liberamente? è la quintessenza del bipensiero, il nome di sto partito.

    Renzi è un membro del PD, se è vuoto lo è per proprietà transitiva. Il PD è un contenitore di voti, nulla più. Si è già slegato abbondantemente, come in maniera diversa il polo berlusconiano, dall’obbligo di rendere conto delle proprie scelte politiche. Lo ha fatto con vent’anni di crudele educazione del proprio elettorato alla rinuncia, all’abiura e all’illusione costante. L’elettorato del PD è come una donna tradita, picchiata e maltrattata costantemente dal marito che pure continua a stare con lui perchè “questa volta mi ha detto che cambia davvero”. Ecco, Renzi è solo la nuova espressione del “questa volta mi ha detto che cambia davvero”, prima di lui ci sono stati: Prodi, Veltroni, Bersani.

    Il PD, in generale, è tutto e il contrario di tutto. Reca in sè alcuni dei peggiori referenti delle peggiori lobbies affaristiche di questo paese, ma al contempo la base di moltissime delle realtà che a queste lobbies si oppongono nei territori; resta da capire chi pesi di più nella bilancia del partito. I sindaci no-tav piddini della Val di Susa restano sindaci, mentre il referente degli interessi pro-tav, Stefano Esposito, è in senato, dentro la commissione trasporti. per comodità cito solo un caso famoso, ma sono decine i casi analoghi. spesso la base del PD non conosce nemmeno le iniziative parlamentari quantomeno controverse che prendono i suoi rappresentanti, sarà che le fonti di informazione più seguite restano la tv e i giornali, specialmente quelli di area (Raitre, La7, Repubblica, Unità, ecc.,), con tutto ciò che ne consegue in fatto di percezione della realtà.

    Ultimo punto: la sinistra parlamentare è morta sia per gli errori di chi ha dilapidato un importante capitale politico inseguendo la chimera di una convergenza con l’area che ora si chiama PD, leggasi Bertinotti e co., sia per l’ipnosi collettiva dell’elettorato di sinistra post-comunista che si è letteralmente fatto rapire da una cricca di neocraxiani e democristiani in nome della vittoria elettorale e della governabilità; è francamente ridicolo vedere orgogliosi elettori del PD, orgogliosamente di sinistra, prendersela con Bertinotti per la sua inconsistenza, dato che quell’inconsistenza è anche frutto della loro scelta di legarsi a un presunto carro vincente, indipendentemente dalla direzione intrapresa da chi quel carro guidava; quell’inconsistenza è anche frutto della diserzione di massa dell’elettorato del PD dal campo della sinistra, al seguito del carro piddino (salvo poi magari applaudire Landini, nel chiuso del salotto di casa, guardando Ballarò, per qualche breve istante di riconciliazione con sè stessi).
    Ora ci s’infoga sul cambio del nome del cocchiere, ma la direzione qual è? Non mi pare molto diversa da quella di ieri.

  47. Sarà razionale, sarà quello che vi pare, ma che un milione e passa di voti passino dal socialdemocratico Bersani a Renzi il quale dice che più a sinistra degli imprenditori non c’è nessuno, perché creano lavoro… non lo so cosa ci sia di razionale. Mancano evidentemente i fondamentali. E manca da parte della stampa un’etica del racconto politico. Non si capirebbe sennò come fanno gli anti-berlusconiani a votare un partito padronale populista plebiscitario di proprietà di un milionario antieuropeista e antiimmigrazione al tutto simile a Forza Italia (o a Forza Nuova?) come il Movimento 5 stelle. Allo stesso modo non si capisce come si faccia a votare Renzi dopo aver votato Bersani. Dice, perché si è perso a Febbraio. Ma il Pd non è una squadra di calcio come il Milan, è un partito che va votato per le idee. Se il Pd può vincere solo con quella miscela di contenuti che tutto sono fuorché di sinistra a me non me ne importa nulla che vinca il Pd.

    Sono però contento solo di una cosa: che ora che c’è Renzi, mediaticamente le istanze riformiste sulla politica hanno preso centralità (dico mediaticamente perché quelle istanze erano per buona parte anche nel programma di Bersani e del “vecchio” Pd). Ora vediamo cosa fanno i grillini, vediamo se gli interessa davvero riformare la politica per via democratica oppure è la democrazia che vogliono abbattere.

  48. bruno bauer: il povero Bersani disse di voler smacchiare il giaguaro mica il ghepardo. Il giaguaro: meno rapido e più grasso. Ma ecco sì. Forse era proprio un ghepardo. E Bersani non lo sapeva, per questo gli è sfuggito…

    Dinamo Seligneri, come fanno certi anti-berlusconiani a votare per un partito anti-europeo e anti-immigrazione eccetera? Ma è semplice. Sono anti-berlusconiani.

    Detrito Parcellare. Ma il PD è, esattamente, letteralmente bipolare.

    Fine del gioco.

  49. @ Buffagni. La polarizzazione tra resistenti e fascisti è abbastanza fuori luogo e impedisce di capire alcune delle ragioni dell protesta.
    Le confermo però che molti di questi gruppuscoli stanno usando toni intimidatori e le garantisco (non l’ho letto nei giornali, ho informazioni di primissima mano) che parte della protesta è diretta da ultrà fascistoidi e forzanuovisti.
    Il tono generale è però piuttosto populista e qualunquista.

    La pancia vuota ha sempre ragione, umanamente. Politicamente però può avere torto marcio.

  50. Forse tutti gli intervenuti sono stati troppo buoni con gli elettori PD, forse costoro sono ormai vittime totali del monopensiero dominante, che trionfa in tutto l’occidente, e ome tali essi sono il vero problema della politica italiana, inconsapevoli vettori del distruttivo pensiero dominante. Per capire quale sia il pensiero dominante, basta chiedere cosa pensa a un tipico elettore piddino, egli interpreta alla perfezione la persona omologata che la società di oggi ha creato.
    Qui, si è tanto polemizzato sul termine “imbecille”, ma il piddino non è che sia imbecille, è solo il prodotto perfetto di una società complessivamente imbecille.

  51. @pseudohegel @bruno bauer
    magari!
    (portate i miei omaggi agli amici critici critici)

  52. a Daniele Lo Vetere.
    Non ne dubito, ho sentito anche io al telefono amici torinesi. Le dirò che francamente mi stupisce che le rivolte non siano più violente, e temo che presto qualcuno, dal profondo di qualche Stato, si inserirà con simpatiche provocazioni. La situazione sociale italiana è molto grave, il governo e in generale il ceto politico non vuole e soprattutto non può fare niente, nel contesto UE. L’anno venturo il governo italiano dovrà spremere 50 MLD di euro aggiuntivi dai contribuenti italiani, perché ha sciaguratamente inserito in Costituzione questo suicidio assistito del popolo italiano. Pretendere che le proteste siano educate e composte è quanto meno esagerato. Chi davanti si vede un burrone non manda partecipazioni, grida. Se ha politicamente torto, non lo ha perché fa casino, lo ha perché, e fino a quando, non riesce ad aprire una prospettiva credibile. E qui, secondo l’etica politica ovvero della responsabilità, chi è che dovrebbe per primo dare prospettive credibili e non ci riesce? I forconi o il governo?

  53. e d’altronde come disse il buon Bertoldo Rompete, canticchiandoci, accompagnato dal musichiere Curzio Perchè, una Ballata della vita piacevole:

    Di esempi edificanti ce n’è un pozzo:
    gente che per un libro salta i pasti
    e vive in mezzo ai topi e ai muri guasti.
    Con questo cibo chi si riempie il gozzo?
    Che bel gusto, la vita dell’asceta!
    Se mi credete, è tutta una fandonia:
    da Londra a Babilonia non un passero
    resisterebbe un giorno a questa dieta.
    La libertà? D’accordo! Ma tenetelo a mente:
    sol chi ha la borsa piena vive piacevolmente.
    Quegli spericolati avventurieri
    sempre disposti a risicar la pelle,
    smaniosi di aggricciare le budelle
    ai borghesi coi loro fieri accenti:
    guardali a sera come son ridicoli
    quando s’infilan tra le fredde coltri
    con fredde mogli, e van sognando applausi
    alla loro idiozia fra trenta secoli!
    Che sugo han queste smanie? Direi: meno che niente!
    Sol chi ha la borsa piena vive piacevolmente.
    Anch’io, ve lo confesso, a volte aspiro
    alla parte del grande solitario,
    ma una volta imboccato quel binario
    chi cambia più? No, grazie, mi ritiro.
    Miseria e nobiltà d’animo dànno
    saggezza e fama, ma le sconti care:
    vai a testa alta, ma devi ingoiare
    troppe amarezze, troppo disinganno.
    Facci una croce sopra! La morale è evidente:
    sol chi ha la borsa piena vive piacevolmente.

    -e oggi si commemora un inizio della nostra epoca politica, l’esplosione primordiale che ha creato, nel medio periodo, le condizioni vitali per l’avvento dei renzidi.

  54. Sarebbe ingenuo pensare, benché qualcuno (ad es., Piras) lo abbia sostenuto, che il tratto politicamente significativo della campagna per le primarie cui abbiamo assistito in queste settimane, sia da ricercare nella discussione e nel confronto, fra i candidati, sulle politiche industriali, finanziarie, sociali, fiscali e del lavoro (che in effetti dovrebbero costituire il nucleo di un autentico programma di partito). In realtà, poiché tutto ciò che è essenziale in queste scelte è ormai monopolio decisionale della Bce, della Ue e del capitale bancario europeo, questi temi sono stati soltanto sfiorati per onore di firma e la sostanza delle primarie va ricercata nella forma e nell’espressione di un evento mediatico e spettacolare che, lungi dal contrastare la cosiddetta ‘antipolitica’, finisce con l’alimentare i processi di regressione antropologica e cognitiva dell’elettorato che ha preso parte a tale evento. In altri termini, le primarie si sono configurate e hanno funzionato come prodotto e fattore di una regressione politica e sociale che rappresenta l’antitesi della democrazia, se con questo vocabolo si intende indicare una relazione dialettica tra individui uguali. Il senso del messaggio è inequivocabile: il modo con cui si governa un partito è lo stesso con il quale, quando si va al potere, si governa un paese.
    Fra l’altro, queste primarie hanno visto, all’insegna della tacita tolleranza e talora dell’aperto incoraggiamento del Pd, una cospicua infiltrazione di elettorato di centrodestra, confermata da numerose testimonianze. Le file davanti ai gazebo hanno fatto parte della scenografia gonfiata dai ‘mass media’, non della realtà, ove la presenza organizzata del Pd sul territorio è quanto mai evanescente. Così, la vacuità del rito elettorale non ha fatto altro che replicare in minore le modalità di uno spettacolo politico che, esattamente come accade negli Usa da cui il modello è stato importato, pompa i palinsesti e punta ad attrarre ‘audience’ e pubblicità. Del resto, se l’obiettivo era quello di allargare i consensi al di là dell’area elettorale del Pd, è giusto ricordare che nel 2006, dopo il successo delle primarie del 2005, anche se si trattava delle primarie di coalizione, il centrosinistra elesse un governo debole che durò pochi mesi. Sul piano dei risultati, vale infine la pena di osservare che la competizione si è svolta fra candidati del tutto compatibili con le procedure e con le direttive politiche della Ue e della Bce, che hanno portato l’Italia in un vicolo cieco. Pertanto, data l’assenza di identità sia del vincitore sia dei concorrenti, che dalle primarie scaturisse un Pd più bersaniano o più renziano era, ed è, solo un problema di organigrammi interni a quel partito. Qualcuno ha giustamente evocato, a questo proposito, l’apologo sulla mancanza di identità narrato da Italo Calvino nel “Cavaliere inesistente”, dove il cavaliere inesistente Agilulfo e il fante Gurdulù rappresentano le due facce di una stessa realtà: Agilulfo c’è e non c’è, parla, cavalca e combatte dentro un’armatura bianca che è vuota; Gurdulù invece è un individuo in carne ed ossa, solo che non sa chi è e quindi vive una continua metamorfosi pensando di essere ciò che vede: se vede una zuppa è zuppa, se vede una rana si mette a saltare e gracidare. Sebbene la gente lo chiami con diversi nomi, a lui non importa, giacché qualsiasi nome gli è indifferente. Insomma, Agilulfo e Gurdulù, essendo perfettamente complementari, ben si prestano a simboleggiare quel vuoto d’essere, quell’as­sen­za ontologica che sono la rappresentanza perfetta, suscettibile dei più diversi contenuti ma docile ad ogni comando e prona ad ogni volere, di quel pieno che è la dittatura euro-americana del capitale.

  55. Leggere la nota di Rino Genovese mi conferma alcune idee maturate in questi ultimi anni di esperienze personali. Dopo aver abbandonato il percorso post universitario, fatto come molti sanno di difficoltà e di vassallaggio, sono diventato un lavoratore autonomo e ho lasciato la strada di chi parla, e parla e parla, senza porsi mai il problema della concretezza e della produttività. La nota che sta suscitando un dibattito su questo contenitore online è la riprova che un certo tipo di intellettuale italiano, ancora tutelato da istituzioni compiacenti, troppo spesso purtroppo non sa comprendere la contemporaneità. Perché da una parte non ne ha gli strumenti, non possiede cioè i giusti filtri critici per decodificare fatti nuovi che non stiano sui libri e che non appartengano al passato. E perché, dall’altra parte, non vuole farlo, temendo di scoprire verità sorprendenti e del tutto inconsuete per lui: che cioè esiste la dimensione reale della vita vera e del LAVORO, un qualcosa di pragmatico che deve essere compiuto in certi tempi e in certi modi, senza stare a fare troppi discorsi.

    Dal mio punto di vista Renzi è tutt’altro che il nulla, specie quando delinea una road map plausibile sui temi dell’economia e dell’occupazione. Prima di formulare giudizi così netti come quelli espressi da Genovese non sarebbe male leggere alcuni libri – Stilnovo, Oltre la rottamazione – e magari non basarsi soltanto su un incontro avvenuto in un qualsiasi pomeriggio in cui all’intellettuale probabilmente non sarà stato tributato il solito deferente ossequio nei confronti dell’ultima cosa scritta o pronunciata. Ma sulle questioni di metodo non mi soffermo. Sono convinto che una delle difficoltà più consistenti che il pensiero di Matteo Renzi ha incontrato fino ad oggi è quella di non essere stato realmente ascoltato; quella di essere subito stato etichettato in una categoria piuttosto astratta senza che ci si misurasse con alcuni temi oggettivi. Anche per questo, per tentare di aprire un dibattito sui punti, avevo provato a sottoporre a Guido Mazzoni a giugno di quest’anno un mio pezzo in cui analizzavo nel dettaglio – e non sempre con favore – le proposte di Renzi nell’ambito di economia e di impresa; c’era però, probabilmente, qualche resistenza di troppo all’interno della redazione di questo contenitore online e alla fine, di fronte ad una strana proposta di riscrittura parziale, ho preferito lasciar perdere.

    Il punto tanto non sta qui. Il vero fatto nuovo, espresso non da una massa di elettori ormai privi di senso critico perché suggestionabili – come la riflessione di Genovese vorrebbe far credere – ma da milioni di persone che hanno compiuto una scelta, sta dal mio punto di vista nella manifestazione di un desiderio: quello di veder cambiare alcune regole del gioco. Ad esempio, quella di non veder gettare più al vento fiumi di risorse pubbliche per il mantenimento di uno status quo di cui beneficiano evidentemente soltanto e sempre i soliti noti. L’establishment accademico è sicuramente tra questi. Mentre conforta notare che una serie di commenti si schiera apertamente in favore di questa esigenza di fatti nuovi, lamento l’assenza di una prospettiva etica da parte di chi dovrebbe recitare un ruolo da protagonista in ambito culturale. Invece dei giudizi sulla persona – astratti, sterili, puerili – a me sarebbe piaciuto che molti commenti qui espressi si orientassero, al di là della chiacchiera ben articolata ma fine a se stessa, sul tema del come mettere a frutto una situazione di cambiamento ormai divenuta necessaria, all’interno della quale Renzi ha il compito di rappresentare dal 9 dicembre in poi uno dei principali finalizzatori. Le istituzioni universitarie, i loro esponenti, le loro voci migliori, dovrebbero imparare a dialogare costruttivamente con la politica, per ottenere risultati. Per porsi finalmente il problema di come occupare il flusso di giovani risorse che ogni anno cerca legittimamente uno spazio per portare avanti un proprio discorso. Una propria idea di futuro. Ed è qui che il pregiudizio di Genovese – come di molti altri – diventa colpa. La stessa colpa di chi, ben prima di lui, ha rappresentato una delle classi più dannose per il nostro Paese: la classe dei presunti maestri.

  56. @ Lo Vetere

    grazie.

  57. @ Rocchi.

    Mi fa perdere il mio consueto understatement sabaudo…

    Prima di sparare a zero sugli intellettuali che sanno solo chiacchierare, si domandi se chi impiega parte del suo tempo qui a dibattere magari nella vita non faccia qualcosa di concreto. Mica solo chi è autonomo come lei si sporca le mani, sa.
    Se non le piace che si usino le parole e la trova attività oziosa, perché ha scritto?
    E se scrive, come noi, non penserà mica che questo cambi ipso facto le cose?
    C’è un momento per agire e uno per parlare o scrivere. Le due attività non sono sovrapponibili.
    Quando si scrive e parla, io continuo a preferire i centrini ben ricamati che qui tanto la infastidiscono alle banalità che scrive Matteo Renzi, su cui la invito a leggere questa bella recensione di Claudio Giunta.

    http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-08-12/renzi-politica-incultura-082002.shtml

    La retorica antiintellettualistica posso anche accettarla da uno con la pancia vuota in piazza col forcone. Da chi come lei vuole interloquire come tutti noi, esigo rispetto, meno qualunquismo, e argomenti sfaccettati.
    Mi spiace per lei se non è riuscito ad entrare nell’accademia, ma un insegnante della secondaria che si fa il mazzo tutto i giorni e che ha scelto di farselo non accetta le sue semplificazioni.

    Cordialmente, ma non troppo

  58. Invitare a leggere “Stilnovo” e “Oltre la rottamazione” per trovare il Renzi-pensiero è un eccellente viatico per confermare la formula Renzi = nulla. P.S. : se Piras è Hegel, io sono Cartesio.

  59. Nel commento di Fabio Rocchi è scritta tutto maiuscolo una parola: LAVORO. Io ne aggiungerei un’altra: FAMIGLIA, intesa in senso lato, sia chiaro, ossia comunità di affetti che nella solidarietà organizza il quotidiano, la cura reciproca, i passaggi da una generazione a un’altra.
    Non vedo ben focalizzati, nel discorso politico, questi due aspetti molto presenti e molto problematici nella vita della maggioranza dei cittadini italiani. Aspetti molto, molto problematici per quei lavoratori che si sono riuniti sotto l’insegna dei ‘forconi’, evidentemente. Brutte gatte da pelare per qualunque politico. Perché il neoliberismo, o comunque le cose come vanno adesso (e devono andare, pare), si lascia indietro queste due cose: lavoratori e famiglie. E solidarietà sociale. Dunque non alziamo troppo il sopracciglio. Guardiamo, guardiamo, guardiamo.

  60. Il Nulla assoluto. Dobbiamo difendere un PD senzaidentità, non di sinistra(neanche un residuo di socialdemocrazia,di redistribuzione dei redditi), senza scuola seria e istituzioni democratiche, veramente democratiche, che funzionino, e pensiamo a dare un volto liftato al PD! Giovanilismo puro, Solgan per rafforzare strutture di partito,e i parlamentari, ministri, chiusi lì dentro, puro potere senza idee, a conservare il conservabile, a gettare all’aria ogni miglioramento, vera impostazione a favore dei meno abbienti, precari,esodati, disoccupati, inoccupati, pensionati, ridotti tutti alla fame.Ma forse sarà più interessante frequentare le mense dei volontari. C’è gente migliore. E si può organizzare un movimento serio, di sinistra

  61. Tante (troppe) parole, poca sostanza.
    Mi aspettavo di leggere un punto di vista diverso. Ho trovato il vuoto.
    Tre minuti spesi male.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.