Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il servo di Byron /3

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di Franco Buffoni

[Presento il quarto capitolo del mio Il servo di Byron, romanzo inedito che sarà pubbicato da Fazi Editore nel giugno del 2012. I primi tre capitoli, preceduti da una prefazione, si possono leggere qui e qui].

I, 4 Alì Pascià

Il nostro primo viaggio non fu dunque il classico grand tour del giovane aristocratico inglese. Ebbe uno ed un solo obiettivo: giungere il prima possibile in Grecia e Albania per entrare in contatto e assumere quegli “usi orientali”. Il cosiddetto Turkish mood idealizzato durante gli anni di Cambridge era finalmente a portata di mano. Tanto è vero che il padrone, lasciando l’Inghilterra nel 1809, non prese nemmeno in considerazione la possibilità di visitare altre nazioni o capitali europee: volle solo raggiungere i Balcani per realizzare un sogno. Nel 1800 era apparso per le cure di John Hindley e con scandalo dei benpensanti Persian Lyrics, or Scattered Poems from the Diwan-i-Hafiz, che Byron lodò oltre misura in tante serate al Trinity con gli iniziati: “Hafiz, l’Anacreonte d’Oriente, il poeta più amato dai persiani…”. E il desiderio di “oriente” aveva un solo contenuto: l’amore libero con i ragazzi.

Gibilterra non ci piacque per niente, perché come diceva il padrone gli sembrava di essere tornato a Brighton. Così ci liberammo subito dello stronzetto, imbarcandolo su una nave che faceva ritorno in Inghilterra, e appena possibile proseguimmo per Malta. Dove il padrone per qualche giorno con Hobhouse frequentò la casa di una nobildonna inglese, Lady Constance Spencer Smith. My Lord non faceva nulla per passare inosservato. Anzi corteggiò la padrona di casa – il cui marito era per mare – in modo molto evidente. Concretizzò di sicuro. D’altronde gli veniva facile, a differenza di Hobhouse e… di me, eppure era lui il più affamato di ragazzi e non ne faceva mistero. Nell’intimità. Mentre il corteggiamento di Lady Constance avvenne in pubblico, in salotto. Byron in sostanza mise in atto la sua consueta “tattica digressiva”, come la definiva Hobhouse: “Sei tranquillo, adesso? Hai raggiunto la certezza che Londra lo verrà a sapere? Missione a Malta compiuta, dunque! A Londra si saprà che cosa fa Byron nel grand tour!”

Finalmente raggiungemmo Patrasso e da lì Janina, in Albania, che era la vera meta del nostro viaggio. Lì era la corte di Alì Pascià. Costui era uno spietato guerriero e un accorto stratega, che sapeva giostrarsi abilmente tra il sultano ottomano – dal quale formalmente dipendeva – e le diplomazie di Francia e Inghilterra che al sultano si opponevano. Era detto “il Napoleone d’Oriente” per la sua insaziabile sete di conquista… in ogni senso. Byron si era informato per bene: era proprio lì, alla sua corte, che voleva giungere… Fummo accolti con tutti gli onori, e subito my Lord cominciò ad essere sfacciatamente corteggiato dal sovrano. Come in un sogno da mille e una notte, il padrone venne accarezzato e lodato per la sua pelle chiara, per la sua eleganza, per le orecchie piccole, i capelli ricci e le mani curate. Venne portato alla concessione di sé come un dono che non si può rifiutare.

Dopo innumerevoli lavaggi e massaggi – alcuni molto maliziosi – ai quali anch’io accettai di sottopormi, il padrone venne accolto nello spazio più privato del sovrano, e quando questi apparve Byron era sdraiato con un sorriso fisso, leggermente piegato su un fianco. Nudo. Il sovrano – prima di tirare la tenda – estrasse da un prezioso scrigno una crema profumata di colore verde…

Quanto a me, come mi volsi, venni raccolto dal capo delle guardie che mi sottopose al medesimo trattamento.

Quella notte cambiò qualcosa, e per sempre, nelle nostre vite. Anche se non ne facemmo mai parola. Quella notte compimmo veramente ventuno anni.

Poi, per mesi, fu tutto un susseguirsi di spostamenti e di ritorni a corte, con accurate visite all’harem maschile, all’interno del quale Alì sceglieva oltre che i propri amanti, anche i consiglieri e gli ufficiali di rango.[1] E innumerevoli soste nei bagni turchi di Efeso e di Smirne (“quei palazzi di marmi sorbetti e sodomia”, come il padrone scrisse al suo editore Murray) e nei luoghi di ritrovo dove danzavano adolescenti travestiti da fanciulle. Ci fu anche la visita ad un’altra corte, quella di Velì Pascià, il figlio di Alì, che regnava sul Peloponneso.

Byron comunque, mentre accettava l’invito di Velì Pascià a raggiungerlo a Larissa, scriveva “Maid of Athens”, la fanciulla di Atene, il testo che illuse milioni di cuori semplici sulle ragioni della sua lunga permanenza in Grecia.

Velì aveva gli stessi gusti del padre e ci accolse degnamente. E alla partenza regalò al padrone un magnifico cavallo bianco. Fu quella la premessa al lungo, bramato soggiorno a Costantinopoli. Dove il padrone si esibì in una delle sue clamorose imprese natatorie, attraversando l’Ellesponto. Ma dove anche il suo umore cambiò completamente.

Dopo più di un anno di vagabondaggi e di piaceri, era giunta dall’Inghilterra una terribile notizia: Edleston si era fatto beccare a Hyde Park in una retata della polizia. In flagranza di reato. Il pensiero di Edleston alla gogna era per Byron insopportabile. In più il gossip londinese non faceva mistero del suo legame con il padrone. C’era anche la lettera di my Lord all’Ammiragliato. Da qui il rischio gravissimo anche per lui – per noi – se fossimo tornati a Londra. Furono giorni terribili di discussioni e ire feroci, finché il padrone chiese a Hobhouse di rientrare in patria e di inviargli subito notizie dirette con messaggi in codice.

 


[1] Visite che verranno rivissute nel Don Juan, maliziosamente deponendo lo splendido giovane  protagonista, travestito da concubina, nel serraglio del sultano. A farsi subito notare dallo stesso, per nulla spazientito:

His Highness cast around his great black eyes,
And looking, as he always looked, perceived
Juan amongst his damsels in disguise;
At which he seemed no whit surprized nor grieved,
But just remarked, with air sedate and wise,
While still a fluttering sigh Gulbeyaz heaved,
“I see you’ve bought another Girl, ‘tis pity
“That a mere Christian should be half so pretty.”

11 commenti

  1. Un capitolo fondamentale – quello relativo all’intero romanzo scritto da Franco Buffoni – di un’opera più vasta, un’opera che non è necessariamente il risultato di un programma quanto l’incoercibile risultato di una necessità, necessità umana ancor prima che letteraria, di riscrivere a lume di ragione e di cuore un universo di riferimenti storico-culturali la cui più netta e documentata ridefinizione (quanto studio c’è dietro questo romanzo!) non è fatto di pedanteria culturale quanto tributo al gesto lento, inesorabile e collettivo della giustizia che riapparecchia il senso, il segno, il nesso.

  2. Trovo riprovevole cooptare Byron dentro una causa a lui completamente aliena… secondo me, dovete darvi una regolata; il fatto d’essere lì al vostro posto (per altro vacante) non vi dà il diritto di incarrettare nel vostro circolino chi più vi piace a fini e scopi del tutto inutili oltre che insulsi (perché completamente forzati da voi). Lei, caro Buffoni, pensa di giovare in questo modo alla lotta per i diritti degli omosessuali, lei fa solo danno ed il bello è che crede l’inverso. C’è del pirandelliano in subbuglio.
    Delle volte, leggendo queste amenità scritte qui come altrove, mi viene da pensare che sono scemo io a prendervi per seri, che forse ci state scherzando con una candid camera di prosa su internet… forse. Me lo auguro per voi.

  3. @ dinamo
    Scusi, signor Seligneri, ma a questo punto mi sorge un certo qual dubbio. Non c’è un post, dico uno, di questo blog, in cui lei non intervenga con voce volutamente spocchiosa a dar dell’asino ad autori e commentatori. Per carità, lei può avere tutte le opinioni che vuole, e qualche volta anche trovar consensi o ragione, ma la domanda nasce spontanea: se tra queste pagine tutto le fa schifo o suscita la sua indignazione, che le legge affa’? O peggio, perché perde tutto ‘sto tempo a sciorinare le sue perle a questa mandria di porci? Una ragione ci ha da stare, ma non so immaginare proprio quale.

  4. Aggiungerei (diomio, che peccato dover dire delle ovvietà proprio nella prima riga di un post che vorrebbe essere lungo e articolato e che invece non lo sarà perché così [il riferimento è chiaro] passa proprio la voglia di discutere, di parlare di letteratura, di storia culturale, di parole, di cose, di visioni del mondo, di rappresentazioni etc.). Dicevo: aggiungerei che “c’è modo e modo” di dissentire. Perché i blog che ospitano discussioni lett. sono diventate piazze in cui chiunque può insolentire chiunque? Non mi accontenterei delle spiegazioni solite; cerco la chiave del mistero e non la trovo. Ridiscuterei anche la questione dell’assunzione di responsabilità, detto in altri termini: la questione dei noms de plus, chiamiamoli così. Evoco Totò e concludo dicendo: Di.Se., mumble… questo nome non mi è nuovo. Se non altro in questo caso il giudizio si fonda sulla lettura di qualcosa, e non su un’astrazione (alludo ad altre polemiche sbocciate su nazione indiana). Ma come si fa a prendere sul serio un post così poco interlocutorio? Nelle intenzioni (così mi pare di aver capito), questa nuova sede di discussione dovrebbe alimentare delle discussioni serie civili garbate etc. Dissentire e insolentire non sono sinonimi. E’ da ieri che tutti pontificano sulla violenza, e sull’abisso che la separa dal dissenso. Ecco, secondo me questo è il punto: questa dicotomia va applicata anche all’uso delle parole in contesti discorsivi come questo. Perdonate la sequela di ovvietà, ma evidentemente occorre dirle, visto che qui si ignora l’ABC della civil conversazione… E non invoco un moderatore; bisognerebbe sapere automoderarsi, diomio. Mi dispiace non entrare nel merito della discussione sul testo; occorre prima rifare il patto, ridefinire le premesse, le condizioni che consentano il dialogo. A presto, ggg

  5. L’opera di Franco Buffoni è un docufiction, dunque non propriamente un romanzo, una contaminazione di generi letterari, che prosegue la sperimentazione già avviata con Zamel. Non capisco, sarà un mio limite, dove vi sia la cooptazione, dove sta la coercizione di Byron. Buffoni è poeta, traduttore, accademico e dunque studioso e nelle sue opere pone l’attenzione sulla fusione di queste sue peculiarità. Con questo ho detto tutto. abm

  6. Trovo molto appropriata la definizione di Minello, “docufiction”, per questo lavoro. Temo però che andrà sottolineato quanto questo termine sia da applicare ad un’opera letteraria con intento divulgativo: in questo caso per “fiction” non si intende finzione ma drammatizzazione (l’uso di un personaggio narrante è un espediente letterario). Buffoni parte da studi e fonti documentati per impostare una narrazione e i suoi libri in prosa sono sempre accompagnati da ricche bibliografie. Il dato scientifico non viene tradito bensì esposto in forma non saggistica. Inoltre: Byron è spesso associato alla figura di Don Juan che, assecondando un pregiudizio ancora in voga, parrebbe essere indiscusso sinonimo di machismo eteresosessuale. Come nel caso del film Brokeback Mountain in cui la figura del cowboy veniva presentata fuori dallo stereotipo machista, così il Byron riletto dagli occhi del servo è destinato a mettere in crisi la coscienza di chi nello stereotipo ha trovato una rassicurante identificazione. Il pregio di questa scelta di scrittura sta anche in questo. Grazie.
    Marco Simonelli

  7. Cartesiano, per rispondere ai suoi fuoripista, dovrei venire fuoripista pure io (non che sia impervio arrivarci, ma… tanta voglia di andar per campagne oggi proprio…). Ad ogni modo, già che ci siamo, un saltino, tanto per dirle che non ho spernacchiato ad asino nessuno, specie su questo blog, ed ho solo e sempre con educazione mosso delle critiche o scritto qualche pensierino da blog, quando mi interessava farlo; quindi sinceramente le sue accuse… forse do fastidio a lei?
    So che gli autori di questo e l’altro blog nazionalista (non è che lei Dubbio sia tra questi altri autori, magari con qualche diminutivo al cognom de plume?) preferiscono i ripetitori o le foche, oppure al massimo chi con qualche abbrivio iniziale, si spolmona e sfiata, e conclude col dargli retta; anzi credo che poco gli infischi di noi, in verità. Lo dico perché ho la sensazione che gli autori non si rivolgono a me, misero e puzzolente commentatore anonimo o giù di lì, bensì a qualcun altro… Altrimenti scriverebbero in altro modo. Che ne so?
    Continuo a venire, sempre più rado però, perché ogni tanto tra noi piccoli si innescano delle discussioni interessanti, con qualcuno.

    Oppure ad ogni costo bisogna che i malfidati scettici colla linea dominante di questi blog stiano zitti?
    Secondo me, a poco a poco, state diventando sempre meno, e sempre meno interessanti.

    Ecco, alla fine sono venuto a trovarla, visto?, non mi offre nemmeno un amaro, un caffè, già che ci siamo?

  8. Un capitolo più vero che verosimile, altro che amenità. l’esuberanza sessuale ostentata da sempre ha lo scopo di occultare ben altre attitudini. Per chi ha avuto a che fare con “eterosessuali” con “fantasie” omosessuali, riconoscere in certi comportamenti il plausibile, è cosa semplice. Il racconto è via via sempre più coerente, più vero che plausibile.

  9. @ dinamo

    io non sono nessuno, proprio come lei, e non ho amici personali né colleghi tra gli autori del blog, con questo nick non voglio nascondere nessun Diego de la Vega. Conosco per chiara fama qualcuno degli autori, tutto qui. Non sto difendendo dunque nessuna categoria o consorteria; su questo blog ci sono cose di valore molto alterno, trovo, ma nel complesso una linea editoriale molto interessante. Lei però non neghi che fa sempre un po’ il prezzemolino in ogni minestra, atteggiandosi da rucola, che si vuole più preziosa ed è amarostica. Non è un attacco personale, si figuri, mi chiedo solo perché ogni tanto non si limiti, data la sua acclarata superiorità, a guardare e passare. Che poi le banalità, le ovvietà, le facilonerie, le castronerie, le dice anche lei come tutti, si rassegni: a tanto parlare, qualche cacca per forza la si pesta. Non chieda a Buffoni di scriverle il suo libro preferito, e vedrà che potrà tollerare che egli scriva i suoi libri come più gli piace. Ce ne sono così tanti, di orrori da combattere nel regno delle patrie lettere, che mi sembra uno spreco darsi con tante energie contro le buone intenzioni. E poi mi scusi, ma lei non ha argomentato una cippa le sue accuse: che danni farebbe alla causa? in che modo? Se ci apre gli occhi potremmo anche seguirla, ma non si aspetti che il mondo si redima con una sua mezza parola. Ammesso che creda sinceramente quel che crede, e lo dica con la munificenza dell’apostolo.
    P.S: Non ho niente da offrirle, al momento, mi spiace, ma siamo in tempi difficili e anche il caffè è un lusso, figurarsi l’amaro.

  10. Peraltro mi sembra che la disattenzione (lettura veloce) induca sovente a sbagliare destinatario. Mais… passons; mi piacerebbe riprendere lo spunto di Andrea BM per tornare sul non-fict.-novel. Su questo blog se n’è già parlato. Tempo fa altri commentatori (in risposta a un pezzo di T. Bertoni) hanno tentato una sorta di mappatura dei territori che si situano al confine fra il letterario stricto sensu e l’extra-lett. Le tipologie sono disparate; anche l’autofiction rientra nella mappa, non ci avevo mai pensato. Mi pare che rientri nella casistica anche questo tipo di narrazione, che prende le mosse dal bìos misconosciuto di un autore leggendario. Invito a un collegamento fra questa discussione e quell’altra. Se volete cerco il punto esatto e linkp. Non vorremo mica continuare a discutere sulla questione formale dell’insolenza (ps: si può essere insolenti aggressivi e non-dialogici anche con un post tecnicamente privo di parolacce o di ingiurie penalmente perseguibili, beninteso; non è una questione di turpiloquio, questo per replicare al “che ho detto di male” di Di.Se.; ma questa è solo la mia opinione; pps: anche io sono un commentatore umile, un perfetto sconosciuto, e non conosco se non di nome i padroni di casa).

  11. Ringrazio, di cuore, tutti gli amici che sono intervenuti in questo thread e nei due precedenti relativi al “Servo di Byron”. Percepisco il vostro affetto, il vostro interesse critico per quello che scrivo e cerco di ricambiare come posso, ricopiando qui una parte della scheda del libro, che ho appena inviato all’editore. Hasta la vista: alla prossima (che sarà di poesia). fb

    Il servo di Byron è il romanzo di una vita in fuga, col poeta ventunenne nei bordelli maschili di Costantinopoli, dopo l’iniziazione alla corte di Alì Pascià; e otto anni più tardi a Venezia, innamorato del carbonaro Pietro Gamba, con alle spalle il naufragio di un breve matrimonio di copertura. Quindi in Grecia con l’ultimo lancinante amore non corrisposto per il giovane patriota Lukas Chalandritsanos.
    Le vicende, finora taciute di un uomo braccato e sfinito, di una icona rovesciata, invertita nei suoi sensi più profondi, sono narrate da Fletcher, il servo-amante coetaneo, che visse con Byron per vent’anni, dai sedici anni del primo incontro nella campagna scozzese, ai trentasei anni dell’ultima fatale avventura. Quando ricattato, snervato, indebolito dalle febbri e dalle polmoniti, nell’umidità insopportabile dell’inverno greco, senza una alimentazione adeguata e le necessarie cure, Byron pone fine alla sua esistenza con una violenta cavalcata a dorso nudo in una gelida mattina. Dopo la quale si accascia con febbre altissima. Dalla liberazione ormai lo separono solo pochi giorni di delirio, in cui Lukas, il suo angelo della morte, chiede di assisterlo. Ma poi – come il poeta comincia a chiamarlo Edleston, il primo amore dei tempi della scuola – se ne fugge con il forziere contenente il denaro destinato al pagamento dei soldati.

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