cropped-black_mirror__profezie_mediatiche_e_distopie_tecnologiche_5723.jpgdi Valeria Pinto

[Questo saggio fa parte del numero 360/2013 di «Aut Aut», uscito da pochi giorni e intitolato All’indice. Critica della cultura della valutazione. Ringraziamo la rivista per averci concesso di ripubblicarlo]

1. Lo spionaggio e il governo economico della terra

“Lo spionaggio. Nel suo sistema ogni membro tiene d’occhio gli altri, la delazione è un dovere. Ciascuno appartiene a tutti e tutti a ciascuno. Tutti sono schiavi e uguali nella schiavitù […]. Dappertutto l’‘uguaglianza’. Come prima cosa abbassare, buttar giù il livello della cultura scientifica e dei talenti! […] Abbasso l’istruzione e la scienza! Ce n’è abbastanza per un millennio; ma bisogna organizzare l’ubbidienza, l’unica cosa che manchi nel mondo. La sete di studio è una sete aristocratica […]. Uccideremo questa sete: favoriremo l’ubriachezza, il chiasso, la delazione, prepareremo una baldoria senza pari, soffocheremo i geni nella culla. ‘Riduzione di tutti au méme dénominateur, completa uguaglianza!’.”

Sono parole dei Demoni di Dostoevskij, riprese da Nietzsche in un frammento del 1887-1888.[1] Negli appunti nietzscheani questa raffigurazione del sistema dello spionaggio segue di pochi mesi un’altra immagine del livellamento caratteristico della contemporaneità: quella della “ormai inevitabile amministrazione economica generale della terra” verso cui incalzano il “consumo sempre più economico dell’uomo e dell’umanità”, il “‘meccanismo’ sempre più saldamente intrecciato degli interessi e delle prestazioni”, “l’adattamento, l’appiattimento, la superiore cineseria, la modestia degli istinti, la contentezza per il rimpicciolimento dell’uomo”. Quando questa Wirtschafts-Gesamtverwaltung der Erde sarà compiuta, dice Nietzsche, “l’umanità come macchina potrà trovare nel servizio ad essa il suo miglior senso: come un enorme ingranaggio di ruote sempre più piccole, sempre più finemente ‘adattate’; come un sempre crescente fare a meno di tutti gli elementi dominanti e imperanti; come un tutto di immensa forza, i cui fattori particolari rappresentano forze minime, valori minimi. In assenza di un contromovimento (Nietzsche pensa alla superiore forma d’essere dell’oltreuomo), questa “macchina totale, la solidarietà di tutte le ruote […] un massimo nello sfruttamento dell’uomo”, “non sarebbe in realtà altro che il rimpicciolimento totale, il rimpicciolimento di valore del tipo uomo, un fenomeno di retrocessione nel più grande stile”. Per questo Nietzsche rivendica di combattere qui più di ogni altra cosa “l’ottimismo economico, quasi che con le spese crescenti di tutti dovesse necessariamente crescere anche l’utile di tutti. A me sembra che avvenga il contrario. Le spese di tutti si assommano in una perdita generale: l’uomo si deteriora, sicché non si sa più a che cosa mai quest’enorme processo sia servito”.[2]

Credo che sia ancora utile avere davanti agli occhi queste due immagini nietzscheane – la macchina totale dell’assoggettamento alla prestazione e la servitù del sistema dello spionaggio reciproco – per riflettere sul ruolo della valutazione o meglio sulla trasformazione dello stato in “stato valutativo”, l’ultima metamorfosi dello stato da macchina amministrativa a macchina cibernetico-governamentale. “Una normalizzazione totalitaria di tecniche di controllo, che attraverso l’osservazione continua porta in certo senso a compimento l’utopia panottica”, nella quale “il sapere valutativo può essere inteso come un sapere cibernetico sistematico di controllo”,[3] ovvero come una delle configurazioni più efficaci del “controllo esercitato in catene, ciascun anello delle quali controlla anzitutto il suo vicino stimolando in esso forme di auto-organizzazione e auto-controllo”, caratteristico della odierna “Audit Society”[4] o “Age of Inspection”.[5]

Parlare di uno “stato valutativo”, ovvero di “un regime della valutazione” che si attua anche come “scienza di regime”, non ha il senso di un’iperbole ma quello di una descrizione precisa, che indica non soltanto una scienza sottomessa a finalità, valori, metodi, forme di organizzazione e giudizio a essa tradizionalmente estranei e imposti dall’esterno e dall’alto, ma anche un regime che trova nella scienza – nella configurazione tecnica della scienza – e nella conoscenza – nel senso della “società della conoscenza” – la sua nuova dimensione. Nella valutazione viene a espressione una nuova configurazione dello stato, una configurazione totalitaria in cui, seppure con grande variabilità di forme, il controllo poliziesco si propone come principale modo di governo. All’opposto della veste di innocua rendicontazione democratica, di utile strumento conoscitivo a servizio di politiche pubbliche attente ai bisogni dei cittadini e del loro diritto di sapere (“value for money”, “accountability” ecc.), all’opposto cioè delle retoriche rassicuranti che hanno accompagnato l’ingresso delle pratiche valutative nei cosiddetti “servizi di pubblica utilità”, la valutazione porta in scena una trasformazione traumatica. Lo stato e i suoi cittadini, tutti e ciascuno, sono tangibilmente proiettati in uno spazio nuovo: quello, prima ignoto ai più, della libera concorrenza globale, una nuova dimensione cognitivo-operativa cui presiede il credo trinitario della “cultivation of quality, efficiency and enterprise”[6] e la liturgia del suo accertamento.

Se si vuole comprendere l’irrompere su scala planetaria di qualcosa come uno stato valutativo, occorre liberarsi dall’idea di una dissoluzione dello stato a opera dei processi di globalizzazione,[7] per provare a vedere invece in questi processi e grazie a essi “the rise of the evaluative state”:[8] un’espressione introdotta da Guy Neave che sta a indicare una trasformazione epocale, in cui l’arretramento dello stato a favore delle forze del mercato è attuato mediante un paradossale rafforzamento della sua azione di controllo e guida, grazie a pratiche di valutazione divenute in ogni ambito veri strumenti di governo con relativi apparati volti a garantirne l’efficacia. Allontanandoci dal lessico di Neave, ma non troppo dalle sue tesi, la si potrebbe anche descrivere – con i governamental studies – come una “governamentalizzazione” dello stato, mediante la quale esso giunge a essere attivo e capillarmente presente come forse mai prima. Non si tratta, come è chiaro, della semplice introduzione di forme statali di controllo sempre più invasive e stringenti, ma di una trasformazione dell’intera funzione di governo in funzione di controllo: del divenire cioè la valutazione il modo stesso di esistere dello stato nella sua configurazione neoliberale.

Da questo punto di vista parlare di valutazione a partire dalle politiche o addirittura dalle tecniche di valutazione introdotte in ambiti settoriali, anche se assolutamente strategici, non aiuta a comprendere la portata del fenomeno e la qualità della trasformazione. Così, se per un verso non c’è dubbio che i profondi mutamenti avvenuti nel campo della formazione universitaria e della ricerca rappresentano qualcosa di più che un semplice banco di prova e visibilità per le nuove politiche pubbliche dell’evaluative state (e forse la parentesi del “governo dei professori” in Italia è anche un indizio in tal senso),[9] tuttavia, rispetto alla vastità dello scenario, il punto di vista del cosiddetto “higher educationism”,[10] che affronta il tema della valutazione esclusivamente all’interno del perimetro della produzione della conoscenza, rischia di trasformarsi in una barriera per la comprensione del fenomeno complessivo e delle stesse nuove politiche della conoscenza. Equivoco sintomatico è l’insistenza sul tema della trasformazione dell’università in università di massa: un topos che risucchia molti studi italiani in un gorgo ermeneutico che semplicemente non dà conto dell’ascesa dell’evaluative state o anche solo della valutazione (le cui dimensioni vanno appunto molto al di là di quelle relative alla formazione superiore) ma che conduce anche in secca ogni comprensione del mutamento del quadro legislativo universitario in Italia e in Europa, dove l’università pubblica di massa esiste e si lascia governare da molto prima che la pretesa della valutazione facesse sentire la sua voce.

L’intreccio è fitto. La trasformazione dello stato in evaluative state non si rende comprensibile, quantomeno in alcuni suoi aspetti decisivi, se non alla luce della trasformazione, reale o anche solo deliberata, della società in “società della conoscenza”, ossia alla luce della trasformazione della conoscenza medesima in asset competitivo e dunque della nuova centralità assunta dai luoghi istituzionali della sua produzione, in primis le università, che da istituzioni tradizionalmente sostenute con la “ricchezza delle nazioni” vengono chiamate a svolgere una parte attiva nel generarla. È quasi ovvio dunque che l’analisi delle politiche della conoscenza offra un punto di vista privilegiato per la comprensione della metamorfosi di cui si parla. Dall’altro lato bisogna avere sempre presente che la metamorfosi dell’evaluative state non è limitata alla formazione superiore, estendendosi a diversi domini delle politiche pubbliche, a partire dagli ambiti della sicurezza sociale e dell’assistenza sanitaria.

2. La governamentalizzazione della conoscenza

Per capire meglio è necessario allora tenere insieme due sguardi, uno rivolto al dettaglio delle politiche della scienza e della conoscenza comuni ai paesi coinvolti nel processo di Bologna e nella strategia di Lisbona (ora Europa 2020) e l’altro rivolto al senso complessivo della metamorfosi dello stato. Il punto di partenza può essere trovato in una parola chiave comune a entrambi i livelli: “autonomia”. L’evaluative state non può prescindere dalla cosiddetta “autonomia istituzionale”, che nelle politiche dell’alta formazione corrisponde a ciò che in politica economica si chiama deregulation. Nulla a che vedere con il concetto di autonomia come autodeterminazione o libertà (suggestione che fa ingannevolmente brillare un nesso che non c’è tra questa autonomia e il principio della libertà di ricerca e di insegnamento). L’autonomia istituzionale rimanda solo alla necessità per le università di autosostenersi; e libertà significa solo liberare le energie nel libero spazio della concorrenza, in vista della realizzazione della entrepreneurial university; risultato: “mai in tempi recenti l’educazione superiore è stata più eterodiretta”[11] come da quando si parla della sua autonomia.

In Italia senso e finalità dell’autonomia universitaria sono delineati dalla cosiddetta “Bozza Martinotti”, il documento programmatico voluto dal ministro Berlinguer in vista della riforma del 1999. Qui è chiaramente spiegato come lo scopo dell’“azione innovatrice” sia non già quello “di assegnare ai singoli atenei maggiore autonomia, ma quello di assicurarsi che la maggiore autonomia significhi soprattutto rimozione di ostacoli sulla via di una maggiore funzionalità di un sistema che oggi appare bloccato”. Se pure viene respinta l’identificazione dell’“autonomia con la pura e semplice deregulation”, ciò accade non per una difformità di principio ma solo per richiamare alla necessità di un’assunzione in prima persona del mutamento. “Sarebbe un errore pensare che basti eliminare alcune regole per mettere in moto un processo automatico di aggiustamento del sistema”; è necessario sollecitare, incalzare, provocare l’iniziativa; il “MURST dovrà perseguire innanzitutto l’obiettivo della creazione di una ‘cultura dell’autonomia’, stimolando le forze vive dell’università”.[12] L’uso terminologico merita attenzione: “cultura dell’autonomia”, “cultura della valutazione” e in tempi recenti “cultura della misurazione”. Il richiamo alla cultura sta a indicare appunto la necessità che le finalità e i valori introdotti – meglio, inoculati – siano non semplicemente subiti, ma assunti, fatti propri, incorporati. Come si dirà poi, si tratta di “diffondere la cultura della valutazione […], perché sia percepita a livello capillare, sia condivisa e scenda nei comportamenti”.[13] Norma e normative non devono essere semplicemente adempiute; la loro bontà si misura sulla capacità di innervare corpi e menti; buona è solo la norma in grado di “cambiare le menti”. Una norma inefficace già per questo non è una buona norma. Quest’ultima non può esistere astrattamente come norma che deve essere adempiuta, ma vive in quanto è concretamente diffusa con l’esempio e il convincimento, nonché – secondo la caratteristica curvatura pastorale del potere governamentale – con il “prendersi cura” di chi si attarda, resta indietro o diserta. “Non sono sufficienti l’impegno e la qualità individuali se non ci si prende cura di fragilità o lacune di altri docenti o di apparati operanti nel medesimo progetto didattico o di ricerca perché dalla resa di questi elementi, indivisibili, dipenderà l’altrettanto indivisibile esito positivo o negativo dell’insieme e le conseguenze premiali o sanzionatorie che ne discendono”,[14] si legge in un testo di qualche anno più tardi. Oggi la “Commissione per il codice etico di ateneo” di un’università italiana può dichiarare con serenità che un certo incontro da essa promosso (“Chi controlla il professore? Codici etici e responsabilità disciplinare”) ha “lo scopo di avviare una riflessione e un costruttivo confronto sui comportamenti, e sul loro senso ultimo, che si ritengono positivi per il benessere di tutti”.[15] Ci si può figurare con quanta determinazione sarà necessario prendersi cura dell’eventuale mancanza (o disinteresse o dissidenza) di un singolo, se l’“esito indivisibile” che essa viene a condizionare riguarda non tanto un finanziamento o una valutazione ma direttamente le cose ultime… Si potrebbe dire che assistiamo solo a un esempio di approssimazione da parte di una commissione (escatologica?) di ateneo, ma non si può ignorare che proprio questa superficialità e la tolleranza verso di essa sono indici di un’acriticità e uniformità di giudizio (da “stato etico-valutativo”) che giunge fino all’inconsapevolezza. È proprio questo, d’altronde, il funzionamento del potere governamentale, dove la direzione degli individui avviene non tanto attraverso una diretta limitazione delle libertà quanto attraverso una indiretta “conduzione delle condotte”:[16] non “costringere ma […] portare gli individui a condursi in modo conforme a certe norme […]; produrre nell’individuo un certo tipo di rapporto a se stesso, precisamente quello che è richiesto perché egli anticipi da sé ciò che si aspetta da lui, conducendosi come si desidera che si conduca”.[17] In termini non foucaultiani, il Gestell è “produttivo e non repressivo”: non comprime ma provoca.[18]

Se dunque è questa, per tornare alla Bozza Martinotti, la generale Filosofia dell’intervento del 1999, i Principi organizzativi generali destinati a discendere nelle prassi del corpo accademico e cambiarne dall’interno la condotta si presentano a ben vedere come differenziazione interna di un unico principio sistematico, quello dell’organizzazione della libertà, con quanto di disorientante vi è in questa espressione che, giusta la lettura di Foucault, definisce la dinamica di “costruzione e distruzione” della libertà caratteristica dell’economia di potere del liberalismo: libertà che non è nulla di naturale ma che va in ogni istante fabbricata e però anche controllata tramite opportuni dispositivi di vigilanza, strategie di “sicurezza che sono, in un certo qual modo, il rovescio e la condizione stessa del liberalismo”, affinché “la meccanica degli interessi non sia fonte di pericoli né per gli individui né per la collettività”.[19] Una spia molto chiara di questa doppia dinamica di sollecitazione e controllo è visibile nel richiamo al principio “è permesso tutto ciò che non è vietato”, con il quale si mira a mettere in moto la “capacità di iniziativa e [a] trasformare l’insieme dell’istruzione superiore italiana da un sistema dall’alto, basato su criteri di pianificazione, a un sistema stimolato da iniziative dal basso”.

Qualche altro principio generale merita di essere richiamato, anche al di là dell’Adozione di sistemi di valutazione, confermati quale “perno di un sistema di istruzione superiore basato sull’autonomia dei singoli atenei e dei singoli docenti”. Per esempio il principio della Contrattualità del rapporto studenti-ateneo, in forza del quale alla “quasi-fiscale passività dell’iscrizione” deve subentrare la “contrattualità attiva” di un “accordo bilaterale con prestazioni corrispettive” trasparenti e verificabili. O il principio della Differenziazione competitiva tra gli atenei, con il quale viene costruito un “quasi-mercato”[20] competitivo sotto costante vigilanza statale (il cui effetto, come si può notare a distanza di anni, non sono costi ridotti e servizi migliori per i “clienti” ma aumento dei costi e perdita dei diritti per gli studenti – salvo apprezzare il vantaggio del “no paying no meaning”: il diritto di pagare per ciò che prima si aveva gratuitamente, secondo la brillante definizione di Stefan Collini).[21] Infine – sorvolando su altri che pure hanno avuto visibilità maggiore – il principio più importante: quello della Trasparenza nell’indirizzamento del sistema, che viene singolarmente a coincidere con il principio del Rafforzamento della funzione di governo. Per “governo” infatti, si legge, si deve intendere “la capacità di conoscenza, di indirizzo, di coordinamento e di verifica dei risultati. Tali capacità risultano necessarie per garantire, a livello centrale e locale, il governo dei processi di mutamento in atto e l’utilizzazione delle risorse per incentivare il sistema verso determinati obbiettivi […]. Il sistema di incentivi basato sulla valutazione deve quindi accompagnarsi anche a una capacità conoscitiva di scenari”. La centralità di questo nesso tra governo (controllo) e informazione (dati) è ripresa nel successivo capitolo della Bozza, Principali linee di intervento, sotto la voce “Conoscenza per il governo di sistema”: “Per poter governare l’auspicato sviluppo del sistema formativo”, si legge, “occorre la disponibilità di un ampio quadro conoscitivo. […] Accanto a una puntuale conoscenza delle dimensioni e potenzialità degli apparati formativi esistenti […] occorre una evoluta capacità conoscitiva per quanto concerne la qualificazione delle risorse umane richieste dal sistema produttivo, le caratteristiche formative della popolazione adulta, la domanda sociale di istruzione e di formazione […]. Occorre […] la messa a punto di una ‘politica del dato’”.[22]

3. La tirannia della luce e l’imposizione del pieno

Questa, dunque, la cornice attraverso la quale viene costituendosi anche in Italia la via accademica all’evaluative state, ovvero allo stato governamentalizzato teso a “far penetrare via evaluative state i capisaldi del neoliberalismo”.[23] Grazie a questo quadro normativo (ma anche retorico, con cui una falange di parole d’ordine interamente mutate nel loro significato fa ingresso sulla scena pubblica:[24] cultura dell’autonomia, cultura della valutazione, talento, merito, reputazione, qualità, “the gold coin of academic excellence”[25] ecc.), nell’arco di qualche anno l’università viene sottoposta al regime organizzativo e valoriale del New Public Management: un regime[26] di tipo privatistico in cui prende forma un “sistema-ambiente” animato da individui isolati – ma coordinati appunto in sistema secondo l’approccio olistico del TQM[27] – ciascuno dei quali è chiamato a rendere conto all’altro del proprio operato e a sollecitare nell’altro forme di rendicontazione della propria condotta, in un falso abbattimento dell’ordine gerarchico, che risulta all’opposto rafforzato attraverso un’accurata strategia di ranghi, ricompense e sanzioni.

Nella massima astrazione pragmatica, immaginari portatori di interessi tutti eguali e tutti di uguale forza prendono il posto di medici, architetti, filosofi, storici, ricercatori, insegnanti. Da studiosi e scienziati che avevano creduto di essere, gli accademici sono convertiti (o virtuosamente si convertono) in stakeholder, i cui interessi – di ordine scientifico, intellettuale, culturale – non differiscono da altri interessi di tipo privato e al pari di questi sono da trattare secondo il meccanismo di regolazione del mercato (ovvero del quasi-mercato dell’istruzione e della ricerca). Una condotta di vita riflessiva e razionale – quale è quella in fondo già sempre esistente in ambiente professionale, non per questo però orfana di coinvolgimenti, investimenti emotivi, passioni disinteressate – viene “condotta a condursi” e a pensarsi in termini propriamente amministrativo-imprenditoriali, di contro e in concorrenza con altre affatto diverse ma equivalenti, in un “nichilismo amministrativo”[28] che vuole appunto tutti portatori equivalenti di interessi equivalenti e una batteria di indicatori di performance a infondere sicurezza, ottimismo e voglia di fare. E così come, in questo “rimpicciolimento”, alla spersonalizzazione si accompagna senza contraddizione – secondo la doppia dinamica di totalizzazione/individualizzazione caratteristica del potere governamentale – la più decisa spinta alla valorizzazione individualistica in termini di self-empowerment e visibilità mediatico-comunicativa,[29] ugualmente alla deresponsabilizzazione individuale si accompagna la crescita incrementale dei dispositivi di public accountability.

Alla fine, quel che accade al livello dell’accademia è la stessa metamorfosi che ha luogo a tutti i livelli, non senza arresti, incertezze, apparenti marce indietro, ma con una chiarezza di direzione degna dei Borg (“You will be assimilated. Resistance is futile”): una compiuta, mimetica, ingegnerizzazione della vita sociale e individuale, dove la fiducia personale (trust) si razionalizza in uno sfiduciato affidarsi mediato da indici (confidence), le decisioni in una “matematica delle decisioni”, la reputazione in reputation management (gestione, individuale o appaltata a terzi, della propria immagine mediante strumenti in grado di dare visibilità, aumentare record, follower, feed ecc.), la qualità delle cose in un’“assicurazione della qualità” a esse estranea e relativa a “processi di produzione ben codificati”,[30] il giudizio in una metrica del giudizio automatizzato (per esempio valutazione bibliometrica) ecc.

La stessa conoscenza è qui – nella “società della conoscenza” e nell’“economia della conoscenza” – trasformata in una gestione finalizzata della conoscenza (competenze, skills). Ma non si tratta semplicemente di indirizzare, imponendo la dichiarazione di obiettivi magari anche inesistenti. In gioco è qualcosa di più del sacrificio spesso lamentato della ricerca di base alla ricerca applicata. La finalizzazione infatti non cala sulla conoscenza dall’esterno né ne raccoglie a valle i risultati, ma piuttosto ne incrina dall’interno, a monte, la stessa struttura, in quanto prescrive alla pratica della conoscenza di essere fin dall’inizio “buona pratica” della conoscenza; le prescrive cioè una linearità e trasparenza, un ordine e una spazialità (una partizione) propri semmai di una precisa modalità della comunicazione, ma non della concezione e della riflessione, cui divagazioni, interruzioni, tratti personali e idiosincrasie appartengono allo stesso titolo dei nessi logici, i “vuoti” allo stesso titolo dei “pieni”. Al pensiero è imposto di liberarsi della “sregolatezza” e del dispendio che gli sono essenziali, a favore di una matematizzazione (nel senso etimologico della mathesis) che lo provoca (nel senso proprio dello Herausfordern) nelle sue radici o nella stessa stoffa di cui è fatto – direttamente nella sua materia.[31] Per esempio, la comunicazione filosofica per avere valore dovrà essere in forma di articolo scientifico, preferibilmente in inglese, su riviste dichiarate scientifiche da un’agenzia di governo, che adottano pratiche codificate di peer review.[32] Ubbidienti alla “Law of the anticipated results”,[33] riviste nostrane si sono affrettate a dotarsi di formulari per guidare in questo processo il valutatore (e per retroazione l’autore) con griglie di giudizio preconfezionate, che chiedono al referee, per esempio,[34] di dire se “l’oggetto dell’articolo è chiaramente identificabile fin dalle prime righe”, se “l’autore presenta […] il percorso che farà per arrivare a sostenere [la propria] tesi”, se nel testo “vi sono ‘buchi’ o non sequitur”, se si incontrano “sbavature, rilassamenti o ‘derive’ verso un tono non propriamente saggistico”, se “le conclusioni sono presentate in modo chiaro e conciso e nell’ordine più consono”, e così via: quella che potrebbe essere semmai una linea editoriale della rivista (legittima, benché insulsa) assume la veste di una prescrizione di qualità oggettiva, che non solo deve incanalare il giudizio di chi legge ma anche naturalmente retroagire sull’autocontrollo di chi scrive (e se questa profilassi sarà estesa anche al “controllo di qualità” delle monografie, più nessuna comunicazione filosofica sotto forma di pensieri, diari, confessioni, aforismi, dialoghi ecc.).

In questo modo, nell’“economia della conoscenza” (doppio genitivo) la cattura della conoscenza tacita e intangibile incorporata nei suoi “portatori” e la sua trasformazione in conoscenza fruibile per l’organizzazione, per il “sistema”, impone alla conoscenza medesima di rendersi fin dall’inizio docilmente impiegabile, di oggettivarsi in prodotti valutabili, di uscire dalle tenebre del sapere tacito e donarsi interamente all’amministrazione controllata della conoscenza. Nell’idea ingegneristico-cognitivista della conoscenza che qui domina, pensare equivale (o deve equivalere) a sapere e coincide (o deve coincidere) con un’attività regolare e regolabile, trasmissibile e riproducibile, un pensare svincolato dalla singolarità dei soggetti pensanti, dove pensare cosa comprare l’indomani per il pranzo, pensare a una teoria fisica e pensare cosa fare della propria vita sono un’unica e medesima attività dalla quale estrarre modelli, ricorrenze, quote di “sapere tacito” da trasferire velocemente, con linearità ed efficienza, da un “portatore” a un altro (magari tacitamente).[35] La nuova ascesi della prestazione impone così la public disclosure come nuova publicatio sui: [36] una nuova confessione, per la quale tutto ciò che vi è di buono può essere reso “trasparente” (estraibile e archiviabile), portato alla luce del giorno, verbalizzato, dichiarato come in un “verbale” di polizia, in breve rendicontato (tutto, tranne l’operato dei valutatori, che per garantire obiettività, si dice, devono restare nell’ombra).

Questa “tirannia della luce” si esplica a vari livelli – dal data mining ai vari feedback di massa (questionari, sondaggi, indagini, valutazioni…) – imponendo ovunque il massimo di comunicazione/ informazione sotto il vessillo della volontà democratica di eliminare le “asimmetrie conoscitive” e rendere tutti uguali (ciascuno, cioè, deve poter sapere quale sia “oggettivamente” il migliore corso di archivistica, il migliore sistema di cura, il migliore rosso delle Langhe, per potere poi decidere in modo informato). Come gli esperti di gestione sanno bene, gli inganni nascosti nella trasparenza sono molti. Per esempio, questa idea occulta il persistere dell’inevitabile asimmetria interpretativa tra ciò che vede l’outsider (e il significato che l’outsider vi attribuisce) e ciò che vede l’insider (e il significato che l’insider vi attribuisce).[37] O ancora ignora, cioè occulta, i comportamenti opportunistici che essa stessa ingenera, finalizzati a rientrare in parametri pre-definiti a discapito dell’effettiva qualità.[38] Di più, come sempre sanno gli esperti di gestione, questa idea di trasparenza è non solo illusoria ma genera l’esatto contrario di quel che promette: un paradossale offuscamento della certezza e l’incrinarsi di tutte le relazioni fiduciarie.[39] Come scriveva Nikolas Rose nel 1999, “la proliferazione degli audit serve solo ad amplificare e moltiplicare i punti nei quali possono essere generati dubbi e sospetti”; alla public accountability e alle svariate forme di accertamento è riconosciutamente consustanziale “una crescente spirale di sfiducia nella competenza professionale, che alimenta anche la domanda di misure più radicali, che obblighino gli stessi esperti a rendere conto”. [40] “L’accountability è quel che resta una volta che è stata sottratta la responsabilità.”[41]

Ma seppure non le è dato essere quel che promette – cioè essere davvero trasparente e rassicurante –, questa idea di trasparenza svolge, come tutti gli esperti di gestione anche ben sanno, un’efficacissima funzione disciplinare. Al pari di certi esercizi militari essa tempra il carattere e, vista dal di fuori, dà un’ottima impressione di ordine. Attraverso di essa si introducono elementi di competitività, si crea un ambiente di concorrenza, si orientano le scelte dei cittadini, si mettono in riga i comportamenti individuali, si guadagna consenso all’esterno – in breve, si forgia lo spirito dell’homo oeconomicus (oggi, più determinatamente, lo spirito dell’homo debitor). Così, l’“esigenza di rafforzare l’accountability dei servizi pubblici […] ha consentito il dispiegarsi di politiche orientate in realtà verso finalità diverse, in cui la public disclosure delle informazioni rappresenta o l’elemento essenziale per il funzionamento di logiche di mercato applicate ai servizi pubblici, o lo strumento attraverso il quale pervenire a una regolazione di ‘rischi sociali’”.[42] Una volta fornito il quadro dettagliato delle informazioni – la carta di bordo, la cabina di pilotaggio, dove si raccoglie e si distende alla vista la più ampia massa di indici e indicatori – ciascuno diviene anche responsabile di tutto: “non solamente di ciò che ha fatto (principio di responsabilità), ma in linea di principio di tutto ciò che accade (principio di responsabilizzazione)”. Alla fine, l’obiettivo è costruire soggetti responsabili, la cui qualità morale è basata sul fatto di accertare razionalmente i costi e i benefici di una determinata azione come opposti ad azioni alternative (rational choice). Si tratta di rimettere interamente alla responsabilità del singolo i rischi sociali ed economici, inducendolo in ultimo “a interiorizzare sotto forma di colpa personale la [propria] condizione di esclusione o di scacco”.[43] Come osserva Guy Neave, lo “scopo dell’evaluative state” è sempre stato “in modo molto specifico quello di identificare l’incapacità e di fare pressione sul peccatore disseminando pubblicamente tale informazione, una tecnica cui ci si riferisce talvolta come ‘nominare e svergognare’ [naming and shaming]. Questo è uno degli scopi delle classifiche e dei ranking che si ammette meno volentieri”[44] (ma è anche, si può aggiungere, uno degli effetti più visibilmente efficaci: basti pensare alle recenti procedure per l’abilitazione in Italia, con le “mediane” fatte per separare i virtuosi dai viziosi e indurre questi ultimi al silenzio, alla vergogna e alla resipiscenza).[45]

4. La polizia scientifica

Addossare colpe e accollare debiti costituisce una precisa tecnica di governo, della cui efficacia parlano già Marx e Nietzsche. Non deve sorprendere che nell’epoca del dominio incontrastato della finanza e del debito la valutazione sia divenuta la forma di governo per eccellenza: “A differenza dell’opacità e del segreto che caratterizzano la fabbrica e l’industria, il potere finanziario si definisce essenzialmente come un potere di valutazione ‘pubblica’, la cui pretesa è di rendere trasparenti tutte le organizzazioni, di rendere visibili e dunque valutabili (misurabili) tutte le relazioni e tutti i comportamenti degli attori di qualsivoglia realtà, che si tratti dell’impresa, […] dell’ospedale, dell’università”.[46] Le agenzie di rating sono esattamente agenzie di valutazione, agenzie di valutazione del rischio. Non deve sorprendere allora che il governo “leggero” e/o “a distanza” dell’evaluative state abbia prodotto una tale orgia di procedure, calcoli, controlli, indici, misure, rapporti, apparati e “strumenti di intelligence amministrativa”, da far apparire, a paragone della loro numerosità e sofisticazione, “rustici, schietti e assai rozzi, se non proprio alla buona, quelli che hanno sostenuto il modello del controllo statale”.[47] È questo il lato essoterico dell’evaluative state, il sigillo del fisiologico combaciare in esso di governo e governo del rischio. Come recita una delle definizioni più citate, “la valutazione è l’analisi sistematica del merito o del valore di un oggetto (programma) allo scopo di ridurre l’incertezza nel processo decisionale”.[48] Sarebbe davvero mancare la natura del fenomeno ridurre questa progressione senza fine di “volontà di sapere” a un semplice effetto collaterale, a una distorsione o disfunzione. Il nuovo quadro prospettato dall’evaluative state si rende comprensibile solo mettendo a fuoco le nuove tecnologie di governo, i nuovi “regimi di intelligibilità” che danno vita a centri, o meglio a centrali di governo, in una saturazione planetaria di raccolta e produzione di dati dove alle lentezze e disfunzioni della cinghia di trasmissione dello stato burocratico, della sua gabbia di acciaio, subentrano, congruenti con il nuovo ambiente di mobilità e circolazione, le sbarre immateriali dei codici a barre, la tracciabilità dalla culla alla tomba, i Big Data.[49] Nell’ambito limitato ma strategico della politica della conoscenza, la stessa Bozza Martinotti lo prospettava del resto con lungimiranza in quella, a prima vista singolare, coincidenza tra governo e conoscenza ricordata all’inizio. Si richiedeva lì “una evoluta capacità conoscitiva”, una “‘politica del dato’ che punt[asse] alla cooperazione con i grandi centri produttori di informazioni a cominciare dall’ISTAT”, uno “sforzo di armonizzazione tra una pluralità di ambiti governativi e non, coinvolti nella raccolta e produzione di dati” al fine di rimediare a uno tra “i maggiori problemi ereditati dal passato”, vale a dire “la scarsa disponibilità di apparati informativi trasparenti e intercomunicanti”[50] (e sia detto di passaggio, ancora oggi tra gli obiettivi primari dei valutatori dell’accademia spicca la messa a regime di un’anagrafe della ricerca). Emergeva così la chiarezza del fatto che il governo non solo si serve di strumenti conoscitivi ma è più fondamentalmente esso stesso “un ambito di cognizione, calcolo, sperimentazione e valutazione”, tramite cui “mettere in atto vari tentativi di amministrazione calcolata di diversi aspetti della condotta attraverso innumerevoli, e spesso concorrenti, tattiche locali”.[51] In breve, nessun governo senza un adeguato “sistema informativo” e senza un’adeguata “informazione metrica”. You can’t manage what you can’t measure.

Come osserva Neave, alla fin fine “l’evaluative state giunge come risposta all’affermazione […] di Michel Crozier: ‘Non si può cambiare il mondo per decreto’. Si può, tuttavia, cambiarlo con l’impiego giudizioso dell’arte econometrica e le tecniche – e forse anche l’anima – dell’accountant!”.[52] Detto altrimenti, “la saturazione di numeri nel discorso pubblico nell’ultimo decennio del XX secolo” non è una disfunzione ma il segno del potenziale assunto da essi all’interno dei nuovi “modi di governo e [del]la nuova importanza accordata a tutte quelle agenzie private e a tutti quei consulenti privati che dichiarano di poter trasformare in numeri le condizioni di mercato e rendere efficace il calcolo privato. È nata così una nuova relazione ‘privatizzata’ tra numeri e politica”.[53] Il suo nuovo orizzonte (Horizon) è un governo planetario dei numeri e delle parole, dei centri di calcolo e dei centri di traduzione, dove l’“aritmetica politica”, la statistica – ovvero il regime di intelligibilità della statistica – sublima la sua natura di, come indica già il nome, primaria scienza dello stato.

Credo che definire a questo punto la valutazione una polizia scientifica sia una definizione concettualmente precisa, non polemica. Il compito della polizia è assicurare l’ordine, mettere in opera le tecniche necessarie a garantire l’integrazione dell’individuo nella compagine sociale: “L’essenza della polizia è […] caratterizzata dall’assenza di vuoto e di supplemento: la società che essa costituisce non è altro che una serie di gruppi destinati a modi di fare specifici, luoghi in cui si esercitano tali occupazioni, modi di essere corrispondenti a tali occupazioni e tali luoghi. All’interno di questa concordanza di funzioni, luoghi e modi d’essere non c’è spazio per alcun vuoto”.[54] Con le parole di Foucault, “la polizia dovrà impiegare ogni strumento necessario e sufficiente affinché l’attività dell’uomo si integri effettivamente nello stato e nello sviluppo delle sue forze, e dovrà fare in modo che lo stato e lo sviluppo dello stato possa a sua volta stimolare, determinare e orientare l’attività dell’uomo in una maniera effettivamente utile allo stato stesso. In breve si tratta di creare una utilità per lo stato avvalendosi dell’attività degli uomini”.[55] In quanto polizia scientifica, la valutazione è un potere regolativo esattamente nel medesimo senso, anche se, alla luce della governamentalizzazione dello stato, sempre più si tratta di una “polizia dei movimenti spontanei”.[56] Non sorprende che per garantire la sicurezza essa non possa fare a meno di affidarsi a politiche attuariali[57] e al controllo metrico (econometria, scientometria, bibliometria, farmacometria…) e, pur con tutta l’enfasi sull’innovazione, di ricorrere al “governo del passato”, cioè all’analisi previsionale basata su enormi banche dati (già dati). Così come non sorprende il fatto che dalla metà del XX secolo, a vari livelli, tutta la scienza dello stato sia sempre più diventata un affare privato, in particolare dopo che “dai mutamenti tecnologici ed economici degli anni settanta [è emerso] un consistente numero di aziende private attive nel vendere dati pubblici riconfezionati, statistiche raccolte privatamente, modelli statistici e capacità di analisi”.[58] È infatti inscritta nella stessa metamorfosi dello stato in evaluative state e nello spostamento caratteristico delle tecniche di governo da “formali a informali […], la comparsa sulla scena del governo di nuovi attori”[59] pubblici e privati. Basti pensare alle norme ISO, al ruolo primario svolto nell’“economicizzazione e tecnologizzazione dell’istruzione”[60] da organizzazioni come l’OCSE, alla centralità assunta nelle politiche della valutazione europee dalla “quadruplice alleanza” tra ENQA, EUA, EURASHE e ESU,[61] a strutture di governance quali la European Science Foundation, cui si deve lo strumento dell’ERIH,[62] fino alla privatissima polizia scientifica di ISI, dalla quale dipendono oggi direttamente o indirettamente carriere e finanziamenti pubblici nell’accademia. Del resto, sempre più sorveglianza e polizia a ogni livello – anche internazionale – sono demandati a soggetti privati.

È significativo che fin dalla sua nascita nella modernità la storia della statistica si intrecci a doppio filo con la storia della polizia.[63] In Sicurezza, territorio, popolazione Foucault definisce la statistica direttamente “lo strumento comune all’equilibrio europeo e all’organizzazione della polizia”. Essa nasce per fornire “un principio di decifrazione delle forze costitutive dei vari stati; ogni stato deve conoscere la popolazione, l’esercito, le risorse naturali, la produzione, il commercio, la circolazione monetaria propri e degli altri”, in modo da “stabilire una comparazione” che permetta “di rispettare e mantenere un equilibrio”[64] (comparazione che nell’odierno “Metodo aperto di coordinamento” europeo si chiama piuttosto “benchmarking”).[65] E la statistica “è resa necessaria, ma anche possibile dalla polizia, dal momento che questa è l’insieme dei procedimenti predisposti per far crescere le forze, per combinarle, per svilupparle […]. Polizia e statistica si condizionano a vicenda. La statistica è uno strumento comune alla polizia e all’equilibrio europeo, è il sapere dello stato sullo stato, inteso come sapere di sé da parte dello stato, ma è anche sapere degli altri stati”.[66] Un buon governo, ossia un governo razionale, richiede perciò una “scienza della polizia”, una Polizeiwissenschaft.[67] Prima ancora che un organo di potere, la polizia è un “modo di pensare”: una dettagliata conoscenza dei fatti, un potere di ispezione e di informazione (nonché di impiego della delazione) e una precisa organizzazione di queste forme di conoscenza, che si incontra con le esigenze di ordinamento, nomenclatura, tabellizzazione dei fatti e delle conoscenze proprie della scienza dello stato. Essa concorre così al “quadro di organizzazione dei saperi multiformi disponibili su uno stato” rappresentato dalla statistica. Quest’ultima – come ricorda Paul Lazarsfeld – nasce appunto per rendere dati e conoscenze “più facili da ricordare, più facili da insegnare, più facili da utilizzare da parte degli uomini di governo”; nell’idea del primo docente di Staatenkunde, Hermann Conrings, il suo senso è consegnare le conoscenze a una memoria che permetta di “riutilizzarle o trasmetterle ad altri”.[68]

Non sempre questa azione di traduzione propria della statistica – mettere dati e saperi in una forma per cui possano essere riutilizzati e trasmessi – emerge in tutta la sua importanza quando si riduce questa scienza a una semplice faccenda di numeri. Riutilizzare e trasmettere ad altri è invece un compito essenziale. Quando si parla di adeguatezza degli strumenti di misura – aspetto particolarmente a cuore a quello che Desrosières chiama il “realismo metrologico ingenuo” – si sta anche già sempre parlando del potere fondamentale di imporre nomi. Misurare e imporre nomi sono contrassegni decisivi del potere.[69] D’altronde, che la misurazione statistica abbia anche sempre la necessità di mettere a punto un vocabolario, una nomenclatura (per esempio i manuali e i glossari OCSE),[70] lo si comprende bene alla luce dell’evidenza che “i dati non sono dati”, non cadono dal cielo, sono sempre determinati da una preliminare costruzione.

La considerazione è ovvia, ma forse meno di quanto si possa credere, se è vero che “per lungo tempo ha prevalso una concezione realistica della statistica” e che ancora oggi, quanto meno nell’opinione comune, prevale una forte “domanda sociale di realismo metrologico[71] – un affidamento a quella che Rose chiama la “moralità dei numeri”, la rappresentazione cioè di numeri che sono moralmente “integri, al riparo dalla manipolazione politica o professionale”.[72] Si genera di qui una sorta di “divisione sociale del lavoro statistico”, come la chiama Desrosières: da un lato, gli addetti alla quantificazione, “matematici” incaricati di una “misurazione” guidata unicamente da un “obiettivo di precisione”, il cui compito è migliorare l’affidabilità dello strumento tenendosi ben alla larga da questioni relative alla natura della “cosa” da misurare; dall’altro, specialisti provenienti dalle scienze umane, guidati invece da un obiettivo di “pertinenza della misura alla cosa”[73] e quindi consapevoli che ogni “messa in numeri” richiede a monte uno specifico lavoro di “traduzione” e specialmente di “stabilizzazione delle convenzioni di equivalenza” per determinare “ciò che si deve misurare” prima di effettuarne la misura.[74]

Se la domanda sociale è quella di misurare in modo reale e accurato, per esempio, la “disoccupazione” o la “qualità della ricerca” e mai quella di definire in modo condiviso e coerente che cosa siano le entità di cui si parla, l’esercizio del potere si fa valere invece anzitutto nell’atto e nella facoltà di dare le definizioni. “La tassonomia è associata alla costruzione e alla stabilizzazione di un ordine sociale, alla produzione di un linguaggio comune che permette di coordinare le azioni dell’individuo e infine di un sapere specifico e trasmissibile che metta in opera questo linguaggio nei sistemi descrittivi ed esplicativi (in particolare statistici) capaci di orientare e rilanciare l’azione.” Si accolgono i “dati” come risultati delle “azioni”, le “informazioni” come “una messa in forma e strutturazione di questi dati attraverso le nomenclature”, le “conoscenze” come “il prodotto di un’accumulazione ragionata di informazioni”; e attraverso queste conoscenze si stabilizzano quali sono le nomenclature che selezionano i dati rilevanti, si determinano le azioni da rilevare e quindi quali sono quelle da promuovere. In tal modo, “le interazioni tra il sapere e l’azione possono essere presentate in modo circolare”.[75]

5. Resisting

In questa circolarità si definisce con ogni evidenza un processo sistemico di controllo e regolazione, un sistema di feedback dove la conoscenza trasformata in informazione, in segno univoco e identificabile, è comando, esecuzione “di una sequenza continua di decisioni sì-no”:[76] cibernetica nel senso della scienza del controllo e delle informazioni, come Norbert Wiener la intese.[77] Qui “vedere il mondo intero e impartire degli ordini al mondo intero è quasi lo stesso che essere dappertutto”:[78] le incertezze e le interruzioni nel flusso informativo devono essere ridotte allo zero, “il conflitto” è solo “sintomo di squilibri (entropia, intoppi nel flusso delle differenze/informazioni) da sanare”.[79] Alla fine l’uomo stesso rappresenta un “fattore di disturbo nel calcolo cibernetico”.[80]

In questo senso, come si diceva in apertura con Höhne, “il sapere valutativo può essere inteso come un sapere cibernetico sistematico di controllo, mediante il quale sono determinati in forma di cicli di feedback punti ed estensione degli interventi possibili”.[81] L’equilibrio di qualsivoglia sistema impone il monitoraggio continuo delle relazioni tra l’organizzazione e le parti che la compongono. Come ben descritto da Il modello europeo di autovalutazione delle performance per le università – CAF, nel caso di un sistema non meccanico ma “socio-tecnico”, dove il maggior elemento di variabilità, divergenza e attrito è rappresentato dalle individualità che lo compongono, “la mutua soddisfazione nelle relazioni fra l’organizzazione e le persone che la compongono è condizione per la qualità delle performance […]. La valutazione dei risultati […] deve perciò andare a verificare il rapporto fra le due parti e – ancor più – se e in che misura le due parti si integrano in un ‘sistema’”: in un sistema socio-tecnico “le persone sono i sensori più efficaci per rilevare e trasmettere […]; le indagini che vedono le persone come collaboratori attivi […] possono essere ‘miniere d’oro’ per le organizzazioni e i leader che le sanno rendere sistemiche e continuative […]; si tratta di costituire delle reti nelle quali le informazioni fluiscono con continuità”.[82]

Di qui si potrebbe provare a schizzare le linee per una più ampia e approfondita critica e genealogia dell’attuale potere cibernetico-governamentale, scavando a fondo nella relazione tra i due termini di questa che può ben essere considerata una endiadi e del futuro che tale dispositivo di controllo totale – dispositif e Gestell – prospetta (in certo modo portare a concetto l’intuizione di James Ballard: “Cibernetica: il sistema totalitario del futuro sarà docile e servile, come servitori iperefficienti e proprio per questo ancor più minacciosi”).[83] Più che con uno sguardo alle minacce future vorrei però chiudere con uno sguardo a una sfida ancora aperta, riprendendo un articolo con cui nel 1998 due studiosi britannici, Lee-Anne Broadhead e Sean Howard, si misuravano con l’esercizio di valutazione del loro paese – ancora oggi presentato come un modello da chi crede che alla fin fine il problema della valutazione (in primo luogo della disastrosa esperienza italiana), ma forse anche di ogni cosa in generale, sia una certa mancanza di moderazione e common sense, un certo estremismo e avventatezza tecnica, a cui andrebbe opposto una pragmatica opera di contenimento del danno (in genere il proprio). Già il titolo dell’articolo indica tuttavia che le cose sono meno pacifiche di come appaiono a chi a sua volta vorrebbe pensarsi “inglese”: “The Art of Punishing”. The Research Assessment Exercise and the Ritualisation of Power in Higher Education. L’abstract in apertura dichiara di aver applicato al RAE “la nozione foucaultiana di un ‘sistema integrato’ di controllo e produzione, con la sua operazione routinaria di sorveglianza e verifica e la sua dipendenza da coercizione e consenso”. Ma è la conclusione intitolata “Resisting the RAE” a meritare più attenzione:

La resistenza al RAE è inevitabile. [Il RAE] è stato un’intrusione improvvisa e draconiana nella professione, che ha aumentato precarietà lavorativa e ha ridotto soddisfazione lavorativa di molti accademici. Nonostante la sua dichiarata intenzione di migliorare la qualità della ricerca, l’esercizio è chiaramente un preludio politicamente motivato a chiusure e licenziamenti – un esercizio per giustificare, in ultima analisi, in nome della competitività economica britannica, un ulteriore feroce attacco al settore dell’istruzione superiore. Tuttavia, la resistenza degli accademici non si è tradotta in nessun modo avvertibile in azioni efficaci. Non c’è dubbio che questo si debba in parte alla molta paura che l’esercizio ha generato […]. Una critica davvero radicale richiede di considerare l’opportunità e la necessità di una nuova logica non disciplinare […], di una più ampia critica della società […], di rinnovare la nostra familiarità con i modi in cui la formazione funziona come parte di più grandi strutture disciplinari – politiche, economiche e sociali – all’interno della società. Solo allora saremo in grado di mettere in connessione le nostre azioni come accademici nelle strutture disciplinari e le strutture disciplinari a cui siamo sottoposti.[84]

Unicamente in questa chiave politica, credo, acquistano spessore le pratiche di resistenza possibili: una resistenza all’altezza del mutato orizzonte, cui appartiene non più evidentemente il carattere della sollevazione generale e dello scontro frontale, ma piuttosto la forma di un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé, che nell’interdire determinati comportamenti propri non ha lo scopo di moralizzare condotte ma di smontare dall’interno una macchina, o meglio una rete di congegni, che non può funzionare se non grazie a inavvertiti (o complici) consensi.


[1] F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 19903, pp. 351-352 (11 [341]).

[2] Ivi, pp. 113-114 (10 [17]).

[3] T. Höhne, Evaluation als Wissens- und Machtform, Giessener Elektronische Bibliothek, 2005, pp. 12 e 8, <geb.uni-giessen.de/geb/volltexte/2005/2105/pdf/HoehneThomas_ Evaluationt.pdf>.

[4] M. Power, The Audit Society: Rituals of Verification, Oxford University Press, Oxford 1997, p. 12 (trad. La società dei controlli, Edizioni di comunità, Torino 2002).

[5] P. Day, R. Klein, Age of Inspection. Inspecting the Inspectors, Rowntree, London 1990.

[6] G. Neave, On the Cultivation of Quality, Efficiency and Enterprise: An Overview of Recent Trends in Higher Education in Western Europe, 1986-1988, “European Journal of Education”, 23, 1988, pp. 7-23.

[7] Cfr. in questo senso A. Dal Lago, Il disagio della globalizzazione, “aut aut”, 289-290, 1999, pp. 195-206.

[8] Cfr. per ultimo G. Neave, The Evaluative State. Institutional Autonomy and Reengineering Higher Education in Western Europe, Palgrave Macmillan, London 2012.

[9] Cfr. in questo senso M. Merlo, Il governo tecnico delle scienze, <www. connessioniprecarie.org/2012/06/07/il-governo-tecnico-delle-scienze>.

[10] G. Neave, The Evaluative State, cit., pp. 17-18.

[11] G. Neave, Higher Education Policy as an Exercise in Contemporary History, “Higher Education”, 32, 1996, pp. 403-415, qui p. 404.

[12] Autonomia didattica e innovazione dei corsi di studio di livello universitario e post-universitario. Rapporto finale (testo rivisto nella riunione del 3 ottobre 1997, ultima stesura a cura di Guido Martinotti), Ministero dell’università e della ricerca scientifica, Roma, 1997 (corsivo mio).

[13] La valutazione della qualità: uno strumento al servizio del sistema universitario, a cura di Emanuela Stefani, direttore esecutivo della Conferenza dei rettori, Università di Venezia Ca’ Foscari, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Unione europea-FSE, Fondazione CRUI, 2003.

[14] M. Cammelli, F. Merloni (a cura di), Università e sistema della ricerca. Proposte per cambiare, Quaderni di ASTRID, il Mulino, Bologna 2006, p. 21.

[15] Pagina facebook del gruppo aperto ROARS, post di Marco Cosentino del 12 aprile 2013, ore 18.15, <www.facebook.com/groups/222457594480176>, ultimo accesso 13 aprile 2013, testo della locandina dell’Università dell’Insubria “Perché parlare di etica alla comunità accademica. Ciclo di incontri culturali a cura della Commissione che ha redatto il Codice etico di ateneo. Lunedì 20 maggio 2013 […]” (corsivo mio).

[16] Su questo concetto foucaultiano e la sua aderenza alla “cultura della valutazione” rimando a V. Pinto, “Larvatus prodeo”. Per una critica del sistema della valutazione, “Iride”, 3, 2012, pp. 475-494, e Id., Valutare e punire. Una critica della cultura della valutazione, Cronopio, Napoli 2012, p. 51 sgg.

[17] P. Dardot, Qu’est-ce que la rationalité néolibérale?, in B. Cassin, R. Gori e C. Laval (a cura di), L’appel des appels. Pour une insurrection des consciences, Mille et une nuits, Paris 2009.

[18] Cfr. E. Clarizio, Assoggettamento e soggettivazione / Tecnica e tecniche, “Noema”, 4, 2013.

[19] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979) (2004), Feltrinelli, Milano 2005, p. 67.

[20] Per questa nozione aggiornata cfr. A. Amaral, Recent Trends in European Higher Education, in AA.VV., Reforms and Consequences in Higher Education Systems: An International Symposium, CNUFM, Tokyo, 26 gennaio 2009.

[21] S. Collini, From Robbins to McKinsey, “London Review of Books”, 16, 2011, pp. 9-14.

[22] Autonomia didattica e innovazione, cit.

[23] G. Neave, The Evaluative State, cit., p. 85.

[24] Cfr. A. Ogien, Opposants, désobéisseurs et désobéissants, “Multitudes”, 41, 2010, pp. 186-194: “Le procedure di valutazione producono una descrizione dell’attività professionale che non corrisponde ai modi di fare stabiliti o alle regole dell’arte conosciute […]; i cittadini non sanno più bene di che cosa parlano quando impiegano parole ordinarie – efficacia, equità, responsabilità, libertà, autonomia, qualità, risultato, trasparenza ecc. – di cui i governanti si servono per denominare tecniche di governo la cui applicazione produce effetti contrari a quelli che il loro nome fa supporre”.

[25] B.R. Clark, The Higher Education System: Academic Organization in Cross-national Perspective, University of California Press, Berkeley 1983, p. 183. Per una critica della funzione tecno-burocratica dell’eccellenza nell’università globalizzata come vuoto “cash-nexus” funzionale alla creazione di un “fictional market” cfr. B. Readings, The University in Ruins, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1996, in particolare pp. 32 sgg. e 192 sgg.

[26] Cfr. in questo senso M. Nicoli, Il fascismo del manager, “aut aut”, 350, 2011, pp. 61-76.

[27] L’applicazione del Total Quality Management all’organizzazione accademica è richiamata per esempio dal CAF Università. Il modello europeo di autovalutazione delle performance per le università, Fondazione CRUI, maggio 2012, p. 37: “Il Common Assessment Framework […] considera l’organizzazione da diversi punti di vista contemporaneamente secondo l’approccio olistico di analisi delle performance organizzative”.

[28] Cfr. F. Nietzsche, Genealogia della morale, in Opere, cit., vol. VI, tomo II, Adelphi, Milano 19763, p. 278 (citando Huxley su Spencer).

[29] Cfr. Intervista a Christian Laval su “L’Appel des appels”, <www.materialifoucaultiani. org/it/materiali/materiali/53-forum-e-interviste/87-intervista-laval-2.html>, 31 maggio 2010: “Gli intellettuali generali sono ormai solo tristemente e piattamente ‘mediatici’ […]. Regna come (piccolo) padrone l’Esperto […], spesso reclutato tra i militanti e poi ‘capovolto’ per essere fatto agire e parlare contro i ‘professionisti’, considerati arcaici, scansafatiche, elitistici […]. Sono questi piccoli esperti modernizzatori ad aver confiscato lo ‘specifico’ dei mestieri, facendo leva soprattutto sullo sviluppo delle scienze sociali utilizzate in modo normativo per alimentare una gestione falsamente morbida”.

[30] A. Desrosières, Sur l’histoire de la méthodologie statistique: mesurer ou instituer? Deux traditions de recherche encore largement séparées, Congrès de la Société française de statistique, Bruxelles, 23 maggio 2012.

[31] Si tratta di una tecnicizzazione della conoscenza, del pensiero e del linguaggio esattamente nel senso di M. Heidegger, Linguaggio tramandato e linguaggio tecnico (1962), ETS, Pisa 1997.

[32] Sulla vicenda della classificazione delle riviste filosofiche in Italia rimando a V. Pinto, Valutazione della ricerca: tecnologie invisibili e pasticcerie manifeste, “Rivista critica del diritto privato”, 30, 2012, pp. 107-118.

[33] Cfr. G. Neave, The Policies of Quality: Development in Higher Education in Western Europe 1992-1994, “European Journal of Education”, 2, 1994, pp. 115-134, in particolare p. 127.

[34] Cfr. Peer review form, Linee guida per la valutazione, di “RIFL – Rivista italiana di filosofia del linguaggio”, <www.rifl.unical.it>.

[35] La possibilità di un trasferimento tacito di conoscenza “da un attore inconsapevole della propria conoscenza a un altro attore inconsapevole” (G. Gravili, C. Turati, Organizzazione emergente e tecnologie elettroniche di coordinamento, in A. Mucelli, a cura di, La comunicazione nell’economia d’azienda. Processi, strumenti, tecnologie, Giappichelli, Torino 2000, p. 20) è operativamente progettata da più parti. Cfr. tra gli altri I. Nonaka, Enabling Knowledge Creation: How to Unlock the Mistery of Tacit Knowledge and Release the Power of Innovation, Oxford University Press, Oxford 2000. Per una prospettiva critica cfr. V. Romitelli, Fuori dalla società della conoscenza. Ricerche di etnografia del pensiero, Infinito, Castel Gandolfo 2009, pp. 9-101.

[36] Nel senso delucidato da M. Foucault in Sull’origine dell’ermeneutica del sé. Due conferenze al Dartmouth College (1980), Cronopio, Napoli 2012, p. 85, in riferimento a Cassiano, Collatio Abbatis Moysi secunda. De discretione, X.

[37] Cfr. P. Ghosh, G. Pal, H. Tsoukas, The Tyranny of Light. The Temptations and the Paradoxes of the Information Society, “Futures”, 9, 1997, pp. 827-843, in particolare p. 834.

[38] Cfr. R. Grilli, Accountability e organizzazioni sanitarie, in M. Biocca (a cura di), Bilancio di missione. Aziende sanitarie responsabili si raccontano, Il pensiero scientifico, Roma 2010, pp. 1-18, in particolare p. 8. Notevole il parallelismo tra quel che si può argomentare a proposito delle politiche della conoscenza e le riflessioni qui svolte da un medico e manager della sanità.

[39] Cfr. C. Pollitt, Performance Blight and the Tyranny of Light? Accountability in Advanced Performance Measurement Regimes, International seminar on accountability and the public sector, Dayton, Kettering Foundation, 22-23 maggio 2008: “Alla fine lo strenuo sforzo degli esperti per creare trasparenza e gettare luce sugli elementi di forza e di debolezza delle politiche pubbliche ha l’effetto paradossale di aumentare la sfiducia dei cittadini. Questo effetto tende a essere amplificato anziché ridotto dall’intervento dei mass media, con la loro ben documentata tendenza a raccontare storie di sciagure, corruzione e fallimento”.

[40] N. Rose, Powers of Freedom: Reframing Political Thought, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 155.

[41] Così Pasi Sahlberg, responsabile dell’internazionalizzazione del sistema educativo finlandese, citato in A. Partanen, What Americans Keep Ignoring about Finland’s School Success, “The Atlantic”, 29 dicembre 2011.

[42] R. Grilli, Accountability e organizzazioni sanitarie, cit., pp. 6-7.

[43] D. Martuccelli, Critique de la philosophie de l’évaluation, “Cahiers internationaux de sociologie”, 128-129, 2010, pp. 27-52, qui p. 42.

[44] G. Neave, The Evaluative State, cit., p. 48.

[45] Al naming and shaming può essere ricondotta anche la pratica, che va diffondendosi, della pubblicazione sui siti universitari dei risultati dei “Questionari di valutazione della didattica”.

[46] M. Lazzarato, La fabrique de l’homme endetté. Essai sur la condition néolibérale, Éd. Amsterdam, Paris 2011, pp. 104-105 (trad. La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2012).

[47] G. Neave, The Evaluative State Reconsidered, “European Journal of Education”, 3, 1998, pp. 265-284, qui p. 266. L’esempio oggi più immediatamente presente è la macchina di controllo messa su dall’ANVUR come Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento del sistema universitario italiano (cfr. in particolare la Scheda SUA-CdS e del Riesame su <www.anvur.org>).

[48] D.M. Mertens, Research Methods in Education and Psychology: Integrating Diversity with Quantitative and Qualitative Approaches, Sage, Thousand Oaks (Cal.) 1998, p. 219 (corsivo mio).

[49] Solo per limitarsi all’ambito dell’istruzione e della ricerca: i registri elettronici a scuola, di cui nulla può essere modificato se non col permesso del dirigente/admin; gli e-book con sensori per rilevare i tempi di lettura, fuochi e vuoti di attenzione, e informarne gli educatori (“CourseSmart”); gli algoritmi per selezionare i ricercatori attraverso metriche sofisticate e in continuo aggiornamento, in grado di prevedere i futuri sviluppi di carriera (“h-index prediction”)…

[50] Autonomia didattica e innovazione, cit.

[51] P. Miller, N. Rose, Political Power beyond the State: Problematics of Government, “The British Journal of Sociology”, 2, 1992, pp. 173-205, qui p. 175.

[52] G. Neave, On the Cultivation of Quality, Efficiency and Enterprise, cit., p. 12.

[53] N. Rose, Powers of Freedom, cit., p. 230.

[54] J. Rancière, Ai bordi del politico (1990), Cronopio, Napoli 2011, p. 190.

[55] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978) (2004), Feltrinelli, Milano 2005, p. 234.

[56] J.-F. Lyotard, Économie libidinale, Minuit, Paris 1974, p. 213.

[57] Sul rapporto tra scienza attuariale e valutazione rimando a V. Pinto, Valutare e punire, cit., pp. 157-173.

[58] P. Starr, R. Corson, Who will have the numbers? The rise of the statistical services industry and the politics of public data, in W. Alonso, P. Starr (a cura di), The Politics of Numbers, Sage, New York 1987, pp. 415-448, qui p. 415.

[59] T. Lemke, Foucault, Governmentality, and Critique, “Rethinking Marxism”, 3, 2002, pp. 49-64, qui p. 58.

[60] F.O. Radtke, Die Erziehungswissenschaft der OECD, “Erziehungswissenschaft”, 14, 2003, pp. 109-136, qui p. 116.

[61] L’ENQA è la European Association for Quality Assurance in Higher Education, la EUA è la European University Association, la EURASHE è la European Association for Higher Education e la ESU è la European Student Union. La definizione di “quadruplice alleanza” o “E4” è di G. Neave, The Evaluative State, cit., p. 9.

[62] Lo European Research Index for Humanities è stato un clamoroso fallimento. Le prime classificazioni furono ritirate per proteste a tutti i livelli. Sulle nuove liste 2011 domina la perentoria prescrizione di non intenderle “as bibliometric information for use in assessment processes” (<www2.esf.org/asp/ERIH/Foreword/index.asp>). Sembra che sia in corso un nuovo tentativo di proporle come strumento di valutazione a livello europeo.

[63] Può essere vero che la focalizzazione degli studi europei sul rapporto tra “statisticalizzazione della politica” ed esigenze statali di controllo induca a dimenticare il “legame tra numericizzazione dell’argomento politico e democrazia come mentalità di governo e tecnologia della legge” (N. Rose, Powers of Freedom, cit., p. 215), cosa che invece non accadrebbe negli studi d’oltreoceano, i quali mostrerebbero che le “statistiche pubbliche sono prodotte negli Stati Uniti come parte delle politiche democratiche”, “i numeri sono parte di questa intelligenza politica pubblicamente disponibile e contribuiscono alla accountability richiesta a una democrazia” (K. Prewitt, Public statistics and democratic politics, in W. Alonso, P. Starr, a cura di, The Politics of Numbers, cit., pp. 261-274, qui pp. 264 e 267). Tuttavia, se si esce dallo stato di soggezione per il quale sembra che basti pronunciare “la parola democrazia” per con ciò stesso “assicurare libertà, equità e giustizia” (N. Rose, Powers of Freedom, cit., p. 231) e ci si familiarizza invece con categorie sempre più presenti come “democrazia totalitaria” o “liberalismo illiberale”, si potrebbe cogliere una compatibilità o anche una convergenza tra le due prospettive.

[64] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, cit., p. 227.

[65] Cfr. I. Bruno, La recherche scientifique au crible du benchmarking. Petite histoire d’une technologie de gouvernement, “Revue d’histoire moderne et contemporaine”, 55-4bis, 2008, pp. 28-45.

[66] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, cit., p. 228.

[67] Questa disciplina era insegnata nelle università tedesche già nel XVIII secolo: cfr. ivi, pp. 295 e 354. Diversa era invece la situazione in Francia (cfr. ivi, p. 230). Cfr. anche N. Rose, Power beyond the State, cit., p. 185 sgg. e Id., Powers of Freedom, cit., p. 200 sgg. (“The social history of numbers”) e passim.

[68] A. Desrosières, La politique des grands nombres. Histoire de la raison statistique, La Découverte, Paris 1993, p. 30. Cfr. P. Lazarsfeld, Notes on the History of Quantification in Sociology. Trends, Sources and Problems, “Isis”, 2, 1961, pp. 277-333.

[69] Cfr. W. Kula, Le misure e gli uomini dall’antichità a oggi (1970), Laterza, Roma-Bari 1987, p. 17: “Le nuove polis creavano i propri campioni [di pesi e misure] come simbolo della loro sovranità, mentre alle città conquistate la città vincitrice imponeva le proprie misure come simbolo del suo dominio”.

[70] Cfr. il Glossario dei principali termini usati in valutazione e gestione basata sui risultati redatto da un gruppo tecnico del “Working Party on Aid Evaluation” coordinato dalla Banca mondiale e dal Comitato aiuto allo sviluppo (DAC) dell’OCSE. Il Glossario è indirizzato alle attività di aiuto e cooperazione internazionale, ma significativamente viene proposto in sempre più occasioni anche come riferimento per le politiche della conoscenza, richiedendo che studiosi e scienziati aderiscano, nella loro attività scientifica e deontologica, a un sistema di definizioni sulla valutazione predisposto da banche e organismi di sviluppo economico.

[71] A. Desrosières, Sur l’histoire de la méthodologie statistique, cit., p. 2 (corsivo mio).

[72] N. Rose, Powers of Freedom, cit., p. 232.

[73] A. Desrosières, Les qualités des quantités, “Courrier des statistiques”, 105-106, 2003, pp. 51-63 e 53-54.

[74] Id., Est-il bon, est-il méchant? Le rôle du nombre dans le gouvernement de la cité néolibérale, “Nouvelles perspectives en sciences sociales”, 7, 2012, pp. 261-295. Sul problema dell’adeguatezza della misura nella valutazione cfr. C. La Rocca, Commisurare la ricerca. Piccola teleologia della neovalutazione, in questo fascicolo.

[75] A. Desrosières, La politique des grands nombres, cit., p. 303.

[76] M. Heidegger, Linguaggio tramandato e linguaggio tecnico, cit., p. 51.

[77] Cfr. N. Wiener, Cybernetics: or Control and Communication in the Animal and the Machine (1948), MIT Press, Cambridge (Mass.) 19612; e Id., Introduzione alla cibernetica (1950), Boringhieri, Torino 1966.

[78] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, cit., p. 120, citato in M. Heidegger, Linguaggio tramandato e linguaggio tecnico, cit., p. 53.

[79] C. Formenti, Il gran récit della rete, “aut aut”, 347, 2010, pp. 6-22, qui p. 12.

[80] M. Heidegger, Filosofia e cibernetica (1965), ETS, Pisa 1989, p. 34.

[81] T. Höhne, Evaluation als Wissens- und Machtform, cit., p. 8.

[82] CAF Università, cit. (corsivo mio).

[83] J.G. Ballard, Project for a Glossary of the Twentieth Century (1992), in J.G. Ballard, Shake (ReSearch 2), Milano 1994.

[84] L.A. Broadhead, S. Howard, “The Art of Punishing”: The Research Assessment Exercise and the Ritualisation of Power in Higher Education, “Education Policy Analysis Archives”, 6, 1998.

[Immagine: Charlie Brooker, Black Mirror, seconda serie, terzo episodio (The Waldo Moment) (gm)].

 

20 thoughts on “La valutazione come strumento di intelligence e tecnologia di governo

  1. Grazie per questa lettura provocatoria e in grado di fornire punti di vista alternativi e utilmente destrutturanti. Il tuo pezzo mi è stato segnalato oggi da una collega essenzialmente in quanto hai ritenuto di citare di sfuggita una iniziativa cui ho avuto modo di contribuire (nota 15), e confesso che quella citazione mi è parsa l’unico aspetto “debole” di una trattazione per ogni altro verso stimolante, ma capisco che probabilmente tornava utile non tanto la sua sostanza quanto il riferimento ad un’espressione utilizzata in maniera forse “colpevolmente innocente”.
    Tra gli aspetti che ho trovato di maggiore interesse, l’idea di stato valutativo mi pare completi utilmente come pars construens la constatazione dello smantellamento dello stato sociale come pars destruens e offra chiavi di lettura dei processi in corso altrimenti non così immediate e accessibili.
    Mi piacerebbe però un approfondimento sui diversi profili di ambivalenza trattati, poiché se è vero che ad es. l’autonomia esita in mercato deregolato, anche vero che nelle premesse si ricollega (ingannevolmente, d’accordo) ai principi di libertà di ricerca e insegnamento: come dunque salvare questi ultimi e consentir loro un’ortodosa affermazione se non evitando di farci rubare il significato “buono” delle parole, affermandone la proprietà collettiva e l’impossibilità di espropriale per fini perversi? Ma, appunto, come fare? Analogo discorso riguardo all’accountability della ricerca scientifica, da declinare rispetto al suo significato sociale e collettivo (specie nelle wet sciences come la biomedicina, dove è possibile prima di tutto grazie a risorse pubbliche – e quanto è importante non abbandonarla all’inziativa privata finalistica e interessata).
    Apprezzo infine (e probabilmente anche condivido) la tua provocazione che incita sul piano individuale a “un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé”, e tuttavia non posso evitare di chiedermi, se lo scopo non deve essere “di moralizzare condotte”, come ci si possa e debba allora regolare verso condotte estremamente comuni e francamente immorali quali il diffuso clientelismo e familismo irresponsabili, piuttosto che la cattiva condotta scientifica che costruisce carriere e successi su plagio, fabbricazione e falsificazione.
    Grazie in ogni caso per l’arricchimento che è possibile trarre da queste tue riflessioni.

  2. Grazie a Marco Cosentino per le osservazioni e lo stile con il quale va direttamente alle cose, cogliendo perfettamente l’assenza di quale che sia motivo di contrasto personale. Grazie davvero. Vengo subito ai punti.

    Capisco che il riferimento a un fatto così puntuale e limitato come quel ciclo di incontri possa apparire un po’ pretestuoso. In realtà è l’approccio genealogico al problema ad impormi una sorta di doppio registro tra discorso generale (per quel che mi riesce, magari anche filosofico) e attenzione ai dati, ai documenti, ai “fatti” anche di dettaglio, che sono spesso più rivelativi dei principi declamati. Come è evidente, il concetto di foucaultiano di governamentalità è centrale nella mia analisi della cultura della valutazione. L’annuncio degli incontri sotto quel titolo mi è sembrato molto significativo, tanto da spingermi a seguirne il ciclo su youtube. Quando ho sentito parlare di “cose ultime” e nella registrazione degli incontri ho visto che uno di essi aveva per protagonista addirittura un sacerdote in carne ed ossa (http://www.youtube.com/watch?v=42LmSBChhqE), ecco, pur nello sconforto, ero raggiante: quale immagine più plastica per la curvatura pastorale di cui, riprendendo Foucault, parlo nel mio saggio? Perché appunto, e vengo anche alle altre questioni, trova qui perfetta rappresentazione l’idea governamentale di un potere che abbandona la violenza classica del “diritto di spada”, della forza della legge che ha potere, per esercitarsi invece come “conduzione delle condotte”, mediante un continuum di apparati, le cui funzioni regolatrici non operano nel senso della repressione ma della cura (pastorale) e della promozione e dell’autopromozione. Contando immensamente sulla riproduzione inconsapevole e mimetica della nuova cultura.

    Sembra un’ovvietà, ma la libertà è veramente al centro della proposta del neoliberalismo. Si considera ancora troppo poco questo aspetto del potenziamento della libertà. Da parte dei critici del neoliberalismo, si pensa spesso come se i dispositivi di controllo agissero direttamente come annientamento della libertà e dunque quest’ultima fosse una semplice finzione. Ma non è così. Non è così semplice. Come hanno intuito in maniera decisiva Boltanski e Chiapello, la forza del capitalismo nella sua configurazione neoliberale consiste soprattutto nell’avere recepito e neutralizzato la cosiddetta “critica di artista” alle vecchie rigidità borghesi. La libertà e la creatività – fino alla sregolatezza e all’avventurosità – sono davvero caratteri fondanti della nuova cultura neoliberale: si pensi alla forza del celebre discorso di Steve Jobs a Stanford, un perfetto prodotto delle tecniche narrative dello storytelling aziendale, o alle teorie di Richard Florida sulla creative class. Teorie in verità fallimentari sotto il profilo della concreta tenuta politica eppure ancora oggi retoricamente efficaci e capaci di sviare più d’uno (per capire l’impronta chiaramente neoliberale basti pensare che la rappresentante italiana di spicco della scuola di Florida è Irene Tinagli). Entro un perimetro ben definito – quello della rigorosa non messa in discussione dei reali rapporti materiali di forza e dell’assunzione del capitalismo quale unico orizzonte possibile di organizzazione delle vite – il neoliberalismo offre il massimo della libertà possibile. Entro questi confini e con il compito preciso di rafforzarli si muove anche la nuova etica della professione centrata sull’individuo-impresa e sulla responsabilità personale. Il neoliberalismo come opzione anzitutto etica (“Economics are the method. The object is to change the soul” come diceva qualcuno) ritorna in mille forme, dalla cosiddetta cultura della accountability fino ai codici etici comparsi nei nostri atenei, che non esitano a esigere da docenti e ricercatori – pena sanzioni che adesso si vedono anche materialmente in opera – l’adesione a una mission aziendale dell’università rispetto alla quale l’esistenza di visioni culturali alternative semplicemente non è contemplata. Così p.e. si legge che “i membri dell’Università sono tenuti a mantenere una condotta rispettosa nei confronti delle decisioni accademiche di carattere organizzativo poste in essere ai fini dell’efficienza, equità, imparzialità e trasparenza dell’amministrazione universitaria”; “sono tenuti a rispettarne il buon nome e a non recare danno alla reputazione dell’istituzione”; sono tenuti a contribuire “alla valorizzazione del merito e all’incoraggiamento dell’aspirazione all’eccellenza”: tutte cose che a uno sguardo disattento possono sembrare innocue o anche ragionevoli, ma che in linea di principio limitano il diritto di critica, il diritto all’esercizio del pensiero (per esempio a una critica di principio a nozioni come “eccellenza” e “merito”) e rendono il semplice dissenso passibile appunto di una sanzione disciplinare, che diversamente da prima deve aver luogo ora con procedure codificate, volte ad accertare e a punire l’infrazione etica in modo imparziale (i.e. aproblematico, automatico, non eccezionale).

    L’etica è qui un’ossessione, ma un’ossessione rigorosamente fedele al paradigma che mette sul palcoscenico pubblico sempre solo soggetti privati, un quadro domestico dove il corrotto è colui che ci ha derubati di qualcosa, colui che in definitiva ha attentato alla nostra proprietà e non ha conservato la propria rettitudine. Questo vale anche per la rappresentazione enfatica del malcostume universitario. Tra logiche private dell’interesse e logiche private della virtù, “la corruzione è continuamente elevata ad argomento di dibattito pubblico, e, al tempo stesso, è neutralizzata nel suo significato politico, trasformandosi in una semplice ‘disfunzione’ del corretto funzionamento dei meccanismi di governo. E ciò avviene proprio perché la corruzione diventa questione di cui si nutre continuamente l’opinione pubblica. Il punto centrale è che la stessa opinione pubblica […] si costruisce all’interno di un paradigma ‘economico’: l’opinione pubblica si erge a tutela di una corretta amministrazione, del buon funzionamento della gestione delle risorse statuali, di valori come la probità e di tutta la serie delle virtù prescritte da una sobria etica lavorista” (così Giso Amendola. E vedi anche, da destra, ovvero da Grillo a Stella, tutti i discorsi sulla “casta”). Qui si aprirebbe un capitolo che ovviamente devo tralasciare sulla specifica sensibilità del neoliberalismo ai temi della corruzione, l’ossessione di misurare tramite batterie di indici “lo scambio occulto” (ne scrivo in un saggio in uscita tra breve sul concetto di trasparenza). Quel che è decisivo, in ogni caso, è l’istituzione di una complessiva “società di diritto privato”, indipendentemente dal fatto che abbia luogo o meno una privatizzazione nel senso del passaggio di proprietà (p.e. la proprietà dell’università) a soggetti privati.

    Ora, è precisamente in questo quadro che si inserisce il discorso sull’autonomia. Come fare a non farci “rubare il significato ‘buono’ delle parole, affermandone la proprietà collettiva e l’impossibilità di espropriale per fini perversi?” chiede Cosentino. Non lo so. Il primo passo però, penso, è la vigilanza. Quella per esempio che ai tempi della riforma Ruberti tentò di svolgere la lucidissima protesta del movimento studentesco della Pantera, abbandonata da una sinistra incapace di capire allora come adesso (finti tonti e tonti per davvero mischiati assieme) che la “autonomia” voluta da Ruberti-Berlinguer-Martinotti non aveva nulla in comune con gli “ordinamenti autonomi” garantiti all’università dalla costituzione antifascista se non l’equivoco linguistico, ed era invece soltanto la parola alternativa e palatabile per la “deregulation” neoliberale. La Pantera denunciò con inequivocabile chiarezza come l’autonomia statutaria fosse l’anticamera della privatizzazione. E di lì a poco fu ben chiaro a molti, lasciati ugualmente soli dalla sinistra e dall’accademia, quale sarebbe stata la strada. Basterebbe rileggere, tanto per fare un nome, un intervento di Francesco Pitocco sulla riforma Berlinguer. Ne riporto solo un passaggio: “In un recentissimo convegno organizzato dalla LUISS, intitolato, per l’appunto, ‘Università e alta formazione: autonomia al servizio dello sviluppo’ (la Confindustria non sente la contraddizione che separa “autonomia” e “servizio” all’impresa), il nostro ministro, si legge nei giornali, ha sentito il dovere di dichiarare che ‘la formazione si fa ovunque’, ciò che è ovvio, ma dovrebbe essere anche ovvio che la formazione universitaria si fa nell’università. Ma ciò che conta è che il presidente Fossa ne ha tratto la sua legittima conseguenza: egli chiede alla riforma dell’Università di ‘garantire le condizioni di un rapporto strutturale tra imprese e atenei’: ‘L’impresa, egli ha detto, deve candidarsi come luogo di formazione continua’, dove gli studenti possono acquisire crediti da far valere all’interno dell’università…”. Era il 1998. “Autonomia al servizio dello sviluppo”, “autonomia” e “servizio” all’impresa: a chi voleva vedere era tutto sufficientemente chiaro già allora, a chi non vuole vedere non lo è neppure oggi. E così incredibilmente c’è ancora qualcuno che quando sente parlare di autonomia dell’università, di società della conoscenza o di processo di Bologna rivendica che si tratta di cose buone, idee della sinistra, strumenti per una rottura dell’autoreferenzialità, delle torri d’avorio e delle baronie: idee tradite, semmai, ma forse neanche irreversibilmente, di cui dovremmo solo riappropriarci… E pretende che gli si dia ancora retta. Come se niente fosse stato.

  3. Carissima Valeria Pinto, leggo d’un fiato la tua lunga, ricca e articolata risposta e mi trovo se possibile ancor più in sintonia con le letture che proponi per i drammatici processi in corso. E ti sono pure grato della sincerità con la quale dichiari l’estrema difficoltà di individuare vie d’uscita praticabili qui e ora. “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. E magari nemmeno di codici etici e regolamenti vari, ma meno ancora di piccoli atti di eroismo quotidiano quali quelli dai quali difficilmente chi – seguendo la tua esortazione a star vigile – potrebbe poi astenersi, a prezzo altrimenti di scendere a compromessi inaccettabili prima di tutto con se stesso.
    Ora. è ben vero che la tua critica punta acutamente a individuare la patologia sistemica senza lasciarsi sviare da una singola pustola, che sembrerebbe in apparenza di poter forse facilmente curare (perdonami, i miei studi medici troppo spesso sembrano una vera e propria palla al piede – sempre meglio che una pietra al collo…), e tuttavia calandosi nel quotidiano, che strumenti ha quello stesso singolo individuo, opportunamente isolato dalla crisi di ideologie e idee, dallo stravolgimento sociale che frantuma legami e relazioni, dalla disponibilità di denominatori comuni del tutto evanescenti… che strumenti ha quel singolo, che sia docente, studente, impiegato o tecnico di laboratorio, per sparigliare le carte di un gioco truccato a favore del potere costituito? Fuor di metafora, lo studente che vede come regola la raccomandazione, il docente che osserva impotente la carriera e i successi anche piccoli ma continui di figli, coniugi e parentame vario, l’impiegato che coglie facilmente le logiche sottese a riorganizzazioni di uffici volte prima di tutto (non solo, certo, ma prima di tutto) a garantire determinate posizioni personali, … tutti questi che strumenti hanno per quanto meno difendersi, se non proprio riaffermare diritto giustizia e equità? E magari anche un po’ di solidale coesione? Dico, quali opzioni, tolta quella di finire pure loro nel calendario di Grillo dei santi laici?
    Ora, lungi da me sostenere che i codici etici siano una cura: lo sono quanto l’aspirina per il cancro. E pure esistono studi che sostengono che il consumo regolare di aspirina riduca il rischio di tumori, e soprattutto la sua azione analgesica e antiinfiammatoria almeno un poco aiuta a ridurre il dolore. Di nuovo, fuori di metafora, qui si tratta forse ancora una volta di disquisire se venga prima l’uovo o la gallina (se venga prima la crisi etica e morale funzionale alla valutazione/valorizzazione economico-finanziaria della società, o al contrario sia quest’ultima a forzarla per affermarsi).
    Alla fine, resta sempre la domanda solita “che fare?”, e l’enfasi sull’etica (che non c’è) – un po’ come le vitamine nel malato terminale – forse davvero serve solo a prolungare l’agonia. Ma se questa fosse la conclusione, sarebbe allora anche vero che l’unica prospettiva è prima o dopo rovesciare tutto il tavolo da gioco, vista l’impossibilità di sparigliare le carte. A meno che anche questa non sia un’opzione verso la quale veniamo culturalmente condizionati, in modo da faticare a vedere altre soluzioni non necessariamente autolesioniste. E per questo analisi come la tua sono senza dubbio essenziali.

  4. Articolo molto interessante.
    Tuttavia, credo che l’autrice cada in un equivoco, di identificare la valutazione con il meccanismo attuale di valutazione.
    Non dispongo di uno sguardo complessivo, ma tenterò di argomentare la mia opinione dal mio punto di vista particolare di docente universitario in discipline sperimentali.
    In questo settore, la valutazione è sempre esistita. Ogni manoscritto sottoposto a tutti i giornali scientifici che godano di una fama internazionale, viene sottoposto a una “peer review”, cioè ad una valutazione da parte dei tuoi pari, cioè delle persone competenti nel tuo campo e che quindi svolgono ricerche in campi attigui ai tuoi, utilizzando sostanzialmente procedure analoghe alle tue.
    Non solo, esistono gli incontri scientifici in cui si presentano gli aspetti più aggiornati delle proprie ricerche, e così ci si sottopone alla valutazione dei tuoi colleghi perfino in tempo reale, evitando così la possibilità di barare.
    Il campo della ricerca scientifica è sempre stato terribilmente competitivo, arrivare a dei risultati scientificamente significativi prima dei tuoi colleghi in tutto il mondo.
    Sarebbe quindi un errore pensare alla valutazione come ad una novità dei nostri giorni.
    Tuttavia, è purtroppo vero che qualcosa di nuovo è avvenuto in campo accademico.
    Lo riassumerò con l’espressione “burocratizzazione della valutazione”.
    Oggi, come noto, esiste un organismo apposito per la valutazione, di nomina politica, chiamato ANVUR. Questo organismo, che designa a sua volta commissioni settoriali, stabilisce i criteri di valutazione che sono criteri quantitativi.
    Oggi, un docente di successo è colui che persegue l’obiettivo di massimizzare punteggi stabiliti da questi organismi politici, colui che fiuta quali siano i settori di sviluppo che l’Europa propone (ubbidendo in verità a sua volta alle richieste dei settori produttivi), fa pubbliche relazioni sia all’interno del proprio settore di attività, sia in ambienti amministrativo-politici, è insomma da tutti i punti di vista un manger della ricerca.
    Ciò che quindi è in gran parte già successo, anche se il processo va ancora avanti, è la distruzione dello scienziato, di quella figura così bene impersonata nella nostra immaginazione da Marie Curie, della valorizzazione del talento e del genio, a favore di chi ha doti organizzative e magari non disprezza un comportamento collusivo con chi tramite comportamenti non integerrimi gli possa assicurare ciò che è funzionale al successo in questo tipo burocratico di valutazione.
    A scanso di equivoci, non sto affermando certo che prima tutto fosse chiaro e cristallino, da sempre i mezzi finanziari vengono allocati secondo criteri e procedure discutibili. Ciò che però cambia è che anche soltanto in via teorica, si sostiene che esista un criterio a cui si attribuisce caratteri di oggettività (malgrado il suo evidente carattere discrezionale), e che si definisca la proprietà di “eccellenza” per cui si sostiene che le risorse vadano concentrate in pochi laboratori qualificando come dispersione la concessione di una certa quantità di finanziamenti a tutti coloro che per loro stesso ruolo istituzionale hanno il compito di svolgere ricerca scientifica.
    Delle due l’una: o costoro non vengono riconosciuti adeguati a svolgere attività scientifica, ed allora non ha neanche senso stipendiarli, vanno semplicemente licenziati, oppure si deve dare loro la possibilità di adempiere ai loro doveri istituzionali fornendomi una soglia minima di risorse finanziarie.
    Riassumendo, non è che nel settore che conosco noi non si fosse valutati se non altro dai propri colleghi, qualcuno veniva chiamato a tenere una conferenza, altri no, il punto è che la valutazione è divenuta un’operazione burocratica che richiede competenze distanti da quelle che tradizionalmente vengono attribuite ad un docente universitario, e quindi in definitiva ciò che muore è la stessa istituzione universitaria, quel lontano progetto nato quasi un millennio fa muore nella idiozia ddella società di mercato, quella che utilizza criteri economici in tutti gli ambiti sociali, nessuno escluso.

    Due parole vorrei aggiungere a proposito del successivo intervento della stessa Pinto.
    Pur comprendendo il senso in cui lei usa il temrine libertà quando dice che effettivamente il liberalismo ricerca il massimo di libertà possibile in certi confini che esso stesso ha delineato, io sono politicamente contrario a concenderlo. La cultura viaggia con le parole, e io non voglio proprio concedere che un termine così complesso e multisemantico come libertà possa essere sfruttato dall’ideologia liberale.
    Rimango dell’opinione che il termine libertà sia inutilizzabile in ambito politico per la sua ambiguità (quanti libri sono stati scritti su questo termine senza che si riesca a mettersi davvero d’accordo su uno specifico significato), e difatti io sostengo che in ambito politico si faccia solo la retorica della libertà.

  5. Non credo di cadere in un equivoco. L’equivoco se c’è, e per chi vi cade, è dovuto (come in realtà ho accennato nel saggio) a una più o meno programmatica trasmutazione delle parole, prima fra tutte ovviamente “valutazione”, ma lo stesso vale per “qualità”, “responsabilità”, “autonomia”, ecc., che ha luogo nella neo-lingua della valutazione. Albert Ogien chiama depossession questo sistematico rovesciamento demagogico del senso tradizionalmente attribuito alle parole, indicando un terreno di battaglia politica proprio nel riprenderne possesso: “renderci consapevoli di ciò che noi vogliamo dire significa anche renderci consapevoli di chi noi siamo”. Ma diciamo che in equivoci di questo genere incappa chi solo tangenzialmente si interessa alla valutazione, non (auspicabilmente!) chi ne ha fatto oggetto di studio. Certo, gli equivoci sono sempre in agguato e possibili, ma imputarmene uno così…

    Anche per la sede dove originariamente compare, in questo articolo davo in qualche modo per scontata la distinzione tra la valutazione come giudizio (la valutazione, come dice Cucinotta, “sempre esistita”) e la tecno- o neo-valutazione (ma non parlerei di “burocratizzazione”, perché la tradizionale immagine della gabbia di acciaio appartiene più al secolo passato e non rende conto del controllo cibernetico-governamentale in atto e a venire). Altrove – nel libro “Valutare e punire” e in altri saggi – ne ho scritto un po’. Il tedesco consente una differenziazione forse più facile, per quanto neppure qui la distinzione linguistica sia alla fine puntuale e rigorosa, tra Bewertung (la valutazione in senso ampio o generico) e la Evaluation (su conio francese, la valutazione scientificamente, ingegneristicamente, costruita). Ma la mancanza di distinzione comincia ad essere sempre più “accademica”, perché sempre più anche il giudizio immediato personale è oggi mediato dalle forme tecnico-ingegneristiche di “giudizio” della (neo)valutazione.

    In generale, va da sé che l’esercizio di un sapere, tanto più se si tratta di un sapere divenuto disciplina scientifica istituzionalmente riconosciuta, include sempre un momento riflessivo, una presa di coscienza interna alla propria prassi e spesso difficilmente distinguibile da questa. Una comunità scientifica – di qualunque tipo di “scienza” si tratti – valuta costantemente i contributi prodotti al proprio interno, in base ai metodi, le regole, le disposizioni che definiscono il suo specifico campo del sapere, apprezzando e promuovendo o, al contrario, sanzionando e respingendo comportamenti e persone il cui habitus risulti conforme o difforme. Tuttavia – come osserva Pierre Bourdieu richiamando Michel Polanyi – “i criteri di valutazione dei lavori scientifici non possono essere completamente esplicitati. C’è sempre una dimensione implicita, tacita, una saggezza convenzionale all’opera nella valutazione dei lavori scientifici. Questa padronanza pratica è una sorta di connoisseurship, che può essere comunicata solo attraverso l’esempio e non per via di precetti (contro la metodologia) e non è troppo diversa dall’arte di scovare un buon quadro, o di indicarne l’epoca e l’autore, senza essere in grado di articolare i criteri impiegati”. Questo momento riflessivo di valutazione e/o validazione di conoscenze e scoperte, e di loro comunicazione e trasmissione, gioca un ruolo cruciale nella conservazione e nell’avanzamento di un sapere o di una disciplina, tanto più in quei campi del sapere dove quest’ultimo è concepito come attività condivisa cumulativa e progressiva (ciò che non riguarda tutti i campi del sapere: per intenderci, la fisica probabilmente sì, la filosofia non necessariamente. Devo per forza di cose lasciare da parte qui il discorso sulla specificità del sapere filosofico, pure per me di assoluta rilevanza). Rimarcare, ora, il carattere tacito o implicito di questo momento riflessivo non significa, di per sé, sostenere l’ineffabilità dell’esperienza vissuta della scienza e del sapere o l’inoggettivabilità di principio delle regole di verifica, di accertamento e di esame. Significa però almeno evitare, come dice Bourdieu, “di ridurre le pratiche all’idea che ci se ne fa quando non se ne ha esperienza se non logica”: lo “scholastic bias” di quella “epistemologia logicista” che “promuove a verità della pratica scientifica una norma di tale pratica ricavata ex post dalla pratica scientifica compiuta”, ignorando la reale non univocità che presiede al suo compimento. (Mi scuso per il taglia&incolla da qualche altro saggio, ma così si fa prima).

    La valutazione di cui lei parla, prof. Cucinotta, è quindi questa e, è vero, essa non ha in linea di principio niente in comune con la nuova valutazione. Ma le due interagiscono, perché anche la prima è in certa misura (non stiamo a discutere quanto) un prodotto sociale e culturale. Già solo su quest’ultimo aspetto, senza dunque neppure aprire il capitolo sulla valutazione nel senso della Evaluation, le cose da dire sarebbero tantissime: la bibliografia non a caso è sterminata, si va dall’epistemologia alla filosofia e sociologia della scienza. Per fare solo un nome tra i tantissimi del panorama attuale, semmai fosse seriamente interessato all’argomento, un classico ormai è “Epistemic Cultures: How the Sciences Make Knowledge” di Karin Knorr Cetina. Se poi vuole anche divertirsi, le segnalo questo di Nigel Gilbert e Michael Mulkay: “Opening Pandora’s Box. A sociological analysis of scientists’ discourse”. Non cito i lavori di Bruno Latour, Harry Collins, Tony Becher, Barry Barnes, David Bloor, Steve Woolgar… su google trova riferimenti in abbondanza.

    Quando poi si va ad aprire il capitolo sulla Evaluation e si fa entrare in gioco la teoria dell’organizzazione, che nasce precisamente con l’intento di sostituire la razionalità d’impresa al mestiere (inteso come il complesso di conoscenze produttive generate dall’esperienza e trasmesse dalla tradizione), tutto si complica enormemente. La “scienza” gestionale (management e knowledge management: e va sempre rimarcato che le teorie dell’organizzazione sono per definizione teorie della conoscenza, teorie del lavoro intellettuale) mira idealmente a portare a visibilità, a compiuta trasparenza, ogni fase, ogni punto dell’attività, per definire i tempi ideali delle operazioni, la loro migliore successione, ridurre le inerzie, cancellare ogni elemento di disturbo ossia tutto quanto ostacola e rallenta la trasformazione. Applicarla alla scienza e alla conoscenza ha effetti decisivi. L’equivoco di partenza consiste nel credere che, essendo la scienza un’attività razionale, non dovrebbe esistere materia più docile a lasciarsi razionalizzare: le dovrebbe essere naturale o almeno certo non snaturante come nel caso invece del fare artistico. Invece il senso del lavoro scientifico ne viene interamente stravolto. Ma qui mi fermo, perché in fondo ne tratta il saggio.

    Leggendolo, un vecchio amico mi ha preso simpaticamente in giro: “Bello, ma… 84 note!” ha esclamato. “Mica sei una dottoranda!”. Ho provato a dire che il montaggio di citazioni è un po’ un mio stile, dovuto anche probabilmente al fatto che, per miei limiti, non ho proprio il gusto della scrittura; e che poi su questo tema, su cui il dibattito italiano è evidentemente ancora agli inizi, era sempre bene fornire un po’ di riferimenti… Ora vedo che non sarebbe stato male raggiungere quota 85.

    (Sulla libertà… Qui non basta una nota. In effetti, non so nemmeno se esiste).

  6. Invio nuovamente un commento che non mi compare neanche in lista d’attesa.

    Cara Valeria Pinto,
    grazie della sua cortese risposta.
    Pur rendendomi pienamente conto che su molti aspetti siamo d’accordo, mi pare più proficuo occuparmi degli aspetti su cui invece registriamo una dissonanza di opinioni.
    Solo pochi punti.

    Un primo riguarda la battaglia culturale su cui conveniamo rappresentata dall’uso delle parole e dalla loro forzatura semantica. Mi chiedo semplicemente perchè lei rifiuta di combatterla. Io l’ho sollevato a proposito di libertà, un caso disperato me ne rendo conto, ma tanto più si potrebbe combattere una battaglia simile e probabilmente con maggiori prospettive di successo sullo stesso termine “valutazione”, ma un esame attento del testo potrebbe suggerire altre battaglie. Se insomma chi ha le armi per combatterla si ritrae, chi rimarrà a combatterla? Immagino che sia lei ad avere scelto il titolo dell’articolo: perchè dunque accetta l’uso disinvolto scelto da chi porta avanti un processo che lei non condivide?

    Un secondo punto riguarda specificamente l’espressione che ho usato di “burocratizzazione della valutazione”. Innazitutto, mi scuso della mia carenza di perspicacia, ma non vedo l’attinenza tra “burocratizzazione” e “gabbia di acciaio”. Le sarei grato se magari spendesse qualche parola in proposito. A parte questa immagine che lei evoca, rimango dell’opinione che l’espressione che ho usato sia del tutto idonea. Che il processo di pseudo-valutazione sia di natura burocratica, è un fatto. Come dovremmo definire una procedura di definizione dei criteri e del meccanismo complessivo che dura per anni prima di assumere un assetto finale, ed anche allora mostra delle evidenti incongruenze? Magari ci potremmo chiedere se questa caratteristica sia intrinseca al processo che si vuole ottenere, o si tratti soltanto di un difetto del sistema. Io credo che sia intrinseco al sistema, perchè anche il piano più raffinato finisce sempre per camminare su gambe assai scadenti ed approssimative. Ciò che conta non è in effetti il risultato, ma l’ideologia sottostante, che si affermi un criterio che comunque deve adeguarsi al costume dominante, l’importante è eliminare le casematte di resistenza o anche solo di eccezione, l’importante è che il criterio economico si affermi come principio, che poi davvero consegua un risultato economico è del tutto secondario.
    Lo stesso Orwell in “1984” vede il grande fratello come un sistema che utilizza anche elementi francamente modesti, inadeguati e sicuramente burocratici.

    Il terzo punto è di carattere più generale, ed è la forma mentis dello specialista. Lei che è una studiosa di questi fenomeni finisce per dare del suo oggetto di studio un’immagine di estrema complessità, suggerendo letture di volumi su volumi, una bibliografia sconfinata. Eppure, la conoscenza apporfondita di un determinato argomento dovrebbe al contrario servire a semplificarne l’immagine, non a complicarla.
    Credo che anche questo sia un elemento ideologico, lo specialismo che rischia continuamente di perdere il quadro d’assieme man mano che riesce a scorgere i più piccoli dettagli.
    Mi permetta di fare un piccolo riferimento di carattere autobiografico. Ho scritto un libro che tenta di legare assieme la filosofia con l’antropologia, la politica, l’economia. Ebbene, la reazione dei lettori, anche di quelli delle case editrici, era di perplessità perchè un libro così oggi proprio non esiste più.
    Di recente, ho iniziato a leggere “Il leviatano” di Hobbes, ho letto Spinoza, e ho potuto constatare che una volta questo tenere assieme argomenti così disparati era la regola. E’ proprio della nostra epoca di identificare il saggio solo in un ambito specifico. Ora, seppure io mi renda conto che la cultura si è tanto estesa anche dal punto di vista strettamente volumetrico che sarebbe impossibile per chiunque riuscire ad approfondire più di un ristretto campo disciplinare, mi chiedo come sia possibile dire cose davvero utili ed interessanti se manca il quadro d’assieme.

    Spero che mi scuserà per la franchezza con cui mi rivolgo a lei, ma lo consideri un attestato di stima (che interesse avrebbe confrontarmi con chi non stimo?)

  7. @ Vincenzo Cucinotta

    Il suo commento era finito per errore nello spam. Lo abbiamo recuperato. Grazie per la segnalazione.

  8. Un sentito ringraziamento alla prof. Pinto per questo articolo di straordinaria complessità e di superiore pregnanza filosofica: un contributo che è molto più di una puntualizzazione, ma ricava, da una situazione di fatto, una profondissima riflessione sull’oggi, e sull’immiserimento dei Contenuti a tutto vantaggio della Forma. Non altrimenti si può riassumere quanto è quotidiano ormai in ogni ufficio, o istituzione, o accademia: la debilitazione dei soggetti attivi, sottomessi all’adempimento di procedure “derivate” – descrizioni da redigere in assenza dell’oggetto da descrivere, pronosticazioni di effetti senza causa, forme coattive di autodisciplina (e reazioni uguali e contrarie in termini di indisciplina) – e asserviti a un modello economico che garantisce unicamente la sopravvivenza di se stesso tramite la riproduzione delle sue cellule.

  9. Confesso che non mi sembrerebbe avere molto senso impiegare energie per ristabilire una presunta purezza terminologica, quando a tutti i livelli – dal linguaggio colloquiale ai documenti ufficiali, non solo Anvur e Miur, ma Università e Dipartimenti, Consulte, Società scientifiche, Apelli pro e contro, poi tutta la letteratura sul tema nazionale e internazionale – e non dall’altro ieri ma da decenni si adopera il termine “valutazione” (anzi, perfino là dove una distinzione terminologica è presente naturalmente e non per effetto di una battaglia, come in Germania, come le dicevo alla fine non la si rispetta). Rischio di apparire in contraddizione con una distinzione (tra “giudizio” e “valutazione” per intenderci) che io stesso pratico, ma non credo molto a queste operazioni linguistiche di principio, perché come si sa le parole non sono mai pure e univoche e sono invece piene di risonanze e zone d’ombra. Altra cosa certo è un lavoro che, non affidandosi ingenuamente al senso comune e all’uso corrente, prova ad accompagnare in modo consapevole il movimento dei termini, per guadagnarne una comprensione dal di dentro. In un lavoro così potrebbe persino capitare di scoprire che l’uso attuale del termine valutazione (strumento di simulazione e istituzione di un mercato o quasi-mercato) è più prossimo di quanto non si crederebbe al significato che questa espressione ha avuto per lungo tempo (cfr. il Tommaseo: “Valutare non ha senso traslato, se non per uso corrotto o barbaro: nel proprio, indica la determinazione d’un valore da potersi o doversi pagare in
    moneta. Si valuta per pagare, per vendere, per computare, per raffrontar insomma
    il valore della cosa a una somma di danaro.”). Ma soprattutto sono scettica su queste operazioni linguistiche di principio, perché come le dicevo anche proprio al livello del mondo della vita “giudizio” (anche personale) e “valutazione” (presuntamente oggettiva) sono oramai ampiamente intrecciati: le attuali forme di giudizio – anche al di là dell’ambito scientifico e accademico – sono ampiamente condizionate da forme diffuse, anche se non sempre immediatamente riconoscibili, di tecno-valutazione, sicché oggi sempre più la forma naturale di validazione sociale è la tecno-valutazione. Per capirci, se lei volesse farsi un’idea di chi sono io facendo per prima cosa, come oggi spessissimo accade, una ricerca su google sul mio nome, le notizie che ne ricaverebbe e l’immagine che queste comporrebbero sarebbero il risultato di una valutazione tecnica: quella compiuta dagli algoritmi di google nel selezionare e gerarchizzare le informazioni su di me…

    Per quanto riguarda la “gabbia di acciaio”, questa è un’espressione di Max Weber, ormai stabilmente adoperata anche nel linguaggio corrente della politica per indicare la rigida macchina burocratica dello stato così come si è sviluppata dall’ottocento in poi. Non sostengo ovviamente che le attuali forme di controllo abbiano soppiantato il vecchio “controllo di legittimità” burocratico, ma in generale penso – genealogicamente – che sia più interessante rintracciare le discontinuità, le differenze. Se metto al centro la nozione di “evaluative state” è perché penso che sia in corso una consistente mutazione di fisionomia. La società dei controlli non estingue la società disciplinare e punitiva, nulla vieta che le pratiche repressive possano addirittura essere più invasive; non di meno la nostra società si regge su diverse “tecnologie di governo” ( tra cui appunto, penso, la valutazione).

    Sul terzo punto di carattere generale abbiamo visioni difficilmente conciliabili. Direi anzi proprio contrastanti. Io penso infatti che la forma critica del pensiero non debba mai semplificare. La semplificazione è ufficio della comunicazione. Il pensiero deve invece complicare, a costo anche di perdere immediata chiarezza e pulizia. Se parlo contro la valutazione, anzi, in molta parte è proprio a salvaguardia di un certo stile di pensiero – parlo qui di cose filosofiche – resistente e idiosincratico, che ha trovato la sua ultima oggettivazione nella “forma del saggio” in senso adorniano o benjaminiano. Rendere tutto scorrevole e ben connesso, compatto, netto, conseguente, organizzato, significa disinnescare il negativo del pensiero. Adorno, che aveva modi un po’ scostanti, lo descrive come un “consegnare il pensiero a quell’intelletto zelante che fa da celerino a servizio della stupidità contro lo spirito […] Tutto è molto più semplice, si dice. Su chi, invece di accettare e catalogare, interpreta, viene appuntala la macula lutea che deve indicare chi con la sua impotente e degenerata intelligenza va a caccia di farfalle e si mette a implicare la dove non c’è nulla da esplicare.” Ora la cosa più interessante, ciò che rende fin troppo aderente alla condizione presente il discorso di Adorno – allegramente rimosso negli ultimi decenni – è la convergenza, sotto più di un riguardo, tra l’idea della conoscenza e del sapere promossa dagli “intellettuali mediatici” (i quali hanno soppiantato ormai la figura dell’“intellettuale generale”) e i “vigilantes” della scienza (anvuriani, filoanvuriani, e i vari “intellettuali esperti”) a danno precisamente “dell’intellettuale di professione”. Ciò che pur nell’impressionante convergenza di temi distingue l’attuale discorso sul sapere scientifico rispetto a quello di primo novecento (anzitutto in Germania) tra i sostenitori della “scienza come professione” e i fautori invece di una “nuova scienza” non irrigidita negli specialismi, antiaccademica, amatoriale in senso alto (quando non “gaia”), è proprio anche la scena da “delitto perfetto” che vede creativi antiaccademici (cfr la mia risposta a Marco Cosentino) e contractors della nuova accademia darsi manforte a vicenda nello sgombrare il campo dall’intellettuale di professione (messo in effetti assai male e dunque docile a dare una mano ai suoi liquidatori): gli uni e gli altri a servizio più o meno consapevole delle nuove forme di dominazione, che trovano nella conoscenza assunta come expertise e informazione (informazione competente) la comune integrazione al circuito innovazione/comunicazione/valorizzazione (cfr anche la nota 29 del saggio). In questo nuovo frame, il linguaggio, le movenze, la postura dell’intellettuale di professione, il lavoro silenzioso e per lo più invisibile che li sostanzia, devono apparire come uno specialismo oziososamente conservatore, tutt’al più apprezzabile quando serva ad altri ad evitare di leggere libri su libri, provvedendoli di qualche formula felice da spendere all’occasione.
    Sul crescente fastidio per le abitudini poco smart di chi non vuole andare dritto al sodo, come chiede la gente, si può leggere ancora quell’uomo francamente antipatico che era Theodor Adorno. “Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano”, scriveva. “Il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. La sciatteria di chi nuota secondo la corrente familiare del discorso passa per un segno di affinità e contatto: si sa quel che si vuole perché si sa quel che l’altro vuole. Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. L’espressione generica consente all’ascoltatore d’intendere a un dipresso quel che preferisce e che pensa già per conto suo. […] L’espressione rigorosa strappa un’accezione univoca, impone lo sforzo del concetto, a cui gli uomini vengono espressamente disabituati, e richiede da loro, prima di ogni contenuto, una sospensione dei giudizi correnti, e quindi il coraggio di isolarsi, a cui resistono accanitamente. Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare. Nulla contribuisce altrettanto alla demoralizzazione degli intellettuali. Chi vuole sottrarsi a questa demoralizzazione, deve respingere ogni consiglio a tener conto della comunicazione, come un tradimento all’oggetto della comunicazione”.

  10. Confesso che non mi sembrerebbe avere molto senso impiegare energie per ristabilire una presunta purezza terminologica, quando a tutti i livelli – dal linguaggio colloquiale ai documenti ufficiali, non solo Anvur e Miur, ma Università e Dipartimenti, Consulte, Società scientifiche, Apelli pro e contro, poi tutta la letteratura sul tema nazionale e internazionale – e non dall’altro ieri ma da decenni si adopera il termine “valutazione” (anzi, perfino là dove una distinzione terminologica è presente naturalmente e non per effetto di una battaglia, come in Germania, come le dicevo alla fine non la si rispetta). Rischio di apparire in contraddizione con una distinzione (tra “giudizio” e “valutazione” per intenderci) che io stesso pratico, ma non credo molto a queste operazioni linguistiche di principio, perché come si sa le parole non sono mai pure e univoche e sono invece piene di risonanze e zone d’ombra. Altra cosa certo è un lavoro che, non affidandosi ingenuamente al senso comune e all’uso corrente, prova ad accompagnare in modo consapevole il movimento dei termini, per guadagnarne una comprensione dal di dentro. In un lavoro così potrebbe persino capitare di scoprire che l’uso attuale del termine valutazione (strumento di simulazione e istituzione di un mercato o quasi-mercato) è più prossimo di quanto non si crederebbe al significato che questa espressione ha avuto per lungo tempo (cfr. il Tommaseo: “Valutare non ha senso traslato, se non per uso corrotto o barbaro: nel proprio, indica la determinazione d’un valore da potersi o doversi pagare in
    moneta. Si valuta per pagare, per vendere, per computare, per raffrontar insomma
    il valore della cosa a una somma di danaro.”). Ma soprattutto sono scettica su queste operazioni linguistiche di principio, perché come le dicevo anche proprio al livello del mondo della vita “giudizio” (anche personale) e “valutazione” (presuntamente oggettiva) sono oramai ampiamente intrecciati: le attuali forme di giudizio – anche al di là dell’ambito scientifico e accademico – sono ampiamente condizionate da forme diffuse, anche se non sempre immediatamente riconoscibili, di tecno-valutazione, sicché oggi sempre più la forma naturale di validazione sociale è la tecno-valutazione. Per capirci, se lei volesse farsi un’idea di chi sono io facendo per prima cosa, come oggi spessissimo accade, una ricerca su google sul mio nome, le notizie che ne ricaverebbe e l’immagine che queste comporrebbero sarebbero il risultato di una valutazione tecnica: quella compiuta dagli algoritmi di google nel selezionare e gerarchizzare le informazioni su di me…

    Per quanto riguarda la “gabbia di acciaio”, questa è un’espressione di Max Weber, ormai stabilmente adoperata anche nel linguaggio corrente della politica per indicare la rigida macchina burocratica dello stato così come si è sviluppata dall’ottocento in poi. Non sostengo ovviamente che le attuali forme di controllo abbiano soppiantato il vecchio “controllo di legittimità” burocratico, ma in generale penso – genealogicamente – che sia più interessante rintracciare le discontinuità, le differenze. Se metto al centro la nozione di “evaluative state” è perché penso che sia in corso una consistente mutazione di fisionomia La società dei controlli non estingue la società disciplinare e punitiva, nulla vieta che le pratiche repressive possano addirittura essere più invasive; non di meno la nostra società si regge su diverse “tecnologie di governo” ( tra cui appunto, penso, la valutazione)

    Sul terzo punto di carattere generale abbiamo visioni difficilmente conciliabili. Direi anzi proprio contrastanti. Io penso infatti che la forma critica del pensiero non debba mai semplificare. La semplificazione è ufficio della comunicazione. Il pensiero deve invece complicare, a costo anche di perdere immediata chiarezza e pulizia. Se parlo contro la valutazione, anzi, in molta parte è proprio a salvaguardia di un certo stile di pensiero – parlo qui di cose filosofiche – resistente e idiosincratico, che ha trovato la sua ultima oggettivazione nella “forma del saggio” in senso adorniano o benjaminiano. Rendere tutto scorrevole e ben connesso, compatto, netto, conseguente, organizzato, significa disinnescare il negativo del pensiero. Adorno, che aveva modi un po’ scostanti, lo descrive come un “consegnare il pensiero a quell’intelletto zelante che fa da celerino a servizio della stupidità contro lo spirito […] Tutto è molto più semplice, si dice. Su chi, invece di accettare e catalogare, interpreta, viene appuntala la macula lutea che deve indicare chi con la sua impotente e degenerata intelligenza va a caccia di farfalle e si mette a implicare la dove non c’è nulla da esplicare.” Ora la cosa più interessante, ciò che rende fin troppo aderente alla condizione presente il discorso di Adorno – allegramente rimosso negli ultimi decenni – è la convergenza, sotto più di un riguardo, tra l’idea della conoscenza e del sapere promossa dagli “intellettuali mediatici” (i quali hanno soppiantato ormai la figura dell’“intellettuale generale”) e i “vigilantes” della scienza (anvuriani, filoanvuriani, e i vari “intellettuali esperti”) a danno precisamente “dell’intellettuale di professione”. Ciò che pur nell’impressionante convergenza di temi distingue l’attuale discorso sul sapere scientifico rispetto a quello di primo novecento (anzitutto in Germania) tra i sostenitori della “scienza come professione” e i fautori invece di una “nuova scienza” non irrigidita negli specialismi, antiaccademica, amatoriale in senso alto (quando non “gaia”), è proprio anche la scena da “delitto perfetto” che vede creativi antiaccademici (cfr la mia risposta a Marco Cosentino) e contractors della nuova accademia darsi manforte a vicenda nello sgombrare il campo dall’intellettuale di professione (messo in effetti assai male e dunque docile a dare una mano ai suoi liquidatori): gli uni e gli altri a servizio più o meno consapevole delle nuove forme di dominazione, che trovano nella conoscenza assunta come expertise e informazione (informazione competente) la comune integrazione al circuito innovazione/comunicazione/valorizzazione (cfr anche la nota 29 del saggio). In questo nuovo frame, il linguaggio, le movenze, la postura dell’intellettuale di professione, il lavoro silenzioso e per lo più invisibile che li sostanzia, devono apparire come uno specialismo oziososamente conservatore, tutt’al più apprezzabile quando serva ad altri ad evitare di leggere libri su libri, provvedendoli di qualche formula felice da spendere all’occasione.

    Sul crescente fastidio per le abitudini poco smart di chi non vuole andare dritto al sodo, come chiede la gente, si può leggere ancora quell’uomo francamente antipatico che era Theodor Adorno. “Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano”, scriveva. “Il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. La sciatteria di chi nuota secondo la corrente familiare del discorso passa per un segno di affinità e contatto: si sa quel che si vuole perché si sa quel che l’altro vuole. Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. L’espressione generica consente all’ascoltatore d’intendere a un dipresso quel che preferisce e che pensa già per conto suo. […] L’espressione rigorosa strappa un’accezione univoca, impone lo sforzo del concetto, a cui gli uomini vengono espressamente disabituati, e richiede da loro, prima di ogni contenuto, una sospensione dei giudizi correnti, e quindi il coraggio di isolarsi, a cui resistono accanitamente. Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare. Nulla contribuisce altrettanto alla demoralizzazione degli intellettuali. Chi vuoi sottrarsi a questa demoralizzazione, deve respingere ogni consiglio a tener conto della comunicazione, come un tradimento all’oggetto della comunicazione”.

  11. Ringrazio “un lettore” per il giudizio generoso. Mi sa che anche la mia replica inviata qualche ora fa è finita nello spam.

  12. Cara Valeria Pinto,
    mi permetta un’ulteriore replica.
    Sul primo punto, mi scusi se sintetizzo a mio modo, ma mi pare di capire che lei crede che la potenza dell’avversario sia tale che la battaglia sull’uso e sul valore semantico dei termini sia persa, e come si sa, le battaglie perse non vanno combattute. In sostanza, mi pare di capire che a lei interessa fare l’analisi ex-post dell’uso dei termini, le piace fare la storica dei significati. Eppure, dato il ruolo centrale del linguaggio nella cultura, questa è la battaglia culturale per antonomasia.
    Bene, rispetto la sua scelta, ma a questo punto dovremmo concludere che a lei le battaglie culturali non interessano, che preferisce stare alla finestra dimostrando di scorgere le cose più oltre di dove le scorgono gli altri.

    Sul secondo punto, a me interessava chiarire un punto, che questa che lei chiama tecnovalutazione non è efficiente, è tipicamente inefficiente, mentre questo prefisso tecno- può indurre a considerarlo come qualcosa di efficiente: ero appunto curioso sulla sua opinione in proposito.

    Ma andiamo al terzo punto, quello che trovo più importante.
    Qui, davvero, temo che non ci capiamo. Lei mi pare usi il termine “semplificare” come se fosse sinonimo di “banalizzare”. Non mi rimane che approfondire il significato del termine “semplificare”.
    Prendo un esempio tratto dalle scienze sperimentali.
    Se lei assiste alla caduta di oggetti differenti, non osserva alcuna regolarità in questi processi. Se l’oggetto è denso come potrebbe essere il classico piombino, esso cade ben più velocemente di una piuma. la piuma volteggia nell’aria abbassandosi gradualmente. Prima di Newton, si supponeva che questi fenomeni non mostrassero regolarità alcuna. Il genio di newton è consistito nello scrivere una legge che era in grado di descrivere tutti i fenomeni, un’unica legge che descriveva ciò che agli occhi dei suoi predecessori non suggeriva regolarità alcuna. Newton, e di questo gli siamo grati, ha semplificato la descrizione della realtà. C’ha detto che le differenze di comportamento del piombino e della piuma erano indotte da una causa aggiuntiva, la resistenza del mezzo in cui il moto avveniva. Se aspiriamo l’aria da un recipiente, in effetti piuma e piombino si comportano analogamente.
    Tutta la conoscenza umana procede per semplificazioni, la conoscenza è semplificazione, quando si operano correlazioni, si semplifica. E ciò vale anche per la altre discipline non sperimentali. Marx può essere criticato anche aspramente, ma egli offriva uno schema semplificato di interpretazione dei fatti storici, e se io non seguo marx, è perchè trovo che la sua semplificazione è un travisamento, e non certo perchè egli non mi ha lasciato la bella grezza complessità della realtà.
    Qui, l’uso del termine “comunicazione” è alquanto ambiguo. La comunicazione non è solo quella del leader politico di turno che imbonisce i telespettatori banalizzando la realtà, è anche quella dell’insegnante, di chi tramanda e che abbiamo tutto il diritto e il dovere di criticare, ma sulle spalle delle cui semplificazioni possiamo ergerci per nuove più radicali semplificazioni. Se per criticare un pensatore del passato, ci limitiamo a dire che tutto è più complesso, avremmo un comportamento da primate. Anche un gorilla, ove avesse un’attività analoga al nostro pensiero, penserebbe che tutto è maledettamente complesso, ma questa affermazione è culturalmente nulla, è l’arrendersi di fronte all’impresa di interpretare la realtà. Interpretare, è sempre ed inevitabilmente semplificare, trovare ciò che accomuna, i tratti di regolarità. Ciò che resta è l’elencazione per righe o per colonne dei pixel dell’immagine che abbiamo di fronte, non mi pare sia cultura.

  13. Gran bell’articolo, grazie all’Autrice. Mi piacerebbe che ella rivolgesse l’attenzione a un altro genere di valutazione, quella che implicitamente o esplicitamente si applica ai rapporti personali, ad esempio erotici. Qualcosa mi dice che ne uscirebbero conclusioni stupefacenti.
    Grazie di nuovo a Valeria Pinto e ai commentatori.

  14. Ringrazio molto Roberto Buffagni per l’apprezzamento del mio articolo, in effetti non ho mai pensato alla valutazione (nel senso specifico della neo-valutazione) che si “applica ai rapporti personali, ad esempio erotici”. Mi è però or ora tornato in mente quanto letto tempo fa sul sito di “Etnografia e ricerca qualitativa” a proposito della valutazione dei porno, un ambito, che in quanto regno delle classificazioni (Sade docet), si presta benissimo: “On the xvideo website, one of the most popular among the fans of this genre, each video is given a score defined as “porn quality”. However it seems that no one ever understood what that means.” http://www.etnografiaricercaqualitativa.it/?p=83

  15. I video porno, come i video in generale, hanno – a differenza dei testi – la possibilità di essere valutati sulla base non solo del numero bensì anche della durata media delle visualizzazioni (si potrebbe peraltro disquisire sul possibile significato opposto che potrebbe avere questo parametro rispetto alla “qualità percepita” tra video porno e non porno).
    Non sembra esservi dubbio peraltro che il porno si presti già etimologicamente a essere valutato (dato che deriverebbe da un verbo che indica l’atto del vendere, che come tale necessità di una valutazione intesa – spesso letteralmente – come attribuzione non solo di un valore bensì di un prezzo). Anzi, il porno è forse oggetto di valutazione per eccellenza. E la spinta alla valutazione (la valutazione spinta) non potrà forse fare altro che portarci tutti a produrre pubblicazioni sempre più pornografiche (sempre etimologicamente parlando…).
    Qualche perplessità invece riguarda la possibilità di valutare i rapporti erotici in generale, specie se vi è coinvolta la sfera sentimentale. In tal caso infatti i possibili criteri valutativi rischiano di essere eccessivamente mutevoli (“odi et amo”), e dunque si potebbe concludere che si tratterà con ogni probabilità quanto meno di quotazioni estremamente volatili.

  16. Grazie a Lei, signora Pinto, anche per il suggerimento di lettura. Cordiali saluti.

  17. a M. Cosentino.

    Pensavo soprattutto alla valutazione implicita, al fixing del valori sentimentali ed erotici sul mercato dei sentimenti e dell’eros, la dove “si è esteso il dominio della lotta”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *