Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Digitalizzare tutto

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cropped-MG_0295.jpgdi Claudio Giunta

Quando chiedo all’impiegata della Biblioteca Nazionale di Oslo se posso ordinare un microfilm del manoscritto che sto studiando lei si stupisce: «Ma glielo possiamo digitalizzare!». E se fossero solo un paio di pagine? «Allora fotografi lei stesso». E così faccio, coll’ipad. Quando chiedo se c’è qualcosa da pagare, lei è ancora più stupita: «Perché?».

Alla Biblioteca Nazionale di Oslo c’è questa atmosfera rilassata, amichevole, e soprattutto questa liberalità nella concessione dei materiali che a chi ha esperienza di biblioteche suona un po’ come una barzelletta: niente fogli da compilare, niente attese di settimane per avere la fotocopia o il microfilm? Niente foto scattate di nascosto in qualche anfratto, schiarendosi la voce per coprire il clic? Non che sia un sistema senz’altro importabile in Italia: nella sala manoscritti della Nazionale di Oslo eravamo in due, e si capisce che è anche una questione di numeri, di quantità delle richieste, di pregio dei documenti. E poi è facile essere perfetti se si è in cinque milioni, si galleggia sul petrolio e si fa pagare venti euro una pizza. Ma la prontezza della risposta – «Glielo possiamo digitalizzare» – fa riflettere perché, manoscritti a parte, in Norvegia si sta facendo, col digitale, qualcosa che nessun altro paese al mondo ha ancora fatto. Ne parlo con Jon Arild Olsen, che dirige la sezione dedicata alla ricerca e all’accesso al pubblico.

«In sostanza – mi dice – a partire dal 2004 abbiamo deciso di digitalizzare tutti i libri della nostra collezione. Anzi: abbiamo cominciato con i libri, ma poi abbiamo aggiunto la musica, le fotografie, e adesso i film. Lo strumento che abbiamo realizzato è analogo allo N-gram viewer del progetto Google Books. Certo, il corpus di Google Books è infinitamente più ampio, 8 milioni di volumi contro i nostri 250.000; ma è anche vero che il nostro corpus, a differenza di quello di Google Books, è compatto ed esaustivo: tutti i libri norvegesi che sono stati stampati; inoltre, i nostri metadata sono più corretti, perché sono tratti dalla bibliografia nazionale; e la qualità delle ricerche testuali che si possono fare sul nostro corpus è più alta».

L’equivalente della nostra SIAE in Norvegia si chiama Kopinor: tutela il diritto d’autore. La Biblioteca Nazionale di Oslo ha fatto un primo accordo con loro nel 2009, un accordo che prevedeva la digitalizzazione solo di una parte del catalogo: i libri a stampa pubblicati nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nell’ultimo decennio del Novecento. Poi, nel 2012, l’accordo è stato esteso, e questo ha dato alla Nazionale la facoltà di digitalizzare e mettere online a disposizione degli utenti tutti i libri, la musica, i film norvegesi pubblicati prima del primo gennaio 2001. In cambio di questa autorizzazione, la Nazionale versa a Kopinor la cifra di 0.33 corone norvegesi a pagina (circa 0.04 euro), per un totale di circa 50 milioni di corone l’anno (circa 60 milioni di euro).

L’accordo con Kopinor prevede due limitazioni importanti. «La prima è che i libri si possono leggere online, non scaricare. Ed è anche per questo, probabilmente, che la possibilità di avere, per esempio, tutte le opere di Ibsen online non sembra aver fatto diminuire la vendita dei libri di Ibsen: i lettori comuni continuano a preferire la carta, le copie digitali le usano soprattutto gli studenti e i ricercatori perché i testi digitali sono più facili da interrogare. La seconda è che questi testi digitali sono leggibili soltanto da IP norvegesi, o da norvegesi all’estero, o da studiosi che facciano richiesta diretta alla Biblioteca Nazionale». Il vantaggio è evidente. Non sono i lettori che vanno in biblioteca ma è la biblioteca che va a trovare i lettori: e per capire quanto questo sia importante basta pensare alla geografia della Norvegia, a quell’infinità di paesini seminati sui fiordi o nelle valli.

E i libri non norvegesi? «Anche quelli vengono digitalizzati, così come i manoscritti: ma almeno per ora sono leggibili solo dagli utenti interni alla Biblioteca Nazionale: bisogna venire qui. Di fatto, come mi ha detto un collega inglese, è un sistema chiuso senza che ci sia stato bisogno di costruire muri: quante possono essere le persone interessate ai libri in norvegese al di fuori della Norvegia? Certo, con l’italiano sarebbe tutto molto più difficile, e non parliamo dell’inglese…».

Il personale. «Abbiamo due sedi, la principale a Oslo, l’altra nel centro esatto del paese, a Mo i Rana. In tutto abbiamo circa 400 impiegati; a lavorare alla digitalizzazione siamo forse in cinquanta, ma in realtà è un progetto che coinvolge più o meno tutti quanti». I tempi. «Dovremmo finire prima del 2018, e alla fine avremo un patrimonio digitale di più di 250 mila libri. Ora siamo intorno alla metà. E poi si tratterà di perfezionare gli accordi con Kopinor, e – speriamo – procedere con la digitalizzazione anno dopo anno: questione delicata, naturalmente, perché più i libri sono recenti più gli editori saranno restii a concedere i diritti: un conto è dare a tutti la possibilità di leggere online una raccolta di novelle norvegesi dell’Ottocento, un altro conto sono i gialli di Jo Nesbø… In ogni caso, la Norvegia sarà presto la prima nazione al mondo ad aver digitalizzato per intero la sua letteratura nazionale».

400 impiegati, 60 milioni di euro, 250 mila libri. Sono numeri che rendono poco pertinente qualsiasi paragone con l’Italia: non abbiamo tante risorse, e abbiamo un numero infinitamente più alto di manoscritti e di libri. Ma quello che si sta facendo a Oslo è interessante, e può dare qualche utile suggerimento anche a noi. La digitalizzazione di manoscritti e libri si fa ovviamente anche in Italia: ma in primo luogo la qualità delle riproduzioni, la leggibilità, non è sempre ottimale («an attractive format» è stato invece l’obiettivo esplicito dei norvegesi: obiettivo raggiunto); in secondo luogo, a sfruttare questi repertori sono quasi solo gli studiosi, perché il materiale digitalizzato è antico, settoriale, poco interessante per i lettori comuni (quelli che soprattutto si propone di raggiungere il progetto norvegese); in terzo luogo, i frutti di questo lavoro vanno cercati un po’ col lanternino sui siti delle varie biblioteche, e per orientarsi bisogna conoscere l’italiano: non molti conoscono Internet Culturale (anche questo solo in italiano: se si clicca sulle lingue straniere non succede niente…); infine, e soprattutto, si tratta quasi sempre di iniziative estemporanee, nate in seguito a qualche micro-finanziamento, mentre servirebbe un coordinamento, una visione d’insieme, quella che può venire soltanto dal ministero. Ma appunto questa visione mi pare che manchi, e in generale che al ministero – vedi anche il recente Decreto Cultura – si pensi poco alle biblioteche, immagino perché non si sa bene come metterle a reddito, o perché il bene che fanno non si vede.

[Immagine: Tastiera di computer (gm)].

3 commenti

  1. Anche alla biblioteca nazionale di Roma, mica c’e’ da pagare -_-

  2. Difficlle cambiare le cose da noi. Prevale il conservatorismo, quello che per paura di intraprendere una strada porta allo stare fermi. Prevale la visione delle biblioteche come luogo sacro più che come luogo vivo. Come luogo a vocazione letteraria più che sociale. Eppure per capire l’importanza di una svolta basterebbe guardare a esperierenze già formate come Dok in Olanda o gli Idea Store in Inghilterra. In ogni caso mi sono permessi di ribloggarti. Grazie. http://studiolombarddca.wordpress.com/2014/09/30/digitalizzare-tutto/

  3. My two cents: condivido al 101% l’idea di digitalizzare TUTTO lo scibile. Il passaggio dalla viva voce dell’autore —che letteralmente e personalmente “pubblicava” l’opera, cioè la declamava al pubblico— alla fruizione autonoma da parte del pubblico, da allora in avanti costituito da lettori, significò un passo in avanti epocale, almeno in culture basate sull’oralità, come Roma e la Grecia. La transizione dal libro fisico a quello digitale è solo un passo ulteriore e necessario.
    Questo detto, non credo affatto che più biblioteche e più libri siano la soluzione in Italia: vivo in un centro piccolo ma non piccolissimo, Tivoli, dove non mancano le biblioteche e i fondi librari privati (ma comunque accessibili gratuitamente). La biblioteca comunale esiste da decenni ed è ben fornita… e quasi sempre deserta. Nella mia frazione, Villa Adriana, la parocchia istituì alcuni anni fa una biblioteca con le donazioni della popolazione: la biblioteca non fu mai davvero frequentata e mi pare che al momento sia di fatto chiusa. Nel frattempo, però, un numero elevato di persone colse al volo la scusa delle donazioni per far piazza pulita di libri in casa propria: mica solo romanzetti di quart’ordine, ma intere enciclopedie e collane editoriali. Le “donazioni” divennero così abbondanti che la biblioteca dovette comunicare ufficialmente che ne non avrebbe accettate altre. Sorprende come il libro sia diventato un impiccio, un ingombro di cui sbarazzarsi… anche per coloro che tradizionalmente di libri in casa ne hanno avuti sempre tanti. Conosco anche diversi paesini con le loro biblioteche comunali, spesso anche fornite e fatalmente sempre inondate di “donazioni” finalizzate a far posto in casa, magari a un nuovo megaschermo al plasma o banalmente a due ante in più per i vestiti. Recentemente, l’ultima istituzione di studi stenografici in Firenze fu costretta a chiudere. Si pose il problema della biblioteca, ricca di testi introvabili, spesso manoscritti e mai pubblicati: per questa nicchia particolarissima del sapere, si trattava di salvare qualcosa di paragonabile, per importanza, ai manoscritti di Qumran. EBBENE si dovette portar tutto a ROVERETO, perché nessun’altra biblioteca più vicina ne volle sapere; e anche a Rovereto la cosa passò più come favore che come entusiastica accoglienza di testi rarissimi.
    Conclusione: le biblioteche ci sono, i testi digitalizzati non mancano, manca l’abitudine a leggere rispetto a forme di intrattenimento più comode, come la TV e la Rete. L’unico modo per appassionare un popolo ai libri è educarlo al piacere di leggere, con una scuola meno nozionistica, meno noiosa, più attuale; una scuola che non inculchi nei cittadini l’equazione LIBRO=LIBRO DI TESTO, quindi sinonimo di esame e coercizione. Aiuterebbe pure che l’ignoranza e il degrado non avessero posto in TV, come è ora, perché ciò rafforza nel pubblico la percezione che, tanto, nella vita si può sfondare anche senza un minimo di sale in zucca.

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