cropped-VIADOTTO_GENTE_2.jpgdi Francesco Pecoraro

Da qualche tempo.
Ogni volta che sento dire, metti di un libro, che si tratta di un’operazione commerciale, ogni volta che qualcuno mi dice “ho fatto una marchetta” per indicare che ha lavorato a fini non artistici, ma per denaro.
Tutte le volte che un qualsivoglia artista si giustifica di aver fatto qualcosa di “basso”, qualcosa “su commissione” affermando come si vergognasse che anche lui “deve campare”, che “tiene famiglia”.
Ogni volta che qualcuno mi dice che un libro “non è un prodotto come gli altri”.
Ogni volta che sento dire del sistema dell’arte come di una cosa che “ha più a che fare coi soldi che con l’arte”, di una cosa gestita da “una combriccola di mercanti & critici” che decidono loro cosa vale e cosa no.
Ogni volta che sento contrapporre soldi v/s cultura, per esempio, ogni volta che si afferma l’esistenza di valori estranei al “mero valore economico” e ogni volta che percepisco una sorta di ostentazione di disprezzo verso il denaro.
Ogni volta che vedo un’esibizione di distacco dai soldi come fossero una cosa sporca, quando la gente non ti dice quanto guadagna, ma fa di tutto per fartelo capire mostrandoti la macchina che si è comprata, l’orologio costoso, la casa nuova.
Ogni volta che viene fuori questo rapporto non sano della cultura italica coi soldi, questa ridicola affettazione che deriva da antecedenti e secolari comportamenti aristocratici – quelli sì che potevano non pensarci, al denaro, ed è proprio per questo che nel 1789 si tagliarono molte teste – percolata fin negli strati più infimi di quella che una volta si chiamava borghesia piccola – e che adesso io chiamerei Grande Ripieno Sociale – costituente comunque il perno strutturale della cultura medio-liceale diffusasi nel Paese.
Insomma ogni volta che salta fuori il rapporto cultura/denaro, cioè tutte le volte citate più quelle non citate, mi viene da pensare che la più importante invenzione della storia umana non siano il fuoco, o la ruota, ma il denaro.
Certo, la pietra scheggiata di Modo Uno – così si chiama la civiltà di Homo habilis, oppure di Homo ergaster, non so, durata qualche milione di anni – e poi le punte di freccia e di lancia, le lame ricavate dall’ossidiana per tagliare, raschiare carni e pelli, la capacità di costruire oggetti appuntiti, recipienti e poi col tempo, molto, moltissimo tempo, più di quanto riusciamo a figurarci e misurare, il costituirsi di una varietà di aggeggi, utensili, macchine, vasellame, armi, edifici: tutto questo fu cosa mirabile.
Ma senza denaro restavano enti fisici staccati gli uni dagli altri, non erano oggettivamente commensurabili e rapportabili.
L’economia del baratto, dello scambio diretto di beni e cose, non poteva funzionare nella crescente complessità dell’umano.
Fu necessario separare il valore delle cose – valutabile fino ad allora solo per rapporto ad un’altra cosa, tipo tot pecore per un cavallo, tot cavalli per una donna, eccetera – dalla loro reciproca scambiabilità ed istituire un’unità di misura di tutto, arbitraria e astratta, matematica, filosofica, umana.
Fu l’invenzione dei soldi che mise tutto a sistema, che consentì di misurare ogni cosa per rapporto a qualsiasi altra cioè al valore nominale e simbolico del denaro.
Non capisco nulla di economia ed è probabile che l’abbia fatta facile, che abbia sbagliato qualche passaggio, che abbia trattato con leggerezza per esempio il concetto di valore, ma credo che la sostanza dell’invenzione denaro sia questa: mettere a sistema il mondo della roba, cioè ogni oggetto fabbricabile o reperibile nell’ambiente, qualsiasi sia lo scopo per cui è stato realizzato, dal più infimo e utilitario, come uno spazzolino da cesso, al più alto, come metti un quadro di Rothko.
Sapendo quanto vale quel tale Rothko e quanto uno spazzolino da cesso, possiamo anche sapere quanti spazzolini da cesso ci servono per comprarlo, ammesso che qualcuno sia disposto ad accettarne.
Se vale ottocento mila euro, il Rothko, e lo spazzolino vale dieci euro, il Rothko teoricamente vale ottantamila spazzolini, vale a dire diversi tir pieni di questo utensile, anch’esso, a suo modo e in certe condizioni, molto utile.
Mentre in un’economia di scambio un singolo spazzolino varrà 0,0000125 Rothko.

Insomma il prezzo di una cosa è un baratto per interposto denaro, con qualsiasi altra cosa sia potenzialmente acquistabile.
Quindi l’invenzione del denaro ha a che fare con la comparabilità dell’eterogeneo, con la sua matematizzazione.
È vero che non è corretto sommare tra loro mele e pere, è la prima cosa che ci insegnano a non fare, a scuola.
E però quando vengo via dal mio ottimo fruttivendolo, nel sacchetto di plastica che tengo in mano dispongo di un pezzo di carta dove è riportata la somma di tutte le cose che contiene, perché il fruttivendolo si è limitato a traslare l’oggetto-pera nell’universo simbolico del tutto, che è il denaro.
Per farlo ha dovuto compiere un’operazione intermedia, definendone una delle possibili oggettività condivisibili, secondo l’unità di misura di massa fisica, in pratica pesandola, cioè individuando quanto è forte l’attrazione di gravità che subisce, secondo la nota equazione:

Effe, uguale Gi, moltiplicato Emmeuno per Emmedue, fratto Erre al quadrato.

(La scrivo così perché non so riportarla in termini matematici tramite tastiera)
È questa forza che viene monetizzata, in pratica.
E dato che la gravità secondo la fisica einsteiniana è definita (da qui in poi per me è buio) come curvatura dello spazio, il denaro monetizza l’entità dello scivolamento della pera lungo la curva che porta al centro del pianeta, o da qualche altra parte, non so.
Potenza comparativa del denaro, unica forma di definizione universale di cui disponiamo.
La questione del valore – concetto indispensabile che agisce instancabilmente dentro di noi, valutando le cose che ci circondano, istante per istante – è molto complicata.
Prezzo e valore, senza provare nemmeno ad inoltrarmi nella complessità del problema, non dico che coincidano, ma certamente tra i due concetti c’è un rapporto ovvio: più alto è il prezzo e più grande è il valore, qualsiasi valore, si direbbe.
Per questo un quadro di Rothko, un’opera di Bacon, di Burri, di Raffaello, eccetera, costano molti soldi: perché hanno un “alto valore artistico”, definito e certificato dai molti soggetti, a cominciare dai critici, pubblico compreso, collezionisti compresi, che tutti assieme formano il sistema dell’arte.
Se è così, se il valore artistico di un’opera ne determina il costo, perché un libro di poesie di Leopardi non costa di più di una raccolta di versi di Pascarella?
Se è così, perché per andare a vedere un film di Neri Parenti, pago la stessa cifra che mi chiedono per un film di Kubrick?
Perché se una crosta non la vuole nessuno, mentre un Picasso costa miliardi, lo stesso non vale per il valore in altri campi dell’arte, come la letteratura e il cinema?
Questo potrebbe essere un punto cruciale per cercare di comprendere il rapporto letteratura/mercato e più in esteso, arti narrativo-sceniche e mercato.
Innanzi tutto l’opera d’arte visiva è di solito un unicum (anche se esistono le opere seriali e riproducibili sotto il controllo dell’artista), mentre un libro è la riproduzione a stampa di un originale che non ha nessun valore «materiale», se non di tipo collezionistico, filologico.

Lo stesso si può dire di un film, e, parzialmente, di uno spettacolo teatrale: sono copie riprodotte, non esiste un originale.
Un grande artista visivo, se riconosciuto come tale, non ha il problema della quantità del suo venduto.
Uno scrittore, anche un grande scrittore riconosciuto come tale, invece sì: perché il suo, indipendentemente dalla qualità, è un prodotto seriale, costa pochi euro.
Se la critica lo incensa, ma lo comprano in pochi, è come se il prodotto del suo lavoro non sia stato monetizzato, è come se non riesca ad entrare nella comparabilità di tutte le cose che avviene attraverso il denaro, restando quindi privo di valore oggettivo.
È per questo che in fondo, ma neanche tanto, l’unica cosa importante per uno scrittore, una volta terminata l’opera, è quanta gente ha letto il suo libro.
È naturale, normale, comprensibile e direi assolutamente logico che sia così.
La difficoltà nasce se lo scrittore il problema di quanta gente leggerà il suo libro se lo pone durante la fase di scrittura, cercando in conseguenza di ciò di indirizzare il proprio lavoro verso un risultato finale capace di attrarre quanti più lettori-compratori possibile.
L’obbiettivo dell’arte visiva – vendere una limitata serie di opere, uniche e originali, di grande valore – in letteratura è, come si vede, completamente rovesciato: vendere una grande quantità di riproduzioni a stampa dello stesso testo, trovando un pubblico ampio, il più ampio possibile.

Solo nella monetizzazione, l’opera scrittoria, narrativa, acquista un valore riconducibile a quello di tutte le altre cose che esistono: se produce denaro, vale il denaro che ha prodotto.
So che questo ragionamento lascia fuori il cosiddetto valore artistico.
Il valore artistico non sempre, anzi quasi mai, coincide con esattezza col valore di godimento che quella lettura può produrre nei molti, ma che può essere sprezzato dai pochi valutatori professionali, i critici.
Contrariamente a quanto accade per le arti di figura, dove il critico è arbitro quasi assoluto, il giudizio del critico letterario e cinematografico non sposta le vendite, se non di pochissimo: ad ogni natale la critica stroncava spietatamente la mondezza filmica di Neri Parenti e di quel clone sbiadito di Alberto Sordi che è Christian De Sica, ma puntualmente quei film battevano ogni record di incassi.
Mentre nelle arti di figura il valore artistico certificato dalla critica e il prezzo certificato dal mercato, si corrispondono quasi esattamente, in campo letterario valore artistico ed entità delle vendite sono uno fuori dell’altro.
Il valore di un libro coincide con l’ammontare del totale delle vendite: ciascun lettore tira fuori soldi di persona e li investe in un oggetto che spera sia capace di dargli il godimento di lettura che cerca da sempre e che ogni tanto, ma solo ogni tanto, trova.
Un libro molto acquistato vale molto denaro, ma può valere nulla come prodotto artistico.
Sogno di ogni scrittore è riuscire a scrivere un’opera che chiuda questa forbice inesorabile, dove cioè valore artistico e valore di godimento coincidano, producendo piacere ai lettori, denaro all’autore e soddisfazione ai critici.
Che è come dire: scrivere un’opera che riesca a superare, nell’esperienza estetica che produce, la divisione orizzontale tra élite culturale e gusto di massa, mettendo tutti d’accordo come fa il fruttivendolo pesando frutti di natura diversa e trasformandoli nella stessa materia venale.

È una cosa che accade molto di rado e per caso: non esiste l’equivalente dell’equazione di Newton che ci consenta di pesare e comparare oggettivamente qualità e densità estetica della scrittura per determinarne parametricamente il valore.
Inutile accanirsi contro la corrività dell’editoria commerciale, contro il best seller scadente che si vende a milioni di copie.
L’unico ponte capace di unificare la contraddizione quantità/qualità è l’autore stesso, se ci riesce.
Se gli scrittori questo se lo dicessero, tutto sarebbe più chiaro.

[Immagine: Viadotto, gente, disegno di Francesco Pecoraro (particolare)].

 

10 thoughts on “Qualità artistica e gravitazione universale

  1. Riflessione interessante (così come molto interessante è anche il romanzo di Francesco Pecoraro che ho acquistato e letto). Una cosa, però, non mi convince. Insistendo così tanto sul legame tra il valore dell’opera e la sua monetizzabilità non rischia di passare in secondo piano il fatto che l’obiettivo essenziale di chi scrive è di essere letto, non che la propria opera venga acquistata? Questa mi pare piuttosto una circostanza contingente legata al modo in cui si sono andate organizzando nel corso del tempo le relazioni tra le persone nella nostra società. Lo stesso vale per chi dipinge un quadro o scrive una partitura musicale. Il punto è la condivisione di un prodotto estetico che anche per chi lo crea non è mai un mero possedimento personale. Come avvenga, poi, concretamente la condivisione è una faccenda a parte. Magari mi sbaglio, ma a me questa sembra una distinzione importante (e anche utile per capire in quali modi diversi il processo creativo possa fallire).

  2. Di fatto esiste una minore visibilità, quindi distribuzione, dei libri prodotti da case editrici minori, e questa non è cosa da sottovalutare perché significa che alcune opere sono discriminate in partenza dal mercato. A ciò si aggiunge una certa incapacità della letteratura odierna di parlare alla contemporaneità, superando appunto le differenze sociali o armonizzandole. Tra romanzo e poesia, certamente il romanzo avrebbe più chances, ma a mio parere il romanzo è fermo al passato mentre la poesia si sta reinventando secondo nuove modalità di espressione, più romanzesche, diciamo anche corali. Si vedano i poeti italiani nati negli anni Ottanta ad esempio. La loro voce, seppure acerba, non è affatto incomprensibile ai più eppure non ha successo, secondo me, per colpa di di critici poco validi o “vecchi” che latitano al riguardo. Nell’arte i critici non sono molti, ma validi e rispettati (a parte Sgarbi), mentre per il cinema e per la letteratura oramai i social network hanno fatto sì che chiunque potesse esprimersi a suo piacimento su qualsiasi cosa, e se è ovvio che i gusti sono gusti, non è d’altro canto nemmeno normale che critici letterari si mettano a fare i critici cinematografici quando sì e no al cinema magari ci vanno una volta al mese. E non mi si venga a dire che il valore artistico è tutta questione di occhio, insomma una cosa innata. Ma per favore.

    Ancora: si dovrebbe parlare dell’editoria a pagamento o del modo di fare editoria senza selezione.

    Allo stesso modo i nuovi critici sono soli, dovrebbero essere accompagnati da professori o da altri critici già avviati che purtroppo sono troppo intenti a glorificare se stessi o peggio a lavorare per quattro vista la crisi. Ma a questo punto il discorso potrebbe continuare per ore ed ore e non voglio tediare ancora.

    Insomma i problemi sono dentro e fuori l’opera, a mio avviso. Però l’articolo è interessante e capace di stimolare un’intensa discussione, spero.

  3. Guardi, Viola, il popolare ha sfondato prima col mercato unico dio (come dice Pecoraro) e ora col ricambio generazionale (come chiede lei). Ciò nonostante, la “Letteratura” (ripudiata da Pecoraro come elitista e da lei come “incomprensibile ai più”) non può liberarsi dello scomodo Canone, per cui uno che ha voglia, in Occidente, va a leggersi Omero, i testi sacri e Shakespeare e non ha bisogno d’altro per conoscere l’umano. La vita nel tempo corrente, il respiro legittimo e la volontà di esserci sono, su questo sito, Le Cose. Saluti.

  4. Ma io non ho proprio niente nei confronti del canone, di certo il canone si evolve, caro signore che mi dice “Guardi Lei” e “saluti”. Non stavo parlando di popolare, né ho definito tutta la letteratura come incomprensibile ai più. Ho fatto dei distinguo, pensi addirittura che parlavo di poesia, le pare popolare oggi la poesia? Ad ogni modo, se mi si rivolge il questo modo, ho già troppo maestri da mandare a quel paese ogni giorno, insomma direi che il mondo degli intellettuali sta proprio messo male, se non si riesce a dire le proprie opinioni rispettando le altre. Guardi le faccio i miei più cordiali saluti.

  5. E su questo sito sono “cose” anche la rubrica dedicata ai poeti nati negli anni Ottanta, non mi sbaglio. O sono “cose” un po’ meno “cose” di quali altre “cose”? Cordialissimi saluti, ancora.

  6. Non capisco che senso ha la parte del fruttivendolo, le mere con le pere e la interazione gravitazionale, soprattutto quando l’autore ammette di non saperne nulla. Allora che ne parliamo a fare? Oltretutto cita una formula dalla fisica classica ( Newton ) per poi parlare di Einstein. Cioè, è molto evocativo, ma è pure superfluo. Poi c’è un concetto proprio sbagliato, ovvero il rapporto tra il prezzo e il valore di un oggetto, che non sono per niente proporzionali. Intanto non ha senso parlare di prezzo e valore in termini assoluti. Un Rothko ha un valore espresso in moneta solo nel mercato artistico attuale. Ha quel valore fintanto che reggono le condizioni che lo hanno fissato su quel prezzo. In mezzo al deserto un Rothko non vale nulla, arte o non arte. Il valore artistico, entità variabile, determina insieme ad altre entità il valore monetario di un’opera. Ma il valore artistico, al di là della sua difficile misurabilità, non è l’unica entità che può determinarne il prezzo. Per questo in altri campi, editoria e cinema, le cose sono così diverse. Ma questo non dice nulla circa il rapporto tra l’arte e l’economia, serve solo a illustrare alcuni meccanismi economici, di mercato, di domanda e offerta. Tutto questo discorso è elementare, il valore artistico è una cosa, il valore monetario un’altra. Non si capisce per quale motivo dovrebbero coincidere e soprattutto non si capisce per quale motivo le persone continuano a inferire l’uno dall’altro e viceversa. È buffo che ancora se ne parli. Poi c’è ancora confusione: “il valore di un libro coincide con l’ammontare del totale delle vendite”. No. Un titolo genera profitti che aumentano con l’aumentare delle vendite. Questo dà un certo potenziale di vendita all’autore per un prossimo titolo, potenziale che l’autore può far valere nel campo editoriale. Un titolo può valere se può generare profitti nel mercato. Una volta esaurita la vena, o un titolo viene piazzato su mercati esteri o può arrivare nel mercato del cinema o se diventa un classico può generare profitti nel tempo. Permane un alone romantico sull’arte, in ragione del quale si vorrebbe che le opere ritenute migliori siano le più lette, perché ancora non si è accettato il fatto che la fruizione artistica sia un’esperienza soggettiva, che è poi il motivo per cui non si può misurare il valore artistico di un’opera.

  7. Sintesi: i soldi piacciono a tutti più o meno allo stesso modo e grado, le opere d’arte e/o di fiction no. Però…

  8. Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’ oggetto in senso eminente. L’universalità della sua proprietà costituisce l’onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi come ente onnipotente. (Marx, notissima citazione dai Manoscritti economico-filosofici).

    (Ah: la “mondezza filmica di Neri Parenti” non sarà forse “monnezza”? O sono io poco pratico dell’italiano parlato di Roma? O c’è un gioco tra purezza e sporcizia, l’esser mondi e l’essere immondi?).

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