cropped-24-Bologna-1989-90-Studio-Morandi-620x415.jpgdi Francesco Spagna

[Il volume di Francesco Spagna La buona creanza. Antropologia dell’ospitalità, uscito da qualche mese presso Carocci, è un invito a considerare il rapporto tra l’antropologia culturale intesa come disciplina e l’antropologia spontanea, ovvero ciò che ognuno è in grado di fare nel riconoscimento dell’umanità dell’altro e nella comprensione delle differenze etniche come diversità culturali. L’autore ha compiuto ricerche presso i nativi americani negli Stati Uniti e in Canada, e presso le comunità immigrate in Italia. Pubblichiamo qui un estratto dalla premessa e dall’epilogo]

«L’ostilità al mondo e agli altri è forse soltanto la greve nerezza di un’ombra che è indifferente al ripetuto richiamo della luce.
L’ospitalità è oltre. Essa offre alla terra frantumata l’integrità del cielo»
E. Jabès, Il libro dell’ospitalità

Il significato del termine “buona creanza” lo appresi da mia nonna materna, quando mi prendeva in giro perché, inappetente com’ero, lasciavo spesso avanzi di cibo nel piatto. Il senso comune corrispondeva a quello di “fare complimenti”, ovvero lasciare qualcosa nel piatto per dimostrare di non essere così affamati, essendo di estrazione sociale elevata; oppure, per semplice nobiltà d’animo, perché non si vuole consumare tutto; o piuttosto perché si vuole fare un omaggio alla generosità di chi ospita, dimostrando che il cibo offerto era più che sufficiente.

Non è tuttavia soltanto una questione di ceto o estrazione sociale: la “buona creanza” la possiamo ritrovare espressione di diverse culture popolari. D’altra parte, sappiamo bene come nel mondo moderno le questioni di “etichetta” siano diventate velleitarie, e il cittadino comune approfitta semplicemente e prosaicamente della ricchezza dei propri piatti o dei propri privilegi.

Lasciare la buona creanza, nella sua migliore accezione, era dunque il lasciare qualcosa nel piatto per educazione o bontà di cuore: ma con quale significato? Lasciare un piatto non finito significa lasciare non concluso lo scambio dell’ospitalità. Lasciare in-finita una obbligazione. Nella concezione dell’ospitalità che possiamo definire tradizionale, l’ospite deve semplicemente accettare il cibo che gli viene offerto, non è obbligato a ricambiare, non è questo che gli viene richiesto. La sola presenza e il buon appetito esauriscono il suo ruolo. Lasciare la “buona creanza” è qualcosa che va ancora un po’ oltre, è un invito a riaprire l’ospitalità, o a ricordarne la dimensione trascendente.

Questo mi ricorda un caro amico italo-eritreo, che spesso organizza pranzi o cene con l’associazione di immigrati ma di solito si astiene dal parteciparvi. Una volta lo vidi dritto in piedi all’ingresso di una sala da pranzo offerta dalla parrocchia, con la sua sottile e inconfondibile silhouette, nella tunica bianca tradizionale; provai a invitarlo a sedersi, a mangiare con noi, ma non ci fu nulla da fare: quando offre cibo agli altri, la regola è che lui se ne priva. Una buona creanza personificata.

“Creanza” sta per educazione: “creatura”, ciò che è creato e viene fatto crescere.
L’infinito è una continua sorgente di creazione.
Secondo il filosofo Emmanuel Lévinas, l’infinito si manifesta nelle relazione umane vissute, nel volto dell’altro, nella relazione tra genitori e figli, nella famiglia, nella relazione tra maestro e allievo, nell’educazione.
Il desiderio di infinito è una condizione della natura umana, che trascende il bisogno e i suoi ordini. L’ospitalità nel suo significato metafisico, si eleva dal bisogno attraverso la “buona creanza”. L’ospitalità è il più straordinario ingegno educativo e sociologico che diverse culture hanno elaborato nei più diversi angoli del pianeta.
Una scrittrice eritrea che raccontava, durante una conferenza, storie della sua infanzia in Africa, ricorda che da bambini pativano la fame ma quando la mamma cucinava, teneva sempre un piatto per l’ospite. Un ospite che non c’era ma che sarebbe potuto arrivare. Guardavano con occhi affamati questo cibo che gli veniva sottratto a vantaggio di un ospite invisibile.
La loro fame, il loro bisogno e la loro critica, si potrebbe dire, erano già “moderni”. La loro ospitalità era”tradizionale”- tanto quanto percepita come paradossale.
L’educazione, la buona creanza, è cultura: consapevolezza che solo attraverso la cultura ci si può elevare dalla condizione del bisogno e della nuda vita. Solo attraverso la cultura – in una vita condivisa con altri – si può riconoscersi come sostanza desiderante, dividendosi un tozzo di pane senza perdere dignità.
Ospitalità, cultura, antropologia… quale intreccio migliore?

Il nostro giudizio sulle culture cosiddette tribali è stato per molti aspetti distorto, o comunque viziato dal rapporto che noi abbiamo costruito tra tradizione e modernità. Nel gioco di specchi dell’antropologia, ritroviamo nell’altro la nostra immagine rovesciata. La visione delle società tribali come fortemente modellizzanti, che costruiscono e riproducono identità etniche uguali e ripetute nel tempo rischia di rimanere piuttosto opaca senza la consapevolezza di cosa una tradizione in effetti mette in gioco. Ci sorprende l’offerta di un contenuto culturale non conforme come principio educativo? O ci stupiscono piuttosto le risorgive tribalistiche nell’orizzonte piano e conformato della nostra inculturazione moderna?

Divenuto il calcolo dell’utile una sorta di pensiero unico, riesce persino difficile calibrare il buon senso. La pedagogia rischia di apparire, nello scenario contemporaneo, come un vecchio animale braccato. La vita interiore è il più delle volte rinchiusa in un’esistenza deprivata o in una “fortezza vuota” riprendendo le suggestioni di Hannah Arendt e Bruno Bettelheim. Nella nostra modernità – che Walter Benjamin aveva definito uno ”stato di emergenza permanente” – la minaccia percepita è sempre più spesso raffigurata nell’altro, inteso come straniero immigrato o clandestino che cerca l’accesso alla nostra civilizzata e privilegiata “fortezza”.

L’antropologia postcoloniale ha dato un importante contributo per traghettare l’Occidente fuori da una modernità così intesa. Al postmoderno possiamo dare inizio anche e soprattutto quando la voce degli altri – a lungo zittita dall’oppressione dei dominatori coloniali e dalle ideologie etnocentriche – comincia a farsi sentire. Saltato il “tappo” della modernità le tradizioni riemergono, rivendicando una vitalità a lungo soffocata.

Il termine “tradizione”, per evitare equivoci, sta qui a indicare soprattutto una dimensione sapienziale che permette di attingere a strati profondi della cultura.

Elemire Zolla, in un libro piuttosto “inattuale” dei primi anni settanta, scrisse che “la tradizione è l’unica garanzia di una continua dissoluzione di quanto nell’uomo è ipocrisia e nella società ideologia”. Parole che facevano eco a quelle di Walter Benjamin, che nel 1940 scriveva “in ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla”.

Quando arriviamo ad attingere a strati profondi, può succedere sia difficile distinguere una “nostra” cultura da una “loro” cultura. Forse non è un caso che il riemergere postmoderno delle tradizioni e le teorie sull’intercultura siano andate di pari passo. Forse è un errore continuare a pensarle come due processi separati. La lente deformante della modernità è caduta. Possiamo guardare con occhi nuovi ad alcune istanze vitali della tradizione senza necessariamente cadere nella folklorizzazione o nell’oscurantismo. L’antropologia mette a disposizione una cultura senza confini, una riserva di infinite interpretazioni.

L’excursus nei riti di passaggio di quelle culture a lungo giudicate come “tribali” o “primitive” può dinamizzare la nostra stessa idea di educazione. La “meccanica” tribale di produzione degli individui quasi si rovescia. Sembra piuttosto la modernità – soprattutto nel suo ultimo secolo – ad aver immaginato di poter produrre esseri umani “con lo stampino”; ad aver divulgato l’ideologia dell’uomo comune; ad aver praticato feroci strategie di controllo sull’individuo; ad aver esteso su scala globale uno sterile conformismo.

Buona creanza è “educazione” anche nel senso di mandare all’infinito le possibilità di dare senso al mondo. Per far questo il maestro, ogni volta, apre il guscio della tradizione.

L’ospitalità ci invita ad aprire le porte all’altro per coltivare la nostra vita interiore.

Ritornando al punto di partenza, una antropologia dell’educazione può essere orientata a sfumare la linea di demarcazione tra “noi” e gli “altri”. Nella comprensione, universalmente condivisa, che la rigenerazione sociale passa attraverso lo sviluppo della creatività individuale. Entrando nelle proprie interiori “foreste di simboli”, ci si apre la via per un mondo sempre complesso e imprevedibile.

Nei rituali di iniziazione, l’individuo viene messo alla prova. Viene fatto passare attraverso una sorta di follia controllata. Superasta questa prova l’individuo dovrebbe essere in grado di calibrare a modo suo l’idiosincrasia della sua cultura, ovvero il complesso rapporto tra normalità e devianza. L’individuo che raggiunge in questo modo la maturità è pronto per formare una famiglia. Laddove la famiglia può rappresentare – se tutto va bene – la principale “fucina” di elaborazione valoriale per la società.

Nell’ambito – assolutamente caleidoscopico – della varietà culturale universale la comunicazione è sempre possibile grazie anche al comune buon senso di individui che hanno condiviso un medesimo arduo e non conforme processo di crescita e maturazione. Per questo genere di riconoscimento, un semplice sguardo può bastare. Nella natura ardua e non conforme di questo processo, la chiave della sua infinitezza. Il destino umano, la sua etica, si possono davvero aprire come una volta stellata.

Abbiamo iniziato questo percorso dall’ospitalità intesa come punto di incontro tra l’antropologia spontanea e l’antropologia culturale come disciplina. Un’idea piuttosto semplice ma che a suo modo può dare una risposta alla dibattuta questione sul futuro del sapere antropologico. Nel suo universalismo senza ritorni, l’antropologia è forse la più dissipativa delle discipline. Ospita la diversità umana, sviluppando retoriche ingenue che assumono la diversità come bene in sé.

Da una parte, dunque – al culmine del suo progetto intellettuale – l’Antropologia Culturale sfuma i suoi confini nell’ideale di umanità più inclusivo possibile; dall’altra, anche metodologicamente, rende indistinto il confine “inferiore” tra esperienza di ricerca ed esperienza umana pura e semplice. Per questo, in senso epistemologico, l’Antropologia Culturale può dare il suo contributo come disciplina di soglia, nell’interrogazione costante del rapporto tra l’umanità del ricercatore e l’umanità del contesto di ricerca. Tuttavia, il metodo dell’impregnazione – ovvero la capacità di calarsi in profondità nel contesto di ricerca, assorbendo suggestioni emotive e non solo informazioni razionali – riflette un’attitudine piuttosto curiosa: il ricercatore pratica al tempo stesso uno slittamento, una deriva esperienziale dalla quale sviluppare quell’osservazione metadescrittiva che è caratteristica dello sguardo antropologico. L’antropologia si produce attraverso questo slittamento e spesso chi diventa antropologo lo diventa trovando in questa disciplina la forma a pensieri che aveva sempre avuto e ai quali non riusciva a dare un nome. Così come spesso accade che il successo che gli antropologi riscontrano nel loro pubblico dipende dall’aver dato forma concettuale a qualcosa che la gente “aveva sempre saputo”, riconoscendone la sorprendente evidenza.

Dal tema del radicamento dell’Antropologia Culturale nell’antropologia spontanea si è intessuta una trama di rimandi. L’ospitalità con l’alterità e il viaggio; l’estraneazione con l’interiorità, i riti di passaggio e l’educazione. La “buona creanza” ha fatto da filo conduttore.

La bambina eritrea messa di fronte alla questione dell’ospite invisibile si colloca proprio sullo snodo teorico più importante del nostro percorso. La costruzione del suo buon senso appare come un processo complesso. Nel quale viene trainata in una dimensione trascendente, quella dell’ospite invisibile, che ha il suo senso. Questo è il training della sua educazione tradizionale. Una volta cresciuta, emancipata, diventata viaggiatrice e scrittrice del mondo moderno, non potrà che riandare con la memoria alla sua infanzia e prendere le misure, più che le distanze, con l’educazione che ha ricevuto. L’esito è tutto da interpretare, volta per volta, all’infinito.

Certo è che la natura umana – questo feticcio occidentale – non si riduce all’utile calcolo di costi e benefici. L’ospitalità è un dono senza reciprocità. Il ritorno è su un circuito più ampio.

[Immagine: Luigi Ghirri, Studio di Giorgio Morandi, Bologna, 1989-90 (gm)].

 

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