cropped-44-481-1-PB.jpgdi Enrico Donaggio

[Anticipiamo l’introduzione del volume C’è ben altro. Criticare il capitalismo oggi, a cura di Enrico Donaggio, in uscita presso Mimesis, che raccoglie i risultati del lavoro collettivo di un gruppo di giovani filosofi sulla questione della critica sociale]

Venezia, Palazzo Ducale, il porticato che guarda il bacino di San Marco. Una delle colonne è costruita fuori asse, pende impercettibilmente verso l’esterno. Maledetta, perché di spietata verità sulla natura degli uomini e dei loro desideri; così, almeno, vuole la diceria che ne fa il luogo di un supplizio noto come la “tortura della speranza”. Ai condannati alla pena capitale veniva fatta balenare un’ultima illusione, vana quanto irresistibile. Camuffata da pietà, offriva loro un’elementare chance di salvezza: compiere un giro intero della colonna, senza che il corpo perdesse contatto dal marmo. In caso di riuscita, la grazia. Tentavano tutti, benché sapessero dell’inganno di quell’asimmetria, sancito dal premeditato squilibrio tra aspirazione e realtà. Precipitavano così nella morte, dall’infimo piedistallo di una estrema e sbilenca chimera.

L’apologo non regala soltanto un brivido low cost a frotte di turisti seriali e tediati. Capovolto, dispensa un dubbio psicopolitico – non necessariamente angosciato – a chi si interroga sul nostro tempo alla luce della sua residua capacità di sperare ancora qualcosa di meglio, dopo la strage delle illusioni che hanno torturato il Novecento. E lo stallo in cui pare irretito il presente. La caduta non deve necessariamente avvenire da altezze vertiginose per risultare fatale. Si può infatti piombare nell’abisso da pochi centimetri, agognando l’impossibile. Così come, per converso, ci si può sentire e immaginare sprofondati in un baratro senza uscita, anche quando si stagna al fondo di un modesto abbassamento dell’anima o del terreno sociale.

Pur apparendo definitiva, la depressione potrebbe invece risultare, se non lieve, perlomeno transitoria. La promessa e lo sconforto, come l’utopia e il disincanto, richiedono strumenti di accertamento precisi e sensibili. Insieme ad addetti al sondaggio capaci di rilevare con cura i picchi e gli avvallamenti. Per tracciare una carta concettuale e passionale del nostro paesaggio che consenta di chiamare le cose con il loro nome.
Le autrici e gli autori dei testi riuniti in questo volume, seri e appassionati come a volte sanno esserlo dei giovani filosofi, hanno deciso di tentarci. Scrivendo una serie di saggi, escogitando prove di misurazione diagnostica che, in piena crisi globale, confermano il sospetto che nei dispacci emessi per dare conto della catastrofe in corso qualcosa di cruciale non torni.

Tanto in quelli emanati a getto continuo dai poteri ufficiali, tutti avvinti in una logica del ricatto e intrisi di una minaccia del peggio: le cose potrebbero infatti aggravarsi ancor più – questo il monito nemmeno troppo larvato che risuona come ininterrotta colonna sonora – se si ponesse fi ne all’accanimento con cui si inoculano al corpo sociale e politico dosi sempre più massicce del rimedio che lo sta schiantando.

Quanto negli esercizi di demonologia in cui si consuma, nella maggior parte dei casi, il cosiddetto pensiero critico, l’opposizione teorica all’ordine dominante delle cose. Su questo fronte, sotto il velo di un lessico antico sottoposto a seducente o tristo maquillage, si continua in fondo a scandire il medesimo mantra, a replicare la solita scena madre: una moltitudine di vittime innocenti non riesce a ottenere l’emancipazione a cui anela perché umiliata e offesa da un moloch onnipotente, il capitalismo.

Nelle loro differenze delicatamente consonanti – quali solo un lavoro collettivo dal primo all’ultimo atto, come quello all’origine di questo libro, può produrre – gli autori dei testi qui raccolti rifiutano l’alternativa sterile tra un’apologia del presente cieca alle sue patologie e una nostalgia fuori tempo massimo per effrazioni emancipative che si sono rivelate senza esito. Li accomuna l’idea che ben altro attenda ancora di essere colto, indagato, vissuto, sperato. E, da filosofi, pensato.

L’intento principale di questo libro è infatti quello di segnalare l’esistenza di una costellazione di problemi, di norma trascurati o rimossi almeno nel dibattito italiano. Debitamente trattati, potrebbero rettificare di qualche grado le inclinazioni più sedimentate nei confronti del capitalismo realmente esistente. Nulla tacendo sui costi di assurdità e sofferenza che infligge. Ma conferendo al contempo un tratto plausibile, praticabile e desiderabile a prospettive di emancipazione sociale alla portata di una quantità più significativa di individui. A istanze già attive in forma dispersa, opaca o irriflessa nella quotidianità occidentale, ma non valorizzate da uno stile critico silenziosamente sclerotizzatosi in senso comune, in pigrizia spesso interessata dell’intelligenza e della passione.

“Tra il muro dell’impossibile e l’illusione dell’utopia”: questa formula di Jacques Rancière perimetra bene l’interstizio da cui viene gettato lo sguardo sul nostro presente che orienta questi saggi. Leggerli significa concedersi un minimo spazio di riflessione, e dunque di respiro e speranza, dentro l’occhio di un ciclone che tutto sembra ridurre al grado zero, alla linea di galleggiamento brutale della sopravvivenza; facendo deserto di rossi soli dell’avvenire, come delle promesse di felicità credit or cash del capitalismo globale.

I giochi, forse, sono meno chiusi o scontati di come viene quotidianamente raccontato. Tanto la nostra forma di vita – il capitalismo, un modo di esistere e produrre oggi apparentemente privo di alternative credibili – quanto le strategie da escogitare per sottrarsi al suo potere e alla nostra connivenza nei suoi riguardi sono da ripensare e reinventare alla radice. Ed è sugli effetti di un nuovo orientamento dei concetti e delle aspirazioni che vanno riconfigurati i nostri strumenti di misurazione, insieme alle sensazioni di perdita, sconforto e caduta che questi dovrebbero attestare.

La crisi, in fondo, rappresenta anche un’occasione per non capitolare alla rassegnazione. La nostra sorte non è decisa in anticipo, una volta per sempre, come quella che gli architetti del supplizio veneziano premeditavano ai morituri ancora in possesso del coraggio di illudersi. La tortura della nostra speranza non ha già il destino segnato.

[Immagine: Ali Kazma, Jean Factory (gm)].

 

5 thoughts on “Criticare il capitalismo oggi

  1. Molto interessante, grazie. Dove posso trovare un indice con i titoli dei saggi inclusi nel volume?

  2. INDICE

    Enrico Donaggio INTRODUZIONE 9

    PARTE PRIMA PIANI DEL PRESENTE

    Arianna Lovera CRISI FINANZIARIA, DEBITO E FUTURI POSSIBILI 15

    Davide Gallo Lassere L’INESAURIBILE AMBIVALENZA DEL DENARO 31

    Simona De Simoni IL CAPITALISMO COME SPAZIO GLOBALE 45

    Leonard Mazzone IL MONDO ALLE NOSTRE SPALLE 59

    Alessandro Monchietto PESCI FUOR D’ACQUA. IL CAPITALISMO NON È UN DESTINO 75

    PARTE SECONDA VIVERE AL TEMPO DEL CAPITALE

    Mirko Alagna A PANCIA PIENA. CAPITALISMO E SAZIETÀ 93

    Elisa Siotto LIBERTÀ E ASSOGGETTAMENTO SISTEMICO 107

    Camilla Emmenegger, Francesco Gallino, Daniele Gorgone INVESTIRE SE STESSI. CAPITALISMO E SERVITÙ VOLONTARIA 123

    Edoardo Toniolatti VITA, DIFFERENZE E GENERE AL LAVORO 139

    Dario Consoli CAMBIARE LA VITA. ANTROPOTECNICA, CAPITALISMO, CURA DI SÉ 155

    GLI AUTORI 171

  3. Come non vedere che il fastidio per la forma-partito e la correlativa tendenza a sciogliere il partito comunista nella sinistra genericamente intesa sono le forme in cui si manifesta la reviviscenza del populismo? Di quel populismo che, ancorché declinato in direzione progressista e financo rivoluzionaria, non potrà mai surrogare la critica marxista della democrazia borghese, che è il vero compito teorico-pratico da assolvere; di quel populismo che alla conoscenza e alla consapevolezza sostituisce la speranza, povero antidoto alla “strage delle illusioni che hanno torturato il Novecento” (la goffaggine dello stile rivela la vuotaggine dei concetti); di quel populismo che è sempre intimamente reazionario in quanto colloca l’utopia nel “cattivo infinito” di una generica aspirazione umana, come ebbe a rilevare Alberto Asor Rosa nel suo corrosivo saggio, risalente alla metà degli anni sessanta del secolo scorso, su “Scrittori e popolo” (sottotitolo: “Il populismo nella letteratura italiana contemporanea”…e ora anche nella filosofia?).

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