cropped-patterson.jpgdi Alessandro Catà

[È uscito da poco per le edizioni Moretti&Vitali l’ultimo libro di poesia di Alessandro Catà (1951), intitolato Continenti persi. Propongo otto brevi poesie appartenenti a L’aria che tu chiamavi cielo, seconda sezione del libro. Di seguito ai testi si può leggere la postfazione di Milo De Angelis.
Catà è autore dei libri di poesia Blocco riassunto (Corpo 10, Milano 1991), L’ordine del respiro (La Vita Felice, Milano 2007), delle raccolte brevi Giant Steps (Officina di Poesia, Milano 2011), Estate (Officina di Poesia, Milano 2011), L’aria che tu chiamavi cielo (Quaderni de La Luna, Fermo 2012), Due continenti persi (Officina di Poesia, Milano 2013). Ha pubblicato la prosa Ascoli (Marte, Colonnella 2008), con foto di Mario Dondero, e l’antologia poetica La luce (Ila Palma, Palermo 2000), con scritti del filosofo Giorgio Baratta. Nel 1991 e nel 1994 ha curato, per le edizioni Trifalco di Roma, due antologie poetiche sui temi della Notte e del Viaggio.
È autore di scritti e installazioni scientifiche riguardanti la natura e la misura della velocità della luce. Insegna fisica].

Che tipo di preghiera
di quiete
ancora una volta
è il latte?

Somiglia a una scena
di angeli o di maschere
loro. Somiglia tutto
piuttosto a una truffa
a una tintura per
giorni uguali.

Sotto le scale della musica
dilagava l’informale
un luogo di spari congelati
e di chiodi di cose.

*

Vento frontale d’applauso
e ossa raccolte in un inchino –
alzi gli occhi e esclami un
paese in bilico
legato invece lassù
da cugini invisibili
tutti sposati tra loro.

E su frammenti
oscilla la bandiera del niente;
austera, una interezza
si sbriciola nel vento –
le onde dell’inverno e
dell’estate.

Contro lo sfondo delle cose
nel lusso dello spazio
durava la corsa
di una velocità privata.  

*

Grigio con caramelle e altre
minime traslucide storie
tutte di zucchero e neve e
ombre di orchi
nel bianco allontanato.

Uno spogliatoio… un
ripostiglio forse spiato
dall’occhio di uno stagno
sul lato negletto
di una casa.

E un’altra cosa sento
conosciuta da tutti
infinitamente procrastinata:
una lama di luce
corre nel buio
alla base di una porta – qual è
il significato notturno dell’oro.

*

Ma poi scorreva il tempo rinato
finita la boscaglia
indelebile scena
d’addio.

Esattamente non è il
silenzio –
ma l’annoiarsi con pause invece
e sassi nello stagno.

Pallida di cantilene e
d’acqua povera
l’aria non ha segni

se non ingiallimenti –
finestre
sul passato.

*

Tracce di senso lungo scene
isolate, tatuaggi.
Noi giunti al silenzio o negozio
di occhi finti,
adorare meteoriti, l’ermetismo
che sigillava le piramidi e
i mari.

Sembrava definitivo
l’orizzonte di Napoleone
a Sant’Elena
e invece cresceva enorme
il numero delle cose nuove.

*

Sono io (non posso crederci)
che salgo le scale della tua macchina
interna
e è tutto biondo intorno
di panna o di gomma.

E anche l’ombra è una penombra
privata
che assorbe le vernici forti
di anni passati, patinati.

La grande bocca rossa
il cordiale veleno
quella pubblicità che volteggiava
e non faceva
male
che ancora sembra un giocattolo.

*

Ragiono col gesso e col filo, come
la sarta dell’azzurro e dell’aria
preparo l’aperto, la nuvola
rispetto ai tavolini superstiti e
al colore di un’ultima bibita
ghiacciata –
mezza nave per me, metà dietro
l’orizzonte; di modo che il frusciare
dell’asse terrestre, il vivere
retto o a testa in giù separino
il boreale e l’australe,
che l’umile moto del pendolo
indichi a tutti la latitudine.

Così,
in uno scorcio d’estate,
un indumento di lana
porge un ricordo di primi freddi,
sorgono luoghi chiusi,
e nel cristallo occhi di tutti
stavano imbalsamati gli animali.

*

Contro la parete nella sua perfezione
si sgretolavano gli enunciati
generali, una verità di fiori che
non volano, un’altrettanta
visione un giorno di mosche
pensose e stanche su un davanzale.
Anche i santi, se esistono, fissano
un punto lontano, restano
immobili, la mano mite
l’altra nel precipizio.
………………..Somiglianze
vagavano nei marmi e nei
sogni
con nuvole il cielo intendendo
…………………una qualunque
storia grigia o di perla.

*

Postfazione

di Milo De Angelis

“Lo stupore della parola in me nasce da lontano”. L’inizio di Continenti persi ci conduce subito nel cuore del libro. C’è lo stupore, innanzitutto, che percorre la poesia di Alessandro Catà. C’è la sua poetica del lontano: la parola deve compiere un lungo cammino prima di venire alla luce, un cammino di varianti, riprese, correzioni, blocchi, silenzi. Un cammino difficile, certo, ma alla fine la parola porterà tutto il peso e il valore di questo sforzo. E poi, subito dopo, c’è un compagno di scuola. ” Con un compagno di scuola, ai tempi delle elementari, componevamo versi su temi indicati dalla maestra o immaginati da noi in lunghi pomeriggi, seduti sui gradini di una chiesa, davanti a una fontana “. Il mondo dell’infanzia è un tema centrale nel libro. Alcuni dei versi più belli si legano a questo mondo iniziale, quando gli alberi erano grandi come fiammiferi e si scorgevano “ombre di orchi nel bianco allontanato”. L’infanzia appare dovunque, anche quando non viene nominata direttamente. C’è incanto fanciullesco in quel “souvenir di un luogo/che capovolto nevica”. C’è l’espressione stupita del bambino in quello sguardo ai cartelloni: “La grande bocca rossa/il cordiale veleno/quella pubblicità che volteggiava/e non faceva/ male/che ancora sembra un giocattolo”. C’è una fissità allucinata in quel “gesto che pettinava/le bambole”. E la mirabile prosa poetica che apre il libro, dopo avere paragonato le parole alle montagne dell’alta Sabina – così care a Catà – e “alla forma delle nuvole e all’eternità del tempo che gioca con la mente di un bambino”, contiene una decisa affermazione di poetica: “Da allora la magia delle parole non mi ha più abbandonato e non ho avuto dubbi sul fatto che esse fossero all’altezza delle cose”.

In tutta l’opera di Alessandro Catà c’è un altro modo di guardare.  Il suo sguardo indaga “l’altro lato delle cose”, trasforma i luoghi in complementi di tempo, cerca una “verità fuori mano”, punta allo sconosciuto. E’ uno sguardo sognante e rapito, dicevamo, ma anche paradossale, letteralmente, uno sguardo che va oltre la doxa, l’ opinione comune e il luogo comune per penetrare nel cuore segreto degli oggetti. Uno sguardo da scienziato, come è anche Alessandro Catà, uno di quei rari uomini che scrutano l’invisibile, come Keplero, che si cimentano con le arti, azzardano un cosmo musicale, uniscono il rigore alla magia, la severità di una mente millimetrica all’incantesimo della parola. Molti altri scrittori scienziati – la maggior parte –  mantengono invece un tono goffamente didattico e dimostrativo, come se scrivessero un trattato in versi, e appiattiscono il grande enigma della poesia. No, Catà  è un logico che punta al Logos, è un uomo finemente razionale ma convinto che la catena deduttiva sfoci nell’indeducibile, che ogni dimostrazione scolastica offuschi l’evidenza. Per questo  segue “le carte geografiche che puntano/verso l’inesplorato” oppure parla una “lingua di frasi/dette al contrario”. Emblematico il suo modo di vedere Napoleone Bonaparte a Sant’Elena, di sottrarlo alle convenzioni della storia e di scoprirlo in esilio, certo, bloccato nei suo progetti militari, ma ricco e mobile in altri luoghi del cosmo: “Sembrava definitivo/l’orizzonte di Napoleone/a Sant’Elena/e invece cresceva enorme/il numero delle cose nuove”.

E’ possibile individuare gli antenati di Alessandro Catà tra i grandi scienziati di ogni tempo, da Galileo a Maxwell (che era anche poeta) a Bohr,  Heisenberg,  Einstein, a cui Catà ha dedicato tanto studio e tanta intelligenza. E tra i poeti vorrei azzardare almeno il nome di Hölderlin per un suo senso delle stagioni divenute destino, quello verticale e scheggiato di Celan, quello di Dylan Thomas per certi guizzi di visione e infine una vasta zona naturalistica e sapienziale della poesia antica che va da Eraclito a Empedocle a Lucrezio. Anche Catà compone il suo moderno “Perì fúseos”: specialmente nella sezione Estate, la più cosmologica del libro, prevale uno sguardo ampio e oggettivo sulla natura delle cose, un’assenza di valutazioni personali, una sapienza da coro greco (“lo stile di ogni cosa/è il dolore”) e una lente d’ingrandimento che trova nel dettaglio il suo risvolto universale. “Il sole non è sprecato/in una stanza vuota”, “l’aria che vi sorgeva/senza notizie”, con scene di violenza e talvolta un’inattesa atmosfera da thriller. “La scena dell’artista con la modella /ossessionava la visione /come se dietro le spalle /si consumasse lo spazio rovesciato/toccato /dall’assassino”. “Sul ripiano la pianta fabbrica/il suo verde amaro. Il corpo /disteso senza vita/della figura. /Lo sguardo assente /accanto/della donna –/raffigurata in piedi /immobile che ha ucciso”.

Vorrei infine soffermarmi sulle parole “vuoto” e “nulla”, che in questo libro vengono ripetute molte volte. Molte volte e ogni volta in una dimensione diversa. Può essere il vuoto della fisica, con sfumature lucreziane (“Conosco bene il vuoto:/il suono e la fiamma si/spengono, gli animali/vi muoiono”). Oppure il vuoto di un pittore malinconico (“il vuoto stanco/e blu”). O anche il vuoto del ricercatore sgomento (“Seguo la spirale che mi conduce all’anima della conchiglia, mi perdo nel soffio del suo palazzo vuoto”). Può essere il niente che contrasta con la festa e i suoi vessilli (“la bandiera del niente”, e poi “Niente – e nessuno./Stupido vento/per stupide bandiere”). Oppure il nulla  fiabesco (“La donna venuta dal nulla”). O quello funereo (“quel niente dei morti”). O quello di un haiku pensoso (“Estate – //durante la nuvola/e il nulla”). Troviamo dunque una multiforme gamma di toni e stati d’animo legati al vuoto e al nulla. Stati d’animo e tonalità che attraversano poi l’intero libro, nel quale fiaba, dramma, senso della morte, sguardo scientifico, senso del colore, malinconia coesistono in un intreccio originale, moltiplicano le loro rifrazioni nell’impatto tra un tono e l’altro, creano un affresco ricco di sfumature, capace di sorprendere e di svelare segreti a ogni nuova lettura.

[Immagine: Jim Patterson, Forest Impressions (particolare) (mg)].

4 thoughts on “Continenti persi

  1. Un gioiello queste poesie di Alessandro Catà. Sembrano semplici ma poi ti svelano qualcos’altro.

    Elio

  2. Catà ha uno sguardo tutto suo sulle cose, è vero, ci racconta la vita di provincia di tutti i giorni e questa diventa un mondo misterioso e pieno di meandri: complimenti a questo nuovo poeta!

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