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L’austerità in Europa

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cropped-Erwin-Olaf-The-Keyhole-3-20111.jpegdi Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

[È uscito in questi giorni il Manifesto per un’Europa egualitaria (DeriveApprodi) di Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou. Roth è uno storico e in Italia è conosciuto come uno dei principali esponenti dell’operaismo tedesco; Papadimitriou è un sociologo che ha insegnato in diverse università in Grecia, Germania e Giappone. Il Manifesto per un’Europa egualitaria contiene, fra le altre cose, un’analisi della crisi economica attuale e del ruolo della Germania. Presentiamo le pagine in cui Roth e Papadimitriou descrivono gli effetti delle politiche d’austerità]

I programmi di austerità nati all’inizio del 2010, nella prospettiva dell’Unione europea, hanno avuto effetti devastanti. Hanno distrutto le reti di sicurezza sociale e il sistema dei servizi degli Stati membri, senza i quali nessuna società complessa e sviluppata può esistere. A questo proposito, i governi sono stati sottomessi alla pressione diretta o indiretta della troika (Commissione europea, Bce, Fondo monetario internazionale), sempre a partire dallo stesso schema. I programmi di risanamento hanno infuriato per diversi anni nei parlamenti, ai quali era stato affidato il compito di effettuare tagli sulla spesa pubblica e aumentare le entrate. In un primo momento sono stati ridotti i salari dei lavoratori del pubblico impiego, parallelamente a tagli salariali di massa in tutti i settori del pubblico: istruzione, salute, trasporti, servizi sociali, ecc. Da qui ha avuto inizio una prima fase di aumento della tassazione, che si è concentrata soprattutto sulle tasse indirette sul consumo (imposta sul valore aggiunto). A questo è seguita, tra i sei e i nove mesi più tardi, una seconda serie di «tagli», attraverso i quali le misure messe in campo sono state ulteriormente inasprite ed estese a coloro che beneficiavano di servizi sociali pubblici, quali disoccupati, ammalati cronici e pensionati. Un anno più tardi si è arrivati a un ulteriore peggioramento. È stato colpito il diritto del lavoro – in particolare la protezione contro il licenziamento e la contrattazione collettiva –, sono stati decurtati i salari minimi, le retribuzioni del settore privato sono state adeguate ai tagli salariali dei servizi pubblici e i diritti di accesso alle prestazioni sociali ridotti all’osso con misure ad hoc.

Sebbene la disoccupazione sia schizzata di nuovo in alto, il consumo di massa si sia ridotto di circa un terzo e la crisi in diversi Stati membri si sia trasformata in depressione, i programmi di austerità hanno continuato imperturbabilmente a essere applicati, fino a oggi. Dovunque volgiamo lo sguardo, o quasi, la situazione è la medesima: in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, in Italia, Francia, nel blocco dell’Europa dell’est e del sud-est, così come nei paesi periferici dell’eurozona. Solo in Germania la situazione è relativamente tranquilla. La ragione è semplice da comprendere: in Germania i programmi di austerità sono stati anticipati già nei primi anni del nuovo millennio, nel contesto dell’«Agenda 2010» e dei «Piani Hartz». Per questo, dopo la crisi, il governo tedesco ha avuto poco da fare: ha ampliato il numero degli impieghi a breve termine, permettendo così ai vertici delle imprese di mantenere un nucleo centrale di maestranze stabilmente occupate. Il governo si è incaricato, inoltre, di imporre una fedele riproduzione dell’«Agenda 2010» a livello europeo: si pensi soltanto ai progetti relativi alla povertà degli anziani o all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni.

Attraverso la svolta politica dell’austerità, i poteri decisionali europei perseguivano due scopi. Anzitutto volevano impedire che i costi sostenuti dallo Stato per il salvataggio dell’architettura finanziaria venissero ripartiti ricorrendo a riduzioni dei debiti o ad altre soluzioni di compromesso tra debitori e creditori. Si tratta di un fenomeno inedito della storia finanziaria del capitalismo: fin dal XIV secolo, nelle operazioni di sdebitamento statale sono sempre stati invitati alla cassa anche i sottoscrittori di titoli pubblici, spesso persino prima degli altri. Ma oggi a essere spremuti sono esclusivamente i contribuenti e chi usufruisce dei servizi sociali. Al contrario, i creditori degli Stati insolventi possono contare sull’illimitata soddisfazione dei loro diritti sugli interessi e al rimborso del debito, sebbene siano stati proprio loro a creare lo squilibrio dei bilanci pubblici. Un simile favoritismo a senso unico è in realtà singolare. Dimostra l’emergere di una classe globale di possidenti e capitalisti che, ormai diventata élite dominante, ha assoggettato le istituzioni mondiali, i blocchi economici e le economie nazionali. A causa di questo spostamento degli assetti economici di potere del sistema mondiale, si è arrivati al punto che le classi subalterne di interi paesi, oltre allo sfruttamento individuale all’interno del processo di produzione, vengono sfruttate anche collettivamente sul piano delle loro condizioni sociali di riproduzione. A esse vengono imposti inoltre contributi economici supplementari dai programmi di austerità, che producono il drenaggio di ricchezza dal patrimonio pubblico alle tasche dei creditori. Questi eventi drammatici vengono giustificati dall’assurda considerazione che il debito pubblico sia l’origine della crisi e che il suo risanamento coincida con una mossa decisiva per il superamento della crisi. Questo goffo rovesciamento di cause ed effetti sembra essere sufficiente, come riportano i media, a rafforzare il rigoroso meccanismo di drenaggio dei programmi di austerità.

Il secondo intento di tali programmi verte sul rapporto tra retribuzione e prestazione lavorativa (i cosiddetti costi per unità lavorativa). In particolare, le misure introdotte a cavallo tra 2011 e 2012 hanno perseguito il fine di ridurre i costi del lavoro dei paesi periferici, al punto da raggiungere le peggiori retribuzioni delle nazioni della zona centrale, in particolare quelle della Germania. Per garantire questo risultato, inoltre, il settore pubblico è stato privatizzato e razionalizzato, come non era mai successo dall’inizio della crisi. Dunque è chiaro: i programmi di austerità hanno il compito aggiuntivo di insediare a breve termine in tutta Europa il modello economico della potenza tedesca, sfruttando l’attuale situazione di crisi. È infatti evidente il crollo del costo del lavoro negli Stati dell’«espansione a est» e nelle nazioni periferiche dell’eurozona dal 2011-2012. Prima dell’inizio della crisi lo scarto tra questi paesi e la zona centrale era riconducibile a una forbice tra il 30 e il 35%; successivamente è sceso al 20-25%, mentre alcuni paesi dell’Unione europea sono riusciti ad aumentare le loro esportazioni, soprattutto verso i paesi terzi. Tuttavia, questo non ha migliorato in nessun modo la loro situazione economica complessiva. Osserviamo piuttosto il contrario. Quando in Grecia, in Portogallo o in Spagna i costi del lavoro crollano, subentra in primo luogo un ulteriore declino della prestazione economica complessiva e aumenta il numero di disoccupati. Per questo, l’aumento delle esportazioni all’interno dell’Unione europea si rivela un boomerang. In confronto alle nazioni della zona centrale, la produzione industriale dei paesi periferici è esigua: è costantemente diminuita a causa dello sviluppo diseguale degli ultimi trent’anni. La conseguenza è che queste nazioni devono necessariamente aumentare in proporzione le importazioni di beni e servizi, se vogliono rafforzarsi sul fronte delle esportazioni. Ma per farlo a livello europeo mancano fattori determinanti. Con le attuali premesse strutturali, ogni tentativo di avvicinarsi al modello economico tedesco somiglia alla ben nota gara tra la lepre e la tartaruga. Persino Italia e Francia, entrambe cofondatrici del processo di integrazione europeo, sono rimaste molto indietro: il tentativo di recuperare lo svantaggio nei confronti dello stock di capitale tedesco, continuamente rinnovato e all’avanguardia, attraverso programmi di esportazioni mirati o l’internazionalizzazione di piccole imprese dei nuovi distretti industriali, non è riuscito a ridurre significativamente la distanza tra questi paesi e la Germania.

La situazione è in realtà quella descritta da un alto funzionario tedesco dell’Unione europea in occasione di una conferenza interna: l’Europa è come un campionato di calcio, in cui la capoclassifica che non può mai essere raggiunta determina le regole del gioco e decide la posizione delle altre squadre. Idee alternative non sono ammesse. Il neomercantilismo è una struttura di potere politico-economica che esclude qualsiasi cooperazione internazionale: crea squilibri e fa di tutto per renderli sempre più profondi.

[Immagine: Erwin Olaf, The Keyhole 3 (gm)].

Un commento

  1. Quindi l’ultima frase dell’articolo si può completare con “quindi fallirà”. Fallirà per merito della Germania. In ogni caso studi simili sono già in giro da parecchi anni: Paul krugman, Brancaccio, Goofinomics. Per quel poco che ne so di storia dell’economia quando si è applicata l’ austerità si è sempre ottenuto un peggioramento del benessere perché l’austerità per sua natura favorisce chi già stava bene prima e quindi aumenta la forbice. Lo sanno tutti tranne la Germania (che vive ancora nello spauracchio della superinflazione post bellum) e i bocconiani.

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