cropped-Morales_11.jpgdi Claudia Crocco

[Una versione diversa di questo articolo è in corso di stampa in «Semicerchio» n. 50, 2014].

I.

Misurarsi con il limite invalicabile della morte, significa venire ai ferri corti con il senso del nostro rapporto con la realtà, approdare alla testimonianza ultima dell’indissolubilità del vincolo che ad essa ci lega: ogni cosa si risolve in noi, ci appartiene per il poco (ma che è tutto) che vale questa appartenenza.[1]

 Queste parole di Mario Benedetti risalgono a dieci anni fa: vengono pronunciate durante una giornata dedicata al decennale della morte di Franco Fortini. Benedetti sta commentando Composita solvantur (Einaudi 1994), ma in realtà definisce anche qualcosa che riguarda la propria scrittura. La riflessione sulla morte come parte e limite di ogni esistenza attraversa tutta la sua opera. Qualche esempio: l’anonima suicida di Che cos’è la solitudine [2]; la bocca dei defunti e il loro ricordo nei paesaggi di Umana gloria; il sangue di Esenin e l’ultima pagina di Nerval; i versi di Beppe Salvia; l’immagine di Paul Celan sulla Senna[3]; il volto del padre in apertura di Pitture nere su carta. In Materiali di un’identità, Benedetti scrive a partire da testi di altri autori; anche in questo caso l’affinità è sempre nel modo di esprimere la finitudine umana. Uno dei primi riferimenti è a Georges Bataille: “Non siamo tutto, anzi, in questo mondo abbiamo solo due certezze: di non essere tutto e di morire”[4]. La riflessione sull’“estremo del possibile” e sullo stato di angoscia come condizione della scrittura portano Benedetti a comporre questi versi: “La bellezza delle lacrime. La trasparenza. / Tutto è vicino e lontano. / Io a frammenti di te, di noi” (p.13). Nelle pagine successive commenta la Nona delle Elegie duinesi di Rilke. Qui si legge che l’uomo non ha senso di continuità fra sé e il mondo, ma riesce ad entrare in contatto con le cose attraverso una forma di sentire in eccesso: cioè vivendo la propria morte.

II. Ad una prima lettura, l’ultimo libro prolunga questa riflessione.
Tersa morte (Mondadori 2013) riprende soprattutto i versi lunghi, le prose, la figuratività di Umana gloria. Il confronto dell’autore con alcuni decessi reali rende la “perfetta assenza” (p. 65) ancora più pervasiva (“Sono questo, questa mortalità / che mi assedia, che si concentra / negli occhi, nelle mani”, p. 84). La morte ora lascia tracce ovunque: nella pellicola e nel vento che riporta la voce della madre in Video (dove si ripete due volte il verso “Evapora il morire”, p. 66); nell’immagine di una bambina sconosciuta che gioca con la sedia del padre (cfr. la poesia incipitaria del libro, p. 9); nell’orto che rievoca il ricordo di Andrea Zanzotto (p. 40). Pensare alla morte è un modo per vedere “nuda la vita”(p. 43), che viene condotta in uno stato di paralisi: “Ci si sporge dall’esterno della vita nella sua paralisi, / si vede vivere quelli che sono/ diventati una cosa”(p. 73). Vivere nell’inconsapevolezza della morte è un errore o un’illusione (“[…] Cantano, / hanno faccende di cui occuparsi, / quasi quotidianamente si sentono eterni”, p. 38); proprio per questo una sezione si intitola Non distrarti. Tersa morte contiene un ammonimento, un imperativo che chi parla rivolge sia a sé stesso sia a chi legge: non distraiamoci dal fatto che la morte annullerà ogni cosa, farà di qualsiasi vita un accumulo di sassi e zolle (si tratta di due parole ricorrenti sia in Umana gloria [5], sia in Pitture nere, sia in Tersa morte). Ciò che costituisce il senso di una vita intera non avrà più alcun significato, una volta che questa sarà conclusa. Lo si legge nella poesia dell’apostrofe al padre:

Padre morto, ci sono altre generazioni.
Non sei stato la storia, sei stato l’umiltà
delle cose minute. Ma a chi importa?
Hanno già saputo dimenticarci, catalogare
uomini con uomini, donne con donne.
Forse da sempre. Ma se tu non c’eri
non c’era nessuno, lo sanno? È troppo
per loro, prole serva di vita, superba.
Dire di te è come dire di me, e del sonno.
Lettura amara è La ginestra del poeta.
Padre nostro, ci sono altre generazioni.

Rappresentare “l’umiltà delle cose minute”, e non la storia ufficiale, è già il fulcro di Umana gloria. Ciò che conta della vita sono eventi minimi, spesso riconducibili a percezioni primarie, quasi sempre rievocati attraverso i ricordi. Il tono di chi parla quello di un’elegia senza idealizzazione, che riesce ad indicare la fragilità di ciò che viene rievocato insieme alla necessità del ricordo. Vengono in mente i versi finali della poesia che dà il titolo alla raccolta: “E il succo nella bocca della tua eternità, / dove il mondo è stato unico e minuscolo. // Povera umana gloria / quali parole abbiamo ancora per noi?”[7]. La fallacia dell’esistenza è già legata all’assedio della morte. Fin qui, dunque, si potrebbe parlare di continuità fra la poesia più recente di Benedetti e la sua opera precedente.

Ma in Tersa morte ci sono almeno due novità rilevanti: la prima riguarda la voce dei testi; la seconda è una riflessione sul senso della poesia. In Umana gloria “le cose che si vedono / sono storie di gente morta” (p.107): il linguaggio è uno strumento per preservare la memoria di frammenti di mondo. La ripetizione di verbi e nomi che riguardano la visione[8] indica una rimodulazione interna necessaria per la poesia, e permette che le cose abbiano ancora uno spazio di esistenza. Lo sguardo di chi scrive è ciò che dà identità all’io. Tersa morte si apre con una sezione composta da un solo testo (Transizione), che introduce una figura diversa dall’autore: “Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello, / o gli scrive” (p. 9). Il sosia ritorna in varie pagine e prende la parola nella quarta sezione (Il sosia guarda), dove dialoga con il fratello (“[…] eri tu, quella cosa, eri tu,/ quella cosa, eri uno che è morto”, p. 28) e con la madre. Chi parla, dunque, in questi testi?

III. L’utilizzo di soggetti del testo diversi dall’autore non è una novità: nella poesia contemporanea italiana rappresenta una costante a partire dagli anni Sessanta. Spesso è un modo per esprimere una scissione interiore e far dialogare parti di sé (Luzi, Sereni, Caproni, Dal Bianco, Maccari), oppure per creare una mimesi del mondo polifonica, che sia più simile a quella della prosa (Pagliarani), nella quale l’io sia soltanto un frammento in mezzo agli altri (Anedda, Mazzoni). In alcuni contesti permette di attivare attimi di intensità vitale attraverso il dialogo erotico (De Angelis); talvolta indica una rinuncia al discorso autobiografico come fondamento della poesia (Fiori, Bortolotti, Broggi, Inglese). Nel caso di Benedetti la voce non si limita a sdoppiarsi, ma abbandona il soggetto di partenza e diventa multipla, senza che questo modifichi il registro delle poesie. Chi dice io nella terza sezione è la madre morta (“Le madri sono così sole con i loro bambini. / I figli hanno solamente le nostre ossa. / Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia, / Io nella mia vita non ho letto nessuna poesia. / E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta”); nella settima, Altre date, sono Carmen, Maurizio, Marta (“E seduta contro la parete… / Morto il padre, morto io… / Un aborto, diciott’anni…”); è Marco nella sezione intitolata Idiot boy (dove si allude ad un poemetto omonimo di William Wordsworth). Talvolta c’è qualcuno (il sosia?) che dialoga con loro: “Dai del tu ai morti, stai al posto di te, anche” (p. 82). Si sovrappongono i punti di vista, le voci e i piani temporali, “si diventa altri occhi per morire dovunque”: è il 1977, è il 1960, è il 2010. La rappresentazione del mondo è un mosaico di frammenti in cui il soggetto corrispondente all’autore si dissolve (“Ma tu, io, ti togli da me” si leggeva già in Materiali di un’identità, nella poesia L’azzurro). La trasparenza, cioè la rinuncia all’io, produce diffrazione [9].

IV. A questa scomposizione del soggetto si intreccia una riflessione sulla scrittura. Le parole per vivere gli altri, per dirne la morte e preservarne il ricordo, in Tersa morte falliscono: “Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità / commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia. / Le parole hanno fatto il loro corso” (p. 14 ); “Futilmente presente è la parola, anche questo dire”(p. 73). È una crisi metalinguistica: Benedetti mette in discussione la possibilità che la letteratura aderisca alla realtà (“Il preciso mangiare non è la minestra / Il mare non è l’acqua dello stare qui”, p.15) e possa rappresentarne una parte fondamentale, cioè quella della morte (“le parole non sono per chi non c’è più” p. 19).Questo libro sembra dire che essere è essere per la morte, sempre; ma la poesia non può nulla. “Morire e non c’è nulla, vivere e non c’è nulla, ho perso le parole” (p. 15).Il trauma causato dall’osservazione diretta della morte – che è innanzitutto materia, corpi freddi in dissoluzione, testimonianza della fine degli altri – è annichilente.

Se non sembrasse provocatorio, si potrebbe dire che la poesia italiana degli ultimi settanta anni non ha fatto altro che ricordare l’esistenza di una separazione fra letteratura e realtà. Il dialogo con persone scomparse è uno dei topoi della tradizione poetica italiana più radicati, che più a lungo ha resistito a questo processo. Parlare con i morti talvolta crea uno spazio di opposizione al presente e di difesa dell’alterità rispetto ad un mondo di alienazione; oppure approfondisce una biografia data per frammenti, e permette di esprimere una lacerazione interiore. In entrambi i casi, è ancora sentita come una possibilità espressiva della poesia – e questo riguarda anche Umana gloria. In Tersa morte, invece, le cose cambiano.

“Non posso scrivere di un giallo che mai riconoscerete, non leggete più”: così si conclude la settima sezione (è una poesia già presente in Materiali di un’identità, qui pubblicata con alcune varianti[10]). Accorgersi della distanza fra uomo e realtà vuol dire rendersi conto della presenza della morte. Essere è essere per la morte, sempre; ma la poesia non può nulla. Eppure, la scrittura rimane. “Lettura amara è La ginestra del poeta” (p. 52): attraverso la citazione da Leopardi la poesia di Benedetti riparte da una nuova contraddizione, e da un nuovo senso del limite.

Note

[1] M. Benedetti, Note su “Composita solvantur”, in Dieci inverni senza Fortini. Atti della giornata di studio nel decennale della scomparsa. Siena 14-16 ottobre 2004. Catania 9-10 dicembre 2004, a cura di L. Lenzini, E. Nencini, F. Rappazzo, Quodlibet 2006, pp. 117-118.

[2] M. Benedetti, Che cos’è la solitudine, in Umana gloria, Mondadori 2004, p. 53.

[3]Sergej Aleksandrovič Esenin (1895-1925), Gérard de Nerval (pseudonimo di Gérard Labrunie, 1808-1855), Beppe Salvia (1954-1985), Paul Celan (1920-1970) sono tutti poeti morti suicidi, ai quali Benedetti fa riferimento nei suoi libri precedenti. In particolare cfr. Log, Ambleteuse, in Umana gloria, cit., p. 40: “Un bianco dove non si mette niente,/ di notte/ si vede una pagina di Nerval,/ il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,/ un bungalow sulla costa”. Il sangue di Esenin è quello con cui il poeta russo scrive la sua ultima poesia prima di impiccarsi; la pagina di Nerval è quella su cui, prima di impiccarsi, scrive “non aspettatemi stasera, perché la notte sarà nera e sarà bianca”. Questo verso riecheggia anche in “Vai, morte bianca, morte nera”, M. Benedetti, Colori 15, in Pitture nere su carta, Mondadori 2008, p.13. Beppe Salvia è presente soprattutto nel terzo capitolo di M. Benedetti, Materiali di un’identità, Transeuropa 2010, pp. 21-23. Infine Paul Celan è rievocato nella prima poesia di Pitture nere su carta, nei versi “Hanno chiamato arance le anatre, fuori dai cappotti, sul lungosenna ./ Tentano ancora, dopo il tramonto, nella bufera dei loro occhi”. Qui Benedetti immagina lo sguardo sconvolto di Celan sulla Senna, nell’atto di gettarsi.

[4] cfr. M. Benedetti, Materiali di un’identità, pp. 12- 20 e G. Bataille, L’esperienza interiore, Dedalo 1978.

[5] Sassi, posti di erbe, resti è anche il titolo della settima sezione di Umana gloria: cfr. M. Benedetti, Umana gloria, cit., pp. 97-113.

[6] M. Benedetti, Tersa morte, cit., p. 52.

[7] M. Benedetti, Umana gloria, cit., p.112.

[8] È quello che Raffaella Scarpa definisce “sistema ottico-ontologico”: cfr. Mario Benedetti, in Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C.Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Sossella, 2005, pp. 419-21

[9] Cfr. M. Benedetti a proposito di Bataille in Materiali di un’identità, cit., pp. 11-13.

[10]Cfr. M. Benedetti, Materiali di un’identità, cit., p.70: “Perché dovrei scrivere di altri gialli, potete non leggere più / il soffio delle poche parole lungo una strada per un abito da donna. / Perché sto dov’erano, dove potevo anche io / come ora sto, ma è l’ombra di un anno, il 1960, che è anche il 2009./ Così diversi. Così uomini e donne nel paesaggio vedono, / sentono. Non posso più scrivere di quelle vite, le scomparse, questo / nascere sempre, e sempre diverso, e diversamente finire. Finiti, / dimenticati dal tempo che non è uguale. / Non posso scrivere di un giallo che mai riconoscerete, non leggete più.”; M. Benedetti, Tersa morte, cit., p. 53: “Perché dovrei scrivere di altri gialli, potete non leggere più / il soffio delle poche parole lungo una strada per un abito da donna. / Perché sto dov’erano, dove potevo anche io / come ora sto, ma è l’ombra di un anno, il 1960, che è anche il 2010./ Così diversi. Così uomini e donne nel paesaggio vedono, / sentono, non posso / più scrivere di quelle vite, le scomparse, questo / nascere sempre, e sempre diverso, e diversamente finire. / Finiti, dimenticati dal tempo che non è uguale. / Non posso scrivere di un giallo che mai riconoscerete, non leggete più.”

[Immagine: Photos by Morales, Hiroshi Sugimoto Style (gm) – http://photosbymorales.blogspot.it/2010/08/hiroshi-sugimoto-style.html].

53 thoughts on “Scrittura del limite. Su Tersa morte di Mario Benedetti

  1. Qui si legge che l’uomo non ha senso di continuità fra sé e il mondo, ma riesce ad entrare in contatto con le cose attraverso una forma di sentire in eccesso: cioè vivendo la propria morte. (Claudia Crocco).

    Come si fa a vivere la propria morte? Attenti alla retorica che s’insinua in questa metafora.
    Avendo letto tempo fa il resoconto di un convegno intitolato «Dinanzi al morire» tenutosi nel 2009 a Padova, durante il quale il rabbino Giuseppe Laras, presidente della Comunità Rabbinica italiana, il filosofo Umberto Curi e il lama tibetano Tharchin Rimpoche presentarono le loro riflessioni sulla morte, mi venne di scrivere un articolo, «La morte è ciò che dà significato alla vita?» ( ora in Poliscritture n.10). Ne stralcio un brano in dissenso con questo tipo di “sensibilità” e spero di potermi confrontare sulla questione.

    ***
    […] Jiddu Krishnamurti ha affermato: «Qualsiasi cosa siate, buddhisti, induisti, cristiani o altro ancora, siete plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione. Siete avidità, invidia, gioia, piacere, il godimento di qualcosa di bello, l’angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarsi; siete tutto ciò, ovve-ro il processo della continuità. Consideriamone un as-petto: siete attaccati a ciò che possedete. È un dato di fatto. Non intendo parlare del distacco. Siete attaccati alle vostre opinioni, al vostro modo di pensare».
    Ancora mi chiedo: perché non dovrei essere attaccato a qualcosa, se appunto sono vivo? Sono disposto a valutare se certi miei attaccamenti siano positivi o negativi o se procurino sofferenza inutile a me o ad altri. E a cercare di sostituire quelli che risultassero negativi con altri dai quali mi aspetto una riduzione della sofferenza inutile. Dire, invece, che sarei attaccato a qualcosa solo per paura è una intimidazione. Sentirmi dire che «senza tale attaccamento non sareste nulla” mi irrita. Sono attaccato a cose o persone che mi piacciono o mi danno piacere o assieme alle quali credo di poter costruire qualcosa di buono. È vero poi che, se me le tolgono o le perdo, sperimento qualcosa che s’avvicina alla morte. Tuttavia non è ancora la morte. Perché, se perdo certe cose e persone amate o alle quali sono semplicemente affezionato, non perdo ancora tutto; e la possibilità di sopravvivere, magari in condizioni meno piacevoli, ad esempio con delle mutilazioni (corporee o affettive), rimane. Proprio perché «quando la morte sopraggiunge non ci chiede il permesso, arriva e si prende la nostra vita, ci distrugge in un sol colpo», tutti i possibili preparativi alla morte immaginati dalle varie tradizioni restano, secondo me, dubbi e semplicemente consolatori (cosa che non disprezzo: se uno ci crede e se ne consola, non vedo perché strapparglieli). Restano, comunque, entro la logica della vita. Che un po’ si muore «ogni giorno, in ogni momento” è vero, ma è un pensiero con cui i vivi imparano a convivere (anche se ammetto che si possa andare incontro – sempre da vivi – a situazione patologiche, che annullano tale controllo o gli effetti di contenimento dell’angoscia che nasce da un apprendimento doloroso e non facile). Prospettare, invece, l’obiettivo di una «cessazione di ogni ambizione” in vista di una conoscenza di «quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere, per cosi dire, l’abisso dell’eterno movimento, e oltrepassarne il confine, che è la morte” mi pare proporre una forma di vita ascetica anche rispettabile, ma non una sperimentazione inedita della morte. E anche confondere la supposta conoscenza della morte con la conoscenza di Dio mi pare una consolatoria menzogna, essendo tale ascetismo solo in grado di fingersi la morte.
    Non mi sembra che questo ascetismo, questo “esercizio spirituale”, renda un umano «consapevole del non cono-sciuto». Proprio perché, nell’eseguirlo, nel praticarlo, egli non «muore al conosciuto». Non ha, cioè, accesso allo sconosciuto. Simula soltanto di morire. Tale finzione può avere anche qualcosa di positivo (come accade per l’arte). Proprio come avviene a teatro, quando un attore recita e fa il morto. Recitare la propria morte non significa provarla. Ti liberi forse dalla paura della morte per qualche istante, ma non dalla sua presenza incombente. Subito dopo le paure torneranno. Per provare la morte, bisognerebbe morire veramente. Ma, se muori, non puoi dire più cosa provi. La morte è, resta altra cosa. […]

  2. @Ennio Abate:

    Per quanto riguarda la frase che lei contesta (“Qui si legge che l’uomo non ha senso di continuità fra sé e il mondo, ma riesce ad entrare in contatto con le cose attraverso una forma di sentire in eccesso: cioè vivendo la propria morte”), in quel caso sto parafrasando Benedetti che commenta Rilke (la “Prima elegia” e alcune lettere a Gertrud Knoop) nel quarto capitolo di “Materiali di un’identità”. Forse il mio testo è ambiguo, mi dispiace. Speravo che il “qui” fosse sufficiente a comprendere il contesto, e non volevo appesantire il saggio con troppe note.

    Grazie per la lettura: è interessante. Non conosco l’autore. Le ultime tre righe mi sembrano le più belle.
    La consapevolezza alla quale invita il libro di Benedetti (credo lei avesse in mente soprattutto quelle frasi, ma potrei sbagliarmi) ha poco a che fare con l’ascetismo e con gli esercizi spirituali. Le è altrettanto estranea l’idea che la letteratura o l’arte (o una forma di finzione, per usare le parole dell’autore che lei cita) siano consolatorie o producano qualcosa di positivo: per questo ho voluto evidenziare la diversità rispetto ad un altro libro di Benedetti molto bello, “Umana gloria”, dove mi pare si dica altro.

  3. certo che non si può vivere la propria morte…, letteralmente, ma il senso era, credo, quello di indicare il sentire in eccesso di cui scrive Rilke. credo.

  4. @ Crocco

    Quanto riportato è uno stralcio di un mio articolo su Poliscritture n.10 con quel titolo. La polemica contro ascetismo ed esercizi spirituali non è immediatamente riferibile al discorso da lei svolto strettamente aderente ai testi di Benedetti. Ma è il fondo filosofico “heideggeriano” che intravvedo nel discorso sulla morte e che lei sembra condividere (o non discutere), a suscitarmi le riserve che ho espresso.

    @ Benedetti

    Sembrerebbe che siamo d’accordo, allora. Però se «il sentire in eccesso di cui scrive Rilke» di fatto coincide con il vivere la morte, mi pare che una certa oscurità si riaffacci. Forse sono io che non afferro perché questo “sentire in eccesso” possa essere considerato un sentire o addirittura un vivere la morte (o la propria morte). Da qui le mie obiezioni “illuministiche”…

  5. Ma certamente. Non sarò io a discutere o Dio me ne guardi a confutare Rilke, caro Ennio. In discorso è complesso o complicato. Ho scritto alcuni libri di poesia che contengono dei pensieri. Sono pubblici e le mie riposte e le mie domande stanno lì. SE NE PUò PARLARE BENISSIMO, BENE, BENINO O MALISSIMO purché si trovi il tempo e la voglia di leggerli.

  6. @Abate:

    “il fondo filosofico heideggeriano”: sì, vede bene. Più avanti nel testo scrivo anche che “Essere è essere per la morte, sempre” (verso la fine, mi pare), e non è un caso. La mortalità come orizzonte dell’essere umano – e la conseguente fragilità di ciò che compone ogni esistenza umana – fa da sfondo a tutta l’opera di Benedetti, e credo che per lui sia stata importante la lettura di Heidegger (ma non solo quella: approfondirò questo punto altrove).

    Se io la condivido o perché non la discuto? Sa, Abate, il punto è che io non leggo e non scrivo saggi sui libri per mostrare o contestare quanto si adeguano ad un’idea filosofica o politica precisa.
    La poesia di Benedetti rappresenta l’esistenza umana sottratta a ciò che può darle senso (la costruzione di rapporti complessi, il senso della storia), in quanto scarnificata davanti alla morte. Questo mi interessa, mi pare molto più importante di quello che leggo in altre raccolte nelle quali c’è quella che lei chiama “contestazione”.

  7. @ Benedetti

    Prima o poi, se la Signora non m’impone di “viverla”, troverò il tempo per leggere i tuoi libri. Con l’attenzione che meritano.

  8. “Essere è essere per la morte, sempre; ma la poesia non può nulla.” Così scrive Claudia Crocco riferendosi alla poesia (e alla poetica) di Mario Benedetti. Ma ciò che fa dell’uomo un soggetto è ben altro che un “essere-per-la-morte”, e dunque qualcos’altro che un mortale. Anche la morte non è un fatto naturale, nemmeno nel senso fisiologico, poiché, come è noto, la scienza non è riuscita a dimostrarne la necessità organica. Su questo punto bisogna essere antihegeliani (rifiutando la nozione della morte definita nella “Fenomenologia dello Spirito” come “il padrone assoluto”), cioè feuerbachiani (“la morte è la dura vittoria del genere sull’individuo”, affermerà infatti un discepolo del filosofo bavarese il cui nome è Karl Marx). Ma bisogna essere anche illuministi come Condorcet, il quale faceva notare che noi non abbiamo nessuna prova di non essere immortali, perché nessuno è mai morto di morte naturale, come la famosa fiammella che si spegne, ma solo di morte violenta o di malattia, che è pure una forma di violenza. A più di duecento anni di distanza siamo a quel punto, poiché di morte naturale non è mai morto nessuno. Quindi la morte naturale non è un fatto, ma un postulato da attuare, e che se si potrà attuare si potrà attuare solo in una società che si ponga questo compito. Pertanto, a chi ripropone, con Heidegger, una categoria come quella di “essere-per-la-morte”, che altro non è se non una traduzione dell’ideologia mortifera del nazifascismo in un linguaggio filosofico, occorre rispondere, sulle orme di Spinoza, “maestro di color che sanno” dell’età moderna, che «l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte; la sua sapienza non è meditazione della morte, ma della vita». In questo senso, non si deve concedere nulla al dispositivo ideologico dell’etica contemporanea per il semplice motivo che non si deve concedere nulla alla definizione negativa e vittimistica dell’uomo, che è il presupposto fondante di tale dispositivo. La “scrittura del limite” (e la filosofia del limite che vi è sottesa) riduce l’uomo alla sua animalità e ad una mera individualità irrelata, disconoscendo la componente immortale della sua soggettività (che discende dalla sua appartenenza organica alla “Gattungswesen”). Con ciò essa si pone persino al di sotto del livello raggiunto dalla teoresi di un pensatore neoidealista come Giovanni Gentile che in “Genesi e struttura della società” riconosce apertamente, ristabilendo i giusti rapporti di predicazione, che “la morte è un fatto sociale”, poiché “chi muore, muore sempre a qualcuno”. Ecco perché la “scrittura del limite” non può che dar voce ad una poesia tanatofila e sepolcrale che, dopo aver privato di senso la vita umana, priva di senso anche la stessa morte umana.

  9. “La poesia di Benedetti rappresenta l’esistenza umana sottratta a ciò che può darle senso (la costruzione di rapporti complessi, il senso della storia), in quanto scarnificata davanti alla morte” (Crocco)

    Beh, la poesia può fare tante piccole cose. Può anche rappresentare l’ombra, il cadaverico, invece del corpo. O l’esistenza umana “scarnificata”. Eppure, nel far queste cose, reagisce di fatto all’ombra, al cadaverico, alla scarnificazione.
    Non è vero, allora, che “non può nulla”. Non ferma la morte, non sfugge ad essa, ma – leopardiana ginestra – pur sapendo di perdere, vi resiste, lascia tracce che altri – viventi – potranno usare per resistere a loro volta (alla morte); e costruire senso, legami, altri corpi, lotte. Non mi dica che questa “contestazione” non le interessa. Se i suoi genitori non avessero “contestato” la morte facendola nascere, lei non sarebbe qui a discutere.

  10. ” la “scrittura del limite” non può che dar voce ad una poesia tanatofila e sepolcrale che, dopo aver privato di senso la vita umana, priva di senso anche la stessa morte umana”. Ma sa riflettere in modo non presuntuoso il signor mio? e non si permetta di dare disvalore, dandosi a valore, ad Heidegger o se fosse il caso a Sartre , a Platone, ad Aristolete… a Leopardi, a Dante… che cavolo ne so. Ma si rende conto della sua sicumera. Cosa ha scritto? si rende conto?

  11. non penso di trovarmi in un Lunapark, ma forse in certo qual modo lo si è, per alcuni, qui. rispondo perché sento un dovere a farlo considerando che non si entra mai nel merito di alcunché. chiedo venia a LPLC.

  12. Che belle parole (di Benedetti, Crocco, poi Rilke – per me esiste, da lettore di poesia, un prima e dopo Rilke), grazie.

    Almeno a sera, in panni curiali, si può leggere ancora di queste cose. Di giorno tocca convincere il vicino che Renzi non sta rivoluzionando il paese (perché, diciamo, non ha il senso del limite).

    Equivoca, a me pare, chi pensa che essere-per-la-morte equivalga a fare esperienza della morte. Mi pare che siano due cose distinte. Sull’impossibilità per l’uomo di fare esperienza della PROPRIA morte ha scritto cose bellissime Jankélevitch.

    Quanto poi al fatto che l’essere-per-la-morte sia una traduzione dell’ideologia mortifera del nazismo, Barone… suvvia… Heidegger era un losco, ma non è possibile liquidarne così la filosofia.
    Ma forse era un paradosso, come gli altri suoi (quando non-morirò, verrò con lei a parlare della non-necessità organica della morte, e sarò una vivente – oibò – dimostrazione della teoria di Condorcet. Spero mi accoglierà con té e pasticcini. Mi perdoni, ma sono ancora non-non-morto e mi concedo un po’ di ironia. Ora scagli lei la freccia).

    @ Abate. Non credo che quello che lei propone come compito alla poesia nel suo ultimo commento sia necessariamente qualcosa che non interessa o in cui si rifiuta di impegnarsi chi bazzica il coté dell’essere-per-la-morte.

  13. @Abate:

    D’accordo, capisco il suo punto di vista. Tuttavia secondo me la poesia (la letteratura) non contesta nulla; e, soprattutto, non costruisce lotte.

    @Barone:

    – Qui nessuno sta riproponendo Heidegger tout court come modello esistenziale o filosofico. In ogni caso, “traduzione dell’ideologia mortifera del nazifascismo” mi pare un giudizio fuori strada e capzioso.

    – “La “scrittura del limite” (e la filosofia del limite che vi è sottesa) riduce l’uomo alla sua animalità”: sì, in un certo senso sì. Ma questo mi sembra lontanissimo sia da Gentile sia da quella che lei definisce “scrittura sepolcrale e tanatofila”. A leggere il suo commento, sembra che Benedetti abbia un culto kitsch di quello che è mortuario. Mi pare che lei stia travisando, e che anche i riferimenti filosofici che propone non arricchiscano il discorso, bensì lo riducano ad una banale opposizione tra concezione negativa (“e vittimistica”, lei aggiunge) vs sociale-positiva dell’uomo. Mi sbaglierò, ma questo mi sembra poco centrato.

  14. @ Benedetti

    Quando discutiamo del valore che hanno per noi alcuni pensatori (Heidegger, Sartre, Platone, ecc. Ci metterei anche Marx, Galileo, ecc.) cosa conta il tono (la sicumera o la presunzione)?
    Mi pare un aspetto di contorno. Il fatto è che divergiamo e ce ne dobbiamo fare una ragione. Non è che sulle sotterranea o documentata osmosi tra il pensiero di Heidegger e il nazismo storico si sia giunti ad una conclusione da tutti condivisa o che tutti i dubbi siano stati fugati, come – che so – sul fatto che il sole non giri attorno alla terra. Barone, al di là del tono (secondo me opinabile, ma secondario) , ha ragione a mostrare che all’«essere per la morte» heideggeriano si contrappongono altre tradizioni illuministe o spinoziane. Discutere di tali visioni contrapposte, sia pur nello spazio tirato di un commento estemporaneo, non mi pare attività da Luna park.

    @ Lo Vetere

    Accertare il legame – saldo? lasco? – tra Heidegger e nazismo ( decenni fa lessi un libro molto controverso di Farias in proposito) – questione, ripeto, non secondaria e non risolta – significa forse automaticamente «liquidarne così la filosofia». No. Resterà magari un grande pensatore, ma di Destra (quella storica). Balzac non era un reazionario? E Céline? Ma è bene chiarirsele e drisele queste cose, non sorvolarle, non far finta di nulla, non metterla in barzelletta. Ci sono due modi di bazzicare il pensiero di destra (insisto: storica) o dell’«essere-per-la-morte», non uno: per contrastarlo (in nome di un’altra visione che sentiamo più “nostra” o più “necessaria”), per adeguarvisi e pentirsi di come la si pensava prima. Il gioco è aperto e rischioso.

    @ Crocco

    Ho scritto “[la poesia] lascia tracce che altri – viventi – potranno usare per resistere a loro volta (alla morte); e costruire senso, legami, altri corpi, lotte”. Sono i viventi che costruiscono lotte, non la poesia.

  15. Ci risiamo. Avevo scritto perché le poesie della signorina Crocco non mi piacevano ed ecco qua: proprio Benedetti aveva risposto al mio commento. Adesso trovo un articolo della Crocco su una raccolta di Benedetti (peraltro per me bellissima) e ancora Benedetti a difenderla.

    Ogni altra parola è superflua

  16. non desidero essere quello che non sono: ma mi hanno insegnato che quando si argomenta non si deve fare sfoggio di citazioni che debbono essere strettamente pertinenti ai concetti da trattare. non faccio il professore ma a volte mi scappa, in maniera forse inopportuna, e non me ne voglia Eros Barone.

  17. @ Abate. Ci mancherebbe, mai liquidata a barzelletta la questione del nazismo di Heidegger, come dell’antisemitismo di Céline. Ma… e ridurre un concetto così centrale in Essere e Tempo come “essere-per-la-morte” a nazismo? Solo questo contestavo.

    Capito, dici Heidegger, Balzac, Céline vanno letti, ma politicamente il giudizio su di essi è inequivocabile. Non condivido questa lettura, soprattutto che davanti all’essere-per-la-morte si diano solo le due opzioni da te offerte. Aut aut. Perché?
    Ci sono filosofi non di destra che si sono nutriti del pensiero di Heidegger (Cacciari, Vattimo) e c’è persino chi se ne è nutrito e poi si è adeguato ad altro e se ne è pentito (Ferraris). Guarda quanta varietà nel mondo.
    Se l'”irrazionalità” è faccenda della destra, povera sinistra. E poveri noi, che ci mettiamo i paraocchi da cavallo aggiogato da soli, per non vedere.

  18. @Manuela

    Questo breve saggio (e altre pagine su Benedetti, che studio da anni) risale a prima della pubblicazione delle mie poesie, perché è stato scritto per una rivista cartacea (“Semicerchio”). Benedetti non conosceva le mie poesie.

    Quanto incide il fatto che io abbia scritto su di lui o che lui sappia chi sono? Quanto i giudizi cambierebbero, se i poeti e i critici fossero sempre figure separate?
    Lei ha ragione, segnala un problema reale: le persone che leggono poesia sono le stesse che scrivono poesia e sono le stesse che commentano poesia. E’ così da almeno trent’anni, non mi pare una novità; non è una situazione di cui vantarsi.
    Non ho una soluzione: faccio parte di questa contraddizione.
    Tengo più al mio lavoro critico che alle mie poesie. L’unica cosa che mi viene in mente è che forse non avrei dovuto e non dovrei pubblicare poesie. Ci penserò.

  19. PS. sempre @Manuela:

    “e ancora Benedetti a difenderla.”

    Non mi pare proprio. Benedetti è intervenuto non in difesa del mio saggio, ma in risposta ai commenti di Abate e Barone a proposito della sua poetica, dell’accusa di heideggerismo, etc…

  20. Sono contenta che tu sia una persona intellettivamente recettiva. Non volevo, infatti, offenderti.
    Sottolineavo che purtroppo i giudizi di critici-poeti alle poesie di poeti-critici confondono e disilludono la poesia. Sembra di essere ad una festa tra veline e calciatori

  21. – “Non volevo, infatti, offenderti.”
    Non mi sono offesa neanche per un attimo.

    – “purtroppo i giudizi di critici-poeti alle poesie di poeti-critici confondono e disilludono la poesia”
    Oddio, non esageriamo. Non cancellerei i saggi di Fortini su Sereni e su Pasolini, o quelli di Raboni etc…Ci sono altri esempi più recenti di testi critici molto belli scritti da poeti su altri poeti.

    – “Sembra di essere ad una festa tra veline e calciatori”
    Sì, ha ragione.

  22. Non vorrei aggiungere altra carne al fuoco, visto che mi sono reso colpevole del reato di “lesa maestà” nei confronti di Martin Heidegger. Vi è però, sia nell’articolo di Claudia Crocco sia nei commenti che l’hanno seguito, un problema che dovrebbe attirare l’interesse dei partecipanti a questa discussione sulla “Tersa morte” di Mario Benedetti. Mi riferisco alla funzione dell’io. Il trattamento dell’io è il punto decisivo della letteratura e della poesia, tanto più quando al centro dell’attenzione viene posto il tema della morte. Da questo punto di vista, nei grandi scrittori e negli autentici poeti l’io non è mai falso né mai finto, quantunque il lettore avveduto capisca che è sempre una finzione. La sincerità pertanto non va ricercata nella presenza della verità anagrafica o, se si vuole, di quella, per così dire, trascendentale, bensì nella naturalezza con cui la finzione è inscritta nella forma dell’espressione e quindi legittimata ad entrare nel cerchio di luce della verità. E’ questo rapporto con la verità e la finzione che caratterizza, credo, gli scrittori del Novecento e, ‘faute de mieux’, quelli di questo primo quindicennio del Duemila. Dopodiché, l’io può presentarsi sotto almeno due aspetti inseparabili, entrambi connessi alla stessa matrice autobiografica: l’io dei romanzi o della poesia e l’io meramente autobiografico dell’uomo più o meno pubblico, che è anche romanziere o poeta. Confesso che le mie simpatie, emerse fin dagli anni in cui sbocciano quegli amori di adolescente che ci segnano per la vita, vanno ad un io averroista e non ad un io tomista. Ecco perché trovo insopportabili dal punto di vista estetico-teoretico, oltre che deterrimi dal punto di vista politico-ideologico, gli approcci di carattere nichilista o vittimista al tema della morte. Amo invece quegli scrittori che, a partire da Cavalcanti e dal Boccaccio per giungere a Calvino e a Fortini, sono tendenzialmente o sostanzialmente averroisti, e sono tali perché, conforme al pensiero di Averroè, l’unità e l’universalità dell’intelligenza prevale sul sentimento della loro separazione fisico-biologica rispetto ad altri innumerevoli esseri. Al contrario, tutta la odierna società borghese opera, mediante il sistema della democrazia rappresentativa, per dissociare il ‘civis’ dallo ‘homo’, per smembrare le classi negli individui ed impedire a questi di prendere coscienza dei legami reali e concreti che li uniscono non già soltanto alla classe cui appartengono in virtù di una parentela storica, ma altresì alla stessa famiglia umana cui appartengono in virtù di una parentela naturale. Vale allora la pena di ricordare che è stato proprio un umanista e un comunista come Concetto Marchesi (un altro averroista) a mettere in luce il fondamentale corollario etico-politico che discende da questa concezione dell’io, quando della grande triade rivoluzionaria, sotto il segno della quale è nato il mondo moderno — libertà, uguaglianza, fraternità —, egli ha posto un particolare accento sul terzo termine, sulla fraternità (come non evocare la ‘oikéiosis’ degli stoici o la ‘sostanza’ spinoziana, a questo proposito?), liquidando la visione tanatofila e individualista della vita e dell’uomo, che accomuna, ‘et pour cause’, larga parte della cultura occidentale e confermando così di essere lo scrittore e il politico della fraternità, cioè non solo della ‘humanitas’ del soggetto individuale umano, ma altresì della ‘divinitas’ sovra-individuale che gli è consustanziale.

  23. Scusatemi se mi intrometto nella discussione, da lettore esterno vorrei chiarire alcuni punti (anche a me stesso).

    In primo luogo, il pezzo che ho letto su “Tersa morte” non mi sembra un saggio, ma un articolo.

    In secondo luogo, le pagine più belle (più acute, più creative) della storia della critica sulla poesia, ma anche sulla narrativa, sono state scritte probabilmente solo da poeti e scrittori dalla mente particolarmente versatile, i critici di mestiere hanno avuto una funzione piuttosto marginale e ‘scolastica’ in comparazione.

    In terzo luogo, bisognerebbe smetterla di affermare che il pubblico della poesia è formato solo da poeti, che i poeti si leggono e si commentano sempre tra loro ecc. nessuno, infatti, vieta alle persone di scrivere, ma gli artisti veri e propri sono sempre un numero limitato rispetto a tutti coloro che scrivono poesie (si dice che in Italia siano un milione, mah).

    Infine, ho l’impressione che, in questa discussione, con tutto questo parlare e sparlare sopra il libro di Mario Benedetti non ci si metta in ascolto con umiltà del messaggio della poesia di Benedetti, che è invece la sola cosa importante con cui ci dovremmo confrontare in questa sede.

    Grazie.

  24. @ Crocco e manuela

    – “Sembra di essere ad una festa tra veline e calciatori”
    Sì, ha ragione.

    Perché? Me lo potete spiegare? Io credevo di partecipare a una discussione…

  25. Ho sbagliato commentando qualcosa di non pertinente alla discussione. Si parlava, e chiedo scusa se ho tolto ascolto alla poesia di Benedetti, del rapporto tra critico e poeta e come da questo rapporto scaturisca poi un giudizio, a mio avviso, falsato (non in tutti i casi)

  26. @Un lettore:

    – “In primo luogo, il pezzo che ho letto su “Tersa morte” non mi sembra un saggio, ma un articolo.”

    Ha ragione. Parlo di “saggio” perché ho scritto una cosa più lunga su Benedetti, e mentalmente associo queste pagine alle altre.

    – “In terzo luogo, bisognerebbe smetterla di affermare che il pubblico della poesia è formato solo da poeti, che i poeti si leggono e si commentano sempre tra loro ecc. nessuno, infatti, vieta alle persone di scrivere, ma gli artisti veri e propri sono sempre un numero limitato rispetto a tutti coloro che scrivono poesie”

    La contraddizione del pubblico della poesia non è un’opinione, ma uno stato di cose di tutta la poesia italiana a partire da metà anni Settanta (se ne parla a partire da A. Berardinelli, F. Cordelli, “Il pubblico della poesia”, Lerici 1975 e poi Castelvecchi 2004; se ne è parlato moltissimo dopo, soprattutto nei ’90 e negli anni Zero, ma ora non voglio appesantire un commento con una bibliografia critica. Di recente se ne è parlato su questo sito, qui http://www.leparoleelecose.it/?p=13170). Nessuno vieta alle persone di scrivere, ma i poeti sono quasi sempre lettori e commentatori di poesia. Non sempre, certo, né questo è un presupposto della scrittura in versi. Non credo che si possa decidere in astratto una superiorità artistica dei poeti-poeti o dei poeti-critici. I controesempi sarebbero troppi.

  27. @Crocco

    – Associare ‘mentalmente’ queste pagine alle altre non è un buon motivo per definire saggio ciò che non lo è;

    – Non esistono ‘stati di cose’, con il tempo lo imparerà, e imparerà anche che le bibliografie critiche non bastano a raggiungere una buona argomentazione del discorso nè ad avere giuste intuizioni;

    – Non mi riferivo alla superiorità di quelli che lei definisce ‘poeti-poeti’ e ‘poeti-critici’; semplicemente volevo dire che spesso i più belli pezzi di critica sono stati scritti da poeti che erano anche critici, e non da critici di mestiere (Fortini vs Carlo Bo, per fare due nomi a caso) – e questo vale anche per il campo della narrativa. Non a caso, in molte università NON italiane gli scrittori sono chiamati a tenere corsi di letteratura. E non a caso, fino a quando esisteva la terza pagina sui giornali erano proprio gli autori ad avere un ruolo intellettuale determinante.

    Con questo esco definitivamente dalla discussione, e ringrazio.

  28. Benedetti è forse l’unico assieme a Cucchi, a De Angelis, a Magrelli, poeti viventi, e a Zanzotto, a Pavese, a Pasolini, a rappresentare la nostra poesia italiana anche al di fuori dell’Italia. Conosco l’interesse che riceve in Francia, in Spagna e nel mondo ispanico.

  29. @Un lettore:

    – “Associare ‘mentalmente’ queste pagine alle altre non è un buon motivo per definire saggio ciò che non lo è”

    Scusi, mi ero persa il momento in cui è iniziato l’esame. Questo è un confronto nello spazio commenti di un blog: ho usato un termine impreciso, mi è stato fatto notare, ho chiarito. Mi pare che possa finire qui, senza lezioncina finale.

    – “Non esistono ‘stati di cose’, con il tempo lo imparerà, e imparerà anche che le bibliografie critiche non bastano a raggiungere una buona argomentazione del discorso nè ad avere giuste intuizioni”

    O lei intende che il mio discorso non è ben argomentato (e allora le chiedo di spiegarmi perché, se può) e le mie intuizioni non sono giuste (quali, esattamente?), oppure la sua frase è superflua.

    – “Non mi riferivo alla superiorità di quelli che lei definisce ‘poeti-poeti’ e ‘poeti-critici’; semplicemente volevo dire che spesso i più belli pezzi di critica sono stati scritti da poeti che erano anche critici, e non da critici di mestiere (Fortini vs Carlo Bo, per fare due nomi a caso) ”

    Sì, l’ho detto anch’io poche righe più sopra. Io stessa ho nominato Fortini.

    – “Non a caso, in molte università NON italiane gli scrittori sono chiamati a tenere corsi di letteratura. ”

    Questo, di per sé, non è significativo. Bisogna guardare chi invitano, e a parlare di cosa.

  30. La percezione della poesia di Benedetti, fuori di una parte degli addetti ai lavori soprattutto milanesi, è minima. Questo lungo topic + commenti non aiuta a fare chiarezza, anzi, fra risvolti personali e sovrapposizione di piani (privato di Crocco, semi-privato di Benedetti, pubblico di Crocco, articolo-saggio, poeti-critici e critici-poeti, veline-calciatori), cosa scriva Benedetti e perché sostanzialmente meriti attenzione non si capisce affatto. Saluti.

  31. @ il fu GiusCo

    – “La percezione della poesia di Benedetti, fuori di una parte degli addetti ai lavori soprattutto milanesi, è minima.”

    Ha ragione: anche secondo me la poesia di Benedetti non ha la rilevanza che meriterebbe. Ecco perché ho scritto alcune pagine sulla sua opera in generale (che verranno pubblicate a breve), e una recensione al suo libro più recente. In entrambi i casi (soprattutto nel primo), contestualizzo le raccolte di Benedetti, ne parlo insieme ad altri esempi di poesia recente. Questo è quel che posso fare.

    – “Questo lungo topic + commenti non aiuta a fare chiarezza, anzi, fra risvolti personali e sovrapposizione di piani (privato di Crocco, semi-privato di Benedetti, pubblico di Crocco, articolo-saggio, poeti-critici e critici-poeti, veline-calciatori),”
    Non ho mai avuto interesse ad introdurre l’argomento “privato di Crocco” e/o “privato di Benedetti”. Nel momento in cui vengono fatte allusioni ad un mutuo scambio tra Benedetti e me nei commenti, devo per forza rispondere.
    L’argomento “poeti-critici” di per sé non è privo di interesse, ma non mi pare che qui sia stato affrontato in modo serio. Anche in questo caso, poiché citata direttamente, non potevo sottrarmi.

    – “cosa scriva Benedetti e perché sostanzialmente meriti attenzione non si capisce affatto”

    Scusi, ma lei la recensione l’ha letta?

  32. @ Il fu GiusCo

    Quanto riferito nel suo commento alla poesia di Benedetti vale per tanta poesia italiana contemporanea, se non per la poesia in generale. Discorso generalissimo.
    Qui però abbiamo un post – saggio o meno – su Benedetti. Potrebbe essere un’occasione minima per discutere dei modi, dei contenuti e della visione del mondo della sua poesia. Nei limiti di una discussione da post, certo.
    Il discorso sulla morte, l’heideggerismo della sua poesia sono punti rilevanti. Sono stati toccati da me e da Barone; e senza cedere a risvolti personali. Si poteva approfondirli. Tra l’altro con la partecipazione dell’autore stesso. Benedetti, però, sembra ostile a mettersi in gioco, a replicare in questo spazio pubblico. Avrà le sue buone ragioni nel rimandare alla lettura dei suoi libri o ad altre sedi; e io non lo contesto per questa scelta. Potrebbero continuare gli altri. A patto che non si mettano a fare, come qui si fosse tra tifosi, la classifica dei Mondiali di Poesia. O le pulci a Carla Crocco. Perché non vi pronunciate, appunto, sulle questioni sollevate (morte, heideggerismo) o su “Tersa morte”, se avete letto la raccolta?

  33. @ il fu GiusCo

    La colpa è mia; sono andata fuori tema.

    Volevo però dirti che condivido pienamente le tue idee; fuori nella schiera degli addetti ai lavori la poesia di Benedetti non è poi così fondamentale, direi quasi nulla.

    ”Tersa Morte” ha qualcosa, però, che mi spinge a leggerla e a continuare a farlo.

    Nella collana lo specchio si pubblicano solo autori ormai irrilevanti e pompati solo dagli addetti ai lavori. Forse farei una questione di editori, ma apriamo tutto altro tema che interessa solo a me.

  34. @Manuela @Il fu GiusCo

    Mario Benedetti è uno degli autori di cui più si è parlato negli ultimi dieci anni. E’ in tutte o quasi tutte le antologie di poesie contemporanea (Cucchi-Giovanardi, Sossella, Afribo), i suoi libri sono ampiamente recensiti. Di chi dovremmo parlare secondo voi? Su, ditecelo.

  35. @ il fu GiusCo

    “E’ un circolo vizioso: se dici che il livello e’ basso, vieni preso per rosicone; se dici che il livello e’ alto, sei un amico degli amici”
    (il fu GiusCo, commento inviato a LPLC il 11/09/2012 alle 18:38)

    (gs)

  36. Vedo che non avete risposto alla mia domanda. Di chi dovremmo parlare? Di Giuseppe Cornacchia?

  37. Purtroppo ho un lavoro; non sono riuscita ancora a farmi mantenere. Quindi non posso rispondere sempre e subito.
    Non farò nomi particolari, come detto in altri post, serve solo a creare confusione.

  38. Leggo ora che Nuovi Argomenti ha pubblicato poesie inedite di Benedetti.
    Ci saranno anche in quella sede grandi discussioni?

  39. @Manuela

    Mi scusi: lei scrive che “nella schiera degli addetti ai lavori la poesia di Benedetti non è poi così fondamentale, direi quasi nulla”; io le faccio notare che Mario Benedetti è in quasi tutte le antologie di poesia contemporanea e le chiedo di chi dovremmo parlare al posto di Benedetti; lei mi dice che non vuole fare nomi. Le sembra sensato?

  40. io ho detto, forse per la fretta ho scritto male, che fuori dalla cerchia degli………

  41. @Manuela

    Continuo a non capire. Ogni attività umana specializzata si svolge in una cerchia: i registi hanno una cerchia, gli astrofisici hanno una cerchia, i chirurghi della mano hanno una cerchia. Anche la poesia contemporanea ha una sua cerchia, e Mario Benedetti ne fa legittimamente parte. Contestare la cerchia è un gesto da dilettanti. Nel cinema, nell’astrofisica e nella chirurgia della mano, per esempio, nessuno lo farebbe; nessuno direbbe “ti opero io”.

  42. Che risulti a me, Benedetti ha avuto due ristampe di Umana gloria, ha vinto vari Premi letterari tra cui nel 2004 il Premio Napoli, quello vero. I suoi libri sono esauriti, cioè penso venduti. E’ tradotto all’estero, J-C. Vegliante docente alla Sorbona ha scritto su Tersa morte un bell’articolo… Tersa morte come Pitture nere su carta è primo in classifica proprio su questo sito dove vota una cosiddetta giuria di almeno cento di lettori. Anche C. Crocco, secondo me, non deve sentire il bisogno di ergersi a difesa di una visibilità che non manca, non c’è bisogno, anche se il suo articolo mi sembra profondo e che insieme ad altri già apparsi rendano merito alla poesia di Mario Benedetti. Se la mettano via, come si dice, i detrattori al livello in cui si sono posti. Forse Andrej ed io siamo solo due lettori tra centinaia o forse migliaia che la pensano così.

  43. Dell’attrito fra cognoscenti e pubblico è pieno il web letterario degli ultimi dieci anni. Tante volte ne sono nati deragliamenti, altre volte chiarimenti. Se interessa, occorre uno sforzo nel presentare la poesia Benedetti in maniera più vicina alle corde del loggione che, a differenza delle scienze esatte, ha una tradizione ed una legittimità. Saluti.

  44. domande:
    quanti tra gli intervenuti possono tranquillamente affermare di aver letto ‘Tersa morte’?

    si può parlare di un libro che non si è letto?

    siamo sicuri che nello Specchio escano solo autori irrilevanti?

    si provi a rapportare la collana suddetta alle altre delle Major: Bianca Einaudi, Verde Garzanti, e la si confronti pure con le collane della piccola e media editoria: Donzelli, Scheiwiller, L’Obliquo, Crocetti, Ponte del Sale, Marietti, Raffaelli, Arcolaio, Le Voci della Luna, CFR, Puntoacapo, Manni, etcetera (all’incirca 987 editori di poesia accreditati): siamo sicuri che qui escano solo autori rilevanti?

    oppure la domanda andrebbe posta nel modo seguente: non vi pare che in tutte, ma proprio tutte, le collane di poesia escano INDISTINTAMENTE autori rilevanti ed autori irrilevanti?

    qualcuno parlando di Benedetti si interroga se si tratti di un “cavallo morto” o di un “cavallo vivo”…. a parte la rozzezza della discettazione, è evidente che, qualora di cavallo si trattasse, tutto il parterre sarebbe costituito da animali da soma.

    per rispondere ad una implicita domanda di chi leggerà questo post: naturalmente, ho letto ‘Tersa morte’, come pure i libri precedenti. naturalmente, ritengo che l’autore sia tra i più rilevanti, e autenti, e interessanti della ATTUALE poesia (questa cosa dei maestri ha stufato: un ricatto insopportabile, sono morti, non sono più contemporanei, sono sempre in noi e va bene, ma si affronti un libro del 2013 per quello che è: un libro edito nel 2013 e non nel 1960.

  45. Il problema che ho posto è il seguente: è lecito discutere/commentare l’heideggerismo della poesia di Benedetti o il tema centrale di “Tersa morte” ( come si fa del cristianesimo/cattolicesimo di Dante, dell’illuminismo/romanticismo di Leopardi, dell’esistenzialismo/marxismo di Fortini, ecc.) prendendo lo spunto anche da un solo articolo di una sua studiosa; e senza aver letto “Tersa morte” o tutti i libri precedenti di Benedetti; e senza mettere in primo piano a che posto nella Classifica dei Mondiali di Poesia è collocato? O questa pretesa è un peccato mortale?

  46. “senza aver letto “Tersa morte” o tutti i libri precedenti di Benedetti” si può parlarne? Non so, veda lei: catttivissime abitudini. Ma smettiamola e LPLC tolga questi avvilenti commenti ed intervanga con l’onestà e la competenza dei suoi redattori.

  47. @ G.

    Ciao Travisatore! Ho scritto: ” è lecito discutere/commentare l’heideggerismo della poesia di Benedetti o il tema centrale di “Tersa morte”… etc.”.
    Avvilente è il ricorso alle maschere (G., Giovanni, Andrej). Passo e chiudo.

  48. Ho sul comodino Tersa Morte; la leggo da almeno un mese.

    Nonostante abbia criticato, ma poi chi sono io per farlo, la collana lo specchio e certo castismo, non ho perso a priori la voglia di leggere poesia

  49. Ma se volete insisto, considerato che la lunga serie di tutti, o quasi, gli inutili commenti sono tenuti in piedi da Abate : lei ha scritto, signor Abate, questo! con 2 bei punti di domanda, o no??? “è lecito discutere/commentare l’heideggerismo della poesia di Benedetti o il tema centrale di “Tersa morte” ( come si fa del cristianesimo/cattolicesimo di Dante, dell’illuminismo/romanticismo di Leopardi, dell’esistenzialismo/marxismo di Fortini, ecc.) prendendo lo spunto anche da un solo articolo di una sua studiosa; e senza aver letto “Tersa morte” o tutti i libri precedenti di Benedetti; e senza mettere in primo piano a che posto nella Classifica dei Mondiali di Poesia è collocato? O questa pretesa è un peccato mortale?” Ho letto bene? non c’entra che io sia G. o C.

  50. M’era sfuggito il commento di del coscritto Andrej: “Andrej – 6 maggio 2014 a 18:20 – Vedo che non avete risposto alla mia domanda. Di chi dovremmo parlare? Di Giuseppe Cornacchia?”

    Come testimonial sarei meno imbarazzante dell’ex ministro Bondi e spiano campo anche per te. Saluti dal Salone del Libro, hai ancora un discreto numero di datori di vocina che compra a bustoni pieni, fossi in te me li terrei cari.

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