di Alessandra Sarchi

1.

Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questa spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.

Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e sopratutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo. Lo dimostra il travagliato e disgraziato iter del disegno di legge noto come Testamento Biologico e i casi in crescita – Welby, Englaro, Monicelli, per citare i più noti – di interruzione eclatante e violenta della vita. Dico violenta perché, se su un piano giuridico sarebbe auspicabile che si arrivasse al totale rispetto della volontà individuale, ciò non eliminerà mai del tutto il fatto che morire, e sopratutto aiutare a morire , richiede una forma di violenza. E su questo terreno, luogo contraddittorio di fortissimi tabù e discutibili prassi, mi pare si collochino due testi della narrativa italiana molto distanti nel tempo e nello stile.

2.

 Passo d’addio di Giovanni Arpino, uscito presso Einaudi nel 1986, poco prima della morte dell’autore, e Antartide di Laura Pugno, fresco di stampa presso Minimum Fax.

Nel libro di Arpino, Giovanni Bertola, un anziano professore di matematica,  consapevole di essere affetto da una forma grave di sclerosi cerebrale, affida a Carlo Meroni fedele allievo e già cattedratico, il compito di aiutarlo ad andarsene. Ogni domenica, tra aforismi sulla vita e divagazione sui massimi sistemi, Carlo si confronta in una rituale partita a scacchi con l’anziano professore. Dentro la scatola che contiene le pedine del gioco si trova anche l’astuccio con la siringa predisposta dal professore affinché l’allievo possa, soffiandogli aria in vena, provocargli un’embolia e finirlo in fretta. Carlo, pur avendo promesso, tentenna e rimanda, intanto la malattia del professore degenera. L’anziano uscendo di casa si perde e quando lo ritrovano non riesce più a camminare, ha perso l’uso della parola e la coscienza vigile. La siringa non verrà mai usata. Giovanni Bertola, paralizzato su un letto, sarà aiutato a morire da Ginetta, la nipote delle signore, molto perbene, presso cui il professore è pensionante. Prototipo della donna moderna (per come intendeva moderne le donne un autore nato nel 1927) sessualmente emancipata, vitale anche se un po’ instabile, Ginetta è l’unica a cogliere le ultime parole articolate del professore, l’ultimo guizzo di umanità. La sola ad assumersi la responsabilità di aiutarlo, preparandogli un cocktail di barbiturici e restando con lui fino all’ultimo respiro. Dopo, come in una pièce teatrale settecentesca, Ginetta lo annuncia ai tre pusillanimi, le zie affittuarie e l’allievo, barricati in cucina e perfettamente consapevoli di quanto stava accadendo: “Tocca a voi adesso, brava gente”. Alle due zie tocca l’organizzazione del funerale, la spartizione dell’eredità, nonché lo scrupolo della confessione; a Carlo la constatazione della propria inettitudine. Cosa sia passato nella psiche di Ginetta, dopo o durante la morte del professore, Arpino non lo dice, ne mostra solo i gesti attenti, di cura. Il romanzo si chiude con la figura tormentata e vinta di Carlo, che immagina, e invidia, “il professore tra le braccia misericordiose di Ginetta mentre moriva.” Quasi una pietà dipinta.

Anche in Antartide di Laura Pugno chi decide di morire è un professore universitario, Niccolò Bechis, un neurologo che, dopo aver scoperto di avere un’afasia degenerativa incurabile, destìna tutti i propri beni alla “Casa di Miriam,” un luogo tra i boschi al confine tra l’Italia e la Francia, alla cui fondazione ha contribuito attivamente. La morte lo coglie sul treno che lo avrebbe portato fra gli chalet nel bosco dove Miriam, madre di una bambina affetta a sua volta da tumore e operata da Niccolò Bechis, offre discrezione, pace e sopratutto la possibilità di andarsene nella maniera prescelta, per chi lo voglia. La morte del professor Bechis coincide con il rientro a Roma del figlio, Matteo, dopo una spedizione scientifica in Antartide, durante la quale si sospetta abbia tentato di suicidarsi nelle acque ghiacciate. La ricostruzione del piano paterno, e della verità che si cela dietro la “Casa di Miriam”, è resa possibile perché l’ex-compagna, Sonia, figlia di un altro professore universitario amico intimo del padre di Matteo, lo contatta dalla “Casa di Miriam” dove si è recata alla ricerca del padre lì ricoverato e poi sparito. La perlustrazione del bosco sulle tracce del padre di Sonia, che verrà trovato morto in un burrone, dà modo a Matteo di passare del tempo con la misteriosa Miriam e con il suo aiutante (amante?) Gabriel, esperto dei boschi. Miriam (come Miryam, la principessa biblica, simbolo di una femminilità ribelle e portatrice di salvezza individuale e collettiva?) gli rivela la natura del luogo: aiutare a morire malati terminali che lo desiderano, e ognuno pare desiderarlo in modo diverso. C’è chi vuole ‘addormentarsi’ nel bosco con una pastiglia e non svegliarsi mai più, chi preferisce che il proprio corpo sia bruciato, chi vorrebbe invece che se ne cibassero gli animali. Matteo assiste a una di queste spedizioni nel bosco. Vede una coppia di malati terminali aiutata da Gabriel, l’angelo della morte, prendere i farmaci letali, e assiste alla cremazione all’aperto, sopra una catasta di legno, del corpo del padre di Sonia. Poco prima di andarsene, tra i nuovi ospiti della casa di Miriam Matteo scoprirà un altro amico di famiglia, il dottor Scesi, anche lui in fin di vita. In un paio di dialoghi rivelatori Matteo capisce il piano concepito da suo padre e dai suoi amici-colleghi, è Miriam a svelargliene la logica: “Tutto questo ti fa orrore (…) Ma prova a pensarci (…) Pensa cosa significa perdere totalmente il controllo del tuo corpo, sopportare cure dolorosissime, sapendo che saranno inutili. Pensa se potessi scegliere.” Ma, all’invito che Miriam gli rivolge a rimanere per aiutarla, risponde: “No. (…) Anche se credessi in quello in cui credi tu, non ne avrei il coraggio” e alla battuta successiva di Miriam, “Ti sbagli. Tu hai dentro il freddo sufficiente”, Matteo non può far altro che tacere e abbassare lo sguardo. La clinica fondata dal padre, e sostenuta da una collettività di studiosi amici e colleghi, si rivela agli occhi di Matteo un’inquietante luogo della buona morte. Il fatto che sia liberamente scelta non la rende, sopratutto per chi rimane e per chi assiste, meno scioccante.

3.

I due romanzi, nonostante la distanza temporale, hanno punti di contatto notevoli che rivelano un contesto sociologico e una dialettica di valori omogenea e comparabile. Mentre nella realtà arcaica descritta da Michela Murgia in Accabadora (Einaudi 2009) la comunità riconosce, pur con qualche conflitto, che ci debba essere una figura addetta alla cura dell’altro, in particolare del morente, l’orizzonte di Passo d’addio e Antartide è radicalmente individualistico. Non c’è una comunità dotata di leggi, rituali, o convinzioni che legittimino le scelte dei protagonisti che, per questo, risultano tanto più estreme. A somministrare o facilitare la morte, in entrambi i casi, è una donna (così anche nel bellissimo film Mare dentro di Alejandro Amenábar, Spagna 2004), la cui condizione sociale è di non integrazione nel quadro delle convenzioni della comunità in cui vive, o meglio di un ruolo ritagliato a margine. Versioni moderne della figura della ‘strega’, colei che traffica con i misteri di nascita e morte e per questo è condannata dall’ordine morale, ­ – dove storicamente morale e religione cattolica hanno coinciso – la sboccata Ginetta e Miriam dai capelli color fuoco sono vitalissime outsider. Si caricano di responsabilità che nessun altro vuole e capiscono l’importanza di allestire un rituale, anche minimo, per sancire il passaggio, per renderlo accettabile in quanto estremo gesto umano che rivendica la dignità della persona.

Le figure dei morenti, viceversa, appartengono a un ceto dotato di mezzi per farlo, non solo economici, ma principalmente culturali: sono professori universitari, consapevoli delle proprie condizioni fisiche, dell’inutilità delle cure mediche e dell’ostilità sociale a cui va incontro la loro scelta. I personaggi maschili che li affiancano, figli biologici o figli putativi, capiscono il gesto, la giustezza del gesto, ma non hanno letteralmente il coraggio di compierlo, diversamente dal Clint Eastwood, regista e attore nei panni dell’angelo della morte, di The Million Dollar Baby (USA 2004), uno dei pochissimi casi di assunzione maschile di un ruolo prevalentemente declinato al femminile.

Carlo Meroni e Matteo Bechis rimangono traumatizzati dalla morte, anche quando è somministrata con estrema dolcezza, come fanno la sensuale Ginetta o l’angelico Gabriel. La paralisi psichica che li coglie rivela una loro anteriore, e più profonda, inettitudine e distanza con la vita. Tuttavia non possiamo esimerci dal capire, e in parte condividere, anche la loro riluttanza inane, il dolore pietrificato. Ci tiene lì, sull’orlo di una pagina in cui qualcuno muore e noi rimaniamo. Siamo come il lettore sgomento a cui Marguerite Yourcenar consegna, con un gesto di estrema pudicizia, l’atto finale dell’Opera al nero: “Non oltre è concesso andare nella fine di Zenone”.

7 thoughts on “L’oscenità della morte

  1. questo articolo crea fastidi, imbarazzi, si presta alla rimozione. difficilmente dunque riceverà molti commenti. da parte mia, ringrazio A. Sarchi per aver scritto un testo molto intenso, e per aver postato uno degli interventi più coerenti con il titolo di questo blog.
    Leggendo, mi è capitato anche di ripensare alla perplessità con cui ho visto e letto, soprattutto su facebook, certi commenti sarcastici alla generale commozione per la morte di Steve Jobs.
    è giusto, certo, indignarsi: si trattava, abbastanza indubitalmente, di un oligarca dai contorni poco chiari. e i manifesti di cordoglio di sel lazio si commentano da soli. eppure, in quello che si è detto per ironizzare sulla lacrimuccia della mela, c’è stato qualcosa di più, o di meno, mi pare. e quello scarto, forse, passa dal fatto che steve jobs, malgrado tutto, non era soltanto quello che ha inventato i computer belli, ma era anche uno che ha lottato contro una malattia per sette anni (o otto, non saprei). qui cadeva lo sconcio, l’osceno, secondo l’espressione di Sarchi: proprio lui, proprio questo superuomo, ha rivelato tutta la sua creaturalità, e alla fine ne è stato sconfitto.

  2. E Foucault? già presente nel titolo!!
    E’ un condensato d tutta la migliore letteratura europea e internazionale, partendo da Camus, Sartre, Kafka, H. James, fino ad A. Schnitzler. Rimanda anche a stilemi ed alle belle arti dai quadri di Rembrandt e alle incisioni di Goya. Tutto ripreso con l’attualità e contingenza dei nostri giorni. Riportando sulla scena tabù ancestrali che sono ancora presenti -volenti o nolenti- nell’animo di ogni persona indipendentemente da aggiunte, cambiamenti e soprattutto superfetazioni dovute al controllo sociale (e torniamo a Foucault). Un testo con linguaggio poetico e visionario (quindi umano) ma al contempo scientifico, di indagine e penetrazione unica quali posso comparare agli scritti del dottor Itard sul ragazzo selvaggio dell’Aveiron e al Denis Diderot della “Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono”.
    Una immagine unica di freddezza clinica e compartecipazione epica rara: sembra di ammirare quelle pitture e afrreschi romanici in cui tutto il corpo e la potenza data dall’autorità si manifesta a pieno titolo, ma a cui la tecnica pittorica dell’epoca era ancora dovuta alle mescole di metalli e pigmenti naturali in cui l’argento ora si disapprezza risultando verde e grigio scuro e sopratutto la biacca (il bianco degli occhi) appaiono ora dei fori sconosciuti su un viso importante e li rende ancor maggiormente muti ai “nostri occhi”, e forse è quello che questi occhi antichi e forse saggi vedrebbero di noi.

  3. Certo, la rappresentazione letteraria del tema della morte è vastissima. Tuttavia, le modalità della sua rimozione postmoderna sono più specifiche. E così più ristretta è la casistica utilmente reperibile: ad Antardide di Pugno accosterei a esempio tutta la seconda parte di A nome tuo di Covacich. Inoltre, aggiungo a commento questa ‘poesia operaia’ di Di Ruscio:

    Il sottoscritto è fortunato
    il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo
    non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
    non sarà per noi l’insulto di essere vivi senza coscienza
    i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
    la nostra miseria ci salva
    dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
    ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
    è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
    riuscendo perfino a testimoniarvi tutti

  4. Grazie a tutti per la lettura.

    @Zinato: non so se sia un problema di rimozione postmoderna della morte la chiave dei romanzi citati, quanto un restringersi dell’immaginario narrativo a figure ‘stereotipe’ – la strega, il professore universitario – perché nel frattempo la realtà materiale della faccenda non si è evoluta di un millimetro.
    Arpino ha scritto quel libro presagendo la propria fine e nel professor Merola ha costruito un proprio alter ego, 35 anni dopo Laura Pugno consegna quel tipo di sensibilità di nuovo a un professore universitario; il problema di come affrontare la morte – quella voluta e scelta intendiamoci – rimane riservato a delle élite, il che significa che il resto della società è nell’impossibilità di scegliere per un vuoto legislativo e culturale grave.

    grazie per i versi di Ruscio!

  5. Cara Alessandra, ho letto con grandissimo interesse il tuo articolo e mi sono presa un po’ di tempo per commentarlo. Tu poni, partendo dai romanzi di Arpino e della Pugno, dei problemi enormi, che però tutti sono corollari alla questione centrale: quale posto ha la morte oggi in Occidente.
    Non posso non rifarmi all’importantissimo lavoro di Philippe Ariès, “Storia della morte in Occidente, dal Medio Evo ai giorni nostri”, che è del 1975. Già quarant’anni fa Ariès aveva descritto questa rimozione della morte, il quarto tipo di morte tra quelli da lui descritti, quella che definisce “morte proibita”, per cui la società, come tu osservi, consumista e munita di molti mezzi per rimandare ad libitum il naturale trapasso, nega la morte,
    Il motivo, i motivi, sono numerosi. Il culto del corpo e dell’esteriorità, la negazione di una dimensione spirituale (che però si va a ricercare in Oriente), la paura di un oggetto ignoto (non si muore quasi più a casa e dunque non si ha dimestichezza con questa che, insieme alla nascita, è la cosa più naturale che esista), la perdita di una condivisione collettiva (se non quando muore un personaggio famoso, ma solo come partecipazione allo spettacolo), ecc.
    Infatti a questo si sostituisce la spettacolarizzazione della morte, tanto tutto è “finto”, e se una lacrimuccia ci scappa, per qualche personaggio famoso, tanto questo rientra in quella cultura da rotocalco che ci illude di condividere le vite belle e famose.
    Io penso che la rimozione della morte, dunque la volontà di negazione o evitamento, sia soprattutto legata alla negazione della vita. Meno la vita ha senso, meno la morte, che in fondo individua e conclude quella vita, ha senso.
    Lo stesso lutto è oggi vissuto in modo frettoloso e privato. Difatti sono nati dei centri, serissimi e di alto livello professionale, in cui tanatologi e psicologi aiutano a elaborare il lutto che, non di rado, quando non trova la sua naturale evoluzione, si trasforma in una forma patologica.
    Il che la dice lunga sull’atteggiamento che l’Occidente ha oggi nei confronti della morte, se il lutto va curato come una malattia.
    Negando la vita, si nega la morte. E non sembri assurdo affermare che, una società che tanto cura i corpi, che tanto si adopera per nascondere il naturale processo d’invecchiamento, neghi la vita. E’ appunto per questi motivi che la nega. Non ne accetta i cicli naturali, rifiuta di prendere atto del passare del tempo, rifiuta il valore del passato (dato che nega il presente) e lo cancella, ma pretende di fermare in eterno il presente.
    In passato, è vero, la morte era cosa molto più quotidiana e la visione dei morenti un’esperienza che si faceva fin dall’infanzia. Oggi la morte, quando non sia per incidenti o guerre, è accuratamente nascosta nei reparti ospedalieri, gestita dagli addetti. E’ raro potersi congedare da chi ci lascia, raccoglierne gli ultimi aneliti, ascoltarne le ultime parole, consegnare loro il nostro congedo e in qualche modo chiudere i conti.
    In Europa però c’è un luogo che fa eccezione. L’Irlanda. Mi sono occupata a lungo di tradizioni funebri irlandesi e mi sino resa conto dell’importanza dei riti nel superamento del lutto.
    La morte ha un impatto sociale dirompente, perché lascia un vuoto che va ricomposto. La ricomposizione di questo iato è, ancora oggi, in Irlanda compiuta attraverso la veglia funebre, seppure in forme meno complesse del passato.
    Fino a circa 50 anni fa, una veglia funebre irlandese era non molto dissimile da quelle dei secoli passati. Nelle campagne addirittura il defunto sedeva a tavola per il banchetto funebre e “ascoltava” i racconti, la lamentazione funebre ritualizzata, le battute di spirito, gli aneddoti ecc. Talvolta si rideva, si facevano giochi, si stava allegri. Insomma, si festeggiava il passaggio.
    Il processo era molto lungo e complesso e accompagnato da una serie di riti codificati.
    Lo scopo di tutto questo era (e in parte è) quello di accompagnare il defunto nel passaggio, in modo sicuro e protetto per lui e per i vivi e, una volta conclusa la veglia, compiuta la sepoltura, lo strappo era ricomposto e il lutto concluso. Non certo il dolore dei familiari per la perdita, ma non ci sono esempi di lutti patologici.
    E nessuno in genere, ancora oggi, va al cimitero, perché, come molti dichiarano, “i morti non sono lì”.
    La morte è, per gli irlandesi, ancora un processo naturale e di cui non si ha paura né si rimuove l’esistenza.
    Dunque, il modo in cui un’epoca considera la morte è solo una questione culturale.

    Poi, certo, c’è il problema del suicidio. Non voglio dilungarmi al momento su questo argomento, perché il discorso sarebbe troppo lungo.
    Ma c’è un’altra questione che sollevi e che è di grandissima rilevanza. E cioè quella del ruolo del femminile.
    L’Accabbadora, di cui parla la Murgia, è una figura che forse non molti sanno essere in passato diffusa in Italia. Soprattutto nel Meridione. Io ne ho trovati esempi in Puglia e Calabria, ma so che non sono i soli.
    In Italia tuttavia, il suo ruolo era quello di “facilitare” la morte, nei casi necessari, dunque qui sta l’aspetto violento. Ma violenta è anche la nascita.
    In Irlanda esiste la figura della Banshee, letteralmente “l’essere fatato femminile”, che invece annuncia la morte imminente di un membro delle famiglie nobili e di antico lignaggio irlandese, emettendo un lamento lungo e lugubre. La sua presenza (avvertita ancora oggi e non solo dalla gente “semplice”) lungi dall’essere percepita come temibile e paurosa, è invece sempre stata considerata consolatoria.
    Mentre la lamentazione funebre ritualizzata, condotta da donne specializzate, era in genere destinata a uomini.
    Dunque, la presenza della donna, come psicopompo e agente di passaggio, come figura liminale, presente alla nascita e alla morte, assume un significato le cui origini si possono trovare in un lontanissimo passato, mai del tutto scomparso.
    E’ la Dea Madre, nella sua manifestazione di distruttrice e dunque trasformatrice.
    Anche qui ci sarebbe troppo da dire…
    Ecco, mi scuso della lunghezza del commento. E un argomento di cui mi occupo da molto tempo e mi appassiona e ti ringrazio di avermi dato l’occasione di parlarne.

  6. Cosa ti sta così a cuore, o mortale, che indulgi in modo eccessivo al dolore, e piangi e lamenti la morte? Se infatti la vita trascorsa finora ti è stata gradita, e se tutte le gioie, quasi accolte in un’urna incrinata, non fluirono via, né si persero ormai divenute sgradevoli, perchè non ti allontani come commensale sazio della vita e a cuore sereno non prendi, o stolto, un sicuro riposo? Se invece tutto ciò che hai goduto è perito e dissolto nel nulla, e la vita ti è in uggia, perchè cerchi ancora di aggiungere ciò che avrà triste fine, a sua volta, e un ingrato tramonto totale, e piuttosto non poni fine alla vita e ai tuoi affanni? Tutto quanto io escogiti e possa inventare che ti piaccia, non serve: le cose sono sempre le stesse. Se il tuo corpo non è oramai putrido di anni, e le tue membra stremate non languono, le cose tuttavia restano sempre le stesse. […] la vita non è data in possesso ad alcuno, ma in uso a noi tutti.
    Lucrezio, III 933-971, traduzione di Luca Canali

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