cropped-cimitero_conumentale_milano_1_by_0_N_E11.jpgdi Walter Siti

[E’ uscito mercoledì scorso, pubblicato da Rizzoli, il nuovo romanzo di Walter Siti, Exit Strategy. La storia è quella di una conversione, o riconversione, o inversione a u; la forma, quella di un banale diario, scritto dal Walter Siti protagonista della trilogia (Scuola di nudo, Un dolore normale, Troppi paradisi): un personaggio stavolta deciso ad abbandonare la città e le illusioni di onnipotenza che lo hanno cullato per trent’anni fino trasferirsi a Milano e sperimentare un rapporto con un compagno nuovo e molto diverso dai precedenti – il potentino Gerardo. Pubblichiamo alcune pagine del libro, ringraziando l’editore per avercele fornite (gs)].

28 gennaio 2014

È passato poco più di un mese e sembrano anni, le proiezioni sullo schermo della cronaca non fanno in tempo ad apparire che frullano via come su un vidiwall impazzito; la fine dell’infinito arriva di corsa? L’estate scorsa, da Luisa Via Roma a Firenze (il negozio d’abbigliamento con le vetrine più innovative in citta) il sindaco Renzi pedalava sorridendo su una bici Cipollini in carbonio – su rulli che lo lasciavano fermo allo stesso punto ma con la grinta di chi vorrebbe sfondare il cristallo pur sentendosene protetto. Ogni leader carismatico esaltato dal culto della personalità è anche un escort transmentale, che dice ai suoi adoratori “non datevi da fare coi vostri poveri mezzi, tutto il bello del mondo ve lo porto io a domicilio”. Matteo Renzi è il metadone per l’antiberlusconismo tossico: vuole sostituire l’efficienza all’onnipotenza, invertire la direzione dell’entusiasmo dal sogno alla veglia, dalla dismisura al senso del limite – ma mantenendo intatta l’irrazionalità, con un’operazione di anti-sortilegio.

Il vecchio Silvio lo ha capito, per un attimo è sembrato donarsi in olocausto: salendo le scale del Nazareno (il covo dei suoi carnefici Pd) ha dato l’impressione di un tardo Brežnev che spegnendosi accende il proprio delfino, incurante del fatto che gli sia politicamente avversario. Generosità sacrificale. Non si è unito al coro di chi stacca le cedole del malcontento, si è comportato come se volesse costruire e ancora costruire, spargendo il sangue sulle fondamenta. Ma i serpenti della paura lo inseguono (“ognuno è artefice del proprio festino”), i retropensieri da lepre braccata riportano a galla le antiche ossessioni. Si fa fotografare dal “Sunday Times” in posa studiatissima, sfondo nero, luce dura radente che enfatizza ogni ruga e ogni difetto della blefaroplastica; occhi inopinatamente blu come il vestito, lavoro raffinato in post-produzione per opporsi a chi ha la metà dei suoi anni – come una diva sul viale del tramonto (Dopo la caduta è il titolo del servizio, ammiccante al libro di Miller su Marylin) capisce di non poter inseguire la giovane rivale sul suo terreno e allora si presenta in un semplice abito nero accollato e coi capelli raccolti a crocchia, sublime coquette. La naturalezza come ultima acrobazia dell’artificio: Berlusconi non accetta di convertirsi davvero alla realtà perdendo se stesso, si percepisce ancora gonfio di desideri e pretende di risalire sulla giostra (“tutto quello che tocco diventa famoso”).

I soldi però non cambiano verso, la montagna d’oro (transustanziata in numeri e diagrammi) continua a crescere e dall’alto manda sinistri bagliori; il Paese è un malato a cui sembra tornata la voglia di vivere mentre la prognosi non cessa di essere infausta. Che percentuale di ingiustizia può digerire la coscienza pur di difendere il proprio livello di benessere? La nebbia che la minoranza privilegiata diffonde intorno a sé (ghirigoro astutissimo di impronte perché nessuno si accorga che sta girando in tondo) è un fumo nocivo che avvelena chi lo sparge? La piazza si incattivisce, accusa, “il più pulito cià la rogna”; l’accanimento sulle regole pubbliche è direttamente proporzionale alla scarsa volontà di imporsi regole private. A Montecitorio echeggia il grido “o si cambia o si muore!” – ma che succede se molti coltivano l’idea che cambiare equivalga a morire? Mentre spolvero la mia collezione di sfere in pietradura, la sola cosa che mi manca ormai è la giovinezza. Il futuro è una belva accovacciata che aspetta di saltare.

Domando scusa, sembra che questo libro non voglia finire. Ma non l’avrei riaperto mettendo in difficoltà l’editore (“mancano meno di cinque settimane all’uscita programmata… abbiamo già vistato le ciano… gli stampatori non possono permettersi di interrompere il flusso”) per un semplice aggiornamento sulla frenesia superficiale e sugli onirici abissi della politica; non l’avrei fatto se non fosse sopravvenuto un dato che imprime alla storia tutt’altro finale. Sabato, oggi è martedì (temo anzi d’essermi dilungato in un preambolo non pertinente: “non più di quindicimila battute” si sono raccomandati, “dobbiamo far quadrare a 224”), sabato Gerardo è sparito.

Tutto filava liscio in questi mesi, perdonata anche la vittoria allo Strega e gli impegni conseguenti; finiti da parte mia gli imbrogli, le resistenze, per non dire le nostalgie e i rimpianti.
Incuriosito dal nuovo liquido amniotico, consideravo l’estrema avventura sentimentale della mia vita più un supplemento didattico che un ripiego di rassegnazione. Gerardo si stava sforzando di insegnarmi l’abc della scrittura e lettura digitale: come trasportare i miei files in un cloud, o come scaricare nell’e-reader i programmi compatibili coi diversi formati di lettura. La mia testa si chiudeva con rabbia alle nuove nozioni, al liquore frizzante che premeva nei condotti calcificati; mi disperavo, poi ricordavo mamma e il suo “va la’ che s’i ciamen caiòun t’en ne’t vòlt menga indré” (vai, che se gridano coglione non dovrai essere tu a girarti). Il muro pian piano si apriva, Gerardo rideva sollevato e io con lui. Una di quelle serenità orizzontali che devi solo sperare non arrivino sussulti, perché non hai a disposizione ridondanze di recupero.

È mancato l’entusiasmo. L’allegria c’era (ridevamo alle scuse della commessa che non aveva i sali da bagno, «a Milano facciamo tutti la doccia») ma la passione non si simula. Gerardo ha incassato, incassato, lui la passione ce l’ha messa tutta. Sapevo che stava attraversando un brutto periodo dal punto di vista lavorativo («hanno sbagliato la laminazione ma la chiusura a busta la vogliono lo stesso»; «be’, se ci riesci ti fanno un monumento»; «eh, e se fallisco mi appendono per i piedi»), ma non mi sono curato della sua stanchezza – per quattro comparsate in televisione ci siamo persi la settimana di relax in Kenya che pure gli avevo promesso, tra Natale e Capodanno. Egoismo e distrazione, i miei cari vecchi bodyguard. Dato che nella società dello spettacolo ognuno di noi conosce le reazioni medie meglio di come ci conosciamo l’un l’altro, ero quasi contento se lo vedevo malmostoso e irritabile perché pensavo “meno male, non tutti i suoi stati d’animo dipendono da me, certe volte sa essere truce per conto suo”. Ma Gerardo non è medio, esige di essere coinvolto in una fiamma che non perdona: stavolta non tornerà.

Non è nemmeno a Potenza, ho chiamato il fratello e non ne sa niente – adesso è preoccupato anche lui, sto facendo preoccupare tutta la famiglia. In garage non c’è la macchina ma la polizia stradale non ha segnalato incidenti con quella targa, nessuno col suo nome negli ospedali in zona. Il cellulare è muto da più di cento ore, ci sentivamo cinque o sei volte al giorno. Almeno una frase definitiva via sms, una parolaccia un insulto un addio. Non è uomo da ripetere due volte la stessa mossa; il pensiero con cui mi sono gingillato ipocritamente per anni, esternandolo ogni tanto per rendermi interessante (la seduzione del muso della metro, giocattolone festoso pronto a sgranocchiarti) – lui è capace di averlo realizzato. Se Gerardo si è tolto di mezzo (non come quando fingevo che i miei partner lo facessero per convenzione letteraria, per terminare un libro e cominciarne un altro, ma nella realtà) sarò infelice per sempre.

2 febbraio 2014

L’edificio è solenne, non sembra nemmeno un ospedale; sono corso appena ho saputo ma Gerardo decide lui che tono dare all’incontro, privilegiato com’è dai pesi della trazione e dai tubicini che si insinuano sotto il lenzuolo (macchiato di sangue e di siero).
«U vì loc’, il molestatore telefonico…»
Quando ho sentito «parla il plesso Asl del Sant’Andrea di Ancona» ho immaginato tuffi dal molo, motoscafi addetti al salvataggio, voli dalla scogliera del Conero; fino alla spiegazione, urticante e derisoria.
«“Facciamo tutto insieme, siamo leali”… e poi ti sottoponi a una cosa del genere senza avvertirmi.»
«Stavo a settantasette gradi Cobb, praticamente ipercifosi… l’unica terapia era l’intervento.»
«È andato tutto bene?»
«Scusa ma tu avessi, avresti cominciato a filosofeggiare…»
«Possibili complicanze, che rischi ci sono?»
«Sono arrivati gli arrotini…»
«“Perché io valgo, disse l’alluce, e l’alluce fu”: giochiamo a chi spara più non-sense?»
«No, cioè hanno posizionato una vite ma io sento dei coltelli affilatissimi.»
«Come la Sirenetta…»
«Come chi?»
«Niente, domani te la porto da leggere.»
«Domani se la Ves è ancora alta mi controllano in un altro reparto… tu piuttosto stai bene?»
«A parte che convivo con un matto, sì… stamattina prima di partire ho telefonato in Comune…»
«Ho cambiato idea sui ricordi… stavo esaurendo la scorta.»
«… per l’iscrizione nel registro delle coppie di fatto bisogna abitare allo stesso indirizzo, mandano un messo comunale a verificare… poi se tutto è a posto ci inseriscono in uno stato di famiglia unico.»
Mi tira per la mano e gira via la testa.
«Prima di passare sotto i ferri mi sono fatto una pippa… m’ero portato la tua maglietta da annusare.»
«Ti sei sentito poco amato negli ultimi mesi?»
«Almeno per un anno mi hai poco amato… ma non voglio ricattarti con la menata della schiena dritta.»
«Meno male che l’occhio resta storto.»
«Quando fai il romantico mi commuovo…»
«Adesso dobbiamo sposarci per forza, se no ti trasformi in schiuma.»

Già, il matrimonio – senza validità col prete spretato, o quel pallido ectoplasma che le leggi italiane consentono. Non credevo che questo topino ripieno di fede avrebbe occupato tanto spazio nella mia vita, e con tanta autorità. Il problema di essere in due è che si diventa più vulnerabili. Ma va’? direte voi. Tutto il professorume apocalittico dispiegato nei libri passati, l’eroica ginnastica di stile per arrivare alla scoperta dell’acqua calda? (Prendete questo diario e buttatelo nel cestino, è troppo facile convertirsi a un regime liquido quando non si hanno più i denti per masticare.)
Come diceva Manzoni? “E l’amore venir comandato e chiamarsi santo.” Ma ha senso che l’amore venga comandato, se non si crede ai comandamenti? Scrive anche, nello stesso luogo, “il sospiro segreto del cuore”; lo sto ascoltando davvero, il mio cuore? O sto solo bussando alla porta della giustizia, sperando che mi apra anche se è troppo tardi? Voglio parlarne con don Alessandro: mi fido della sua ipocondria tollerante, del suo acume storico.

Sulla strada per il Cimitero Monumentale vedo che il chiosco di funghi e tartufi ha subito un incendio, la plastica annerita ingombra il marciapiede; le lamiere della metro in costruzione sono ostaggio di writers di opposte bande, i disegni sovrapponendosi si annullano. Nessuna forma è più possibile. Su via Farini molte saracinesche sono chiuse per scarsa vendita e affitti eccessivi: la ridondanza del benessere si sta assottigliando, nei camini del vulcano sociale covano ben più esaltanti e sinistre esplosioni.
Arrivato al Famedio non mi va più di salire, i gradini sono ghiacciati e comunque lui in che potrebbe aiutarmi? Dal suo parallelepipedo austero mi risponderebbe quel che ha già risposto, “che ne sa il cuore?”. Forse aggiungerebbe un ammonimento a cui lui pure ha dovuto inchinarsi da vecchio: “chi non sarà in emergenza non avrà diritto di parola”. Vago per i vialetti in cerca di ragioni. Residui di neve nera e inquinata sporcano le ali degli angeli, uno schiavo di bronzo verde con gli anelli alle orecchie bacia i piedi d’un cieco. Corone di spine, chiodi acuminati. Passo sotto un abete gocciolante, una signora smarrita interroga la sequenza dei numeri che identificano le tombe. Siamo nel settore dei quattrocento: cenotafi della guerra di Russia, da cui non si ritorna perché non si sconfigge l’inverno. Giro a sinistra dove si trovano quelle meno impegnative; la quattrocentonovantasei è una semplice croce, con una corona di marmo corroso che pende inclinata dal braccio traverso. Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.

[Immagine: Cimitero monumentale di Milano (gs)].

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