Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Nuovi poeti /10: Simone Burratti

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cropped-P11481_10.jpga cura di Massimo Gezzi

[Dopo qualche mese di pausa, riprende la rubrica dedicata ai poeti nati negli anni Ottanta. Oggi ospitiamo due poesie di Simone Burratti (Narni, 1990), laureando presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena e redattore della rivista online formavera. Suoi interventi e traduzioni dall’inglese sono usciti sulla rivista «Poesia» e sui blog letterari Leparoleelecose, 404:file not found  e formavera.].

Sto scrivendo da un tempo diverso,
dove tutte queste cose non sono più importanti.

Ho sempre ferma in testa un’immagine di me
da bambino, e i suoi occhi sono buoni.

Vorrei che fosse l’unica immagine del libro,
ma è soltanto una mia proiezione, qualcosa che si è perso.

Scriverlo non significa salvarlo
ma tornare ad avere i suoi occhi per un attimo;

ripercorrere i movimenti della sua natura,
starlo a sentire, perdonare il suo futuro.

* * *

Scegliere

Il pesce che smuove la superficie dell’acqua.
BERSERK

1.
Una presa di coscienza, un proposito, un tentativo di responsabilità. La responsabilità stessa, uno scrollarsi di dosso se stessi, un orientamento diverso delle cose. Un passo fatto con decisione e coraggio, dentro una stanza vuota. Una deviazione del pulviscolo atmosferico, un contropasso, una rinuncia o un atto, una volontà

Un solo giorno in cui si ha la forza di un’avventatezza

Smettere di bere, svegliarsi a un’ora decente, avere rispetto per la sofferenza degli altri, per l’amore degli altri. Dormire con attenzione, portarsi ogni decisione stampata in fronte, severamente e serenamente. Inspirare fino alla pelle d’oca

Scegliere di rompere amicizie durate secoli, buttare via selezioni di fiducia. Dimenticarsi abitudini e persone, perdere dedizioni, assumere quell’aria distratta tipica delle persone superficiali. Presentarsi annoiati, disgustati, inspiegabili: totalmente esposti alle conseguenze delle proprie scelte

Smetterla di secolarizzare l’amore, o di creare figure leggendarie. Ricordarsi tutte le cose belle che contavano, dire: “mi dispiace”, pensare: “voglio cambiare tutto”. Liberarsi da qualsiasi costruzione

Dire semplicemente, a una cosa imprecisata: “sì.”

2.
Una notte di sesso meno che occasionale. L’impressione di aver fatto qualcosa e/o di aver fatto niente. Un episodio lontano, ubicato in un posto lontano e lasciato lì, come un tappo sotto il cuscino o un mostro sotto il letto. Il sesso e l’amore come cose che finiscono, che vogliono finire

Uno schifo di prima mattina, un fastidio composito. Portarsi dietro la nausea del pullman tutto il giorno. Guardare le ore. Andare avanti storditi, illudersi o fare finta che, dirsi di puntare a. Usare (ripetersi) giustificazioni inutili, intelligenti

Il vago ricordo di una previsione automatica, dopo tanto allena-mento all’esperienza. Il riconoscimento di un’ingenuità, di un dire-e-poi-no, la facile accettazione di un’inadeguatezza. Deludere tutti, ricominciare peggio. Cambiare la risata in ghigno, aderire a un’estetica immorale. Ripetere: “nichilismo”, ripetere: “fatalismo”

Il momento preciso e offuscato della mistificazione. Trasformare il basso in profondo, fare il male con precisione e distacco. Credere di giocare al diluvio universale, dal palazzo più alto della città. Piagnucolare un po’. Pregare. Costruirsi un sentimento del tragico, tra la vertigine e il sentito dire –

“Amai la mia rovina, amai la mia caduta: non ciò per cui cadevo, ma la caduta stessa.”

Camera e ritorno 

Rivivo una casa del passato, da pochi giorni. Metto a posto le mie cose, gironzolo, mi faccio schifo molto spesso; cerco di ricordare la notte di ieri, sperando di non ricordare niente. Fuori c’è un temporale che mi piace, potente e regolare, messo lì per il sonno del pomeriggio.

Chiudo gli occhi, e tu sei la ragazza che ho conosciuto ieri, che voglio rivedere… ma sei anche quella che è stata qui stanotte, e la mia vecchia S., prima che si tingesse i capelli… Passo in rassegna una serie di ricordi che ritengo piacevoli. La nostalgia non è amore, ma è l’unica cosa che mi tocca.

Adesso sta piovendo sia da me che da te, e teoricamente possiamo ancora ascoltare lo stesso rumore nello stesso momento, ognuno per conto suo; ma tra poco partirò per qualche posto e i nostri climi saranno diversi.

Quando aprirò gli occhi (tu aprirai i tuoi) non pioverà nel raggio di cento chilometri. Farà molto caldo, un’aria gialla sigillerà la mente. Ci troveremo in un tempo diverso, la camera orientata verso est, e io sarò per te lontano e solitario come una finestra spalancata.

[Immagine: Thomas Demand, Zeichensaal (gm)].

 

 

19 commenti

  1. Sì, c’è tensione, c’è un senso visionario o alienante, peccato che “io sarò per te lontano e solitario come una finestra spalancata”, cioè una chiusa “mazzoniana”, che purtroppo, non c’è niente di male a scegliersi dei modelli, non aggiunge nulla al già detto e mantiene il dettato entro argini di maniera. L’atmosfera ricreata è quella grigia e nostalgica di un “tu” irrimediabilmente perduta e di cui si è perennemente in cerca. La “finestra spalancata” lascia qualche speranza a un buon inizio, auguri.

  2. “Scegliere” mi è molto piaciuto.
    Grazie (si dice grazie ma poi è ovvio che chi scrive non scrive per te veramente, per cui anche un grazie è un poco traslato).

  3. Sono del parere che una poesia per essere bella deve non solo essere ben fatta ma, soprattutto, deve arrivare agli altri in un certo modo e lasciare in loro qualcosa, qualcosa di forte. Ci è riuscito per me e per le persone a cui ho fatto leggere le sue poesie e per questo auguro al poeta un buon inizio. Grazie.

  4. Sono finito per caso su questa pagina, poi, “…sono tornato ad avere i suoi occhi per un attimo… e ho tentato di perdonare il suo futuro” più di un’ora. Sono avanti con gli anni e so ben poco di poesia. Grazie.

  5. C’è troppo Guido Mazzoni in questi scritti; sia il poeta che il critico, nel senso che vedo una continuità schiacciante con autori amati e commentati da Mazzoni (Houellebecq nella prima prosa soprattutto, Larkin nel finale dell’ultima, Sereni dappertutto).
    Non è un male in sé, non inficia a priori il valore degli scritti, che trovo interessanti. Ma a me piacciono soprattutto i poeti che non mostrano subito con orgoglio le credenziali dei loro padri, e ancor più quelli che li dsprezzano, li omettono con vergogna o li tradiscono per affermare se stessi. Sono gusti forse azzardati, vista la limpidezza e l’efficacia comunicativa di Burratti, che invece ammiro e invidio.

  6. Vorrei complimentarmi per la citazione da Berserk. Ma anche per altro.

  7. Non condivido del tutto le filiazioni avanzate per queste poesie. Sia perché sono testi che hanno una voce propria, già ben definita nella rielaborazione dei riferimenti, sia perché, anche a voler rintracciare modelli, non sento tutto questo peso della poesia e dei gusti mazzoniani. Non vedo per esempio affinità profonde tra Scegliere e Houellebecq, che vadano al di là di un cinismo comunque differente da quello del francese, né mi sembra così mazzoniana la chiusa dell’ultimo testo. La cui immagine, peraltro, può certo rimandare a Larkin, ma forse è poco per considerarlo un padre letterario.
    Sono d’accordo invece sull’importanza di Sereni, però anche qui credo che l’autore si sia spostato, contaminando la derivazione lirica con voci molto diverse, per esempio quella di un Broggi (per fare un nome finora non rilevato ma che è senz’altro presente, almeno in Scegliere).

  8. Attenzione, io ho parlato di continuità (e riprese, vicinanze, affinità) con certi autori, ma di una filiazione preponderante, che è quella con Mazzoni, l’unico per il quale nel mio intervento di prima parlavo di cose pesanti come discendenza e influenza. Chiaramente, sono impressioni, e molti altri autori possono essere stati importanti per Burratti, ma io ho riportato solo la mia impressione preponderante.

  9. Ringrazio tutti coloro che hanno speso un briciolo del loro tempo per leggere e commentare questi testi.

    Sulle filiazioni: non so, Guido Mazzoni è sicuramente presente, ma più a livello “ideale”, credo, che non testuale; e lo stesso penso possa valere per Alessandro Broggi, autore sul cui lavoro ho riflettuto molto. Mi sorprende piuttosto che non sia venuto fuori il nome di Stefano Dal Bianco.

    Per quanto riguarda i padri “grandi”, invece, alla luce dei quali credo siano meglio interpretabili i testi, indicherei, piuttosto che quelli citati da Marchese, Wallace Stevens (e questo sì, potrebbe essere un importante punto di contatto con Mazzoni) e Henri Michaux.

    In ogni caso, sono del parere che l’“angoscia dell’influenza” (che, sia chiaro, angoscia anche il sottoscritto) rischi di essere soprattutto dannosa: a scappare da qualcosa si finisce spesso solo con l’incappare e rifugiarsi in qualcos’altro.

  10. grazie delle risposte@simone burratti. Un’ultima cosa. Scrivi:

    a scappare da qualcosa si finisce spesso solo con l’incappare e rifugiarsi in qualcos’altro.

    Io direi che si finisce “sempre” a incappare in qualcos’altro, non si è mai del tutto liberati e non è dannoso in sé: si parte da ciò che è noto per conoscere altri mali che ci sono ignoti. Forse non è un bene per uno studioso, o per qualsiasi altra circostanza, e scappare in fondo è da vigliacchi, ma secondo me un buon poeta deve all’occorrenza essere vigliacco, obbedire all’istinto (o al talento, se ce l’ha) e non fidarsi mai di sé stesso, sapersi spostare ogni volta. Ciao e in bocca al lupo per il tuo lavoro

  11. Ciao, ho letto ora anche queste poesie. Hai ragione sembri Dal Bianco e sembri tanti altri insieme. Forse prima di scrivere poesie e pubblicarle dovresti ragionare sulla tua poesia, crearti un tuo mondo poetico. Così non si va troppo oltre. Si può anche pubblicare a trenta anni e non così giovani.

  12. credo che la differenza tra un ”poeta” e un non è proprio racchiusa in questo: pensare poeticamente in un modo proprio, poi supportato e aiutato dai maestri. Ma se non riesci a vedere il mondo e scriverne in un modo che sia solo il tuo……..

  13. @Manuela
    Bene, allora non leggiamo più il Poliziano, perché tanto ogni verso non è altro che una continua citazione di “tanti altri insieme” (sperando di non finire con lo scoprire che tutta la grande letteratura, fino ad oggi, non è stata altro che questo).

    Credo, piuttosto, che il problema non stia necessariamente in quello che io scrivo (e idem per gli altri autori che hai criticato qui di recente, con tutte le distinzioni del caso) quanto in quello che tu cerchi nella poesia: se cerchi non so quale novità (è ancora possibile?), originalità o spettacolarità stilistica, qualche cosa di puramente personale e indipendente, un testo da “sbranare” insomma, qui (in questo mio post) non lo troverai, se non nei sotterranei malfamati del castello; se cerchi invece un testo il più noioso piatto epigonico (così mi dici) possibile, consapevolmente vittima e carnefice del suo tempo, ma che almeno provi a raccontarti qualcosa di brutto con il cuore (l’intestino?) in mano, allora forse una lettura più paziente potrà sembrare meno superflua. Non scrivo con l’ambizione di superare chissà che cosa, ma con la presunzione di avere, su qualche rara circostanza dell’esistere, qualche cosa da dire.
    Per quanto riguarda il “ragionare sulla poesia”, credo di farlo già, anche collettivamente e pubblicamente, attraverso il blog che gestisco.

  14. Non credo di averti criticato; altri forse si, ma a te proprio non mi sembrava.

    Può darsi che io cerchi nella poesia qualcosa di diverso, ma la poesia si distingue proprio per quello. Montale, Zanzotto, Giudici, Raboni, Caproni, Luzi, i più vicini a noi De Angelis, Fiori, mettiamoci pure il tuo Dal Bianco hanno qualcosa di uguale e diverso gli uni dagli altri.
    Amare la poesia e scrivere poesia non vuol dire essere poeti, e te e i tuoi amichetti di merende dovreste rendervene conto. Far parte di un ambiente spesso potrebbe influenzare la percezioni che si ha di se stessi, è il caso vostro?
    Lo vedi come subito ci si sente in dovere di attaccare chi ti ha criticato? dovreste essere più umili e ringraziare per chi ha speso tempo a leggere i vostri tentativi dilettantistici

  15. e poi se volessimo essere proprio puntuali il discorso sull’uso della tradizione proprio non regge nella poesia degli ultimi anni. Tu non riusi la tradizione, non sai nemmeno cosa voglia dire riusare la tradizione, tu metti sulla tua pagina quello che leggi in altri. Il primo testo (per fare esempio, le altre nemmeno le considero poesie) se non avessi letto il tuo nome avrei detto Dal Bianco senza ombra di dubbio.

    Pensa ad un test per il TFA, dove spesso ci sono alcuni versi e bisogna individuare in nome del poeta dal suo stile, se il tuo discorso regge nessuno avrebbe più compreso la differenza tra gli stili. Eppure montale è così diverso da Rebora, da Cardarelli, e Cardarelli così diverso da De Angelis.

  16. @Manuela
    Secondo me stai cannando completamente il punto.
    La dignità poetica non sta nel testo, né nelle sue forme. Sta in qualcosa di tanto profondo che il metro da se’ non misura. Tu evidentemente neanche, visto che fatichi ad intravedere un valore, oserei dire, evidente, se non agli occhi, certamente al cuore. Smettetela d’ingessare farfalle.

  17. Per caso, come tutto in rete – quindi vorrei aggiungere, insieme a manuela: è tutto casuale, vedi – scopro questa discussioncella: divertente: ho 63 anni, e mi sento legato al prima, tanto che non riesco a capire il poi, mica più tanto. Ma certi giorni, sì, li capisco i nuovi… nuovi in qualsiasi modo e settore… però ha ragione, se posso dirlo, manuela, mi convince, vedi il mondo dal tuo punto di vista, molto esclusivo, molto tuo, se non sei tuo, adieu, io preferisco i poeti che sono loro, loro stessi sempre, anche se sono brutti, incomprensibili… un caro saluto da Milano.

  18. clamoroso: bravoabestiaebasta!

  19. Pingback: Progetto per S. |

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