Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La scuola non serve a niente

| 22 commenti

cropped-Magyar-Squares1.jpgdi Mariangela Caprara

[Questo articolo è apparso sulla rivista «il Mulino»].

Sul finire dell’anno scolastico è apparso, nella serie iLibra di Laterza e “la Repubblica”, un piccolo libro sulla scuola che contiene un saggio inedito di Andrea Bajani, articoli già pubblicati su temi scolastici a firma di vari autori (è la sezione In questione) e brani di romanzi ambientati nella scuola (la sezione Cronache dal fronte), per finire con due dossier (I numeri della scuola, che raccoglie dati statistici, e Cronologia delle riforme).

Sotto l’insegna di un titolo paradossale, ma con vellutato savoir faire e tinte stilistiche pastello, Bajani inchioda gli insegnanti a una responsabilità fondamentale: quella di accettare in pieno la relazione con i propri studenti. I temi sfiorati, in un pamphlet che non ha un taglio saggistico, ma piuttosto diaristico (e dunque è criticabile per la sua soggettività), gravitano tutti intorno alla questione del dialogo docenti/discenti, a detta dell’autore fortemente compromesso e paragonabile alla situazione dei separati in casa (titolo del capitolo 2). Lo sguardo esterno su situazioni scolastiche tipiche e routinarie coglie un diffuso sentimento di sfiducia reciproca tra i due poli della relazione di apprendimento: ma Bajani assolve l’adolescente svogliato e/o riottoso, quando non addirittura apertamente violento contro la scuola, mentre condanna l’insegnante che, stigmatizzando l’allievo come colui che viene a scuola a scaldare la sedia (cap. 3), rinuncia a cogliere una sfida, a esprimere una testimonianza umana e civile, prima ancora che professionale.

Di Rinuncianesimo (un neologismo caro all’autore, cap. 1) è malata gran parte della società italiana: lo sguardo degli adolescenti è acuto, e ben vede quanto la rinuncia sia un atteggiamento morale diffuso, negli altri come in sé stessi. Ebbene, Bajani invita gli insegnanti a non rinunciare, a non accettare che la scuola non serva a niente; o meglio, a prendere sulle proprie spalle la denuncia di questa inutilità della scuola ai fini pratici, per valorizzarne la funzione di spazio separato dalle correnti esterne ad essa, uno spazio in cui paradossalmente gli adolescenti trovino riparo (e riposo) da tutto ciò che ostacola la costruzione del sapere e, più in generale, degli spazi interiori.

Continua sul sito della rivista «il Mulino»

[Immagine: Adam Magyar, Squares (gm)].

 

22 commenti

  1. Dopo aver letto l’intero articolo, notando questo passo:

    “Bajani invita gli insegnanti a non rinunciare, a non accettare che la scuola non serva a niente; o meglio, a prendere sulle proprie spalle la denuncia di questa inutilità della scuola ai fini pratici, per valorizzarne la funzione di spazio separato dalle correnti esterne ad essa, uno spazio in cui paradossalmente gli adolescenti trovino riparo (e riposo) da tutto ciò che ostacola la costruzione del sapere e, più in generale, degli spazi interiori.”

    trovo davvero da superare questa visione della scuola come “spazio separato dalle correnti esterne ad essa”, come “santuario” immacolato del vero sapere, lontana dalla società con la sua pluralità di aspetti, società che in questa visione non ha alcuna voce per definire le basi della cultura e formazione del cittadino di oggi (da cui il fatto che la tanto reclamata da queste società e realtà locali “autonomia scolastica” di fatto rimane un’ “insegna vuota”).

    Dunque i discorsi seguenti sui problemi dell’ “l’inadeguatezza culturale del corpo docente italiano”, del “sapere bene cosa insegnare, e come farlo”, delle “vie alternative alla lezione frontale e alla verifica nozionistica” devono essere preceduti da una doverosa messa in discussione del centralismo statale come fonte “dall’alto” delle decisioni delle basi culturali e formative a cui i tutti singoli e le società si devono attenere passivamente senza alcuna possibilità di pluralismo e di personalizzazione dell’offerta formativa. Tutto ciò dunque vuol dire la messa in soffitta del sistema scolastico che identifica “cultura e sapere supremi” in classici letterari e filosofici e “saperi bassi” nel resto delle discipline (non solo le scienze naturali e le loro applicazioni tecniche ma anche le scienze sociali), che avrebbero valore solo in attività pratiche, messa in soffitta che ad alcuni non piacerà tanto che la vedranno come un “attentato” e a un “affossamento” alle discipline umanistiche, ma in un altro articolo abbiamo già discusso di questo, mi limito a far notare che altri lettori hanno notato che la classe dirigente uscita dalle scuole basate su questa formazione di classici filosofici e letterari non mi sembra abbia dato risultati così brillanti negli ultimi decenni.

  2. Usando questo spazio e prendendo lo spunto da questo articolo, vorrei lanciare un appello ai miei ex colleghi da ex insegnante che è passato, poco meno di un anno fa, dal ‘continente’ del lavoro a quello della pensione. A questo proposito, ricordo che, ogni qual volta si iniziava un anno scolastico, provavo un indicibile entusiasmo, ma anche un reverenziale timore nel momento in cui entravo in classe e vedevo gli studenti alzarsi in piedi in segno di rispetto, poiché mi domandavo se ancora una volta sarei stato umanamente, culturalmente e didatticamente all’altezza del “mestiere più bello del mondo”. Poi all’ottimismo subentrava, nei mesi seguenti, lo scoramento che nasceva dal basso stipendio, dal blocco della contrattazione e, più in generale, dalla mancanza di rispetto nei confronti della mia professione, da al-lievi non sempre interessati agli argomenti che venivano svolti, dai loro genitori sempre disposti a dare ragione ai propri figli, dalle molteplici pressioni, a volte perfino da un certo disprezzo. Tuttavia, io penso che debba essergli di conforto la certezza che oggettivamente l’insegnante, nella lista delle professioni più alte, viene al primo posto, prima ancora del medico, del giudice, dell’avvocato e dell’ingegnere, se non altro perché nessuno di questi professionisti lo sarebbe mai diventato senza il contributo fondamentale dei suoi insegnanti.

    Fra le questioni che mi stanno a cuore ve ne è poi una che sicuramente qualche ottuso nichilista giudicherà come puramente formale e, al limite, deamicisiana. Ma vorrei invitare i miei ex colleghi a non permettere di farsi chiamare ‘prof’: non è un segno di cameratismo democratico, ma di scarsa considerazione, quando non di larvata derisione, poiché nessuno si sogna di rivolgersi ad un avvocato chiamandolo ‘av’ o ad un ingegnere appellandolo ‘ing’. Non bisogna assolutamente dare retta ai vari analfabeti e semianalfabeti che oggi si considerano superiori agli insegnanti. Occorre invece ricordare sempre che un professore, un medico o un giudice non può autoproclamarsi tale.

    Io credo che gli insegnanti debbano essere orgogliosi della loro professione che richiede, oltre ad uno studio costante e diligente nella preparazione delle lezioni e delle verifiche, così come nella correzione delle prove scritte, un grado elevato di autocontrollo e spesso la rinuncia a non pochi vantaggi. In questo senso, non si deve permettere che persone arroganti, vanitose ed autoreferenziali, che vivono nel mondo del profitto e del potere, tengano agli insegnanti lezioni sul successo.

    In realtà, il titolo di professore viene acquistato con molto impegno e bisogna sobbarcarsi a grandi fatiche per affinare i contenuti e il modo di porgere la disciplina su cui tale titolo si fonda. L’insegnante non deve mai rinunciare alla propria autostima, perché, se lo farà, pagherà il prezzo avvilente di essere considerato con sufficienza anche dagli altri. Proprio perché gli insegnanti sono coloro che, nel bene e nel male, lascia-no il segno, è giusto che vogliano bene ai loro allievi anche quando non lo meritano, poiché devono guardare sempre a ciò che questi possono diventare, non a ciò che sono. Si valorizzi ciò che in loro è nobile, anche se non ne sono consapevoli, anche se lo hanno nascosto sotto la cenere dell’indifferenza. Sotto quella cenere un insegnante sa che vi è sempre la possibilità di suscitare il fuoco. Non si regalino loro i voti, ma si operi in modo che i loro risultati possano migliorare. Non si cessi mai di ricordare loro che chi semina prima o poi raccoglie. Né vi è bisogno che io ricordi, giacché lo si sa fin troppo bene, che l’autorità di un insegnante si chiama autorevolezza ed esclude sia la severità eccessiva sia l’indulgenza corriva. L’insegnante deve essere un pedagogo, non un demagogo: perciò, non si faccia l’errore di mettersi sullo stesso piano dei propri allievi, rapportandosi a loro come se si fosse loro compagni. È l’insegnante che deve fissare regole, paletti e ruoli all’interno e fuori dell’aula, poiché, sul piano antropologico, non esiste una simmetria tra lui e gli allievi.

    Infine, anche a costo di apparire vetero-risorgimentale, auspico che gli insegnanti comunichino ai nostri giovani l’amore per questo nostro Paese, poiché se essi non lo ameranno, conoscendone virtù e difetti, pregi e limiti, punti di forza e di debolezza, essi non saranno buoni cittadini né del nostro Paese né dell’Europa né del mondo. Gli insegnanti hanno oggi un compito straordinario, diciamo pure una missione: restituire autorità e prestigio alla scuola e alla conoscenza. La vita infatti, diceva Giuseppe Mazzini, non è solo piacere, ma è anche missione, e questa oggi è la nostra missione, alla quale anch’io non smetterò, pur operando nelle retrovie, di offrire il mio contributo.

  3. Bella recensione, grazie. Mia opinione: *è bene* che la scuola non serva a niente. Di cose che servono ad altro è pieno il mondo, almeno a scuola che si vada per imparare e basta (anche per imparare a stare educatamente in classe). Verissimo che l’insegnante (e tutte le figure autorevoli) non ha più la divisa che gli garantisce il bonus-autorità, e che dunque se la deve conquistare sul campo. Nonè facile. Certo diventa ancora più difficile se si parte subito dando ragione all’allievo che non ha voglia di studiare e a scuola fa casino.
    La mia esperienza personale (in campo diverso) mi suggerisce che per farsi rispettare, l’indisciplina e l’infingardaggine vanno affrontate subito, e subito punite: perchè altrimenti l’indisciplinato e l’infingardo non vengono trattati per quel che possono diventare, cioè adulti responsabili, ma per quel che sono, cioè bambini, magari anche pericolosi per sè e per altrui; il che risulta in un incoraggiamento a non cambiare.

  4. @ Michele Dr. Avrai capito che in questi giorni sono di malumore per l'(in)politica scolastica dell’attuale governo.
    Sulla stessa scia di malumore permettimi di dirti che conosco di persona Mariangela Caprara e che trovare nella sua appassionata difesa della scuola come spazio di pensiero ed educativo un’altra manifestazione di conservatorismo e di autoreferenzialità (etichetta che vedo ti piace appiccicare un po’ a chiunque) è non solo avventato, ma sfrontato.
    Mariangela è una insegnante che si fa il mazzo tutti i giorni in classe e che si dibatte come altri fra noi tra mille dubbi e difficoltà e incertezze, voglia di cambiare, tentativi di farlo, fatica di farlo, eppure proterva pervicacia nel continuare a farlo. Tu puoi offrire lo stesso impegno e la stessa presa in carico di responsabilità, oltre a questo tuo insistito e compiaciuto guardar da fuori e alzare il dito sotto il nostro naso, a dirci quanto siamo stantii, corporativi, conservatori, gentiliani e veteroumanisti?

    Il tuo punto di vista è chiaro, quando avrai nuovi argomenti per confrontarti io personalmente sarò lieto di ascoltare e condividere, o non condividere. Ad oggi ribadirlo davanti a ogni nuovo intervento è ormai diventato offensivo nei confronti di chi lavora seriamente e magari può anche stufarsi di sentirsi fare la predica da chi neanche ha idea di quali tentativi di riforma dal basso, nei contenuti e nella metodologia, l’altro stia tentando.

  5. @ Daniele Lo Vetere:

    mi potresti citare le frasi precise in cui affermo di trovare nell’autrice dell’articolo (nel mio intervento peraltro citavo una frase di Bajani, criticato in parte dall’autrice) una “manifestazione di conservatorismo e di autoreferenzialità” e a dire a tutti i professori che sono “stantii, corporativi, conservatori, gentiliani e veteroumanisti”? Al contrario, se leggi bene il mio commento , la mia critica non era affatto rivolta agli ottimi professori che dal basso insegnano e valorizzano la loro disciplina (che sia lettere classiche o informatica non importa), che di fatto non viene evidenziato e premiato come si deve ma semmai al contrario al “centralismo statale” dall’alto che limita fortemente una cultura e formazione a ogni cittadino che sia plurale e legata alle proprie inclinazioni e talenti.

    Faccio notare inoltre che mai ho definito la nostra scuola italiana gentiliana, sarebbe assurdo definirla così, date le innovazioni come la scuola media unica e l’accesso alle università a tutti i diplomati delle scuole secondarie di cinque anni, e non mi risulta che ci siano professori realmente gentiliani tali da annullare queste due conquiste. Semmai è presente una visione di scuola di massa in cui si valorizzano molto poco non solo le discipline scientifiche ma anche tante discipline che io definirei sicuramente umanistiche al pari di lettere, storia e filosofia e che non si citano mai: penso a discipline come sociologia, antropologia, pedagogia, psicologia, diritto, economia… Non mi metterei mai a ripetere mille volte che certi docenti si preoccupano solo di pensare all’orticello della propria disciplina ma a me sembra che non siano molti gli articoli di docenti dispiaciuti per la scarsa cultura in biologia o in economia nelle scuole italiane… Infine, come si è visto sopra non mi sembra di essere così ripetitivo, semmai è il problema della scuola ad essere ripetitivo e si è già visto in altri interventi che altri la pensano come me in modo simile. Spero che io mi sia chiarito, il mio intervento non è certo “contro qualcuno” ma semmai a favore del comprendere come risolvere problemi legati alla tematica della scuola. Se certe proposte non si condividono naturalmente è bene criticarle con argomentazioni e proporre soluzioni argomentate alternative, fermo restando che la critica e l’argomentazione non è contro o a favore di certe persone ma contro o a favore di certe idee, visioni e soluzioni.

  6. Caprara: “Bajani invita gli insegnanti a non rinunciare, a non accettare che la scuola non serva a niente; o meglio, a prendere sulle proprie spalle la denuncia di questa inutilità della scuola ai fini pratici, per valorizzarne la funzione di spazio separato dalle correnti esterne ad essa, uno spazio in cui paradossalmente gli adolescenti trovino riparo (e riposo) da tutto ciò che ostacola la costruzione del sapere e, più in generale, degli spazi interiori.”

    Michele Dr: “trovo davvero da superare questa visione della scuola come “spazio separato dalle correnti esterne ad essa”, come “santuario” immacolato del vero sapere, lontana dalla società con la sua pluralità di aspetti, società che in questa visione non ha alcuna voce per definire le basi della cultura e formazione del cittadino di oggi”

    Conservatorismo: atteggiamento di chi voglia mantenere lo status quo e non voglia “superare l’attuale visione delle cose”.
    Autoreferenzialità: caratteristica di chi pensi di essere indipendente, autonomo dall’esterno (come se vivesse “in un santuario”) e non voglia farsi attraversare dalle “correnti esterne”.
    Il resto delle accuse alla scuola lo si può desumere senza troppa fatica dai tuoi molti altri interventi, basterebbe rileggerli.

    Visto che le critiche le hai mosse in calce a un intervento di Mariangela Caprara, chi criticavi se non lei? Se ce l’avevi con gli insegnanti in generale, ricordo che abbiamo ancora nomi e cognomi e responsabilità individuali. Insomma, con lei questo tipo di polemica sempre generale e generica è, a dir poco, ingeneroso.

    Sono contento che tu abbia un sacco di certezze su cosa farebbe bene alla scuola italiana (meno umanesimo, autonomia, basta al centralismo statale) e che creda che il punto della sua attuale insufficienza culturale (manifestissima a tutti) stia lì. Io, che nella scuola lavoro da anni, invece ho solo un sacco di dubbi. Il regno dei cieli non è certo per gli scettici e i dubbiosi come me.

  7. È di Spinoza la massima: “Humanas res nec lugere nec indignari, sed intelligere”. Per quanto la fenomenologia sociale, politica, morale e civile del paese induca a un marcato pessimismo, questo è il primo dovere di un educatore. Mi preme allora, riprendendo anche in questa sede un discorso sviluppato nel corso di un altro dibattito, porre due problemi di ordine teorico, che sorgono dalla realtà odierna e hanno importanti ricadute sul piano della formazione scolastica. Il primo è quello della demistificazione critica della ideologia individualista, oggi dominante, che concepisce la società come una serie di esseri isolati gli uni dagli altri che intrecciano tra loro relazioni di tipo utilitaristico e contrattuale e guarda, di conseguenza, all’individuo come ad un microcosmo separato e autosufficiente rispetto al contesto sociale, storico e culturale, in cui è invece profondamente inserito e da cui è profondamente condizionato. E’ questo micidiale connubio tra una concezione ristretta ed immediatistica dell’individualismo e dell’utilitarismo che occorre criticare ed infrangere, riscoprendo, per dirla con il titolo di un recente ‘pamphlet’ di Nuccio Ordine, “l’utilità dell’inutile”: una nozione il cui valore estetico trova la sua espressione più compiuta proprio nel socialismo, la cui meta è creare, attraverso la riduzione della durata della giornata lavorativa, una società in cui non si debbano più giustificare le proprie attività davanti al tribunale dell’utilità, in cui realizzare le proprie facoltà e capacità diventi un fine gratificante di per sé. Occorre dunque cambiare ottica e, tenendo presente l’assioma di Marx secondo cui “l’uomo è il mondo dell’uomo”, occorre guardare al problema (e ai problemi) dell’individuo come ad un ‘mondo’, per l’appunto, in cui tra l’intimità più profonda e l’esteriorità più assoluta non c’è, come nel nastro di Moebius, soluzione di continuità, sicché alla fine interno ed esterno risultano indiscernibili.

    Il secondo problema, che occorre affrontare per interpretare correttamente le situazioni di rischio, disagio e potenziale devianza, che si manifestano nella società, e per costruire, partendo dalla scuola, un percorso attraverso cui l’educazione alla cittadinanza si trasformi in relazioni di etica sociale e di senso, il secondo problema, dicevo, è la riscoperta della sfera del desiderio, che è una sfera eminentemente relazionale e sociale. Orbene, è giusto osservare che ciò che oggi inquieta gli insegnanti, i formatori e gli educatori è che la società attuale sembra non essere più in grado di proporre ai giovani la loro inclusione sociale come frutto e fonte di un desiderio profondo. Traducendo nel linguaggio della sociologia contemporanea, è questo il volto della ‘società liquida’, che Zygmunt Bauman ha definito in tal modo per mettere in risalto l’azione corrosiva esercitata dal capitalismo sulle strutture tradizionali delle società precapitalistiche e sulle differenti forme di organizzazione della stessa società capitalistica: “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali”. Marx aveva compreso la potenza della produzione capitalistica, che è insieme creazione e distruzione, che produce insieme nuovi rapporti sociali, ma anche rifiuti sociali ed emarginazione, che produce in un crescendo inarrestabile disagio, malessere, devianza e criminalità, poiché – come afferma giustamente Foucault in un’ottica biopolitica – “la società moderna può far vivere alcuni e farne morire altri”. Non a caso le passioni generate da questa società e dalla sua cultura sono definibili, con espressione spinoziana, ‘passioni tristi’ (senso di minaccia, senso di incertezza e senso di impotenza).

    Come fare allora a riscoprire la potenza del desiderio, fattore che pone in relazione con gli altri e condizione per generare ‘passioni gioiose’? Osservo che quella del ‘desiderio’ non è una categoria dell’inconscio psicoanalitico (come ebbe a sostenere Giuseppe Berta, commentando nel 2010 il rapporto del Censis curato da Giuseppe De Rita, il quale, dal canto suo, aveva definito e interpretato lo stato attuale dell’‘ethos’ civile del nostro paese proprio in termini di ‘carenza del desiderio’), ma è una categoria filosofica e sociologica. “Il desiderio è il padre del pensiero”, afferma un proverbio tedesco citato da Horkheimer e Adorno nelle ormai classiche “Lezioni di sociologia”. Non ho ricette da suggerire; sono però convinto che formulare questa domanda e porsi i problemi che ho indicato sono i primi decisivi passi da compiere, se si vuole riscattare il nostro paese dal “deserto che cresce” (espressione di Heidegger ripresa nello stesso rapporto del Censis) e infondere lo slancio del desiderio e della speranza nel futuro delle nuove generazioni, riscattandole dall’apatia post-politica e post-pedagogica in cui sono immerse.

  8. Interessante, grazie. Mi ha stupito che -se ho capito bene- Bajani abbia ritenuto di poter accorpare le esigenze degli alunni senza distinguerli per età; a me riesce difficile immaginare che un bambino di otto anni e un quasi adulto di diciotto abbiano bisogno della stessa figura e dello stesso tipo di relazione con essa. Mi ha anche incuriosito l’uso del termine “maestro” in coda all’articolo, e immagino che sia stato usato con la consapevolezza che esso designa una figura diversa da quella del professore, proprio in quanto implica un certo tipo di relazione; l’assunto che nella scuola sarebbe auspicabile anche la figura di un “maestro” sarebbe anche condivisibile, ma di fatto la relazione maestro/allievo è di natura strettamente personale e, mi pare, impossibile da crearsi con intere classi messe insieme solo in base all’età (laddove specie nell’adolescenza i tempi di maturazione sono totalmente individuali) e con la minuziosa segmentazione del tempo e delle competenze prevista dall’organizzazione scolastica. Nell’insieme quindi sospetto che il libro di Bajani possa risultare un po’ vacuo.

  9. @ Daniele Lo Vetere,

    il brano del mio intervento che hai citato infatti è una critica all’affermazione di Bajani citata da Mariangela Caprara, non certo una critica ad affermazioni di Mariangela Caprara. Inoltre la mia critica non era incentrata sul fatto che Bajani vuole conservare uno status quo come se io pensasi che la conservazione di qualsiasi aspetto attuale nella scuola fosse negativa (ho fatto notare prima la positività ad esempio della scuola media unica e dell’università aperta con tutti i diplomi di maturità), né tantomeno una critica sul fatto che la scuola presenti aspetti indipendenti dalla società esterna (ad esempio non penso certo che la scuola debba insegnare i testi dell’ultimo tormentone estivo piuttosto che quelli di Leopardi solo perché i ragazzi trovano più popolare il primo testo) , semmai io ho criticato il fatto che si voglia conservare qualcosa di oggi non più conservabile, ovvero il fatto che a causa dell’eccessivo centralismo statale non si considerino abbastanza le voci plurali “dal basso” delle società concrete del paese. Dunque è falso sia che la mia critica sia diretta a Mariangela Caprara (e se anche lo fosse io critico con argomentazioni le tesi, non certo le persone) sia che la mia critica sia di conservatorismo e autoreferenzialità.

    Peraltro tale mia posizione sulla scuola è quanto di più dubbiosa che possa esserci, dato che va contro proprio a una visione che si affida alle “certezze” solide che provengono dall’alto dello stato come amministrazione che da sola sembra ritenere di sapere meglio delle tante realtà sociali quale precisa formazione è la migliore per ciascun cittadino. Il dubbio come metodo con risultati positivi si applica perciò riconoscendo di non avere tali certezze e dando voce al pluralismo delle società con le loro famiglie e i singoli studenti che dal basso possono così definire in modo più autonomo un percorso formativo.

    Per il resto faccio notare che i miei interventi su questo spazio in rete non sono stati legati soltanto a tematiche di scuola (banalmente perché gli articoli su di essa in questo sito sono di meno rispetto a quelli di altri temi), ma più agli articoli di politica, di filosofia, e in minor parte di letteratura, non mi sono neppure mai autodefinito esperto nel proporre soluzioni su come rinnovare la scuola italiana, semplicemente mi trovo una persona che argomenta certe sue tesi in certi campi come la scuola e che le ripete solo se banalmente vengono postati articoli che ripetono l’esposizione degli stessi argomenti relativi alla scuola che erano contenuti in articoli precedenti (ma non penso neppure di essermi ripetuto più di tanto, dato che già gli articoli sulla scuola sono una minoranza in questo sito).

    Spero che io mi sia chiarito in maniera definitiva, consiglio comunque una migliore applicazione di un “principio di carità”, ovvero dell’interpretare le affermazioni dell’interlocutore presupponendo che lui condivida il maggior numero di tesi proprie, mi sembra davvero che a volte si voglia reagire a critiche di fatto inesistenti e solo immaginate nell’interlocutore, forse una visione più ottimista del dialogo, anche solo virtuale, dovrebbe far superare certe incomprensioni e far chiarire meglio a entrambi i dialoganti certi problemi.

  10. @michela:

    Sì, il libro non entra nel dettaglio delle varie fasce di età, ed è focalizzato sugli adolescenti, che Bajani incontra ormai da qualche anno nelle scuole superiori e anche al Salone del Libro di Torino, nella cornice di laboratori di lingua e scrittura.
    Il “maestro” evocato nell’articolo è un leader carismatico, e ne hanno bisogno tanto i bimbi della scuola dell’infanzia, quanto gli studenti universitari (perfino): per ogni fascia di età si farà ricorso a modalità e tecniche diverse della didattica, ma l’insegnante dev’essere la guida del gruppo classe. E’ proprio questa la specificità del suo mestiere.
    Lei solleva anche un’altra questione interessante, che riguarda il sistema scolastico in generale: l’organizzazione delle classi per età omogenea. Se ne deve discutere, e molto, secondo me, perché un sistema del genere non è del tutto inclusivo, e anzi adopera normalmente la bocciatura nei casi di ‘ritardo’ nella maturazione personale. Il libro di Richard David Precht che ho recensito qualche mese fa (anche su questo blog) si scaglia ferocemente contro questo e altri aspetti del sistema scolastico (per esempio l’organizzazione del sapere in ‘materie’) che altro non sono che forzature della persona, tentativi di ‘omogeinizzazione’, di ‘normalizzazione’ delle intelligenze in schemi troppo rigidi. Precht usa il termine ‘taylorismo’ nel commentare negativamente il sistema scolastico tedesco. Anche Piras ha un punto di vista decisamente critico sulle bocciature, e si immagina un sistema più flessibile. Io condivido molto le posizioni di entrambi.

    @Michele Dr

    Al netto delle baruffe con Daniele Lo Vetere, lei lamenta, mi pare, una mancanza di autonomia progettuale da parte di scuole e insegnanti, da spendere in un dialogo proficuo con la ‘società’ e il ‘tempo attuale’. Ebbene, in realtà la scuola di oggi è proprio la scuola dell’autonomia, per cui ogni Istituto, dalle elementari alle superiori, deve elaborare uno specifico Piano dell’Offerta Formativa, in base al quale i genitori potranno scegliere a quale scuola iscrivere i propri figli. Altro che centralismo, caro Michele! Qui siamo al mercato, alla fiera dei ‘progetti didattici’, il cui controllo (dalla proposta alla valutazione) spetta solo agli insegnanti stessi della scuola e al massimo al Dirigente Scolastico. Il tempo scolastico può essere quindi speso per attività tra le più varie, purché abbiano un certo appeal… Lei capisce bene che il sistema degenera facilmente quando, come sostengo anche nella recensione, la solidità culturale degli insegnanti è misera e troppo permeabile alle mode. Per contro, all’Esame di Stato o nelle prove Invalsi gli studenti devono esibire la capacità di assimilare nozioni su nozioni, in un eccesso di tradizionalismo perfino, per cui siamo alla schizofrenia, e Piras lo fa notare bene anche nel suo ultimo post.

  11. @ Mariangela Caprara:

    noto con piacere da lei una reazione argomentata alle mie osservazioni critiche. Sostanzialmente mi trovo d’accordo con il fatto che nella scuola di oggi esiste un certo margine di autonomia, che però, oltre ad essere alquanto anarchica nel senso di priva di controlli esterni di valutazione è ancora comunque operante in un sistema per molti altri versi centralistico che in gran parte degli altri paesi europei non è presente. Per la cronaca, le mie impressioni sulla scuola sorgono in buona parte oltre che dai dati sulle scuole dei vari paesi esteri a confronto con l’Italia, a proposte come quelle di Andrea Ichino presenti nei seguenti video:

    https://www.youtube.com/watch?v=3b_dWKN6XeQ

    https://www.youtube.com/watch?v=ywiJwN2COOA

    Come si vede, le osservazioni critiche che sollevo sulla critica al centralismo e alla proposizione di un’autentica autonomia non sono certo voci isolate, certo criticabili come ogni altra tesi, se per critiche si intendono giudizi della non validità di certi aspetti della tesi in base a certe argomentazioni.

  12. Ichino? Quello che ha proposto di chiudere le scuole con risultati bassi nell’Invalsi, che per lui sono prove oggettive di efficienza della qualità dell’istituto?
    Nella mia esperienza ne ho conosciuti due ed erano entrambi scuole “per poveri”. Chissà come mai.
    Ichino propone di sottometere la scuola integralmente al mercato. Come no.

    Essere in compagnia non significa essere in buona compagnia.
    Per questo invitavo a una maggior carità (sì, anche io) verso chi nella realtà è immerso, ne tocca la stoffa, ne vede gli strappi… facile, troppo facile sedere nello studio di un programma televisivo e discettare di efficienza e parametri numerici quando fuori il significato delle tue parole è la barbarie incarnata…
    (Ah, a scanso di equivoci: i video non li ho guardati. Mi riferisco a una sua lunga chiacchierata con la Gruber, che mi agghiacciò e mi bastò. Di Ichino ho già fatto razione piena e ho l’indigestione).

  13. @ Daniele Lo Vetere:

    fermo restando che essere d’accordo con qualcuno su qualcosa non significa essere d’accordo con qualcuno su tutto, mi risulta che Ichino nei suoi due video affermi proprio il contrario di una scuola sottomessa integralmente al mercato.

    Un paragone che lui compie che trovo condivisibile e significativo è quello fra la scuola e la nutrizione: lo stato, in quest’ultimo ambito regola la produzione e distribuzione di cibo e bevande e fa conoscere a tutti i cittadini informazioni sui rischi e benefici di ciascuno di tali prodotti, tuttavia lo stato non decide per noi cosa mangiare, e dunque non esiste nell’intero paese un solo tipo di supermercato e un solo tipo di ristorante dove non solo la frutta la pasta e il vino sono di un unico tipo e prodotti e distribuiti in modo centralizzato dallo stato, ma addirittura se uno vuole fare una spesa o vuole cenare in un ristorante è costretto ad acquistare solo certi prodotti in un certo numero. Poi certo, se viene scoperto che nel mercato vengono messi in circolazione prodotti estremamente dannosi di per sé alla salute o addirittura velenosi lo stato gli fa togliere dal mercato e quella casa di produzione viene sanzionata. Perché non dovrebbe avvenire qualcosa di analogo per la scuola? D’altronde non si può certo affermare che alimentazione e scuola non sono paragonabili, l’alimentazione oltre ad essere un bisogno primario dell’uomo per sopravvivere è anche legata a questioni di salute del vivere bene nonché a tradizioni culturali e locali, e dunque di certo i produttori e i distributori di cibo non possono essere spinti primariamente e soltanto dall’accumulo di denaro fine a se stesso, visti anche i paletti imposti dallo stato a cui si è prima accennato (e tutti questi fattori portano a tendere di evitare squilibri economici tra persone che si possono permettere cibi salutari ma costosi e persone che non se le possono permettere per mancanza di mezzi). Poi certo si potrà discutere se quel sistema di valutazione delle conseguenze del cibo sulla salute sia più o meno perfetto, ma un sistema di valutazione imperfetto e dunque provvisorio ma che almeno fa togliere dalla circolazione cibi velenosi e fa informare di possibili danni alla salute di certi cibi che comunque possono essere integrati dalla possibilità di avere esperienza diretta di essi mi pare molto meglio di nessuna valutazione che rischia di far avvelenare molte persone che non hanno i mezzi per difendersi da tali rischi.

  14. @ Mariangela Caprara:

    aggiungo che mi sono accorto adesso che lei afferma:

    “Anche Piras ha un punto di vista decisamente critico sulle bocciature, e si immagina un sistema più flessibile. Io condivido molto le posizioni di entrambi.”

    Mi chiedevo perciò come lei fa a condividere la posizione di Piras nel suo articolo “abolire le bocciature” (posizione di fatto anche da me molto condivisa) dato che mi sembra in contraddizione con sue affermazioni presenti nei suoi commenti di “cinque cose da fare per la scuola” come questo:

    http://www.leparoleelecose.it/?p=15578#comment-249406

    come il proporre l’obbligatorietà del greco in tutti i licei e non ammetterlo neppure come materia opzionale e meno approfondita nelle altre scuole come i tecnici e i professionali sulla base del fatto che “ci sono ragazzi più studiosi e meno studiosi, e il greco e la matematica ‘alta’ la lascerei coltivare ai primi, come già accade ora. Non mi pare uno scandalo sostenere che i licei sono scuole di formazione più alta.” Non riesco sinceramente trovare un fondamento all’ultima affermazione. Secondo me un ragazzo di un istituto tecnico che vuole fare informatica potrebbe trovare di valore la lingua greca per il suo uso in molti termini scientifici e tecnici e per i legami con la filosofia e la logica applicata all’informatica e magari anche ad un ragazzo aspirante cuoco in un alberghiero, magari perché interessato a valorizzare non solo la cucina tradizionale del suo paese nel Sud Italia ma anche ad altre attrazioni turistiche di quel luogo come resti di edifici del tempo della Magna Grecia. Io non trovo alcun senso affermare che una specializzazione in studi di letteratura o matematica sia di “formazione più alta” rispetto a studi specializzati in informatica o in cucina. Tutto questo, presupponendo di aver compreso la sua posizione, non voglio aprire altre “baruffe” basate su posizioni in realtà erroneamente attribuite all’interlocutore.

  15. Sul paragone scuola – alimentazione di Ichino.
    Sarà forse fondato sul pianeta Ichinoland, sul pianeta Terra va catalogato nel reparto fantasy/distopie/apocalissi.
    Perchè?
    Perchè, insieme alle altre istanze educative, l’istruzione, pubblica o privata, forma le personalità dei cittadini di una nazione e di un popolo, e dunque conserva, tramanda, trasforma una comunità: il cibo, no.
    La pizza e la pastasciutta sono caratteristici cibi italiani, ma i neozelandesi che ne sono ghiotti non diventano per questo italiani. Viceversa, il kiwi è caratteristico prodotto neozelandese, e io che ne mangio spesso non divento per questo un “kiwi”, un neozelandese.
    Invece, la lingua italiana, la letteratura italiana, la storia italiana, la filosofia italiana, eccetera, sono parte integrante e indispensabile della tradizione culturale della comunità nazionale italiana. Se smetti di tramandarle a tutti i cittadini italiani, si perdono, e insieme ad esse si perde anche una parte vitale della comunità e della tradizione italiana, le quali si sfilacciano e muoiono. I genocidi culturali si consumano (anche) così.
    Per concludere: l’argomento di Ichino ha senso soltanto se condividiamo una posizione filosofica e ideologica molto precisa (e a mio avviso molto sbagliata e pericolosa), e cioè che esistono soltanto individui e non famiglie, comunità, nazioni, popoli. Caveat: quando una cosa che esiste viene dichiarata inesistente, la si vuole distruggere, se non altro per evitare la dissonanza cognitiva.

  16. @Michele Dr

    Non stia a farmi le pulci, la prego, perché nei commenti di un blog si tengono delle conversazioni, per di più virtuali, con toni a volte semiseri o addirittura ironici. Il greco obbligatorio era una battuta, ecco. Credevo che lei lo avesse capito.
    Io non le ho risposto a proposito del testo di Stupazzini (un po’ vecchio, anno 1998… in mezzo ci è passata la Gelmini) che mi aveva sottoposto, perché a quel punto non capivo più la sua posizione: lo vuole il greco a scuola o no? Lo considera utile o no? E come lo vuole? Ora capisco meglio, e provo a risponderle.
    Al momento il greco si studia solo al liceo classico, in un piano di studi abbastanza coerente e certamente orientato al formarsi di una certa mentalità e sensibilità. Studiare il greco come lingua richiede del tempo e una certa dedizione: questo lo dice l’esperienza non di pochi anni, ma di secoli, che non mi metterei a contestare tanto per fare l’originale. Nella scuola la tradizione ha tracciato un certo tipo di percorso, almeno biennale e intensivo, per appropriarsi dei fondamenti grammaticali della lingua. Certo, il greco si può apprendere anche da soli, in pochi mesi. Tutto si può voler imparare, e quindi lo si impara. Per quello che lei propone nei suoi due esempi (il ragazzo del tecnico e quello del professionale) in realtà basta pochissimo: al primo basta mettere in mano un bel dizionario etimologico della lingua italiana (che è una lettura divertentissima, in assoluto), al secondo bastano delle belle lezioni di storia, fatte molto bene, con i termini anche greci, ben spiegati. La lingua greca antica come sistema (è questo che si studia al liceo classico: un sistema linguistico), per gli scopi che lei propone, non serve.
    Quanto alla condivisione delle idee di Piras, già una volta, ironicamente, troncai una discussione infinita in questo blog con una battuta: io sono d’accordo con Piras ‘a prescindere’. Non fui capita, naturalmente. La congedo con quest’ironia, perché non me la sento di intraprendere una discussione sistematica sulla flessibilità e le materie opzionali nei vari indirizzi di studio in questa sede. Spero di non darle un dispiacere.

  17. Avendo odiato -come ogni ex-studentessa del classico che si rispetti- le infinite ore passate sulle versioni di greco, mi è capitato da adulta di ripensare molte volte all’utilità di quell’esercizio, segnatamente quando ho incontrato vecchi compagni di scuola dalle brillanti carriere in ambito scientifico.
    La mia attuale convinzione è che la sua utilità più profonda non avesse quasi nulla a che fare con la “conoscenza”, ma piuttosto con la “palestra della mente” che di fatto costituiva. Trasporre e ritrasporre un testo da una lingua all’altra, tanto più se una delle due è una lingua morta e non si può quindi avvalersi dell’intuizione, vuol dire abituarsi a smontare nelle sue parti semplici un oggetto complesso, cercare gli equivalenti di quelle parti semplici e montarne un altro coerente in un altro sistema.
    Ripetuto per tutti i santi pomeriggi di tutte le sante settimane di scuole, quell’esercizio costruiva una capacità mentale perfettamente spendibile in altri ambiti; e di tutte le cose che non ci piacciono della scuola gentiliana, credo che dovremmo salvare proprio l’idea di “ginnasio”, ossia che nell’età che va dai quattordici ai sedici anni la cosa più importante non siano i contenuti -che andrebbero anzi fortemente limitati per evitare il sovraccarico- quanto l’addestramento a certe operazioni della mente. Che poi lo strumento sia il latino, il greco o la matematica è poco importante. Tutto molto noioso, probabilmente, ma penso che gli adulti dovrebbero assumersi questa responsabilità e pure accettare di essere un tantinello odiati.

  18. Fin quando non si capirà l’utilità di ciò che in apparenza è inutile (si legga, a questo riguardo, il recente ‘pamphlet’ di Nuccio Ordine, intitolato “Dell’utilità dell’inutile”), i licei classici, espressione della migliore tradizione della scuola italiana, saranno, come si suol dire di certe razze animali, a rischio di estinzione. “Telìos omologò”, ‘perfettamente d’accordo’, direbbe un greco moderno di questo giudizio sul “politismòs” classico (‘cultura’ in neogreco). E comincio a ragionare su questa espressione: l’aggettivo “tèleios” significa ‘perfetto’ perché etimologicamente è legato al sostantivo “telos”, che indica il ‘compimento’, il ‘termine’. D’altra parte, l’italiano ‘perfetto’, sia come aggettivo che come sostantivo (il tempo verbale) deriva dal latino “perficio”, che significa ‘compiere un’azione fino in fondo’, con quel prefisso ‘per-’ di valore completivo che fa sì che nel sistema verbale latino si distingua fra ‘tempi dell’‘infectum’ (dell’azione non compiuta: ‘bevevo’) e ‘tempi del perfectum’ (dell’azione compiuta: ‘avevo bevuto’). Notevole è che il greco sappia essere una
    lingua ancora più sintetica del latino, in quanto per esprimere lo stesso concetto di ‘perfezione’ usa unicamente una radice (‘tel-’) anziché il sostegno del prefisso. È chiaro che il greco ha saputo condensare gran parte delle idee umane in entità linguistiche minime ma di massima penetrazione, dal perenne valore archetipico. E proprio mentre sto scrivendo (tempo dell’“infectum”!) mi accorgo che sto continuamente attingendo a quel pozzo delle meraviglie che sono le lingue classiche: archetipico… “Arché” è l’inizio, il principio. E per dire ‘antichi’ il greco ha almeno due parole: “archàioi” e “palaiòi”. Con una differenza sostanziale, però, legata proprio ad “arché”. Gli “archàioi” sono i padri fondatori, gli iniziatori della stirpe e della civiltà, coloro che hanno acceso la prima scintilla di quella fiaccola che è diventata civiltà; i “palaiòi” invece sono semplicemente gli uomini del passato, in senso temporale.

    Ecco: il greco e il latino sono due bacchette magiche che consentono di narrare senza fine la storia del mondo e quella personale, in un intreccio spazio-temporale che è quello dell’umanità. Ma l’incantesimo non si compie se si è avari di tempo e di fatica, se si seppellisce sottoterra il talento che si è ricevuto invece di farlo fruttare, se ci si limita a scorrere elenchi di parole o a leggere gli autori in traduzione. I ragazzi italiani del Ginnasio-Liceo classico hanno ancora la fortuna straordinaria di poter esercitare le loro menti sulla sintassi ricca ed elaborata di Cicerone e di Platone, di poterli leggere nella loro lingua originale: viva, vivissima. Chi ne dubita, rifletta ad esempio sul fatto che l’arcinota ed attualissima parola ‘spread’ (in inglese ‘to spread’ = diffondersi, disperdersi) viene dritta dritta dal greco, precisamente dalla radice “sper-/spor-/spr-”, che è la stessa del sostantivo ‘dià-spora’: la sorte che toccherà a noi italiani se non ci affrettiamo a riscoprire l’importanza dello studio e della ricerca, tornando a coltivare il bello e il buono, l’‘ars’ e la ‘sophìa’.

  19. @ roberto buffagni:

    ma come? E le tradizioni della cucina italiana che tutto il mondo ci invidia? :-) Va beh, battute a parte, anch’io penso che l’istruzione debba formare la personalità di un cittadino e mi pare evidente che i fattori legati alla situazione e alle tradizioni dell’Italia facciano sì che questa formazione abbia differenza rispetto a quella spagnola o polacca e dunque gli standard minimi da rispettare fissati dallo stato per una formazione accettabile dovranno essere una conoscenza e una capacità prima di tutto della lingua italiana, nonché conoscenze storiche centrate sull’Italia (fermo restando che si capisce ben poco della storia d’Italia se non si conosce la storia dei territori circostanti e analogamente per la letteratura il romanticismo italiano lo si capisce solo conoscendo anche quello del resto d’Europa).

    Comunque ritengo che anche presupponendo il fatto che esistono primariamente non individui ma famiglie e comunità penso che, dovremmo dare molto più fiducia a queste realtà sociali dal basso, insomma lo stato fisserà pure standard minimi di conoscenze di lingua e cultura italiana ma mi pare che se esiste questa percezione del valore della comunità non c’è bisogno di enormi costrizioni dall’alto da parte dello stato, sarà la comunità spontaneamente dal basso a scegliere una formazione per i propri figli avente valori condivisi con essa.

    Comunque non mi pare che se in un viaggio all’estero un italiano incontra un altro italiano subito si mettono a parlare di letteratura italiana, forse parlano qualche volta di nostalgia per luoghi italiani anche di valore storico (di sicuro non di filosofia italiana, neanche nella scuola italiana d’oggi si dà spazio alla lettura della Scienza Nuova di Vico o magari ai Doveri dell’Uomo di Mazzini, che immagino sarà una delle sue letture preferite).

    @ Mariangela Caprara,

    nelle conversazioni virtuali, per far comprendere ad altri i toni semiseri o ironici, si utilizzano di solito le emoticon, in tal modo si evitano appunto fraintendimenti (i ragazzi d’oggi le sanno usare anche senza averle imparate a scuola, ma magari qualche docente le trova degne di una lezione). Comunque se lei è d’accordo con Piras e io sono d’accordo con Piras su quella sua posizione sulle bocciature, allora per la proprietà transitiva io sono d’accordo con lei (per la cronaca, comunque nei blog e nei forum, anche quelli con argomenti più “seri” ho sempre trovato diffuso l’uso del “tu” e mi è sempre sembrato normale usarlo, comunque l’importante è essere gentili ed essere capiti). E si dovrebbero chiudere anche in questo modo “baruffe” in cui qualcuno immagina che io sia un accanito contrario a qualsiasi “conservazione” di qualsiasi cosa nella scuola, armato ovviamente di “innovativi” videogiochi per la storia interattiva e di canzoni di Vasco Rossi per la letteratura per combattere l’autoreferenzialità e soprattutto contro schiere immense di malvagi docenti “gentiliani” che tramano per abolire la scuola media unitaria per tornare alla divisione classista tra scuola media con latino e scuola di avviamento al lavoro…

    @ michela,

    sono naturalmente felice delle conseguenze benefiche della tua esperienza del liceo classico, e sostengo fortemente che altri ragazzi che trovano di valore questa esperienza possano realizzare questa scelta, basta che venga ascoltata anche la proposta di Piras su una scuola più flessibile che non si basi più su bocciature dalle scarse conseguenze positive…

  20. Caro Michele Dr.,
    preferisco l’emozionante giuramento della Giovane Italia agli iperdoveristici Doveri dell’uomo, e Vico a Mazzini; però il vecchio Apostolo lo ricordo sempre con affettuoso rispetto.
    In brevissimo il mio punto. Si può graduare in modi molto diversi il ruolo reciproco delle comunità locali, dei privati e degli Stati nazionali nel programmare l’istruzione pubblica. L’importante è che non si scordi un fatto elementare, e cioè che le comunità linguistiche, culturali, etc., non si difendono, non si conservano e non si perpetuano così, per iniziativa spontanea dal basso. Senza un ceto dirigente consapevole che prenda l’iniziativa, senza istituzioni che garantiscano continuità, le suddette comunità si sfarinano; sia perchè anche la sola e pura conservazione richiede sforzo costante, sia perchè sono premute e sfidate dalle altre comunità nazionali, etc. Morale: nessuno mondo va avanti per sola inerzia, e non ci sono pasti gratis neanche nel campo della cultura e della lingua.

  21. Un po’ in ritardo, trovo finalmente il tempo di commentare questo intervento.
    Mi sembra che la discussione si sia persa in aspetti non del tutto centrali del libro di Bajani e della recensione di Mariangela Caprara. Non credo infatti che – nonostante il titolo provocatorio – il tema centrale sia il grado di “separatezza” della scuola rispetto all’ambiente sociale, né altre tematiche evocate (centralismo-autonomia, cultura umanistica, greco, liberismo ecc.). Credo che il tema fondamentale sia proprio quello del “maestro”. O meglio: si tratta di raccogliere la provocazione di Bajani, che accusa i docenti, e buona parte degli adulti italiani, di “rinuncianesimo”. Questa provocazione è forte. Ma io la raccolgo, anzi la accetto. Anche io penso che molti docenti italiani si nascondano dietro alcuni problemi, reali certo, per sottrarsi alla loro responsabilità. L’ho già detto una volta: chi si lamenta sempre dei propri studenti non è un bravo insegnante. E adesso rincaro la dose: mi è capitato, anche poche settimane fa, di sentire delle colleghe dire, più o meno: “quella è una classe di basso livello, c’è poco da cavarne”. Ma come? Ma noi siamo a scuola solo per ottenere buoni risultati dagli studenti bravi e registrare che quelli scarsi sono scarsi? O forse la collettività ci paga lo stipendio per fare entrare nel mondo della cultura e della conoscenza anche gli scarsi? Se ci fa paura confrontarci con chi ha difficoltà a imparare abbiamo sbagliato mestiere.
    E’ giusto quindi, come scrive Bajani, e come sottolinea bene Caprara, che l’insegnante sappia assumere il ruolo di “maestro”, di punto di riferimento che media tra il mondo dell’esperienza e l’allievo; e che quindi sappia assumere la posizione dell’adulto, che si prende il suo carico di responsabilità nei confronti del mondo, invece di scaricare la colpa di quello che non va sempre sullo stato che paga poco, sul ministero che organizza male, sul capitalismo che è tanto cattivo e sugli studenti che sono delle capre. E, da docenti, si può fare molto, come fa rilevare la fine della recensione: ci si può impegnare per modificare una didattica frontale e rigida, per rendere attivi gli studenti in classe, senza farsi vincolare troppo dai programmi e dalle verifiche. Se si ha il coraggio di fare delle scelte, di assumersi delle responsabilità, queste cose si possono fare; divertendosi, così, in classe con gli studenti. Dissipando quel clima da “separati in casa” che si vive in molte classi e abbandonando l’atteggiamento di pessimismo catastrofista che sembra dominare tra i docenti italiani.
    Grazie quindi per questa recensione.

  22. Va anche letto ‘L’ora di lezione’ di Recalcati.Ha ragione Bajani, anche quando racconta laprima lezione in cui si insegna l’alfabeto e si apre tutto un mondo narrativo che ,da quel momento in poi, ci metterà in condizioni di scrivere, comporre scomporre, tessere i fili delle parole ,del senso delle parole e del narrare. Succede così,un giorno, uno degli eventi più importanti della vita.
    E dice Recalcati: se c’è qualcosa della scuola nell’epoca della sua evaporazione indisciplinare,è il rapporto del soggetto col sapere, che il docente deve essere in grado di animare, di accendere.La scuola dovrebbe avere questo scopo fondamentale, :rendere il sapere un oggetto in grado di muovere il desiderio,in grado di mettere in movimento lo studente.Nel caso degli insegnanti non si tratta più di perseguire il modello del docente che sa dire parole sul senso della vita, ma del testimone che sa aprire mondi attraverso il logos, laparola che egli può e sa .Questo significa ‘sublimare’ e non appiattire nella logica del consumo e nella socializzazione liquidanon solo di narcisi, di eterni giovani, piatti, orizzontali, genitori-figli-insegnanti che non hanno una storia, appartengono a un sociale giovanilistico,superficiale, anoressico, ma persone capaci di trasmettere e appartenere a una storia, a una memoria condivisa, che si può raCCONTARE E TRASMETTERE ,E IN CUI NIENTE EVAPORA, MA TUTTO SI PUò NARRARE ,RICOSTRUIRE, FRAMMENTARE E TESSERE,a partire DA QUEL PRIMO GIORNO DI SCUOLA.Non CI OCCORRoNO VISI ETERNAMENTE GIOVANI,in connessione orizzontale:padri-figli-maestri, ma calore empatia vitalità del conoscere nel percorso teso al progetto dell’andare avanti, nel sapere, nel volare con l’emozione e il desiderio di ricerca. E la ricerca è stata preparata da altri prima di noi, che ,insieme ai risultati e al desiderio, ci hanno lasciato anche le loro rughe e la loro fatica forte e dura, che rende più entusiasmante il gusto di spaziare nei cieli e sulle cime alte.

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