cropped-issue15_Demand_Thomas_04.jpga cura di Massimo Gezzi

[La rubrica dedicata ai poeti nati negli Ottanta  presenta oggi un esordio assoluto, quello di Claudia Crocco (1987), di cui pubblico sei testi inediti. Claudia Crocco fa parte della redazione di 404: file not found ed è autrice di La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni (Carocci, in corso di stampa)].

Io voglio essere guardata

I.
Guardiamo: la schiena il vestito
come si piega
sulla pancia, controlli ora le
cosce se si vedono, i collant tesi
i capelli se reggono sulla
te di questo mese; poi le labbra
serrate mentre passi il rossetto
con gli occhi sgranati,
prima chiaro e poi più intenso –
inutile nascondersi, non voglio
io voglio essere guardata.

II.
La faccia la faccia come portarla
di notte, tornando, e non potere
cambiare anche quella al mattino –
scolorirne i tratti per
cancellarne il ricordo, bluffare con
il tempo e le foto,

(il grumo di rimmel sulle ciglia che
sbattono contro il vetro, le iridi
capovolte, vedermi
vederci noi la lingua le viscere
riflesse
usurate nel tempo senza
distanza. Noi non vedevamo
– la miopia del mio nulla
intatto, riflesso
in ogni angolo del vetro sporco,
nel diario pubblico-
mentre sui tasti succedeva tutto
negli occhi e la faccia registrava già)

III.
Guardiamo noi ora ancora – io vedo
la distanza, non è
non è quella dall’inizio: ora è fra
la mia faccia di ieri e lo status di
oggi, nel vetro che la restituisce
a scaglie, s’è rotto ieri – tutta
la solitudine è egoismo,
ognuna è una faccia riflessa
sul vetro sporco, un gioco
di abitudini e tagli senza sangue,
noia e crudele eccitazione.

Io voglio essere guardata.

*

Tracce

Abbiamo inseguito la Francigena in macchina, guardavamo
le case ci fermavamo
quando non c’era nessuno – lui diceva
che le mie erano sempre troppo in alto,
più isolate. Ma allora le tue sembrano castelli, sono
non sono reali, non ci abiterebbe nessuno.

Poi siamo arrivati a More di Cuna
cercavamo un posto in cui bere forse vino.
Ci siamo fermati in un bar, uno dei tanti –
i rumori della sala giochi
mescolati alla pioggia forte sul tendone
di plastica grigia, due vecchi con le carte,
le fette sottili di torta della nonna al bancone.

È un sabato mattina di novembre.

Abbiamo preso un caffè e mi hai chiesto
di accompagnarti fuori a fumare –
non potevamo sapere
se c’era un destino per l’erezione graduale
che accarezzavo sotto il tuo cappotto;
non ci apparteneva più delle mie dita
intrecciate e piene di sangue, o dei tuoi occhi
fissi sulle mie labbra sbiancate e già umide.

Al ritorno, abbiamo cercato il negozio di cibo thailandese –
dicevi che c’era fino a quando
hai finito il dottorato, nella strada dove vivevi
accanto al Blockbuster che ora è un Carrefour.

Non ne abbiamo trovato traccia.

*

Hotel Luna

Se sapessi dirlo se ci credessi
forse vi direi che sono
quasi felice ora.

Dieci euro supplemento rose –
qualcosa rimane. Aderiscono
costole e petali, un profumo dolciastro
sulla pelle e nelle unghie
saliva umida mista a nivea.
Non hai dicevi avuto il tempo
di fermarti in farmacia per un
lubrificante vero. Così mi giri
sulla moquette verde scuro, guardo
i cani davanti al cimitero, senza
cielo e poca luna.
I nostri estranei ci sono tutti
riuniti in questa stanza, ci vedono
possedere il vuoto venendo a terra.

Lamenti, dopo,
la scortesia della signora delle scale, fumi
e accendi il cellulare.
(il decoro di una vita scarsa
spesa in pianti e rimorsi veri)
Forse qualcosa rimane. Non c’è
dolore nei tuoi occhi, nelle chiavi
che mi premi sulla faccia senza
tempo ora, non c’è
addio ma cosmo che si ripete
in queste grigie addolorate stanze.

*

Alla guida

Le montagne ci giravamo
intorno e mi indicavi con gli occhi
guidando (senza muovere le mani, l’aria più secca
di qui più violenta) la nostra distanza dal G –

non importava dove saremo né che cosa se ci
penseremo domani, reciprocità divise ma
la tua cicatrice è il tuo prima e la tua voce
cambia se il tuo sguardo incrocia
qualcosa che gli appartiene –

Esserci ora è possibile senza unire
ogni attimo, le vite rimarranno queste, estranee anche
nel condividere i ricordi.

Gli asciugamani in bagno stesi con cura,
ordine e distacco nei ripiani con gli shampoo divisi
per colore – quello ai semi di lino comprato per me,
il the versato con la pazienza
che a me manca, giusta la dose di miele, la città
che mi racconti guidando mentre io
già ti sfioro la cerniera ed è questo ora.

Rimarranno le tue dita umide
e salate la lingua che scivola nel mio
ritaglio di carne e il fastidio
che diventa una fitta curiosa profonda
non mostra nulla non è nulla, non finisce.

*

Immagine personale

Guarda le mani grandi e l’orologio da polso,
il verde senza filtro sfocato sullo sfondo –
non è uno scatto venuto bene. Se clicca
ancora in un punto, si può ingrandire un po’.
Al piano di sotto i birilli nel cortile
la plastica del tavolo bianco, molta luce.
Sembra un’altra persona, lei non ricordava
non lo ricorda ancora così lei.

C’è una donna accanto. Forse è felice,
ma non si può saperlo.
Ritagliare gli spazi, eliminare tutti
gli altri tempi dall’immagine. Pensa
che non importa prima quando non c’è dopo.

*

Sagome

a V.

Le due donne al centro hanno un vestito nero
senza maniche nonostante l’inverno, il nylon sulle braccia bianche –
sono pronte per una cena fuori, si guarderanno
per controllare il trucco in ascensore.
La più giovane porta orecchini di rame, l’altra soltanto
un anello sottile a sinistra. L’uomo accanto a lei che stasera
sarà l’unico con un lavoro vero stringe quell’immagine
come un trofeo negli occhi – poi suda appena è sulla porta,
appena vede gli altri nello specchio d’ingresso.

Nella foto i colori ricreano gli anni Novanta, parlano
dei loro quasi trent’anni, dell’intesa da coppia moderna,
di quel che diranno a tutti fra poco.

Per un attimo tu ne sei partecipe.

Speri che lui scelga le frasi giuste,
che lei invecchi bene e non abbiano paura.
Temi finisca troppo presto, che non sappiano
aspettare i rientri. Guardi le sue gambe senza
la fitta che hai di solito pensando alle tue,
ma solo speri le noti ancora a lungo lui.

Non ce la farai. Vederli felici non servirà a capire,
non allontanerà la frenesia a guardare. Replicherai errori invidiando
storie a cui non credi. Non sarai più forte di loro,
parlerete d’altro quando vi incontrerete non
le ansie separate, sempre le stesse – ti sentirai sempre fuori.

[Immagine: Thomas Demand, Porta (gm)].

 

24 thoughts on “Nuovi poeti /12: Claudia Crocco

  1. Complimenti per le poesie! Le ho molto apprezzate. Non sapevo dell’esistenza di questa rubrica su le paroleelecose. Come si fa a candidarsi? (Sempre se sia possibile candidarsi). Sono degli anni 80 e ho pubblicato su nuovi argomenti (se può servire saperlo).

  2. In se stesse le poesie non sono affatto scritte male; però manca quel di più che la poesia dovrebbe avere per essere definita poesia, e che non si può esprimere solamente con il avendo padronanza del poetese

  3. Cara Manuela, sarebbe interessante sapere cosa intendi per “quel qualcosa in più”. Io ho una mia idea, ma mi piacerebbe capire di più.
    Le poesie qui pubblicate non sono esattamente nelle mie corde; comunque, mi hanno coinvolto – la prima direi – e fatto entrare in un mondo dove in parte mi ci sono ritrovata. Per me questo è una parte di “quel qualcosa in più” che intendo.
    Ciao

  4. è molto interessante la scelta di queste poesie, per lo sguardo disincantato e il taglio preciso e competente che hanno, perciò speriamo di leggerne presto delle altre.

  5. Cerco di essere puntuale. Le poesie non POSSONO essere nelle mie corde, né nelle corde di chiunque e quindi nel gusto: ci deve essere un sapere ed una sensibilità condivise. Nessuno osa dire tanto “pour parler” qualcosa di serio su Antonioni o sul pianaista jazz Bolllani, tanto per parlare. Perché io lo faccio o posso farlo? Chiediamocelo. Dunque io penso che queste poesie inizino a portare l’osceno erotico dentro un quotidiano vissuto come ogni altro aspetto della vita. Questo mi sembra importante e nuovo, Questo non l’hanno fatto i Bataille, e da noi i Moresco, e più vicini in poesia la Patrizia Valduga. Encomiabile intuizione e proposta, forse involontaria, ma perciò più autentica.

  6. Gent.mo Mario Benedetti. Cercherò anche di essere puntuale; nonostante lei ha certamente più qualifica di me in poesia.
    Le poesie non sono affatto scritte male e sono il frutto di attenta lettura poetica; ma , come dicevo, la poesia non dovrebbe essere un saggio o una tesina di scuola della scrittura.
    Al contrario di quello che pensa lei, queste poesie, per me e solo per me, mancano appunto proprio di autenticità. Ho letto molto e molto bene questi ”poeti” degli anni ottanta e in tutti o quasi sembra di rivedere una forma del pensiero e quindi di scrittura già ampiamente delineata nella generazione degli anni cinquanta. Non sono amante dei sentimenti in poesia ma riesco a riconoscere, forse anche sbagliando, quando la poesia non nasce da ispirazione e poi dal lavoro sui testi ma quando nasce solo dal lavoro sui testi; questo diventa retorica e basta. Fossero almeno risultati simili a quelli della Sera Fiesolana, capirei l’artifizio.
    Detto questo Maria Borio e Di Dio (mi pare) forse sono tecnicamente superiori ma anche in loro non vedo autenticità? forse la mia è una forma di feticismo verso l’autenticità?
    Altro e ultimissimo problema: molti di loro si servono di fonti molto bene delineate; ho notato Benedetti, Dal Bianco, Buffoni e Mazzoni per le prose poetiche e sopra tutti, e non me ne voglia se dico perché superiore a tutti questi citati, Milo De Angelis. Certo si potrebbe opinare, o dire che Montale ha influenzato tutta la poesia successiva ma non sarebbe la stessa cosa.

  7. Grazie a chiunque abbia letto questi testi, e a quelli che li hanno commentati.

    Rispondo brevemente a Manuela. Mi preme sottolineare soprattutto due cose.

    – Innanzitutto, le poesie non sono il frutto di una attenta lettura poetica. Non sono un compito a casa. Per me la scrittura di poesie è nata parallelamente alla lettura di testi poetici – come per buona parte dei poeti contemporanei a partire dagli anni Settanta, purtroppo.
    Non so se l’autenticità sia un criterio estetico valido: buona parte della poesia che mi piace e che mi interessa cerca piuttosto il contrario, ovvero forme di straniamento o una rappresentazione dell’inautentico all’interno di vite normali. Questo è possibile in vari modi, è stato ottenuto con tecniche e prospettive diverse. A me interessano tutte.
    Ad ogni modo, se è quel che voleva sapere, questi versi derivano da esperienze vissute, anche se sempre trasfigurate. Io lo vedo quasi come un limite, paradossalmente. Non so perché ho iniziato a scrivere queste cose, non c’entrano gli studi sulla poesia. Ho iniziato a scrivere nel modo che vede ora e – soprattutto – delle cose di cui legge (il sesso, come notava Benedetti, e i rapporti umani) in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di farlo.
    Lei ha ragione: Maria Borio e Tommaso Di Dio sono più bravi di me. Ma vorrei aggiungere che io non ho mai mirato a quel tipo di poesia, nonostante rispetti moltissimo i versi di entrambi.
    Alcuni testi che scrivo sono un po’ più scomposti o forse più “violenti”, come in questa selezione è solo “Io voglio essere guardata”. Altri vanno nella direzione delle ultime due che si leggono qui.
    In generale, non penso ci sia un solo “modo giusto” di scrivere versi: questa è un’idea che non mi appartiene né da un punto di vista critico né poetico. E gli autori che calamitano la mia attenzione ora non sono solo quelli che lei ha nominato.

    – Per quanto riguarda Milo De Angelis, anche qui non si sbaglia: credo che De Angelis sia uno dei poeti più importanti degli ultimi cinquant’anni, dunque non è difficile rintracciarne l’influenza quasi ovunque. Ma ecco, preferirei parlarne in un’altra sede, cioè da un punto di vista critico. L’ho fatto, lo sto facendo. Se ne può discutere in quei termini e in quei luoghi. Non vorrei mai che le mie poesie (e neppure le mie dichiarazioni su queste) fossero una dimostrazione di quel che studio o scrivo in prosa.
    A proposito di prosa: il prosimetro, la poesia in prosa, la prosa in prosa, rientrano fra ciò a cui sto dedicando i miei studi in questo periodo. Proprio per questo motivo – e qui sì, scatta un meccanismo che neanch’io controllo del tutto – io non scrivo prose poetiche.

  8. Cara Claudia, quello che ha scritto nel suo commento mi riempie di gioia e mi rammarico di non riuscire quasi mai a dire quello che effettivamente voglio dire (veda il mio commento precedente).
    Condivido pienamente (non solo nel senso dell’essere d’accordo, ma anche in quello del viverlo direttamente) due sue considerazioni, e per essere precisa le cito:

    “Non so perché ho iniziato a scrivere queste cose, non c’entrano gli studi sulla poesia. Ho iniziato a scrivere nel modo che vede ora e – soprattutto – delle cose di cui legge (il sesso, come notava Benedetti, e i rapporti umani) in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di farlo.”

    “In generale, non penso ci sia un solo “modo giusto” di scrivere versi: questa è un’idea che non mi appartiene né da un punto di vista critico né poetico.”

    La volevo ringraziare per quello che ha scritto e per la pacatezza con cui l’ha fatto.

  9. Carissima Claudia,
    spero di non essere comunque stata scortese ma di avere espresso, condivisibile o no, le mie impressioni (e non giudizio) sulle poesie. Mi piacerebbe continuare in questo scambio ma ora non posso, proverò domani

  10. A grandi spanne e senza riferimento punta dito su questi testi, mi sento di confermare l’opinione di Manuela sugli “ottantini” abili col poetese ma molto passivi e non ancora increazionati, per dirla alla Moresco di altro topic, Moresco che consiglierei come lettura per una botta di vita, per allargare i limiti sia di mondo emozionale che di linguaggio vissuto, almeno per intuire tutto quello rispetto al quale questi bravi ragazzi si tengono al di qua.

  11. rispondo a Manuela per non ritrarmi visto che ha fatto il mio nome: va bene, si hanno impressioni un po’ differenti ma tutto poi va a posto… Non intendevo fare graduatorie di merito, non ho mai avuto di questi pensieri. Poi, riguardo a Moresco, lui mi serviva (Canti del caos, ad es.) come riferimento soltanto per cercare di far capire le mie chiamiamole pure impressioni sulle poesie di Claudia Crocco.

  12. A me son piaciute molto, nella misura in cui non solo sono in grado di esprimere lo straniamento (uso la parola annotata dalla poet[ess]a) dei protagonisti ma anche di tirare fuori il mio. Mi sono piaciute e mi hanno dato anche un po’ noia (“il pungolo di chi nei miei vent’anni non c’era/ l’ho sentito anche stavolta cazzo”, perdonate l’autocit.), quindi dal mio pdv sono perfettamente riuscite. Non sono nato negli anni ’80 purtroppo > se non altro sarei stato troppo giovane per sorbirmi Jovanotti in versione rapper > quindi non è difesa degli “ottantini” ma mero apprezzamento.

  13. “Dunque io penso che queste poesie inizino a portare l’osceno erotico dentro un quotidiano vissuto come ogni altro aspetto della vita. Questo mi sembra importante e nuovo” (Benedetti)

    Fosse il quotidiano di una volta capirei il valore trasgressivo (sempre ambiguo), ma oggi che il quotidiano E’ quasi sempre osceno dov’è questa importanza e novità?

  14. Perfettamente in sintonia con Manuela e con Ennio; non vedo novità in queste poesie e necessità di osceno in questo osceno che ci circonda. A mio parere non vedo neanche dove sia tutta questa buona scrittura che vede Manuela. Ben venga comunque che a scrivere poesie sia comunque chi legga e studia la poesia, almeno si sa di cosa si parla.

    Ho letto di Benedetti ‘tersa morte’ nell’ultimo periodo e non posso che avere giudizi positivi; tornando a Manuela, però, forse per il tema simile, De Angelis sembra comunque esserci troppo. Il libro però mi ha dato tanto. Complimenti e spero che Bendetti possa rispondere. Sarei onorato a poter parlare con lui.

  15. mah, non sto parlando di me. mi sembrava, carissimi tutti, e sinceramente carissimi, che si potesse supporre (ed accogliere i testi di C. Crocco), in questi testi, un inerziale osceno, concedetemi questo, e quindi non un estremo: se la quotidianità lo è, caro Abate, queste poesie sono “almeno” in linea con esso… poi certamente io non sto approfondendo, in merito al valore delle poesie (che sono poche), mi basta e mi è bastato dire quello che ho detto: altri lo faranno quando ci sarà un libro davvero e si avrà a dispozione un materiale diciamo più consistente

  16. Conoscevo l’autrice come critica, avendo letto su 404: file not found alcuni notevoli pezzi. Queste poesie non mi sembrano da meno: tra quelle in un filone pur riconoscibile (lombardo-intimistico, ma poi spendo qualche parola in più su questo), mi sembrano avere una incidenza di autenticità più alta della media, forse per le occasionali e ben gestite sprezzature sintattico-ritmiche, o per il peso concettuale di certe frasi – che per avere questo peso devono per forza superare o problematizzare il mimetismo, come “non c’è addio ma cosmo che si ripete” (dove il gioco strutturale è tra l’individuo e ciò che sta sopra l’umanità, permanenza vs. impermanenza) o “ci vedono possedere il vuoto venendo a terra”, dove l’allitterazione si combina con una specie di ossimoro sinestetico (“possedere il vuoto”). O anche il tentativo di sporcare, qua e là, il “bel verso” è per me indice di autenticità, di superamento della maglia della tradizione. Bello, anche se un po’ troppo scoperto, il gioco di coesione strutturale nel primo componimento, con la frase sintatticamente marcata rafforzata dal fine verso per una lettura dinamica (“la schiena il vestito / come si piega”, per esempio).

    Interessante anche la resa, diciamo così, dell’individuo/io-poetico in situazione e in rapporto ad altri, a ricostruire situazioni che sono, per così dire, la cartina al tornasole di una generazione, la nostra, di ripiegamento per fattori storici e sociali complessi. Qui però cade la mia prima perplessità, che è di poetica piuttosto che sulla qualità dei testi: questa passività e rinuncia, questo tono in minore, in cui spesso mi rispecchio, rischia di bloccare il coraggio della strafottenza, del discorso poetico anche allegorico o onirico, in un ancoraggio alla realtà molto etico (Sereni docet) ma forse un po’ troppo autoconsapevole per giocare d’azzardo e rischiare il discorso sui massimi sistemi, l’articolazione polifonica, insomma modi del dire poetico in cui ci si esponga sia al fallimento sia al successo con maggiore rischio. E allora, retrospettivamente, anche i riferimenti contemporanei (Blockbuster, Carrefour) sembrano più essere lì per dire “cerco di essere contemporanea”, per aggiungere insomma un’appendice al corpo centrale della scena tratteggiata, piuttosto che per vera necessità intrinseca al testo (anche se questa c’è a livello estetico, siccome le parole straniere hanno un loro valore estetico e non a caso spesso si trovano in posizione forte, a fine verso).

    Poi, il problema dei maestri. L’abbiamo quasi tutti, ma dalle letture fatte e da quelle subite mi sembra che noi ‘ottantini’ ne soffriamo di più rispetto ad alcuni bravissimi ‘novantini’, che forse si rifanno a tradizioni meno mainstream in Italia. Non c’è, chiaramente, epigonismo in queste pur belle poesie, ma qualche eco precisa (oltre che una evocazione più generica) è assolutamente rintracciabile. Due esempi intertestuali che subito mi sono venuti in mente: la ripetizione di “la faccia la faccia” nel secondo movimento della prima poesia rimanda senz’altro a Sereni (“I volti i volti non so dire”), perché in entrambi i casi occorre a inizio verso e tramite sinonimo. Certo, questi calchi sintattico-lessicali sono sempre esistiti nella tradizione letteraria, ma secondo me evitarli quando possibile è sacrosanto, a meno che non ci sia la volontà di allusione/citazione. Il secondo caso invece è in questi versi:

    se c’era un destino per l’erezione graduale
    che accarezzavo sotto il tuo cappotto;

    Versi molto efficaci e che suonano molto autentici, vissuti, anche perché, se esibiscono l’osceno erotico, come dice Benedetti (ma dov’è l’osceno in una erezione?), sono verosimili e senz’altro si riferiscono a una situazione non impossibile, anzi. Però a livello intertestuale, la fonte sembra senz’altro De Angelis, che in una memorabile poesia da “Somiglianze” scrive:

    alla sera, durante l’erezione, pretese anche un destino.

    Ovvio, le situazioni e il punto di vista sono diversi, ma la co-occorrenza (collocation) di due parole in un breve giro di frase, non può essere casuale. Qui la memoria del testo letto si esercita su quello scritto al di là, probabilmente, della coscienza dell’autrice. Insomma: dovrà arrivare il punto in cui il debito nei confronti dei maestri si trasformi in una “resa alla pari”, non importa se illusoria, non importa se non saremo alla loro altezza: è, credo, solo da un’atteggiamento di rispetto senza riverenza, di ammirazione che non invade l’autonomia, che la grandezza (a cui tutti dovremmo aspirare: non già solo la bellezza del verso, proprio la grandezza del discorso poetico) potrà essere raggiunta.

  17. Ringrazio i nuovi commentatori per essere intervenuti.

    Purtroppo posso rispondere brevemente, perché non ho molto tempo. Replicherò meglio domani.

    @RRS:

    “poetessa” va benissimo, perché la lingua italiana dice così. Qualsiasi termine alluda a rivendicazioni femminili evoca idee a me totalmente estranee.

    @Ennio Abate:

    Non ho mai detto che la mia poesia sia innovativa né oscena.

    @Davide Castiglione

    – “Tracce” è una delle prime poesie che ho scritto in modo nuovo (nuovo per me, nuovo rispetto alla persona che ero e allo stile che avevo prima di allora); dunque che avessi in mente De Angelis e che non mi curassi di non farlo trasparire è possibile. Adesso non capiterebbe, non in modo così scoperto. Comunque per me “Somiglianze” è uno sfondo mentale, qualcosa che è nell’immaginario anche inconsapevolmente (non solo per me, credo). Dunque ecco, quella non è esattamente una citazione. Tuttavia sì, lei ha ragione.

    – la strafottenza (sfrontatezza? Intende questo?) sì, assolutamente. La passività no. Penso che lo sconforto e la negatività non siano necessariamente una rinuncia – né etica né estetica.

    – “Il Blockbuster che ora è un Carrefour”: è un riferimento ad un luogo reale (Siena). Devo ammettere che quella è la poesia più autobiografica, forse. La via Francigena è la via Francigena; More di Cuna è un paesino che c’è andando verso Sud, uscendo da Porta Romana, dopo via di Certosa.

    Mi scusi per la fretta, risponderò meglio a tutti domani.

  18. Non volevo naturalmente togliere spazio a Claudia (mi permetto di chiamarti Claudia) parlando di Benedetti; mi scuso allora se ho parlato della sua poesia.

    Ma i poeti nati negli anni settanta dove sono? dove li mettiamo? credo ci sia poco spazio per loro e troppo per la generazione dopo.

    Fare i conti con la tradizione è senza dubbio quello che valorizza la poesia; ma qui, come in altri di questa generazione, non mi sembra si possa parlare di tradizione, perché di quella tradizione non vedo superamento o rielaborazione.

  19. Mi scuso per il ritardo, e cerco di rispondere meglio a Davide Castiglione e agli altri commentatori.

    @Matteo:
    “Ben venga comunque che a scrivere poesie sia comunque chi legga e studia la poesia, almeno si sa di cosa si parla.”
    Non sono d’accordo. Per scrivere poesie interessanti non è indispensabile aver studiato a lungo la poesia.
    La sovrapposizione fra autori e lettori di poesia è un fenomeno ormai molto studiato (da “Il pubblico della poesia” in poi); non mi dilungherò su questo. Ma ha più a che fare con la decadenza di un genere letterario, che non con la competenza dei suoi esponenti.
    Quanto ai poeti degli anni Settanta, mi pare che siano abbastanza rappresentati sia su questo sito, sia su altri blog, sia all’interno delle antologie degli ultimi anni. Se anche non lo fossero, introdurre delle “quote generazionali” forse non è una buona soluzione.

    @Davide Castiglione
    Mi dispiace che lei legga in questi testi un tono “in minore” e “lombardo-intimista”, perché non mi ci riconosco. Ci ho pensato per due giorni, e non vorrei ripetere quanto ho già scritto velocemente sabato sera, ma credo ancora che il senso di straniamento (se si riferisce all’ultimo testo) non sia una rinuncia etica. Allo stesso modo rappresentare forme di solitudine non vuol dire per forza essere intimisti. Forse può spiegarmi meglio cosa intende? Se si riferisce agli ultimi versi di “Immagine personale”, invece, in quel caso il discorso è un altro. La persona che prende la parola in quella poesia sta osservando una foto pubblicata online. “Non importa prima quando non c’è dopo” vuol dire semplicemente che, se lo spazio di una relazione è quello di una chat o cose analoghe, che l’altra persona abbia una vita e un’altra donna o tre non fa nessuna differenza. Se si cercano relazioni interpersonali simili anche dal vivo, vengono fuori sensazioni strane. Forse è un’idea stupida, non so bene. Quello che so è che i rapporti interpersonali online a volte non sono meno reali di quelli che si costruiscono vivendo insieme ad una persona. Ecco, credo che questo non riguardi solo me.

    Anche la questione generazionale non mi è del tutto chiara. In realtà non sento una grande affinità con i poeti della mia generazione.
    A proposito del “problema dei maestri”, in parte le ho già risposto (De Angelis e “Tracce”). Su Sereni, che dire? Non pensavo alla poesia che lei ha citato, quando ho scritto “Io voglio essere guardata”. In quel momento mi chiedevo perché non sia possibile cambiare volto ogni giorno, come si fa con i vestiti, magari abbinandolo alla persona che si sceglie di essere in un certo periodo – in modo simile a quel che facciamo con le foto profilo nei social network, più o meno. Non stavo leggendo gli “Strumenti umani”; leggevo le vite frammentarie di Ulises Lima e Arturo Belano (i “Detective selvaggi” di Roberto Bolaño), e alcuni racconti di Kafka. Fra questi mi ha colpito uno che si chiama “Vestiti”. E poi guardavo “Black Mirror” (http://it.wikipedia.org/wiki/Black_Mirror_(serie_televisiva)) e cambiavo vestiti e vita io stessa, forse.

    Spero di non sembrarle retorica o ancora più intimista, a questo punto. Non sono sicura di essermi spiegata bene, dunque mi scusi.

    Quello che posso aggiungere è che di solito, quando leggo una poesia, più che alle singole parole cerco di far caso a che tipo di soggetto viene rappresentato (sempre che ci sia un soggetto), a come è costruito, a che tipo di discorso veicola. Da questo punto di vista mi pare che nella poesia degli ultimi anni siano cambiate molte cose (e in modo trasversale) rispetto alla generazione di Sereni, e probabilmente anche rispetto a quella dei nati negli anni Cinquanta (De Angelis). Quanto alcuni cambiamenti più generali hanno a che fare con me e con quello che scrivo? Non lo so, non sta a me dirlo, e probabilmente è impossibile trarre conclusioni sulla base di sei testi.

    Comunque le ho scritto queste cose perché le sue osservazioni mi sono sembrate interessanti, e perché non mi sembra affatto privo di senso discuterne. La ringrazio di nuovo e ricambio la stima.

  20. Non intendevo dire chi studia la poesia ma chi almeno la legge. Forse mi sono espresso male.

  21. @Claudia, anche per me vale poetessa (perché è nel vocabolario e preferisco aumentare che tagliare numero dei vocaboli che uso, e perché al momento non ho mai sentito e dubito sentirò mai chiamare una professoressa di diritto “professora”); omofonicamente poi “una poeta” ha per me il suono di una clitoridectomia sub specie di taglio della ricchezza sibilante della parola.
    Non comprendo questa smania di equiparazione lemmatica che le donne hanno agli uomini, perché dal mio pdv è in peius: ho sempre ritenuto la donna superiore all’uomo. Tuttavia per prevenirmi da estenuanti thread polemici a cui bongré malgré ho assistito, non conoscendo come un* la pensa in merito, metto “poet[ess]a” con una parentesi quadra che non significa lectio minor ma “ognuno legga come vuole”. Ti rinnovo i complimenti già espressi.

    @Davide, ottima immersione critica come al solito. Come forse sai, non amo molto De Angelis ma la poesia che citi (“Un perdente”, riproposta qualche domenica fa da Walter Siti su Repubblica) mi è piaciuta tanto da annotarla sul mio scrapbook.

  22. Scritte bene (si dice così) ma la sgradevole l’impressione di averle già lette. E non una volta sola.

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