cropped-banner41.jpgdi Alessandro Della Corte

Non intendo parlare del “Metodo Stamina”. In rete si possono trovare fin troppe informazioni, tra le quali interventi a mio parere equilibrati e solidamente riferiti a dati di fatto (consiglierei solo a chi non ne sa nulla di partire dall’interessante biografia dell’ideatore, Davide Vannoni). Vorrei invece parlare degli interessi collettivi che sono stati e sono tuttora lesi o minacciati dagli sviluppi della vicenda Stamina.

In estrema sintesi, qualche fatto: nel settembre 2011, in forza del decreto Turco-Fazio del 2006, agli Spedali Civili di Brescia (una struttura pubblica) viene avviato su alcuni malati un trattamento speciale nell’ambito della medicina rigenerativa. Non avendo seguito precedentemente il rigido percorso sperimentale ordinario, il trattamento non aveva ancora ricevuto l’approvazione dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), e la sua applicazione ai pazienti rientra nelle cosiddette «cure compassionevoli» previste dal decreto. In seguito a indagini dei NAS, la procedura viene bloccata da un’ordinanza dell’AIFA a maggio 2012, dopo di che inizia un braccio di ferro tipicamente italiano tra autorità diverse (l’AIFA stessa, il Ministero, la procura di Torino, i tribunali di Brescia e di Venezia, ecc.) che esprimono pareri contraddittori. Alla fine, nel maggio 2013, per risolvere le controversie (che non erano solo giuridiche: centinaia di persone partecipavano a manifestazioni pro-Stamina, anche in seguito a un discusso servizio delle Iene) la Commissione Affari Sociali della Camera vota l’avvio di una sperimentazione clinica finanziata dallo Stato, per la quale vengono stanziati 3 milioni di euro. Naturalmente anche stavolta ci sono conflitti tra autorità diverse: la sperimentazione viene bloccata da una speciale commissione ministeriale, il cui decreto di nomina viene però sospeso dal TAR del Lazio in seguito a un ricorso di Vannoni, secondo il quale essa non sarebbe stata imparziale. Al momento l’ultima notizia (28 dicembre 2013) è la nomina di una nuova commissione che dovrà sostituire la vecchia.

Non c’è bisogno di esprimere un giudizio nel merito per capire che in questa contorta vicenda sono in gioco, oltre a quelli dei protagonisti, anche interessi che riguardano tutta la collettività. Da un lato, infatti, la decisione di finanziare la sperimentazione (criticata anche da un editoriale di Nature) minaccia interessi collettivi concreti, sia perché si utilizzano soldi pubblici, sia (soprattutto) perché in caso di esito negativo si tratterebbe di uno sperpero di risorse che, provenendo dal Fondo Sanitario Nazionale, avrebbero potuto essere destinate a ricerche più utili. D’altra parte, la decisione di portare avanti una seria sperimentazione in grado di dirimere in modo definitivo e incontestabile la questione dell’efficacia e della sicurezza del metodo era a quel punto per lo meno comprensibile, visto che a manifestare erano ormai in molti, e soprattutto che tra i doveri delle istituzioni scientifiche dello Stato rientra anche promuovere conoscenze il più possibile serie, affidabili e non contraddittorie. È proprio in tal senso, credo, che in questa vicenda sono stati pagati i costi sociali più alti.

Come mai ci siamo ritrovati con questo groviglio di interessi contrapposti (e parlo solo di quelli evidenti e leciti) in una situazione che in teoria avrebbe dovuto solo offrire una possibilità in più? Un ruolo non secondario, certamente, lo ha avuto la qualità dell’informazione, ma non credo che in ciò stia la vera origine del problema. Si tratta piuttosto di uno di quei casi in cui un’informazione mediamente superficiale ha solo ingrandito problemi e conflitti oggettivi e preesistenti, come suggerisce il fatto che l’accusa di un atteggiamento parziale e scorretto è arrivata ai media sia da parte dei sostenitori che dei detrattori di Stamina. La vera origine, purtroppo, è connessa alla possibilità stessa di avviare pratiche terapeutiche in qualche modo straordinarie in strutture pubbliche. Non è una constatazione piacevole, ma proprio per questo sarebbe puerile evitarla.

***

Il decreto Turco-Fazio, che regolamenta le «cure compassionevoli» (dall’inglese compassionate use, espressione per la quale non esiste a livello internazionale una definizione unanimemente accettata), sembra di primo acchito un semplice atto di civiltà e buon senso. «In mancanza di valida alternativa terapeutica, nei casi di urgenza ed emergenza che pongono il paziente in pericolo di vita o di grave danno alla salute nonché nei casi di grave patologia a rapida progressione», è consentito sui pazienti, previo il loro consenso informato e l’autorizzazione del Comitato etico, l’utilizzo di medicinali per «terapia genica e terapia cellulare somatica» per i quali non è stato ancora avviato il lungo percorso che porta all’approvazione dei farmaci da parte dell’AIFA; la terapia, secondo il decreto, deve inoltre essere supportata da dati scientifici di una certa consistenza (ossia pubblicati su «accreditate riviste internazionali»: su questo punto hanno per lo più insistito coloro che hanno criticato l’impiego del “Metodo Stamina” a Brescia). La possibilità impiegare su pazienti medicinali ancora non autorizzati dall’AIFA era già prevista dal decreto ministeriale dell’8 maggio 2003, ma solo per farmaci che fossero già in fase di sperimentazione clinica; il decreto Turco-Fazio, invece, allarga questa possibilità anche ai farmaci che non hanno ancora iniziato il percorso “ufficiale”.

Se un malato non ha niente da perdere, se sarebbe comunque destinato a morire o a peggiorare drasticamente in breve tempo, e se in ogni caso c’è il suo consenso informato, perché negargli una possibilità aggiuntiva, per quanto piccola? Questo modo di vedere le cose sta diventando sempre più tipico: anche ragionando in astratto (come un legislatore dovrebbe sempre fare) si prendono in considerazione gli interessi dei singoli molto di più di quelli della collettività.

La logica che impone un rigido e severo percorso attraverso vari trial clinici prima dell’autorizzazione di farmaci e protocolli terapeutici non ha a che fare, infatti, solo con la tutela dei malati. Il punto non è solo minimizzare i rischi legati a eventuali effetti collaterali, o massimizzare i benefici. Esiste anche l’esigenza, come si diceva, di promuovere conoscenze ragionevolmente certe su argomenti tanto delicati, conoscenze che possano essere garantite dallo Stato e quindi considerate affidabili dalla collettività. Nel caso del decreto del 2003, tale esigenza era esplicitamente richiamata («Considerata la opportunità […] di fornire indicazioni relative all’uso dei medicinali sottoposti a sperimentazione clinica») e in qualche modo implicitamente tutelata dal fatto che si trattava di farmaci per i quali era già in corso uno studio clinico; lo Stato, attraverso le sue istituzione scientifiche, non abdicava quindi dal ruolo di garante in materia. Col decreto Turco-Fazio le cose sono molto diverse, dal momento che esso è pensato esplicitamente per l’impiego in «casi singoli» di farmaci al di fuori di qualunque studio clinico. E l’applicazione in una struttura pubblica di una terapia che lo Stato non può garantire genera, specie se l’esito è descritto in qualche modo come positivo, una frattura nel sistema.

Nel caso di Stamina, è possibile che lo stesso decreto Turco-Fazio sia stato forzato (come sostenuto ad esempio dalla procura di Torino), ma il punto non è questo. Anche se si potesse dimostrare che tutto si è svolto conformemente alle norme vigenti, resta il fatto che le informazioni provenienti dall’applicazione di «cure compassionevoli» a casi individuali non possono per definizione essere paragonabili, per affidabilità, per trasparenza, per significatività statistica, e soprattutto per serietà e sistematicità nelle valutazioni degli esiti, a quelle di un vasto trial clinico. L’effetto sulla collettività, tuttavia, può essere enorme. Vannoni, nel comprensibile tentativo di pubblicizzare il suo metodo, ricorda a ogni piè sospinto che esso è stato applicato (a suo giudizio con successo) in una delle migliori strutture pubbliche italiane: un argomento che (per fortuna, direi) ha ancora un certo effetto sull’opinione pubblica. Gli stessi miglioramenti nelle condizioni dei bambini malati riferiti da alcuni genitori sono del tutto inadeguati, per se stessi, a costituire una prova scientifica, sia per il carattere soggettivo della valutazione, sia per l’insufficienza dei numeri, sia per la mancanza di casi di controllo. Sono però più che abbastanza per alimentare speranze e per influire su decisioni di importanza capitale nelle vite di altri genitori.

I problemi in tal modo generati riguardano tutta la collettività, e dovrebbero considerati con grande attenzione. Rispetto al bisogno di speranza dei malati e dei loro parenti, tuttavia, gli interessi collettivi hanno un carattere molto più astratto, che li rende più difficili da riconoscere per l’opinione pubblica, e quindi generalmente meno interessanti anche per i media e per gli stessi legislatori. Per inciso, non si tratta in questo caso di una caratteristica solo italiana (anche se la generale debolezza del nostro senso dello Stato contribuisce ad acuire il problema). Anche in ambito internazionale la quasi totalità delle cautele sull’impiego delle «cure compassionevoli» riguarda la tutela dei pazienti, mentre un’attenzione molto minore è dedicata ai rischi collettivi connessi all’emergere di informazioni che non possono essere garantite da enti ufficiali. L’FDA ad esempio (United States Food and Drug Administration), precisa meticolosamente sul suo sito ufficiale la serie vincoli e restrizioni previsti per l’applicazione di terapie sperimentali a singoli pazienti estranei a un trial clinico, ma precisa che «these safeguards are in place to avoid exposing patients to unnecessary risks». La principale salvaguardia della collettività, sia per l’FDA che (ad esempio) per la Heilmittelgesetz tedesca (la legge federale sui prodotti medicali), è rappresentata dall’obbligo di riportare agli enti di controllo gli effetti collaterali (adverse events) verificatisi nell’ambito del programma (analogamente a quanto prevede in Italia il decreto del 2 marzo 2004, richiamato dal Turco-Fazio); dal momento che tali informazioni sarebbero scientificamente significative solo in caso di attestata affidabilità statistica, che nel caso singolo non può esistere per definizione, si tratta tuttavia di una blanda tutela.

È chiaro che la soluzione non è semplice. Non voglio affatto sostenere che basterebbe eliminare in blocco le «cure compassionevoli» per rendere tutti felici; al contrario, penso che bisogna al più presto cominciare ad abituarsi al fatto che rendere tutti felici è quasi sempre impossibile. Una proposta di soluzione seria dovrebbe piuttosto passare attraverso analisi dettagliate: si dovrebbe probabilmente partire dallo studio di dati statistici seri sulle percentuali generali di successo delle «cure compassionevoli», per potersi chiedere con cognizione di causa di quali reali benefici stiamo parlando. Si potrebbe forse studiare la possibilità di norme più restrittive sulla gestione dei dati, disciplinando non solo la pubblicazione di documenti ufficiali come le cartelle cliniche (già ora vietata per motivi di privacy, quindi per tutelare il paziente), ma anche la diffusione di informazioni attraverso libere dichiarazioni di medici, pazienti e familiari (per tutelare la collettività).

Ma quello che si dovrebbe in ogni caso evitare è l’idea che, su temi delicati come questo, ci siano i «buoni» e i «cattivi», e che per agire per il meglio si debbano solo prendere decisioni «buone» che accontentino tutti senza fare torto a nessuno. Perché dietro assunzioni di questo tipo c’è molto spesso solo il sacrificio di un altro pezzetto di bene comune.

[Immagine: Laboratorio].

14 thoughts on “Stamina

  1. Sono un medico ospedaliero, cardiologa, che lavora in un ospedale oncologico. A causa della riduzione dei finanziamenti alla sanità già da anni (nel nostro come in moltissimi se tutti gli altri ospedali pubblici) si lavora con sempre maggiore difficoltà. Il personale che va in pensione (e quello assente per maternità) non viene sostituito, le apparecchiature non funzionanti non vengono sostituite, ci viene chiesto di utilizzare i farmaci meno costosi invece che i più efficaci
    Da qualche mese (con grande ritardo rispetto ad altri paesi) sono stati messi in commercio in Italia i nuovi anticoagulanti orali, che non richiedono al paziente (come quelli vecchi) di fare ogni settimana un prelievo di sangue per modulare il dosaggio, che (sempre rispetto ai vecchi anticoagulanti) sono più efficaci nel prevenire l’ ictus ischemico (da embolia) e hanno meno rischi di causare emorragie.
    L’ AIFA ha messo una serie di lacci e lacciuoli per ridurne la prescrizione, e certe regioni fanno ulteriore ostruzionismo (per esempio non concedendo a tutti i cardiologi di prescriverli). Perché? Solo perché i nuovi anticoagulanti sono più costosi di quelli vecchi. Anche se gli studi di farmacoeconomia hanno dimostrato che -considerando il risparmio sugli esami del sangue e la riduzione degli ictus e delle emorragie cerebrali e dei conseguenti costi ospedalieri e sociali- se tutti i pazienti in cui questi farmaci sono indicati passassero alla nuova terapia la maggior spesa verrebbe ammortizzata in due anni, e poi lo stato risparmierebbe sempre di più, e molto!
    L’impressione è di trovarsi in una casa in cui -se fa freddo- il padrone decide di utilizzare la porta d’ingresso per fare fuoco anche se è chiaro che poi farà ancora più freddo.

    A questo punto, sentir chiedere a gran voce che siano concesse a spese del SSN delle terapie costose di cui non è provata l’ efficacia, e che queste terapie non siano concesse “per uso compassionevole” a una manciata di persone ma a centinaia o migliaia di persone, fa veramente rabbia. Quelli che dicono “la vita non ha prezzo” non si rendono conto che i 3.000.000 di euro che servirebbero per la sperimentazione del metodo Stamina (metodo che non ha un razionale scientifico) verrebbero tolti agli ammalati che già ora non ricevono tutte le cure LA CUI EFFICACIA E’ BEN PROVATA, a causa dei tagli della spending review

  2. Sono d’accordo con l’articolo ed anche col commento.
    Mi pare che la questione in oggetto sollevi due considerazioni di carattere generale.

    Intanto, dobbiamo finirla con la retorica della medicina come un settore sociale a parte che, in virtù dei suoi fini riguardanti la stessa sopravvivenza delle persone, si pretenderebbe porre fuori dai confini dell’economia. Ciò è palesemente assurdo, in una società che ha posto l’economia nello scranno più alto, nulla ne rimane fuori, scordiamocelo. Come si diceva nel commento precedente, non è vero che una vita non ha prezzo, ce l’ha, e come se ce l’ha!

    C’è un altro aspetto che viene in evidenza, è la sistematica situazione di conflitto tra interessi individuali ed interessi collettivi.
    Il liberalismo, come teoria politica che vuole garantire i diritti individuali, ha trionfato nel mondo, con la conseguenza che gli interessi collettivi non solo non vengono perseguiti, ma non vengono neanche riconosciuti.

  3. Rimane il fatto che ci sono pazienti o genitori di pazienti trattati con il metodo Stamina che stanno meglio …. a chi bisogna credere, a coloro che stanno meglio o agli scienziati che dicono che non è possibile che stiano meglio? .. io opterei per garantire la sperimentazione del metodo… e i soldi che servono per le altre cure “ritenute sicuramente efficaci” si trovino la dove i veri sprechi ci sono:

    Nei finanziamenti alle lobby del farmaco e dei presidi medici, nelle fondazioni inutili, negli affitti pubblici gonfiati, nei rimborsi politici ingiustificabili, negli stipendi dell’amministrazione pubblica cialtrona e incapace, negli atteggiamenti clientelari dei nostri amministratori locali, provinciali e regionali… etc..etc..etc…

    E sanitari, ci risparmino la loro retorica, questa si, compassionevole.

  4. @ares
    ci sono persone che stanno meglio anche dopo una visita dell’esorcista. Ed è pure un metodo divertente!

    a chi bisogna credere, a coloro che stanno meglio o agli scienziati che sulla base di studi affermano che non è un metodo scientificamente affidabile (dicono questo e NON, come riporti tu distorcendo la prospettiva, che “non è possibile che i pazienti, per un qualsiasi motivo o per assenza di motivi, stiano meglio”, frase in sè priva di senso)?

  5. Marchese lei ha ascoltato i pazienti o i loro familiari ?
    Hanno avuto modo di dire la loro?
    Non sono forse anche loro essere umani degni di ascolto al pari degli scienziati dei medici?

    Si guardi la battaglia che stanno portando avanti i malati di distrofia e coloro che sono stati operati ai tronchi sovra ortici: liberare l’ostruzione dei tronchi sovraortici era, ed è, un metodo considerato non valido, invece molti di loro camminano e hanno una vita ora normale. La pulizia dei tronchi sovraortici in alcuni casi di distrofia sono la soluzione. C’è chi è in grado di negarlo ferocemente negando l’evidenza.

  6. @Ares

    “Non sono forse anche loro [i pazienti, i familiari] essere umani degni di ascolto al pari degli scienziati dei medici?“
    Sì e no.
    Sono, certo, “esseri umani”; e pure “degni di ascolto”: chi sarebbe tanto feroce da negarlo?

    Ma se permette, l’ “essere umano” generico non esiste – come evidenzia bene Lei stesso nel suo intervento, ponendo il problema del rapporto collettività/singoli – e soprattutto da un “essere umano” non meglio specificato non mi farei prescrivere nemmeno un collutorio.

    Con “essere umano” e con “medico” non dico la stessa cosa; accostarli in questo modo è concettualmente scorretto, e retoricamente brutto.

    Per quanto riguarda gli esperimenti sulla distrofia, non sono informata né della loro esistenza né del loro costo; sarebbe bello se vi fossero dati in proposito o il contributo (sul blog) di un esperto. Allo stato presente della citazione, è come voler far luce su un caso oscuro con una lanterna cieca.

  7. – L’anamnesi è la prima fase per arrivare a una diagnosi e alla cura. In questo caso, come in altri, invece si ascoltano solo i medici e scienziati, eludendo, ignorando direi, la figura del malato(l’essere umano su citato) e la sua opinione.

    -L’iper-specializzazione medica, che è il dictatus degli ultimi 20 anni, sta mietendo vittime tutti i giorni… o sta creando nuovi invalidi:
    perché capita che se vai da un urologo lamentando un dolore al perineo, questo non capisce che il dolore che senti non proviene da una comune infiammazione della prostata( che in quella zona si trova), ma proviene invece da un’infiammazione che è la spia di tumore al colon retto, e magari ti ritrovi nel giro di 2 anni con un sacchettino parenterale per la raccolta delle feci – a 28 anni !! – perché non sei stato adeguatamente ascoltato(non ti è stata fatta una anamnesi adeguata) o non hai avuto la fortuna di incrociare sulla tua strada un “clinico” capace (i clinici nono medici con più specializzazioni o sono abbastanza anziani per aver frequentato il vecchio ordinamento universitario di medicina), ma un generico, magari giovane medico iper-specializzato, praticamente solo un essere umano con gli studi alti.

    – Cristalli, non sia pigra, i blog sull’argomento “distrofia” sono facilmente reperibili in rete.. segua anche la battaglia di Nicoletta Mantovani(la moglie di Pavarotti, il famoso tenore italiano) e il metodo Zamboni che lei sostiene.

  8. e.c. Ho sbagliato, non è la distrofia, ma è la SCLEROSI MULTIPLA della quale deve cercare notizia sul metodo ZAMBONI, le due malattie non sono la stessa cosa.
    Mi scuso.

  9. Qualche anno fa, ho ricevuto delle cure “mediche” sulla cui provabilità scientifica c’era da mettersi le mani nei capelli. (Anni prima, invece, avevo partecipato ad un programma di ricerca, come cavia, diciamo pure, un programma di ricerca medico scientifico di una qualche fondatezza; nessun risultato). E ho conosciuto, negli anni, parecchie persone che hanno avuto giovamenti sensibili da cure sulla cui provabilità scientifica c’è da mettersi le mani nei capelli.
    Non do altre coordinate perché non è importante.
    Sono atomi.
    Ma sono anche esperienze che mi permettono di inorridire (magari senza un vero motivo, ah, chi sa) di fronte a un uso retorico (nell’unico senso del termine) della collettività.
    Torno all’individuo.
    Buona serata.

  10. Diciamo che oggi mi parrebbe saggio piuttosto preoccuparsi della retorica dell’individuo e dei suoi diritti, per l’ovvio motivo che si tratta della retorica vincente.
    Poi, sulla base di ragioni emotive, uno ha diritto di preoccuparsi di ciò che più gli aggrada, ma non mi pare che tutto ciò sia di qualche rilevanza in un ambito di discussione razionale.

  11. La medicina va verso la cura ad personam e mi pare stravagante parlare di rettorica collettiva, Quando la medicina stessa sostiene che un farmaco può essere efficace se assunto da una persona, e non esserlo fatto per un’altra

  12. Ares, non farti illusioni. Per la medicina il corpo è uno, uno e divisibile. In questo senso, forse, la retorica della collettività e quella dell’individuo possono coincidere.

  13. @Ares, lei evidentemente non sa che ci sono anche miglioramenti spontanei, talvolta, nelle malattie. E anche che c’è l’effetto placebo, per cui senza somministrare alcun principio attivo si osservano dei miglioramenti.
    Io all’ inzio non avevo opinioni sul metodo Stamina, anzi mi fidavo del dott. Andolina che ha (o meglio: aveva) una buona reputazione in Friuli, dove vivo; ma poi mi sono informata un po’ meglio. ho letto quello che c’è scritto nella domanda di brevetto. Ho letto l’unico articolo pubblicato da Andolina, su quattro bambini trattati al Burlo;

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3840989/pdf/ijsc-05-73.pdf

    e anche l’articolo scritto da un gruppo di pediatri, neurologi, esperti in terapie neurodegenerative sui 5 (cinque!) bambini trattati al Burlo, (Neuromuscular Disorders, Volume 22, Issue 11, November 2012, Pages 1032-1034. Marco Carrozzi, Alessandro Amaddeo, Andrea Biondi, Caterina Zanus, Fabrizio Monti, Ventura Alessandro)

    E dicono:
    “The successful application of hMSCs in other disorders had a strong impact in public opinion and an order of the local Court solicited our hospital to use them as compassionate therapy in SMA, as requested by some families. Following the consent of the Local Ethical Committee, we agreed to start a compassionate treatment in a small number of SMA1 patients under the agreement that (a)
    the clinical and neurophysiological effects of the treatment should be strictly monitored and (b) the Hospital had the right to withdraw treatment in the presence of side effects or if no obvious effect of the treatment could be observed after 6 months. Each family signed a module of informed
    consent and, intrathecal injection was chosen to deliver the cells, as previously performed in patients with spinal cord injury and amyotrophic lateral sclerosis.
    Between December 2010 and December 2011 five type I SMA children (1 m, 4 f, age range: 3–20 months) were enrolled. Mesenchymal stem cells were supplied by the Stem Cell Facility of the San Gerardo Hospital, Monza, Italy. Cells were administered on a monthly basis for 6 months. At each admission, the following evaluations were performed: a general clinical assessment (weight,
    respiratory function, feeding), assessment of motor function, using the CHOP Intend Scale, a functional scale specifically developed for children with type I SMA [11], and video recording of the assessment and of spontaneous movements. The cerebrospinal fluid collected before each
    injection was analyzed by measuring the concentration of 48 proteins (Bio-Rad human cytokine and growth factors set 27plex and 21plex).
    One of the five patients who entered the study, enrolled at the age of 13 months, died from respiratory failure at the age of 18 months, 1 month after the second injection. The family of another patient asked to stop the treatment after the 5th injection, at 8 months of age, and the child died at
    the age of 12 months of respiratory failure. The other three patients completed the 6 month treatment course. During this period in all three there was the need to initiate supportive therapy with nutritional and respiratory aids. In all three patients there was a progressive decline of motor
    function as demonstrated by the reduction of the CHOP Intend scale total score and no clinical evidence of any improvement. There were no reproducible changes in concentration of
    the proteins dosed in the cerebrospinal fluids before, during or after treatment.
    The Hospital asked an external Scientific Board including experts in stem cells and SMA to review the results of the study. The clinical course of the treated patients showed no improvement and did not differ from the recent natural history data available in infants with SMA1 [12]. Because of the lack of efficacy, in December 2011the hospital, in accordance with the local Ethical Committee, decided to stop recruitment.
    Our experience raises important issues on the need to have a more rigorous approach to clinical trials. Our results support the need for strong experimental data in disease specific animal models to strengthen the rationale of a study in a specific disorder and anticipate clinical application of therapeutic approaches. Although no serious adverse effects was noted, a more systematic and conventional approach to safety, with dose escalation studies would have further reduced the risk for these patients and could have also provided better information on the dose and the treatment regime.”

    Da questi due articoli io ho capito che:
    a) Andolina, nel suo articolo pubblicato da solo NON ha citato il bambino morto un mese dopo la seconda iniezione (questo è scorretto dal punto di vista scientifico. Se hai cinque casi devi descriverli tutti, non eliminare quelli andati particolarmente male)
    b) Andolina stesso ammette che i risultati motori sono minimi e transitori (durano al massimo 30 giorni) e nelle conclusioni esclude che ci sia stato un effetto rigenerativo ma attribuisce i miglioramenti allo stimolo dell’ iniezione intratecale.
    c) i bambini erano stati costantemente valutati da esperti neurologi, e si era andati a vedere anche che cosa ci fosse nel liquor, e il risultato era ZERO. Andolina ha pubblicato da solo, riferendo generici “miglioramenti”.
    d) le conclusioni di Carrozzi e colleghi non sono “Non ha senso trattare queste malattie con le cellule staminali”, bensì “Se si fossero fatti prima degli studi sull’ animale, per capire meglio i meccanismi, e le dosi necessari per avere un effetto terapeutico, questi bambini avrebbero forse potuto avere maggiori possibilità”

    Davanti alla descrizione così diversa degli stessi pazienti, bisogna credere a uno solo di questi due articoli, e la domanda è: perché dovremmo credere a quello che ha omesso di riferire le cose che non supportavano la sua tesi e non a tutti gli altri? In più, se il metodo avesse dimostrato una certa efficacia, perché mai un Istituto di Ricerca a Carattere Scientifico, rinomato per la cura delle malattie rare, avrebbe deciso di sospendere una sperimentazione che avrebbe dato lustro all’ Istituto? Se avessero continuato, adesso ci sarebbe la fila per farsi curare al Burlo, e avfrebbero prodotto un bel po’ di pubblicazioni. Possibile che siano stati così autolesionisti da buttare a mare una terapia rivoluzionaria se fosse stata davvero promettente?

    E perché Vannoni (anche questo è molto strano: è sempre il laureato in filosofia che discute nei blog, non il medico o la biologa che prepara le staminali!) continua a dire vhe il modello animale non ha senso? Perché giustifica questa affermazione dicendo che “sarebbe inutile iniettare staminali umane nel topo”, visto che dovrebbe essere chiaro a tutti che nel topo si fanno gli esperimenti con staminali murine?

    Altra domanda senza risposta: perché quando hanno traslocato a Brescia non hanno seguito le stesse regole del protocollo del Burlo, filmando i bambini a ogni accesso, registrando le variazioni delle scale di valutazione neurologica, ecc. ecc.? Perché di decine di pazienti (anche adulti) trattati non ne mostrano UNO che sia migliorato? Perché prima si lagnavano che nessuno volesse toccare con mano i loro successi, e quando dalel cartelle cliniche di Brescia è uscito il verdetto “Nessun miglioramento” hanno inveito contro l’ Ospedale che aveva lasciato le cartelle in bianco? L’ Ospedale? Non doveva essere il dott. Andolina a occuparsi dello studio e a compilare le sc ehde di follow-up?

    Infine mi sono letta la descrizione del metodo di preparazione delle staminali descritto nella richiesta di brevetto americano: una cosa assolutamente insensata dal punto di vista scientifico.

    Ho letto altri articoi di studi con staminali mesenchimali: la quantità di variabili da considerare e analizzare è enorme, mentre nel metodo stamina queste variabili sono del tutto trascurate.

    Ora, finanziare con milioni di euro una ricerca che non ha basi scientifiche accettabili è assurdo.
    Se io un giorno mi presentassi alla FIAT dicendo che ho inventato un motore che non inquina e va a succo di mela e portassi una descrizione del progetto dove scrivo “Si versa il succo di mela nel serbatoio, si avvia il motore. Il motore trae energia dal succo di mela e muove la macchina”. e come prova presentassi il filmato di una macchina brasiliana che viaggia a bioetanolo… lei crede che la FIAT investirebbe un solo centesimo in questo progetto?
    Eppure questo ha fatto Vannoni: ha presentato una richiesta di brevetto dicendo che incubando per 2-48 ore cellule staminali con 10% di acido retinoico e 90% di etanolo queste si differenziano in neuroni. E come prova ha portato NON una foto di una cellula (almeno una!) ottenuta con questo metodo nel suo laboratorio, bensì una foto COPIATA da un articolo del 2003 dei due ricercatori ucraini che lo hanno curato (e che non sono nominati nella richiesta di brevetto, e dichairano di non aver più nulal a che fare con lui dopo che nel 2007 aveva offerto loro un lavoro per poi rispedirli indietro).

    Per QUESTI motivi non ha senso finanziare una ricerca del genere: perché chi propone il metodo non ha credibilità, non ha mai presentato dei risultati VERIFICABILI. E perché ci sono troppe stranezze (assenza di pubblicazioni scientifiche e sovrabbondanza di pubblicazioni su giornali e social network, cioè l’opposto di quello che fanno gli scienziati seri, reticenze, rivoltamenti della frittata) che inducono a sospettare che il tutto sia solo un mezzo per spillare soldi allo stato. E -ripeto- siccome i soldi sono pochi (sul fatto che dovrebbero essere di più sono d’ accordo, sul fatto che si sprecano ad altre parti anche: ma purtroppo in questo momento la situazione è questa) preferisco che vadano dove si ha almeno una ragionevole speranza che servano a qualcosa.

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