Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La casa di Via Palestro

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cropped-22_LuigiGhirri_ReggioEmilia_Masone_Casa-Benati_1985.jpgdi Franco Buffoni

[Le pagine che seguono sono un’anticipazione del prossimo romanzo di Franco Buffoni, La casa di via Palestro, che uscirà in febbraio per Marcos y Marcos]

Per scendere nel profondo è necessario non abbandonare
i propri soliti ed immediati dintorni.

Ludwig Wittgenstein
Vittorio Sereni

I.1 Teatro del Popolo

Mozart, Eine kleine Nachtmusik ben eseguita dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano nel maggio del 2006 al Teatro del Popolo di Gallarate.

Ero rilassato e tranquillo, avevo scelto di godermi quel bel programma mozartiano. Eppure non riuscivo a concentrarmi. Era la prima volta che mi accadeva di entrare in quel teatro da poco restaurato: e quegli stucchi sobri rimessi a nuovo, quel palco e quella platea continuavano a riportarmi a quando – bambino – accompagnavo mia madre dalla sarta Cozzi (la pentola col bollito e le verdure a produrre vapore a mezzogiorno) che abitava all’ultimo piano nell’altra ala dello stesso edificio. Ma soprattutto – salendo quelle scale – potevo sbirciare dall’alto i pugili che in quel teatro, trasformato in palestra, si allenavano.

Che cosa era accaduto? Che il teatro – voluto dalle associazioni operaie del contado gallaratese nel 1920, ciascuna donando l’importo di una giornata di lavoro per realizzarlo – ebbe vita brevissima: soltanto due stagioni. Perché l’edificio che lo conteneva, denominato Casa del Proletariato al civico 7 di via Palestro, il 5 settembre del 1922 venne sconvolto da un violento attacco fascista, che portò alla devastazione anche del teatro con conseguente chiusura. E poi, a partire dagli anni cinquanta, a quell’uso improprio – che la mia memoria infantile aveva indelebilmente registrato – col ring sul palco e i camerini adibiti a spogliatoi della Società Pugilistica Gallaratese “Ausano Ruggeri”.

Da adolescente avevo anche trovato il modo per intrufolarmi… le cerimonie del peso e quelle corde spesse che scendevano dai palchi coi sacchi per gli allenamenti… e fuori la mia bicicletta appoggiata al muro di fronte.

Se Mozart quel pomeriggio fece da sfondo ai miei fotogrammi viscontiani, alla Rocco, i documenti che alla sera riuscii a raccogliere in rete furono ancora più struggenti. Come questo elenco completo dei donatori del 1920:

Bastonai della ditta S. D’Amici di Somma Lombardo L. 300
Affini Bottigliai di Sesto Calende (1° versamento) L. 600
Operai della Ditta G. Dolci di Somma Lombardo L. 146,60
Filatrici in seta di Sesto Calende L. 232,95
Operaie della Ditta Claudio Perrone di Somarate L. 184
Operai della Ditta Fratelli Lana di Gallarate L. 578,50
Affini vetrai di S. Anna (1° versamento) L. 400
Operaie Ditta Andreazza e Castelli di Samarate L. 49
Operaie della Ditta Aspesi e Senaldi di S. Macario L. 393
Operaie della Ditta Hermann Mosterts di Somma Lombardo L. 2062,10
Operai Ditta Berretta di Gallarate L. 300
Ferrovieri di Gallarate (1° versamento) L. 250
Operaie della Ditta Fratelli Delacroix L. 933
Operai della Ditta Introini e C. di Gallarate (reparto tintoria) L. 612
Operai della Ditta G. Bassetti di Gallarate L. 638,50
Operai del la Ditta C. Macchi di Crenna L. 2212,45
Operaie della Ditta Bettini Martora di S. Macario L. 330
Operai della Ditta Fratelli Maino di Gallarate
(Reparto Candeggio L. 659;
reparto piegatura L. 1212,50;
reparto meccanici L. 346,90;
reparto tintoria L. 326;
reparto campionario L. 325,05;
reparto magazzino L. 390,25;
reparto falegnami L. 260,90;
reparto misto L. 454)

Operai della Ditta Tosi e Daverio di Gallarate L. 1463,10
Tintori della Ditta A. Borgomaneri di Gallarate L. 211,50
Operaie della Ditta Eligio Pasta di Sesto Calende L. 153

Quella notte mi addormentai pensando intensamente alle operaie della Ditta Andreazza e Castelli di Samarate: solo a loro. Che raccolsero 49 lire faticando dieci ore perché quel palco potesse esistere.

Magari, chissà, una di loro era poi diventata la madre di uno dei miei pugili.

*

I.6 Ginnastica medica e pugilato

Avevo tredici anni: acitsannig id alas / acidem, leggevo dall’interno del vetro smerigliato che interrompeva il corridoio, nell’angolo dell’attesa. Finché non mi facevano entrare per la mia mezz’oretta di sani esercizi guidati. Perché ero cresciuto troppo in fretta e la spina dorsale doveva restare diritta.

Una noia mortale, con gli altri due sbarbati coi quali condividevo il supplizio due volte a settimana: spogliatoio, ginnastica, spogliatoio.

Finché un giorno il fisioterapista dovette cambiarmi il turno: mi mise con un portiere di diciassette anni che aveva avuto un incidente di gioco. Eravamo alti uguali. Ancora oggi, se penso al paradiso, il pensiero mi va lì.

Il portiere, di cui diventai anche amico, malgrado la sua apparente scostante ruvidezza fuori dallo spogliatoio, faceva anche pugilato, ed era appena diventato “novizio” nella palestra “Ausano Ruggeri”, che frequentava due volte a settimana.

Io però non me la sentivo di entrare nelle fila dei “canguri”, come erano definiti i ragazzini che aspiravano a praticare il pugilato: “cangurini” dai nove ai dodici anni (per i quali i corsi di preparazione consistevano solo nell’esecuzione di vari esercizi di ginnastica), mentre i “canguri” dai tredici ai quattordici anni potevano già boxare, con casco e guantoni, pur se in incontri al massimo di tre riprese di un minuto ciascuna.

Non faceva per me. Ma faceva molto per me la palestra con i suoi odori rumori sapori richiami e spogliatoi. Adoravo assistere agli incontri dei novizi (novizi A dai quindici ai sedici anni; novizi B dai diciassette ai diciannove anni).

Io aspiravo solo a respirare quell’aria.

Dovevo trovare un modo per frequentare l’ambiente senza dover combattere.

Qualche tempo dopo lo trovai. Tra le dita, invece dei guantoni, avrei infilato la penna.

*

I.7 La nobile arte

Il 24 marzo 1963 la Società Pugilistica Gallaratese ebbe il proprio labaro benedetto nel corso di una cerimonia presieduta dal prevosto di Gallarate mons. Lodovico Gianazza; madrina Luigia Ruggeri, figlia di Ausano.

In quell’occasione feci la conoscenza del cronista sportivo locale, che doveva scrivere una piccola cronaca, elementare, un trafiletto, per la pagina di Gallarate della Prealpina. Lo aiutai a raccogliere i nomi delle autorità e dei pugili professionisti presenti. Divenni il suo assistente.

La mia passione allora era il mediomassimo Lino Matteazzi, allenato da Aldo Maistro.

Riciclato in assistente cronista sportivo, potevo intrufolarmi per reperire i dati tecnici relativi ai vari incontri, le variazioni al “peso” (la cerimonia che prediligevo) e persino chiedere brevi interviste ai pugili.

“La nobile arte”, stava scritto sotto un quadro fatto incorniciare, ai suoi tempi, da Franco Garzonio, il fondatore nel 1924 dell’Accademia Pugilistica Gallaratese. Riproduceva – lo imparai in seguito – i fanciulli pugilatori di un affresco di Thera del XVI secolo avanti Cristo, sconvolgenti nella sensualità dei loro corpi snelli con le treccine a punta.

E, accanto, ricopiata in bella grafia su carta pergamena e incorniciata, una poesia di Cesare Pavese, “I due corpi”:

I due corpi si scuotono avvinghiati,
muovono cauti, scattano felini,
ristanno a tratti, alenano sudati
poi tornano all’attacco repentini.
Schermano colle braccia, che i guatati
Torsi possenti cingono. Ora, chini
sui due fianchi, si gravano i costati
e si torcono al suolo coi taurini
muscoli tesi sull’ossa crocchianti,
coi muscoli di pietra poderosi,
che, fremitando come archi scoccanti,
si danno a terra la stretta suprema,
avviluppati com’ serpi furiosi,
finché l’un sorga e sotto l’altro frema.

Ma mutano i tempi e mutano le denominazioni. Chissà se i dirigenti attuali, dopo aver cambiato il nome alla Pugilistica Gallaratese, trasformandola in Thunder Boxing Gallarate, si sono premurati di conservare il quadro e quella pergamena?

*

I.8 La Casa del Proletariato

Appena inaugurata, nel 1920, la Casa del Proletariato di via Palestro divenne la sede di numerose società di mutuo soccorso: vi si organizzarono i primi sindacati di categoria (falegnami, meccanici, muratori, tessili) e le Camere del lavoro territoriali, con l’emissione di documenti rivendicativi miranti alla riduzione a nove ore dell’orario di lavoro quotidiano, a un calmiere sul prezzo del pane, alla parità retributiva tra uomo e donna, all’organizzazione di attività culturali e ricreative. Tra queste, per l’appunto, la realizzazione di una struttura teatrale da collocarsi all’interno della stessa Casa.

Il progetto fu affidato a due architetti, Tenconi e Moroni – già noti nella zona per la progettazione di numerosi edifici abitativi e industriali in stile liberty – che accettarono di eseguire gratuitamente il lavoro. L’opera venne realizzata su tre livelli, con al piano terra l’atrio e la platea e, sopra, due ordini di balconate per una capienza complessiva di duecento posti.

Come riporta il foglio “Lotta di classe” dell’aprile 1922: “Grande è stato il fervore popolare incontrato dalle rappresentazioni teatrali messe in scena dal mese di luglio in poi. Molte operaie, e in modo particolare le più anziane, hanno potuto sapere che cosa sia il teatro solo in seguito all’apertura di questo nostro Teatro del Popolo. Al punto da invogliare un gruppo di operai e di operaie a costituirsi in Compagnia Filodrammatica”.

Ma sullo stesso foglio, nel numero di settembre, si legge: “Pochi minuti prima dell’arrivo dei fascisti, una decina di carabinieri al comando di un brigadiere corse alla Casa del Proletariato recando l’ordine di allontanarsi perché arrivavano i fascisti. Dopo qualche istante si ebbe campo di udire una massa di colpi di rivoltella sparati contro le finestre e degli urli incomposti: erano i fascisti che arrivavano ed iniziavano l’assalto. Rotti i vetri della finestra della portineria, forzata la saracinesca dell’entrata principale di via Palestro e la porta di via del Popolo, i fascisti sono entrati furiosamente nel Salone-Teatro urlando come ossessi ed agitando pugnali, bastoni e rivoltelle. In pochi momenti, tutto quanto era distruggibile venne schiantato nella nostra magnifica Casa, poi buttato sulla via e incendiato”.

Poche settimane dopo tutte le organizzazioni sindacali furono sciolte d’autorità e cacciate dalla Casa. Mentre degli arredi e dei documenti non restò nulla, al punto che, nel 1945, al dissolvimento della Repubblica Sociale, il Comitato di Liberazione Nazionale, non riuscendo a stabilire chi fossero i proprietari dell’immobile, decise di affidare l’edificio al Comune.

*

I.10 Clara Pirani

Se il 16 marzo 2006 il Teatro del Popolo tornò alla sua vocazione originaria, con l’attrice Ottavia Piccolo a presentare una lettura dedicata alla storia e al senso della Casa del Proletariato e del suo Teatro, il 27 gennaio 2007 – Giornata della Memoria – sullo stesso edificio, accanto al portone laterale dal quale da bambino entravo con mia madre per salire dalla sarta Cozzi, e da adolescente per attraversare il cortile e raggiungere l’agognata palestra, venne murata una sobria lapide che recita: “A Clara Pirani Cardosi, che in questa casa abitò. Qui arrestata il 12 maggio 1944, deportata ad Auschwitz per l’unica colpa di essere ebrea. La Città pose”.

Clara Pirani era nata a Milano da una famiglia della buona borghesia ebraica nel 1899. Dopo la laurea in lettere, nel 1924, sposa con rito cattolico il collega Francesco Saverio Cardosi, stabilendosi a Torino. Nel 1938, per via delle leggi razziali, le viene impedito di continuare a insegnare, mentre il marito, “ariano”, come vincitore di concorso, ottiene la nomina a preside del Ginnasio superiore di Gallarate, situato in via Palestro, proprio di fronte all’ex Casa del Proletariato. E in quell’edificio la famiglia si trasferisce, Clara dedicandosi a tempo pieno alle due figlie, Giuliana e Marisa, e felicemente portando a termine, nel 1941, una terza gravidanza.

Per comune volontà dei coniugi Cardosi le bambine furono battezzate ed educate nel cattolicesimo. Intanto cadeva il regime e con l’instaurazione della Repubblica Sociale si fece stretta l’alleanza tra i fascisti e gli occupanti nazisti. Una circolare emanata dal governo di Salò nel marzo del 1944, tuttavia, tranquillizzò i coniugi Cardosi: l’internamento degli ebrei di famiglia “mista” era esplicitamente vietato.

Malgrado ciò, il 12 maggio Clara Pirani, per il tramite del comando di polizia di Gallarate, riceve l’ordine di presentarsi in questura a Varese. Dove viene arrestata con l’imputazione d’essere “soggetto di razza ebraica” e consegnata alle SS di stanza a Milano.

Dopo alcune settimane nel carcere di San Vittore, in giugno – mentre avviene lo sbarco in Normandia – Clara è trasferita nel campo di Fossoli.

Da Fossoli, in agosto, attraverso Verona, Clara Pirani Cardosi è deportata ad Auschwitz-Birkenau. E alla prima selezione, dopo l’infame viaggio in carro bestiame, viene assassinata nella camera a gas. Mentre il marito, ancora ignaro della sua fine, compie gli ultimi disperati tentativi per ottenerne il rilascio: tentativi fondati sulla prerogativa che gli conferiva la circolare della Repubblica Sociale. Una prerogativa che gli viene esplicitamente riconosciuta dalla Questura di Milano. Che però al contempo si dichiara impotente ad agire perché l’ordine di internamento era partito dalla Questura di Varese.

[Immagine: Luigi Ghirri, Casa Benati (particolare) (gm)]

6 commenti

  1. La bella rievocazione, che Franco Buffoni tratteggia in questo estratto del suo romanzo, di un luogo storico di Gallarate, città dove ho vissuto e lavorato per oltre un trentennio, mi offre l’occasione di sdipanare ancora un poco il filo rosso della memoria di classe, ricordando le molteplici iniziative di solidarietà con cui il proletariato e le organizzazioni anarchiche e socialiste del Gallaratese sostennero i lavoratori e le loro famiglie impegnati nelle durissime lotte del primo Novecento. In questo àmbito vale la pena di segnalare un’indagine storica circa “I figli dei serrati”, relativa ad un altro importante episodio della lotta di classe in Italia: lo sciopero degli operai di Piombino e dell’Elba nel 1911.

    «Sebbene l’avviso dell’arrivo dei bimbi fosse dato per telegrafo e quindi con breve tempo per la preparazione ordinata di una solenne dimostrazione, bastò un semplice affrettato avviso per richiamare a Gallarate larga folla di gente, nella grandissima maggioranza lavoratori [..] alla stazione un folto gruppo di donne attendeva gli ospiti e li accolse al loro apparire con uno slancio commovente d’affetto. Le nostre donne in quell’ora si sentivano due volte madri: rifioriva in esse appassionato il senso della maternità per i loro propri figli e un’altra maternità spirituale concepivano per gli esuli che altre madri inviavano da un paese sconosciuto, accompagnandoli con le speranze, le preghiere, le lagrime più ardenti.»

    Così, il 9 settembre 1911, il giornale «La Lotta di Classe», organo dei sindacalisti rivoluzionari che dirigono la Camera del Lavoro di Gallarate, descrive l’arrivo dei figli dei lavoratori siderurgici, i cosiddetti ‘serrati’, che furono protagonisti della grande e sfortunata lotta operaia del 1911 a Piombino e all’Elba: un gruppo di bambini che saranno affidati alle famiglie operaie di Gallarate e Cassano Magnago. La documentata e puntuale ricostruzione di questa straordinaria vicenda si deve ad Alessandro Pellegatta, autore dell’opuscolo pubblicato dalla rivista «pagine
    marxiste» su “I figli dei serrati”, ossia, come viene precisato nel sottotitolo, su “Una storia di affido proletario e di solidarietà di classe da Piombino a Gallarate (1911)”. L’autore, che ha usato come fonte principale, conducendone uno spoglio sistematico, la raccolta della «Lotta di Classe» disponibile presso la Biblioteca Civica di Gallarate, rievoca il clima di grande commozione popolare che caratterizzò quell’evento e sottolinea una circostanza che offre un preciso riscontro di tale clima: «Un lungo corteo con i figli dei serrati alla testa attraversa le vie cittadine. Una selva di bandiere accompagna le note di tre corpi musicali: la banda di Crenna, la fanfara di Somma Lombardo e la banda Cittadina di Gallarate. La partecipazione della ‘Cittadina’ è significativa, in quanto i musicisti che la compongono militano nel campo avverso ai socialisti. La Camera del Lavoro non manca di rimarcare il fatto, anche perché il corpo musicale “la Libertà”, capeggiato dai più noti industriali gallaratesi, aveva declinato l’invito ad intervenire.» Dalle pagine intense e concise di questa ricerca prende inoltre il giusto rilievo l’affascinante figura di una maestra elementare cui va in gran parte il merito di questa iniziativa dell’affido proletario: Ines Oddone, personalità di primo piano del mondo politico e sindacale all’inizio del ’900, dirigente della Camera del Lavoro di Gallarate, redattrice della «Lotta di Classe», protagonista di un’azione coraggiosa ed incessante a favore del proletariato. Né, d’altra parte, mancano del debito risalto gli stretti legami che uniscono questo episodio della lotta di classe protonovececentesca al quadro complessivo degli eventi e delle correnti che segnano profondamente quel periodo storico: dall’aggressione alla Tripolitania per opera dell’imperialismo italiano alle posizioni presenti in seno al movimento operaio e alle sue avanguardie rivoluzionarie fino al 1911, dieci anni prima della fondazione del Partito Comunista d’Italia.

    Infine, due note. La prima concerne l’autore dei “Figli dei serrati”, Alessandro Pellegatta, un macchinista delle ferrovie, un militante politico-sindacale e uno storico marxista, il cui impegno nel ricostruire la memoria di classe dimostra quanto sia solido e organico il ‘filo rosso’ che collega il passato al presente e il presente al futuro. La seconda concerne una peculiarità di Gallarate, un tempo centro industriale e commerciale, borghese e proletario, di primaria importanza, oggi ridotto dai processi di deindustrializzazione e terziarizzazione degli anni ottanta e novanta del secolo scorso ad estrema propaggine della conurbazione milanese, ossia a colonia del capitale bancario e della rendita edilizia. La seconda si riferisce ad una peculiarità costituita dalla presenza di tre scrittori che, in qualche modo, direttamente o indirettamente, hanno tratto spunto da questa specifica realtà lombarda per la loro attività letteraria: mi riferisco, oltre che all’autore della “Casa di via Palestro”, a Marta Morazzoni e a Helena Janeczek, della quale mi piace ricordare un testo di qualche anno fa, intitolato “La ‘umma’ di Gallarate”, descrizione ed insieme testimonianza dei processi di emarginazione, di alienazione, di desolidarizzazione e di violenza metropolitana connessi al vero e proprio regime di strisciante ‘apartheid’, che è stato instaurato nel nostro paese e segnatamente nel Nord.

  2. noooo è finito qui !!!! …. uffff ero già entrato nel racconto con tutte le scarpe…

  3. La bella rievocazione, offerta da questo estratto del romanzo di Franco Buffoni, di un luogo storico di Gallarate, un tempo centro industriale e commerciale di primaria importanza, oggi ridotto dai processi di deindustrializzazione e terziarizzazione dell’ultimo trentennio ad un’estrema propaggine della conurbazione milanese, ossia ad una colonia del capitale bancario e della rendita edilizia, mi fornisce lo spunto per dipanare ancora un poco il filo rosso della memoria di classe, ricordando le molteplici iniziative di solidarietà con cui il proletariato e le organizzazioni anarchiche e socialiste del Gallaratese sostennero i lavoratori e le loro famiglie impegnati nelle durissime lotte sindacali del primo Novecento. Vale quindi la pena di segnalare, per l’assonanza con i temi della “Casa di via Palestro”, un’indagine storica su “I figli dei serrati”, relativa ad un altro importante episodio della lotta di classe in Italia: lo sciopero degli operai di Piombino e dell’Elba nel 1911.

    «Sebbene l’avviso dell’arrivo dei bimbi fosse dato per telegrafo e quindi con breve tempo per la preparazione ordinata di una solenne dimostrazione, bastò un semplice affrettato avviso per richiamare a Gallarate larga folla di gente, nella grandissima maggioranza lavoratori [..] alla stazione un folto gruppo di donne attendeva gli ospiti e li accolse al loro apparire con uno slancio commovente d’affetto. Le nostre donne in quell’ora si sentivano due volte madri: rifioriva in esse appassionato il senso della maternità per i loro propri figli e un’altra maternità spirituale concepivano per gli esuli che altre madri inviavano da un paese sconosciuto, accompagnandoli con le speranze, le preghiere, le lagrime più ardenti.»

    Così, il 9 settembre 1911, il giornale «La Lotta di Classe», organo dei sindacalisti rivoluzionari che dirigono la Camera del Lavoro di Gallarate, descrive l’arrivo dei figli dei lavoratori siderurgici, i cosiddetti ‘serrati’, che furono protagonisti della grande e sfortunata lotta operaia del 1911 a Piombino e all’Elba: un gruppo di bambini che saranno affidati alle famiglie operaie di Gallarate e Cassano Magnago. La documentata e puntuale ricostruzione di questa straordinaria vicenda si deve ad Alessandro Pellegatta, autore dell’opuscolo su «I figli dei serrati», pubblicato dalla rivista «pagine marxiste». Si tratta, come viene precisato nel sottotitolo, di «Una storia di affido proletario e di solidarietà di classe da Piombino a Gallarate (1911)». L’autore, che ha usato come fonte principale, conducendone uno spoglio sistematico, la raccolta della «Lotta di Classe» disponibile presso la Biblioteca Civica di Gallarate, rievoca il clima di grande commozione popolare che caratterizzò quell’evento e sottolinea una circostanza che offre un preciso riscontro di tale clima: «Un lungo corteo con i figli dei serrati alla testa attraversa le vie cittadine. Una selva di bandiere accompagna le note di tre corpi musicali: la banda di Crenna, la fanfara di Somma Lombardo e la banda Cittadina di Gallarate. La partecipazione della ‘Cittadina’ è significativa, in quanto i musicisti che la compongono militano nel campo avverso ai socialisti. La Camera del Lavoro non manca di rimarcare il fatto, anche perché il corpo musicale “la Libertà”, capeggiato dai più noti industriali gallaratesi, aveva declinato l’invito ad intervenire.»

    Dalle pagine intense e concise di questa ricerca prende inoltre il giusto rilievo l’affascinante figura di una maestra elementare cui va in gran parte il merito di questa iniziativa dell’affido proletario: Ines Oddone, personalità di primo piano del mondo politico e sindacale all’inizio del ’900, dirigente della Camera del Lavoro di Gallarate, redattrice della «Lotta di Classe», protagonista di un’azione coraggiosa ed incessante a favore del proletariato. Né, d’altra parte, mancano del debito risalto gli stretti legami che uniscono questo episodio della lotta di classe protonovececentesca al quadro complessivo degli eventi e delle correnti che segnano profondamente quel periodo storico: dall’aggressione alla Tripolitania per opera dell’imperialismo italiano alle posizioni presenti in seno al movimento operaio e alle sue avanguardie rivoluzionarie fino al 1911, dieci anni prima della fondazione del Partito Comunista d’Italia.
    Infine, due note. La prima riguarda l’autore dei “Figli dei serrati”, Alessandro Pellegatta, un macchinista delle ferrovie, un militante politico-sindacale e uno storico marxista, il cui impegno nel ricostruire la memoria di classe dimostra quanto sia solido e organico il ‘filo rosso’ che collega il passato al presente e il presente al futuro. La seconda si riferisce ad una peculiarità di questa città lombarda, costituita dalla presenza e dall’attività letteraria di tre scrittori: l’autore della “Casa di via Palestro”, Marta Morazzoni e Helena Janeczek, di cui mi piace ricordare un testo di alcuni anni fa, intitolato “La ‘umma’ di Gallarate”, che fornisce, con l’ottica del testimone partecipante, una cruda descrizione dei fenomeni di emarginazione, alienazione e violenza metropolitana connessi alla instaurazione di un regime di strisciante ‘apartheid’ nel nostro paese e segnatamente nel Nord.

  4. Ringrazio Ares per l’impazienza (un’altra anticipazione uscirà a fine gennaio) e Eros Barone per il dettagliato racconto (e soprattutto per la menzione di due care amiche).

  5. La trasformazione subìta da Gallarate negli ultimi decenni ha moltiplicato, con la terziarizzazione dell’economia e l’atomizzazione della vita sociale, i ‘non-luoghi’ (centri commerciali, supermercati, banche, stazioni ecc.) e cancellato i ‘luoghi’ che erano effettivi centri di scambio, dialogo, conoscenza e socializzazione. Fra questi ultimi spiccava, per l’ottimo rapporto tra qualità e prezzo del pasto e per il servizio ai tavoli svolto da camerieri e cameriere di poche pretese ma molto efficienti, nonché per il carattere popolare, operaio ed impiegatizio dei suoi avventori, la mensa delle Acli, che era situata in un sotterraneo attiguo alla basilica di S. Maria Assunta.
    Per chi, come lo scrivente, iniziò la sua carriera di insegnante nel Gallaratese intorno agli anni settanta del secolo scorso vi era infatti un itinerario praticamente obbligato che, partendo dal “Pensionato del giovane emigrante”, ubicato in via Agnelli e gestito da padre Mansueto con polso fermo ma anche con grande umanità, passava dalle scuole in cui si svolgeva l’attività di insegnamento (le mie furono, in ordine di successione, le scuole medie di Cardano e di Samarate e il liceo scientifico di Gallarate), giungeva alla mensa delle Acli e si disperdeva infine nei bar del centro per l’immancabile cafferino. Fu in questo luogo, importante punto di riferimento socio-alimentare per tante persone che lavoravano nella zona, che conobbi Michele, un giovane magro che si distingueva per il viso turcoide incorniciato da una capigliatura alla paggio e ravvivato dagli occhi neri emananti uno sguardo ironico, pungente e pieno di curiosità. Accadde così, quasi quarant’anni fa, che nascesse fra me e questo sottoproletario meridionale, che ha fatto del rifiuto di un lavoro fisso la sua bandiera e ha sempre vissuto di espedienti, un’intesa cementata dall’affinità del carattere, da una vocazione ipercritica e dal comune amore per la cultura. Don Alberto, che conosceva Michele come frequentatore saltuario e irridente del “Centro della Gioventù”, ha individuato con acume la sua singolare personalità, quando ebbe a definirlo “l’ignorante che sa tutto”.
    E fu sempre alla mensa delle Acli che conobbi Ennio, soprannominato “Diabolik” per il suo fascino tenebroso di ‘tombeur de femmes’, ed Egidio, un lombardo verace, espansivo e generoso, che abitava a Rho ma lavorava a Busto Arsizio. Assieme a loro formai l’improbabile terzetto delle ‘e’, cosiddetto dalle iniziali dei nostri nomi. L’itinerario che ho prima rammentato si arricchì quindi, all’insegna del piacere generato dal gioco e dalla competizione, di una nuova tappa costituita da furibonde partite al calciobalilla e da interminabili gare di ping pong in una sala giochi vicino a piazza Risorgimento. Ma quella che un collega maligno, riferendosi alla sua collocazione ìnfera e ai vapori che uscivano dalla cucina e ristagnavano a lungo nei fornici in cui erano posti i tavolini, definì una volta come la mensa del conte Ugolino, poteva accogliere talvolta, per un rapido desinare, persone che non vi avrebbero mai messo piede se un suo frequentatore come lo scrivente non ve le avesse condotte nell’intervallo tra la fine delle lezioni e l’inizio dei consigli di classe pomeridiani. Fu questo il caso della collega Carmen Peroni, docente di italiano e di latino assieme alla quale ho insegnato nello stesso corso liceale per diversi anni: una persona che desidero ricordare per il tratto signorile, la professionalità rigorosa, la fine sensibilità culturale e la profonda umanità. E proprio a lei, che non è più fra noi, è dedicata questa rapida rievocazione di luoghi reali e di persone interessanti che hanno fatto di Gallarate, in un periodo storico ormai tramontato, non una frangia estrema della metropoli milanese, quale è diventata oggi, ma una vera città.

  6. Caro Eros Barone,
    grazie per questo intervento. Conoscevo bene anch’io Carmen Peroni…

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