cropped-Hodler.jpgdi Franca Mancinelli

Sulle tracce di se stessi, negli anni dell’adolescenza, accade fatalmente di varcare un limite e di ritrovarsi ad un tratto in un luogo terribile e assoluto. È come entrare «in uno specchio vuoto», ignari e consapevoli, richiamati da un’immagine che balugina ad un passo da noi, dalle infinite strade che possono aprirsi, disegnando la nostra identità. In questo Primo paesaggio di avventure e di scoperte, tutto vibra di una libertà che spaventa, che fa muovere passi tra disperazione e speranza. La posta in gioco è la più alta, il pericolo di perdere tutto e di smarrirsi sempre aperto. È in questi spazi, tra «libri e realtà», che ci conduce il secondo libro di saggi e racconti autobiografici di Fabio Pusterla, Quando Chiasso era in Irlanda (Edizioni Casagrande, 2012). Il sentiero che unisce questi tredici testi scritti tra il 2008 e il 2011 e per la maggior parte già editi in rivista o volumi collettanei, è probabilmente proprio quello della formazione di sé e del proprio universo poetico, in un continuo dialogo tra vita e letteratura, tra esperienze decisive e incontri, fuori e dentro le pagine. Con la stessa inquietudine dell’adolescente, senza la difesa e l’illusione di «un’identità precisa e definita», Pusterla traduttore, insegnante, studioso di letteratura, apre la sua officina, si interroga, a partire da quel territorio marginale, attorno al quale gravita ogni altro fare, che è la poesia.

È questa esperienza che ha salvato il ragazzo Pusterla dal ghiaccio venuto con la malattia e la morte del padre, donandogli le parole per leggere ciò che accadeva dentro di lui; ora Pusterla vi conduce i suoi studenti in disagio, con un invito semplice, quasi una promessa: “prova a leggere la poesia; vedrai che parla di te”. Tutt’altro che un rifugio o una fuga da ciò che ci circonda: la sua Chiasso viene trasportata in Irlanda, grazie ai Dubliners di Joyce, ma ciò che l’esperienza della lettura dona è un ampliamento dell’attenzione, una possibilità di entrare in contatto con l’aspetto più profondo della realtà, riconoscendola come «risultato di un incrocio di forze divergenti». Infatti, «quando una cosa è definita troppo precisamente perde vitalità», afferma l’autore: viene falsificata e tradita, privata di quanto ha di più prezioso e sfuggente, di quei frammenti di verità, di bellezza, che può lasciare trasparire.

Rispetto al suo precedente libro di saggi, Il nervo di Arnold (Marcos y Marcos 2007), questo appare in una forma più personale, aperta, che ha la leggerezza e la fatale circolarità di chi cammina senza una meta prefissata, perdendosi nel bosco, ritrovandosi infine «al punto stesso da cui era partito, nel cuore smemorato del proprio smarrimento». Passiamo così attraverso le stazioni centrali della sua storia: gli anni universitari a Pavia con Maria Corti e Angelo Stella, la conoscenza di Orelli, il suo esordio poetico con Concessione all’inverno (1985, riedito nel 2012 per la terza volta da Casagrande), la «finestra che si apre» attraverso il francese, il lavoro di traduzione tra «pazienza, disperazione, amore», da Bonnefoy a Jacotett, la riflessione sull’identità elvetica, incerta, «fatta di assenze», forse proprio per questo così vicina. E al paesaggio iniziale in cui ci aveva condotto, ritorniamo. Non importa esattamente quale sia la collocazione geografica di questi luoghi, una minuscola valle, tre sottopassaggi nei pressi di Lugano, o Roma con i suoi fruscii di storni, quello che è in gioco è sempre la ricerca del «germe iniziale di una visione del mondo». Qualcosa che affiora per un attimo alla coscienza e subito sfugge, come entrando in uno spazio sacro, avvertendo «le stratificazioni degli spazi e dei tempi», la profondità della storia e insieme la leggerezza di un volo che ci richiama. Bagliori, tracce che si possono cogliere solo, tra smarrimento e lucidità, dalle strade laterali, in un esercizio continuo di pazienza, di umiltà.

[Già pubblicato su «Poesia», XXVI, n. 286, ottobre 2013].

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Un breve estratto da Quando Chiasso era in Irlanda  (Edizioni Casagrande 2012) di Fabio Pusterla:

Ci voleva, per proseguire il viaggio, una certa lucidità dello sguardo, e la prontezza di accogliere le visioni laterali, le immagini che si sarebbero appena registrate con la coda dell’occhio; ma, anche, una forma dell’intelligenza diversa da quella più ufficiale e più ammirata, un’intelligenza capace di vedere ciò che non può essere visto, un’intelligenza empatica, forse, una direzione dello sguardo che per manifestarsi avrebbe avuto bisogno dello smarrimento e della cecità, dell’abbaglio e del buio. O, più semplicemente, della pazienza e dell’umiltà necessarie per sopravvivere lungo strade desolate e mediocri, oggetti smarriti e oggetti ritrovati casualmente, assenza di gesti eroici e di sublimi agnizioni. La pazienza e l’umiltà: cose poco eroiche, non molto raggianti, né facili da scegliere; ma a questo avrebbero semmai pensato la vita, il caso, le piccole e grandi disavventure, perché forse la pazienza e l’umiltà non si possono scegliere una volta per tutte, e tanto meno lo si può fare quando si è molto giovani; possiamo al massimo incontrarle lungo il cammino, compagne di strada un po’ smunte e impolverate, da seguire silenziosamente, imparando da ciò che non dicono, dai loro gesti misurati, dai loro sorrisi sempre incerti.

[Immagine: Ferdinand Hodler, Il Lago di Thun visto da Leissigen (particolare) (mg)].

 

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