Le parole e le cose

Letteratura e realtà

I giorni e gli anni

| 2 commenti

cropped-Bruce-Davidson-Subway.jpgdi Uwe Johnson

[L’orma ha da poco pubblicato il terzo volume di I giorni e gli anni [Jahrestage] di Uwe Johnson, nella traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini. I primi due volumi erano usciti da Feltrinelli nel 2002 e nel 2005; poi Feltrinelli ha interrotto la pubblicazione.

Uscito in quattro parti fra il 1970 e il 1983, I giorni e gli anni è, senza discussione, uno dei romanzi tedeschi più importanti del Novecento. Nasce dalla sovrapposizione e dall’intreccio di tre piani narrativi: il primo racconta giorno per giorno, fra il 21 agosto 1967 e il 20 agosto 1968, un anno della vita di Gesine Cresspahl, una giovane donna di trentaquattro anni, nata in Meclemburgo, che vive con la figlia Marie a New York, in un appartamento dell’Upper West Side; il secondo è costruito mettendo insieme e commentando gli articoli del New York Times usciti in quei giorni (si parla di Vietnam, di politica interna americana, dei rapporti fra USA e URSS, della contestazione giovanile, di cronaca quotidiana, di sport); il terzo racconta le vicende della famiglia Cresspahl e ripercorre la storia del Meclemburgo e la storia della Germania fra la seconda metà dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Il terzo volume dell’opera copre il periodo compreso fra il 20 aprile e il 16 giugno 1968. Quella che segue è la pagina di giovedì 9 maggio 1968. Su germanistica.net si possono leggere l’inizio del romanzo e, fra le altre cose, un saggio di Anna Chiarloni su Uwe Johnson e le recensioni di Massimo Raffaeli e di Roberto Saviano al primo volume dei Giorni e gli anni (gm)].

9 maggio 1968, giovedì

è il giorno della lezione di lingua ceca, puntualmente alle due il professor Kreslil s’intrufola nell’ufficio della Cresspahl, si tira dietro la porta con circospezione e solo a questo punto si distende un pochino. Forse lo mette a disagio il lungo percorso nell’edificio verticale, per portieri e facce estranee innumerabili, magari è la smaccata opulenza di questo sedicesimo piano a intimidirlo, e solo oggi le è venuto in mente che forse potrebbe andare ad aspettare questo signore anziano al marciapiede, per poi scortarlo fin quassù. Ma scusarsi e proporre l’alternativa non può farlo, all’offerta d’aiuto lui opporrebbe un reciso diniego, nondimeno il contrario di quel che veramente vorrebbe. Čeština je těžká.
Formula di saluto, di commiato, chiedere come va, ormai va giù come un bicchier d’acqua nella lingua straniera, la lezione è destrutturata a colloquio, solo che la piccola scorta di cose in comune è presto consumata, e della comune conoscente Mrs Ferwalter è possibile solo riportare i saluti, della causa ultima dei suoi disturbi non si può parlare. A questo punto occorre ricostruire il dialogo sulla base di spunti tangenti al cerchio dei casi personali, per lo più sono spunti dal Times del giorno, per cui si ristabilisce il rapporto docente discente, non solo, anche la divisione fra un ebreo boemo e una tedesca di genitori tedeschi; il signor Kreslil, nella sua cortesia indefettibile, si opporrebbe senz’altro a porre la cosa in questo modo, se mai s’arrivasse a parlarne. Il compito consiste dunque nel raccontare liberamente da uno spunto. Appunto però ultimamente il signor Kreslil di nuove da Praga non ne ascolta tanto volentieri, perché potrebbe uscire fuori la campagna di repulisti politico degli anni Cinquanta, oppure altri aspetti della cooperazione con l’U.R.S.S., e anche di questa parte della sua vita non possiamo domandargli.


L’ottantaquattresimo compleanno di Truman è argomento da poco. La guerriglia degli studenti parigini con la polizia vista da qua è evento sfocato. Le notizie del quartiere cinese a Saigon le abbiamo quasi dimenticate, come se di notizie di guerra non ce ne fossero fresche ogni giorno. I disoccupati di pelle nera sono più del doppio di quelli di pelle rosa, e anche questa è cosa già ridetta. Un annuncio a pagina 1 cerca un rapinatore di banche professionista per una consulenza in un film, può chiamare al CIrcle 5-6000, apparecchio 514. In linea di principio sì. Invece no.
Allora prendiamo in esame il sondaggio che il Times ha commissionato riguardo ai disordini alla Columbia University. Per i quali 55 adulti su 100 in Greater New York danno la colpa agli studenti. La percentuale aumenta se consideriamo i suburbi, se chiediamo a persone con più di 40 anni oppure a quelle che non hanno mai frequentato l’università. Su cento son comunque ottantatré a ritenere giustificato l’intervento della polizia, e cinquantotto ritengono che l’applicazione della violenza sia stata esattamente proporzionata alla necessità. Parlar di queste cose è difficile, sempre con questo ripresentarsi dei numeri, si corre il rischio di usare sempre lo stesso giro di frase, e va a finire che si cincischia un po’. E anche in una frase quasi senza errori c’è qualcosa che ti rovina il piacere: il campione non è ripartito nei sottoinsiemi dei bianchi e dei neri, l’indagine demoscopica fa prima a considerarli tutti bianchi. «Anche solo per il fatto economico di potersi permettere un telefono.»
Non ci sarebbe stata comunque lode per questa frase. Troppo tardi l’allieva Cresspahl si è accorta che il signor professor Kreslil un telefono non se lo può permettere, appunto per ragioni economiche, e perché vive in un quartiere dove un telefono proprio è più che altro uno strumento a uso dei ladri che ti entrano in casa. Ještě dělám chyby, pane Kreslil.

– To nevadí. Ano, mluvíte poněkud pomalu: dice l’anziano signore, per il quale prima del rimprovero viene un tatto particolare dovuto al gentil sesso, e di nuovo eccolo qui con il fare premuroso steso sopra al non capirci niente con questa Cresspahl, come se dovesse metterle in bocca e nella testa la lingua ceca senza poter sapere cos’è venuto a fare qui e cosa se ne fa costei. Non che lo si sappia noi tanto meglio. Il suo cranio giallognolo è fermo e attento, e con l’espressione polita del volto non lascia trapelare niente. Non può che sentirsi a disagio col nostro brancolare nella sua lingua. Non possiamo riparare neanche ringraziandolo più e più volte per la pena che si dà e accompagnandolo fuori del palazzo fin sulla strada, è una di quelle giornate storte e basta.
Ed era un segnale, ma la Cresspahl vuole un’altra prova. Si concede la libera uscita, direttamente qui, sulla Lexington Avenue, non avverte neanche Mrs Lazar, può spacciare l’omissione per ragioni di servizio. Al Baronet dice danno un film ceco, in versione originale, coi sottotitoli. Ormai son sei mesi che impara la lingua, vuol mettersi alla prova.
Al Baronet, sulla 59ma Strada, dirimpetto ai grandi magazzini Alexander, in un angolo di New York dato più e più volte per morto irrecuperabile, in uno dei tre cinema ricostruiti danno il film The Fifth Horseman Is Fear, made in Č.S.S.R., la proiezione comincia alle 4, la gente non si vergogna e vuole due dollari d’ingresso, nello spazio riservato ai fumatori c’è un posto d’angolo per poter darsela a gambe nel caso, ora comincia l’esame.

Carlo Ponti presents:
A Praga, durante l’occupazione nazista, a un avvocato ebreo viene affidato un giovanotto che ha una ferita che i tedeschi non devono assolutamente vedere. Il dottor Braun fa visita in una mansarda, in un casermone d’affitto desolato e polveroso, la vista è poco gradevole e senza prospettive. Non soltanto ha il ferito di cui occuparsi, deve anche star seduto nell’ufficio dispogliato del consiglio autonomo della comunità ebraica e dire al telefono: Ano, ossia sì, con una faccia affidabile, ligia e senza alcuna speranza. Il volto si affloscia mentre ascolta. Quel che lui risponde, a volte la Cresspahl lo capisce bene, non le manca il senso complessivo, lo sguardo le scivola ai sottotitoli vergognosamente indispensabili. Così le tocca anche riflettere sulle differenze fra originale e sottotitoli. In città il signor Braun è alla ricerca di un posto dove alloggiare il ferito. Sempre di nuovo compare nell’immagine un furgone per i traslochi con la scritta in tedesco Kirchenberger; ma insomma il pubblico, che ci troverà in questo da ridere? Per la disperazione c’è il locale notturno, gente vestita a festa che beve e beve, si balla su stenti ritmi jazz, probabilmente gira la droga. Ci sono anche degli ebrei, ma non possono aiutarlo. Una sequenza comincia con i forellini della doccia, che sembran fatti per l’uso stabilito e teletrasportano gli spettatori alle docce di Auschwitz, dalle quali usciva il gas. E invece son proprio docce per lavarsi, perché se i nazisti metton su un bordello con ragazze giudee, bisogna che queste siano pulite. Non è molto che si prostituiscono, prima erano figlie della borghesia, della buona società praghese. L’alternativa è la deportazione verso il gas. Una terza possibilità è tagliarsi per bene le vene dei polsi, qui si vede il dottor Braun che si china su una che è morta. Ma non era quello che si nascondeva? Vuole anche comprare della morfina? Capito niente. E le sequenze contrapposte, con scene della Praga odierna, dovrebbero ricordar cosa? il comportamento dei suoi cittadini sotto il nazismo? l’aver dimenticato? Qualcosa rimane impresso, se non c’è il dialogo a disturbare: il ragazzo in bicicletta sulla strada di periferia che vede l’auto dei tedeschi davanti al portone. La sequenza che inizia nello stesso punto, che ti prepara a qualcosa che invece non si avvera. Però, dal dialogo originale si dovrebbe evincere che è l’avvocato con la sua chiamata telefonica interrotta a provocare, il secondo giorno dell’azione, la perquisizione del palazzo? E Fanta dice davvero nella scena in cantina: «L’ho fatto io, è un dovere mio»? Fanta col suo fare circospetto, con le sue pile di lettere. La moglie del portinaio deve proteggere i suoi conigli, fra l’altro dev’esser dura d’orecchi. La maestra di musica che dialoga con i ritratti alla parete; non è un personaggio particolarmente credibile. La moglie del macellaio col suo eterno bisbiglio, poi c’è un personaggio non ben precisato dallo sguardo torvo e deciso all’attacco della tromba delle scale. Se la polizia tedesca a Praga può risalire a un dato palazzo in seguito a una telefonata anonima, perché non può anche risalire all’apparecchio preciso? Alla mattina del secondo giorno il ferito viene portato via dalla mansarda; da chi? Alla fine fra il dottor Braun e il capo della polizia si parla di un «confronto» che si deve fare. Il sottotitolo recita Un piccolo colloquio. La rotondità della tromba delle scale, gli sguardi dei passanti borghesi sul cadavere. Forse il ferito è ancora nascosto nella mansarda, solo da un’altra parte, e vuole distogliere il dottor Braun da questa possibilità suicidandosi? Punto di domanda. Giù il sipario. Fine. Konec.
Esame non superato.

La Cresspahl è seduta al bar dell’Hotel Marseille, da anni qui è di casa, membro del Mediterranean Swimming Club, una signora così la servirà Mr McIntyre, anche se non è in compagnia. Non avrebbe difficoltà a coinvolgerla in uno scambio sul tempo nuvoloso, così, di maggio! Ma questa Mrs Cresspahl se ne sta seduta con un’aria stranita, come se le fosse successo qualcosa di incomprensibile – meglio lasciarla in pace. Meglio sintonizzarsi sul notiziario delle sei.
N.B.C. Sixth Hour News mostra dei profughi in un campo di raccolta. Si sente il rumore di spari. Barelle portate lungo i corridoi di un ospedale. I fagotti che ci stanno sopra non ricordano più niente di umano. «Il numero esatto dei morti non è noto, poiché i più alle cure mediche non ci arrivano.» Adesso la Cresspahl lascia stare il suo bicchiere, spaventata come non si era mai vista, esce in strada e va dritta filata a casa, che era quello che voleva impedirsi di fare.
Già sulla 97ma Strada presagisce la seconda disfatta, per quei pochi passi fino al Riverside Drive privo di sole. «The fifth horseman is fear», cosa potrà mai voler dire. Il quinto cavaliere, il quinto palafreniere è la Paura. Vuol dire che non son quattro, quelli sono i cavalli della carrozza e il quinto viene a piedi per conto suo? La frase sembra provenire da quei tizi riuniti sotto il nome di Shakespeare; non conosce la citazione. Il suo inglese se l’è dovuto comprare a una scuola d’interpretariato; i soldi per l’università per lei non c’erano. Però Shakespeare se l’è letto, tutti e dodici i volumi! Come si fa a dimenticare una trovata come quella della Paura che vien quinta? Allora sarà Bacone che non ha letto bene, e anche Longfellow, entrambi non li possiede nemmeno. Da autodidatti, mica funziona bene, prima o poi vien fuori. Non preme neanche la porta di casa, per chiuderla, confida che si chiuda da sola, corre dai libri. Ecco qui l’Oxford Dictionary of Quotations, settima edizione riveduta, 1959. Sotto Horseman un unico rimando, l’Ode al Tabacco di Calverley. Sotto Paura quasi due colonne, lo sguardo non cattura niente neanche alla terza scorsa, nessun legame con palafreniere e quinto. Proprio non sa che pesci pigliare, se ne infischia di abbassarsi a tanto, guarda anche alle voci corrispondenti. Niente.

Nella città di New York, dove vive dal 1961, fanno vedere un film ceco dal titolo Il Quinto Cavaliere è la Paura. È una frase che in inglese suona come di dominio comune, in americano anche, il libro delle citazioni di Oxford non la riporta nemmeno. Lo sanno tutti fuorché Cresspahl. Sicché è bocciata non solo all’esame di ceco, anche in inglese ha fatto fiasco.
Ecco che arriva la bimba dall’ascensore, con i libri di scuola sottobraccio e un po’ meravigliata chiude la porta dietro di sé, e poi dice nel suo inglese spontaneo, che le scorre via fluente senza attrito: Ehi, Gesine! Com’era il cinema. Com’era il film?

[Immagine: Bruce Davidson, Subway (gm)]

2 commenti

  1. Pingback: pagine di letteratura tedesca e comparata

  2. splendido autore.
    difficilissimo da leggere!

    “Il terzo libro su Achim” è stata una vera battaglia… ma che soddisfazione! ;-)

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.