cropped-Ragucci-Falco.jpgdi Giorgio Falco

[È uscito da pochi giorni per Einaudi il nuovo romanzo di Giorgio Falco, La gemella H. Ne presentiamo alcuni estratti].

Questa è la storia di Helga. Lei doveva prendere la parola, non ha voluto farlo. Pigrizia, desiderio di vivere la propria esistenza senza fermarsi a raccontarla. Helga è stata quasi un fantasma nel racconto di Hilde. Hilde stessa è l’impossibilità a compiersi, voragine riempita da infiniti rivoli digressivi. Se le incontrassimo per strada, sapremmo almeno riconoscerle? Ci vorrebbe un’altra descrizione, partendo dalla testa, dall’acconciatura: come scendono i capelli sulla fronte, sulle tempie, un aggettivo adeguato per gli occhi, il loro colore, la geografia del volto, gli zigomi, il naso, le labbra e i denti svelati dal sorriso o da una smorfia, la scomposizione meccanica del corpo.

E invece, Hilde. Ogni mattina, prima della colazione, sale in bicicletta e pedala verso il chiosco dei giornali, è il momento in cui riesce a ritagliarsi solitudine e silenzio, come quando pulisce nelle stanze. L’edicola è una specie di cabina telefonica gestita da una donna grassa, che a stento ne emerge per prendere i soldi, il pertugio batte al centro come un cuore, che incassa e dà se occorre le monete di resto. Sulla destra del chiosco sono esposti i quotidiani nazionali, a sinistra i giornali locali, al centro i settimanali, i rotocalchi e le grandi copertine, cosí è possibile divertirsi con un puzzle immaginario, assegnando uno dei corpi qualunque delle copertine al volto dell’edicolante. Hilde frena e dà subito un’occhiata ai titoli dei quotidiani, che ogni mattina paiono cosí vitali e decisivi. Dice sempre buongiorno, come se fosse la prima volta in quell’edicola, non lo ripete in modo abitudinario, lascia una traccia di sonno strappato al fluire del tempo, che proprio l’edicola santifica.

Hilde ripete il nome del primo giornale, ha una lieve incertezza sul secondo, come fosse una scelta improvvisa, il capriccio di una novità utile per mantenere a distanza l’edicolante. Non è detto, signora, che comprerò questo quotidiano o entrambi i giornali, e non è detto che venga qui domani. E invece il giorno dopo Hilde arriva puntuale alle sei e mezza del mattino, ha la speranza di passare inosservata, è la condizione migliore per vivere, anche se è conscia del fatto che non può durare troppo a lungo, perfino la persona piú riservata e distante prima o poi cede ed è coinvolta in un commento sulle condizioni meteorologiche. L’edicolante dalla faccia tonda, sporgendosi in avanti, tanto da far vacillare i titoli delle prime pagine, le dice, con tono confidenziale: e allora, signorina Hinner, come sta andando la stagione in albergo? Hilde è sbigottita, chissà chi avrà detto all’edicolante il suo segreto, non solo sa che è proprietaria dell’albergo, conosce perfino il cognome. Hilde risponde, bene, signora, grazie, molto bene, siamo al completo, vengono anche dalla Germania, dice in modo ingenuo, rivelando cosí – oltre al fatto che dietro ogni persona taciturna vive una potenziale chiacchierona – la pochezza della sua natura commerciale. Hilde non scende dalla bicicletta, si appoggia sulla punta della sella e allunga il denaro depositandolo sul palmo secco dell’edicolante, che pur stendendo il braccio oltrepassa a fatica il muro invisibile, il confine tra esterno e interno, tanto che alcune monete restano all’ombra sulla mano della donna, e altre al sole, per un istante, prima di essere ritirate. Hilde mette i giornali nella cesta di vimini della sua bicicletta olandese, porta i due quotidiani nella sala ristorante, a disposizione dei clienti. I turisti tedeschi chiedono un giornale tedesco, almeno un settimanale austriaco. Hilde dice, forse la prossima estate. Durante la pausa tra il lavoro di pulizia delle camere e il lavoro di servizio ai tavoli per il pranzo, Hilde legge in giardino con Blondi ai piedi, sottolinea e prende appunti su uno dei suoi quaderni, tutti uguali, la copertina arancione tinta unita. La lettura dei giornali è un rito che cerca di assolvere ogni giorno, se non riesce a leggerli come vorrebbe, si ritrova l’indomani con una piccola pigna di notizie da setacciare, per recuperare mille grammi di tempo italiano smarrito. Non è la stessa cosa immergersi nel giornale cosí invecchiato, riprendere la vita di ieri, che nelle notizie è un vortice, l’esistenza dell’altro ieri, e se sono fatti avvenuti in terre straniere possono risalire a cinque, sei giorni prima. Le vittime di una sparatoria americana sono ormai seppellite, come quelle dell’alluvione nel sudest asiatico o l’elezione di una miss o i risultati già vecchissimi di un qualsiasi sport: d’accordo, pensiamo alla prossima partita, ma il passato schiuso riverbera una piccola promessa, la traccia del futuro. Hilde sfoglia i segni del passaggio altrui, vite di tre righe, macchie di caffè e di sugo, impronte stropicciate da ritagliare, ogni frammento collima con la sua vita per renderla piú vera di un titolo. Al mattino in bicicletta pedala verso l’albergo, con le due copie stirate. I giornali celebrano gli anniversari della guerra per farla scomparire nella memoria affollata da decine di altre commemorazioni alternate a curiosità belliche e inezie quotidiane: rievocazioni del processo di Norimberga scritte come i dialoghi di un romanzo poliziesco, le condanne a morte, la dispersione delle ceneri in una puntualissima alba piovosa d’autunno; gerarchi trasformati in rappresentanti di commercio; rivelazioni improvvise del cameriere o dell’autista di Hitler, tutti pronti a svelare lo scoop, il segreto banale che dovrebbe spiegare la Storia; quanti litri occorrono per bruciare il cadavere? Non sarebbe meglio domandare all’autista, scusi, cosa provava a guidare in autostrada, in corsia di sorpasso, con Hitler sul sedile posteriore? Miss Universo sorride incoronata, ci informano delle misure, 90 centimetri di petto, 60 di vita, 90 di fianchi, è alta un metro e 62 centimetri, pesa 52,600 chilogrammi. Blondi beve dalla ciotola sbattendo la lingua grande quanto un piede della miss. Hilde pensa ai 162 centimetri proprietari dell’universo, alle galassie distanti miliardi di lancette, pianeti abitati da strani esseri bellissimi, che ci guardano con un occhio inserito nel cranio, il folto pelo a protezione del cuore.

Piú che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno. Le merci separate, sparse negli anni impiegati all’utilizzo e alla contemplazione, si aggregano dentro il grande mercato delle cose, il potere della superficie è un blocco unico, attrattivo, che garantisce involontariamente l’accesso al contenuto, a qualcosa di profondo illuminato proprio da impulsi inavvertiti. Hilde sceglie, ritaglia e conserva i frammenti di ciò che sembra decisivo per la sua vita, l’intersezione fra sé e il tempo. Quando butta una copia del quotidiano tagliuzzato sa che, piú dei ritagli conservati, guarderà per un’ultima volta gli spazi vuoti creati dalle forbici, ciò che, ora luminoso scarto, risalta nell’immondizia imminente, la vita, solo questo, accettare l’oscillazione di vane insistenze, che capitolano.

[…]

Alle sei di una luminosa mattina di giugno, le nuvole sono sospese sopra il tetto del grattacielo, alcune poco sotto di esso, cariche di un chiarore ancora inesploso. L’ascensore è al piano terra, Hilde schiaccia il pulsante, ha il tempo di sentire i primi rumori del grattacielo – che per alcuni turisti sono gli ultimi suoni della serata trascorsa fino all’alba – e gli scrosci dei gabinetti, dell’acqua convogliata nelle tubature, che precipitano verso il collettore fognario e da lí, dopo un lento tragitto orizzontale, al mare. Si volta verso la voce che, aperta la porta dell’appartamento di Helga, dice, buongiorno. È un uomo di quarantacinque anni, di altezza media, magro, il viso scavato, i capelli brizzolati e castani, come se in testa mantenesse un’idea artificiale, di giovinezza vissuta non ancora del tutto passata. Hilde risponde al saluto, entra da sola nell’ascensore, domandandosi il motivo per cui l’uomo abbia aperto la porta. Si guarda allo specchio, l’immagine riflessa le sembra opaca, le prime rughe compaiono sotto l’abbronzatura leggera. L’ascensore continua la sua discesa verso il piano terra, emette rauchi assestamenti. Cosa sta facendo Hilde della sua vita? Di cosa ti occupi, di bello? Sí, ma di preciso? Glielo chiedono da oltre un decennio a Milano, sono le domande autunnali e invernali, quando Hilde si coccola pigra nel fuori stagione e perde ancora ore insieme agli altri, al posto di defilarsi, per sprecare il tempo da sola. Potrebbe fare ogni cosa per avere una vita propria, distante dalla famiglia, inventarsi un nome anglofono, aprire una ditta redditizia, una international qualsiasi, affiggere la targa dorata nella traversa di corso Vittorio Emanuele a Milano, firmare contratti, telefonare al commercialista amico, seccarsi di tutto questo per unirsi a qualche gruppo rivoluzionario, cospirare contro l’indecenza dell’esistente, preparare comunicati con una macchina dall’inchiostro impastato in una lingua aliena. Forse dovrebbe davvero rassegnarsi, vivere appartata, agire per la difesa di cose dimenticate dal mondo, la difesa dei capitelli, dei rosoni. Vive circondata da libri, sottolinea frasi che la incoraggiano, lo vedi, Hilde, si ripete, non sei sola, qualcun altro ha pensato con piú precisione le tue stesse idee, sei pronta a qualcosa di personale, un libro di Hilde Hinner, il problema non è incominciare, è sistemare gli spunti appena abbozzati, che le affollano la mente quando pulisce le camere dell’albergo. Dice sempre che nella stagione autunnale e invernale riscriverà i frammenti sparsi, darà loro un ordine, come il negoziante con i fiori di stagione nei giorni dei morti, invece i mesi passano e Hilde sverna con i propri fallimenti, è inconcludente, impossibilitata a scappare o a restare, incapace di essere una donna come sua sorella, ed è già tempo di ricominciare una nuova stagione alberghiera, altro materiale si accumula, si accascia su quello esistente nell’archivio e non lo vivifica, lo soffoca con nuove storie, ritagli di giornali, eventi che banalizzano, svuotano di senso la precedente sedimentazione.

A volte Helga e Franco le sembrano piú onesti dentro la recita imprenditoriale. Hilde è invischiata in qualcosa che non le appartiene, ma può esserle davvero estranea un’attività iniziata con i soldi del Terzo Reich? Ora è denaro rispettabile, sono soltanto soldi ripuliti dall’espiazione del lavoro stagionale, da infiniti episodi replicabili con un gettone uguale a milioni di altri gettoni, ritornelli cantati accanto ai juke-box, nuove identità che ognuno può inventarsi sulla sabbia, è facile passeggiare con la divisa del costume lungo il bagnasciuga ed essere nessuno, le impronte sono quelle di centinaia di altri, basta attendere un po’ d’acqua salata per cancellare segni, ricominciare.

Un amore, una relazione sentimentale vera, niente, soltanto alcune piccole storie, rese ancora piú instabili dall’ambientazione balneare. Lei vede pellegrini d’amore schiavizzati dall’estate, donne alla ricerca di conferme, uomini ansiosi che approfittano della spiaggia per appoggiare le labbra alle spalle femminili, una carezza tra dune notturne e gibbosità lunari, lamiere di auto parcheggiate tra arbusti, in attesa della nuova alba. Le sembra un’impostura definirsi ancora giovane, cosí come un’ipocrisia la regola affissa dentro la targhetta dell’ascensore: «Vietato l’uso ai minori di anni 12 non accompagnati». A dodici anni, nell’ultima primavera di guerra, aveva baciato due volte un ragazzino di nome Michael, si era vergognata della sua inesperienza, aveva visto deportazioni, mitra puntati alla schiena, saccheggi di appartamenti, svendite di tappeti, di quadri e gioielli requisiti, che luccicavano per pochi denari nelle aste dei fascisti italiani o dei sudtirolesi nazisti, perfetti alleati nella spartizione; il 30 aprile di quell’anno, a Merano – quando le date già indicavano la Liberazione cinque giorni prima – Hilde era a scuola, un corteo attraversava il centro cittadino, lei era uscita dalla classe per vedere, Helga era rimasta alla finestra. Credeva fossero petardi per festeggiare piú forte, le persone cadevano in terra all’incrocio con corso Libertà, gli spari erano iniziati all’angolo con Freiheitsstraße, la maggior parte era riuscita a fuggire abbandonando bandiere e cadaveri, i vessilli sembravano stracci come il corpo di un bambino piú piccolo di Hilde, poteva essere lei e invece era morto lui, era morto qualcun altro; per molti anni aveva pensato che, dopo quell’infanzia, avrebbe preso la parola con autorevolezza, avrebbe viaggiato a lungo, in nazioni lontane, per ascoltare nuove storie e raccontare ciò che aveva visto, anche se, forse, un ritorno a Bockburg sarebbe stato l’unico viaggio da fare. Invece si era rassegnata al proprio tempo, aveva vissuto il mondo progettato e costruito dal padre, un sistema cosí totalizzante da adattarsi a Bockburg, a Merano, a Milano, a Milano Marittima. Hilde non era riuscita a prendere nemmeno una distanza fisica da Hans Hinner, e infatti lei è qui – io sono qui, pensa davanti allo specchio dell’ascensore, la cabina sta per toccare terra – in un’estate italiana. Dopo il pranzo in albergo, Hilde cammina lungo la riva, la spiaggia a trecento metri dall’Hotel Sand, la sua vita non è come la loro prima estate adriatica o cinque anni fa, quando ascoltava i commenti dei ragazzi – la credevano straniera – e pensava che le frasi durassero per sempre. Il mare è piatto, senza vento, governato da un’afa di profonda spossatezza, e lo sguardo maschile, per quanto invecchiato e malaticcio, libera Hilde ma schiavizza qualcun’altra, cade su chi ha la metà dei suoi anni. Rassegnata e inquieta, raggiunge l’asciugamano ormeggiato tra giocattoli di plastica. Le viene richiesto un marito come sua sorella e almeno un figlio – be’, il figlio manca pure a Helga – sí, figlio maschio e marito. Hilde può ancora permettersi un’accelerazione a perdifiato in bicicletta? Fisicamente, certo, ma la società glielo concede o la giudica ridicola? Stanca, dovrebbe lasciarsi cadere sul tappeto della pineta, sull’erba di un campo tra gli alberghi, rifiatando a schiena in giú, la bicicletta buttata per terra. Quando l’ascensore si apre, un raggio illumina la cornetta grigia del telefono del portiere, la scrivania quasi vuota, il fermacarte appoggiato su un foglio bianco. Hilde è una donna di trent’anni, che esce di casa alle sei e dieci di mattina.

Ragucci Falco

Immagine: Da Italian East Co(a)st di Sabrina Ragucci. C-Print (2006-2014)

2 thoughts on “La gemella H

  1. La gemella, la parola, e l’anima. E di lì, giù, verticalmente uno scavo profondo, immenso, di una vita raccontata da due occhi, che vedono, scrutano, e lasciano annusare anche l’aria. La gemella non vive in superfice, e poco o niente le scivola accanto senza trovare una collocazione nel mondo delle cose,delle sue cose, dove il pensiero è parola e viceversa, in un susseguirsi. E, nel rincorrere i suoi pensieri, vive, in mezzo ad un mondo, che potrebbe non. essere il suo. Alterità, ricercata, come modo di interrogarsi degli eventi, con una terza persona nell’uso narrativo, perchè non vuole star sola, vorrebbe, anzi, la mano di un adulto, che prendesse la sua, perche lei deve raccontargli un mondo, il suo segreto. L’esplosione dei suoi vorticosi pensieri che dominano i fatti. Perchè lei vede più di tutti. Una vera bomba H, lanciata da un corpo docile, per rimescolare le carte della vita. Subbuglio di eventi, storie, cani, regimi, guerre e disfacimenti, ma lei sta al centro. E lo sa fare, con i suoi piedi, le sue mani, il suo olfatto, e i suoi occhi periscopici, che si intrecciano, indissolubilmente,con la materia.

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