Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il massacro di Brontë. Una replica e una controreplica

| 26 commenti

cropped-JaneEyre1.jpgdi Clotilde Bertoni

[Domenica scorsa abbiamo pubblicato un intervento di Clotilde Bertoni sulla prefazione di Tracy Chevalier all’edizione Neri Pozza di Jane Eyre. Su twitter Neri Pozza l’ha definito «articolo ridicolo e completamente infondato», ma non ha ritenuto opportuno inviarci una replica argomentata, come noi avevamo chiesto di fare. Però l’ha messa sulla sua pagina Facebook, qui.

Pubblichiamo la controreplica di Clotilde Bertoni. Avremmo delle cose da dire sul modo in cui Neri Pozza intende il dibattito culturale, sul tono dei suoi interventi su Twitter e su Facebook, sul paragrafo finale della sua replica, che è forse il punto più ambiguo di tutta questa storia, ma lasciamo perdere, per adesso (LPLC)].

Innanzitutto chapeau. Neri Pozza aveva annunciato su twitter che avrebbe replicato con “garbata ironia”. I lettori possono constatare che ha davvero saputo tener fede all’impegno.

Per quanto riguarda le risposte alle mie obiezioni ho una sola precisazione da fare. Il mio “cagnolino” era un riferimento antifrastico appunto all’aspetto del cane di Rochester, come il termine “libretto” applicato a un romanzo consistente come Pamela. Ma poteva trarre in inganno: come spesso si è detto, a volte anche quando si fa ironia (quando la si fa davvero) è meglio ricordarsi le virgolette. Quindi mi scuso.

Per tutte le altre risposte non posso che ringraziare vivamente: non fanno che confermare alla perfezione quello che dicevo io. Difatti: se Chevalier parla di “altri tre romanzi” è evidente che li ritiene successivi; se dichiara novità non solo il matrimonio ma soprattutto il confronto alla pari tra personaggi di classi diverse, non considera (o non sa?) che non si tratta di novità assolutamente (c’è, appunto, già in Pamela e in parecchie altre opere); se menziona tra gli ostacoli al rapporto tra Rochester e Jane il fatto che lui dimostra 15 anni di più, non sembra si sia accorta che, come emerge dopo il loro primo incontro, ne ha molti di più ancora; se dice che Rochester, diversamente da Jane, non è solo, non sembra abbia notato che invece lo è disperatamente, che il suo entourage non gli fa affatto compagnia (con i personaggi più importanti che lo compongono, e che già menzionavo io, non ha rapporti veri, oppure ha rapporti pessimi; tantomeno ha rapporti significativi con gli altri che menzionate voi, figure irrilevanti – a eccezione dell’alcoolizzata Grace Poole, che comunque è anche lei una domestica, seppur addetta esclusivamente alla custodia di Bertha). Infine, se Chevalier non ha avuto il tempo di “assimilare” o di “affezionarsi” ai personaggi dell’ultima parte, fatti suoi, certo, ma non può dire che il testo non lascia il tempo ai lettori di farlo (sono personaggi importanti, a uno di loro è dedicata la pagina finale).

Una parola in più sulla risposta relativa alla caparbietà della protagonista. Come del resto emerge già proprio dalla citazione che ci viene fornita, Jane si rivolta con disperazione contro il cugino che l’ha gratuitamente aggredita (cosa che – il testo lo puntualizza prima – fa abitualmente, più volte al giorno). Quindi, secondo Neri Pozza, se una donna si ribella alle prepotenze di un uomo, è caparbia, è ostinata. Gli avvocati dei processi per femminicidio impazziranno di gioia.

Vi rassicuro: ho letto il romanzo, altroché, e non l’ho dimenticato. Proprio per questo la prefazione “agile e briosa” di Chevalier (mi viene in mente il personaggio di Goldoni che chiamava “spiritose invenzioni” le sue bugie) mi ha colpito molto. Per breve che sia, di punti deboli ne ha anche altri, ma non ho voluto infierire.

Quanto alle varie contumelie comprese nel vostro intervento, sarebbe un peccato commentarle: si commentano troppo bene da sole. Solo una constatazione: giocare con le parole (e con gli insulti) non cancella l’evidenza. Noi di questo sito teniamo parecchio sia alla letteratura sia alla realtà, lo abbiamo messo da subito in chiaro. Voi con questa prefazione (e con il suo uso come lancio del libro) avete già fatto torto alla prima; non continuate a fare torto alla seconda.

[Immagine: Jane Eyre].

26 commenti

  1. Signora Bertoni, mi permetta di darle solo un consiglio: secondo me lei fa un uso eccessivo di intesi, ironici o sarcastici che siano, nel suo discorso, e tralasciando ora ciò che NP pensi o dica, per chi la legge non è proprio facilissimo capire cosa intende dire (lei stessa fa l’esempio del “cagnolino”, non s’era proprio capita l’ironia, lì). Un’espressione più chiara e diretta le gioverebbe. In tempi di analfabetismo funzionale, la chiarezza non è mai troppa.

  2. Ma come si può esigere “chiarezza” quando si parla di letteratura che è la madre di tutte le ambiguità? E come si può esigere chiarezza dalla “parola” stessa? E’ bene stare lontani dalla chiarezza quando questa fa rima con rozzezza (come nel caso di Neri Pozza).

  3. ho letto i vari documenti in campo. Mi sembra una polemica ai confini della realtà (forse, un pizzico “oltre”).

  4. C’è questo bellissimo adagio romanesco che dice: “In culo te c’entra, ma in testa no”. Me ne sono ricordato leggendo la replica di Neri Pozza. Non era meglio lasciar perdere? Che senso ha difendere con tanta ostinazione e insipienza queste due povere paginette di Tracy Chevalier? Che sono miserabili non solo e non tanto per gli errori materiali che incontestabilmente contengono, ma anche e soprattutto per la modestia culturale che le ispira. Si vuol rendere omaggio con una collana alle “Grandi scrittrici” del passato, salvo coinvolgere nella prefazione una scrittrice veramente piccola, per giunta chiedendole di fare un mestiere non suo, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
    Pensa veramente Neri Pozza di “rivitalizzare i classici” facendoli precedere da questi temini ginnasiali “agili e briosi” (in realtà né agili, né briosi, soltanto brevi e brutti)? Pensa sia coerente da un lato scagliarsi su facebook contro i media che umiliano la letteratura, e dall’altro comportarsi con logica perfettamente mediatica, appaltando testi critici a una tizia il cui unico merito è quello di aver scritto un brutto romanzo di successo, e che palesemente non sa di cosa parla? Crede davvero Neri Pozza che si dovrebbe salutare come “evento di rilevante importanza” questa banalissima operazione mercantile?

  5. Mi sembra di capire che per lei, Clotilde, l’aggettivo “altro” ha solo un significato, quello della accezione 3a della seguente voce del Vocabolario Treccani (che qui le copio, così avrà modo di scoprire anche le altre accezioni del termine)
    altro1 agg. indef. [lat. alter]. –

    1.

    a. Diverso, differente da persona o cosa nominata prima o a cui tacitamente si allude: si voltò dall’a. parte; méttiti un a. vestito; quelli erano a. tempi; questa è un’a. questione (fam. è un a. paio di maniche), è cosa ben diversa; cose dell’a. mondo!, cose strane, incredibili, inaudite; l’a. mondo, per antonomasia, l’aldilà. Talvolta, come sinon. di diverso, in posizione predicativa: il suo comportamento è a. da quello che mi aspettavo; o posposto al sost., per esprimere più efficacemente diversità o opposizione: aspirare a una vita a.; cultura a., alternativa, di diversa e contrastante tradizione. Locuz. avv. d’a. parte (o d’a. lato, d’a. canto), del resto, considerando la cosa sotto un diverso aspetto: d’a. parte, è meglio che sia andata così. In correlazione con uno, per indicare persona o cosa diversa dalla prima oppure il secondo membro d’una coppia: l’una e l’a. guancia. Anche in correlazione con questo: questa stoffa non mi piace, preferisco l’altra.

    b. Restante, rimanente (in questo caso, è sempre preceduto dall’art. determ.): che ne fai dell’a. stoffa? (cioè, della stoffa che rimane); io m’alzai, mentre gli a. invitati rimasero seduti.

    2. In determinazioni di tempo:

    a. Scorso, precedente, o anche, anteriore a quello precedente: l’a. ieri o ieri l’a. (v. altrieri); l’a. settimana, l’a. mese, l’altr’anno; l’a. giorno, il giorno innanzi a ieri, oppure qualche giorno fa.

    b. Prossimo venturo: domani l’a., dopodomani; quest’a. mese, il mese prossimo; quest’altr’anno, quest’a. settimana, ecc.

    3.

    a. Ancor uno (in aggiunta al primo o ai precedenti): vorrei un a. bicchier d’acqua; dammi un a. foglio; e in genere per indicare cosa che s’aggiunge: vuoi dell’a. pane?; mi ha chiesto a. soldi; eseguisci l’ordine senza a. obiezioni; ha fatto un’a. pessima figura.

    b. Un nuovo, un secondo (uguale o simile al primo): fu esaltato come un a. Bonaparte; Firenze era quasi un’a. Atene.

    c. Prossimo e nuovo nello stesso tempo: per questa volta è andata così, un’altra ci penserò meglio.

    4. Unito ai pron. pers. noi, voi, rafforza l’espressione: noi altri non sapevamo che fare; decidete voi altri; così con altri pronomi: quest’a., quell’a., quegli a., chiunque a., qualchedun altro, ecc.

  6. Ma cosa molto più grave, leggendo la replica di Neri Pozza a me è sembrato che non avessero neanche capito il gioco di parole sul massacro di Brontë. Tant’è che citano a casaccio Cavallo Pazzo e Little Bighorn. Non basterebbe questo a spiegare il perché di certe scelte editoriali? Altro che “Mercato”.

  7. Anch’io, leggendo la replica, ho avuto l’impressione che Neri Pozza non sapesse nulla del mio massacro. Toro Seduto e Cavallo Pazzo non c’entrano: sono stato io, io. E’ importante. C’è scritto pure su wikipedia:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Bronte

    (E mi raccomando: si dice “bixio”, non ” biperio”)

  8. @Bixio, sono certa che Tracy potrebbe farci incontrare in una delle sue storie. teniamoci in contatto ;-)

  9. Tutta questa polemica è semplicemente ridicola. E’ chiaro che l’introduzione della Chevalier è debole e “leggera”, ma la critica della Bertoni, oltre a essere eccessivamente pedante, denota una scarsa comprensione delle attuali condizioni di salute del mercato editoriale, e può andare solo a suo detrimento…

  10. Ma quanto sono permalosi i critici? Sono gentili solo quando devono recensire lo scritto di un amico o dell’amica di un amico di un cugino. Avresti fatto più bella figura, da entrambe le parti, ad abbozzare e non perdere l’occasione (oramai quasi del tutto scomparsa nella nostra letteratura) di fare un poco di silenzio.

  11. Dalla prefazione di Tracy Chevalier a Jane Eyre:
    “prima che la tubercolosi ponesse termine precocemente alla sua vita, nel 1854, Charlotte Brontë scrisse altri tre romanzi – Shirley, Villette e The Professor” (n.b.: questo è l’ordine in cui sono stati pubblicati, essendo The Professor postumo. Tracy Chevalier ha scelto di privilegiare questo ordine, ma non afferma da nessuna parte che questo è l’ordine in cui sono stati scritti).

    Dalla presente controreplica di Clotilde Bertoni:
    “Difatti: se Chevalier parla di “altri tre romanzi” è evidente che li ritiene successivi”.

    Un saggio ebbe a dire:
    “Io sono responsabile soltanto di quel che dico o scrivo, non di quello che capisci tu”.

    Se io scrivessi un articolo sulla Sinfonia in Re maggiore K 385 di mio marito, nota come Sinfonia Haffner, e alla fine ricordassi che “prima di morire a soli trentacinque anni, il mio Wolfi buonanima ci ha donato altre quaranta sinfonie (o quarantadue, contando anche le due Concertanti)”, Clotilde Bertoni capirebbe che le ha composte TUTTE dopo la Haffner – che però è la n. 35…

  12. Mah, il saggio più che saggio mi sembra un bel po’ arrogante e unilaterale. Se tutti ragionassero così, non esisterebbe più la comunicazione.

  13. Veramente, cara Federica, la comunicazione fra esseri umani trarrebbe enorme giovamento da un minor numero di fraintendimenti. E Clotilde Bertoni ha palesemente – e aggiungerei, parafrasando il suo intervento: arrogantemente e unilateralmente – frainteso quanto affermato da Tracy Chevalier.

  14. Affinché ci sia il minor numero possibile di fraintendimenti occorre parlare nel modo più chiaro possibile. Di questi tempi, è una questione persino etica direi, in ogni caso di responsabilità. Quella frase era ambigua. Per come era costruita, è intendibile senz’altro in senso cronologico. Dopo tutto ciò di cui abbiamo parlato finora, e prima che la tubercolosi ponesse fine alla sua vita, la scrittrice scrisse altri tre romanzi. Pure io l’ho intesa così, e se la intende così una persona mediamente colta come me, il problema esiste ed è di chi parla. Punto.
    Credo qualcun altro da qualche parte abbia già fatto lo stesso esempio, e lo trovo efficace: se io le parlassi del rapporto tra una madre e un figlio per tre quarti d’articolo. E poi scrivessi: “Prima di morire nel 1956, Marina diede alla luce altri tre bambini”, davvero lei non penserebbe che questi tre bambini sono nati successivamente? Se ha il coraggio di dirmi di sì, allora l’unica conclusione ufficiale è: esistono almeno due lingue italiane.
    Abbia pazienza, ma esattamente come un traduttore odierno oggi si pone il problema – e fa bene – di usare il “piuttosto che” nei testi che traduce nel modo giusto, perché sa che pur avendo ragione, non essendo la lingua un’imposizione di legge il lettore potrebbe capire in un altro modo, così avrebbe dovuto fare il traduttore di questo testo con la frase incriminata. As simple as that, dal mio punto di vista.

  15. Ho dedicato l’ultimo anno della mia vita universitaria allo studio di “Jane Eyre” e della sua meravigliosa riscrittura, “Wide Sargasso Sea”. La mia reazione alla lettura della “Prefazione della Discordia” è stata, probabilmente, molto simile a quella di Clotilde Bertoni, sintetizzabile nel seguente interrogativo: “Santi numi, ma che libro ha letto la Signora Chevalier?”. Tralasciando ironie, sarcasmi e sterili puntualizzazioni (e anche il mio sincero sconforto per i toni che questa diatriba ha assunto), mi pare evidente che la nota autrice di bestseller, nella sua introduzione “agile e briosa”, abbia dato del classico una lettura riduttiva e banalizzante. A lasciarmi perplessa, in particolare, è proprio la dichiarazione di Chevalier sulla portata innovativa del romanzo, difesa con veemenza dall’editore:

    “È questa la vera novità di Jane Eyre, ovvero che una giovane donna senza famiglia, né patrimonio alcuno, possa, in una società classista, considerarsi allo stesso livello di un possidente. […] Forse è per questo che i lettori amano questo romanzo: ci rammenta che non siamo poi così condizionati dall’estrazione sociale”.

    La grande “smagliatura” di quest’affermazione, parafrasando Tracy Chevalier, è proprio quello di trascurare un aspetto fondamentale del testo brontiano: alla fine del romanzo Jane non è più un’orfana ribelle senza patrimonio, ma una ricca ereditiera (merito del generoso lascito dello zio di Madeira). Sarà questo patrimonio (frutto dello sfruttamento coloniale) a liberarla dalla “slavery of governess” che l’aveva oppressa in passato, permettendole di proclamare con fierezza davanti a un Rochester mutilato e indifeso “I told you I am independent, sir, as well as rich: I am my own mistress”. Per quanto personale possa essere, una lettura che non tenga conto di questa dimensione dell’opera, a mio avviso, sarà e rimarrà sempre una lettura di superficie.

  16. Abbiamo letto con interesse la vivace discussione innescata dall’articolo di Clotilde Bertoni. Certo, all’interno di un progetto editoriale, l’introduzione di un’autrice contemporanea può svolgere un ruolo importante, ma nelle parole di Bertoni manca un elemento decisivo. Come valutare la nuova traduzione di Monica Pareschi? Si sentiva l’esigenza di ritradurre un’opera così nota e così presente nei cataloghi editoriali? Non ci si può accontentare di giudizi di seconda mano, a maggior ragione senza separare nettamente il discorso su Chevalier dal discorso sulla nuova traduzione.
    Oramai i classici ritradotti sono sempre più numerosi. Parliamone, discutiamone. Magari senza attaccarci ai dettagli, ma con una visione d’insieme.
    Damiano Latella
    Bloc-notes, il blog della rivista «tradurre»

  17. La frase incriminata mi pare debba interpretarsi senz’altro in senso temporale, in italiano. Ma magari è la traduzione che è stata fatta male? In ogni caso capisco le necessità del mercato, ma in questi casi l’editore avrebbe fatto meglio a incassare il colpo ed evitare certi toni, che non giovano a nessuno e non fanno certo onore a una casa editrice seria.

  18. Pingback: Jane Eyre contro… Jane Eyre | bloc-notes

  19. A margine, noto che negli ultimi tempi, su “Le parole e le cose” si parla parecchio di “parole”, magari per litigare; di “cose”, invece, non si parla punto, per dirla come il Presidente del Consiglio.

  20. @Roberto Buffagni

    Lunedì scorso abbiamo pubblicato un articolo sulla disoccupazione intellettuale, oggi un articolo su Berlinguer e la politica italiana fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Nella recensione che abbiamo pubblicato ieri il romanzo di Ballestra offre lo spunto per parlare di maternità e paternità. Sono parole o cose queste?

  21. a “Le parole e le cose”

    Uè bambini, come siete permalosi!

  22. Non sono gli interventi e i post a essere deludenti: nel complesso, sono buoni o più che buoni, e ribattere “come siete permalosi!” aumenta solo il tasso di litigio che a parole si è condannato. Sono poca cosa, spesso, i commenti. Il grande problema, non il solo, di LPLC sta troppo di frequente in alcuni suoi commentatori e nell’uso che fanno di una parola pubblica: sciatto, infantile, rissoso e litigioso.
    Si tratta di una distinzione non da poco – è il problema di tutti gli spazi online aperti ai commentatori, del resto, da lungo tempo. Facebook ha trasferito parzialmente il problema, perché buona parte delle discussioni ormai si sposta lì, ma non lo ha risolto, e in fondo non è una cosa negativa: discutere qui sottrae il dibattito alle derive demenziali di facebook (l’uso dei like, il filtro arbitrario posto a chi interviene, l’anarchia e l’evanescenza di discussioni sempre nuove, la mancanza di contesti). Uno scambio pubblico su un blog letterario mi sembra ancora una risorsa, a patto di non usarlo come sotto i due posts di Clotilde Bertoni, o come nell’altra discussione sulla Grande bellezza. Va bene che il web non ha memoria, ma occorrerebbe leggersi qualche discussione 2005-2012 su Lipperatura o su Nazione indiana per capire cosa NON bisogna fare quando si discute su un blog letterario.

  23. Caro Marchese,
    esistono anche gli scherzi, nella vita.

  24. @Buffagni

    dai molti posts che ha lasciato su questo spazio in questi due anni, trovo che lei sia una persona intellettualmente onesta, con la quale è spesso un piacere dialogare. Per cui sia gentile, non mi induca, con una risposta ristretta che meglio s’adatterebbe a un’aula di scuola elementare, a pensare che per lei si può dire “stavo scherzando” per cavarsela dopo un’affermazione leggermente impropria (affermazione leggermente impropria, non “castroneria” o nulla di terribile), mentre, quando si toccano punti e questioni che le stanno a cuore, lo scherzo sembra non aver più diritto di esistenza per lei. Mi riferisco a discussioni come questa: http://www.leparoleelecose.it/?p=11796 , o questa http://www.leparoleelecose.it/?p=7419 .
    Comunque, non voglio iniziare una di quelle discussioni che esecro, anche perché non la considero affatto un avversario, nemmeno in una discussione. Mi permetto solo di consigliarle di abbandonare gli infantilismi nel rivolgersi a me, e tornare il civile e sereno interlocutore che spesso leggo con piacere.

  25. Caro Marchese,
    grazie delle sue parole gentili, e della stima che lei mi attesta e che ricambio. Accetto volentieri le sue critiche, e la saluto cordialmente.

  26. Salve. Gradirei una vostra riflessione sulla pessima traduzione di Villette pubblicata dalla Fazi .

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