cropped-1944-pajama-top-nina-leen.jpgdi Alessandra Sarchi

[Pubblichiamo alcune pagine di L’amore normale di Alessandra Sarchi, pubblicato da Einaudi la settimana scorsa. il romanzo è costituito da un alternarsi di voci che prendono la parola in prima persona. A parlare è qui Giovanna, la più anziana del gruppo].

 Giovanna

“Venni per dividere un uomo da suo padre e una figlia da sua madre e una nuora da sua suocera, e i nemici dell’uomo saranno i suoi familiari. Colui che ama suo padre o sua madre sopra di me non è degno di me.”
Li ho lasciati di sotto e sono salita in camera, dopo aver letto i versetti del Vangelo di Matteo X, 35-37. Una dichiarazione di guerra contro ogni istituzione di dominio e di appartenenza, la famiglia per prima. Sono parole che ogni volta mi fanno venire i brividi per la ferocia dello stile e la purezza della chiamata. Ma hanno senso, se applicate alla vita di tutti i giorni?
Bisognerebbe credere in Dio, ha detto Fabrizio.
Il fatto è che dovremmo uscire dalla vita di tutti i giorni, per poter ridiscutere le nostre istituzioni, anche quelle che consideriamo naturali come la famiglia, ha aggiunto Davide.
Mi guardavano titubanti. Forse stavano pensando: ecco la vecchia che viene a farci la morale. Oppure: con tutto quello che s’è fumata da giovane le è partito il cervello. Ma anche: deve essere proprio caduta in una crisi mistica.
Laura, però, aveva capito: Chiediamo troppo alla stessa persona: sesso, vita di coppia, famiglia e sostegno economico. E magari pure di rimanere innamorati.
Un incastro che funziona e finisce con l’azzerarci tutti, ho commentato.

Guardavo il mozzicone esaurirsi nel posacenere. Sentivo che che era ora di andare a coricarmi, anche se arrivata in camera mi sono stesa solo per qualche minuto, poi sono ritornata alla scrivania dove avevo lasciato la scatola dei gessetti, le sigarette, i fogli. Mi era passato il sonno, ho preso il pacchetto e me ne sono accesa una. Prima o poi dovrò smetterla anche con queste sigarette al mentolo, ne ho fumate talmente tante nelle ultime ore che mi sento l’interno della bocca gonfio e amarognolo, neanche mi fossi riempita di foglie marce o cenere bagnata.
C’era ancora molto da chiarire per me. Non mi sono tirata indietro, anche se per un momento, dopo quella confessione in macchina mentre tornavamo dal mare, ho pensato che Laura e Davide fossero del tutto impazziti. Per quale ragione avevano deciso di mandare all’aria in maniera teatrale, me presente, il loro matrimonio?
Il fatto è che non ho voglia di assistere all’ennesimo spreco. Loro non sanno quanto poi, negli anni, si ingrossi il cumulo dei rimpianti e su tante cose prevalga non quello che si è fatto, che risulta quasi sempre inadeguato o fuori tempo, ma quello che si sarebbe potuto fare.

A essere sincera credevo che le faccende sentimentali si decidessero in maniera più risoluta oggi; è più semplice divorziare, è più semplice far coesistere diverse famiglie, almeno così si sente dire, perché ovviamente la facilità è tutta teorica, una questione di fare le cose con meno divieti e con maggiore urbanità.
La sofferenza, quella immagino che nessuno se la possa risparmiare. Ero pronta a dire a Laura: figlia mia, hai un amante? Ci saranno valide ragioni, futili ragioni, comunque ragioni che ti hanno portato a questo. Goditelo finché dura e lascia stare la tua famiglia. Oppure tronca senza tante storie. Davide ha un’amante? Perfetto, così siete pari, vale lo stesso discorso anche per lui.
Però, già mi aspettavo la polemica: ecco, anche tu come tutti, invecchiando diventate ipocriti e conservatori.
Infatti non ho detto niente di tutto questo a Laura mentre tornavamo dalla spiaggia; l’abbiamo presa alla larga, ho lasciato che si arrampicasse nelle volute della sua anima, nei cavilli dei discorsi. A nessuno piace sentirsi dire che, a volte, nei luoghi comuni sui sentimenti c’è più verità che nella ricerca di una loro raffinata espressione individuale. Cose che s’imparano con gli anni: le situazioni umane non sono infinite, il nostro tempo è limitato e così le nostre vite tendono a ripetere cose già viste e cose già fatte. Miliardi di esistenze e poche biografie significative, memorabili.

Laura era così cambiata che non sapevo più come rivolgermi a lei, ma cosa mi turbava? Il tradimento? No, questo era solo uno dei tanti accidenti che potevano arrivare a una coppia, e a Davide e Laura era arrivato ora. Noi avevamo dovuto aspettare di leggere la traduzione italiana di Tropico del Cancro, mentre loro avevano attraversato la prima adolescenza con L’insostenibile leggerezza dell’essere sul comodino. Laura aveva avuto prima di Davide, non una, ma diverse relazioni sentimentali, e altrettanto era vero per lui, di che altro avevano bisogno?
Mi sono affacciata dalla finestra della stanza da cui si vede un angolo della veranda, sotto parlavano piano, se parlavano, perché a me arrivava solo qualche rumore di bicchiere spostato.
Ho infilato la camicia da notte e mi sono coricata, ma non riuscivo a dormire. Ho riacceso la luce e ho deciso che avrei disegnato.
Ho spostato i fogli della scrivania per fare spazio, ho preso la scatola di gessetti, mi sono guardata intorno e mi è caduto l’occhio sul muro. La parete dietro il letto è da sempre ricoperta di una carta da parati giallina, un colore neutro che col tempo ha preso svariate sfumature di umidità.
Diversi anni fa avevo iniziato a copiare La joie de vivre di Matisse, tratteggiando a matita la composizione generale. Ci sono così tanti personaggi in quel quadro che – mi dicevo – dovrei dedicare un’estate a ciascuno. Sedici per la precisione, se si escludono gli animali.

Non l’ho mai finito. Ho terminato gli alberi con le chiome spampanate come matasse, il fondo che è fatto di colate lussureggianti di rosso e verde, ma i gruppi di figure sono rimasti incompiuti, alcuni col tempo sono diventati illeggibili.
Ho aperto l’anta dell’armadio dove è appeso il poster dell’originale, una buona riproduzione a colori, stando al chiuso questo almeno non è sbiadito.
Per diverse estati ho lavorato alla coppia in primo piano: lei sdraiata come una Venere con il collo riverso, lui accovacciato a terra, chino sulla testa di lei, la bacia e la sorregge allo stesso tempo. Le loro teste sono fuse in una sola. Ricordo che mentre disegnavo sentivo il vuoto: mancava una testa, nel quadro di Matisse se ne vede una sola, ma quando disegni un corpo lo senti sotto le mani, con il tuo aderisci al suo spazio, ne immagini la postura. Dov’era finita la testa della donna?
Ci ho lavorato con tempere e gessetti per le lumeggiature, da vicino si vede soprattutto quella macchia traslucida che la donna ha sopra il sesso. Mi sono sempre domandata cosa fosse. Matisse non aveva nessuna ragione per coprirle il sesso con un cencio bianco, del resto nel quadro sono tutti nudi. Ho perfino pensato che fosse un animale, un gatto steso di traverso tra le sue gambe divaricate. Però a osservarlo bene assomiglia piuttosto a qualcosa che scorre, un piccolo fiume. Mi sono concentrata parecchio su questa donna a cui manca la testa e che ha un fiume tra le gambe, la vita che zampilla o un lago di quiete, non l’ho mai capito, tant’è che il resto è rimasto solo un abbozzo.

Potrei riprendere a lavorarci dal gruppo che danza in fondo al bosco. Sono sei. Immagino che siano coppie. Laura, Davide, Mia, Fabrizio, Violetta e Guido. È facile raffigurarseli nudi, come gli dèi. A dire il vero nel quadro sembrano tutte donne, ma deve essere perché Matisse pensava a qualcosa tipo la danza delle Muse, anche se il numero non torna, le muse sono nove. Comunque io preferisco che siano uomini e donne, a coppie. Metto alcune lettere sulle loro teste. M’impensierisce questa figura di spalle che un poco esce dal cerchio danzante, ha una gamba quasi inginocchiata a terra e nonostante il personaggio alla sua sinistra le tenda la mano è l’unica che sembra far fatica a tenere il girotondo. Forse è caduta e si sta rialzando, forse vorrebbe fermarsi un momento a riposare. Sa che non ce la farà, non ha fiato abbastanza per arrivare fino in fondo, oppure si è fatta male perché il girotondo è troppo vorticoso. È nuda come gli altri, una dea in mezzo agli dèi, forse una dea minore. Ecco, ripartirò da questa figura. È lei che mi chiama.
Quando Laura ha bussato alla porta, che avevo lasciato socchiusa, mi ha trovato in vestaglia, i colori in mano, la lampada del tavolino messa a terra per illuminare il muro, l’armadio spalancato.
Ho visto la luce, venivo a chiederti sei hai bisogno di niente.
Mi sono rimessa a lavorare. Anzi, se mi aiuti a spostare il letto, così mi muovo meglio. La pittura è una cosa fisica.
A quest’ora?
Laura si è avvicinata, ha fatto per prendere la sponda del letto da una parte, poi però è stata attirata dal cerchio di figure.
Cosa sono quelle lettere che hai aggiunto sulle loro teste?
Iniziali.
Laura ha messo a fuoco e ha capito.
Hai dimenticato me e Mia.
Sono indecisa.
Però stasera…

Stasera eravate perfetti, tutti insieme. Vi ho osservato. La maniera in cui vi passavate le cose a tavola, o vi sfioravate. Fa un certo effetto essere tra la persona con la quale hai diviso il letto e le giornate e quella che ha preso il tuo posto, il suo posto. Come se ci fosse una specie di contagio da un corpo all’altro o di consanguineità.
Giovanna, scusa, non credevo che tutto questo ti desse tanto fastidio.
Non c’entra il fastidio. Io intendevo dire il legame che si stabilisce tra persone che amano e desiderano, o hanno desiderato, lo stesso corpo. C’è come uno stato di grazia che le avvolge. Non è questo che voleva raffigurare Matisse?
Laura si è seduta sul letto. Aveva le spalle lucide. Ha guardato il poster appeso all’anta dell’armadio e poi il dipinto incompiuto sul muro.
Secondo te perché Matisse li ha raffigurati uomini e donne nudi in mezzo a un bosco, pensava allo stato di natura, a un luogo fuori dalla storia in cui uomini e donne si amavano liberamente?
Il campeggio azzurro, ho detto io.
Come?
Il campeggio azzurro era un posto così: cucine comuni, letti comuni, in mezzo a una pineta, nel sud della Francia.
Ma c’è un momento in cui si decide?
Guarda, questi a me sembrano dei, o semidei, coi loro corpi atletici fieri della loro nudità. Alcuni non hanno nemmeno le espressioni del volto, solo un ovale, come se la gioia li avessi colmati. Avrebbero potuto farsi la guerra a vicenda, invece sono andati in un bosco. Almeno, Matisse li ha portati in un bosco.
Già, e noi siamo venuti qui al mare, in casa tua, a domandarci cosa siamo.
È una bellissima domanda e non sono tante le occasioni in cui un gruppo di esseri umani si domanda insieme: cosa siamo, in assoluto.

E quanto è durata per loro? Credi che a un certo punto si siano chiesti: fino a quando e quanto ci è concesso?
Non so quanto sia durata. Si sentivano di sicuro esseri speciali. Avevano sviluppato la capacità di contemplarsi, di riconoscere come l’amore e il desiderio siano forze che ci fanno sentire unici. Ma non può durare tanta umana gloria. Presto saranno tornati a preoccuparsi non del perché sono, o di che cosa sono in assoluto, ma cosa possono essere nelle vite limitate, nei giorni finiti che li aspettano, che ci aspettano a ogni alba del mondo.
Mi sono accostata alla finestra per aprirla del tutto. Il cielo nero e trapunto di stelle è entrato nella stanza, insieme all’umido. Potevo sentire l’attesa piena di domande di Laura, che era stata anche la mia per tanti anni, quando ancora mi interrogavo sull’amore.
Non verrà più nero di così, ho pensato, un trascolorire tenue traghetterà fino al mattino il cosmo ripulito. Domani ricomincerà tutto da capo. Per quale ragione riteniamo infinito lo spirito e finita la materia, quando è la materia in ogni istante a rinnovarsi e fuggire, diventando altro, sopravvivendo?
Laura si è diretta verso la porta.
Ho promesso a Mia che stanotte parleremo, ha detto.
Allora niente campeggio azzurro.
Forse non ne siamo capaci.
Ho l’impressione che per queste cose sia tardi, e adesso dovremmo proprio andare a dormire.
Mia mi aspetta.

[Immagine: Foto di Nina Leen].

 

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