cropped-superman-reeve.jpgdi Flavio Santi

[È uscito da poche settimane per Gaffi Aspettando Superman. Storia non convenzionale dei supereroi, un racconto-saggio di Flavio Santi sulla figura archetipica del supereroe, dal mondo classico ai fumetti e al cinema contemporaneo, che riparte dai celebri saggi di Umberto Eco su Superman e il romanzo popolare. Quello che segue è il capitolo dedicato a Superman].

Il comandante delle SS a Moishe Pressburger, arrestato a Budapest nel 1943: «Se indovini quale dei miei occhi è di vetro, ti lascio andare».
Pressburger: «Il sinistro».
Il comandante delle SS: «Esatto, come hai fatto a capirlo subito?»
Pressburger: «Mi ha guardato in un modo così umano».
Storiella ebraica

Superman è ebreo. Così la pensava il ministro della Propaganda del Terzo Reich, il sanguinario Joseph Goebbels.

Il sospetto, in sé, non era sbagliato. Superman di suo ha forti tangenze con l’ebraismo: i due creatori, Jerry Siegel e Joe Shuster, sono di origine ebraica; il nome originario, Kal El, in ebraico significa qualcosa come “Voce di Dio”; la sua vicenda iniziale ricorda quella di Mosè – entrambi orfani abbandonati e futuri salvatori del loro popolo. Senza dimenticare, infine, la brutale coincidenza delle date: nel 1933, mentre Siegel e Shuster cercano un editore per il loro supereroe, dall’altra parte dell’oceano Hitler comincia la sua ascesa, con la nomina al cancellierato. Segno nefasto del destino? Casualità? Sta di fatto che le due storie procederanno, in un certo senso, di pari passo.

A confermare il tutto nel 2009 al museo ebraico di Francoforte si è tenuta la mostra “Superman e il Golem, la memoria ebraica nel fumetto”. Tra i vari pezzi esposti si trovava questa scena tratta da Look Magazine del 27 febbraio 1940:

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La scena si commenta da sé. (E Superman, sotto sotto, non esclude di essere ebreo, visto che il suo cazzotto – sock – sarà «non ariano». Anzi, Chabon lo dice chiaramente: «Superman è solo un Golem americano».)

Dunque una sorta di Überjude, per usare l’espressione delle SS, un superebreo – ed eccoci di fronte alla labilità della lingua, dove tra Übermensch e Überjude lo scarto è minimo e dal complimento all’insulto più infame il passo è brevissimo, solo qualche sillaba in più o in meno… Anche tra le civiltà lo scarto che porta al baratro o al progresso è minimo. E tutto questo è ancora più doloroso quando la condivisione del patrimonio culturale è decisamente forte. Per andare subito al nocciolo della questione: perché la Germania ci ha consegnato il più nefasto dei totalitarismi del secolo scorso, il nazionalsocialismo, e il suo campione Adolf Hitler; mentre l’America, nello stesso identico torno di tempo e in condizioni culturali, economiche, sociali molto simili, ha dato una delle democrazie più efficienti e il campione degli oppressi Superman?

Le radici erano affini: da una parte c’era Nietzsche, d’altra Carlyle, tenendo conto che «il nazismo è una riedizione delle ire dello scozzese Carlyle» come osserva Borges. Però Nietzsche, come ci spiega benissimo George Mosse nell’imprescindibile Le origini culturali del Terzo Reich, viene completamente travisato, viene visto come il profeta della rinata razza di eroi, e non come il sarcastico annunziatore della morte di una religione e di una civiltà. La Germania e il suo popolo, il Volk, rifiutano alcune conquiste fondamentali dell’uomo moderno: il razionalismo illuministico, il radicalismo sociale della Rivoluzione francese e il modernismo. Conquiste che invece faranno in modo che oltreoceano la volontà di potenza del popolo si concentri in un singolo individuo di fantasia. Mentre nella vecchia Europa l’avevano in carne e ossa, ed era un signore di origine povera e disgraziata, di grandi frustrazioni e fraintendimenti. Per quanto le premesse possano essere nobili e rugiadose, il disagio fa presto a coagularsi in qualcosa di orrendo se lasciato libero di respirare l’aria tossica del fraintendimento.

Che la cultura tedesca fosse ricca di fermenti nefasti e potesse prendere una brutta piega l’aveva già subodorato George Bernard Shaw. Ecco cosa mette in bocca nientepopodimeno che al Diavolo nella fondamentale commedia Man and Superman:

Una volta Wagner si era lasciato trascinare nell’adorazione della Forza Vitale e aveva inventato un Superuomo di nome Sigfrido. Ma più tardi era rinsavito, e così, quando si sono incontrati qui, Nietzsche gli ha dato del rinnegato; e Wagner ha scritto un libello per provare che Nietzsche era ebreo; e, alla fine, Nietzsche, furibondo, se n’è andato in paradiso. E siamo stati lieti di liberarcene.

Ci scherza sopra anche un noto sito, www.urbandictionary.com, alla voce Uberman (slang per superuomo), ponendo la domanda delle domande: «Cosa sarebbe successo se Kal El [il nome originale di Superman] fosse approdato nella Germania nazista anziché nella cara vecchia America?»

Semplice (tragicamente semplice): sarebbe diventato Adolf Hitler…

Bisogna inquadrare il momento della nascita di Superman e del modello supereroico, avvenuta in un periodo di grande sviluppo della civiltà di massa: gli anni Trenta. Mentre era prevedibile lo sfruttamento della figura del superuomo nella cultura di massa tedesca, vista la perfetta adesione del modello Sigfrido (l’eroe invincibile della saga dei Nibelunghi) con l’ideologia del potere nazista, più problematico è il suo sorgere in una civiltà di massa come quella americana, esplicitamente contrapposta a quella tedesca in termini di sistema democratico. Se ne coglie una contraddizione interna: Superman finisce per essere la spia che rivela come anche una società di massa, caratterizzata da un’ideologia democratica, dell’every man, l’uomo qualunque, dei ceti medi, nasconda comunque la necessità – a livello simbolico e di immaginario – di un potere d’intervento in grado di far fronte a tutto ciò che un sistema politico e sociale non può risolvere naturalmente.

Adolf Hitler è il Superman della nuova Germania ed è ovvio che screditi con ogni mezzo il suo corrispondente oltreoceano. Come ogni supereroe che si rispetti ha un costume (la divisa nazista), un simbolo (la svastica), e, ciò che conta più di tutto, dei superpoteri che l’hanno portato a conquistare mezza Europa e a compiere azioni non umane – disumane.

Hitler è rappresentato dalla svastica. Caso unico: quale altro regime totalitario del XX secolo esibisce un simbolo grafico così riconoscibile, dai tratti quasi fumettistici? Siamo in pieno merchandising. Lo stalinismo, il fascismo, il franchismo non hanno simboli grafici loro propri – o, meglio, se li hanno non sono così forti e identitari. Non solo. Si tratta di un simbolo scandalosamente universale. La svastica (dal sanscrito svasti, felicità e benessere) è antica quanto il mondo, ed è assolutamente trasversale, presente nelle più disparate civiltà. Si trova nelle più antiche popolazioni mesopotamiche e iraniche come dimostrano le recenti scoperte di Samarra, a nord di Bagdad, sul fiume Tigri, e il primo stadio dell’insediamento a Susa. Svastiche sono emerse negli scavi di Troia in Asia Minore su vasi e statuette; su gioielli e monete nelle tombe di Micene in Grecia; su un vaso ateniese tre svastiche sono raffigurate sul cavallo che tira il carro funebre. Divinità della fertilià recano il simbolo sulla gola e il petto; associata al fiore di loto ornava l’abito di Afrodite, la dea greca dell’amore. In India è il simbolo di Surva, dio indù del sole; si trova sulla porta d’ingresso del tempio Laksmi Marayan di Nuova Dehli, a Bali in Indonesia; sui pesi degli ashanti in Africa e sulle catene magiche degli indiani del Nord America. È presente anche in molte chiese cristiane: nel mosaico a terra della Chiesa della natività a Betlemme, in un altare della chiesa di Maria zur Wiese a Soest, vicino a Lubecca, su alcune monete medievali delle diocesi di Mainz e Halberstadt. La svastica è una variazione della croce: entrambe posseggono una valenza simbolica analoga, legata alla vita. I quattro uncini della svastica suggeriscono il movimento, in particolare la rotazione degli astri e del sole.

Dunque un simbolo universale, che va addirittura a fare il paio col simbolo di un altro supereroe, la croce di Gesù Cristo. Gli estremi si toccano, in un paradossale cortocircuito di vita e morte.

Come ogni supereroe che si rispetti, anche Hitler ha il suo sidekick o pal, il devoto aiutante (proprio così, pal, lo chiama Superman nella vignetta che avete visto sopra). Nel suo caso si tratta di un nutrito manipolo di seguaci: è il corpo speciale delle terribili SchutzStaffeln (Squadre di protezione), le famigerate SS. A proposito di parallelismi singolari e insospettabili (come a dire che il confine tra bene e male è sempre labile e mobile): gli americanissimi supereroi Flash e Capitan Marvel, strenui difensori della democrazia, hanno come simbolo il fulmine, che raddoppiato e in caratteri celtici è l’emblema delle SS.

Vedere per credere.

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Ma l’ombra di Hitler va ben oltre e si allunga sul nemico più ostinato di Superman: lo scienziato pazzo Lex Luthor. E lo fa in maniera nascosta, criptica, quasi iniziatica. Nel nome Luthor non soltanto vi sono contenute le stesse consonanti di Hitler, ma la loro disposizione, la sequenza LTH, è esattamente l’inverso speculare di HTL! Un trattamento simile tocca anche alle vocali: la sequenza di vocali posteriori U-O di Luthor ha il suo corrispondente nelle anteriori I-E di Hitler. Combinazione alchemica ed esoterica? Del resto l’inversione è atto demoniaco per eccellenza: si pensi ai crocefissi capovolti o alle preghiere recitate al contrario nelle messe sataniche. L’inverso è uno dei motivi dominanti della saga: la doppia identità Clark Kent/Superman; l’ambivalenza del pianeta Krypton che ha dato la vita al supereroe ma gli può anche dare la morte sotto forma di frammenti di kryptonite vaganti nello spazio; il pianeta Duplex, popolato da doppi imperfetti di Superman, e soprattutto il mago Mxyztplk, vinto alla fine proprio grazie allo stratagemma di fargli pronunciare alla rovescia il proprio, impronunciabile, nome.

Inoltre, Luthor richiama anche il cognome originale del padre della Germania moderna: Luther. Martin Lutero.

Ma torniamo al nodo principale.

Allora?

Allora abbiamo l’impressione che in quell’angosciosa estate del 1938, mentre in Europa i tedeschi portavano a termine l’annessione dell’Austria facendo presagire anni bui, l’avvento di Superman, con la relativa sublimazione da parte di tutto un popolo, abbia evitato agli americani di sviluppare il culto superomistico in chiave distruttiva, come ha fatto il nazismo. Non sembri esagerato. Il potenziale d’influenza del nascente fumetto sulle masse non sfuggiva a Hitler, che infatti era un appassionato di Topolino e meditava di usarlo a fini propagandistici: un bel Topolino nazista gli avrebbe fatto comodo! A quell’altezza il fumetto era lo specchio della società, molto prima della televisione. E, come ricorda Chabon, riusciva a «influire sulla struttura e il carattere dello spirito nazionale».

Già in precedenza, nella stessa derivazione dell’idea di supereroe dal tedesco Übermensch, abbiamo avuto modo di vedere come un sottile filo rosso leghi gli Stati Uniti alla Germania. Da sempre gli USA hanno coltivato un sentimento filotedesco, più o meno evidente a seconda dei periodi – il fatto che poi nelle Guerre mondiali si siano sempre ritrovati su fronti opposti, non inganni: si tratta di un sentimento di amore-odio tipico dei rapporti viscerali.

Gli esempi sono innumerevoli. Fin dai tempi dell’Odino di Carlyle il ceppo germanico suscita grande ammirazione e desiderio di emulazione. Ecco cosa proclama nel 1899 il senatore repubblicano dell’Indiana Albert Beveridge davanti al Senato:

Dio non ha preparato il popolo di lingua inglese e quello teutonico a una vana e oziosa autocontemplazione e autoammirazione. No! Ci ha fatti i principali organizzatori del mondo per stabilire un ordine là dove regna il caos. Ci ha fatti abili giovernatori cosicchè possiamo governare i popoli selvaggi e decrepiti.

Dopo la Seconda guerra mondiale molti americani svolgono parte del servizio militare in Germania, per ovvi motivi geopolitici (siamo in piena guerra fredda!): il caso più celebre è quello di Elvis Presley, di stanza a Friedberg nella regione centrale dell’Assia. Nel 1960 Presley è il protagonista della commedia musicale Cafè Europa, ambientato proprio in Germania, dove tra le altre canzoni canta la famosissima Wooden heart, basata sulla celebre canzone folcloristica svevo-tedesca Muss i denn, muss i denn zum Städtele hinaus di Friedrich Silcher del 1827, spesso utilizzata anche come canzone militare. Lo spezzone del film, facilmente recuperabile su youtube, mostra Presley in abiti militari che duetta con il burattino di una Mädchen bionda nel tipico costume folcloristico – insomma, in termini puramente visivi non avrebbe sfigurato in un film di propaganda nazista…

Da varie interviste fatte a giovani americani negli anni Cinquanta-Sessanta il paese sentito più vicino è la Germania. Germans in slang indica i bianchi.

Per non parlare di quel vero tesoretto culturale che sono i film.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse, il film di Rex Ingram del 1921 che lanciò Rodolfo Valentino nel firmamento delle star hollywoodiane – tra l’altro il film muto più visto della storia –, descrive con una certa qual simpatia i tedeschi, disciplina prussiana e severità militaresca, fino al gran finale in cui i due cugini soccombono sul fronte di guerra.

La città in cui Superman opera si chiama Metropolis, come il film del tedesco Fritz Lang, non a caso riparato – come molti registi tedeschi – oltreoceano. In Willly Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart (1971) il tripudio di bandiere davanti ai cancelli del magnate del cioccolato comprende stendardi americani e tedeschi. Anche in un film insospettabile come la commedia agrodolce L’appartamento di Billy Wilder (un altro regista tedesco fuggito in America) del 1960 si insinua un elemento germanofilo: a un certo punto un ritroso Jack Lemmon si fa forza esclamando «È ora di essere un Mensch!». Certo senza Über, ma intanto l’ascendente culturale è lampante. «È ora di essere un uomo!». E come? Ma alla tedesca, naturalmente.

Diciamocelo: il vero ideale americano non è il self made man o il figlio del melting pot, ma il superuomo wasp. Cioè, in pratica, l’ariano. Quanti supereroi afroamericani o ispanici o anche solo half-blood conoscete? Negli anni Trenta c’è soltanto Lothar, il fido assistente di Mandrake, un negrone nubiano con fez rosso e pelle di leopardo, ex «Principe delle Sette nazioni», ma il personaggio è uno stereotipo, viene dall’Africa, è molto servizievole e parla un inglese di base (del genere «Io venire, padrone»). Nel 1947 – dopo il sacrificio in guerra di milioni di soldati neri – esce All-Negro Comics, una rivista realizzata da autori neri per lettori neri, in cui spicca il personaggio di Lion Man, un giovane scienziato africano (naturalmente), incaricato dall’ONU di supervisionare un deposito di uranio in Africa. Non si discosta nel vestiario da Lothar: indossa un perizoma e un copricapo tribale, è aiutato dal giovane sidekick Bubba e lotta contro il supercattivo Dottor Blut Sangro. Indovinate quanti numeri ne escono? Uno. Nel 1965 ci riprova Lobo, un muscoloso pistolero del vecchio West: è il primo ad avere una serie tutta sua, che dura però solo due numeri. Come racconta il suo creatore, Tony Tallarico, appena i distributori scoprirono che si trattava del primo eroe western nero, restituivano subito le copie: non si poteva turbare il pubblico! Pubblico abituato, al massimo, a uno Waku, principe dei bantu, eroe in perizoma e anelloni agli orecchi dei fumetti di Jungle tales tra il 1954 e il ’55. Il filone africaneggiante prosegue: nel 1966, in un episodio dei Fantastici Quattro (dunque sempre in funzione ancillare), spunta Black Panther, vero nome T’Challa, figlio del re del Wakanda, unico paese al mondo a possedere un giacimento di vibranio, un metallo capace di assorbire l’energia cinetica. Sempre un africano, dunque, accompagnato da un inequivocabile «black» tanto per essere chiari (oltre al vieto immaginario animalesco e coloniale), che però si conquista una vasta fetta di pubblico – molto amato dai neri d’America per il suo carattere fiero e le lotte nella terra degli antenati – e una certa autonomia, diventando protagonista assoluto sulla rivista Jungle Action. Il primo afroamericano contemporaneo compare tre anni dopo, nel 1969, in una puntata di Capitan America: si chiama Falcon, ovviamente da Harlem, ovviamente con un passato da delinquente di strada, accompagnato dal fido rapace Redwing. Bisogna però aspettare il 1972 per avere un eroe con una propria identità, cioè con una propria testata: Luke Cage, ex teppistello di Harlem, naturalmente, «hero for hire» con intraducibile bisticcio di parole (come il nome stesso Cage rimanda alla gabbia/gabbio), eroe a pagamento perché mette a disposizione del migliore offerente le proprie prestazioni. Finito in prigione per un errore giudiziario, Luke si offre come cavia per un test scientifico, e sottoposto a un bombardamento di raggi energizzanti si ritrova con uno strato di pelle indistruttibile e una forza fisica triplicata; grazie ai nuovi poteri fugge dal carcere e torna a New York dove apre una specie di agenzia investigativa. Il fumetto coglie le suggestioni che provengono dai film del cosiddetto fenomeno della blackxploitation – e non è un caso che Quentin Tarantino pensasse a un film su Cage, mai andato in porto. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, in seno alla DC Comics nasce la Milestone, in cui c’erano solamente supereroi neri, disegnati da artisti neri, per un pubblico non meglio definito di minoranze. Ma ben presto supereroi come Hardware (un Iron Man afro), Icon (una specie di alieno) e Static (un teenager alla Peter Parker) si rivelano un tentativo fallito, perché percepito dai lettori stessi come troppo ghettizzante.

Se diamo per esemplare e sintomatica – e non c’è motivo di non farlo – l’affermazione di Hal Foster, il creatore del celebre Prince Valiant, un fumetto che spopolò dagli anni Trenta in poi, «La sola gente che si può disegnare sono protestanti ricchi e di razza bianca», chi o cosa rappresenta il fumetto supereroico? Di quali motivi, di quali istanze sociali e psicologiche si fa carico? Ed ecco tornare di nuovo il fantasma di Hitler: un po’ come lo stuolo espressionista dei vari criminali pazzoidi alla Mabuse e Caligari anticipa Hitler secondo la nota tesi di Sigfried Kracauer, così Superman e il fumetto supereroico in generale sembrano porsi come “sentinelle”: i primi supereroi, quelli del Golden Age, l’Età dell’Oro, appaiono poco prima dell’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale, quelli dell’Età d’Argento, negli anni ’60, compaiono poco prima del deflagrare del Vietnam. Il supereroe si configura così come una sorta di catalizzatore di tensioni civili e politiche. Non è un caso che vi siano dei punti di contatto con i discorsi dei politici contemporanei: nelle parole di Roosevelt, il padre della nuova America, riecheggia Superman, il padre dei supereroi.

Clamoroso il caso del primo numero dei Fantastici Quattro del novembre 1961 che riflette in pieno l’ossessione spaziale del presidente John Fitzgerald Kennedy, la sua smania di conquistare lo spazio prima dei russi.

Ecco uno stralcio del celebre discorso di Kennedy del 25 maggio 1961 davanti al Congresso americano:

credo che questo paese debba impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non c’è mai stato nessun progetto spaziale più impressionante per l’umanità, o più importante per l’esplorazione dello spazio; e nessuno è stato così difficile e costoso da realizzare.

Confrontatelo con alcuni passaggi del fumetto alle pagine 9 e 10:

DOBBIAMO correre quel rischio [partire con il razzo governativo alla volta dello spazio]… se non vogliamo che quei comunisti ci battano! […] DOVEVAMO farlo! DOVEVAMO essere i primi!

Naturalmente a ogni mezzo comunicativo le sue caratteristiche: la politica è più prolissa e retorica, il fumetto più sintetico e diretto, ma il messaggio è inequivocabilmente identico.

[Immagine: Christopher Reeve nei panni di Superman (mg)].

 

4 thoughts on “Superman è ebreo

  1. Molto interessante. Tuttavia confesso che la lettura del pezzo mi ha lasciato più di un’ombra di disagio. Provo a spiegare.
    Vi aleggia una tendenza alla sostanzializzazione delle identità che magari è solo strumentale (funzionale alla verifica di simmetrie tra tratti di fondo di due culture, o funzionale al procedere dell’argomentazione-narrazione), ma che si fortifica ogni riga di più e alla fine lascia appunto quel sapore non proprio gradevole in bocca.
    Che certi simboli siano piazzati volutamente nei fumetti, o che vi si depositino preterintenzionalmente, appunto come archetipo culturale, va bene, è plausibile. Gli sceneggiatori e gli ideatori di opere appartenenti a generi letterari di consumo (intendo anche film e serie tv) sono sempre attentissimi a soddisfare i desideri di proiezione simbolica delle masse. Però…
    Molti intellettuali tedeschi emigrarono negli Usa, è vero, ma non sarà forse che negli anni Trenta la destinazione era quasi obbligata, vuoi perché era il paese con la democrazia più avanzata, vuoi perché gli intellettuali europei in quel sistema universitario erano accolti a braccia aperte, vuoi perché gli uomini di spettacolo lì potevano trovare un apparato di produzione profumatamente finanziato? Supporre un’affinità “di sangue” (via, diciamo archetipica anche in questo caso, è meglio) tra americani e tedeschi non mi torna: o, almeno, lo trovo piuttosto unilaterale. Comunque mi inquieta.

    Io non sottovaluterei la forza dell’esotismo stereotipo: i tedeschi sono nell’immaginario di tutti (non solo degli americani) militareschi, nietzscheiani, ecc…, basti pensare a tutte le connotazioni di cupa, severissima, guerriera gravitas del termine “teutonico”.
    In questo senso mi pare significativo il rimando ai tentativi falliti di fornire all’immaginario eroi neri. Io non so se sia per implicito “razzismo”. Un rapido aneddoto: giornalista italiana, in studio c’era il ministro Kyenge: alla prima scappa detto (trito luogo comune) “siamo noi adulti che abbiamo problemi col colore della pelle, i miei figli hanno compagni neri in classe e per loro sono uguali ai bambini NORMALI”. Banalissimo riflesso condizionato antropologico: c’è l’Identico e c’è l’Altro. L’Identico è normale, privo di valore simbolico, l’Altro è ciò che è CONNOTATO. Un eroe nero è connotato, infatti, come dice l’autore, la produzione di fumetti con quel genere di eroi fallisce anche perché vengono percepiti come ghettizzanti. Lo so, non è bello, significa che chi per secolare condizione è stato percepito come l’Altro fa e farà una fatica cane a scrollarsi di dosso la connotazione. Però non voler vedere questo punto non è che lo rimuova o risolva (Questa peraltro è la ragione per la quale falliscono tante campagne di “sensibilizzazione” un po’ troppo impregnate di politicamente corretto, ma de hoc satis). Io ci vedo più questo che una (conscia o inconscia) volontà di sottolineare l’arianità dei bianchi.
    Basta che il nero non sia percepito come troppo connotato e gli eroi neri arrivano: vedi Will Smith che può interpretare Indipendece Day, I Robot, Men in black, ecc… ma a quel punto al fatto che sia nero ci fai poco caso, anzi no: solo un nero può essere scanzonato e simpaticamente scaltro IN QUEL MODO.
    Di connotazione in connotazione, e via seguitando.

  2. A proposito di:

    “Anche in un film insospettabile come la commedia agrodolce L’appartamento di Billy Wilder (un altro regista tedesco fuggito in America) del 1960 si insinua un elemento germanofilo: a un certo punto un ritroso Jack Lemmon si fa forza esclamando «È ora di essere un Mensch!». Certo senza Über, ma intanto l’ascendente culturale è lampante. «È ora di essere un uomo!». E come? Ma alla tedesca, naturalmente.”

    Attenzione però. Nel film diretto da Billy Wilder (non tedesco, ma ebreo austro-ungarico-polacco), sceneggiato da Wilder e I. A. L. Diamond (ebreo rumeno), che fra l’altro diventa un musical di Broadway con book di Neil Simon e musica di Burt Bacharach (entrambi ebrei) – l’espressione “I’ve decided to become a mensch” (non Mensch) è tipicamente Yiddish – non tedesca.

  3. Ringrazio Daniele Lo Vetere e Arnaldo Testi per i preziosi suggerimenti e chiarimenti. In questa condivisione di saperi e sensazioni il blog può essere uno strumento prezioso – no di certo quando viene usato come una clava, vedi Grillo.
    Flavio Santi

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