Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Oltre alle madri c’è di più

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cropped-Frank-Herholdt-The-Baths.jpegdi Daniela Brogi

Da qualche anno, sia la narrativa che la saggistica parlano molto dei padri: se ne recupera il valore simbolico-culturale, se ne promuove la riqualificazione in quanto fondamento di civiltà. Ciò nonostante, è raro che il padre, oltre che come figura, sia trattato come condizione che si esaurisce in se stessa; è difficile cioè incontrare, e per certi versi anche pensare, un personaggio che si esprima e agisca dentro un racconto unicamente a titolo di “padre”. Insomma, nella narrativa di finzione, come spesso pure nelle narrazioni sociali, ai padri di solito accade il contrario di ciò che succede alle madri, visto che i personaggi femminili, se ci sono intanto dei figli, vengono costruiti, modellati, resi interessanti insomma, soprattutto per la loro condizione genitoriale – vittimismi compresi. Così, parlare del libro di Silvia Ballestra Amiche mie (Mondadori, 2014, pp. 275, € 16, disponibile ebook) come del romanzo in cui si incontrano le vicende di quattro madri, sarebbe riduttivo, perché equivarrebbe a confermare la pregiudiziale narrativa a cui si accennava sopra.

Amiche mie infatti, malgrado la confezione editoriale, che comprende il colore dominante di un abito da pink lady e una citazione in quarta di copertina che, estrapolata e isolata, ammicca alle consumatrici di  storie rosa, malgrado tutto ciò non intende essere, e non è, un romanzo “femminile”, intendendo con questa categoria, che appartiene tanto al mercato quanto all’immaginario, il repertorio, per così dire, dell’intimità:  quello modulato in senso tematico sulla gamma melodrammatica dei dolori, le lamentele, le ferite, l’abbandono…; e che in senso stilistico prevede il lirismo carico di aggettivi e di sintassi sospese. Scegliendo come fuoco narrativo il punto di vista di quattro donne (Sofia e Carla, ancora sposate; e Norma e Vera che non lo sono più), Amiche mie non racconta la (solita) storia di quattro madri; piuttosto, si serve abbastanza insolitamente della vicenda di quattro madri per narrare come vivono le famiglie del ceto medio ai tempi della crisi.

Per narrare come il precariato, che spesso colpisce di più le donne, renda precarie le relazioni stesse, e la divisione del lavoro e dei ruoli all’interno della casa, per esempio, dove le madri regrediscono a una vita sempre più appartata e ansiogena. Il nutrimento e la cura, in questo mutamento di prospettiva, si spostano dal campo delle simbologie angelicali a quello letterale del conflitto: dentro casa, dove il cibo e la pulizia sono i temi chiave della riappropriazione, almeno domestica, del potere e del controllo, sviluppando patologie come l’ortoressia, o l’ansia per la pulizia; e, soprattutto, fuori casa, quando le protagoniste partecipano alle commissioni mensa per capire cosa venga dato ai bambini durante i pasti consumati a scuola – e questo sì che è un tema interessante, reale, attraverso cui narrare la contemporaneità – almeno quando ci sia questa intenzione . Non è una sensibilità speciale o delicata quella con cui i quattro personaggi che si alternano nel libro vivono le loro storie. Piuttosto, si tratta di rabbia: «Solo io mi incazzo, per certe cose?

Non ti dà fastidio che sia tutto modellato attorno alle necessità degli uomini, ai loro ritorni, giri, poteri, comodi?» (p. 149); e il linguaggio che la racconta opera nel senso della mimesi asciutta, dove lo stesso termine colloquiale o gergale è espressivo, assicura ritmo al dialogo senza essere una civetteria pittoresca. Ballestra non solo sa raccontare: sa descrivere; non è uno stile di pensieri il suo – quello con cui pure si chiudono in dissolvenza le prime tre parti del romanzo – ma uno stile in cui la voce narrante cerca di non stare troppo al centro delle proprie riflessioni. Anche per questo la scrittura sa farci entrare nei luoghi: Amiche mie, per esempio, sa inventare una scena dentro un  parcheggio, e a pensarci è una risorsa tecnica abbastanza rara. Siamo a Milano, ma i posti davvero raccontati sono gli spazi dove trascorrono i momenti della vita ordinaria, quella di cui nessuno si ricorda più, e tuttavia quella più necessaria alla manutenzione dell’esistenza quotidiana: i bar fuori dalle scuole, i luoghi dove si svolgono le giornate campestri, i supermercatini sotto casa, i corridoi bui, i bagni senza finestre.

[Questo articolo è uscito su «Alias»].

[Immagine: Frank Herholdt, Baths (gm)].

 

 

2 commenti

  1. La situazione delle letteratura di genere (femminile), è più complessa. Esiste una peculiarità del femminile,che deriva da un’assenza dalla storia, da un modo di vivere che le chiude nell’ambito dell’intimità, dell’educazione sentimentale, della capacità di generare figli, della diversa corporeità,che solo da decenni si è modificata, lasciando un profondo sé diverso, una capacità affabulatoria tra donne di lunga tradizione.
    Essere diverse, attente ai sentimenti, all’intimità ed essere anche capaci di rapportarsi con tutti nel lavoro fuori, non basta ad essere etichettate come scrittrici ‘rosa’, né vuol dire che si tratti di autrici limitate di serie b. Lo ha mostrato magnificamente Flaubert. Partiamo dall’affermmazione di Carla LOnzi:

    La differenza delle donne sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza
    (Carla Lonzi)

    Senza generalizzare troppo, ricordando che anche nella scrittura femminile esistono dei generi ben precisi come il romanzo rosa, il romanzo sentimentale,il thriller, la saggistica, il romanzo realistico, familiare, Le canzoni delle mondine, delle operaie, delle religiose, la poesia ed altri esempi narrativi, è riconoscibile anche uno “stile della scrittura femminile” con caratteristiche ben precise. Potremo parlare quindi di stile individuale per ogni scrittrice, ma con caratteri universali, come vivacità esteriore, originalità, forza espressiva, mostra- te attraverso un vero e proprio “linguaggio femminile”.
    Le scrittrici, per riuscire ad esprimere tutto il loro mondo, sono costrette ad utilizzare il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio; non vi si riconoscono e cerca- no allora di adattarla alle proprie esigenze dando attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività.
    La lingua femminile, inoltre, risente molto del livello cul turale delle stesse scrittrici, è più legata all’oralità e alla contingenza rispetto alla tradizione letteraria: per questo, nelle prose scritte da donne incombe il dialogo e, a volte, un linguaggio dialettale.
    Verso la fine degli anni ’70, in Italia, gli studi sulle donne sulla scrittura femminile, sulla creatività delle donne, ave- vano come punto di riferimento le letterature straniere. In
    Inghilterra sì, c’erano state scrittrici, in Francia, in America; ma in Italia, si affermava, niente.
    Questa presunta assenza di produzione femminile italia na (io pensavo: cancellazione), accettata e spiegata con varie motivazioni da studiosi (che, se la prendevano in esame, la
    davano per scontata e/o la ribadivano) e anche da studiose (che l’attribuivano alle difficili condizioni delle donne in Ita lia), mi appariva più un’idea, un luogo comune, funzionale a discorsi altri, che un fatto verificato. Per cercare risposte, sia sul piano letterario sia su quello, diciamo, “ideologico”, av- vertivo l’urgenza di affrontare il problema avviando priorita- riamente una ricerca sistematica di cosa avessero scritto in Italia le donne. E a questo proposito, è importante ricordare che, mentre la critica ufficiale (maschile), agli inizi degli anni
    80, consacrava la “morte dell’autore” (ma il discorso è tutto riaperto), l’attenzione (mia e di altre), pur partendo dal te- sto e grazie alla lettura dei testi, ricercava nel testo l’autrice, per articolare la Storia del soggetto femminile.
    Per questo, studiare la produzione letteraria femminile si- gnificava risalire alle autrici. Il come (lo scarto estetico) e il perché (la ragione etica delle motivazioni e degli obiettivi) delle scritture, non poteva che essere indagato successiva- mente, quando si fosse capita meglio la prospettiva da cui guardare.
    L’ipotesi di lavoro era chiara, sia pure ancora ingenua (creativa): cercare scrittrici che già nel passato avessero co- scienza di genere, identità, assunzione della differenza ses- suale, proprio perché la stessa lettura che di esse si faceva doveva maturare, evolversi; poiché è nel linguaggio che si dà forma alla visione del mondo: nel linguaggio può infatti esse- re assunta e studiata la differenza di genere.
    Nel saggio Scrittrici (per il volume “La Campania e il
    ‘900”, a cura dell’Istituto Croce e dell’Università Federico II

    di Napoli, in via di pubblicazione), scrivevo:
    “Ciò che ancora si stenta a comprendere è che lo spazio creativo delle scrittrici è diverso (da quello degli scrittori): la percezione della realtà, delle scoperte scientifiche, degli av- venimenti pubblici, dei fatti culturali, dei dibattiti politici o intellettuali, e dunque la tensione a (e le modalità per) “dare

    forma” alla propria percezione (e la stessa autonomia del se- gno), per le donne è diversa. Le cose stesse, scelte per la propria attenzione (…) indicano come alla percezione femmi- nile della realtà, quelle e non altre risultino degne di nota: sono quelle le esperienze memorabili che vanno raccontate. Dunque, a parte il fatto di possedere, specie nel passato, un quotidiano diverso, una scala di valori diversa e un immagi- nario nutrito da miti propri, oltre che da quelli a loro comu- nicati, le donne hanno vissuto e recepito a loro modo (e, all’interno di questo, ciascuna a suo modo) gli eventi pubbli- ci che nel frattempo facevano i pensieri, le convinzioni, le idee e la lingua degli scrittori. Così comprendiamo come non si possa non mettere in discussione il sistema letterario, i canoni, l’immaginario che si possiedono riguardo non solo la presenza e la produzione femminile, ma riguardo la presenza e la produzione maschile, i rapporti, le tipologie sociali di una intera società.”
    La soggettività femminile nella scrittura (che porta inno- vazioni forti nella tradizione) si esplica a vari livelli: con il mettere al centro, introducendola come protagonista, una donna, con il disegnare uno scenario dove la relazione tra donne, sia pure diverse, crea un clima, un’atmosfera e per- mette una grammatica che rompe lo schema in o e in i aprendo invece il suono della pagina in a e e, riapproprian- dosi della parola detta (cioè del suono della parola e della voce), che è parte del linguaggio del corpo. Ancora, la sogget- tività femminile si esplica con l’affrontare delle tematiche “trasparenti” per lo sguardo dello scrittore (e del lettore),

    dando visibilità non solo ad esse, ma anche ad un punto di vista inedito e cosciente di sé che dunque abbraccia la visio- ne del mondo: è da qui che nascono i grandi libri di denun- cia della propria condizione, dei comportamenti maschili, dei conflitti tra i due generi, ma anche dei guasti per tutti (es. la guerra, la violenza…) e anche da qui nascono i grandi libri di

    felicità e di gioco, di libertà. Va anche aggiunto che la capa- cità affabulativa femminile, soprattutto per il passato, non si poggia sulla “meravigliosità” delle avventure (“l’esperienza memorabile” dei viaggiatori, dei cacciatori, dei guerrieri) ma sulla “meravigliosità” della immaginazione che pone al cen- tro il rapporto individuo-mondo. In questo modo le scrittrici, attraverso la fantasia e il sogno legato al quotidiano, il quo- tidiano trasfigurano, a volte per allontanarsene ma spesso per tornarci sopra, forti di una immaginazione, di un deside- rio che possa trasformarlo. Questo è il nucleo forte della soggettività femminile nella scrittura.
    La messa in discussione (esplicita o implicita) della no- zione di Sistema letterario, con le sue regole e i suoi canoni (solo successivamente fu riassunto il tutto nella locuzione “rivisitazione del Canone”) ha permesso poi ogni altra inda- gine e analisi. Per esempio, come accennavo sopra, è il lavo- ro (confortato tante volte dai lavori delle storiche) di destrut- turazione e ricostruzione degli scenari e dei contesti, che svela dibattiti e presenza forte di movimenti di donne (per i diritti civili, per la evidente presenza di una coscienza socia- le, e così via) e che colloca le scrittrici all’interno di relazioni prima insospettate.
    Nel leggere le tante scrittrici dell’800, tutte iniziano a rie- saminare il concetto di “virtù”, di “femminile”, di forza e di debolezza, e riesaminano i luoghi comuni attorno al matri- monio, all’età, allo “zitellaggio”, ma anche affrontano la tra- sformazione economico-sociale dell’epoca, riuscendo a trova- re, sia le scrittrici provenienti da classi non privilegiate, sia

    quelle aristocratiche, nell’autonomia economica una delle strade necessarie alla libertà propria e di tutte le donne. E tutte affrontano questioni generali come la guerra, il lavoro, la disoccupazione, in un modo che nessuno scrittore aveva ancora fatto.

    Il punto è che le scrittrici svelano la violenza della condi- zione femminile, non solo perché interessa a loro e alle loro lettrici, ma prima ancora perché la vedono; svelano la bruta- lità e la profonda inumanità della guerra perché la soffrono e la vivono come pratica esclusivamente maschile sia per gli interessi materiali sia per l’incapacità di accettare differenze alla pari.
    Nel leggere testi di scrittrici bisogna “posizionarsi”, biso- gna cioè immaginare e vedere ciò che le scrittrici vedono, ciò che le scrittrici guardano. Nei loro sguardi c’è il contesto no- to (scrittori importanti, giornalisti affermati, eventi pubblici di rilievo) ma c’è anche il mondo popolato da figure femmini- li, da tensioni che prendono il cuore femminile, da interessi, da comportamenti, da affetti, da problemi e da passioni che nutrono l’immaginario femminile a partire dal vissuto fami- liare, dalle esperienze di vita e di cultura, fino a ciò che le scrittrici vedono nella città, nella strada, nei viaggi, negli in- contri, e fino ai libri che leggono, alla musica che ascoltano, a ciò che vedono a teatro, a ciò che percepiscono dai discorsi degli uomini, e dalle loro rappresentazioni.”
    È questo il grande “scarto” compiuto dalla scrittura fem- minile: il mondo e i suoi valori, le abitudini, i comportamen- ti, le mentalità, vengono tutte ribaltate.
    Lo spostamento del punto di vista comporta una visione del tutto inedita per l’esperienza letteraria. È una scelta di posizionamento ancora più ricca di conseguenze di quella, a quel tempo tentata da tanti scrittori, di guardare il mondo da parte del “popolo”. Perché mentre gli scrittori (in modo diverso: Valera, Verga, Manzoni) cercano di “mettersi dalla

    parte di”, le donne sono “la parte” di cui trattano. Danno vo- ce a sé stesse. E incontrano la voce e lo sguardo delle loro lettrici, del loro pubblico.

    Queste riflessioni vanno poi estese a tutte le forme di espressione artistica e intellettuale femminile. Questo progetto può concorrere a queste finalità.
    Se la scrittura delle donne si unisce all’arte, alle scienze umane, quello che nasce è… talento femminile.
    Le proposte di scoperta e di approfondimento possono es-
    sere contenute in ipotesi di seminari di formazione per le don- ne, autrici e non, per la polis, e per la paideia anche maschile.
    Perché i seminari (da una conversazione):

    Mi rendo conto di avere una visione diversa… non miglio- re, certo, ma più volta al Noi, all’azione e al lavoro culturale che si connette con le altre. Non riesco proprio ad accettare di scrivere i miei libri, con editori che non diffondono molto, che non fanno cultura in tutto il paese.
    Rispetto l’opinione delle altre ma la mia idea è stata sem- pre rivolta al NOI, alla diffusione della cultura, all’unire le for-
    ze.
    Non mi gratifica fare libri per me stessa e poche altre.
    Credo che, come dice Floriana, la polis sia sempre più im- portate, e quanto più riusciamo a fare resistenza, tanto più la nostra vita e azione culturale, artistica, avrà un senso.
    Ho sempre scritto l’esserci. ESSERCI RESISTERE: quindi anche formare educare, affinché tutti possiamo stare insieme

    meglio.
    Un’utopia, un sogno? Forse. Ma senza utopia non si muove un sassolino.
    Mi sono commossa a leggere il libro della Muraro: Dio è
    viulent. So come hanno sempre agito le letterate, le storiche, le filosofe, le poete. Stare insieme, agire insieme è bello, amiche.
    E utile per gli altri.
    Vi consiglierei di leggere la Saraceno, la Pinkola Estès, e i sociologi del tardo Ottocento sulla letteratura e la vita delle donne.

  2. In casi specifici (nemmeno tanto rari) la condizione della maternità è vissuta come penalizzante e non come un arricchimento. Il motivo è meramente economico? In una società che io vedrei perfetta, la donna dovrebbe essere aiutata nel suo compito dallo Stato ,con introiti mensili,per verificare se la sua disposizione a dedicarsi alla prole è reale o se i problemi economici sono solo un pretesto per delegare ad altri la responsabilità di allevare un figlio. Un discorso centrato sulla propria realizzazione (almeno per me, “mamma chioccia”) è inconcepibile, al di là delle potenzialità e delle opportunità che la società potrebbe offrirmi. Non rinuncio al mio ruolo, lo faccio con amore e non mi sento frustrata perchè non concepisco egoismo. La mia maternità è una gioia che non cederei a nessuno, una gioia che mi sta premiando con i successi dei miei figli e anche se è vero che nell’educazione “non tutto è colpa dei genitori né tutto è loro merito” , continuo a credere nella mia meravigliosa missione.

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