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Israele oggi

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cropped-WaltzBashir3.jpgintervista a Eva Illouz

[Eva Illouz è una delle più importanti sociologhe contemporanee. Insegna all’Università ebraica di Gerusalemme, collabora con «Haaretz». Una versione più breve di questa intervista è uscita il 4 agosto 2014 sul sito di «Der Spiegel». Partendo da una riflessione sull’intervento militare nella Striscia di Gaza, Illouz descrive a un pubblico europeo la condizione attuale di Israele. L’intervista originale è in inglese]

Perché la guerra non si ferma?
Israele vuole una vittoria militare completa. Ci sono state molte operazioni simili negli ultimi anni e il fatto che si ripetano suggerisce che non sono definitive. Netanyahu pensa come un militare. Probabilmente crede di dover riportare una vittoria militare tangibile che gli dia tranquillità per un tempo lungo. Guardiamo al suo rapporto con Hamas: si è sviluppato solo in termini militari. Lo scambio di prigionieri e il cessate-il-fuoco sono stati, negli anni, la sola forma di scambio: una relazione puramente militare. Inoltre la coscienza di non essere riuscito a neutralizzare i tunnel probabilmente spinge Netanyahu a mostrare quanto sia grande la sua determinazione nel distruggere la capacità di combattere di Hamas. I tunnel sono stati uno choc notevole per Israele. L’idea che ‘loro’ stavano scavando sotto terra nel terreno e che sarebbero potuti sbucare al centro del tuo salotto o del tuo giardino ha contribuito molto a far crescere nella psiche israeliana l’idea di “farla finita con Hamas”.

Netanyahu è il leader militare di una società militarizzata. E’ per questo che la popolazione lo sostiene?
Israele è, a un tempo, una potenza militare coloniale, una società militarizzata e una democrazia. Questo vuol dire, per esempio, che l’esercito controlla i palestinesi attraverso una vasta rete di dispositivi coloniali: posti di blocco, tribunali militari governati da un sistema legale diverso da quello israeliano, punizioni di vario tipo come la concessione arbitraria di permessi di lavoro, demolizioni di case, sanzioni economiche. È una società civile militarizzata perché quasi ogni famiglia ha un padre, figlio o fratello nell’esercito, e perché il servizio militare ha un ruolo enorme nella mentalità dell’israeliano comune, è cruciale nelle decisioni politiche e nella sfera pubblica. Direi che la “sicurezza” è il concetto decisivo che governa la società e la politica israeliane. Ma Israele è anche una democrazia che garantisce diritti ai gay e consente a un cittadino di far causa contro lo Stato.

Perché la gente si schiera unanimemente con Netanyahu nonostante le vittime e la catastrofe umanitaria di Gaza, a sessanta chilometri da Tel Aviv?
Dove voi vedete degli esseri umani, Israele vede dei nemici. Di fronte ai nemici si serrano le fila, ci si unisce perché si teme per la propria vita e non si pensa alla fragilità dell’altro. Israele ha una coscienza di sé divisa, schizofrenica: coltiva la propria forza e non può smettere di vedersi debole e minacciato. Inoltre, sia il fatto che Hamas abbia un’ideologia radicalmente antisemita e il fatto che in Israele ci sia un furioso razzismo antiarabo spiega perché Israele vede in Gaza una roccaforte di terroristi reali o potenziali. È difficile provare compassione per una popolazione che viene vista come una minaccia al cuore della tua società. Poiché questo schema mentale è diventato così pervasivo e durevole nella società israeliana, io credo che gli israeliani abbiano perso quella che si chiama “sensibilità umanitaria”, la capacità di identificarsi con le sofferenze di un Altro distante. I palestinesi sono percepiti peggio che come nemici: sono terroristi, cioè gente che combatte contro di te con mezzi illegittimi. Questa è la chiave dell’incapacità di vedere il disastro umanitario che Israele ha causato. In fin dei conti, come molte altre nazioni, Israele di solito sostiene le operazioni militari dei propri leader. Gli americani hanno fatto lo stesso.

Non era stata più dura la critica interna verso il governo israeliano durante guerre precedenti come quella del Libano nel 2006 o durante l’Operazione Piombo fuso nel 2008-09?
Il Libano era psicologicamente diverso da Gaza, perché il Libano è una nazione e un paese straniero. E poi abbiamo ancora ricordi della prima guerra, che fu un fallimento, un disastro. Inoltre il governo dell’epoca era di centro-sinistra: era più facile criticarlo. Inoltre non bisogna dimenticare che Gaza era sotto il controllo israeliano: cederla era un atto di giustizia nei confronti dei palestinesi e della pace. Se fai concessioni, ti senti più autorizzato a reclamare pace da un gesto simile. Inoltre credo che il fallimento della Primavera araba e la generale sfiducia della fratellanza musulmana ha cambiato il prestigio relativo e il potere di Hamas nel mondo arabo. Anche Hamas si è indebolito tra le nazioni arabe. Aggiungiamo poi il fatto che gli attacchi erano molto estesi e coinvolgevano un territorio più ampio di quanto non accadesse prima; la vita a Tel Aviv e nel sud del paese era seriamente disturbata. E infine c’è stato in Israele un cambiamento nella percezione dell’Altro palestinese. Gli israeliani e i palestinesi erano abituati a vivere insieme. Ora non lo sono più. I palestinesi sono diventati un vero nemico nella percezione di Israele, nel senso che “loro sono lì” e “noi siamo qui”. Hanno smesso di avere un volto e perfino un nome, non fanno più parte del tessuto della vita israeliana.

È questa la ragione per cui ora non vediamo empatia o, almeno, non ne vediamo tanta? Come si è prodotto questo cambiamento di percezione?
I palestinesi erano una parte della forza-lavoro fino all’inizio degli anni Novanta. Facevano i muratori e molti altri lavori poveri e sottopagati. Il cambiamento è il risultato di una politica deliberata. C’è stata la costruzione del muro; poi sono arrivati i posti di blocco, che intralciano la libertà di movimento dei palestinesi. Ne è seguita la massiccia riduzione dei permessi di lavoro e in pochi anni i palestinesi sono spariti dalla società israeliana. Percepiamo lo sviluppo delle colonie come un movimento continuo dalla Guerra dei Sei Giorni, ma non è così. Io credo che oggi sia molto diverso da com’era negli anni Settanta e Ottanta perché all’epoca c’era continuità territoriale e libera circolazione della persone.

Quando si situa il cambiamento? Durante la Seconda Intifada?
È stato un processo, ma la Seconda Intifada ha dato il colpo di grazia, per così dire. Anche la natura della dirigenza israeliana è cambiata. Ciò che il mio amico Charles Enderlin chiama la destra messianica ha progressivamente preso potere in Israele. Un tempo era marginale e illegittima, ora è sempre più comune. Questa destra siede in parlamento, controlla le finanze. Si pensi all’organizzazione di estrema destra chiamata El Ad. Questo gruppo ha un’influenza, nel senso che dirige le politiche (ad esempio decide la definizione dei territori sacri per gli ebrei), e nel senso che cambia la natura del discorso. Legittima le idee della destra radicale.

Perché gli israeliani hanno seguito e seguono questa classe dirigente?
Innanzitutto molti israeliani non capiscono la natura estremistica della destra in Israele, che si nasconde con successo sotto gli aggettivi “patriottica” o “ebraica”. Sembrano aver preso il monopolio dell’ebraicità e del patriottismo. Inoltre la destra è il risultato di un lungo processo in divenire. Interi segmenti della popolazione non hanno mai incontrato una persona laica e sono stati educati in modo religioso. Alcuni di questi segmenti religiosi sono anche molto nazionalistici. In questo modo la popolazione israeliana è cambiata. Intere generazioni sono cresciute nei territori quando Israele era una potenza coloniale: non conoscono nient’altro. Direi che anche la natura della destra politica è cambiata. Prima si trattava di lotta di classe (gli ebrei di origine mediorientale votavano a destra contro i socialisti dei kibbuz), ora è diverso. La destra che votava per Begin esprimeva un malcontento socio-economico; ora è molto più una questione religiosa, iscritta nel vocabolario e nei racconti della Bibbia.

Quali sono le radici di questa ideologia sempre più forte? Che cosa l’ha aiutata a diventare così potente?
Ci sono molte ragioni diverse. Ci sono le colonie, che sono molto ideologiche, si sono espanse e sono entrate nella vita politica corrente. C’è una grande crescita delle istituzioni religiose sul rovescio di profonde diseguaglianze economiche ed etniche. Queste istituzioni si prendono cura degli esclusi. In un certo senso anche Hamas ha fatto la stessa cosa per la popolazione palestinese. Il partito ultra-ortodosso Shas ha fornito servizi sociali, educazione e sostegno sociale ai poveri, per esempio. Poi c’è l’influenza dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) sulla vita israeliana. L’AIPAC è diventata molto più di destra e ha influenzato la vita politica israeliana negli ultimi dieci-quindici anni. Mi rifiuto di vedere nel sionismo un’ideologia di destra fin dall’inizio. Credo invece che la classe dirigente attuale e ciò che oggi va sotto il nome di sionismo siano radicalmente diversi dall’ideologia sionista delle origini.

E che cosa ha aiutato la destra a diventare così forte?
Gli insediamenti sono stati rafforzati da politiche governative sistematiche. Hanno avuto riduzioni di tasse, soldati a protezione, strade e infrastrutture che sono di gran lunga migliori di quelle interne al paese. Poi c’è il fallimento vergognoso della sinistra israeliana, che sistematicamente non è riuscita a unirsi sotto un’ampia bandiera di difesa della democrazia e dei diritti umani. Poi c’è il ruolo che gli ebrei che vivono fuori da Israele hanno in Israele. Molti di questi ebrei hanno idee di destra e finanziano giornali, think tank e istituzioni israeliane. Diciamolo: la destra è stata più sistematica e si è mobilitata di più, sia fuori che dentro Israele.

Qual è la realtà vera di Israele?
La realtà che dobbiamo affrontare in Israele, e che gli ebrei della Diaspora non possono afferrare, è che bisogna scegliere fra liberalismo ed ebraicità. Se scegliamo l’ebraicità, siamo condannati a diventare una Sparta religiosa insostenibile. Mentre negli anni Sessanta si poteva essere, e spesso si era, sia socialisti che sionisti, oggi ciò è impossibile a causa delle politiche e dell’identità di Israele. Ecco perché il dialogo con molti ebrei della Diaspora è diventato difficile.
Gli ebrei della Diaspora sono stati formati dalla memoria della Shoah. Spesso vivono in società che garantiscono i loro diritti democratici; talvolta sono sotto la minaccia dell’antisemitismo e sentono l’urgenza di rafforzare l’identità ebraica. Non capiscono il disagio di Israele, che vede la democrazia divorata da forze oscure. La continuità che era stata creata fra lo stato di Israele e gli ebrei che vivono fuori da Israele oggi genera molte distorsioni. Possiamo aver avuto una storia comune, ma oggi gli ebrei della Diaspora e gli ebrei d’Israele non hanno più gli stessi interessi.

E se continua come oggi?
Uno o due anni fa Haaretz ha promosso un sondaggio. Ne è venuto fuori che il 40 per cento dei partecipanti stava prendendo in considerazione l’idea di lasciare Israele. Io penso che ci stiamo lentamente arrivando: non so quali siano i numeri reali, ma non ho mai sentito un distacco così forte da Israele in questo periodo. Ricordate che cosa è successo in Irlanda? L’Irlanda si è svuotata di tutti i propri cervelli, ha perso intere generazioni di giovani a causa della povertà e dei conflitti religiosi. È quello che accadrà in Israele, io credo. Assisteremo anche a una frammentazione estrema della società israeliana, che non avrà più un centro unificatore. La gente che vive nella laica Tel Aviv ha molto meno in comune con i propri connazionali religiosi di quanto non ne abbia con i berlinesi.

Sembra esserci un paradosso: Israele è diventato più forte negli ultimi anni, mentre i suoi nemici, i palestinesi, sono diventati più deboli. Niente attacchi suicidi ormai, niente sollevazioni. Tuttavia c’è un aumento senza fine delle posizioni di destra, che preannuncia una politica ancora più aspra contro i più deboli.
La paura è profondamente radicata nella società israeliana. Paura della Shoah, paura dell’antisemitismo, paura dell’Islam, paura degli europei, paura del terrore, paura dello sterminio. Hamas è vista come un’organizzazione terroristica – ed è un’organizzazione islamica radicale che odia i gay, gli ebrei, i non-musulmani. Hamas appartiene al nucleo profondo della paura israeliana. Così i miglioramenti di cui parlate sono irrilevanti perché la paura si nutre di un misto di oggetti reali e immaginari, di proiezioni dal passato al futuro.

Anche se si tratta solo di uno scenario minaccioso che non è ancora diventato reale? Uno scenario possibile giustifica davvero tutto? Israele è legittimato a fare di tutto perché le cose non accadano? Non è un modo assurdo di credersi nel giusto?
Naturalmente la paura non giustifica tutto: sto solo dicendo che la paura è centrale nella psiche israeliana. E la paura genera un modo molto peculiare di pensare che chiamerei catastrofista. Si pensa sempre allo scenario peggiore, non al corso normale degli eventi. Negli scenari catastrofisti ci è permesso infrangere molte più norme morali di quanto non ci sia permesso fare nel corso normale degli eventi.
La paura è radicata nella storia che conosciamo. Prosegue nel contesto israeliano a causa del rifiuto degli ebrei da parte degli arabi e a causa dell’oggettiva superiorità numerica degli arabi. Poi queste paure, che hanno un ancoraggio nella realtà storica, vengono sfruttate, riciclate, usate cinicamente da leader come Netanyahu, com’è accaduto per esempio nella sua incessante campagna di paura contro l’Iran. Non sto dicendo che il regime iraniano non faccia paura; sto dicendo che Netanyahu ha enfatizzato il peggio delle nazioni arabe e ha ignorato i loro gesti. Ha ignorato l’iniziativa della Lega araba. Se i cattivi regimi sono regimi di paura, allora possiamo dire che oggi viviamo in un cattivo regime dove è impossibile distinguere la paura ancestrale degli ebrei fondata sull’antisemitismo vero, la paura che proviene da nemici reali che vogliono distruggere Israele e la paura creata e sfruttata da leader cinici.

E’ ciò che Netanyahu usa per governare e per unire i suoi sostenitori?
Certo.

Com’è che Israele vede il conflitto attuale? Attraverso quale prisma?
È semplice: “loro vogliono distruggerci, Hamas vuole distruggerci, le Nazioni unite vogliono distruggerci, Al Qaeda e l’Iran vogliono distruggerci, l’Isis vuole distruggerci (anche se probabilmente vogliono prima distruggere l’Iran), gli europei anti-semiti vogliono distruggerci”: Questo, in sostanza, è il filtro attraverso il quale il conflitto è interpretato dall’israeliano medio.
Un’altra dimensione del prisma è che “loro” non sono esseri umani. I palestinesi, gli abitanti di Gaza sono disumanizzati perché mettono i soldati fra i civili, mandano i loro bambini a combattere, spendono e sprecano i loro soldi per scavare tunnel mortali e non per costruire la loro società. Oltre a disumanizzare l’altro, Israele ha un forte senso della propria superiorità morale. “Chiediamo alla gente di uscire dalle case, telefoniamo per assicurarci che i civili vengano evacuati, ci comportiamo umanamente. Nessun esercito al mondo fa una cosa simile. L’israeliano pensa “usano i loro civili come scudi umani, noi – l’esercito – facciamo di tutto per tenerli fuori dalla zona di combattimento, gli telefoniamo prima di bombardarli”. Un esercito dalle buone maniere.

Anche se non sembra avere un effetto pratico visto che case piene di civili vengono bombardate?
Ciononostante molti israeliani continuano a credersi moralmente superiori. Giudicano dalle intenzioni mentre il mondo giudica dalle conseguenze.

E perché allora molti continuano a credere a questa interpretazione o ci si attaccano nonostante tutte le “perdite”? Perché, se i bombardamenti non hanno effetto e se producono molti morti civili e molti attacchi a civili, il morale dell’esercito israeliano è alto a Gaza?
È la natura della credenza: la credenza è impermeabile alla realtà, agli eventi reali. C’è un magma al centro della società israeliana, un magma molto potente, una forza centrifuga che assorbe tutto. Ci si sente minacciati in ogni aspetto della propria esistenza. Questa paura viene incessantemente instillata dai media, dai leader politici, e talvolta, ahimè, viene confermata dal comportamento e dalle dichiarazioni degli stessi leader arabi.

Come mai la percezione di Israele differisce sempre di più dal modo in cui il mondo percepisce il conflitto?
Provo a prendere delle analogie dal mondo interpersonale. Immaginate di essere stati cresciuti da un padre molto violento e di ricordarvi di lui. Siete una ragazza, svilupperete un ‘sano’ sospetto verso gli uomini. Diventerete molto cauta perché avete imparato che gli uomini possono essere molto brutali. Se siete in un ambiente di uomini buoni e pieni di attenzioni, il vostro sospetto si placherà, ma se vi trovate in un ambiente in cui alcuni uomini sono molto violenti e altri no, allora il sano sospetto si trasformerà in un’incapacità ossessiva di distinguere fra tipi di uomini. Questo è il trauma storico della coscienza con cui gli ebrei vivono. Israele è emerso da una storia traumatica ed è stato attorniato da una varietà di popoli arabi – alcuni forti e violenti, alcuni non-ostili, altri deboli. Nessuno era davvero amichevole anche se ci sono stati alcuni gesti di amicizia. Così la psiche israeliana è diventata incapace di distinguere. Aggiungete a questo il fatto che a volte le nazioni arabe sembrano unite da un comun denominatore, il desiderio comune di distruggere Israele, e capirete perché la sofferenza ordinaria di un palestinese è semplicemente invisibile per molti israeliani. Non è un modo per giustificare un atteggiamento simile. La paura può disumanizzare l’oggetto della paura così come la persona che la prova.

Così gli israeliani vivono nella loro bolla di vittimismo continuo e non vedono più la realtà?
Gli israeliani non sanno distinguere fra i pericoli che esistono e quelli che immaginano. Non sanno pensare a come risolvere una minaccia in un modo non-militare, non sanno separare l’esercito dalla politica. La mentalità militare, la sicurezza, la forza, la potenza sono centrali nel vocabolario politico israeliano. Ciò che in altre nazioni è attentamente distinto – la strategia militare, il pensiero politico – in Israele non lo è. L’una ha completamente colonizzato l’altro. Se il senso della politica moderna è creare istituzioni per far coesistere pacificamente gli estranei, le istituzioni politiche israeliane funzionano in modo opposto: creano forti vincoli familiari fra persone che vengono viste come simili, per esempio con la creazione dell’Agenzia Ebraica. Questa identità fu a sua volta usata per fronteggiare un nemico comune. Le società europee non hanno nemici esterni ma sono società pacifiche fatte di estranei, in Israele ci sono persone che appartengono a uno stesso popolo ma che hanno nemici potenti. Il vittimismo è un processo che si autoperpetua, nutrito da paure immaginarie e minacce reali.

Da dove viene ora questa enorme onda di odio? È diretta solo verso i palestinesi o anche verso una parte della società israeliana?
In Israele c’è uno scivolamento verso forme di identità molto tribali e primitive. Le regole democratiche, i diritti umani hanno considerevolmente perso potere, e il linguaggio militare della forza è così pervasivo che è diventato difficile per larghi segmenti della popolazione israeliana tollerare qualcosa che minacci l’ebraicità o la sicurezza della nazione. Infine molte norme elementari del discorso sono state violate da rabbini, da membri della Knesset, che non si fanno scrupoli nell’esprimere odio verso gli arabi in un modo che legittima l’odio. Alcuni tabù fondamentali sono stati violati, e questo è molto preoccupante. Ciò è accaduto perché intere generazioni sono state cresciute con convinzioni nazionalistiche e religiose. Miri Regev ha accusato un membro arabo della Knesset di essere un terrorista, un traditore perché quel membro della Knesset aveva criticato il modo in cui la polizia aveva gestito il rapimento dei tre adolescenti israeliani nel giugno del 2014.

Dunque è per questo che vediamo tanta freddezza adesso – per esempio nelle reazioni e nei commenti sui bambini uccisi a Gaza.
Per essere chiari: non penso che ci sia più odio in Israele che in alcuni settori della società tedesca o francese, nelle parti più razziste: la parte peggiore della società israeliana non è peggiore della parte peggiore dei neo-nazisti tedeschi o francesi. In effetti probabilmente lo è meno se si considera che i gruppi neo-nazisti non sono fisicamente minacciati dai missili nelle loro società. Penso che la domanda pertinente non sia questa, ma perché il governo reagisce diversamente qui di quanto non faccia in Francia.
Quando alcuni palestinesi hanno recentemente cantato “morte agli ebrei” nelle strade di Parigi, la differenza col nostro razzismo è che la reazione del governo di Manuel Valls, per esempio, è stata rapida e chiara. Le autorità hanno espresso sdegno e hanno proibito a uno come Dieudonné di esibirsi. Quando si agisce così, si fa capire con forza che ci sono forme di discorso e di credenza inammissibili. Ciò che manca nella società israeliana è questo tipo di istanza morale normativa forte da parte dei leader.

Un’istanza rivolta verso i propri estremismi interni? Ci sono invece istigazioni continue, anche a livello politico, come le parole che provengono da Lieberman, Shaked, ecc.
Sì. Vengono istigate forme di razzismo ebraiche contro gli arabi o contro gli attivisti dei diritti umani. Non penso che i peggiori razzisti siano peggiori dei peggiori razzisti europei, ma sono spalleggiati da intere istituzioni: le Yeshivah, i rabbini, i membri della Knesset. E’ una differenza importante.

In che modo la paura profondamente radicata e apparentemente anacronistica si combina col fatto che Israele si propone sempre come modello di democrazia occidentale moderna con valori liberali occidentali?
Questo è un punto molto importante. Israele ha cominciato come nazione moderna. Traeva legittimazione dal fatto che era una nazione moderna, poteva sostenere un’economia capitalistica, aveva istituzioni democratiche. Non sapeva che stava anche costruendo istituzioni profondamente anti-moderne quando voleva creare una democrazia ebraica dando potere ai rabbini e creando profonde diseguaglianze tra gruppi etnici diversi, come gli ebrei provenienti dai paesi arabi e gli ebrei di origine europea, gli arabi e gli ebrei, gli ebrei e i non ebrei. In questo modo ha bloccato il pensiero universalistico. Il nucleo della modernità è creare istituzioni universali: questa possibilità è stata bloccata da molte istituzioni israeliane.

Col loro potere, col loro progresso e tutto quello che hanno? Persino col muro, le minacce circostanti sono sempre più evanescenti
Anche la logica va nella direzione opposta. Se usi la forza e vedi che la forza funziona e ha funzionato, questa è una prova ulteriore che ‘solo la forza funziona’, questa è la logica. Così la domanda interessante è che cosa può rompere la spirale della forza. Questa è la ragione per cui molte persone di sinistra sentono che solo un intervento molto forte dall’esterno può fermare…

Che aspetto potrebbe avere questo intervento?
Una coalizione forte di Europa e America che dica “ora vi mettete seduti, parlate e risolvete questa faccenda. Perché se non lo fate, noi ci chiamiamo fuori”. Questa coalizione potrebbe esistere solo se gli Stati Uniti o una forza internazionale garantissero che dall’altra parte non si scavino tunnel o non ci si armi. Se ci fosse una forza internazionale capace di garantire questo…

Israele non accetterebbe mai che un altro la difenda a parte se stesso. Non è forse questo, per una volta, la vera minaccia per Israele, cioè il fatto che la percezione del conflitto sia così diversa? Il mondo fuori da Israele vede una forza sempre più violenta che conquista una striscia di sabbia abitata da gente che non può scappare.
Avete ragione, ma Israele vede solo i tunnel che servono a colpire il cuore della sua società.

È una visione della realtà incentrata sui tunnel
È una visione incentrata sui tunnel e sostenuta dalla scoperta di tunnel reali. Voglio dire questo: è molto difficile curare la tua paura in mezzo a gente che non ti vuole bene, è difficile uscire dalla paura quando scopri tunnel reali che ti possono sbucare nel soggiorno, per così dire. Però è vero: c’è una differenza enorme fra il modo in cui Israele si percepisce e il modo in cui lo percepisce il mondo – e questo è molto pericoloso.

Perché? È un influsso, una conseguenza dei 47 anni di occupazione?
Accade perché Israele si sta sempre di più chiudendo dal punto di vista ideologico. La globalizzazione può anche essere arrivata, ma gli israeliani si stanno sempre più tagliando fuori dal mondo. Sono sempre più religiosi, nazionalisti, di destra, ed eleggono gente come loro. Una volta che le élites deviano il discorso pubblico in una cerca direzione, se non c’è un’opposizione diventa difficile combatterle. La sinistra non è stata capace di controbattere.

A che cosa porta tutto questo? Lei dipinge un quadro fosco.
Penso che l’unica risposta possibile sia creare un vasto schieramento di persone che difendono la democrazia. Penso che la maggioranza degli israeliani ancora voglia la democrazia. Molti non amano la sinistra ma amano ancora la democrazia, anche se ho il sospetto che non capiscano che cosa la democrazia implichi. Se si riesce a creare un vasto consenso intorno alla democrazia, si possono recuperare persone del Likud – Rubi Rivlin, l’attuale presidente, sarebbe il primo. Tutti i partiti di sinistra possono stare sotto il grande ombrello della difesa dei principi democratici.

Non sembra una proposta molto realistica vista la situazione.
Dicendo che la distinzione fra destra e sinistra non è importante, penso che vi sia un cambiamento nella società israeliana. C’è qualcosa di più urgente ora: la difesa della democrazia. Se si parlasse di democrazia (e non di politiche sociali o di palestinesi, solo di democrazia), io credo che molte persone si raccoglierebbero sotto questa bandiera.

E allora perché non si vedono segnali provenienti da questo cosiddetto campo democratico?
Perché ancora questo campo non esiste. Però esiste un’opposizione. Ma in tempi di guerra è più difficile per l’opposizione farsi avanti, benché Haaretz sia stato molto critico verso la guerra. Haaretz fa opinione in Israele. Forse non è molto letto, ma è un’istituzione molto importante. La differenza è che la voce dell’estrema destra è molto più forte di quanto non fosse prima. È questo l’elemento nuovo: una destra razzista che non si vergogna di se stessa, che perseguita i dissidenti e anche coloro che ‘osano’ esprimere compassione per l’altra parte.

Dunque la società nel suo complesso è prigioniera di questa gente che apertamente esprime la propria opinione mentre gli altri si limitano a seguirla.
C’è stata una campagna di intimidazione che ha avuto successo, condotta da ebrei ideologici e determinati, fuori e dentro Israele. Hanno accusato gli ebrei di sinistra di essere antisionisti e persino antisemiti. Sono riusciti a convincere se stessi e gli altri di essere gli unici custodi della vera sicurezza di Israele. Quando usi certi epiteti, si crea un’atmosfera di terrore. Diventa molto difficile dire la propria. La sinistra non è stata abbastanza chiara su due cose. Una è creare un linguaggio per distinguere tra il nemico reale e quello immaginario, tra le voci che parlano contro Israele alcune sono veramente antisemite, non solo antisioniste, e alcune non lo sono, sono solo critiche. Diventa complicato distinguere il vero nemico dai critici. L’altra cosa è che la sinistra deve dire più chiaramente che il vero pericolo per Israele e la sua sopravvivenza proviene dall’interno. Gli elementi fascisti e razzisti sono una minaccia per la sicurezza non meno di quella che viene da fuori.

È difficile distinguere i buoni dai cattivi e mantenere la propria integrità mentale?
Ancora una volta: il problema non è l’integrità mentale; è essere capaci di vedere l’immagine di una donna vecchia e di una ragazza giovane nello stesso momento. Vi ricordate quell’esperimento che consisteva nel disegnare la testa di una donna vecchia che, se guardata da una prospettiva diversa, è in realtà la testa di una ragazza giovane? Questo è Israele. Così, ad esempio, con tutta la mia critica e a volte il mio disgusto verso l’arroganza di Israele e la sua cecità politica, mi sento anche sconcertata dal fatto che Israele venga segnato a dito. Guardiamo quello che succede in Siria, Nigeria o Iraq: perché il mondo non scende in piazza come fa per quello che succede in Israele? L’America ha una record sconvolgente fuori dai propri confini e l’America non è minacciata ai confini: dove sono gli intellettuali che vogliono boicottare l’America? Dove sono? Direi questo: la sinistra europea non è riuscita a criticare sia Israele sia gli elementi fondamentalisti, reazionari, regressivi, antisemiti delle nazioni arabe e dei palestinesi. La sinistra perde la sua credibilità morale se vede solo il fondamentalismo ebraico e ignora quello arabo.

E l’autodifesa è proporzionata?
Proporzionata rispetto a cosa? Alla minaccia reale o a quella immaginaria?

A quella reale, ovviamente.
Il problema è che il mondo vede con un paio di occhiali, gli israeliani vedono con un paio differente. Non possono distinguere il reale dall’immaginario. Perché nel regno dell’immaginazione si pensa sempre allo scenario peggiore, e lo scenario peggiore è sempre terribile per gli ebrei. Israele vede la donna vecchia, il mondo vede la ragazza giovane. Sono modi diversi di unire i punti e le linee di uno stesso disegno.

Oggi lo scenario peggiore riguarda l’altra parte, con più di mille morti a Gaza. Lei è favorevole all’operazione?
Non sono favorevole perché non c’è stato alcun processo politico precedente. In linea di principio non sono una pacifista: non penso che le operazioni militari siano sempre sbagliate. Ci sono dei casi in cui si dovrebbe e si deve usare la forza. Ma credo che questa operazione militare sia stupida perché Netanyahu ha dimostrato in modo chiaro di non essere interessato a un processo politico. Ciò che Netanyahu ha fatto è indebolire Abu Mazen, punirlo per aver cercato l’appoggio delle Nazioni Uniti, per aver cercato di creare un governo unitario. Rifiuto categoricamente l’idea che il nostro unico rapporto coi palestinesi sia di tipo militare, mi rifiuto di vederli come miei nemici, mi rifiuto di continuare a dominarli, mi rifiuto di negare loro le condizioni di una vita minimamente decorosa. Israele non doveva diventare questa impresa coloniale. È una distorsione enorme del progetto sionista.

Chi vuole ancora la pace in Israele?
I sondaggi continuano a mostrare che la maggioranza vuole la pace. Il problema non è volere la pace: ciò rimane un pio desiderio se non si hanno le categorie morali e politiche per praticare la pace e se si vive in un ambiente geopolitico che le mette continuamente in discussione. Ciò che è accaduto in Siria ed Egitto non ha rafforzato lo schieramento che vuole la pace in Israele.

Direbbe che il carattere ebraico dello Stato ne ha in un certo modo schiacciato il carattere democratico?
Sì, assolutamente. Siamo arrivati al punto in cui è diventato chiaro che l’ebraicità ha dirottato la democrazia e i suoi contenuti. La democrazia non è sostenibile senza un’attenzione e una pratica dell’universalismo, mentre Israele è diventata una cultura sempre più particolaristica. È accaduto in misura crescente quando i programmi scolastici sono stati cambiati e si sono incentrati sempre di più su contenuti ebraici e sempre di meno su contenuti universalistici, quando il Ministro degli Interni ha espulso i lavoratori stranieri perché i membri del partito Shas temevano che i non-ebrei si sposassero con gli ebrei, quando gli ebrei critici nei confronti della politica di Israele vengono chiamati antisemiti e pericolosi per lo Stato, quando si pensa che i diritti umani siano di sinistra solo perché i diritti umani presuppongono l’eguaglianza fra i non-ebrei e gli ebrei.

Non sarebbe il momento di cercare un accordo politico con l’Altro, con i palestinesi? Un accordo di lungo termine?
Siamo alla follia: un gruppo crescente di persone pensa davvero di poter soggiogare la popolazione palestinese e mantenere un regime che continui a dominarla.

Forse perché dopo 47 anni di occupazione lo status quo va bene e non ha mai avuto conseguenze per Israele.
Gli israeliani in realtà pagano un prezzo, ma non ne sono davvero consapevoli. Non sanno che cosa vuol dire vivere in una società pacifica, che si dedica solo alla cultura, all’educazione e a migliorare le condizioni di vita di tutti.

E la protesta sociale?
È interessante che, nel corso della protesta di tre estati fa la gente non stabilisse un legame fra le cattive condizioni di vita e la struttura complessiva della società israeliana. In psicologia si chiama dissociazione. In Israele c’è una dissociazione collettiva tra l’alto costo della vita, i risultati scolastici che peggiorano, le diseguaglianze e la quantità di risorse investite negli insediamenti e nell’esercito.

E la scoperta del sistema dei tunnel, con la sua raffinatezza tecnica inattesa, ha fornito ogni paura e pretesto perché il governo iniziasse la sua operazione militare, vero?
Vero. I tunnel sono un’altra prova del fatto che la loro immaginazione lavora per distruggerci, sono la prova che solo la via militare funziona. I tunnel sono stati una svolta decisiva. Le persone che mi circondano avevano dei dubbi fino alla scoperta dei tunnel: quella è stata la prova non solo del fatto che Hamas voleva colpire duramente la società israeliana, del fatto che Hamas non era nient’altro che un’organizzazione militare fanatica, che ‘loro’ sanno usare i soldi solo per colpire Israele e non per investirli per costruire la propria società.

Quando vede le manifestazioni in Francia e nel resto d’Europa non teme che si sia una nuova ondata di antisemitismo alimentata anche da quello che succede in Israele?
In passato, quando le cose erano difficili, guardavo alla vecchia Europa e mi consolavo pensando che in Francia, per esempio, gli ebrei, i cristiani e i musulmani coesistevano – se non in armonia, almeno nella tolleranza dell’indifferenza. Ora, guardo un’Europa che brucia sotto l’assalto di un antisemitismo che non ha eguali negli ultimi settant’anni. Un conflitto militare regionale diventa, in Europa, un odio religioso e razziale fra palestinesi-musulmani e ebrei-sionisti che fa venire i brividi alla schiena. Quell’odio si rivolge agli ebrei in quanto ebrei, non ai sionisti. I cittadini francesi di origine araba e ebraica hanno rapidamente dimenticato la loro cittadinanza comune; cittadini francesi, belgi o tedeschi sono diventati soltanto musulmani, ebrei, palestinesi o sionisti.

Lei dunque teme una nuova e più grande ondata di antisemitismo forse anche come conseguenza della politica israeliana?
Sì. Il conflitto regionale è diventato un confronto religioso e razziale forse perché la Francia ha le più grandi minoranze musulmane ed ebraiche. Ma mostra anche, in un certo senso, il fallimento del modello francese di cittadinanza, che io amo molto.

Vede qualche aspetto positivo?
La società israeliana è diventata molto insensibile anche verso la propria sofferenza, non solo verso quella degli altri. Si è anche dimenticata i molti modi nei quali infligge sofferenza e conduce una vita difficile.

Può fare degli esempi?
C’è indifferenza nei confronti delle sofferenze umane dell’altra parte e dei civili, e ancor prima delle sofferenze dei palestinesi che non possono avere una vita decorosa, che sono imprigionati, che vengono trattati costantemente come cittadini di secondo livello; o nei confronti degli arabi dentro Israele, che vengono trattati come nemici e ai quali non viene data la possibilità di diventare cittadini in senso pieno. C’è un’insensibilità completa verso la loro immensa esclusione, verso le condizioni terribili nelle quali vivono. Molti posti non hanno i servizi municipali minimi. Tutto questo non arriva alla coscienza dell’israeliano medio e, quando ci arriva, è visto con indifferenza.

È la conseguenza di decenni di guerra.
E’ ciò che fa la guerra. Ti fa venire un callo. Il callo è una pelle ispessita, dura, insensibile. Gli israeliani sono diventati di pelle dura verso gli altri e verso se stessi. È il prezzo immenso che si paga per essere costantemente immersi in una logica di guerra: si diventa insensibili. Quando si va in guerra, la prima volta è molto difficile uccidere qualcuno; dopo la quarta persona uccisa si diventa insensibili. Dopo tutti questi anni di guerra, gli israeliani sono diventati insensibili al significato della guerra. Non comprendono più il prezzo di una guerra costante perché non sanno più che cosa significhi vivere in pace. È la chiave per capire la cecità della società israeliana. Intere generazioni sono cresciute senza conoscere nient’altro che gli insediamenti. Conoscono Israele solo sotto forma di potenza coloniale. Per loro è normale. Ciò che alcuni israeliani percepiscono come anomalo perché sanno com’era prima, per altri è normale. È molto difficile fare capire com’è vivere in una società normale, e non in una potenza coloniale.

[Immagine: Ari Folman, Valzer con Bashir].

28 commenti

  1. davvero molto interessante! ma, non sapendo il tedesco, non ho capito chi ha condotto questa intervista ..

  2. @Marchese

    L’intervista è stata condotta, in inglese, dalla redazione di «Der Spiegel». Abbiamo ricevuto la versione integrale direttamente da Eva Illouz.

  3. potreste mettere da qualche parte l’originale in inglese? vorrei farla leggere ad alcuni amici non italiani (e non leggono il tedesco).

    grazie,
    Castellini

  4. Nella sua intervista Eva Illouz non ricorre in modo esplicito alla consueta panoplia di argomentazioni per giustificare e financo esaltare la politica bellicista e razzista dello Stato israeliano; tuttavia, manifesta un atteggiamento ambivalente nei confronti della sanguinosa aggressione scatenata da esso Stato contro la popolazione palestinese rinchiusa nel ‘bandustan’ denominato Striscia di Gaza. Siccome ritengo che il nodo da sciogliere sia quello del rapporto tra antisionismo ed antisemitismo, o meglio antigiudaismo, desidero innanzitutto esprimere con la massima schiettezza il più fermo dissenso nei confronti dell’equazione tra antisionismo e antigiudaismo, che costituisce il pernio delle argomentazioni svolte (sia pure obliquamente) anche da israeliani progressisti come la sociologa qui intervistata.

    La premessa storica fondamentale da cui occorre partire è che il sionismo come fenomeno politico e ideologico, indipendentemente dall’ispirazione messianica ed emancipatrice che animò le prime generazioni di militanti, si identificò con un movimento di chiaro stampo colonialistico su base razziale e religiosa, che puntava a modificare radicalmente la composizione demografica della Palestina in nome della colonizzazione di quel territorio da parte di nuclei etnici ebraici provenienti da tutto il mondo. Sennonché non si può sottacere il fatto che, essendo gli elementi storici (natura del sionismo politico) e politici (strategia di colonizzazione integrale del territorio palestinese) tra loro strettamente connessi, i secondi seguono purtroppo la logica complessiva dei primi. Questa connessione dovrebbe indurre anche l’osservatore più moderato ed equanime ad interrogarsi sulla natura complessiva del sionismo. Al contrario, vengono accusati di antigiudaismo non solo i critici storici del sionismo come fenomeno complessivo, ma anche i critici della politica di Israele a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, allorché questo Stato, dopo gli accordi di Oslo del 1993, tese a moltiplicare gli insediamenti di coloni nei territori della cosiddetta Cisgiordania. Con questa sciagurata politica, che la ‘Road Map’, lungi dal modificare, finì sostanzialmente con l’avallare, Israele mostrava, per un verso, di non accettare la coesistenza con uno Stato palestinese e, per un altro verso, di voler perseguire la strategia della colonizzazione integrale dei territori, confinando l’autonomia palestinese all’interno di ‘bandustan’ privi di una reale sovranità politica ed economica.

    Riconosco che vi sono casi in cui, effettivamente, sul piano storico e politico, ragioni e torti sono talmente mescolati che non è facile trovare un criterio oggettivo e preciso di giudizio per definire secondo un ordine di precedenza le ragioni ed i torti: basti pensare al conflitto greco-turco a Cipro o a quello fra gli indiani e i pakistani in Kashmir. Ma nel caso del conflitto israelo-palestinese il dilemma dell’ambivalenza non si pone per nulla, poiché in questo caso i palestinesi hanno completamente ragione e gli israeliani hanno completamente torto. Da anni è possibile, invece, constatare che il pubblico televisivo italiano viene abituato a considerare l’uccisione di qualche decina di coloni sionisti nei territori illegalmente occupati da Israele dopo il 1967 un evento più importante dello sterminio, destinato a restare anonimo e non particolarmente significativo, di migliaia di palestinesi.

    Ciò nondimeno, quando penso al contributo che ha dato al patrimonio filosofico, scientifico e letterario dell’umanità, io non nascondo di provare una grande ammirazione verso la cultura ebraica: e mi limito a citare, fra i tanti, i nomi di Spinoza, di Einstein e di Kafka. Rispetto, dunque, l’identità ebraica, ma non concedo ad essa alcuna immunità giuridica e politica. Di conseguenza, respingo nel modo più energico e più convinto l’idea secondo cui gli ebrei, a causa di quanto hanno dovuto sopportare sotto Hitler ed i suoi alleati, non possono essere né giudicati né puniti. Ritengo, al contrario, che proprio questo sia oggi il vero antigiudaismo, anche se di ciò non vi è alcuna consapevolezza. Quella consapevolezza che indusse, invece, un testimone della ‘Shoà’ come Primo Levi a prendere le distanze dalla politica delle rappresaglie e della ‘guerra totale’, pronunciando le seguenti parole: «Quello che non potrò mai perdonare ai nazisti è di averci fatto diventare come loro». L’equazione fra l’antisionismo e l’antigiudaismo (equazione per sua natura infondata storicamente e offensiva filosoficamente, se si pensa al gran numero di ebrei antisionisti che hanno popolato la storia del Novecento) sta oggi scivolando verso l’equazione fra l’antigiudaismo e la semplice critica ad Israele. Siamo così arrivati al punto che non si capisce neppure più quali sarebbero i limiti della critica legittima ad Israele, dal momento che persino l’appoggio a coloro che si battono per liberare i territori occupati nel 1967 viene ormai qualificato come espressione di antigiudaismo. Ecco perché oggi occorre avere il coraggio di essere impopolari, dichiarando a tutte lettere che la politica israeliana e, alle sue spalle, quella statunitense, con il sostegno permanente del vassallo britannico e l’afasia complice della quasi totalità dei governanti europei, fra i quali figura il valvassino italiano, divenuto uno dei maggiori fornitori dei micidiali sistemi d’arma con cui l’esercito israeliano semina morte e distruzione sulla popolazione civile, sul territorio e sull’ambiente, costituiscono una fonte permanente di guerra e un rischio per la pace mondiale: non il solo, certo, ma uno dei principali accanto alle formazioni fondamentaliste arabo-islamiche che, inventandosi un “dovere religioso”, seminano terrore e odio, svolgendo un ruolo del tutto funzionale alla politica statunitense e israeliana.

    Se considero poi che, seguendo una simile logica, viene di fatto squalificato e demonizzato a posteriori tutto l’ebraismo non sionista, ma socialista, comunista, marxista, rivoluzionario e universalistico del Novecento, da Bloch a Lukács, da Benjamin allo stesso Trotsky, provo un vero sdegno, perché una parte importante della storia, in cui io, assieme a tanti altri compagni, mi riconosco, viene così cancellata. In conclusione, io penso che il filosionismo isterico della cultura italiana, da Adriano Sofri a Giuliano Ferrara e Furio Colombo, sia, a parte poche eccezioni come Gianni Vattimo e Claudio Magris, solo una manifestazione di cultura neoimperialista e neocolonialista. Gli intellettuali, come sempre, vanno in soccorso del vincitore e si schierano con chi attualmente è più forte, più armato, più ricco e più potente. Dal mio punto di vista, è questa una ragione più che sufficiente per fare la scelta opposta, che è poi quella, per dirla con Brecht, di stare dalla parte del torto, essendo gli altri posti già tutti occupati. Ed è anche una ragione per dedicare questo commento alla memoria di un poeta, di uno scrittore politico e di un ebreo antisionista, quale fu Franco Fortini, che non ebbe mai alcun dubbio su quale fosse, anche in questo caso, la parte con cui schierarsi.

  5. Concordo, al di là di alcuni dettagli, con l’intervento di Eros Barone. Purtroppo il silenzio ( e non solo degli intellettuali) sui nuovi bombardamenti israeliani a Gaza è prevalso ancora una volta. Suppliscono alcune faticose e disperse ma sempre utili discussioni.
    Segnalo ai non rassegnati quelle che abbiamo fatto su Poliscritture:

    faticose ma pur a volte interessanti discussioni che su Gaza dal 10 luglio abbiamo fatto su Poliscritture:

    http://www.poliscritture.it/2014/08/27/peggio-dei-nazisti/

    http://www.poliscritture.it/…/su-una-mia-critica-a…/

    http://www.poliscritture.it/2014/08/01/sio-fossi-gaza-1/

    http://www.poliscritture.it/2014/07/30/punti-interrogativi/

  6. @eros barone

    Senza voler offendere la memoria di Fortini, che sicuramente non lo merita, andrebbe precisato che, prima di essere un ebreo antisionista, Franco Lattes fu un ebreo convertito. Accostarlo a Primo Levi sulla questione dell’identità ebraica è un insulto alla memoria di quest’ultimo.

  7. @ Camillo

    Mi scusi, Camillo, la conversione di Franco Lattes al cristianesimo (se non erro, a quello valdese, non senza una presa di distanza dal luteranesimo sul tema della consustanziazione ed una conseguente convergenza con il cattolicesimo, motivata dal rifiuto della rottura di un codice simbolico unitario, sul tema della transustanziazione), ebbene, tale conversione renderebbe inaccostabile Franco Fortini a Primo Levi, quasi che il primo fosse un elemento estraneo all’identità ebraica? Certamente, è estraneo ed avverso a quella sionista, nonché al fondamentalismo ebraico, che mi sembra di sentir echeggiare sinistramente nella Sua osservazione. Procedendo in una simile direzione, si arriverà dunque ad escludere, sia pure retrospettivamente, anche Spinoza, pure lui da derubricare in quanto addirittura scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam e sospetto ‘ante litteram’ di tendenze anti-fondamentaliste per via delle note posizioni filosofiche e dei suoi rapporti con gli Arminiani?

  8. @ barone

    Di sinistro mi sembra ci sia solo il suo modo di argomentare, e probabilmente anche di essere. Come lei certamente sa, la conversione di Franco Fortini avvenne subito dopo la promulgazione delle leggi razziali, non può quindi essere considerata altrimenti che come una negazione della propria identità ebraica. L’esperienza di Primo Levi si situa agli antipodi. Non è nemmeno voglia di prolungare il discorso. Infine: il suo intervento è, come al solito, riciclato da lettere già inviate a Varese News (http://www3.varesenews.it/comunita/lettere_al_direttore/quello-che-non-potro-mai-perdonare-ai-nazisti-e-di-averci-fatto-diventare-come-loro–293802.html) orizzonte di espressione che mi sembra meglio adattarsi alle sue capacità dialettiche rispetto allo spazio in cui, ahimè, ci ritroviamo a discutere.

  9. errata:

    “non ho nemmeno voglia”

  10. @ Camillo

    Mi scusi, l’identità è qualcosa che ci viene data una volta per sempre (magari al momento della nascita) o che si costruisce e si ricostruisce incessantemente?
    Fortini è stato ebreo, fiorentino, valdese, antifascista, socialista, comunista critico, poeta, critico letterario, ecc. Perché lei lo vuole inchiodare ad una “identità ebraica” (ammesso che ce ne sia una che valga per tutti quelli che sono nati da famiglie ebraiche o riconoscano se stessi soprattutto come ebrei)? E per di più tende – mi pare – a vedere una colpa in quella che lei definisce «negazione della propria identità ebraica»?
    Quello che davvero conta è il modo (superficiale o rigoroso) con in quale ciascuno motiva a se stesso e agli altri i passaggi dall’una all’altra delle mutevoli figure che in vita si costruisce/gli viene costruito in una dialettica *io/altri* e *passato/presente/(e forse futuro)* complicatissima.
    Le consiglierei di rileggere «I cani del Sinai» che di una tale costruzione/ricostruzione rende conto entrando fin nelle pieghe dell’infanzia di solito più nascoste o dimenticate. E scannerizzo per lei e per chi fosse interessato alla questione uno stralcio di quell’opera:

    Così è morta anche l’ultima ostinata aura che si accom-
    pagnava in me, contro ogni ragione, all’ ebraismo. Dalla
    fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio
    segno di circonciso, una interpretazione che oggi comin-
    cio a intendere peggio che parziale, pigra come lo sche-
    ma fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi
    personali erano stati-bruciati dall’ enormità della vicenda
    d’allora. In pratica – nella pratica della pigrizia – avevo
    accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resi-
    stenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si
    può ingannare. Era accaduto che l’ebraismo fosse inse-
    parabile da una persecuzione immensa e non ancora del
    tutto esplorata – testa di Medusa per chiunque. Era par-
    sa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro
    strazio e quindi perdere la sua specificità. Fra ideologi
    dei carnefici e ideologi delle vittime c’era stato un accor-
    do paradossale: per i primi gli ebrei erano stati incar-
    nazione dello spirito satanico, e per questi, quelli. I di-
    fensori del pensiero democratico-razionalista avevano
    veduto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto
    l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non
    violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo
    errore non era innocente, come dirò.
    Dei motivi che fra i diciassette e i vent’anni venivano
    facendo di me un antifascista, la condizione di figlio
    d’un ebreo era stata pochissimo determinante. Allora
    non avrei saputo dire in quale misura una sorte abba-
    stanza tipica di piccola gente di Livorno – venuta, credo
    Via Montpellier , dalla spagna – in traffici e matrimo-
    ni con altri sefarditi mediterranei (la nonna era di Tuni-
    si) avesse condotto nei primi anni del secolo mio padre a
    scegliere una varietà di ideologia borghese democratico-
    repubblicana, vicina alla massoneria, suppongo, di più
    evidente moralismo e ascendenze giacobine, nelle forme
    di Hugo e Carducci. Oggi ancora non so se la causa del-
    la attuale evoluzione borghese italiana sia stata più servi-
    ta da gente come mio padre, con i suoi princìpi dell’Ot-
    tantanove, l’eloquenza uso «E il popolo gridò: va’ da tuo
    figlio! o anche Io, sacerdote dell’augusto vero ..» o dalla
    ricca borghesia ebraica, gente di banca, di università e
    commerci, orientata allora a modelli anglosassoni e poi
    sempre più decisamente americani, conservatrice della
    tradizione, promotrice del «focolare ebraico» in Palesti-
    na (verso la quale, com’è ovvio, mio padre provava un
    sentimento contraddittorio di invidia e antipatia) – o
    non dai fascisti, strumenti dello sviluppo industriale,
    con le loro due ali, una di populismo sovversivo e l’altra
    di capitalismo di stato, fino alla vittoria di quest’ultimo,
    preparazione dell’Italia di oggi.
    Nel ragazzo non vi fu conflitto fra la tradizione pater-
    na e quella materna. Quel che dell’ ebraismo poteva toc-
    cargli l’immaginazione non era nei riti incomprensibili
    della sinagoga, dove qualche volta suo padre lo accom-
    pagnò. Rammenta i «talèd» bianchi e celesti, abbaglianti
    se un raggio di sole cadeva dall’ alto, le facce in ombra
    sotto i cappelli, il corno del celebrante, il pigolio delle donne
    e delle bambine invisibili dietro le grate del matroneo.
    Intende che disamore e mancanza di curiosità gli veniva-
    no dalla certezza che suo padre non credeva a quei gesti
    di pietà e rituali. Mentre nei parenti del padre o nei co-
    noscenti cui veniva presentato – e col «talèd» sulle spalle
    gli apparivano come travestiti per una cerimonia segreta
    – più che la fede avvertiva un rimprovero per una diver-
    sità che ancora non decifrava. Una volta, ospite per un
    giorno di Pasqua nella casa degli zii osservanti, lo scan-
    dalo e lo stupore per aver voluto mangiare pane quando
    tutti gli altri si cibavano degli azzimi. Quella diversità, lo
    avrebbe inteso più tardi, era politica, di suo padre. Il ra-
    gazzo aveva otto, dieci, dodici anni fra il 1925 e il 1929,
    gli anni che consolidavano il fascismo; suo padre, nel
    1925, lo avevano cercato per ammazzarlo e da allora era
    diventato la pecora grigia della famiglia.
    Non di lì aveva appreso qualcosa dell’ebraismo. A
    dieci anni, a undici anni, era stato invece lo scontro esal-
    tante, liberatore, con la Scrittura, i Salmi, Giobbe, Isaia,
    letti e riletti con terrore e rapimento. Ma nulla che da
    quelle pagine lo riportasse alla fede dei padri. Il senso,
    così frequente negli adolescenti, d’una diversità e di una
    elezione segreta, non si univa, o ben poco, a quella sua
    condizione di «esentato» dalle lezioni di religione. An-
    cora oggi non riesce a intendere l’incontro di Kafka con
    gli attori «jiddish» come la via di un ritorno all’ebraismo
    e vi scorge piuttosto l’itinerario obliquo con cui Kafka
    recuperava il demonismo di società e culture popolari e
    contadine, subalterne ma libere, slave nel caso suo; e
    placava, o moltiplicava, il senso di colpa e di attrazione
    verso il popolo e la lingua boema di fronte ai quali la sua
    famiglia aveva scelto la parte dei dominatori, dello «Her-
    renvolk».
    Ma nemmeno quel poco di tradizione cristiana che
    filtrava nella famiglia gli sarebbe servito a muovere fuori
    dei termini della sua situazione, il cattolicesimo era
    qualcosa che si confondeva con lo Stato, con i fascisti e i
    professori della scuola. Solo il passato, la religione este-
    tica delle antiche chiese ed armi fiorentine, Dante o Ma-
    saccio, commuovevano il ragazzo.

  11. @ abate

    Le segnalo che è stato il suo compagno di merende Barone a parlare d’identità ebraica a proposito di Fortini. Io mi sono limitato a sottolineare che l’accostamento a Primo Levi sulla base di presunte identità e vedute comuni era talmente balzano da divenire oltraggioso. Dei Cani del Sinai abbiamo sicuramente visioni diverse. In ogni caso, per quanto riguarda gli ebrei che all’epoca si avvicinarono al cristianesimo, le lascio volentieri Fortini, troppo nicodemico per i miei gusti, e mi tengo Simone Weil.

  12. «Di sinistro mi sembra ci sia solo il suo modo di argomentare, e probabilmente anche di essere» (sic! la fallacia dell’“argumentum ad personam” non arretra neanche di fronte all’oltraggio: forse un richiamo alla vigilanza del moderatore, che si suppone sia “super partes”, cade qui in taglio); «il suo intervento è, come al solito, riciclato da lettere già inviate a Varese News» (non vedo che cosa ci sia di inappropriato, se non per un’ottica, come la Sua, filosionista, nel riproporre anche in questa sede, dopo averlo esposto in un quotidiano telematico che, come il quotidiano cartaceo “la Prealpina”, ospita i miei commenti da oltre venti anni, un intervento in cui ho controbattuto le posizioni reazionarie e guerrafondaie sostenute da un lettore filosionista a proposito del macello praticato da Israele contro la popolazione palestinese rinchiusa nella Striscia di Gaza); «orizzonte di espressione che mi sembra meglio adattarsi alle sue capacità dialettiche» (qui emerge un aristocraticismo da villano rifatto, che si ritorce, come un boomerang, contro chi sceglie, ‘faute de mieux’, di farvi ricorso); «Le segnalo che è stato il suo compagno di merende Barone» (non poteva mancare, dato il basso livello di controllo della comunicazione linguistica, un sintagma denigratorio che, essendo ampiamente usato dal giornalismo di regime, squalifica ‘illico et immediate’ chi se ne serve); «Fortini, troppo nicodemico» (ancora una volta, il solecismo – l’aggettivo appropriato non è il goffo “nicodemico” ma il corretto “nicodemita” – rivela il basso livello di controllo linguistico e fa naufragare nel ridicolo l’avventuroso tentativo di delegittimazione politico-culturale che Camillo ha intrapreso nei confronti dello scrivente e di Ennio Abate, prendendo le mosse da quello che egli ha percepito come un ‘crimen laesae majestatis’ verso la “memoria ebraica”, ossia l’accostamento tra Primo Levi e Franco Fortini).

    Dopo aver riportato, affinché i frequentatori di questo sito possano valutarne il livello, i lacerti più significativi della Sua prosa critico-polemica, concludo, caro Camillo, ringraziandoLa dell’avversione che Lei mi riserva: un’avversione che, simile al ‘phármakon’ che è veleno e nel contempo medicina, trovo tonificante e, non me ne voglia, anche un po’ comica, in quanto mi ricorda le analoghe, infantili, esternazioni di una certa Franci.

  13. @ Barone

    Non vedo cosa ci sia di filosionista in quello che ho detto. La lascio alla sua professorale cura degli aggettivi, e al suo culto di un “ore rotundo” che, nei momenti di buonumore, mi provoca irresistibili attacchi di flatulenza. Mi stia bene.

  14. Spiace davvero doverlo precisare, come se ci si dovesse giustificare di un crimine che non si è compiuto: non sono né ebreo né filosionista, come viene invece suggerito, chissà perché, dai commenti di Abate e Barone. Semplicemente: in genere non amo i convertiti, tantomeno quelli la cui conversione comporta un beneficio immediato. Se basta esprimere questa riserva sul percorso biografico di Franco Fortini per essere bollati di filosionismo, c’è poco da stupirsi che, in Italia, il dibattito sul conflitto israelo-palestinese abbia poche speranze di svolgersi su basi razionali. Come ogni altro dibattito, del resto.

  15. @ Camillo

    non so quali siano i suoi “compagni di merenda”. Non credo Primo Levi o Simone Weil che si firmavano con nome e cognome e argomentavano a fondo le loro opinioni. Lei non argomenta: fa cecchinaggio culturale mascherato da “Camillo”.

  16. Che il cecchinaggio culturale e il depistaggio politico si possano abbinare alla più sfacciata scurrilità è una classica sindrome psicoanalitica, tanto è evidente la regressione alla stadio sadico-anale che essa rivela. Un’ulteriore riprova di tale regressione si ha facendo un confronto tra la condizione solitaria di Camillo, il quale fruisce per sé, e riferisce a noi, di quel piacere proibito che consiste, leggendo al computer i commenti di persone che hanno posizioni e idee diverse dalle sue, nel liberarsi da una quantità eccessiva di aria con il mimino sforzo e il massimo risultato, e la condizione, simile per l’atto ma ben diversa per il significato, descritta da Mario Soldati nel magistrale racconto intitolato “La giacca verde” per esprimere il senso di una fraternità profonda che unisce averroisticamente tutti gli uomini. Lo scrittore torinese immagina infatti che un celebre direttore d’orchestra, sfollato in un paese di montagna durante il passaggio del fronte nella seconda guerra mondiale, scelga di scambiare la propria identità con quella di un umile orchestrale (che lezione, caro Ennio, sul tema, da te giustamente richiamato, dell’identità flessibile!) e rappresenta la fraternità che ne scaturisce attraverso un atto corporeo elementare, tipico dei maschi: orinare assieme, di sera, su un prato campestre.
    Del resto, il clima prealpino della provincia di Varese offre anche un altro vantaggio, che consiste nel disporre, alla bisogna, di un adeguato ricambio dell’aria, eliminando quella stagnante e viziata e facendo affluire quella pura e incontaminata. Senza contare che è stato proprio un grande poeta come Rainer Maria Rilke, in una sua elegia, a definire l’indefinibile degli uomini con una metafora che non sarebbe dispiaciuta ad Anassimene: “Solo noi passiamo via da tutto come aria che si cambia”.

  17. @ abate

    Guardi, è solo un dettaglio, ma è male informato, sia a Primo Levi che a Simone Weil capitò di pubblicare sotto pseudonimo. Si sbaglia anche sul resto, ho chiaramente argomentato perché l’accostamento tra Primo Levi e Franco Fortini sulla questione dello Stato d’Israele mi è parso inopportuno, oltreché ridicolo.

  18. @ barone

    Se non ricordo male, “l’umile orchestrale” aveva il vizio di far passare per proprie le composizioni dei più grandi maestri. A lei riconosco il merito, Caro Barone, di plagiare soltanto se stesso.

  19. @ Camillo

    Lei ha seri motivi per pubblicare sotto pseudonimo? Me li spieghi e ci ragiono su.
    Sì, ho capito che dissente con Barone sull’accostamento tra Primo Levi e Franco Fortini (“L’esperienza di Primo Levi si situa agli antipodi. Non è nemmeno voglia di prolungare il discorso.), ma l’argomentazione (” in genere non amo i convertiti, tantomeno quelli la cui conversione comporta un beneficio immediato”) a me pare insufficiente, anzi più una insinuazione buttata lì. Nessuno l’ha accusata di “crimine” e anzi io l’avevo presa così sul serio da andarmi a rileggere “I cani del Sinai” e da proporle di approfondire la questione che lei sollevava. I commenti vanno presi sul serio. Che senso ha ribattere a Barone scadendo nel linguaggio da bar?
    Può non condividere quello che noi diciamo. Ma allora che fa? Ascolta solo quelli che sono d’accordo con lei?

  20. Parlo al vento ma tant’è, si dimentica sempre una cosa, stigmatizzare l’ebreo attaccato alla propria identità in favore dell’ebreo “universalita” E’ razzismo. E’ esattamente quell’antigiudaismo di millenni che stigmatizzava la “testardaggine” dell’ebreo a voler rimanere tale. Invece di convertirsi (ieri ad un universalismo di marca religiosa, il cristianesimo, oggi ideologica, il comunismo/progressismo anticulturalista) e divenire “come noi” “come tutti” egli “persevera nell’errore” di “stare per conto proprio”, di escludersi per differenza e così via. Niente di nuovo sotto il sole, odio antigiudaico che chiede all’ebreo sostanzialmente di sparire in quanto tale per divenire noi. Una violenza forse ancora più grande di quella perpetrata dai settori più retrivi della destra israeliana. Almeno lì, l’alterità dell’altro, pur in negativo, è riconosciuta. Saluti

  21. @ Umberto (in)equo

    “Almeno lì, l’alterità dell’altro, pur in negativo, è riconosciuta”.
    Infatti, si vede che il riconoscimento è proprio “in negativo”: viene fatto a suon di bombe.
    C’è poi una bella differenza tra “stare per proprio conto” e schiacciare gli altri che “vorrebbero stare per proprio conto”. Si studi bene la storia d’Israele e la politica di Netanyahu.

  22. Ma perché sempre questa arroganza? Chi dissente non può che farlo per ignoranza, deve studiare e poi senz’altro “capirà”. Qua non si parla di Israele o di Netanyahu qua si parla di quanto in realtà l’odio per l’ebreo in quanto tale, il fastidio per la sua orgogliosa alterità sia vecchio di millenni e assai trasversale, ieri erano gli universalisti cristiani oggi lo sono quelli laico-marxisti come lei caro Abate(si noti come questi due universalismi siano frutto entrambi del messianesimo ebraico…). Sono quelli che propugnano la soluzione uno stato due popoli ben sapendo (sperando?) che ciò comporterebbe, ancora una volta, per gli ebrei di diventare minoranza assoluta, così come sono sempre stati nella Diaspora con ben noti risultati. Quelli che si sconvolgono se si vietano burka ed affini e che odiano le guerre imperialiste che vorrebbero “esportare i valori occidentali” al levinasiano Altro però si infastidiscono se gli ebrei non smettono di essere ebrei, se non si assimilano o meglio fanno assimilare.

    Per concludere, c’è chi a suon di bombe riconosce l’altro e chi a suon di chiacchere vorrebbe obliterarlo. Due modi diversi di odiare, certo non paragonabili per intensità ma senz’altro entrambi mortiferi.

  23. @ Umberto (ancora in)Equo

    Il mio invito a studiare una questione –rompicapo quasi insolubile come quella del “conflitto israelo-palestinese” con tutti i suoi risvolti storici e antropologici non nasce da arroganza. Ragioniamo.
    Se ha dato un’occhiata ai link della discussione avvenuta sul sito di Poliscritture, si sarà accorto che né io né gli altri commentatori vogliono cancellare quella «alterità» o vogliono che gli ebrei smettano di «essere ebrei», ma semplicemente che si trovi una soluzione che non sia bombardare periodicamente Gaza o far vivere i palestinesi in un bantustan. Non siamo antisemiti. Semmai antisionisti. Lei sa bene che non è la stessa cosa. E dunque dovrebbe proprio accettare di parlare «di Israele o di Netanyahu», che non rappresentano tutti gli ebrei e semmai distorcono l’immagine positiva degli ebrei con scelte politiche colonialiste. Di questo dovremmo qui discutere, non dell’«odio per l’ebreo in quanto tale» che non affiora in alcuna delle nostre parole. E poi non faccia ammucchiate che confondono le idee: l’universalismo cristiano non è la stessa cosa di quello laico-marxista, né sono « frutto entrambi del messianesimo ebraico»: la storia ha discontinuità rilevanti e non solo continuità.

  24. Il punto, caro Abate, è che lei sembrava asserire la necessità di studiare per me (prima di parlare) ed in ciò io trovavo l’arroganza, poiché lei non può positivamente sapere se e quanto io abbia studiato in materia. Che la materia sia complicata, complicatissima anzi, è fuori di dubbio, ma allora l’invito dovrebbe riguardare tutti, lei compreso.
    Ciò che lei auspica mi pare ovvio e assolutamente comprensibile, io nei miei commenti mi riferivo più che altro ai post di Eros Barone, post che ho trovato inutilmente arroganti (ancora) e soprattutto odoranti quel socialismo degli ignoranti in realtà più comune di quanto non si pensi a sinistra (piccolo aneddoto personale: la prima volta che sentii il termine rabbino usato come offesa fu da dei gioviali anarcoidi di estrema sinistra).
    Perché farei confusione? Il cristianesimo è inequivocabilmente figlio del messianesimo ebraico e così quello laico-marxista che nasce all’interno della Diaspora in completo disaccordo con il prevalente spirito romantico-idealista così legato al concetto di Nazione. In questo Marx era più in accordo con la tradizione ebraica di un Theodor Herzl ad esempio.
    Lei saprà che la mitica elezione del popolo d’Israele non riguarda affatto una supposta preminenza sulle altre nazioni, bensì riguardo un compito ad essa sola assegnato, ovvero santificare l’esistente giorno dopo giorno, un popolo di sacerdoti. E questo non per loro stessi, ma per il mondo, con ampi margini di proselitismo, già lì, agli albori vi era universalismo (al di là della vulgata comune). Insomma, l’universalismo è nella forma mentis dell’ebreo “tradizionale” e non è un caso che le dottrine universalistiche più longeve siano proprio nate in contesti ebraici (con le ovvie e chiare a tutti distinzioni certo).

    p.s. a giocare coi nomi (o nomignoli) è rimasto solo Travaglio, almeno tra gli adulti. ;)

  25. @ Umberto Equo

    Ho scritto: «l’universalismo cristiano non è la stessa cosa di quello laico-marxista, né sono « frutto entrambi del messianesimo ebraico»: la storia ha discontinuità rilevanti e non solo continuità».
    Intendevo dire che le discontinuità anche tra universalismi sono più importanti delle continuità.
    Per me il cristianesimo, pur essendo (metaforicamente) «figlio» del messianesimo ebraico, ha poi fatto una sua propria strada (come tutti i figli) e in molti punti essa è stata fortemente o addirittura tragicamente (Cfr. antisemitismo presente in tutta la storia della Chiesa cattolica) contrapposta al “padre”. Non le pare?
    Lo stesso credo di poter dire di Marx rispetto ad Hegel. A me poi Marx risultava e risulta ostile al giudaismo (Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/sionismo_(Enciclopedia-del-Novecento)/); e quindi non vedo come lei lo possa accordare sia pur soltanto con «la tradizione ebraica di un Theodor Herzl».
    Se poi ha seguito le ricorrenti discussioni, tuttora in corso tra quanti ancora si riferiscono al marxismo, tra un Marx “filosofo” e un Marx “scienziato”, avrebbe la prova di quanto anche nella interpretazione della sua figura conti il conflitto tra fautori della continuità (hegeliana in questo caso) e della discontinuità (althusseriana).
    Insomma, non nego le continuità, ma le ritengo in molti casi di minor peso. Lei, invece, tende ad esagerarle.
    Quanto alla «mitica elezione del popolo d’Israele» sicuramente c’è molto da capire e da studiare (per tutti). E tuttavia devo obiettarle che il sentimento o la convinzione di godere di una « preminenza sulle altre nazioni» non mi pare sia stato vissuto soltanto nei sublimi termini religiosi del « santificare l’esistente giorno dopo giorno». Tenga poi conto che in quella che per lei è senz’altro “santificazione”, molti possono vedere ( a volte a ragione) comportamenti non proprio “santi”. E lo stesso vale per l’«universalismo», che copre tante cose buone e cattive, a seconda che sia stato valore praticato da dominatori e conquistatori o atto di dominazione subìta duramente da singoli e popolazioni. E oggi quello che fa parte della «forma mentis dell’ebreo “tradizionale» deve render conto delle suo contraddizioni e aporie quanto quello moderno-borghese- illuminista che alimentò la colonizzazzione di buona parte del pianeta.

  26. @Ennio Abate

    Inizio col ringraziarla per la sua risposta cordiale ed assai ben argomentata, proseguo esplicitando un dato soggettivo che forse non era esplicito nei miei precedenti commenti, la mia sensibilità è ben lontana dagli universalismi, la mia dunque voleva essere un’analisi spuria da soggettivismi intenta a delineare continuità e assonanze senza giudizi di valore. E’ per questo che simpatizzo (da esterno) per la causa sionista, più vicina al mio sentire delineava una discontinuità col tardo messianesimo ebraico uscendo dal, per me nefasto, finalismo teleologico per entrare tragicamente nel divenire storico, divenire soggetto e con quegli ebrei che scelsero la liberazione qua e ora e non là, in Eretz Israel, attraverso la rivoluzione dei senza parte (si veda il ruolo esiziale degli ebrei nella rivoluzione d’Ottobre ed affini). E si badi bene, non erano la “destra” e la “sinistra” della diaspora (ashkenazita), ma la medesima “sinistra”, divisa soltanto sul “che fare”per evadere dalla cattività zarista (da tutte le cattività zariste e forse la storia non diede loro ragione pochi decenni dopo?).
    Su Marx, certo egli come moltissimi degli ebrei benestanti dell’epoca professava idee anti-ebraiche (per quei meccanismi psichici tipici di chi si trovi a vivere una condizione di dissonanza cognitiva tra delle radici “socialmente imbarazzanti” e una nuova posizione sociale di “normalizzata”), come ad esempio Lombroso, ma de facto non ideò anche lui una dottrina che si rivolgeva universalmente a tutti i proletari del mondo? Il marxismo non è forse una disciplina che pur volendosi scientifica prefigura un ideale mondo post-storico dove tutti gli uomini saranno felici? Insomma niente di meno che il ritorno sotto altra forma del classico universalismo teleologico dei suoi antenati.
    Riguardo all’elezione del popolo d’Israele, intendevo sottolineare come sovente questa sia mal compresa (volutamente?) dalla maggioranza degli interlocutori. Non si tratta infatti di “superiorità” sulle altre nazioni ma di un compito imposto loro da Dio in favore di tutta l’umanità, questo ovviamente dal loro punto di vista ma insomma è ciò ben diverso dal credersi “superiori”. Quanto all’imporre la propria idea di “santità” credo si possa concordare tranquillamente sul fatto che tra gli ebrei su questo piano abbiano molto da imparare dai “fratelli minori” cristiani e musulmani. :))

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